[Alcuni avvenimenti storici della Vallata del Neto (parte seconda) ]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 11-14/2004)
Dagli Angioini agli Aragonesi
Passati gli abitati della vallata sotto dominazione angioina,
durante l’avanzare dell’esercito di Corradino, essi si ribellarono e
si schierarono dalla parte di Raynaldo de Ypsigro. Dopo la sconfitta
sveva e la morte di Corradino (1268), i feudatari e gli abati
ribelli vennero espropriati delle terre, che furono concesse a
cavalieri provenzali.
La malvagia signoria
Furono così confiscati i beni dei “traditori” tra i quali quelli
di Goffredo di Cusentia e di Flore Alterius ( in territorio di
Strongoli)1, di Raynaldo de Ypsigro (casale di Crepacore e tenimento
di Foce)2 e quelli che erano del monastero greco di S. Maria la Nova
o dei Tre Fanciulli, che si presentava particolarmente rovinato
(casale di Cutronei e territorio di Coczuli o Cazuli)3. I nuovi
signori sono: Henrico de Cunilla o Cimillis (terra di Strongoli)4,
Johanni Ploivier o Pluvier de Trosilles (Gerentia)5, Petro de
Folioso (terra di S. Leone, Turlotio e Lutrivio)6, Theodorico de
Canz (casale di Crepacore e territorio di Foce)7, Guido e Iordano de
Amantea (Casale di Cotronei e territorio di Coczuli)8, Giordano
Sanfelice (Zorleto, S. Leone, Scandale ecc.)9, Boamondo de Cariato
(Casabona, Verzino, Cerenzia, Caccuri ecc. )10.
Altri feudatari della vallata di quel periodo sono Guglielmo
Brunello, Henrico Ruffo, Roberto de Feritate11, Helia de Gant12,
Iordanus Ruffus13,Guglielmo de Cortiniaco14, l’arcivescovo di Santa
Severina15, Giovanni Rocca16, Fulcone Ruffo17, il vescovo di
Umbriatico18, Alexandro Stephanuccio19, il vescovo di Strongoli20,
ecc.
La tassazione del 1276, pur con i suoi limiti, ci offre una
panoramica della distribuzione della popolazione. Essa ci mostra
come nel periodo normanno- svevo era cresciuta l’importanza degli
abitati fortificati lungo la via costiera ionica e quelli situati a
controllo delle vie interne verso la Sila e ci testimonia l’emergere
di centri commerciali popolosi e fiorenti con una folta presenza di
Ebrei. Predominano le due città fortificate presso la costa di
Cutronum e Strongulum e seguono per importanza economica e
popolazione Caccurium, Gerentia, Tiganum, Bertinum, Casabona, Sancta
Severina,Crepacorium, Torlocium, Gipsus cum Sancto Stefano,
Cutrunei, Scandali, Sanctus Leo, Lucrum, Briaticum, Strongulum et
S.tus Stefanus e Bellumvedere21.
La vallata, che faceva parte del Giustizierato di Val di Crati e
Terra Giordana, viene nel 1280 divisa ed il Neto segna nella nuova
ripartizione amministrativa il confine tra il Giustizierato di
Calabria, al quale sono aggregate le due città demaniali di Crotone
e Santa Severina con i loro casali, e quello di Valle di Crati e
Terra Giordana22.
La Guerra del Vespro
Scoppiata l’insurrezione in Sicilia (1282), gli Angioini, al
comando di Bertrando Artois, costituiscono una linea di difesa lungo
l’istmo di Catanzaro e la valle del Neto23 e si ordina a Bernardo
Enrico ed a Gualtiero di Melficta di fortificare e di rifornire di
generi alimentari e di armi alcuni castelli della regione, tra i
quali anche quello regio di Crotone. All’inizio del 1283 il castrum
di Crotone non era ancora stato riparato dai feudatari delle terre
vicine,che per antica consuetudine erano obbligati a farlo ed era
indifeso per la mancanza di “quarellis et balistis”, mentre
l’approvvigionamento di frumento, miglio, formaggio, carni salate,
aceto, olio ecc. sufficente per un anno e tre mesi, era stato solo
in parte eseguito. Su richiesta del castellano Guglielmo Mascone,
che fa presente la situazione, il re Carlo ordina di sequestrare ed
utilizzare per consolidare la fortificazione, che doveva ancora
essere in gran parte di legno, alcune travi provenienti dal
naufragio di una nave e sollecita sia i rifornimenti, che il tributo
dei feudatari24. In seguito nell’agosto 1283, Carlo, principe di
Salerno, invia Ribaldo de Alemania con cento cavalieri e cento fanti
a custodire e difendere il litorale crotonese25. Le difese delle
coste ioniche vengono rafforzate per fronteggiare un prevedibile
sbarco aragonese26. Sei galee e due galeoni sono inviati nel porto
di Crotone, mentre si rifornisce la città di orzo, di frumento e di
armi per sostenere l’imminente assedio. L’esercito di Pietro
d’Aragona nel 1284 invade la Calabria; Strongoli “senza aspettare la
violenza delle armi vincitrici, guidate da Fortunio Aldobelli, passò
volontario alla devozione di quelli”27. Dopo la cattura da parte
degli Aragonesi del principe Carlo, avvenuta nella battaglia navale
al largo di Napoli, re Carlo ordina a sessantaquattro galee di
lasciare Napoli e, circumnavigata la Sicilia, di riunirsi con il
resto della flotta che è ormeggiata a Brindisi. Il re partito da
Napoli e portatosi a Brindisi con un forte esercito e dato ordine
alle navi di salpare, percorre la via ionica, seguito al largo dalla
flotta. Nel frattempo la flotta che aveva circumnavigata la Sicilia,
“affaticata del lungo cammino appresso la piaggia di Cotrone si
unisce con l’altra armata che venia da Brindisi, e quivi prende
nuove vettovaglie, e tutta la gente si riposano alquanto”. Dopo poco
la flotta, iunita e composta da circa duecento grandi vascelli, e
l’esercito del re vanno all’assedio di Reggio28. Il re ricaccia le
truppe aragonesi fino a Reggio, mentre alla sue spalle Ruggero di
Lauria devasta i centri costieri. Ritiratosi da Reggio e seguendo di
nuovo la via ionica, il re si ferma a Crotone29 dal 17 al 22 agosto,
dove segue personalmente i lavori di fortificazione e, prima di
lasciare la città, nomina Ponzio de Blancfort, capitano a guerra col
compito di difenderla dai nemici “ e per mantenere quelli abitanti
in istato pacifico”30.
Nello stesso anno Ruggero di Lauria devasta la città di Crotone31,
che era stata data in castellania al conte di Catanzaro Pietro
Ruffo32, ed i paesi della costa ionica e della valle del Crati.
Matteo Fortunato, capitano di due mila Almugaveri33, distrugge i
paesi dell’interno e dopo aver “destructum et desolatum” il
monastero di San Giuliano di Rocca Falluca34 ed incendiato il
monastero di S. Giovanni in Fiore35 , devasta i casali di Santa
Marina, S. Nicola de Alto e Marathia36 e scende lungo la vallata del
Neto, mettendola a ferro e fuoco.
Dopo il passaggio delle truppe catalane, la vallata si presentava
particolarmente devastata, anche per la resistenza che esse
incontrarono da parte dei fratelli Ruggero e Lucifero Stefanizia,
uno arcivescovo di Santa Severina e l’altro vescovo di Umbriatico37,
e dei vescovi di Strongoli, Rogerio38, e di Crotone, Nicolò di
Durazzo39. I presuli apertamente si erano schierati dalla parte
angioina e contro i nemici della chiesa romana, opponendosi con le
armi e dovendo poi esulare mentre i loro beni, “a Cathalanis
totaliter consumpta sunt”, furono particolarmente saccheggiati. Per
il loro attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti, essi
furono dal papa Nicolò IV, tramite il Legato nel Regno di Sicilia,
il vescovo prenestino Bernardo, ricompensati con altri benefici
ecclesiastici40. Morto il re Carlo I nel 1285 e prigioniero l’erede,
Crotone ritornò in potere degli angioini dopo il trattato di
Campofranco (1288) e la liberazione di Carlo II d’Angiò.
