[Alcuni avvenimenti storici della Vallata del Neto (parte prima) ]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 7-10/2004)
Dai Romani ai Bizantini
Durante la II° guerra punica, dopo la battaglia di Canne,
nell’autunno del 216 a. C., le città bruzie ruppero l’alleanza con i
Romani; solo Petelia e Cosenza rimasero fedeli a Roma.
Il senato di Petelia, chiesto invano l’aiuto di Roma, ordinò di
approvvigionare di viveri e di fortificare la città per resistere
all’assedio imminente da parte dei Bruzi e dei Cartaginesi1.
Contro la città fu mandato Imilcone, luogotenente di Annone, il
quale era stato posto da Annibale al comando del Bruzio e della
Lucania. Assaltata invano la città, i Cartaginesi ed i Bruzi
tramutarono l’assedio in blocco. Petelia resistette per undici mesi,
aspettando invano aiuto dai Romani; alla fine la città fu presa per
fame2. Poco dopo cadeva anche Cosenza; rimasero ancora fedeli ai
Romani le città della Magna Grecia: Crotone, Locri e Reggio. I Bruzi
assediarono Crotone e, conquistata la città, cercarono di espugnare
la rocca, dove si erano rifugiati i nobili. Vista l’impossibilità di
entrarne in possesso, chiesero l’aiuto di Annone. I nobili, persuasi
dai legati locresi e raggiunto un accordo con Annone, si imbarcarono
sulle navi locresi e raggiunsero Locri3. La città rimaneva ai Bruzi.
Continuando la guerra tra Cartaginesi e Romani, questi ultimi, nel
208 a.C., cercarono di impossessarsi di Locri, approfittando del
fatto che l’esercito di Annibale era acquartierato lontano dalla
regione tra Bantia e Venosia. Mentre Claudio Flamine da Taranto
marciava con l’esercito lungo la via costiera ionica, le navi di
Lucio Cincio Alimento salpavano per dirigersi contro Locri.
Annibale, venuto a conoscenza del piano terrestre- navale dei
Romani, inviò un corpo di 5.000 fanti a tendere un agguato vicino al
colle di Petelia. I Cartaginesi, sorpresero l’esercito romano in
marcia, lo sbaragliarono. I Romani lasciarono sul campo 2500 morti,
mentre altri 1500 vennero fatti prigionieri4. Sempre in quell’anno
il console Marco Claudio Marcello, cercando uno scontro decisivo con
Annibale, durante una ricognizione rimase ucciso presso Petelia,
mentre il figlio omonimo rimase gravemente ferito.
Successivamente la guerra nel Bruzio si trasformò in guerriglia.
Annibale, posto il campo a Crotone, vi si fortificò, rintuzzando gli
eserciti romani.
Nel 205 / 204 il console Publio Sempronio Tuditano, con l’aiuto dei
nobili, riconquistò Petelia5 e, spintosi con l’esercito, cercò di
prendere Crotone ma fu sconfitto da Annibale. Poco dopo il console,
unite le sue truppe con quelle di Publio Licinio Crasso Dives, vi
riprovò ma con esito incerto6. I Cartaginesi, riconquistata Petelia,
uccisero alcuni nobili che avevano stretto accordi segreti con i
Romani, disarmati i cittadini e dato le armi agli schiavi,
dichiararono questi ultimi proprietari dei beni dei padroni7, che
cacciati dalla città furono trascinati a Crotone8. Frattanto le
città bruzie della valle del Crati aprivano le porte al console Cneo
Servilio Cepione9, il quale si inoltrò nel territorio di Crotone,
dove avvenne uno scontro sanguinoso10. Nel 203 / 202 Annibale fece
sgombrare Petelia, città rimastagli fedele fino all’ultimo11 e,
prima di partire dall’Italia, fece strage degli Itali, che si
rifiutavano di seguirlo, presso il tempio di Hera Lacinia12.
Terminata la guerra, i Bruzi, ridotti in servitù, furono cacciati da
Crotone e da Petelia ed in queste città ritornarono i nobili.
Crotone divenne colonia romana; nel 194 a.C. il senato vi inviò
trecento cittadini romani13. A Petelia i nobili, ritornati in
possesso dei loro beni, furono ricompensati con sostanziose
indennità dai Romani; la città stessa, per la sua fedeltà, venne
dichiarata libera e federata alle condizioni migliori, divenendo
successivamente “municipio di cittadini romani”14.
Alcune fasi della rivolta di Spartaco (73 /71 a.C.) si svolsero nel
Bruzio. Tentato invano di passare lo Stretto per andare in Sicilia,
Spartaco ruppe l’accerchiamento, riuscendo a passare il fossato che
i Romani, al comando di Marco Licinio Crasso, avevano scavato tra il
mare Jonio ed il Tirreno. In seguito l’esercito servile si rifugiò
sulle colline di Petelia, dove Spartaco sconfisse l’esercito romano
comandato da Tremellio Scrofa, questore di Crasso. Abbandonata
questa posizione favorevole, l’esercito servile si diresse in
Lucania, dove fu definitivamente sconfitto15.
La seconda guerra punica aveva segnato la definitiva decadenza di
Crotone. La città si restrinse vicino all’acropoli, mentre la
colonia romana, che in seguito si insediò, ebbe soprattutto compiti
militari di vigilanza della via jonica, di controllo sul porto,
l’unico esistente tra Reggio e Taranto, e di salvaguardia delle
proprietà e degli interessi dei grandi latifondisti romani.
Espropriati e resi schiavi i Bruzi e mutate le vie commerciali, i
latifondisti romani estesero l’economia basata sull’integrazione tra
la cultura estensiva cereale e la transumanza di mandrie e greggi
tra la marina e la Sila attraverso le valli del Neto e del Tacina.
Altre attività economiche importanti furono lo sfruttamento del
legname e della pece della foresta silana e quello delle miniere di
zolfo, di argento, di sale e di ferro. Lo sfruttamento e
l’esportazione delle risorse contribuirono al degrado economico,
reso più evidente dalla continua opera di spogliazione, sia delle
opere d’arte che dei monumenti. La rapina arrivò a tal punto, che
nel 173 a.C. il censore Quinto Fulvio Flacco trasportò a Roma le
tegole del tempio di Hera Lacinia. Tale fatto fu così grave, che il
censore dovette riportarle indietro, ma esse non furono più rimesse
al loro posto16.
