[Alcuni avvenimenti storici della Vallata del Neto (parte terza) ]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 15-19/2004)
Il Viceregno / Il Cinquecento
Passato il Regno di Napoli sotto il dominio spagnolo, nel 1503
Consalvo de Cordoba, in nome del re di Spagna, confermò al Caraffa
il possesso dei feudi ed il titolo di conte per i servizi resi
contro i Francesi, titolo poi riconfermato nel 1506 dal re
Cattolico1. Sempre in questi anni con privilegio del 20 giugno 1504
il re Cattolico conferma il feudo di Polligrone ai fratelli
Bernardino ed Antonio d’Eboli, feudo che poi passerà a Francesco
d’Eboli. Lo stesso re, il 5 maggio 1507, concedeva a Giovan Battista
Spinelli la contea di Cariati, compresa la città di Cerenzia, nel
territorio della quale il conte successore Ferrante Spinelli, prima
della metà del Cinquecento, ripopolava con genti venute da levante
il casale di Belvedere e fondava il casale, che da lui prese il nome
di Montespinello2. Casabona ed altre terre andavano in feudo a
Ferrante d’Aragona3 e la città di Strongoli, tolta dapprima ai
Sanseverino, perché si erano schierati con i Francesi, fu poi a
questi nuovamente concessa4. I feudi di Cotronei e Carfizzi, che
erano rimasti a Ioannetto Morano, che aveva aiutato il principe
Federico al tempo della “Congiura dei Baroni”5, passarono ad Enrico
e nel 1507 al figlio Luca Antonio, che ottenne l’investitura di
Santa Vennera “cum territoriis Trivij, Carfide”. Il figlio Giovan
Francesco Morano alienerà nel 1563 “Scarfizzi” al cosentino Giovan
Filippo Badolato6. Sempre all’inizio del Cinquecento l’ultimo
marchese di Crotone, Antonio Centelles, catturato e fatto schiavo
dai pirati, è lasciato morire in prigionia assieme al figlio nel
1505, nonostante tutti i tentativi fatti dalla moglie Leonora di
riscattarlo7.
La ribellione di Santa Severina
Nel 1512/1513 gli abitanti di Santa Severina e degli altri feudi
della contea, credendo morto in battaglia il conte Andrea Caraffa,
stanchi dell’oppressione feudale, si ribellarono e chiesero di
ritornare in regio demanio. Fu inviato Bernardo Villamarino, conte
di Capaccio e luogotenente del Cordova, con duemila armati e cento
cavalli per domare le numerose ribellioni, che erano scoppiate in
Calabria. La ribellione di Santa Severina durò a lungo e fu
soffocata in maniera sanguinosa. I beni dei ribelli furono
confiscati e molti furono messi a morte. Ancora nel 1515 duravano le
conseguenze, come evidenziano alcune suppliche del Caraffa al
vicerè. Il conte sollecitava l’intervento regio, affinché fossero
catturati e giustiziati alcuni ribelli, che erano riusciti a fuggire
dalla contea ed avevano trovato rifugio nelle vicine terre di Rocca
di Neto, Verzino, Caccuri, Strongoli, Casabona, Cotronei ed in altri
luoghi8. Solamente nel marzo del 1525 il conte accoglierà le istanze
dei cittadini di Santa Severina e dei suoi casali di Cutro e di San
Giovanni Minagò e perdonerà “omne crimine, excesso et delicto per
ipsi patrati quandocumq. et qualitercumq. in li tempi praeteriti
ante due anni da la p.nte di in tempo dele guerre”. Il Caraffa
concederà nuovamente ai suoi vassalli la possibilità “de potere
tagliare, pascere, pernoctare, seccare, glandare, aquare, seu
beverare dicto loro bestiame.. senza pagamento alcuno”; diritti che
gli abitanti di Santa Severina e dei suoi casali avevano perso “dal
tempo de le rivolture de dicta città”. Permaneva tuttavia la paura e
molti cittadini, per non incorrere nelle rappresaglie e nelle
crudeltà del conte e dei suoi ufficiali, avevano abbandonato
definitivamente la città. Tale fatto gravava l’università, che era
costretta a pagare anche per i fuochi assenti, per tale motivo i
cittadini rimasti chiedevano al conte di concedere a loro i beni
confiscati, consistenti in “le possessioni, case , terre et altre
robbe stabili de li homini absentati”9. Non era passato molto tempo
dalla cruenta ribellione antifeudale che nel 1528 la valle è di
nuovo in rivolta e molti abitati sono saccheggiati dalle truppe
francesi comandate da Simone Tebaldi. I Francesi occupano la vallata
ed assediano e conquistano Santa Severina e Crotone10. L’anno dopo
la peste miete numerose vittime e spopola specialmente le due città
di Santa Severina11 e di Cerenzia. In quest’ultima città l’epidemia
è così violenta, che i superstiti fuggono e molti lasciano
definitivamente la città, facendo diminuire talmente la popolazione,
che la sede vescovile rischia la soppressione12.
La fondazione di nuovi conventi ed il ripristino delle antiche
abbazie
Con l’arrivo degli Spagnoli, nella prima metà del Cinquecento
sono fondati, quasi sempre su richiesta delle università e presso e
fuori le mura, numerosi piccoli conventi francescani e domenicani. I
domenicani si insediano a Caccuri ( Santa Maria del Soccorso,
1520)13, Santa Severina (S. Domenico di Portanova, 1502)14, Verzino
(S. Maria della Grazia, 1537)15, Cerenzia (Santa Maria della Grazia,
1530) 16 e a Strongoli (S. Maria dela Greca, 1565)17. I frati minori
conventuali sono presenti a Strongoli (S. Maria delle Grazie,
1511)18 e a S. Severina (S. Salvatore, 1532)19. Gli osservanti
aprono un convento fuori le mura di Casabona (L’Annunziata, 1519)20
con un laboratorio per la confezione di medicine aromatiche per la
cura dei malati21.
Altri numerosi e piccoli conventi sorsero nella vallata dopo il
Concilio Tridentino. Tra la fine del Cinquecento ed i primi anni del
Seicento gli agostiniani zumpani si insediano a Belvedere
(L’Annunziata)22, a Cotronei (S. Marco Evangelista, 1612)23, a Rocca
di Neto ( S. Caterina)24 e a Strongoli ( S. Maria del Popolo)25. I
minori conventuali aprono nuovi conventi a Caccuri ( S. Francesco)26
e a Cerenzia27. I minori osservanti sono presenti a S. Severina (
L’Annunziata, 1611)28 ed i cappuccini a Strongoli (S. Francesco,
1617)29.
Al sorgere dei numerosi piccoli conventi francescani e domenicani si
contrappone la decadenza delle antiche abbazie florensi e
cistercensi.
Con l’introduzione dell’istituto della commenda, nella seconda metà
del Quattrocento, le abbazie incominciano ad impoverirsi. Gli abati
commendatari, per lo più cardinali e vescovi residenti lontano dalla
vallata e che non hanno alcun interesse per la vita monacale,
sperperano i beni badiali che affidano ad amministratori che li
danno in fitto, lasciando ai priori ed ai monaci una povera mensa
che il più delle volte non è sufficiente per la loro sopravvivenza.
Questa situazione determina lo stato d’abbandono delle abbazie, che
si prolungherà fin dopo il Concilio di Trento. Una visita ai
monasteri cistercensi del 1569 c’informa sullo stato precario, in
cui versavano le abbazie della vallata. Nel monastero di Santa Maria
di Altilia da tempo non vi è alcun intervento del commendatario,
nonostante che “...claustra sint destructa, dormitorium et capitulum
corruirint et ecclesia in plerisque locis sit discoperta..”. Nel
monastero di Santa Maria Nova, anche se la chiesa è integra, l’abate
ed il suo amministratore risiedono in un palazzo nella vicina
Caccuri. Nel convento ci sono solo due monaci, in quanto gode di
poche rendite. Ancora peggiore è la situazione del monastero di San
Giovanni in Fiore, nel quale “Tectum dormitorii pro media parte
corruit. Claustra et refectorium ac cetera omnia regularia edificia
atque etiam domus abbatialis corruerunt preter ecclesiam et
capitulum de quo factum est stabulum..”30. Solamente dopo il
Concilio di Trento, verso la fine del Cinquecento, si assiste ad
alcuni tentativi di ripristinare le vecchie abbazie e le grangie,
obbligando gli abati commendatari a cedere alcuni beni alla mensa
conventuale, in modo da permettere ai monaci di ripopolare l’abbazia
e di poter sostenere le spese di vitto, di vestiario ecc.. E’ del
1571 la prima assegnazione di alcuni fondi rustici alla mensa
monacale di S. Maria di Altilia31, ma solamente nel 1601 è
introdotta nell’abbazia la riforma tridentina, con la concessione
fatta in quell’anno dal commendatario Tiberio Barracco alla mensa
conventuale della gabella “Alimati”, di un terreno in località
“Radicchia” e della difesa di “San Duca”32. Molti beni dell’abbazia
sono occupati e molti diritti usurpati ed il nuovo commendatario, il
cardinale Sannesio, supplica l’intervento di Clemente VIII per
poterli recuperare33. Nella stessa situazione si trova il patrimonio
del monastero di San Giovanni in Fiore.