Ritornata la valle in potere degli Angioini, Strongoli viene data da
Carlo II in feudo ad Americo de Possiaco (Ponziaca)41, Cariati,
Casabona, Verzino, Cerenzia e Caccuri sono concessi a Gentile di San
Giorgio42, i casali di Cotronei e Santa Venere al milite Andrea de
Pratis43, il castello di Belvedere a Giovanni Monfort44, mentre
Crotone e Santa Severina con i loro casali rimangono in demanio
regio45. La guerra non cessò in Calabria, ma continuò tra alterne
vicende. Più volte gli abitati subirono il saccheggio ora dell’uno
ora dell’altro, mentre i tradimenti e le improvvise e frequenti
incursioni dal mare46, con sbarco delle bande dei due contendenti,
portavano devastazioni e stragi47.
Nel 1289 Ruggero di Lauria si impadronì del porto di Crotone,
tentando di soccorrere Catanzaro, che aveva alzato le bandiere
aragonesi, ma sconfitto presso Cutro, dovette reimbarcarsi48.
Ritornata nuovamente Crotone in mano agli Aragonesi, Giacomo
d’Aragona vi mandò a presidiarla Riccardo di Santa Sofia, ma questi
nel 1291 passò dalla parte angioina, consegnando la città49.
Riconquistata nuovamente da Ruggero di Lauria nel 1292, Crotone
ritornava per opera di Ugo Rosso agli Angioini nell’agosto del
129450.
Il conflitto divenne più violento quando nell’estate del 1296
Federico II d’Aragona passò con un esercito lo Stretto e ricacciò le
truppe angioine dalla Calabria. Durante la tregua stipulata tra
Pietro Ruffo, conte di Catanzaro, e Ruggero di Lauria, mentre le
città si arrendevano agli Aragonesi, re Federico, che stava
acquartierato davanti alla città di Crotone, aspettandone la resa,
spostò l’esercito contro la città di Santa Severina dove, confidando
sulla natura del luogo, l’arcivescovo Lucifero Stefanizia si era
asseragliato nella rocca e non voleva né arrendersi, né accettare la
tregua51. Il re assieme a Ruggero di Lauria, vista l’impossibilità
di prendere con la forza la città, ritenuta inespugnabile, la
costrinse alla sete, ponendo il blocco ed impedendo agli abitanti di
approvvigionarsi alla fonte52. Allora l’arcivescovo, vista
l’impossibilità di sostenere a lungo l’assedio, chiese le stesse
condizioni di due mesi di tregua, poste dal conte Ruffo. Passato il
tempo la città si consegnò a Blasco d’Aragona, vicario del re.
La valle ritornò l’anno successivo agli Angioini e venne ripartita
tra numerosi feudatari: Pietro Ruffo, conte di Catanzaro (Cotronei
ed altre terre)53, Matteo Aquini (marchese di Casabona)54, Goffredo
Caiazza (alcune terre a Strongoli)55, Isabella de Possiaco (
Strongoli)56, Francesco de Riso ( Cerenzia e Caccuri)57, Giovanni de
Monterlernis58 ecc. Santa Severina e Crotone rimasero città
demaniali. Mentre permane ancora in tutta la vallata il rito greco,
alla metropolia di Santa Severina risultano soggette le diocesi di
Umbriatico, Cerenzia, Isola, Strongoli, Belcastro ed il nuovo
vescovato di San Leone “grecus”, piccolo casale alla destra del Neto
su di una collina tra Crotone e Santa Severina; mentre la diocesi di
Crotone rimane soggetta all’arcivescovo di Reggio.
Peste e tirannia
Cessate le ostilità con la pace di Caltabellotta, conclusa nel
1302, l’anno dopo comincia l’opera di ricostruzione del monastero di
San Giovanni in Fiore, a cui sono chiamati dal papa Bonifacio VIII a
concorrere il guardiano dei frati minori di Messina con una colletta
di 30 once ed i grandi possidenti, che per il loro aiuto potranno
usufruire di una indulgenza di 100 giorni59. Sempre per facilitare
la rinascita della vallata, il duca Roberto esenta l’arcivescovo di
Santa Severina Lucifero Stefanizia, i feudatari e le università
della vallata dalla prestazione delle tasse del legname per le
galee60.
Lo stesso re Carlo II nel 1306 accoglie la supplica del vescovo di
Umbriatico e concede facilitazioni a coloro che sono accasati, o che
andranno a ripopolare i suoi casali rovinati di Santa Marina, San
Nicola dell’Alto e Maratea, favorendo così l’incremento delle
rendite vescovili, messe a repentaglio dall’abbandono delle terre
coltivate61.
Accrescono lo spopolamento e la fuga della popolazione, oltre alle
gravi devastazioni causate dalla guerra, la tirannia insopportabile
della miriade di feudatari e la conflittualità tra questi, i vescovi
e gli abati. Milizie delle opposte fazioni si scontrano nelle città
e nelle campagne. Umbriatico a causa della guerra e della crudele
tirannia del feudatario62 risulta deserta ed in rovina, tanto che il
papa Giovanni XXII incarica l’arcivescovo di Santa Severina di
trasferire la sede vescovile in un luogo più adatto (Ypsigrò),
mentre i beni della chiesa sono stati occupati con la forza dai vari
feudatari dei paesi della diocesi63. In seguito lo stesso feudatario
di Umbriatico, Cantono de Messina, chiede ed ottiene l’esenzione dal
pagamento delle tasse regie per la durata di dieci anni a favore di
coloro che andranno a popolare la città64. A Strongoli il feudatario
Guglielmo de Eboli si impossessa del territorio di “San Basilio” o
“Cursimanda” e di altri beni della mensa vescovile e costringe il
vescovo Ruggero alla fuga65. Altra lite vede di fronte il vescovo di
Cerenzia e Francesco de Riso, feudatario di Cerenzia e Caccuri. Il
vescovo protetto dalla potente famiglia di appartenenza, i Faraco di
Santa Severina, occupa illegalmente e percepisce i frutti e non
permette al feudatario di disporre delle sue terre66. Le liti si
ampliano investendo vescovi e feudatari anche delle città vicine:
l’arcivescovo di Santa Severina è incaricato di inquisire il vescovo
di Cerenzia, in quanto il presule ha commesso molti crimini e tra i
vari delitti ha fatto bastonare ferocemente una donna su richiesta
della sua concubina67. Anche alcune terre del monastero di San
Giovanni in Fiore sono state occupate o concesse illegalmente ed il
papa Clemente VI incarica l’arcivescovo di Cosenza di intervenire,
per reintegrare il monastero68.
Le numerose bolle papali di Clemente VI, Urbano V e Gregorio XI, che
sollecitano l’arcivescovo di Cosenza a recuperare i beni
dell’abbazia, cadono però quasi sempre nel vuoto. I confini di molti
fondi sono spariti ed ormai da molti anni hanno cambiato
proprietario, altri sono stati concessi illecitamente da abbati
compiacenti e non torneranno più all’abbazia69.
Nei primi decenni del Trecento si assiste ad un massiccio attacco da
parte dei feudatari e degli aristocratici sia alle libertà
cittadine, sia agli antichi diritti delle popolazioni sulle terre
demaniali e sui corsi. Gli stessi “homines” di Crotone devono
sopportare la sempre maggiore invadenza del “Dominus Petrus (Ruffo)
de Cutrono”, milite, consiliere e familiare di re Roberto, secreto
magistro del sale e argento e delle foreste di tutto il ducato di
Calabria, così come è descritto in un documento del 130970.
Mentre a Crotone la popolazione si ribella all’esproprio degli
antichi diritti sulle terre e dà vita a sommosse violentemente
represse71, Roberto d’Angiò, per fronteggiare le usurpazioni sempre
più frequenti del regio demanio, incarica nel 1332 Giovanni Barile e
Paolo di Sorrento di stabilire i confini della regia Sila72. L’anno
dopo un editto dello stesso re, confermando la Sila demanio regio,
ne descrive e ne stabilisce concretamente i confini, includendo in
essa sia la Sila regia, cioè sottoposta alla giurisdizione del regio
baglivo, sia la Sila badiale. Facendo presente i diritti della Regio
Corte ed i diritti degli abitanti dei casali cosentini, egli inoltre
indica alcune prestazioni fra le quali le decime e stabilisce le
pene contro gli usurpatori73. Ormai quasi tutte le terre sono
infeudate; solo alcune per la loro particolare posizione strategica
godono del privilegio regio. Un editto della regina Giovanna Ia del
1346 ricorda tra le poche terre demaniali le città di Crotone e di
Santa Severina74; città che hanno goduto quasi ininterrottamente di
questo privilegio fin dai regni di Carlo I e di Carlo II d’Angiò.