Altre calamità si abbatterono sulla popolazione come il saccheggio
continuo attuato dai pirati, che nel 72 / 70 a.C. depredarono anche
il tempio di Hera Lacinia17, tempio che pochi anni dopo, nel 37(?)
a. C., subì ulteriori devastazioni da parte di Sesto Pompeo durante
la guerra contro Ottaviano18. Mentre Crotone divenne sempre più una
città militare, nella cui rocca è presente stabilmente un presidio
romano, diverso fu dapprima il destino di Petelia che, per il
comportamento tenuto durante la guerra punica, usufruì di un certo
sviluppo economico, soprattutto durante il periodo repubblicano,
facilitato dalla sua posizione di controllo ed imbarco delle
risorse, che dalla Sila attraverso la vallata del Neto fluivano per
essere esportate . Rade fattorie sorgevano nella pianura di Crotone
a destra del Neto (loc. Fico, Cantorato) e lungo i pendii delle
vallate, attraverso le quali si snodavano i sentieri che mettevano
in comunicazione la via romana costiera, collegata agli approdi e
che, come evidenzia la “Tabula Peutingeriana”, passava per Lacenium
– Controna – Petelia -Turio, con le fattorie (Canalicchio,
Giammiglione, Santa Domenica ecc.)19. Un sentiero, che dalla marina
portava verso l’interno, si inoltrava, a destra del guado del Neto,
da Cantorato attraverso Corazzo e contrada Latina proseguiva lungo
la valle sulla destra del fiume.
Più numeroso si presenta l’insediamento umano ed economico a
sinistra del Neto. Dalla località Fasana, dove nelle vicinanze si
trovava la “statio” “Ad Neaetum”, partiva un itinerario verso
l’interno che, attraverso due insediamenti posti nelle colline
vicine, per “Pietra du Trisauro” e la vicina grossa fattoria sulla
collina di Santi Quaranta, risaliva il Vitravo dove in località
Cucumazzo sorgeva una grande fattoria con magazzini. Inoltrandosi
verso l’interno sulla sinistra del Vitravo, la via proseguiva per
Gardea, S. Antonio, Coraciti20 verso le miniere di ferro e
d’argento, che si trovavano nel territorio di Verzino, ed i pascoli
silani. Un altro itinerario risaliva dal Vitravo la vallata del Neto
(presso Belvedere Spinello esistono i resti di una grande fattoria)
e arrivato a Gipso, dove esisteva un insediamento umano, risaliva la
vallata del Lese, diramandosi sulla sinistra dell’affluente Lepre,
dove c’è in località Basilioi (Caccuri) una vasta necropoli di età
romana, ed a destra verso Scuzza - Timpone Castello21, importante
insediamento economico e umano. Sempre tra il Neto e il Lese si
snodava un altro sentiero che dalla confluenza tra i due fiumi,
nelle vicinanze della quale vi erano le saline, proseguiva
attraverso la località Pantano, sede di un insediamento umano,
quindi saliva in Sila22.
Verso il Medioevo
I rari ritrovamenti archeologici ed il buio delle fonti
avvolgono la vallata durante i primi secoli dell’era cristiana. Nel
Quinto secolo essa fu interessata, come il Bruzio, dall’invasione
dei Visigoti, che devastarono la regione e dal saccheggio delle
coste compiute dai Vandali e dai pirati. In seguito il Bruzio fu
occupato dai Goti e fu interessato dalla guerra tra questo popolo ed
i Bizantini.
Nel 547 riaffiora il nome di Crotone. Nel suo porto Belisario, che
si dirigeva con la flotta dalla Sicilia verso Taranto, dovette
trovare riparo a causa di una violenta tempesta. L’imminente arrivo
dell’esercito di Totila lo costrinse a riprendere il mare, non
ritenendo il luogo sufficientemente sicuro23. Giustiniano fece
fortificare le città ed i luoghi importanti per la loro posizione
strategica lungo le principali vie terrestri e marittime. E’ quindi
della metà del secolo VI una fortificazione di Crotone, importante
per la posizione del suo porto, posto tra la Sicilia e la Grecia, e
stazione strategica sulla via ionica. Nel 551 / 552 il presidio di
Crotone, comandato da Palladio, sostenne un lungo assedio da parte
dei Goti, soccorso dai Bizantini via mare, i Goti dovettero
andarsene24. Verso la fine del VI secolo, nel 596, la città fu
conquistata e saccheggiata dai Longobardi, comandati da Arechis,
duca di Benevento; i Longobardi, lasciata la città in rovina,
trascinarono via molti prigionieri nobili per chiederne il
riscatto25.
Poche sono le notizie della vallata relative al periodo compreso tra
il Sesto e l’Ottavo secolo.
Periodo durante il quale l’organizzazione economica e territoriale
greco- romana cesserà definitivamente di esistere, mentre comincia a
formarsi ed a prevalere un nuovo assetto economico e sociale, che
utilizzerà solo in piccola parte la viabilità e le strutture urbane,
territoriali ed economiche precedenti.
Si sa che Crotone, pur ridimensionata e ridotta nel suo ruolo
economico, è una diocesi del Bruzio e confina con le diocesi di
Scylacii (Squillace), Turio e Constantiensis (Cosenza)26,
comprendendo quindi anche la vallata. Essa rimane l’unica città
sulla costa. Durante l’età classica i maggiori centri economici e
commerciali si erano sviluppati lungo la costa e nella pianura
dell’immediato entroterra; con il crollo dell’impero romano si
assiste ad un generale arretramento della popolazione verso
l’interno, con la formazione ed il consolidamento di rocche e
castrum posti sopra rupi inaccessibili. E’ in questo contesto,
caratterizzato dall’incastellamento e dal prevalere di un’economia
basata prevalentemente sul bosco, sul pascolo e sulla transumanza
delle greggi, che avviene il consolidamento degli abitati della
media vallata del Neto (Cerenzia, Caccuri,), situati ad un giorno di
cammino sia dai pascoli della Sila, che da quelli della marina.
La decadenza e l’abbandono di molte città, ville e fattorie sulla
pianura e presso la costa sono evidenziati dalla rovina e dall’oblio
di Petelia e di altri importanti approdi, di cui verrà meno anche il
ricordo. Nella vallata e nella pianura, dove in passato fioriva la
coltivazione cerealicola, ora il bosco, la selva ed il pascolo brado
delle greggi, hanno ripreso il sopravvento, anche se alcune fattorie
continueranno a sopravvivere come quella situata in località
Petrarizzo (Belvedere Spinello)27 e quella di Santi Quaranta
(Strongoli)28. Ritrovamenti archeologici denotano l’esistenza di
insediamenti a Cantorato (Crotone)29, presso l’abitato di Caccuri30,
a Felicia (vicino Timpone Castello)31, in località Cona (tra Verzino
e Pallagorio) e tra la località Cribari e l’attuale Cerenzia
(necropoli secc. X-XI).
Verso la metà dell’Ottavo secolo, a causa del conflitto religioso
tra l’imperatore Leone III l’Isaurico ed il papa Gregorio III,
Bisanzio incamerò i beni del patrimonio di S. Pietro in Calabria ed
in Sicilia e le diocesi del Bruzio vennero sottomesse al patriarca
di Costantinopoli, adottando il rito greco32. In questo periodo si
sviluppa quel fenomeno di migrazione di eremiti e di popolazioni,
dall’Asia verso le sponde dell’Ionio, causata dalla lotta
iconoclasta e dalla avanzata araba. Essi introducono anche nella
vallata del Neto il rito greco, che si concretizzerà con la
formazione di eremi e successivamente con la fondazione dei cenobi
greci dei Tre Fanciulli, di Santa Marina, di Calabro Maria, di
Cabria, di Abbate Marco, di San Michele Arcangelo, Calosuber ecc.