Dopo gli interventi di Giulio II nel 1503 e di Clemente VII nel
152334, Alfonso Pisano, arcivescovo di Santa Severina e
commendatario dell’abbazia, deve ricorrere nel 1601 all’aiuto di
Clemente VIII, per tentare di recuperare beni e diritti perduti35.
Passato il lungo periodo in cui l’abbazia era rimasta deserta, essa
fu nuovamente abitata dai monaci e ritornò il culto divino. Ciò
avvenne dopo i ripetuti interventi a favore dei monasteri da parte
dei papi. Furono emanate molte costituzioni come quelle di Pio IV
nel 1563, Pio V nel 1569, Gregorio XIII nel 1574 e Sisto V nel 1596,
che imposero, anzi ordinarono sotto la pena di rigorosissime pene,
agli abati commendatari che si riedificassero e si riparassero le
chiese e gli edifici claustrali e si assegnasse alla mensa
conventuale la terza parte delle rendite “per il vitto, vestito et
altre cose necessarie alli Religiosi”. In tal modo i monaci dovevano
riprendere i monasteri, introducendovi nuovamente il culto divino ed
un competente numero di religiosi. L’abbazia di San Giovanni
dall’ordine florense era passata a quello cistercense ed i monaci,
nonostante gli ordini papali, ebbero assegnata solo una piccola
parte dei beni, che a loro spettavano. Per tale motivo poterono
riparare solo alcune stanze del convento e parte della chiesa,
mentre le grangie come quella di Santa Maria delle Terrate presso
Rocca di Neto rimasero abitate solo da qualche eremita36. Invano i
monaci cercarono di ottenere altre rendite dal commendatario; questi
affermò che molti beni erano stati usurpati.Lo stesso discorso vale
per il monastero di S. Maria Nova, presso la città di Caccuri. Nel
1583 fu stabilito l’accordo tra i monaci ed il commendatario,
Ottavio Protospataro, il quale assegnava “per vitto, vestito,
fabrica et altre cose necessarie per dui monaci et uno diacono” una
rendita annua di ducati 50, proveniente da vari beni che andavano a
comporre la mensa conventuale37. Tuttavia pochi anni dopo, prendendo
a pretesto la situazione precaria del monastero, il vescovo di
Cerenzia e Cariati, Maurizio Ricci, cercherà di trasferire la mensa
conventuale alla comunità dei preti di Caccuri, chiedendo la
chiusura del convento38.
Colpiti dalla crisi economica, dai vescovi e dai feudatari già nei
primi decenni del Seicento molti conventi sono poveri e ridotti a
pochi frati e molti verranno perciò soppressi e nuovamente privati
dei beni assegnati.
Baroni e vescovi
Le numerose ed ampie concessioni feudali, che si susseguono
ininterrottamente, accrescono la potenza e prepotenza baronale. I
baroni, che durante l’ultimo periodo aragonese avevano mantenuto un
esteso potere sulla popolazione, lo accrescono durante il Viceregno.
Sul finire del Quattrocento l’università di Cerenzia aveva chiesto
di ritornare in possesso del territorio di “Brozano”, di cui ne era
stata privata illegalmente dal feudatario39, all’inizio del
Cinquecento il conte Carafa aveva tentato di estendere i limiti
della sua giurisdizione e di impossessarsi di alcune terre e diritti
della popolazione, dei feudatari confinanti e della mensa
arcivescovile di Santa Severina40. Il conte aveva revocato le
costituzioni della città di Santa Severina e privato i cittadini dei
loro antichi diritti. Egli aveva ripristinato antiche ed odiose
prestazioni, da tempo ormai decadute, ed aveva costretto i suoi
vassalli tra l’altro a lavorare gratuitamente con i loro animali
alla costruzione e riparazione del castello41. Seguendo l’esempio
del conte di Santa Severina si muoveranno anche gli altri feudatari
della vallata. Alla fine del Cinquecento il vescovo di Umbriatico
Alessandro Filareto Lucullo accusa i feudatari Scipione e Giuseppe
Spinelli e Carlo d’Aquino di imporre sempre nuove gabelle e tasse di
vario genere sui già poveri cittadini e di usurpare i beni comunali,
non tenendo in alcun conto la giustizia umana e divina ed i richiami
vescovili42. Gli fa eco il vescovo di Cerenzia Properzio Resta che
lamenta la perdita delle decime di alcuni corsi, tra le quali quelle
che riscuoteva sul corso “Malapezza”43, dal quale il vescovo
percepiva annualmente 10 once d’oro, provenienti dall’affitto del
corso ai fidatori delle mandrie, per concessione fatta ai vescovi di
Cerenzia e Cariati nel 1448 da Marino Marzano44. I feudatari hanno
trasformato i corsi in camere chiuse personali ed anche la Regia
Corte occupa illegalmente una salina di proprietà della chiesa di
Cerenzia, senza pagare niente45. Uguale è la situazione dei
cittadini di Casabona che, per sanare la morosità dell’università
verso il feudatario, sono costretti a cedere alcune terre comuni,
che il barone trasforma subito in proprie camere chiuse46. La
violenza e potenza baronale si accompagna e trae forza nei primi
decenni del Cinquecento dallo sviluppo della cerealicoltura e
dall’aumento delle mandrie. La fase espansiva e speculativa è
sorretta dalla crescente richiesta di grano per rifornire Napoli e
la fanteria spagnola.
Baroni e grandi proprietari usurpano vasti territori della Sila
demaniale e badiale. Occupazione di terre, spostamenti di confini,
sbarramenti di territori, abbattimenti ed incendi di pini per
allargare i pascoli ed i seminati, sottrazione di legname per
fabbricare la pece nera, uccisione di bovini, “depignazioni” ecc.
indicano il passaggio di numerose terre da boschive a coltivate e da
demaniali e badiali a private. Il tutto per alimentare il commercio
granario che ha nel porto di Crotone il punto di imbarco per Napoli,
dove c’è il centro mercantile e finanziario47.
Turchi e banditi
All’emergere della feudalità e dell’aristocrazia fanno riscontro
la crescente povertà delle popolazioni e l’indebitamento delle
università. Molti cittadini sono in carcere perché morosi; altri
devono vivere alla macchia, perché non sono riusciti a far fronte
alle sempre più esose imposizioni fiscali,ordinarie e straordinarie,
ed a saldare i debiti comitali ed universali. Non sono rari i casi
in cui intere popolazioni si ribellano agli esosi tributi ed alla
introduzione da parte del barone di nuove vessazioni. A volte i
vassalli non prendono in fitto i terreni del barone che per tale
motivo diventano selvatici; intere famiglie migrano a volte in altri
luoghi vicini, dove le condizioni di vita sono migliori. Le stesse
università oppresse dal barone e dal fisco regio sono di continuo
indebitate e vivono sotto l’incubo dell’arrivo dei commissari, i
quali, per costringere i cittadini a pagare le imposizioni fiscali
arretrate, minacciano di fare “correria”, cioè di sequestrare e
vendere all’asta gli animali dei cittadini, senza dei quali non c’è
possibilità di semina. Altra causa d’impoverimento sono le
incursioni dei Turchi e la malvagità dei banditi, che rendono le
campagne insicure, specie al tempo della mietitura. Già nella
primavera e nell’estate del 1517 è segnalata più volte dai corrieri
la presenza lungo la costa di fuste turchesche e le università di
Strongoli e di Crotone inviano corrieri ad avvisare le terre vicine
e mandano le guardie a cavallo a vigilare alla foce del Neto48.
Negli anni seguenti si fanno sempre più frequenti, soprattutto
presso la marina, i saccheggi degli abitati, del bestiame e del
raccolto; la popolazione per sfuggire al rapimento ed alla schiavitù
si sposta verso l’interno. E’ del 1535 l’ordine di abbandonare i
casali e le terre non fortificate e di riparare, specie d’estate,
all’interno delle città murate. Contribuisce allo spopolamento
d’alcuni abitati anche il tentativo di fuggire alla pesante
tassazione per fuochi ed ai nuovi oneri per le fortificazioni. Nella
primavera del 1541 iniziano i grandi lavori per costruire le mura ed
i baluardi della città e castello di Crotone. Concorrono alle spese,
secondo la popolazione e la distanza, le università dei luoghi
vicini, dapprima fornendo calce e pietra e poi denaro49. Per la
massiccia domanda di manipoli e di devastatori, soprattutto nei
primi anni di costruzione, numerosi abitanti della vallata si
insediano a Crotone e prestano la loro opera nella regia fabbrica.