L’effetto devastante della peste, le guerre per la successione nel
regno e la fuga della popolazione, causata dalla violenza e dal
giogo baronale, determinano nella seconda metà del Trecento e nei
primi anni del Quattrocento il mutamento del paesaggio agrario.
Molti casali spopolano, alcuni divengono feudi rustici; tra questi
ricordiamo Gipso, Polligrone75, Turrotio, Malapezza, S. Petro de
Camastro, Tigano, San Stefano, Casale Nuovo, Scandale, la masseria
regia ed il casale di Cromicto, San Leone76 ecc. Il decadere dei
casali e la riduzione delle superfici coltivate fanno avanzare
l’incolto, la selva ed il pascolo brado.
Specialmente durante il breve regno di Carlo III di Durazzo (1382 –
1386), nel biennio 1382/1383 la fame e la pestilenza desolarono gli
abitati. Il conflitto, originato dallo scisma papale con l’elezione
nel 1378 di Urbano VI seguita dopo poco da quella dell’antipapa
Clemente VII, causò un lungo periodo di conflittualità. L’appoggio
dato dalla regina Giovanna I al papa avignonese, scatenò le ire di
Urbano VI, che le oppose Carlo di Durazzo. La guerra per la
successione nel regno di Napoli che vide fronteggiarsi Carlo III di
Durazzo, marito di Margherita nipote e presunta erede della regina
Giovanna I, e Luigi I d’Angiò, adottato dalla regina poco prima di
morire( 27 luglio 1382), imperversò per le uccisioni e le
distruzioni operate dalle soldatesche mercenarie dei due
contendenti. La ribellione si prolungherà nel ducato di Calabria
anche dopo la morte dell’angioino (21 settembre 1384), in quanto
operarono a lungo i nemici ed i ribelli, sotto la guida del potente
feudatario Tomaso Sanseverino77.
Per alleviare il decadimento economico, i feudatari danno vita a
tentativi di ripopolamento, che continueranno anche durante il
Quattrocento con l’inserimento di genti provenienti da fuori
regione. E’ del 1389 una concessione data da Carlo Ruffo, conte di
Montalto e signore di Verzino e Casabona. Il conte, nel tentativo di
consolidare la terra di Verzino e di mettere a frutto le sue
proprietà, esenta dal pagamento di casalinatico tutti gli abitanti
che, abbandonato il casale di Lutrò, fossero andati ad abitare
quella terra. La concessione sarà confermata dalla figlia Covella
Ruffo nel 1427, segno del permanere dello spopolamento78.
Angioini e Durazzeschi
Durante la guerra per la successione vinta da Carlo III di
Durazzo contro Luigi d’Angiò, Nicolò Ruffo, figlio di Antonello e
conte di Catanzaro, partecipò dalla parte dei Durazzo. Per i servizi
resi al padre e per averlo dalla sua parte, Ladislao, figlio di
Carlo, concesse nel 1390 a Nicolò Ruffo il titolo di Marchese di
Crotone e molte terre (Strongoli, Santa Severina ecc.)79. Nella
successiva guerra vinta da Ladislao contro Luigi II d’Angiò, Nicolò
Ruffo si schierò con gli Angioini. Ripreso in Calabria lo scontro
tra Angioini e Durazzeschi, la rivolta si estese a Crotone, Santa
Severina, Strongoli, Policastro, Reggio e a molte altre città.
Ladislao cercò di giungere ad un accordo con il ribelle Nicolò Ruffo
di Calabria, marchese di Crotone e conte di Catanzaro, ed il 4
aprile 1404 gli confermò tutti i privilegi e le immunità ma
inutilmente. Verso la fine di giugno 1404 Ladislao mosse da Napoli
verso la Calabria ed in breve, all'inizio di agosto era già di
ritorno, privò il marchese di quasi tutti i suoi possedimenti
comprendenti più di 15 terre e di 40 castelli tra i quali Santa
Severina, Bisignano, Seminara, Grotteria e Castelvetere. Il re con
le sue truppe assediò Santa Severina, ottennendone la resa, e
Strongoli80. Crotone fu assediata ma resistette a lungo, grazie
anche all'aiuto prestato dal re Luigi II D'Angiò che, accogliendo la
richiesta di aiuto del marchese, aveva inviato due grosse navi dalla
Provenza, cariche di armati, per presidiare Crotone e Reggio. Dopo
un lungo assedio cadeva la città di Crotone e Nicolò Ruffo se ne
andava in esilio in Francia. Il Marchesato fu allora dato a Pietro
Paolo da Viterbo. Il 6 agosto 1414 moriva Ladislao e saliva al trono
la sorella Giovanna II d'Angiò Durazzo.
Una nuova rivolta vedeva come contendenti il francese Giacomo conte
di La Marche, tenuto in prigione dalla moglie Giovanna II, e
l’amante di questa Sergianni Caracciolo. Pietro Paolo da Viterbo e
quasi tutte le terre si schierarono per il di La Marche. Nell'estate
1417 le truppe regie del luogotenente Antonuccio dei Camponeschi di
Aquila devastavano le città ribelli e le proprietà di Pietro Paolo
da Viterbo, marchese di Crotone e conte di Belcastro. Sempre in
quell'anno moriva Luigi II d'Angiò e succedeva, ereditandone i
diritti, il figlio Luigi III che con l'appoggio del nuovo papa
Martino V (1417-1431), che nel dicembre 1420 lo dichiarerà erede del
regno di Napoli, del condottiero Muzio Attendolo Sforza e di parte
del baronato tentò la riconquista. Luigi III, designato nel 1419 dal
partito filoangioino erede di Giovanna II, e invitato a lasciare la
Provenza e venire nell'Italia meridionale per far valere i diritti
ereditari, quando tentò di raggiungere il regno, fu ostacolato dalla
regina che adottò Alfonso V, re di Sicilia (di Aragona e Sardegna),
e lo nominò erede e duca di Calabria (1421) e, chiamatolo, lo oppose
all'angioino. Nell'agosto 1420 Luigi sbarcava a Castellammare e
metteva il campo ad Aversa; dopo poco all'inizio di settembre
sbarcava a Napoli l'esercito aragonese, seguito nel giugno dell'anno
dopo dallo stesso re Alfonso che accolto dalla regina prese dimora a
Castel Nuovo. Si accendeva così la guerra tra i filoangioini ed i
filoaragonesi che vide impegnato in Calabria anche Nicolò Ruffo che,
rientrato in possesso dei suoi feudi, cercò di contrastare
l'avanzata delle truppe aragonesi che, al comando di Giovanni de
Ixar, affluivano dalla Sicilia. Mutio Attendolo Sforza, sostenitore
di Luigi III, mandò in Calabria il figlio Francesco, col titolo di
vicerè. Allo Sforza si unirono molti feudatari, tra i quali il
Ruffo, e numerose città tra le quali Santa Severina. La guerra
investì anche le terre del marchese di Crotone e quelle della
vallata del Neto, situate alla frontiera, tra la Calabria
meridionale, occupata dagli Aragonesi, e quella settentrionale,
controllata dagli Angioini. Crotone, Santa Severina, Strongoli,
Caccuri e gli altri paesi della vallata parteggiarono per Francesco
Sforza, vicerè di Calabria per Luigi III d’Angiò. La guerra tra
Alfonso d’Aragona e Luigi III d’Angiò si prolungò tra alterne
vicende fino al 1434, anno in cui morì in Calabria il re angioino.