Dopo aver sconfitto, nel 840, la flotta veneziana – bizantina nel
golfo di Taranto, i Saraceni invadono il Crotonese e nell’ 846
distruggono la città di Leonia, forse l’antico abitato su Timpone
Castello presso Cerenzia33 e conquistano Santa Severina, dove si
insediano permanentemente, dominando così la vallata del Neto34. A
Santa Severina vi posero un emirato ed elevarono una moschea35 e ne
fecero un rifugio sicuro. La città fu ripopolata e rinforzata con
gente di Agropoli e di Garigliano, portatavi da un principe di
schiatta aglabita36.
La vallata rimase sottoposta al taglieggiamento dei Saraceni finché
dopo una prima sconfitta dello stratega Massenzio sotto le mura di
S. Severina nell’88337, nell’885 l’esercito bizantino, comandato da
Niceforo Foca, assediata la città, costrinse gli Arabi a cedere a
patti ed ad andarsene in Sicilia38. Secondo alcuni Santa Severina
prese allora il nome di Nicopoli, città della vittoria39. Dopo la
riconquista, al tempo di Leone VI, il Filosofo (886 – 916), essa
viene creata metropolia e tra le diocesi che da lei dipendono c’è
Akeranteias40.
In questo periodo le rocche di Siberene e Akeranteias emergono per
la loro importanza strategica e militare: poste su inespugnabili
rupi naturali, una domina la bassa valle del Neto e l’altra il
passaggio lungo la valle del Lese. Attorno ai cenobi delle comunità
greco eremitiche, che sorgono qua e là nella selva, comincia l’opera
di dissodamento e di colonizzazione del territorio. La diffusa
presenza di toponimi greco- bizantini e l’oblio e la scomparsa di
quelli risalenti all’età classica ci indicano come vasto sia
l’intervento di colonizzazione , che si espande dai monasteri greci
e dai nuovi, arroccati e consolidati abitati di fondazione
bizantina. Essi hanno spesso riutilizzato, come materiale da
costruzione per chiese, monasteri e mura, i resti ed i ruderi di
città, ville, templi, fattorie,ecc., caduti in rovina e sconosciuti,
segno del lungo abbandono intercorso dal crollo del vecchio assetto
territoriale romano e la rinascita del nuovo tardo bizantino.
L’allargamento dei suoli coltivati e l’aumento della popolazione
sono accompagnati dalla comparsa e dall‘aumentare dei mulini, quasi
sempre di proprietà degli abati e dei vescovi.
Nella prima metà del sec. X le ripetute incursioni saracene non
riescono a conquistare Santa Severina che insieme a Crotone sono tra
le poche piazzeforti, che rimangono ai Bizantini41. Gli Arabi si
insediano nel 933 all’ingresso della vallata, distruggendo secondo
una tarda cronaca nel 938 Petelium(?) e rimanendovi alcuni anni.
Il periodo normanno –svevo
Alle ripetute distruzioni causate dalle incursioni dei Saraceni
si aggiunsero, verso la metà del sec. XI, quelle dei Normanni.
Roberto il Guiscardo conquistò la vallata tra il 1059, anno della
caduta di Cariati, ed il 1060, anche se rimasero delle sacche di
resistenza; nel 1065 si arrese dopo strenua resistenza Policastro42.
Il novello dominio normanno fu ben presto scosso dalle due violenti
ribellioni, che ebbero come epicentro le due rocche di S. Severina e
di Cerenzia. La prima avvenne tra il 1072 /1076 ed ebbe per
protagonista Abelardo,figlio di Onfroi e nipote di Roberto il
Guiscardo. Il ribelle si asserragliò nella rocca di Santa Severina,
dove fu assediato per tre anni dalle truppe di Ruggero e del
Guiscardo. In questa occasione fu posto il blocco alla rocca,
costruendo nelle vicinanze tre torri. Il Guiscardo affidò la prima a
Hugo Falloc, la seconda a Rainaldus de Simula e la terza a Herbert
Falloc ed a Tustinus Barodus. Santa Severina cadde nel 107643.
L’altra ebbe per protagonista Mainieri di Cerenzia, che nel 1090 si
rifiutò di partecipare alla spedizione contro Malta. Ruggero,
differita l’impresa, partì dalla Sicilia e si spostò nella valle del
Neto dove assediò il feudatario ribelle, che atterrito si sottomise
al pagamento di una taglia di mille soldi d’oro44. I secoli X e XI
segnano un ‘epoca di grandi distruzioni e di spopolamento; la
decadenza dei monasteri greci ed il loro abbandono è determinato
dalle continue incursioni saracene, dalla guerra tra Bizantini e
Normanni e dalla politica di sottomissione religiosa al potere
papale portata avanti dai Normanni. Il vescovo di Santa Severina
passerà all’obbedienza papale nel 1096, ma il rito greco rimarrà per
molti decenni ancora dominante nella vallata45. Tra la fine del sec.
XI ed il XII secolo ha inizio una nuova rinascita. Protagoniste
economiche di questo periodo accanto ai monasteri greci sono le
nuove abbazie benedettine e cistercensi.
Il primo documento, che noi conosciamo, che ci informa di questa
nuova fase espansiva è la riedificazione46, o meglio la nuova
dotazione ed il ripristino, dell’abbazia greca Calabro Maria di
Altilia, fatta dal vescovo di Cerenzia Polycronio col consenso
dell’arcivescovo di Santa Severina Costantino.
L’abbazia, la cui fondazione è legata alle famose Saline di Neto,
come evidenzia il culto dedicato alla Purificazione di Maria,
riprende vita economica con la concessione del vasto territorio
silano di Sanduca, posto vicino al fiume Ampollino, e con la
conferma dei beni che già possedeva da parte del duca Ruggero nel
1099. Successivamente l’abbazia viene potenziata dal conte Ruggero,
che in Santa Severina il 1° giugno 1115 conferma il possesso di
Sanduca ed aggiunge la concessione di 12 once d’oro annue, da
prelevarsi dai proventi delle regie Saline di Neto. Pochi anni dopo
Ruggero II, confermando le concessioni precedenti, cioè il
territorio di Sanduca e la concessione di 12 bisanzi d’oro dalle
regie saline di Neto, vi aggiunge nel 1149 la possibilità da parte
dei monaci di utilizzare liberamente l’acqua del Neto per costruire
un mulino, la concessione del casale di Coiro ed il libero pascolo
in territorio di S. Severina e di Rocca Bernarda, con l’unico onere
di versare annualmente tre libbre di cera all’arcivescovo di S.
Severina.
Sempre in questi anni il duca Ruggero, Riccardo Senescalco e la
duchessa Adelatia concedono diritti di decima e “libertates et
immunitates” alla chiesa di Santa Severina47.
Nella nuova organizzazione feudale48 e religiosa Santa Severina è
dapprima declassata a vescovato49 successivamente ridiviene
metropolia. Alcune diocesi furono temporaneamente soppresse, altre
compaiono per la prima volta50. Alla metà del sec. XII alla foce del
Neto c’è il porto di Santa Severina, “porto che è al sicuro dai tre
venti”51, e nella vallata emergono per importanza le tre città
vescovili di Strongoli, Santa Severina e Cerenzia52.