I lavori alle fortificazioni di Crotone si prolungheranno, anche se
in modo discontinuo, per tutto il secolo e le università della
vallata verranno di continuo tassate secondo la popolazione censita
per fuochi50. A queste tasse si aggiungeranno quelle per le regie
strade, per la costruzione delle torri marittime51, per il salario
dei cavallari, che fanno la guardia alla marina e cavallaro per
cavallaro si danno avviso della presenza delle galeotte, per
mantenere ed alloggiare la fanteria spagnola ed i capitani a guerra,
che in gran numero durante la primavera e l’estate vigilavano la
marina52, per i numerosi corrieri mandati dalle terre vicine per
avvisare la presenza di galeotte turche53, ecc.. Decadono i casali
vicino alla marina ( Crepacore, San Stefano, Strongolito, S. Leone,
San Biase ecc.) violentemente colpiti dai fatti bellici del
quattrocento, impoveriti e spogliati di ogni diritto dai baroni ed
ora saccheggiati dai Turcheschi. La violenza baronale, la lotta tra
le opposte casate aristocratiche per il controllo del potere
cittadino e la forte tassazione spagnola accrescono il banditismo,
che trova in Sila e nelle campagne il naturale rifugio. Facilitano
il fenomeno la difficile situazione economica determinatasi con il
fallimento per siccità del raccolto del 1559, con la seguente
mortifera carestia (1560), con le persecuzioni religiose (1561) e
con le incursioni turchesche e la peste del 1562. Un vigoroso
movimento sotto la guida di “Re Marcone” scorazza per le campagne e
le città della presila, taglieggiando e rapinando. Altre bande al
comando di feroci banditi sono in agguato nei folti boschi vicini ad
ogni città, dove sovente godono di complici e protezione. La
situazione sociale peggiorò talmente, che “non solamente è
continuato lo timore deli Turchi per mare ma è tanto augmentato lo
numero di forasciti, che non solamente predavano le campagnie ma
entravano nelle città, et terre murate, et commettevano molti
homicidii, furti, et rapine in danno deli cittadini et habitanti”54.
E’ del 25 giugno 1562 un ordine del Vicerè che ordinava alle
università di sfrattare “li dissutili”, un successivo bando del 17
luglio comandava di tagliare la testa ai fuorusciti e di sfrattare i
loro congiunti e parenti. Il 2 agosto giungevano altri due bandi;
uno metteva una taglia su Pietro Bianco, indicato come “forascito” e
“forbandito”, e l’altro ordinava alle università di “non
recettarnosi li parenti deli foresciti”55. Nel 1563 Re Marco con 150
"forasciti", evidentemente con la complicità di alcuni del luogo,
riusciva a penetrare in Cropani, abitato razziato l'anno prima dai
Turchi, e metteva a sacco le dimore di alcuni possidenti, parte dei
quali era trascinata via, per ottenerne il riscatto.
Sempre in quell'anno il ribelle aveva sconfitto, ed in parte ucciso,
cinquanta soldati spagnoli della compagnia, acquartierata a Crotone,
del capitano Diego de Veza. I soldati partiti di notte da
Roccabernarda, si erano avventurati nei fitti boschi della Sila ma,
sorpresi da una tempesta si erano smarriti ed avevano dovuto
soccombere ai ribelli, che uccidevano anche l'alfiere di casa
Medina, che li comandava.
Il 16 agosto 1563, inviato dal vicerè il duca d'Alcala, partiva da
Napoli il preside di Calabria Ultra, il marchese di Cerchiara
Fabrizio Pignatelli, con "mille fanti spagnoli, e ducento uomini
d'armi et altrettanti cavalli leggieri"; lo aspettava, come si
diceva, una banda ben organizzata di "seicento cavalli" di
fuorusciti, stipendiati a nove scudi al mese, sotto il comando di Re
Marco che ha un suo "consiglio, secretario Ferrerio, commissarii et
altri ufficiali".
Tra le imprese, che si attribuivano al ribelle, c'era il tentativo
di impadronirsi della città di Crotone, che gli Spagnoli ritenevano
la chiave di volta della loro difesa in Calabria, l'avere stracciato
un privilegio ad un possidente di quella città, rilasciandone uno
simile ma con la sua firma e l'aver esteso la sua autorità su un
vasto territorio silano e presilano, sul quale esigeva i pagamenti
fiscali e amministrava la giustizia "come quello fusse il suo
regno", incitando i manutengoli dei casali a non pagare le tasse, ad
assaltare e ostacolare gli Spagnoli e gli esattori, che si recavano
per perseguire i ricercati.
Attendeva il marchese un'impresa sanguinosa anche perché, per
controbattere le taglie che gli Spagnoli avevano messo sul capo dei
ribelli, si vociferava che questi ultimi avessero ribattuto ponendo
"taglioni, di due mila scudi sopra il Marchese, e dieci per ogni
testa di Spagnuolo, e seicento per il dottore Uzeda; il quale sta in
servizio con soldati".
Alla fine, utilizzando i soliti sistemi del terrore, della tortura e
del tradimento, il Pignatelli "distrusse e pose in fuga tutta quella
gente, la quale non fu mai più veduta in quei paesi"56. Se la
ribellione era stata sconfitta, non cessava l’opera dei banditi e
permaneva il pericolo delle incursioni turche, tanto che nell’estate
1564 i fanti e gli ufficiali della compagnia del coronello Mario
Pignatello57 sono a guardia della città di Crotone e della marina
circostante.
Il ritorno del rito greco
Iniziato sul finire del Quattrocento, continua nella prima metà
del Cinquecento l’esodo delle popolazioni greco- albanesi verso la
Calabria. I nuovi arrivati, quasi sempre gente povera, sono
sfruttati dai baroni del luogo come manodopera a basso prezzo, da
contrapporre per contrastare ogni rivendicazione dei loro vassalli.
Gli Albanesi sono utilizzati dai baroni per ripopolare feudi e terre
in abbandono ed incolte. Essi hanno ripopolato e dato nuova vita a
molti abitati della vallata, situati in luoghi per lo più poco
fertili ed inospitali. La loro presenza è predominante soprattutto a
Carfizzi, San Nicola dell’Alto, Zinga, Monte Spinello, Belvedere
Malapezza, Scandale e Cotronei58. I nuovi venuti, nonostante le
persecuzioni da parte della gerarchia cattolica, mantengono il rito
greco, che all’inizio del seicento è ancora celebrato a Scandale59,
Montespinello60, Belvedere61, Carfizzi62, S. Nicola dell’Alto63,
Papanice64, Cotronei65 e nel casale di recente fondazione di San
Giovanni di Palagorio66. Parrocchiali di rito greco intitolate a San
Nicola sorgono accanto alle parrocchiali latine a Caccuri,
Casabona,, Cotronei, S. Nicola dell’Alto, S. Severina, Scandale,
Papanice e Crotone. In alcuni casali gli Albanesi utilizzano antiche
chiese latine preesistenti come a Cafizzi ( Santa Venere),
Pallagorio ( San Salvatore) e Strongoli ( Santa Maria della Greca).
I poverissimi casali abitati dai “Greci”, gente dedita al lavoro dei
campi ed utilizzata anche come manodopera per la costruzione delle
fortificazioni, sono costituiti quasi completamente da tuguri e
pagliai, cioè da costruzioni in canne e paglia, di facile
demolizione soprattutto all’avvicinarsi dei contatori di fuochi.
Malvisti dalla popolazione latina, essi dopo il Concilio di Trento
sono perseguitati di continuo dai vescovi, i quali colpiscono ogni
tradizione pagana. “ I curati.. invigilino di rimuovere l’abuso
delli lutti, et pianti immoderati, si fanno nelli morti, et
funerali, et vietino espressamente si come noi vietamo sottopena di
scomunica, che l’homini et le donne si graffino le faccie, et che
l’istesse donne lascino l’abuso di battersi i petti et fare reputi
et di proseguir lo cadavero alla chiesa, d’entrar a fare simili
lamenti, et pianti nelle chiese.. et li medesimi curati, ci diano
nota di quelle donne, che sotto pretesto della morte delli suoi,
restano le Domeniche et feste di precetto d’intervenire et essere
presenti al sacrificio della S.ta Messa, et d’andare a sentire la
parola di Dio”67.