Sempre in questi anni Luigi III, nel dicembre 1423, concedeva a
Enrichetto de Cerseto l’assenso alla vendita del feudo di Santo
Stefano, in territorio di Santa Severina; confermava a Covella
Ruffo, duchessa di Sessa, le terre già concessale dai regnanti
precedenti, che comprendevano tra l’altro Casabona, Rocca di Neto,
Caccuri, la città di Cerenzia con la salina di Meliati, la terra di
Verzino, la città di Umbriatico ecc; ordinava , nel maggio 1424, ad
Antonio Hermenterii di intervenire accogliendo la richiesta di
Ruggero Sanseverino, conte di Tricarico, che protestava per gli
abusi commessi nella città di Strongoli dal marchese di Crotone e
conte di Catanzaro Nicolò Ruffo; confermava la demanialità della
città di Santa Severina, anche se limitandola, nominandone i
capitani: Roberto de Marano di Cosenza (1425), Paolo detto Ammirato
di Salerno (1425) e Luigi Galeota di Napoli (1431)81. Luigi III
rinnoverà anche in seguito a Luigi Galeoto le entrate della città di
S. Severina; concessione che sarà confermata al Galeotto anche da
Renato d’Angiò nel 143882. Sempre in questi anni, il 4 aprile 1431,
Ludovico III, figlio della regina Giovanna II, ordinava al capitano
di Santa Severina di aiutare l’arcivescovo di Santa Severina,
Antonio Sanguagalo, o il suo procuratore, nell’esazione delle decime
dagli animali che pascolavano in tutta la diocesi83.
In questo periodo la maggior parte delle terre e dei casali della
vallata appartengono alle due famiglie dei Ruffo.
Sulla riva sinistra, Umbriatico84, Verzino, Cerenzia (al cui
vescovato è unito nel 1437 quello nuovo di Cariati)85, Caccuri,
Rocca di Neto86 appartengono a Covella Ruffo di Montalto, mentre
sulla riva destra Nicolò Ruffo possiede il Marchesato di Crotone ed
un’annua provvigione di 4000 ducati sui proventi della Salina di
Neto87. Rimangono fuori da questa grande ripartizione tra i due rami
dei Ruffo, la città demaniale di Santa Severina, Strongoli88,
Cotronei e Santa Venera89 ed alcuni feudi rustici90.
L’occupazione aragonese
Con la sconfitta di Renato d’Angiò nel 1442 il Regno di Napoli
passò definitivamente in mano ad Alfonso D’Aragona. Il Marchesato di
Crotone con la morte di Nicolò era passato alla figlia Giovanella e
da questa alla sorella Errichetta, che nel 1439 concesse al
monastero di S. Maria di Altilia il territorio di Alimati91.
Errichetta sposò Antonio Centelles, che divenne marchese di Crotone
e signore di molte altre terre tra le quali anche Santa Severina,
che in questi anni cominciò a perdere la condizione demaniale92.
Ribellatosi ad Alfonso d’Aragona, il re nel 1444 scese con
l’esercito in Calabria per domare la ribellione.
Nel novembre del 1444 l’esercito del re, seguendo la via della
marina ionica, pose il campo ed assediò Cirò93, poi si accampò
presso il fiume Neto94 quindi assediò Santa Severina95 e Crotone.
Nel dicembre, mentre assedia la città di Crotone, Alfonso concede al
nobile Ciriello Malatacca da Casobono l’immunità dal pagamento delle
tasse dei focolari per 25 anni a favore del castrum di Cinga (
Zinga), di cui è feudatario, a causa della povertà della terra96 e a
Roberto de Astore di Catanzaro un’annua provvigione vitalizia di
ducati 100 sui diritti e le entrate della Salina di Santa
Severina97. Sempre in questo periodo Alfonso conferma i privilegi e
le concessioni dell’abbazia di S. Maria di Altilia98, privilegi che
saranno poi confermati dal figlio Ferdinando nel 1471, quelli
dell’abbazia di S. Giovanni in Fiore99 e quelli dell’arcivescovo di
Santa Severina, al quale riconosce il possesso del feudo di Santo
Stefano ed il corso di Casale Nuovo100.
Dopo il passaggio dell’esercito di Alfonso, il Crotonese si
presentava particolarmente desolato e spopolato. Molti casali erano
stati distrutti e le città che avevano subito l’assedio erano state
saccheggiate e date alle fiamme. La distruzione era così vasta che
il papa incaricò il vescovo di Strongoli ed altri di sopprimere il
piccolo vescovato di S. Leone e di ridurre la sua cattedrale a
chiesa parrocchiale101 ( Tuttavia l’ordine non ebbe seguito). La
stessa città di Crotone era stata bombardata, rovinata nelle sue
fortificazioni, saccheggiata e devastata da un violento incendio,
che aveva distrutto anche la cattedrale102. I beni dei Ruffo sono
posti in demanio. Dalle terre feudali comincia la fuga degli
abitanti verso le nuove città demaniali103. L’introduzione
dell’istituto della commenda nei monasteri ne accelera la decadenza
economica. Alla fine del 1451 il papa Nicolò V nomina Antonio
Genovisio abate di S. Maria di Altilia ma il re , ribadendo il regio
patronato sull’abbazia, gli contrappone Enrico delo Mayo. Quando
sembra che la commenda debba andare al Genovisio, Alfonso riconferma
la concessione allo Moyo, essendo stato quest’ultimo eletto
dall’abbate di San Giovanni in Fiore, al quale solo spetta la
nomina104. Mentre proseguono le liti tra il re ed il papa per la
nomina degli abati commendatari, i beni dei monasteri sono usurpati
dai nobili, che usano liberamente le proprietà badiali. Molti
terreni del monastero di Santa Maria di Corazzo sono occupati dai
nobili di S. Severina, Strongoli, Crotone105 ecc.; alcuni fidatori
delle mandrie e delle greggi dei casali di Cosenza, che hanno avuto
in fitto il territorio di Iuca, detto anche Fluce o Finca,
dall’abbazia di San Giovanni in Fiore, sono predati dei loro animali
dagli sgherri sia di Bonaccorso Caposacchi, che da quelli del
principe Marino Marzano, principe di Rossano e feudatario della
Motta di Neto, in cui si trova il territorio, che non riconoscono i
privilegi di cui gode l’abbazia106. Liti per i pascoli, con scontri
armati e morti, vedono di fronte gli abitanti dei casali cosentini e
quelli di Cerenzia e Caccuri per la definizione dei confini e dei
diritti sui territori silani107.
Il Centelles fu privato del Marchesato e della Contea di Catanzaro a
causa della ribellione108 e le città di Crotone e di Santa Severina
ritornarono in demanio. Nel 1445 Alfonso confermava a Marino
Marzano, che aveva sposato la figlia Eleonora d’Aragona, “..terram
Casiboni, Rocham Neti, Civitatem Gerencia cum salina miliati qua est
in eius tenimento, terram Caccurij cum jure plateaci et cum salinis
Sanctigeorgij que sunt in eius tenimento, terram berzini .. “109.
Pochi anni dopo questa concessione, Marino Marzano vende alcune di
queste terre, Umbriatico e Rocca di Neto, a Luca Sanseverino, conte
di Tricarico110. Sempre in questi anni, Alfonso concede la
castellania del castrum di Santa Severina al nobile Petro Boca de
faro111, il quale in seguito viene nominato governatore a vita della
città e del suo distretto112. Il Boca de Faro con altri armati
custodisce oltre al castrum di Santa Severina anche la torre del
casale di San Mauro113.
Morto Alfonso, nel 1459 il Centelles, radunate alcune soldatesche,
si spostò in Calabria e si impossessò con la forza del Marchesato.
Per arginare la ribellione, Ferdinando inviò dapprima truppe,
comandate da Carlo di Montfort e da Alfonso d’Avalos, che
sconfissero il Centelles nel maggio dello stesso anno114.
Ma la rivolta non fu domata, accanto al Centelles ed al principe di
Taranto erano scesi in campo numerosi baroni calabresi tra i quali
anche Marino Marzano, principe di Rossano e feudatario di Rocca di
Neto, e Ioannetto Morano, feudatario di Cotronei115. Nell’agosto del
1459 Ferdinando scese con l’esercito in Calabria ed assediò Le
Castella e Crotone, che gli resistettero, mentre ebbe a patti Santa
Severina, Cirò ecc. Alcune terre ribelli, come Rocca di Neto, in
tale circostanza subirono il saccheggio e la devastazione 116. La
suocera del Centelles, la marchesa di Crotone e signora di Amantea
Margherita de Poitiers o de Pictavia, che si trovava assediata nella
città di Crotone, trattò la resa117. In seguito il Centelles, che
era stato imprigionato, riuscì a liberarsi ed ottenuto l’indulto e
la promessa di ritornare in possesso dei suoi feudi (24 giugno
1462), dopo la sconfitta dei filoangioini, divenne nel 1464 principe
di S. Severina ed ebbe una rendita di 1000 ducati annui dai proventi
delle saline di Neto. Ma pochi anni dopo, all’inizio del 1466118 fu
catturato a tradimento e portato nelle carceri di Napoli.