Il sec. XII vede una graduale e continua perdita di importanza
religiosa ed economica delle abbazie greche, che situate alle falde
dell’altopiano silano in diocesi di Cerenzia53 dominano il medio
bacino del Neto. Gli ordini latini e antagonisti (Benedettini,
Cistercensi, Certosini) avanzano dai grandi possedimenti della
marina attraverso le due vallate del Tacina e del Neto verso i
pascoli silani54.
Dotata di terre per concessione dei regnanti normanni e soprattutto
dal re di Sicilia Guglielmo II, l’abbazia cistercense di Corazzo nel
1180, sotto l’abate Gioacchino, estende le sue proprietà in
territorio di Strongoli permutando alcune terre con Rogerio figlio
di Leto55. Nel 1195 Enrico VI le concede il pascolo invernale per
duemila pecore a Buchafarium (Bugiafaro) presso Isola ed il pascolo
estivo nella Sila Gemella56. L’abbazia che possedeva già all’inizio
del Duecento la chiesa di S. Eufemia posta nel suburbio di Crotone
detto Sancti Pantelemonis (S. Pantaleone)57, estende i suoi possessi
nella valle alla destra del Neto con la donazione da parte di
Alexander de Policastro del suo tenimento di Castellaccio in
territorio di Santa Severina e del territorio di S. Pantaleone fatta
da Federico II nel 1225, costituendo così un vasto dominio nei
territori di S. Severina e Crotone; comprendente nel territorio di
S. Severina la cultura di Sancti Georgij, il territorio di Foca e
quello di Castellaccio58. Altra presenza nella vallata è quella di
del monastero benedettino di San Michele Arcangelo, situato sul
monte Sant’Angelo in diocesi di Umbriatico e dipendente dalla badia
di S. Bartolomeo di Lipari. Il monastero, di antica origine, è
concesso nel novembre 1107 all’abate Ambrogio da Guglielmo
Carvuneri59.
Anche i Certosini hanno possedimenti nella pianura costiera. Il
monastero di San Stefano in Bosco detiene, nella seconda metà del
sec. XII, alcune proprietà tra l’Esaro ed il Neto dono di
Curbulinus, Rupertus Scalionus e Robertus de Marturano60. Alla fine
del secolo il monastero di San Nicola de Cipullo, dipendente di San
Stefano, viene arricchito da nuove donazioni, allargando così le
proprietà situate presso il monastero ad “Armira” ed a “Cipullo”
vicino alla via che congiunge il monastero con l’abitato di
Strongilito61. Oltre alle chiese dipendenti dalle abbazie ci sono
poi quelle numerose appartenenti ai vescovi, alle dignità ed ai
canonici presso i villaggi omonimi. Ne ricordiamo alcune in diocesi
di Santa Severina: in territorio di Scandale ( S. Domenico de
Turroteo, S. Stefano de Ferrato), di Santa Severina (S. Nicola de
Armirò, S. Maria de Buon Calabria, S. Maria Caprariorum, S. Maria de
Septem Fratribus, S. Michele de Grottari), di Rocca di Neto (S.
Pietro de Semptem Portis); il diocesi di Cerenzia la chiesa Sancti
Clerici, la chiesa di San Martino di Neto, la chiesa di Sant’Angelo
di Neto ecc62.
In questo periodo presentano ancora una certa vitalità il monastero
Calabro- Maria di Altilia, dominante lo stretto passaggio del fiume
da una parte e dall’altra la confluenza delle vallate del Lese e del
Neto e le saline, ed il monastero dei Trium Puerorum alle falde
della Sila su una via di transumanza. Gli altri monasteri greci
dell’Abbate Marco e di S. Maria di Cabria63 e quelli benedettini di
S. Giovanni e di S. Nicola64 sempre in diocesi di Cerenzia, vivono
una vita stentata. A valle ci sono ancora i grandi possedimenti del
monastero greco del Patire di Rossano, frutto delle donazioni
dell’ammiraglio Cristodulo, della contessa di Crotone Mabilia,
figlia di Roberto il Guiscardo, e del figlio Guillelmus ecc. Il
monastero possiede la chiesa di S. Dionisio di Casubono65 con le sue
proprietà, la grangia di S. Helena di Neto vicino al fiume sotto
Rocca di S. Petro de Cremasto o Camastro, il priorato di Santo
Stefano in diocesi di Umbriatico ed uomini a Rocca S. Severina66 .
Vi è poi il monastero cistercense di S. Mauro dipendenza
dell’abbazia di S. Maria di Corazzo67. Altre abbazie presenti con
proprietà nella vallata sono quella greca di S. Angelo Militino in
territorio di Campana68, quelle di S. Angelo e di S. Michele
Arcangelo dipendenza di S. Bartolomeo di Lipari69 e quella di Santa
Marina in diocesi di Umbriatico70.
Nella seconda metà del sec. XII nella bassa valle collinare si
estendono il vigneto e gli alberi da frutto e attorno agli abitati
sorgono gli orti. “Vineae”, “arbores”, “viridarium”, “silva”,
“campum”, “molendinum”, “domus” sono le caratteristiche del
paesaggio agrario della vallata modellato dai grandi proprietari
terrieri che sono: l’arcivescovo di Santa Severina, il vescovo di
Umbriatico, il vescovo di Strongoli, il vescovo di Crotone, i
comites, i domini, i milites e gli abbati dei monasteri greci e
latini71.
Nella parte mediana della vallata predominante è l’economia basata
sull’allevamento ovino e sul bosco che ha per protagoniste i
monasteri greci di Calabro Maria di Altilia, dei Tre Fanciulli
presso Caccuri, dell’Abate Marco in diocesi di Cerenzia (vicino alle
sorgenti del torrente Lepre tra Caccuri e San Giovanni), di S. Maria
di Cabria situata a destra della valle Tardaniello vicino al fiume
Lese.
L’altopiano silano di regio demanio è quasi completamente disabitato
durante l’inverno; mentre d’estate si popola di greggi, che vi
salgono dalla valle, percorrendo gli antichi itinerari, che uniscono
la marina ai casali cosentini. L’unico segno di vita è la presenza
di un “castellum de Sclavis”, situato vicino al guado del Neto, come
ci appare nei primi documenti florensi.
Nel 1189 Gioacchino “andò in detta Sila... e per prima in quella
parte del fiume chiamato Lesa. Ma ben considerato il luogo, e che
non riusciva a proposito, stante l’orridezza del fiume nel verno, e
per la vicinanza alla città di Cerenzia, penetrò più dentro, cioè
nel luogo chiamato Fiore sopra due fiumi Neto e Albo”72, qui costruì
dapprima una cella ed un piccolo oratorio. Ha così origine l’ordine
florense, che caratterizzerà durante il Duecento la storia della
vallata del Neto e della Sila.