Verso la decadenza
La tassazione focatica del 1521 fa emergere l’importanza che
conserva ancora all’inizio del Cinquecento la città di Santa
Severina (tassata per 450 fuochi), alla quale seguono nell’ordine
per popolosità Caccuri (185), Verzino (181), Casabona (179),
Strongoli (172) e molto distanziate ed in decadenza le due città
vescovili di Cerenzia( 95) e Umbriatico (66) e da ultimi Rocca di
Neto (52) ed i due casali albanesi di Carfizzi (23) e San Nicola
dell’Alto(9)68. L’aumento della popolazione, che come si evidenzia
dalle numerazioni dei fuochi tra il 1532 ed 1578, quasi raddoppia,
oltre che dalla mancanza di gravi epidemie e per la favorevole
congiuntura economica e commerciale è determinato anche
dall’immissione sul territorio di genti albanesi, greci e
schiavoni69. Nel 1530 incomincia la formazione del nuovo casale con
greci e schiavoni attorno al monastero di San Giovanni in Fiore per
concessione di Carlo V al commendatario Salvatore Rota70. Seguirà
con le stesse popolazioni quello di Altilia per opera del
commendatario Tiberio Barracco. Sempre prima della metà del
Cinquecento vengono fondati i casali di Monte Spinello, di
Belvedere, di San Mauro e di Scandale e forti aumenti di popolazione
sono segnalati un po’ in tutta la vallata: a Caccuri, Cerenzia,
Santa Severina, Strongoli Umbriatico e Verzino. L’andamento positivo
subisce alla fine del secolo una drastica inversione . Determina la
diminuzione della popolazione il ripetersi di raccolte sterili e di
pestilenze, tra le quali la gravissima epidemia del 1592, quando
“avvenne una mortalità così grande per tutta la provincia che si fe’
calcolo esserne morta la terza parte delle genti”71. Contribuiscono
alla decadenza anche le frequenti incursioni turchesche, tra le
quali è da annoverare quella che investe Strongoli e gli abitati
della bassa vallata ad opera dell’armata del Cicala
nell’agosto/settembre del 1594.
La costruzione della torre di Calimera o della Limara
Per proteggere la navigazione e la marina già durante il
viceregno del duca d’Alcalà (1559 -1571) era cominciata la
costruzione di torri regie marittime. Le torri di solito erano
costruite nei capi e alla foce dei fiumi. Una di queste fu costruita
in territorio di Strongoli presso il capo di Neto72. La torre era
custodita da un torriere o caporale, un milite spagnolo di nomina
regia, e da due servienti, nominati dall’università sul cui
territorio era edificata la torre. Essi avevano il compito di
vigilare e proteggere la navigazione e la marina e di segnalare ogni
presenza sospetta. Tra i torrieri della torre di Calimera
ricordiamo: Rodriguez de Somoza Bartolomeo (1569), Roscinda de las
Quintas (1571), Gerolamo de Vera (1581), Blas de Zunica (1597
–1613)73.
La costruzione della torre di Fasana
La costruzione di una torre a Fasana in territorio di Strongoli,
a sinistra e presso la foce del Neto, si inserisce nel tentativo da
parte dei feudatari e dei grandi proprietari terrieri di mettere al
riparo la vita ed il raccolto dai sempre più frequenti saccheggi dei
turcheschi e dei banditi. La torre inoltre servirà come magazzino in
cui ammassare il grano, nell’attesa di imbarcarlo per Napoli dal
vicino scaro presso la foce. Si deve all’aristocratico crotonese
Lelio Lucifero la decisione e l’onere della costruzione. Il Lucifero
tramite il suo amministratore Gio. Andrea Puglisi, darà inizio
all’opera nel 1586. I lavori di costruzione saranno eseguiti sotto
la direzione del mastro fabbricatore cutrese Giuseppe La Macchia,
che è aiutato nella costruzione da due mastri e da manipoli74. Morto
in quello stesso anno Lelio Lucifero le sue proprietà, tra le quali
il territorio di Fasana con torre e magazzini, passarono al fratello
Jo. Paulo Lucifero, ma essendo dopo poco morto anche costui,
subentrò il figlio di costui Lelio Lucifero juniore. Per la minore
età di quest’ultimo il tutto nel 1591 è sotto la tutela della madre
Isabella Leone, moglie del fu Jo. Paulo Lucifero75.
La costruzione della Torre di Neto
In seguito, nel 1593/1594, seguendo le indicazioni del
governatore di Calabria Ultra Henrico de Mendocza e del regio
ingegnere Vincenzo de Rosa venne decisa la costruzione di 14 torri;
13 dal Tacina al Capo delle Colonne ed una alla foce del Neto.
All’inizio del Seicento il mastro Petruczo de Franco iniziava la
costruzione di una torre regia marittima alla foce del Neto in
territorio di Crotone.
L'auditore Sancio de Miranda alla fine del 1601 emanava alcuni
ordini diretti ai partitari, affinché si faccino pagare l'anticipo
spettante, come previsto dalla capitolazione da essi fatta con la
Regia Corte, che prevedeva anche la consegna di altro denaro ad
alcuni cassieri, scelti dalle università sul cui territorio si
dovevano edificare le torri.
All'inizio dell’agosto del 1602 alcuni di questi ordini avevano già
avuto il loro effetto.
Il mastro Petruczo de Franco, partitario della torre di Neto in
territorio di Crotone, presenta al castellano di Crotone Antonio
dela Motta Villegas un ordine emanato dall'auditore Miranda il 29
ottobre 1601, che gli consente di incassare i ducati 100 di anticipo
ed il Villegas ordina che altri ducati 150 si dovessero consegnare
al cassiere della torre di Neto, da scegliersi dall'università di
Crotone, per essere spesi ad ogni ordine del mastro per il servizio
della torre, di cui ha l'appalto.
Avendo già incassati i ducati 100 di anticipo ora il mastro vuole
utilizzare gli altri ducati 150. Avendo già pronti i materiali nel
luogo, dove deve essere costruita la torre, e' sua intenzione
iniziarne quanto prima i lavori, essendo il tempo favorevole per la
costruzione delle fondamenta, che devono essere scavate dentro il
letto del fiume, conforme al disegno consegnatogli dal regio
ingegnere.
Il castellano Don Antonio dela Motta Villegas, sopraintendente delle
torri che si costruiscono nel Marchesato, il 9 agosto 1602 scrive
perciò al tesoriere Camillo Romano, ordinandogli di consegnare ad
Alonso Corrales, pregio di Petruczo de Franco e deputato cassiere
della torre di Neto, i ducati 150 da prendersi o dai pagamenti delle
imposizioni per la fabbrica delle torri o, mancando questi, da
quelli della guardia.
Il tesoriere il 14 agosto 1602 da Monteleone ordina al suo
luogotenente nel Marchesato di Crotone, Gio. Battista Oliverio, di
pagare ad Alonso Corrales i ducati 150.
Il 23 settembre 1602 Lutio Liveri a nome di Jo. Battista Oliverio
consegna in Crotone i ducati 150 ad Alonso Corrales, spagnolo
abitante in Crotone e deputato cassiere, perché possa spenderli ad
ogni ordine del mastro Petruczo de Franco per il servizio della
torre di Neto76.
Ai primi di aprile 1604 l'ingegnere Vincenzo De Rosa con il
tesoriere Camillo Romano ed il soprastante della torre, Vincenzo
Scigliano, si reca a misurare la torre e trova che "neli cavamenti
per il pedamento si son fatti canni piccoli n. 487 et meza, cioe'
canni 298 e palmi 54 per lo cavamento del pedamento e canni 188 e
palmi 42 che de mio ordine d.o m.o ha cavato atorno atorno detta
torre più del cavamento ordinato... per non fare spesa
d'impelliciata che forno palmi 4 larghi atorno atorno. Et più ha
fatto de fabrica in detti pedamenti canni 195 e palmi 46". Dalla
perizia fatta risultava che il mastro aveva maturato un totale di
ducati 1054, tari 4 e grana 1377.
Il mastro chiede che gli si aumenti il prezzo della canna di
fabbrica da 29 carlini a 39 e l'ottiene.
Il 24.2.1605 il De Rosa fa un'altra misurazione ed il 13.3.1605 il
mastro ottiene dal tesoriere il saldo di ducati 334 e grana 1978.
Vincenzo De Rosa il 19.11.1605 rifà le misurazioni e certifica che
nel frattempo il mastro aveva costruito canne 84 e 1/4 di fabrica,
aveva scavato un pozzo all'interno della torre per 10 canne piccole
e fatto un terrapieno nella torre di canne 174, maturando ducati 478
e grana 10. Essendo il mastro debitore verso la tesoreria di ducati
47 e tari 4 per l'interesse del 10 per cento su un anticipo di
ducati 200, il luogotenente Carlo Nicotera di Nicastro lo salda in
Cutro il 17.1.1606, versandogli ducati 430 e carlini 379.
Nel maggio del 1606 i lavori proseguivano e su ordine di Baltasar
Calderon il mastro riceve dal luogotenente del tesoriere un altro
acconto di ducati 200 per procedere nella costruzione80.
La vallata alla fine del Cinquecento
Lo spopolamento ed i cattivi raccolti rendono le campagne
insicure per la presenza di banditi e di ladri e fanno decadere
soprattutto le città vescovili di Santa Severina , Strongoli,
Umbriatico e Cerenzia.