I feudi del Centelles furono confiscati e parte furono incamerati
nel demanio ed amministrati per molti anni dalla Regia Corte119.
Nel 1466 le città di S. Severina e di Crotone con i loro casali
erano ritornate in demanio120 come pure i numerosi feudi, che Marino
Marzano possedeva nella vallata121 . I due principali protagonisti
della rivolta furono entrambi incarcerati. Nel 1479 la Contea di
Cariati con le sue terre (Umbriatico, Verzino, Cerenzia, Caccuri,
Rocca di Neto ecc.) , che era stata confiscata a Marino Marzano, fu
concessa da Ferdinando a Geronimo Riaro, signore di Imola e visconte
di Forlì, che poi la cedette al conte di Sarno Francesco Coppola122
Pochi anni dopo la Contea assieme a Strongoli123 fa parte dei feudi
di Geronimo Sanseverino, principe di Bisignano, marito di Irene
Castriota, che ripopolò alcune terre della vallata con popolazioni,
che fuggivano a causa dell’avanzata turca124 . Lo stesso re aveva
confermato a Bonaccorso Caposacchi da Firenze delle terre feudali
vicino Rocca di Neto125, aveva staccato Casabona ed altre terre
dalla Contea di Cariati, concedendole dapprima a Bordone de Galera.
In seguito Ferdinando vendeva nel 1472 Casabona al conte di
Montella, Diego Cavaniglia, assieme al feudo Cucumazzo ed a S.
Nicola dell’Alto126. Ioannetto Morano nel 1476 fu reintegrato tanto
dei feudi “dello Trivio seu Sancta Vennera in le pertinence de
Melissa quanto d’Ypsigrò e di Cotronei”127. Anche il figlio del fu
marchese Antonio Centelles, Antonio, ritornò in possesso di parte
dei feudi paterni, eccetto Crotone e Santa Severina, pur mantenendo
il titolo di marchese di Crotone128.
Temendo il pericolo di invasioni dal mare, durante il decennio
1467/1477 si ha notizia di costruzione di torri nei luoghi
marittimi. Tra il 1467 ed il 1469 il re Ferdinando concede ad Enrico
d’Aragona la licenza di edificare una torre nel casale di Crepacore
con ufficiali e altro e sappiamo che tra il 1471 ed il 1477 erano in
costruzione alcune torri marittime tra le quali una in territorio di
Strongoli129.
Il pericolo turco
Per sfuggire all’avanzata turca numerose popolazioni,
provenienti dalla penisola balcanica, cominciano ad insediarsi nella
vallata, ripopolando vecchi abitati. Prendono così vita sul finire
del Quattrocento i casali di San Nicola dell’Alto e di Carfizzi.
Dopo la caduta di Otranto in mano dei Turchi, le fortificazioni
della costa ionica furono rafforzate; nel 1482 iniziano le
riparazioni di quelle di Crotone130, di Santa Severina,131 di
Cerenzia132e di Cariati. Tutte le attenzioni del potere sono ormai
rivolte a reperire denaro per utilizzarlo per sostenere le spese per
la difesa del regno e per la fortificazione delle città costiere,
trascurando quelle dell’entroterra. Gli interventi regi, per
favorire la sicurezza dei luoghi marittimi a scapito degli abitati
interni e di quelli privi di mura, determineranno nel tempo la
vendita delle ultime città demaniali, la loro decadenza e la perdita
delle libertà civiche.
Due anni dopo Girolamo Sanseverino, principe di Bisignano, è assieme
ad Antonio Centelles, uno dei protagonisti della Congiura dei Baroni
(1485 – 1487)133. Soppressa la ribellione, nel 1487 Ferdinando
conferma all’università di Crotone le grazie già concesse ed in
particolare che gli uomini possano far pascolare il loro bestiame
sui terreni della loro città134. Nel 1488 Strongoli, dove nel corso
di Serpico ci sono ancora “gente d’armi”135, è amministrata dalla
Regia Corte. Nel 1487 Francesco Coppola, coinvolto nella Congiura
dei Baroni, fu spogliato della contea di Cariati, che passò poi nel
1494 a Goffredo Borgia, principe di Squillace, in occasione del suo
matrimonio con Sancia d’Aragona136. Francesco Ferrari de Colle de
Taberna nel 1495 comprò per 1000 ducati dal re Ferdinando il feudo
di San Stefano in territorio di Santa Severina137. Per fronteggiare
l’imminente invasione da parte dell’esercito francese di Carlo VIII
i castelli regi della regione sono potenziati; fra questi oltre a
quello di Crotone è annoverato anche quello di Strongoli138. Con la
discesa di Carlo VIII (1495), Strongoli ed altre terre vicine
passarono ai Francesi, mentre Crotone rimase fedele agli Aragonesi e
la nobiltà cittadina si adoperò a soffocare la ribellione ed a
recuperare le terre ribelli. Successivamente però il territorio
crotonese fu oggetto della scorreria dei ribelli che “havevano
pigliato oltre molti huomini, sei mila capi di bestiami”139 e Carlo
VIII, nello stesso anno, investì del titolo di marchese di Crotone
Guglielmo Poitiers, discendente dalla famiglia della suocera del
marchese di Crotone Antonio Centelles140.
Nel 1496 il re Federico d’Aragona vendette la città di Santa
Severina con i suoi casali, la città di Policastro, Castella, Rocca
Bernarda, castello di Hypsigrò e Crepacore e ducati 300 annui sopra
i diritti e funzioni ficsali ad Andrea Carafa141 col titolo di conte
di Santa Severina, per ducati 9000 con le solite clausole. Il Carafa
tuttavia non riuscirà ad entrare in possesso dei feudi per
l’opposizione degli abitanti. Solamente con l’arrivo degli Spagnoli
verrà domata la ribellione e la città di Santa Severina dovrà subire
il giogo feudale. Una volta entrato in possesso del feudo il Caraffa
si adopererà a perseguire crudelmente i ribelli ed a fortificare i
suoi feudi142 ; soprattutto a ricostruire e potenziare i castelli
feudali di Santa Severina e di Le Castella. Il principato di Cariati
comprendente Umbriatico, Verzino, Cerenzia, Caccuri e Rocca di Neto,
viene confermato nel 1497 ai Borgia di Squillace143 In questo stesso
anno Federico conferma i privilegi della città di Crotone144 e
Giorgio Raglia entra in possesso dei casali albanesi di Belvedere e
Malapezza145 Anche Bernardino Sanseverino, principe di Bisignano fu
reintegrato nel 1499 della “Civitatem Strongoli cum casali Sancti
Blasij et feudo dicto de Venere”146. Sul finire del Quattrocento
molti casali sono stati abbandonati, altri cominciano ad essere
ripopolati da genti provenienti da levante, che fuggono a causa
dell’avanzata turca. Resistono i vecchi centri murati di Crotone,
Santa Severina, Strongoli, Cerenzia, Umbriatico, Caccuri, dove è
segnalata la presenza di popolose giudecche.
Durante la guerra franco – spagnola (1502-1503), la città di Crotone
parteggia per gli Spagnoli, mentre gli abitati vicini sono per i
Francesi. Il presidio spagnolo è assediato e prossimo a soccombere,
per tale motivo vengono inviati via mare quattrocento fanti spagnoli
per proteggere la città dai nemici147.
Note
1. Reg. Ang., VI, 116.
2. Reg. Ang. IV, 115.
3. Reg. Ang. VIII, 16; IX, 271; Russo F., Regesto, I, p. 153.
4. Reg. Ang. VI, 116, 156; VIII, 187; Strongoli fu poi data in feudo
a Henrico Girardo, Reg. Ang. XXVII, 339, 433.