Nato da una scissione dell’ordine cistercense, il movimento
florense, approvato nel 1196 da papa Celestino III e successivamente
posto sotto protezione apostolica da Innocenzo III73, perde ben
presto le caratteristiche ascetiche e spirituali e diventa una
potenza economica. Esso si arricchisce di donazioni e di privilegi
concessi dagli imperatori svevi Enrico VI74, la regina Costanza
d’Aragona75 e Federico II76, e dei vescovi di Cerenzia Gilberto77,
Bernardo78 e Nicola79, dall’arcivescovo di Santa Severina Nicola80,
dal conte di Crotone Stefano Marchisorto81, dal conte di Catanzaro
Anselmo de Iustigen82, dal signore di Fiumefreddo Simone de
Mamistra83, dalla contessa Teodora84 ecc. Dalla Sila il movimento si
espande verso la marina soprattutto lungo le vallate del Neto e del
Lese85, entrando ben presto in conflitto sia con il signore Fabianus
e gli abitanti di Caccuri che con i monasteri greci. I Florensi
dominano, o assorbono, i monasteri greci di Cabria86, di Monte
Marco, di Santa Maria di Acquaviva87, dei Tre Fanciulli88 e di
Calabro Maria89. Essi ottengono zone di pascolo sia in Sila, a
scapito del monastero dei tre fanciulli e degli abitanti di Caccuri,
che vicino alla marina ed al fiume Neto presso S. Severina e Rocca
S. Petro di Camastro, entrando in lite con i cistercensi di Corazzo
e con i greci del monastero del Patire90. Nello stesso tempo il
monastero di S. Giovanni amplia le proprie proprietà verso i casali
di Cosenza91 e lungo le vallate dei fiumi Savuto e Cardone92,
controllando l’asse viario che da Cosenza attraverso la Sila si
dirama lungo la vallata del Neto e del Lese verso Crotone e la
marina93.
L’insediamento di una abbazia latina, che godeva l’appoggio dei
regnanti e della gerarchia ecclesiastica, in un’area completamente
grecizzata, porterà ad immediati scontri violenti con le abbazie
vicine, che si sentivano attaccate sia sul piano religioso che sul
godimento di usi e privilegi secolari. Fin dall’insediamento scoppiò
lite tra i Florensi ed i greci del Trium Puerorum. La lotta dal
piano religioso passò subito sulla questione dei pascoli e dopo
alterne vicende si trasformò in scontro, che portò monaci latini e
greci con una moltitudine di pastori a invasioni e saccheggi,
culminati nella distruzione del monastero Bono-Ligno, dipendenza
dell’abbazia di Flore94.Un’altra contesa sorse fra i monaci
cistercensi di Corazzo ed i Florensi per il possesso del monastero
greco Calabro- Maria. Quest’ultimo fin dal 119395 pur mantenendo il
rito greco, era passato sotto obbedienza florense ma, impoverito e
distrutto a causa della carestia96, contando sull’aiuto materiale
dei Cistercensi ottenne nel 1206 di passare a S. Maria di Corazzo.
Poco dopo gli stessi monaci greci ritornarono sotto giurisdizione
florense97. Sorse allora una lunga vertenza tra i due ordini latini
e, poiché non si raggiunse un accordo tra le parti, la questione fu
portata al papa Innocenzo III, che nel 1211 confermò il monastero
greco ai florensi. Ma Federico II nel 1220 e nel 1221 aveva
riconcesso il monastero Calabro Maria ai Cistercensi di Corazzo98.
Il monastero di Calabro Maria oltre che nella concessione della
vasta difesa silana di San Duca poteva godere di alcune proprietà
situate nella bassa valle del Neto in località Bitauro (Santa
Severina), dono di Malagenea99 e nel territorio di Crotone vicino
alle terre “Caramallum” e “Comitis”100 (Brasimato).
L’estendersi dell’egemonia sveva sull’Italia Meridionale riaccende
la controversia tra Papato e Regno di Sicilia sul diritto di
investitura. Nel febbraio 1198, Innocenzo III, riprendendo il
tentativo di subordinare il Regno alla chiesa romana, mentre
invitava il Capitolo di Santa Severina, diocesi di rito e lingua
greca, ad eleggersi il proprio pastore, ordinava ai tre arcivescovi
di Capua, Reggio e Palermo ad adoperarsi per rimuovere l’intruso
imposto dal potere secolare ed ordinava alla regina Costanza di non
opporsi all’elezione canonica101. Crotone e Santa Severina, che
all’inizio del Duecento erano feudi, la prima del conte Raynerius e
poi del figlio Stephanus Marchisottus e la seconda di Petro
Guiscardo102 , godranno in seguito al tempo di Federico II per la
loro importanza strategica lo stato demaniale e di Castrum
imperiali, alla cui difesa sono addetti i milites del presidio
imperiale103.
La lotta tra papato ed impero continuò. Gregorio IX nel marzo 1239
lamenta gli attentati alla libertà della chiesa per cui erano
vacanti diverse chiese del Regno tra le quali Reggio, Cerenzia e
Squillace104. L’imperatore nell’ottobre dello stesso anno ordina di
porre dei baiuli nelle diocesi vacanti di Messina, Reggio, Strongoli
e Rossano105.
I primi anni del periodo svevo sono segnati da spopolamento ed
abbandono, causati da un lungo periodo di carestia. Le “interperie
vel ariditate” determinano la decadenza di monasteri (il monastero
di Calabro Maria è descritto “collapsum ..in rebus temporalibus”),
l’abbandono di casali (“locum in quo fuit casale Berdò”, 1209) , di
chiese ( le chiese di S. Maria di Abbate Marco e di S. Martino di
Neto “quae quondam fuere monasteriola, sed iam ab annis aliquot
desolatas, reductas in reptilium excubias et ferarum”, 1209; Essendo
la chiesa dei Tre Fanciulli, sita nel tenimento di Barbaro e già
cenobio di monaci greci, “desolatam”, è concessa nel 1217 dal
vescovo di Catanzaro Robertus, col consenso del capitolo, al vicino
monastero florense di S. Maria di Acquaviva), di mulini (in flumaria
Lese loco in quo fuit quondam molendinum domini Andreae Grisolemy...
dirutum molendinum, quod fuit ..domini Ioannis Stephanicii”, 1214),
ecc.106. In seguito si assiste ad una fase di crescita. Oltre alle
città di Sancta Severina, Acherontia- Gerentia e Strumbulo-
Strongylus, ci sono i casali, i castrum, i castelli e le rocche di
Bordò, di Caccuri, di Terrate, di Corio, di Rocca S. Petro de
Camastro, di Casubono, di Crepacore, di Turlotio, de “Sclavis” ecc.
; i luoghi e le grangie di Alba, Arenosa, Aqua Frigida, Bitauro,
Brito, Caria, Faraclonus, Fraxinito, Milia, S. Elena ecc., le chiese
ed i monasteri di Abbate Marco, Calabro Maria, di S. Maria de
Cabria, di Bono- Ligno, di Santa Venere, di San Biase, di Santa
Maria de Cromito, di San Dionisio de Casubono, di S. Maria de
Terrate, di S. Marina, di S. Michele, di S. Nicola, di S.Giovanni in
Fiore, dei Tre Fanciulli ecc i tenimenti di Fluce, Ferutuso, Foca,
Gimella, S. Pantaleone, Miloe, San Duca ecc..Questi piccoli e grandi
abitati sono disseminati nella vallata del Neto e dei suoi affluenti
(Vitravo, Ferrato, Lese, Lepre, Ampollino, Arvo).