Grotte, case terrane, casalini, qualche casa palaziata, la casa
grande, dove abita il feudatario o il suo sostituto, con stalle,
magazzino, cucina e forno, la cattedrale, alcune cappelle, il
palazzo vescovile, il castello, la cinta muraria con le torri, due o
tre piccoli conventi fuori e vicino alle mura, formano materialmente
le città più importanti della vallata nel Cinquecento. Esse sono
attorniate da orti con alberi di noci, fichi, mandorli, gelsi ecc.
Piccoli mulini ( alcuni a vento) e frantoi di olive, quasi sempre di
proprietà baronale, sorgono vicino ai fiumi ed ai torrenti. Vignali,
oliveti e vaste estensioni di terre aratorie e di prati per il
pascolo caratterizzano la bassa vallata, dove la maggiore produzione
è costituita da “grani, horgi, lini, fave, bambace” e pascolano
soprattutto “bacche, pecore, crape, giomente, porci”. Nella parte
mediana predomina l’olivo, i boschi di querce e di lecci, il
castagno, il gelso, il noce e si coltivano il grano bianco ed il
germano, l’orzo, i legumi, il lino, la canapa ecc.
L’alimentazione della popolazione è a base d’erbe ed è integrata dal
pane, dal vino, dalle uova e dalle carni conservate del maiale. Tra
gli alimenti, la maggior parte ad uso dei possidenti e dei
funzionari, sono ricordati il caso, casicavalli, ricotte, grano,
pane, vino, oglio, horgio, pullastri, galline, frisinghe, grastati,
palumbi, porco silvagio, salciczi, crapetti, porcello, carne de
vitella, carne di porco, carne de zimbato, carne de sacime, pisci,
cauli, radici, mele, zafarana, pipe, ova, moccarruni, sale, simula,
meluni, caniglia. Mandriani dei casali silani spostano le greggi di
capre e pecore e le mandrie di bovini di proprietà dei feudatari e
dei nobili secondo le stagioni dalla pianura alla Sila. L’economia
della vallata è basata sulla rotazione triennale delle terre da
seminative a pascolo. Sulle stesse terre si accavallano ogni tre
anni i fidatori delle mandrie ed i massari. Il riposo triennale con
la concimazione costituisce la premessa per il successivo triennio a
semina81.
Quasi tutte le terre e le case appartengono ai baroni ed agli
ecclesiastici. Gli abitanti abitano in case terranee e grotte e
possiedono solamente piccoli terreni, vigneti e vigne; il tutto
gravato da censi che devono alla chiesa e al barone.
Strongoli, città dominante l’ingresso della vallata ed esposta alle
incursioni turchesche, durante il Cinquecento è resa più sicura con
nuove fortificazioni. Verso la metà del secolo il vescovo Timoteo
Giustiniani fa iniziare la costruzione di quattro robustissime
torri82 ed il vescovo Claudio Vico, verso la fine del secolo, ne
completa una vicino al proprio palazzo vescovile, che era stato
rifatto dalle fondamenta dal Giustiniani83. All’interno della cinta
muraria c’è l’antichissima e grande cattedrale dedicata ai SS.
Pietro e Paolo, divisa in tre ali separate da archi gotici,
restaurata dal vescovo Vico, essa è fornita di sacrestia, coro,
battistero e campanile. Ci sono inoltre tre piccole chiese “rurali”:
L’Annunciazione, S. Giovanni e S. Giacomo84. All’esterno, ma vicino
alle mura, sorgono : la chiesa di S. Maria dela Greca detta poi de
Catholica, accanto alla quale il vescovo Giustiniani fonda il
convento domenicano (1573)85; il monastero dei minori conventuali di
S. Maria delle Grazie o de Planetis (1511)86 e il convento degli
agostiniani detto di S. Maria del Popolo (1599)87. La città ed il
suo territorio subiscono nel 1594 la devastazione da parte dei
Turchi88 e la sua popolazione dai 460 fuochi del 1578 scende ai
circa 200 del 159789.
Conserva una certa importanza la città di Santa Severina per la
posizione del suo castello e delle fortificazioni e come sede
arcivescovile. All’interno delle mura c’è la cattedrale di Santa
Anastasia Romana, restaurata ed ampliata dall’arcivescovo Francesco
Antonio Santoro. La mensa arcivescovile gode di una rendita annua di
circa 3000 ducati provenienti dalle rendite “grani et altre sorte di
vittuaglie, decime di herbaggi et censi”90 e che viene potenziata
ulteriormente nel 1571 con l’aggregazione dei beni del vescovato
soppresso di S. Leone. Accanto alla cattedrale con campanile,
fornita di quattro bellissime campane, con sacrestia, fornita di
preziosi paramenti e ornamenti, e con coro ed organo, sorgono il
vescovato molto antico, rifabbricato alla fine del Quattrocento
dall’arcivescovo Alessandro della Marra91, il seminario, eretto
subito dopo il Concilio di Trento, e la vecchissima parrocchiale di
San Giovanni Battista, una delle sette parrocchiali della città. Ci
sono inoltre i due conventi, il domenicano con sei frati e quello
dei conventuali con due o tre frati92. Nonostante la presenza di una
sede arcivescovile la città, che sorge su di una rupe attorno alla
quale sorgono “grotte, casalini et mesolari”, decade ed interi
quartieri, costituiti per la maggior parte da case matte e terrane e
da poche case palaziate, sono abbandonati93.
In piena decadenza è la città di Cerenzia, distrutta e spopolata
dalla peste del 1528, nel 1589 conta solo 60 fuochi. Abbandonata dal
suo vescovo, che fa residenza a Cariati, ha la cattedrale
pericolante, nonostante i restauri fatti dal vescovo Propertio
Presta, il campanile è caduto e mai più ricostruito, la sacrestia
povera, la casa del vescovo composta da due “stanziole” in terreno
fabbricate di creta, recetto di topi e formiche. Posto malsicuro per
la presenza di banditi e di ladri è abitata da gente povera e
ignorante e manca di tutto: dall’acqua al maestro di scuola al
medico94. La diocesi di Cerenzia conserva ancora le terre di Caccuri
e di Verzino, il castrum di Belvedere Malapezza ed il casale di
Montespinello.
Umbriatico con la sua antica cattedrale dedicata a San Donato sorge
isolata in mezzo ai monti. La città è come un’isola circondata da
orrendi precipizi e per arrivarci si rischia la vita. Abbandonata da
tempo anche dal suo vescovo, che fa residenza a Cirò, la città è
abitata da nemmeno settecento abitanti95.
Nella parte alta della vallata si estrae l’argento ed il ferro e si
trova in abbondanza il sale terrestre, l’alabastrite bianca e nera,
l’allume, il vetriolo, la terra di Tripoli, la terra rossa, lo
zolfo, il gesso marmoroso e la pece nera.
Nella selva e nei folti boschi, popolati da animali selvaggi, da
uccelli e da testuggini terrestri, crescono le erbe medicinali tra
le quali l’eufrasia, l’agrimonia eupatoria, il meo, la centaurea
maggiore e minore, l’eliotropio di due tipi, il dittamo, l’erba
lunaria, il gigaro, “l’amoro” ecc96. Nei fiumi popolati di trote,
anguille e qualche storione si immettono ruscelli di acque saline e
solfuree.
Durante il Cinquecento ed il Seicento numerosi sono i feudatari che
si succedono nella vallata. Con il disgregarsi della famiglia
Spinelli, feudatari di Cerenzia,Montespinello, Rocca di Neto,
Umbriatico, Caccuri e Verzino, Caccuri dagli Spinelli passa ai
Cimino, ai Sersale, ai Cimino e quindi ai Cavalcanti; Cerenzia dagli
Spinelli passa ai Cimino, agli Spinelli, ai dei Rota e poi dei
Giannuzzi Savelli; Montespinello dai Lucifero passa ai Pisciotta poi
ai Rota e quindi ai Giannuzzi Savelli; Rocca di Neto dagli Spinelli,
ai Lucifero, ai d’Aquino, ai Prothospatari, ai Campitelli e da
ultimo alla Certosa di S. Stefano in Bosco; Umbriatico va ai Rovegno
e Verzino ai Cortese. Anche negli altri feudi si nota una continua
successione : Strongoli dai Sanseverino perviene ai Campitelli e poi
ai Pignatelli; Santa Severina dai Caraffa passa ai Ruffo quindi agli
Sculco e da ultimo ai Grenther; il feudo di Belvedere Malapezza
dagli Assan Paleologo passò ai Carafa, ai Lucifero, ai Barbaro, ai
Rota e poi ai Giannuzzi Savelli; S. Nicola dell’Alto dai Pisciotta
passa ai Moccia; Carfizzi dai Morano ai Badolato quindi ai
Campitelli poi ai Caracciolo ai Moccia ai Scarfizzi Crispano e da
ultimo ai malena; Casabona dagli Aragona, ai Cananea, agli Aragona,
ai Cossa, ai Rocco, agli Aragona, ai Pisciotta, ai Campitelli, ai
Pisciotta, agli Spiriti, ai Rossi, ai Moccia ai Crispano ed infine
ai Capecelatro; Cotronei dai Morano passa ai Sersale quindi ai
Caracciolo poi ai Filomarino; il feudo di Croniti o La Sala dai
Sersale agli D’Orangia a Basilio Ungaro, ai Protospatari, agli
Amalfitani ed infine ai De Mayda; Pallagorio dagli Spinelli passò ai
Rovegno; Polligrone dagli D’Eboli, ai Giuranna, agli Alimena, ai
Rota, ai Gianuzzi Savelli; ecc.