5. Reg. Ang. III, 199, 201; Reg. Ang. IV, 104; La città passò poi in
feudo a Palmerio de Corsiliers , Reg. Ang. IX, 274, e quindi a
Icterio de Mignac o Mignat, Reg. Ang. XXVII, 194, 234, 326, 407.
6. Reg. Ang. XXVII, 194, 234, 326, 407.
7. Reg. Ang. IV, 115.
8. Reg. Ang. VIII, 16; IX, 271. Ritornarono poi nuovamente in
possesso dell’abbazia, Reg. Ang. VII, 161; VIII, 16; IX,271.
9. Campanile F., Dell’armi ovvero insegne dei nobili, Napoli 1680,
pp. 104-105.
10. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p. 14.
11. Reg. Ang. IX, 274.
12. Reg. Ang. VI, 116.
13. Reg. Ang. IX, 271.
14. Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL n. ½,
1962, pp. 13-14.
15. Reg. Ang. XXVI, 41.
16. Nel 1278 ebbe concessione di terreni nei pressi di Strongoli, De
Lorenzis M., Catanzaro III, Catanzaro 1968, p. 559.
17. Nel 1275 Carlo I dava disposizione perchè il feudo Malapezza
occupato illegalmente da Guglielmo de Cortiniaco fosse restituito a
Fulcone Ruffo, Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello,
ASCL n. ½, 1962, pp. 13-14.
18. Possedeva i casali di Marathia, S. Nicola e Santa Marina,
Ughelli F., IX, 527. Il vescovo di Umbriatico era feudatario con il
titolo di barone di S. Marina, Maratea e Motta, Rel. Lim.
Umbriaticen., 1724; Ancora nel sec. XVII la mensa vescovile di
Umbriatico riscuoteva duc. 25 per decima dai fondi Bufalarizzo,
Militino e Sirangili posti in territorio del casale di S. Nicola
dell’Alto e di Casabona, Russo F., Regesto, VII, pp. 48,49.
19. Reg. Ang. VIII, 283.
20. Da tempi immemorabili il vescovo di Strongoli percepiva le
decime sul pascolo di animali nei quattro corsi di Virga Aurea, S.
Mauro, Serpito e Zuccaleo, Rel. Lim. Strongulen., 1753.
21. Tassazione del 1276: Cutronum unc. 140 tar. 28 gr. 16 (ai quali
è da aggiungere la tassa versata dagli Ebrei- Iudei Cutroni unc. 19
tar.12 gr. 12); Strongulum unc. 114 tar. 11 gr. 8; Caccurium unc. 47
tar. 16 gr.16; Gerentia unc. 41; Tiganum unc. 33 tar. 25 gr. 16;
Bertinum unc. 30 gr. 12; Casabona unc. 29 tar. 29 gr. 8; Sancta
Severina unc. 27 tar. 1 gr. 4; Crepacorium unc. 24 tar. 9 gr. 12;
Torlocium unc. 18 tar. 2 gr. 8; Gipsus cum Sancto Stefano unc. 12
tar. 3; Cutrunei unc. 9 tar. 4 gr. 12; Scandali unc. 8 tar. 18 gr.
12; Sanctus Leo unc. 6; Lucrum unc. 4 tar. 3 gr. 12; Briaticum unc.
3 tar.4 gr. 4; Strongulum et S.tus Stefanus unc. 2 tar. 18 gr. 12;
Bellumvedere unc. 2 tar. 8 gr. 8, Minieri Riccio C., Notizie
storiche tratte da 62 registri angioini, Napoli 1877, p. 215.
22. Reg. Ang. XXII, 89.
23. Minieri Riccio C., Memorie della guerra di Sicilia. Negli anni
1282, 1283, 1284, in ASPN, Vol. I, 1876, p. 97.
24. Reg. Ang. XXVI, 21-22.
25. Reg. Ang. XXVI, 147.
26. Reg. Ang. XXVI, 160.
27. Fiore G., cit., I, 231.
28. Saba Malaspina, Istoria delle cose di Sicilia (1250-1285), ion
Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni napoletani, Napoli 1868,
Vol. II, 397.
29. Runciman S., I Vespri siciliani, Dedalo 1971, p. 325.
30. Minieri Riccio C., Memorie cit., p. 520.
31. “Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana (1250-1293), cap.
LXXXII.
32. Fiore G., cit., III, 419; Lenormant F., cit., II, 141.
33. Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana (1250 – 1293), cap.
LXXXII, pp. 56 –58.
34. Vat. Lat. 7572, f. 51, BAV.
35. Russo F., Regesto, I, 1495.
36. Ughelli F., cit, IX, 527; Russo F., La diocesi, la cattedrale ed
i vescovi di Umbriatico, in Calabria Nobilissima, n. 43, 1962; Russo
F., Regesto, I, 246.
37. Russo F., Regesto, I, 1270.
38. Russo F., Regesto, I, 1274.
39. Ven. dom. Nicolao episcopo Cutronensi, provisio pro solulitate
servanda spoliatus fuit dicta... et omnibus eius bonis ab hostibus,
Reg. Ang. (1289 –1290), XXXII, 255.
40. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti
vaticani, in ASPN, 1961, p. 207 e sgg.
41. Vaccaro A., Fidelis Petilia, Palermo 1933, p. 90; Fiore G.,
cit., III, 186.
42. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p. 14;
Siberene , p. 312.
43. Nel 1292 Per i servizi prestati al re Carlo I d’Angiò, il milite
Andrea de Pratis veniva investito dei feudi dei casali di Cutronei e
di Santa Venere, Reg. Ang. XXXVIII, 54; Cotronei farà parte anche
dei feudi di Pietro II Ruffo, Maone P., Notizie storiche su
Cotronei, in Historica n. 4 /1971, pp. 218 –219.
44. Giovanni Monfort, essendo stata occupata la Sicilia dal re
Pietro d’Aragona ed avendo quindi perduto i feudi che vi aveva, ebbe
da Carlo d’Angiò S. Mauro, Ipsigro, hoggi detta lo Zirò, Fiscaldo e
Montepavone..... e poscia il castello di Belvedere”, Campanile F.,
cit., p. 41.
45. “La citta pred.a havea per privilegi de Re Carlo primo e secondo
che la citta pred.a non possa esser donata a barone nullo”, Un
prezioso documento del secolo XV, in Siberene p. 160.
46. Si ha notizia che galeoni armati a Crotone, ov’era capitano
Guglielmo Galcerando, scorazzavano nel 1290 per le coste di Terra
d’Otranto e di Val di Crati, vi catturano barche anciorate e
lasciano discendere gente che fa rapina e stragi nelle terre vicine,
Reg. Ang. XXXII, 158.
47. Re Carlo II d’Angiò conferma e concede privilegi ai cittadini di
Crotone che resistono all’assalto delle bande siciliane, Reg. Ang.
XXXVIII, 27.
48. Lenormant F., cit., II, 142.
49. Bartolomeo di Neocastro, cit., cap. CXXI.
50. Pontieri E., Un capitano della guerra del Vespro: Pietro (II)
Ruffo di Calabria, in ASCL, 1931, p. 510.
51. Nicolai Specialis, Historica Sicula, Lib. III, cap. X, in
Muratori t. X, pp. 975-976; L’inventario del monastero florense, in
Siberene p. 212.
52. Si fa riferimento molto probabilmente alla fonte che si trovava
fuori della porta della piazza dalla parte di ponente poco distante
da dove sorgeva il monastero dell’Osservanza e delle cui acque di
buona qualità si servivano i cittadini. All’interno della città
esistevano solo cisterne, la più importante delle quali si trovava
nel mezzo del Piano detto Il Campo, Un apprezzo della città di S.
Severina (1687), in Siberene pp. 99 sgg.
53. Fiore G., cit., I, 219.
54. Matteo Aquini fu prima del 1297 marchese di Casabona. Casabona
passò poi a Gentile San Giorgi la cui figlia Tomasa la portò in dote
ad Amerigo de Sus; Pietro de Sus , figlio di Amerigo, ne ebbe
l’investitura da Roberto d’Angiò nel 1309, Fiore G., cit., III, 219.