Nella parte bassa pianeggiante e collinosa a sinistra troviamo la
chiesa di San Mauro106, la grancia di S. Helena di Neto, il
tenimento di Fluce, Rocca S. Petri de Cremasto107, Casubono e
Polligrone; a destra del fiume ci sono la masseria della curia
imperiale del casale di “Cromicti”, la chiesa di Sanctae Euphemiae,
posta nel suburbio di Crotone detto Sancti Pantelemonis- Sancto
Pantaleone, Papanichiforium108, il tenimento di Leuc- Leo de
Cutrone, la chiesa di Sancti Blasij, la chiesa di Sanctae Venneris,
terra Comitis, terra Sanctae Mariae de Arbore, il monastero di S.
Nicola de Cipullo ecc.
Dalla via imperiale che da Crotone attraverso l’Isarim per
Pantanitzia, attraverso Armira lascia ad occidente Cipullo e dopo
aver guadato il Neto, per Strongoli procede verso Taranto, si
diramano le vie ed i transumi, che attraverso le valli e gli
insediamenti umani vanno in Sila.
Proseguendo sempre alla sinistra del Neto, per Polligrone arriva
alla “Salina Neethi”, sotto Altilia, dove si biforca. Una via segue
la riva sinistra del Neto passando per “Forestella” e per il
monastero dei “Trium Puerorum”!, dove si congiunge con la via che si
dirige alla “Terra Caccurii” e a “Gerentia”, sale in Sila. Un’altra
via, a destra del Lese passa per la “Grancia de Burdò” e “gerentia”
e prosegue verso la Sila. Guadato il Neto sotto il “Castellum de
Sclavis” e proseguendo attraverso la Sila verso mezzogiorno si
dirama verso la valle del Savuto (vadum Sabuti) e verso Aprigliano.
Un’altra via importante sale sulla sinistra il Vitravo per “Cinga” e
“Terra Virdae”, prosegue verso il casale di S. Marina. Un transumo
importante inoltre quello che risaliva la vallata del Lese fino a
Cerenzia e Timpone Castello.
Valli e valloni caratterizzano la media valle del Neto dove sorgono
i monasteri, le miniere e le saline. Numerose grotte sono presenti
lungo le vallate del Lese e del Neto. Un’importante laura,
dipendente dall’abbazia Trium Puerorum e composta da numerose grotte
e da una chiesetta rupestre, tutta affrescata con disegni
bizantineggianti è ancora oggi visibile a “Timpa dei Santi”, dove il
Neto esce dai contrafforti silani109.
Continue liti per i pascoli hanno per protagonisti i monaci di Flore
e quelli del Patir. Per porvi termine Federico II incaricò nel
maggio 1223 l’arcivescovo di Cosenza Luca ed il vescovo di Rossano
Terrisio. L’oggetto della contesa era il territorio silano “Trium
Capitum”, posto vicino al guado del Neto e sotto il “Castellum de
Sclavis”, sul quale il monastero di Rossano vantava il diritto di
pascolo, che però era contrastato dai pastori florensi, i quali
avevano bastonato violentemente i pastori del Patir ed avevano anche
sottratto cinquanta pecore.
Gli arbitri nominati dall’imperatore nell’agosto dello stesso anno
riconoscevano il diritto di libero pascolo sul territorio ai pastori
ed alle mandrie del monastero greco, assoggettandolo però alla
prestazione annua di una certa quantità di buono e puro olio da
consegnarsi nel giorno di Natale al monastero florense110. Pochi
anni dopo nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmo è scelto
dall’abbate di Fiore e dall’archimandrita del Patir quale arbitro di
un’altra lite tra i due monasteri, che ha per oggetto la concessione
ed il passaggio dell’acqua dal fiume Neto per l’acquedotto, che
passa sulla proprietà del monastero di Flore, per alimentare un
mulino situato nella grangia di Santa Helena di Neto, sotto Rocca di
S. Petro de Cremasto111. Nel 1240 Federico II ordina il restauro di
tutti i Castrum imperiali tra i quali quelli di Santa Severina e di
Crotone; alle spese devono concorrere i feudatari, i monasteri, i
casali e le terre vicine. Su mandato di Giovanni Vulcano,
provveditore dei castelli imperiali dal fiume Salso a Roseto Capo
Spulico, viene aperta un’inchiesta per verificare se il monastero di
Sant’Angelo di Frigillo, che possiede numerose terre in territorio
di S. Severina dalla parte del Tacina, debba concorrere alle
spese112.
Note
1. Livius, XXIII, 20.
2. Livius, XXIII, 30.
3. Livius, XIV, 2, 3.
4. Plutarchus, Vite parallele, Torino 1958, Vita di Marcello, I,
837.
5. Lenormant F., Op. cit., I, pp. 353 – 354.
6. Lenormant F., Op. cit., II, 131.
7. Lenormant F., Op. cit., I, 353 – 353.
8. Lenormant F., II, 131.
9. Livius, XXX, 19.
10. Livius, XXX, 19.
11. De Sanctis G., Storia dei Romani, La Nuova Italia, 1968, III, 2,
528.
12. Livius, XXX, 20.
13. Marafioti G., Croniche e antichità di Calabria, Padova 1601, p.
165; Lenormant F., Op. cit., II, 133.
14. Lenormant F., Op. Cit., I, 354.
15. Plutarchus, Op, cit., Marco Crasso.
16. Livius, XLIII, 3.
17. Brasacchio G., Op. cit., I, 276.
18. Brasacchio G., Op. cit., I, 281.
19. Sabbione C., In Atti del XVI Congresso di Taranto, 1976, p. 936.
20. Barillaro E., Calabria, Pellegrini 1972.
21. Maone P., Indagini sul passato di Cerenzia vecchia alla ricerca
dell’origine del “locus Scalzaporri”, in Historica n. 2/3; 1961, p.
65.
22. Catanuto N., Caccuri, scoperte archeologiche in località
Pantano, Notizie Scavi, Roma 1931.
23. Procopio, Le guerre , Torino 1977, p. 610.
24. Procopio cit.
25. Lenormant F., Op. cit., I, 347; Vaccaro A., Fidelis Petelia,
Palermo 1933, p. 82; Dito O., Calabria, Cosenza 1972 Rist., p. 227.
26. Siberene, p. 148.
27. Brasacchio G., Op. cit., I, pp. 297 -299.
28. Sabbione C., cit., p. 936.
29. Novaco Lofaro I., Monete aureee di Leone V e Costantino, in
Klearchos, n. 7/8, 1960, p. 76 e sgg.
30. Catanuto N., Importante piatto invetriato scoperto a Caccuri,
estr. da “Faenza”, Faenza 1935, p. 11.