Tentativi di ribellione
I primi decenni della seconda metà del Cinquecento sono
caratterizzati dalla cruenta repressione da parte dell’inquisizione
cattolica e dell’apparato spagnolo di Turchi, ribelli ed eretici,
che sono a volte accomunati con accuse pretestuose di attentare alla
sicurezza dello stato, alla proprietà ecclesiastica e feudale ed
alla religione cattolica. In tale azione si segnala soprattutto
l’arcivescovo di Santa Severina Giulio Antonio Santoro, al quale è
affidata anche l’amministrazione dei beni dell’abbazia di Santa
Maria di Altilia, dopo che nel maggio 1567 l’abate commendatario
Mario Baracco, sospettato di eresia, era stato condannato
definitivamente da due cardinali della Santa Inquisizione e sospeso
per un triennio dalla amministrazione dell’abbazia97. Dalla fine del
Cinquecento e per tutta la prima metà del Seicento il pericolo
preminente per i dominanti è rappresentato dalle sollevazioni
popolari contro lo strapotere baronale ed ecclesiastico e contro gli
Spagnoli. Le violenti liti tra feudatari, clero e vescovi98, la
corruzione, che favorisce il discredito delle istituzioni99, e la
difficile situazione economica, che peggiora di anno in anno100,
danno origine a ribellioni e sommosse e, più del timore di nemici
esterni, spingono ad inviare in Calabria nell’agosto 1599 Carlo
Spinello, “non tanto per timore di galere turchesche”, quanto perché
“vi era una congiura di molte persone, ch’avean per fine di
sollevare in arme quella provincia, et esimersi dall’obbedienza del
Re”. Il tentativo di Tommaso Campanella sarà soppresso nel sangue. I
congiurati e i supposti tali saranno perseguiti e catturati; i loro
familiari, i parenti e gli aderenti gettati in carcere ed i loro
beni confiscati. Più di cento, fra cui otto frati, e lo stesso
Campanella saranno imprigionati e torturati. Molti saranno
giustiziati, squartati “tanagliati e strozzati”101. Il pericolo di
nuove congiure e di sempre possibili ribellioni sarà utilizzato dal
potere come occasione e pretesto valido, per annientare ogni nemico
sociale e personale. Con il pretesto dell’eresia molti, dopo essere
stati torturati, saranno trascinati per le strade, mozzati e
bruciati102.
Note
1. Galasso G., cit., p. 28.
2. Pellicano Castagna M., Storia dei feudi cit., III, 266.
3. Galasso G., cit., p. 26; Casabona dal conte di Montello passò a
Roberto Sanseverino che nel 1483 ne fece refuta a favore del figlio
Giovan Francesco che a causa della ribellione fu spogliato. La terra
fu data nel 1501 a Ferrante d’Aragona, in Maone P., Casabona feudale
cit., p. 145.
4. Fasanella d’Amore di Ruffano R., cit., p. 82.
5. Capialbi H., cit., p. 266.
6. Zangari D., cit., p. 137; Pellicano Castagna M., Storia dei feudi
cit., III, 75.
7. Russo F., Regesto, III, 190, 202, 208; Valente G., Calabria
Calabresi e Turcheschi nei secoli della pirateria, Chiaravalle C.,
1973, pp. 61 –63.
8. De Frede C., Rivolte antifeudali nel Mezzogiorno d’Italia durante
il Cinquecento, Milano 1962, pp. 10-11; Coniglio G., cit., pp.
30-31; Galasso G., Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi 1965, p.
143; Morto Andrea Caraffa nel 1526 successe il nipote Galeotto ed a
questi il figlio Andrea e poi Vespasiano, Fiore G., cit., III, p.
206.
9. Documenti di archivi, Siberene p. 285 sgg.
10. Saluto V., La spedizione di Lautrec contro il Regno di Napoli,
in Studi Meridionali n. ¾, 1974, pp. 55 sgg.
11. Bernardo S., Santa Severina nella vita calabrese, IEM 1960, p.
111.
12. Cerenzia « antiquiss.a est et annis pluribus floruit quando de
anno 1528 maxima illa pestis ... civitatem p.tam tam valide
oppressit, ut vix aliqui cives, arrepta fuga, evaserint », Rel. Lim.
Cariaten. et Geruntinen., 1589,1602, 1606.
13. Il convento dei domenicani di Santa Maria del Soccorso di
Caccuri, diocesi di Cerenzia, era situato a circa un quarto di
miglio dall’abitato “in strada libera, pubblica e pratticata”.Esso
fu fondato ed eretto per opera del frate Andrea da Gimigliano nel
1518 col consenso e su richiesta dell’università di Caccuri e con
conferma ottenuta l’anno dopo da papa Leone X. All’atto di
fondazione furono stabiliti alcuni patti e condizioni tra il frate
da una parte e l’università e gli abitanti di Caccuri dall’altra.
L’università si impegnò a fornire il terreno su cui doveva sorgere
l’edificio, a sostenere alle spese di costruzione, imponendo una
tassa su alcuni generi alimentari (carne e pesci), che doveva essere
gestita dai frati, ed a fare edificare a sue spese due calcare per
procedere e facilitare i lavori. Essa inoltre promise di intercedere
presso il feudatario del luogo, il duca di Castrovillari e conte di
Cariati Giovan Battista Spinelli, in modo che i frati potessero
ottenere il permesso di fare una difesa nelle terre comuni, la qual
cosa avrebbe fornito ai religiosi le entrate sufficienti per poter
vivere. Non passa molto tempo e nel 1520 è posta la prima pietra del
convento, che è benedetta da Gaspare de Murgiis, in quell’anno
vescovo di Strongoli e vicario generale della chiesa metropolitana
di Santa Severina, S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 512-515,
Arch. Segr. Vat; Fiore G., cit., II, 393.
14. Secondo i documenti esistenti nel convento, l’arcivescovo di
Santa Severina Alessandro della Marra donò ai domenicani la chiesa
di Santa Severina dedicata alla Annunziata e concesse loro di
fondare il convento circa l’anno 1500. Il convento era in
costruzione nei primi anni del Cinquecento, dopo l’arrivo degli
Spagnoli e la presa di possesso della città da parte del feudatario
Andrea Caraffa. Con il breve che inizia “In Ap.lica Dignitatis
specula constituti” del 24 maggio 1502 il papa Alessandro VI
confermava ai superiori ed ai frati del convento dell’Annunziata di
Santa Severina la donazione a loro fatta della chiesa
dell’Annunziata, situata dentro e vicino alle mura nel luogo detto
Portanova, e di un pezzo di terra, ad essa contiguo, sul quale i
frati avrebbero potuto edificare il loro convento. S. C. Stat.
Regul. Relationes , 25, ff. 701 –705, Arch. Segr. Vat., Russo F.,
Regesto, III, 157.
15. Il convento dei domenicani di Verzino, diocesi di Cerenzia,
sorgeva nel luogo detto “Il Campo”. Dopo che l’università nel 1537
con parlamento pubblico aveva dato il suo assenso, il 30 agosto 1543
il convento di Santa Maria della Grazia della terra di Verzino fu
approvato dal priore e dai canonici della chiesa di San Giovanni in
Laterano di Roma e per loro da Fra Giovanni Soldato di Squillace.
Era provinciale dell’ordine dei predicatori della Provincia di
Calabria Fra Girolamo di Monteleone. S. C. Stat. Regul. Relationes,
25, ff. 403 – 406, Arch. Segr. Vat., Fiore G., cit., II, 394.
16. Il convento domenicano di Santa Maria della Grazia di Cerenzia
era situato dentro le mura della città, “in strada publica che delle
case dell’habitanti è distante dal d(ett)o monasterio passi nove in
circa”. Due anni dopo che la città di Cerenzia era stata spopolata e
“destrutta” dalla peste, vi fu fondato ed eretto, su concessione del
vescovo delle due diocesi unite di Cariati e Cerenzia, Tommaso
Cortese da Prato (1529-1532), un convento di domenicani. Correva
l’anno 1530 ed era pontefice Clemente VII (1523 –1534). S. C. Stat.
Regul. Relationes, 25, ff. 278 –283, Arch. Segr. Vat., Siberene
cit., p. 443.