55. Campanile F., cit., p. 296.
56. Nel 1297 la città di Strongoli era stata dichiarata demanio
regio ma ai primi del Trecento ritornò ad Isabella Possiaco che la
tenne fino al 1306, Vaccaro A., cit., pp. 90 –91.
57. Maone P., Caccuri cit., p. 14; Matteo de Riso ed Enrico suo
fratello furono signori di Cerenzia. Francesco ebbe dal padre le
signorie di Cerenzia e Caccuri ed altri feudi nella zona di Crotone.
Tali feudi furono ereditati dal figlio Alessandro che morì senza
prole per cui i feudi stessi tornarono in demanio, De Lorenzis M.
cit., III, 539.
58. All’inizio del Trecento (1304) ricorre al re Giovanni de
Monterrlenis che era stato privato di alcuni vigneti e terre site in
Cirò, Strongoli e Umbriatico dal conte Ruffo di Catanzaro, in
Pontieri E., Un capitano della guerra del Vespro: Pietro Ruffo (II)
di Calabria, ASCL, 1931, p. 526.
59. Russo F., La guerra cit., p. 215.
60. Dito O., cit., p. 133.
61. Ughelli F., cit., IX, 527; Gli abitati di S. Marina, Maratea e
Motta distrutti a causa della guerra rimarranno feudi rustici, Rel.
Lim. Umbriaticen., 1735.
62. Russo F., Regesto, I, 2446.
63. Russo F., La guerra cit., pp. 216-217; Sempre in questo periodo
l’arcivescovo di Santa Severina veniva incaricato di indagare e di
punire il vescovo di Cerenzia che si era macchiato di molti delitti,
Dito O., cit., p. 139.
64. Maone P., Precisazione sulla storia feudale di Umbriatico e
Briatico, in Historica n. 1/1968, pp. 30 –31.
65. Russo F., La guerra cit., p. 217; Nel 1321 “Carlo figlio di
Roberto ordina al Giustiziere di Val di Crati di accertare i fatti,
di punire i colpevoli e di restituire Ruggero alla sua sede”, Russo
F., Regesto, I, 259; Successivamente nel 1349 Strongoli fu cncessa a
Ruggero Sanseverino, conte di Mileto e rimase ai Sanseverino fino al
1390, anno in cui fu data a Nicola Ruffo, Vaccaro A., Fiderlis
Petelia, cit., p. 96.
66. Maone P:, Caccuri monastica cit., pp. 14 –15.
67. Dito O., cit., p. 139.
68. Russo F., La guerra cit., p. 219.
69. Barletta P., Leggi e documenti antichi e nuovi relativi alla
Sila di Calabria, Torino 1864, pp. 58-59; Il 5 maggio 1382 Carlo III
di Durazzo “dispone pagarsi al monastero di S. Giovanni in Fiore, la
somma di 50 bisanti di oro, o il valore di essi in 60 carlini
d’argento, ossia la somma di 10 once d’oro. Questa rendita il detto
monastero percepiva a titolo di decima sui proventi delle Saline di
Neto nel tenimento di Santa Severina”, Barone N., Notizie storiche
tratte dai Registri di Cancelleria di Carlo III di Durazzo, in ASPN
a. XII, fasc. I, p. 16. Il 20 gennaio 1383 lo stesso re conferma
l’annua concessione di tomola 12 di sale al monastero di S. Maria la
Nova, Barone N., cit., p. 193.
70. Vat. Lat. 7572, f. 57v, ASV.
71. Brasacchio G., Storia economica della Calabria, Effe Emme 1977,
II, pp. 306 –308.
72. Dito O., cit., p. 125.
73. Barletta P., cit., pp. 54 –57; Il limite della Sila dalla parte
della vallata del Neto era così descritto “...vadit ad vallonem de
Afari in confinio Campane et descendit per ipsum vallonem usque ad
flumen de Laurenzana et ascendit per ipsum flumen ad serram de
Minera et vadit ad serram Alexandrella et descendit ad locum dictum
ortum de Menta et abinde vadit ad sanctum Nicolaum de perdice et
vadit per terram Nicolai de Laurenzana et exinde vadit ad portium et
descendit usque ad flumen neti et ascendit ad hominem mortuum supra
Cutroneos et abinde descendit ad flumen Tacine..”; Successivamente
vennero costruiti dei pilastri di confinazione dove c’erano delle
pietre con iscrizione R. S. (Regia Sila). Essi furono posti per
ordine del presidente Valero (1663) del presidente Mercader (1721) e
del preside Buonastella (1775) nelle località: ... Principio del
vallone del cavaliero, Serra della Minera, a destra della strada
dell’Irto del ferro, alla medesima linea destra dell’Irto del ferro,
Serra d’Alessandrella a Campo di Mazza, Timpone de’ Bovi,m orto
della Menta, Timpone della Menta, Perdice alla fiumara di Joele,
chiesa di S. Marco di Clavia, Crocevia Arduino, Colle della
Giumenta, Serra di laurenzana, in piedi l’acqua della Stragola,
principio del vallone di Lepore, vicino la strada di Abate Marco,
Porto o Porzio, Cerza del Quarto, Sasso al Montetto d’Acquafredda,
chiesa di santa Maria Trium Puerorum, Li Gruttusi, Vorga Negra, Riva
del fiume Neto all’imboccatura d’Ambolino, Colle d’Antonello, sotto
la strada della Carrara, uomo morto sopra il fiume Tacina..”,
Barletta p. cit., pp. 269 e sgg.
74. Dito O., cit., 114.
75. Il feudo rustico di Polligrone fu ceduto per 75 once il 24
febbraio 1343 da Carlo I Ruffo conte di Montalto a Pietro de Frisia.
In seguito passò alla figlia Lucente di Frisia e poi al figlio di
costei Antonello d’Eboli e quindi a Tomaso d’Eboli, Pellicano
Castagna M., Storia cit., IV, 152.
76. Il 20 marzo 1405 il papa Innocenzo VI liberava dalla
corresponsione il vescovo di San Leone Geminiano a causa della sua
povertà, Russo F., Regesto, II, 9144.
77. Barone N., Notizie storiche tratte dai Registri di Cancelleria
di Carlo III di Durazzo, ASPN, 1887, fasc. II, p. 207.
78. Giuranna G., Storia di Umbriatico: Dal Medioevo alla conquista
spagnuola, in Studi meridionali, fasc. I, 1971, pp. 22- 26.
79. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri
angioini dell’archivio di stato di Napoli, Napoli 1877, p. 99;
Fasanella d’Amore di Ruffano R., Memorie storiche di Bisignano,
Documenti, Cosenza 1965, p. 81.
80. Nel 1402 il re concesse i beni della città ad Antonio Romano da
Policastro per servizio “prestito in reductione dictae civitatis ad
fidem nostram”, Vaccaro A., Fidelis cit., p. 97; Summonte G.,
Historia della città e del regno di Napoli, Napoli 1748, III, 489.
81. Orefice I., Registro della Cancelleria di Luigi III d’Angiò per
il Ducato di Calabria, 1421 – 1434, ASCL 1977- 1978, p. 295, 307.
82. Campanile F., cit., p. 287.
83. Di Vari privilegi per la Sede di Santaseverina, in Siberene p.
230.
84. Rinaldo d’Aquino comprò da re Ladislao il feudo di Umbriatico e
Iacopello d’Aquino nel 1447 lo vendette a Covella Ruffo, Campanile
F., cit., pp. 226 –227.
85. Covella Ruffo, avendo ottenuto da papa Eugenio IV di trasformare
la chiesa di S. Pietro di Cariati, che era stata cappella di
iuspatronato dei Ruffo, in cattedrale con tutti i privilegi che ne
derivano, e di unirla a quella di Cerenzia, donò al vescovo
Giovanni, primo vescovo di Cariati e Cerenzia, 10 once d’oro annue
provenienti dai diritti di passaggio, dogana e fondaco di Cariati.
Successivamente non potendo più il vescovo esigere le 10 once dai
diritti di passaggio, dogana e fondaco di cariati, Marino Marzano
nel 1448 concesse al vescovo di riscuotere la stessa cifra
dall’affitto del corso di Malapezza che il Marzano possedeva in
territorio di Rocca di Neto, Siberene , Documenti di Archivi.