31. Maone P., Indagini cit., p. 65.
32. Russo F., Scritti storici calabresi, Napoli 1957, p. 43.
33. Secondo il vescovo di Cerenzia Filippo Gesualdi la chiesa di
Cerenzia prima era dedicata a S. Leone e successivamente a S.
Teodoro, Rel. Lim. Geruntin. et Cariaten., 1602.
34. Orsi P., Le chiese basiliane della Calabria, Vallecchi 1929, p.
199.
35. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982, p.
175.
36. Erchemperto, Cap. LI; Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia,
Catania 1933, I, 603.
37. Russo F., Storia cit., p. 181.
38. Historia Heremberti Langobardi in Muratori L. A., t. V, 26;
Amari M., cit. I, 583.
39. Russo F., Storia cit., p. 176.
40. Siberene, p. 28; Russo F., cit., pp. 46 -47.
41. Camilli Peregrini Dissert. De Ducatu Beneventano, in Muratori L.
A. , t. V, p. 180.
42. Lenormant F., cit., I, 337; II, 237.
43. Malaterra G., De rebus gesti Rogerii Comitis, Zanichelli 1928,
p.59.
44. Pontieri E., Tra i Normanni nell’Italia meridionale, Napoli
1964, p. 147.
45. In qual secolo sia passata al rito latino Santaseverina, in
Siberene p. 5; Lenormant F., cit., I, 392.
46. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 476 sgg.; Barletta P., Leggi e
documenti antichi e nuovi relativi alla Sila di Calabria, Torino
1864, pp. 3- 9.
47. I privilegi della chiesa di Santa Severina verranno confermati
nel 1183 dal papa Lucio III all’arcivescovo Meleto, Lucio III e
l’arcidiocesi di Santa Severina, Siberene , p. 22.
48. All’inizio del sec. XII Nicola Grimaldo, signore di S. Severina,
fonda un monastero presso il Tacina, Pratesi A., Carte latine, Città
del Vaticano 1958, pp. 27 -28.
49. Siberene p. 4.
50. Siberene pp. 148 -149.
51. Pedio T., I paesi continentali del Mezzogiorno d’Italia nella
descrizione dell’Edrisi (1154), in Calabria nobilissima n. 45/46,
1963, p. 89.
52. Pedio T., cit., in Calabria nobilissima n. 47/48, pp. 24,31.
53. Akerentias (sec. IX), Akeranteias (sec. XI), Acherontia (1170),
Gerentia (1171), Acerentia.
54. Vat. Lat. 7572 , BAV.
55. Vat.. Lat. 7572, BAV.
56. Vat. Lat. 7572, 44v, BAV.
57. Vat. Lat. 7572, BAV.
58. Vat. Lat., 7572, ff.46v, 58, BAV.
59. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982,
p.399.
60. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 206 -211.
61. Trinchera F., cit., pp. 312, 335, 383.
62. Siberene p. 155; de Leo P. ( a cura), Documenti florensi,
Rubbettino 2001.
63. Trinchera F., Syllabus cit., p. 231.
64. Nel 1151 il monastero di S. Trinitatis et S. Michaelis Militense
possiede “S. Johannis et S. Nicolai de Gerentia”, Russo F., Regesto,
I, p. 75; L’abbazia benedettina possedeva la terra di S. Nicola
dell’Alto, Russo F., Storia cit., p. 393.
65. Nel 1198 Innocenzo III conferma al monastero del Patire
“ecclesiam S. Dionysii de Casubono”, Taccone Gallucci D., Regesti
dei Romani pontefici per le chiese della Calabria, Roma 1902, p. 85.
66. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 291 -292, 517-519, 742; Trinchera
F., Syllabus cit., p.138.
67. Vat. Lat. 7572, BAV.
68. Esistono ancora tra il torrente Seccata ed il fiume Vitravo in
territorio di Casabona i toponimi: “Serra di Militino” e
“Militello”. L’abbazia passò poi ai florensi, Russo F., Storia cit.,
p. 417.
69. Situata in diocesi di Umbriatico sul monte Sant’Angelo, Russo
F., Storia cit., p. 399.
70. S. Marina in territorio di Umbriatico di cui ricorre l’abate
Filottato nel diploma del 1182, Russo F., Storia cit., II, 375.
71. Trinchera F., Syllabus cit., pp. 113 sgg.; Scalise G. B.( a
cura) Siberene pp. 4 sgg.
72. Martire D., Calabria sacra e profana, Cosenza 1876/78, Rist.,
Vol. II, 84.
73. L’inventario del monastero florense, in Siberene p. 199.
74. Nel 1195 Enrico Vi dona il territorio dove sorgerà l’abbazia e
concede un’entrata annua dai proventi della Salina del Neto,
Siberene cit., p. 219; L’anno successivo Gioacchino fonda il
monastero di S. Maria di Bonoligno o Colosuber in territorio di
Caccuri, Russo F., Storia cit., p. 414.
75. Nel 1198 la regina Costanza conferma tutti i privilegi ed
aggiunge il libero pascolo per tutta la Calabria e di poter vendere
senza onere alcuno di gabella, nel 1215 concede il territorio di
Bardaro presso il fiume Lese, nel 1216 conferma il possesso della
grancia di Bordò ed ordina a Stefano Marchisortus, conte di Crotone,
di impedire agli abitanti di Caccuri di molestare gli uomini del
cenobio di S. Giovanni in Fiore e di usurpare i diritti che il
monastero gode sui possedimenti silani, Siberene cit., p. 219.
76. Nel 1200 Federico II concede mille passi di terreno in
longitudine e latitudine nel luogo Caput Albi nella parte più alta
della Sila per costruire un rifugio per i monaci; nel 1204 concede
alcuni terreni in località Bairani presso Mendicino; nel 1208
concede Fluce presso Rocca S. Petro de Cremasto, nel 1220 e nel 1221
l’imperatore conferma tutti i privilegi e le concessioni, Siberene
p. 219.
77. Nel 1198 Gilberto, vescovo di Cerenzia, concede a Gioacchino i
due monasteri greci di Cabria e di Monte Marco, Siberene cit.
78. Guglielmo, vescovo di Cerenzia annulla la donazione fatta dal
suo predecessore Gilberto dei due monasteri di Cabria e di Monte
Marco, Bernardo che succede a Guglielmo con il consenso del capitolo
riconferma nel 1209 la donazione e dona al monastero di S. Giovanni
alcune terre e vigneti al censo annuo di una libbra di incenso,
Siberene p. 212.
79. Nel 1217 Nicola, vescovo di Cerenzia, dona alcuni territori
presso la grancia di Bordò e nel luogo detto “lo Salice”. Nel 1219 e
nel 1234 vengono ampliati i possedimenti del monastero nella grancia
di Bordò, Siberene ,p. 212.
80. Bulla Nicolai archiepiscopi S. S.ne concessionis factae
monasterio Floren. sumendi aquam a flumine Neethi et deducendi ad
moklendinum in terris ecclesiae si flumen alveum proprium mutaverit,
in anno 1258, Siberene p. 212.