17. Il convento di San Domenico di Strongoli sorse attorno alla
chiesa di Santa Maria dela Greca, chiesa che secondo il Fiore fu
fondata nel 1531. In seguito la chiesa senza cura di anime, che era
situata presso ma fuori le mura, fu amministrata dal rettore Gaspare
Murgia, il quale la consegnò senza alcun obbligo al vescovo della
città, il domenicano Timoteo Giustiniani (1568-1571). Quest’ultimo,
così come l’aveva ottenuta, concedeva la chiesa di “Santa Maria de
Catholica, als de la Greca”, ai domenicani. Il papa Gregorio XIII,
con breve dato in Roma il primo ottobre del 1573, dava il suo
assenso ed accoglieva la petizione inviatagli dai cittadini di
Strongoli , dal defunto vescovo Timoteo Giustiniani e da Gaspare
Murgia, S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, ff. 448 – 451v, Arch.
Segr. Vat., Russo F., Regesto, IV, 494.
18. E' certo che nel 1500 per munificenza di Lucia Gatona si fondò
in contrada "Planeta" un eremitorio per i religiosi claustrali del
terzo ordine di S. Francesco d'Assisi. Il convento prese il titolo
dalla preesistente chiesa di S. Maria delle Grazie de Planetis e
dopo pochi anni, nel 1511, fu concesso ai frati minori conventuali
di S. Francesco. Il convento era situato fuori e lontano dalle mura
e particolarmente esposto al pericolo delle incursioni turche Russo
F., Regesto, 15375, 18315, 23369.
19. Nel 1532 Clemente VII confermava l'erezione di un convento in
Santa Severina dell'ordine dei Minori Conventuali. Esso era stato
fondato da Giovanni Francesco e Giovanni Maria di Sanctoseverino e
da Antonio degli Infusini. Il convento dell'ordine dei conventuali,
uno dei due conventi esistenti all'interno delle mura della città,
era intitolato al Santo Salvatore ed era situato appena dentro la
porta della città detta della Piazza e quasi sottostante alle
muraglie del castello, Russo F., Regesto, III, 17161.
20. Fondato da Beato Matteo Vidio da Mesoraca poco fuori
dell’abitato, Pellizzi C. – Tallarico G., Casabona,
Cittacalabriaedizioni, 2003, pp. 147 e sgg., Fiore G., cit., II,
403.
21. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
22. Siberene, p. 306.
23. All’inizio del Seicento sorse a Cotronei, casale in diocesi di
Santa Severina, un monastero agostiniano. Esso fu edificato sulla
strada pubblica ad “un tiro di scopetta”dall’abitato. Intitolato a
San Marco Evangelista, fu fondato nel 1612. Contribuì all’erezione
la baronessa del luogo Auria Morano, che diede il terreno, dove
costruire il convento, ai frati della congregazione dell’ordine di
San Agostino, e poi lo dotò di una rendita annua, con il patto che
vi abitassero tre sacerdoti religiosi. Vi fu anche il consenso
dell’allora arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani. AGA, Ji,
f. 145 –145v;Fiore G. cit., II, 385.
24. Nella seconda metà del Cinquecento fu eretto dagli agostiniani
appena fuori le mura il monastero di Santa Maria della Grazia con
chiesa di Santa Caterina. Esso compare già nel 1580. L’unico
monastero esistente a Rocca di Neto è richiamato anche in una
relazione di pochi anni dopo Tra i monasteri esistenti nel 1586 in
diocesi di Santa Severina: “ Alla rocca di Neto vi è un convento di
S.to Agostino”, Visitatio ap.lica Sanctae Severinae, 1586, SCC
Visit. Ap. 90, ASV; Fiore G., cit., II, 385.
25. Fondato nel 1598/1599 dal frate agostiniano Guglielmo di Tarsia
detto anche da Strongoli, col consenso di Clemente VIII e su
richiesta del vescovo Claudio Vico e dei cittadini. Contribuirono
alla costruzione ed al mantenimento dei frati la vedova Persia Pica
ed il figlio Agostino Simonetta. Il convento che apparteneva
all'ordine degli Agostiniani Zumpani era situato fuori mura "in una
pianura vicino alla strada publica e distante dall'abitato passi
160", Rel. Lim. Strongulen. 1612.
26. Siberene, p. 443.
27. Siberene , p. 437.
28. Secondo il Fiore il convento dei frati minori osservanti
riformati di Santa Severina fu fondato da Pietro da Cassano nel
1611. Secondo altri il convento intitolato alla SS. Vergine
Annunziata fu fondato nel 1613. Il convento era situato poco fuori
la porta della città detta della Piazza, Fiore G., II, 419.
29. Il convento fu costruito all'inizio del Seicento durante il
vescovato di Sebastiano Ghislieri (1601-1626). Lo stesso vescovo
nella sua relazione del 1625 così ne descrive la fondazione: Otto
anni fa a mie spese, per la maggior parte, edificai il convento
dell'ordine dei cappuccini di S. Francesco, nel quale al presente
dimorano sette frati cappuccini, ai quali quattro anni fa per il
loro sostentamento assegnai 24 libbre di carne alla settimana, vita
mia durante. In una relazione gli stessi frati fissano il loro
arrivo a Strongoli nell'anno 1614. Il provinciale frate Matteo da
Corigliano il 22 aprile 1614 piantò la croce per la fondazione ed il
22 agosto seguente il frate Matteo Persiani diede inizio alla
permanenza dei cappuccini a Strongoli. L'anno dopo il provinciale
ispezionò il luogo, tracciò la pianta del convento e stabilì il
numero dei frati che doveva contenere. I frati giunsero in quello
stesso anno e cominciarono a raccogliere il materiale ed i mezzi per
iniziare la costruzione del convento. Si iniziò dapprima a scavare e
fabbricare la cisterna che doveva essere situata in mezzo al
chiostro. Il 2 giugno 1616 alla presenza del vescovo di Strongoli
Sebastiano Ghislieri e del nuovo provinciale, Frate Francesco da
Paola, fu posta la prima pietra della chiesa e del convento.Rel.
Lim. Strongulen.1625.
30. Status monasteriorum Cist. Ord. ex Visitatatione an. 1569, Conc.
Trid. 2, f. 119, ASV.
31. C.S.- S. E. – Cart. 60 fasc. 1333, ASCZ.
32. Sec. Brev. 334, f 122-126, ASV.; C. S. – S.E. Cart. 60 fasc.
1333, ASCZ :
33. Sec. Brev. 402, f. 192-196, ASV.
34. L’inventario cit., Siberene p. 205.
35. Sec. Brev. 402, f. 194, ASV.
36. La chiesa di Santa Maria de Terrata è richiamata anche in alcuni
atti della seconda metà del Cinquecento, quando essa era custodita
da eremiti. Da una relazione sappiamo che la grancia, che da tempo
era amministrata, assieme agli altri beni dell’abbazia, dagli abati
commendatari di San Giovanni in Fiore, fu nel 1570 oggetto di una
convenzione tra il commendatario Bernardino Rota ed i superiori
dell’ordine cistercense. Il Rota con tale atto obbediva alle
constituzioni emanate dai papi per ripristinare i monasteri
cistercensi con l’assegnazione della terza parte delle rendite ai
monaci perché potessero ripristinare gli edifici ed il culto, S. C.
Stat. Regul. Relationes 16. Riformati San Bernardo (Cistercensi) ff.
53-56, 59v. A. S.V.
37. Morto in quell’anno il Rota, la commenda fu conferita al
cardinale Giulio Antonio Santoro il quale eseguì l’accordo che
prevedeva l’assegnamento di beni per 220 ducati, concedendo perciò
alcuni beni e le due grancie, con chiese e case, di Vordò nella
terra di Caccuri e di Santa Maria della Terrata nel territorio della
Rocca di Neto, dove l’abbate possedeva molte altre terre.
L’assegnazione delle due grancie fu fatta con la condizione che i
monaci facessero celebrare la messa nelle chiese. La grancia di
Santa Maria delle Terrate era costituita dalla chiesa, da una casa e
da un piccolo pezzo di terreno dell’estensione di una tomolata e
mezza, per potersi fare la vigna. La chiesa allora era servita da un
eremita.
38. S. C. Stat. Regul. Relationes cit., ff. 104-105.
39. Il Ricci, nella relazione del 1621, fa riferimento all’abbazia
dell’ordine di S. Bernardo “dove sta un frate ch’a la Mensa
dell’Abbate quale e Rodolfo de Rodolfi che la tiene in comenda, et
resteranno per l’Abbate da 150 d(oca)ti et la Mensa sarà d(ocat)i
30. Questa chiesa è discosta dalla t(er)ra circa un miglio. La
chiesa è destrutta et la casa del Monaco sta mal accomodata, sarebbe
forsi bene levar il monaco et trasferire il serv(iti)o delle messe,
che molte volte non se dicono, alla chiesa Matrice della T(er)ra et
farle celebrar dalla Comunità de preti, questo temperam(en)to non
sarebbe di preiudicio alla Religione, perche l’interesse è di niun
momento. Sarebbe di qualche agiuto a questi poveri Preti, si
sodisfarebbero le messe et si levarebbe anco qualche nido de Ladri.