Diploma dell’anno 1448, p. 376 e sgg.
86. Verzino, Cerenzia, Rocca di Neto, caccuri ecc. passarono da
Carlo Ruffo di Montalto a Polissena, moglie di Francesco Sforza, e
alla sua morte a Covella Ruffo che li portò in dote ad Antonio
Marzano, in maone P., La Contea di Cariati, ASCL n. ¾, 1963, pp. 318
–319.
87. Pontieri E., La Calabria a metà del secolo XV e le rivolte di
Antonio Centelles, napoli 1963, p. 183.
88. Strongoli fu da Ladislao data in feudo a Giacomo Gargano, la
concessione fu riconfermata da Giovanna II, in Campanile F., cit.,
p. 244;” Solo nel 1417 ricompare nel dominio della famiglia
Sanseverino”, Vaccaro A., Fidelis cit., p. 97.
89. Nicolò Morano nel 1360 acquistò Cotronei, De Lorenzis M.
Catanzaro cit., III,p. 440; Trivio e Santa Venera furono concessi da
Ladislao a Teseo Morano che possedeva per concessione dei conti di
Catanzaro tre suffeudi rustici: “ li cotronei”, “dela fiumara” e “de
domino federico”, in Zangari D., Le colonie Italo- Albanesi di
Calabria, Napoli 1940, p. 135.
90. Nel 1445 l’arcivescovo di Santa Severina possedeva il feudo di
santo Stefano ed il corso di casale nuovo, in Siberene, p. 230.
91. C.S. – S. E. – Cart. 60, fasc. 1333, ASCZ.
92. Un prezioso documento del secolo XV, in Siberene p. 160.
93. 8.11.1444 Campo presso Cirò, Fonti Arag. I, XXIV.
94. 12.11.1444 Campo presso il fiume Neto, Fonti Arag., I, XXIV.
95. 29.11.1444 Alfonso concede presso S. Severina privilegi alla
chiesa di S. Severina, in Di vari privilegi per la Sede di
Santaseverina, Siberene, p. 230.
96. Fonti Arag., I, 61. I feudi di Cinga, Xiloppico e Carnevale
passeranno alla figlia Elisabetta Malatacca e quindi al figlio di
costei Giovanni Pipino, Falanga M., Il manoscritto da Como, Riv.
Stor. Cal., n. 1/2, 1993, p. 260.
97. Fonti Arag. I, 39.
98. C. S. – S. E. – Cart. 60 fasc. 1333, ASCZ.
99. L’inventario cit., Siberene p. 232.
100. Di vari privilegi per la Sede di Santaseverina, Siberene p.
230.
101. Russo F., Regesto, II, 11151.
102. Zangari D., cit., pp. 1 sgg.
103. Brasacchio G., cit., II, 22.
104. Mazzoleni J. ( a cura), Il “codice Chigi” un registro della
Cancelleria di Alfonso I d’Aragona re di Napoli per gli anni 1451 –
1453, Napoli 1965, pp. 175 sgg.
105. Mazzoleni J. ( acura) Il “Codice Chigi” cit., p. 23.
106. Il principe di Rossano sequestra un gregge ad Iacopo Russo di
Casole, Fonti Arag., II, 81 –82; L.rae Reg.s Alphonsi directae
Viceregi Provinciae Cal. ae de provisione summarie facienda super
spolio territorii de Finca facto per Bonaccursiu Camposaccu, anno
1457, In Siberene, L’inventario cit., pp. 242, 249.
107. Barletta P. cit., pp. 81 –82; Capialbi H., Instructionum cit.,
p. 268.
108. Giampietro D., Un registro aragonese della Biblioteca Nazionale
di Parigi, ASPN ,Napoli 1884, pp. 267 sgg.
109. Zangari D., cit., p. 138.
110. Vaccaro A., cit., p. 97.
111. Fonti Arag. I, 61 –62.
112. Fonti Arag. I, 73.
113. Fonti Arag. I, 72 –73. Nelle richieste che l’università di S.
Severina fa a Ferdinando nel 1460 c’è anche quella della distruzione
della torre di S. Mauro ritenuta inutile e solo fonte di spese, in
Un prezioso documento cit., Siberene p. 167.
114. Pontieri E., La Calabria cit..
115. Maone P., La Contea cit., pp. 318 –319; Capialbi H., cit., p.
266; Zangari D., Le colonie cit., p. 138.
116. Il 10 ottobre 1459 Ferdinando era accampato a Belcastro dove
rinnovò i privilegi della chiesa di Isola, Processo grosso cit., f.
416. Nel 1464 Ferdinando d’Aragona concesse l’esenzione dai
pagamenti fiscali per 10 anni all’università di Rocca di Neto in
considerazione del saccheggio e dell’incendio sofferti, Gallo
Cristiani A., Storia della Vergine SS. di Setteporte protettrice di
Rocca di Neto, Cosenza 1937; Giampietro D., Un registro aragonese
nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ASPN, 1884, fs. 2, p. 284.
117. Giampietro D., cit., pp. 284 –285.
118. Secondo una fonte Antonio Centelles fu costretto a sposare
Costanza Morano dal fratello Ioannetto, avendogli il principe ucciso
il padre in una rissa di caccia, Capialbi H., Instructionum Regis
Ferdinandi Primi Liber, ASC, 1916; Ioannetto Morano, figlio di
Teseo, ereditò il castello di Cotronei nel 1456. Egli possedeva
anche Carfizi, De Lorenzis M. cit. III, 440.
119. Pontieri E., cit.
120. Un prezioso cit., Siberene p. 172.
121. Zangari D., Le colonie cit., p. 138.
122. Maone P., La Contea cit., p. 318 sgg.
123. Processo grosso di fogli 572 della lite che Mons. Ill. mo
Caracciolo ha fatto con il Duca di Nocera per il detto vescovato
nell’anno 1564, f. 474, AVC.
124. Dito O., cit., p. 243.
125. Fonti Arag., III, 136; Zangari D., Le colonie cit., pp. 138
sgg.
126. Il feudo di Casabona passerà poi a Giovanfrancesco Sanseverino,
conte di Caizzo, e quindi nel 1501 a Ferrante d’Aragona, Zangari D.,
cit., p. 140; Maone P., Casabona feudale, Historica n. ¾, 1964, p.
144; Pellicano Castagna M., Storia dei feudi cit., II, 1.
127. Zangari D., Le colonie cit., p. 137.
128. Dito O., cit., p. 251; Lenormant F., cit., II, 145.
129. Falanga M., Il manoscritto da Como, Riv. Stor. Cal., n. !/2,
1993, pp. 251, 253.
130. Fonti Arag. IX, 3-29; Lenormant F., cit., II, 145.
131. Russo F., Regesto, II,12687.
132. Trinchera F., Codice aragonese o sia Lettere regie, Napoli
(1866 – 1868), Vol. III, pp. 222- 223.
133. Dito O., cit., p. 251.
134. Mazzoleni J., Regesto della Cancelleria aragonese di Napoli,
Napoli 1951, p. 61.
135. Processo grosso cit., f. 474.
136. Pellicano Castagna M., Storia dei feudi cit., pp. 89-91.
137. Fiore G., cit., III, p. 327; Siberene p. 238.
138. 30 gennaio 1495. Il conte di Alife comunica al tesoriere di
Calabria che dal primo febbraio si debbono licenziare i compagni il
cui numero superi il previsto nei castelli di Strongoli…, Mazzoleni
J., Gli apprestamenti difensivi dei castelli di Calabria Ultra alla
fine del Regno Aragonese (1493 –1495), In ASPN a. XXX (1944 –46), p.
142.
139. Nola Molise G. B. cit., 196.
140. Lenormant F., cit., II, 146.
141. Processo grosso cit.
142. Costituzioni della città e stato di Santaseverina, in Siberene
p. 292.
143. Galasso G., Economia e società nella Calabria del Cinquecento,
Napoli 1967, p. 20.
144. Nola Molise G. B., cit., p 196.
145. Zangari D., cit., p. 140.
146. Fasanella d’Amore di Ruffano R., cit., p. 83.
147. Pieri P., La guerra Franco- Spagnuola nel Mezzogiorno (1502-
1503), ASPN, 1952, p. 29.