81. Nel 1210 Stefano Marchisorto dona il territorio di Fontana
Murata e nel 1214 il territorio di Bardari, nel 1215/1216 da
esecuzione al mandato della regina Costanza d’Aragona ed interviene
in favore del monastero i cui possedimenti vengono posti in
discussione dagli abitanti di Caccuri, Siberene p. 249.
82. Nel 1221 conferma e nuova concessione fatta da Anselmo de
Iustigen, conte di Catanzaro, della donazione fatta da Teodora,
contessa di Catanzaro, del possedimento di Feruuliti a Rocca
Bernarda, Siberene, p. 249.
83. Nel 1201 riceve a Fiumefreddo da Simone de Mamistra la donazione
di un territorio per fondarvi un monastero, Siberene, p. 249.
84. Nel 1210 Teodora, contessa di Catanzaro, moglie del fu Rainero
Marchisortuis, conte di Crotone, concede al monastero lqa facoltà di
pascolo e semina nel territorio di Rocca Bernarda, Siberene, p. 249.
85. Nel 1211 Filippo Severitano vende al monastero due parti di
fondi in territorio della città di Acherontia nel luogo detto Brito,
Trinchera F., Syllabus cit., pp. 357, 358; Nel 1228 Gregorio IX
conferma al monastero la donazione della chiesa di S. Maria in terra
La Tercia fatta dal vescovo e dal capitolo di Cerenzia, Russo F.,
Regesto, I, p. 127.
86. Nel 1219 Nicola, vescovo di Cerenzia, definisce i termini della
permuta di alcune terre della grancia di Bordò, già date al
monastero fin dal 1217, Russo F., Regesto, I, p. 118; Nel 1229
Nicola Magidiata e Teodoro donano al monastero di S. Giovanni tre
vigneti posti presso il Neto alla riva S. Orontio e in valle
Buthnisiadorum, Trinchera F., Syllabus cit.,
87. All’abate Pietro dell’abbazia florense di S. Maria di Acquaviva
o di Monacaria era stato concesso dal vescovo di Catanzaro Roberto
col consenso del capitolo nel 1217 la chiesa dei Tre Fanciulli, sita
nel tenimento di Barbari “nunc funditus desolatum, atque destructum,
de quo, cumsit loco vestro vicinum, penuria monasterii, et
fragilitas status vestri remedium consequetur, et sufficiens
fulcimentum”, Ughelli F., cit., IX, 368-369.
88. Nell’agosto 1217 Roberto, vescovo di Catanzaro, concede ai
Florensi i monasteri di S. Maria di Acquaviva, “quae quondam
Monacaria dicebatur”, presso Zagarise e dei Tre Fanciulli presso
Barbaro. La donazione fu confermata l’anno seguente dal papa Onorio
III, Russo F., Regesto, I, pp. 112-113; Ughelli F., Italia cit., IX,
369. Nel gennaio 1218 Onorio III conferma ai florensi il monastero
di Cabria “olim Graecorum nunc desolatum”, già concesso dal vescovo
di Cerenzia Nicola a Gioacchino e la chiesa di Monte Marco, Russo
F., Regesto, I, 112.
89. Il monastero Calabro Maria aveva adottato nel 1193 la regola
florense, tuttavia nel 1206 Federico II lo concesse ai cistercensi
di S. Maria di Corazzo; successivamente Innocenzo III lo attribuì
alla badia di S. Giovanni, Russo F., Regesto, I, p. 115.
90. Tra le numerose liti quella tra i cistercensi ed i florensi per
il possesso dell’abbazia di Calabro Maria, quella tra i greci dei
Tre Fanciulli ed i florensi per i pascoli silani, quella tra i
florensi ed i greci del Patire, Ughelli F., Italia cit., IX,
91. 2Nel 1202, sfidando i rigori dell’inverno silano e superando un
valico di 1600 m, malgrado la sua tarda età, si recò a Canale presso
Pietrafitta, dove era in costruzione il monastero di S. Martino di
Giove, che è l’ultima delle sue fondazioni”, Russo F., La figura di
Gioacchino
92. Siberene p. 212 e sgg.
93. “Le vecchie platee dell’abbazia florense.. ci informano.. di una
“via grande” che dall’altopiano silano portava nella vallata del
Neto e che questa via, dalla quale “calavano li Cosentini”,
attraversandone da ovest ad est il territorio, passava a breve
distanza da Caccuri, Maone P., Caccuri Monastica e feudale, Portici
1969, p. 6.
94. Barletta P., cit., pp. 17 – 24.
95. Fiore G., cit., II, 381 –382.
96. Taccone Gallucci D., cit., , p. 108. La carestia aveva desolato
anche il monastero di Cabria, Ughelli F., cit., IX, 368 –369.
97. C. S. – S: E. Cart. 60 fasc. 1333, ASCZ.
98. Borretti M., L’abbazia cisterciense di Santa Maria di Corazzo,
in Calabria Nobilissima n. 39/40, 1960, pp. 106 –107.
99. Trinchera F., cit., , p. 385.
100. Vat. Lat. 7572, BAV.
101. Maccarrone M., Papato e Regno di Sicilia nel primo anno di
pontificato di Innocenzo III, in Potere e popolo tra età normanna ed
età sveva (1189 – 1210), Centro Studi normanni- svevi, Bari 1983,
pp. 77 –78.
102. Si sa che nel 1204/1205 verteva un’aspra lite tra il conte di
Crotone Stefano Marchisorto e Petro Guiscardo, Pratesi A., cit., p.
216.
103. Nel 1220 Federico II confermando i privilegi dell’abbazia
florense convalida anche le donazioni dei due milites di Santa
Severina, Martire D., cit., II, p. 127; Lo stesso imperatore nel
1222 revoca in demanio imperiale la città di Crotone, integrandola
dei beni e diritti sottratti in precedenza ai cittadini dai conti
Marchisottus, Ughelli F., cit., IX, 371.
104. Russo F., Storia cit., p. 337.
105. Russo F., Regesto, I, p. 138.
106. Il monastero di Santa Maria di Corazzo possedeva “Ecclesiam....
Sancti Mauri cum omnibus possessionibus et pertinentiis suis in
tenimento Stronguli”, Vat. Lat. 7572, f. 47, BAV.
107. Ughelli F., cit., IX, 368 -369; De Leo P. ( a cura), Documenti
cit., pp. 33 sgg.
108. Nel 1214/1215 Bulgarinus Saxi o Tansi è dominus tarrae Sancti
Petri de Camastro, de Leo P. ( a cura), Documenti cit., pp. 55, 62.
109. Nel 1214 dominus Fulcus è dominus Papanichiforii, De Leo P. ( a
cura) Documenti cit., p. 55.
110. L’abbazia Trium Puerorum ancora nel sec. XVI esigeva un annuo
censo sulla Forestella, Maone P., Caccuri monastica e feudale,
Portici 1969, p. 31.
111. Ughelli F., Italia cit., IX, 289; Dito O., La storia calabrese,
Cosenza rist. 1979, p. 139.
112. Ughelli F., Italia cit., IX, 517 – 520.
113. Pratesi A., cit., p. 399.