Sempre lo stesso vescovo ribadirà la richiesta di soppressione
dell’abbazia nel 1625 chiedendo al Papa “che il servitio della messa
dell’abbadia Paganella di S. Maria Trium Puerorum dell’abate Rodolfo
mal servita da un frate di S. Bernardo, si riduchi alla comunità de
preti di Caccuri con l’entrata della Mensa, che saranno da trenta
ducati lanno incirca, che saria d’utile alla chiesa perché saria
servita et di nulla preiuditio all’abbate et si levaria quel nido de
ladri”, Rel. Lim. Cariaten. Geruntin., 1621, 1625
40. Trinchera F., Codice cit., pp. 222- 223.
41. Siberene cit., p. 534.
42. Documenti di archivi, Siberene, p. 292.
43. “Scipio Spinellus, Ioseph Spinellus et Carolus de Aquino
avarissime utuntur subiectis, imponentes onera importabilia,
personas assidue defatigantes, novas gabellas, et exactiones
inventantes, et bona communia, et particularia publice subtrahentes,
nec Deum, nec Iustitiam reverrentes, paternas monitiones ab Episcopo
nolunt recipere..”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
44. Rel. Lim. Cariaten et geruntinen., 1589.
45. Documenti di archivi, Siberene pp. 376 sgg.
46. Rel. Lim. Cariaten. et geruntinen., 1589.
47. Maone P., Casabona cit., Historica n. 5/6, 1964, p. 200.
48. Carte relative alla badia di S.ta Maria di Altilia, C. S.- S.
E., Cart. 60, fasc. 1333, ASCZ.
49. Il 14 maggio 1517 l’erario di Crotone paga un corriere inviato
dall’università di Strongoli “per avviso de due fuste turchische”;
Il 9 luglio 1517 paga “bonayuto de Strongoli venio in cotroni ad
notificar di certe fuste turchische”; Sempre nello stesso mese è un
pagamento “per la guardia a cavallo fata al neto.. per suspetto dele
fuste turchesche”, Introyto erario de Cotrone, 1516/1517, Fs.
532/10, ff. 24, 28v., ASN.
50. Tra i sindaci delle università della vallata sono ricordati:
Strongoli (Carluccio de Junta, 1542); Casabona ( Marino Russo ,1541;
Antonio Maria Pixotta, 1542; Jo. Andrea Pantisano, 1542); Casale di
Belvedere (Joanne Gaverropoli, 1542; Cola Livani, 1542); Santa
Severina (Minico de Yerardo e Petruczo delo Moyo, 1542); Cerenzia (
Cola Suprano, 1541); Rocca di Neto ( Colella dela Grutteria (1541);
Caccuri ( Domenico Inrigana (1541), Dip. Som. 196, 4-6, ASN.
51. Nel giugno 1578 per la costruzione del nuovo baluardo del
castello e per riparare una cortina delle mura della città di
Crotone, le terre della vallata vennero tassate a fornire carri per
portare la legna dai boschi alle calcare e la pietra per far calce
dai moli alla marina a ragione di un carro ogni cento fuochi.
Dovettero fornire due carri: Strongoli (fuochi 460), S. Severina (f.
414) e Caccuri (f. 325); fornirono un carro: Casabona (f. 230),
Umbriatico (f.130) e Cerenzia (f. 120). Le due terre di Rocca di
Neto (f. 120) e Belvedere e Montespinello (f. 156) fornirono invece
ciascuna due guastatori per aiutare a carricare e scarricare le
calcare, Torri e Castelli, Vol. 135, ff. 18 –20, ASN.
52. Nel 1579/1580 esistevano in Calabria Ultra 49 torri regie
marittime. Un caporale ed un milite erano addetti alla custodia. Il
caporale percepiva uno stipendio mensile di ducati 4 ed il milite
uno di 25 carlini , Cunto del Regio Thesoriero di Calabria Ultra
nell’anno 1579- 1580 per guardia delle Torri, ASN.
53. Città strategica per la difesa del regno dal nemico turco, la
città di Crotone e la marina circostante sono nella bella stagione,
tempo di pericolo, difese da un forte presidio spagnolo: nell’estate
1558 ci sono 700 fanti, nel 1560 vi veniva mandato Salvatore
Spinelli con 800 soldati, l’anno dopo vi era acquartierata una
compagnia con duecento spagnoli, Caracciolo F., Uffici, difesa e
corpi rappresentativi nel Mezzogiorno in età spagnola, Reggio C.,
1974, pp. 169 - 170.
54. Tra aprile ed agosto 1562 l’università di Melissa pagò a 5 grana
ciascuno 22 corrieri; 11 provenienti da Cirò e 11 da Strongoli. Tra
l’altro furono avvistate 22 galere a Capo Stilo (12 aprile), furono
presi “li navili allo capo dela lige (10 maggio), furono avvistate 3
fuste a Capo Nao (25 giugno), 7 galeotte a Fiumenicà ( 3 luglio) e 2
galeotte a Cirò ( 12 luglio), Libro V ind. 1561 fatto per le spese
dell’un.tà de melissa, Conti comunali fs. 199/5, ASN.
55. Così descrive la situazione il barone di Melissa Gio. Maria
Campitelli: “ come detti forasciti, perseguitavano multi cittadini
et principali di detta terra, et cercavano d’haverle per le mano
componerli et amazzarli più volte se disse per piu diversi personi
che detti forasciti volevano intrare dentro detta terra di Melsa, et
abuscarse in quella per fare molti homicidii et amazzare a quelli
forno ramazzorno Gio. Pietro Bianco forascito, et rebelli di la
corte per fare altri arobbi e delitti non senza gran danno et
interesse deli citadini, et habitanti”, Fondo Pignatelli Ferrara,
Fs. 51 bis, Pr. 100, f. 7v, ASN.
56. Libro V ind. 1561 fatto per cit.
57. Relazioni varie dall'anno 1561 sino al 1596 in Archivio Storico
Italiano t. IX,1846,pp.195-196; De Mayda B., Splendore della
misericordia..., Valle di Pompei 1918,pp.18-19; Fiore G.,Della
Calabria Illustrata,Forni 1974, Rist.,I, 215.
58. Tesorieri e Percettori Vol. 4087 (1564- 1565), f. 293, ASN.
59. Brasacchio G., cit., III, 79.
60. “Scandale è ... habitato da cinquecento Greci e cento cinquanta
latini.Ha due chiese greche, et una latina:così anco vi sono dui
preti, uno Greco con dui Diaconi, et uno latino. Questi Greci vivono
catholicamente per la vigilanza che vi ha sempre usata il cardinale
di S.Severina a farli ben’instruire, e riformare”, Rel. Lim. S.
Severina., 1589.
61. “Il casale di Montisp(ine)llo, altre volte di rito greco, pian
piano col tempo s’è ridutto al rito latino, e non vi restano più che
quattro o cinq(ue) fameglie, che vivono secondo il rito greco..”
Rel. Lim. Cariaten et Geruntin., 1605.
62. Il casale di Bilvedere habitato da Greci; che vivono secondo il
rito greco. Hanno il loro curato in una sol chiesa parrocchiale..”,
Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1605. Belvedere Malapezza era
stata ripopolata con genti di origine greco- albanese alla fine del
Quattrocento ed all’inizio del Cinquecento risultava feudo di
Federico Assan Paleologo, Pellicano Castagna M., La Storia dei feudi
cit., I, 208; Nell’aprile 1542 era barone Marcho Antonino Locifaro,
Dip. Som. Fs. 196/4, f. 25, ASN; Nel 1620 Antonio Rota è barone del
“Castrum” di Belvedere Malapecza, ANC. 49, 1620, 14.
63. “Casale Carfizzi quod incolunt Albanenses, qui ritum grecorum
sequuntur habet praesbiterum grecum coniugatum cum eius coadiutore
similiter coniugato..”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
64. “Casale S.ti Nicolai de Alto ciuus solum pleno iure spectat ad
ecc.m cathedralem umbriaticen., habet cappellam sub invocatione S.ti
Nicolai et casale habitatur ab Albanensibus grecorum morem
sequentibus, qui habent praesbiterum grecum curatum..”Rel. Lim.
Umbriaticen., 1600.
65. Rel. Lim. Crotonen., 1597.
66. “Cotronei è casale habitato da Albanesi al numero di
quattrocento anime, quali vivono al rito Greco nel modo che si è
detto di Scandale et perche il loro Barone è latino, vi stanno dui
preti, un Greco col suo diacono, et un latino, ciascaduno con la sua
chiesa”, Rel. Lim. S. Severina., 1589.
67. Il vescovo di Umbriatico Pietro Bastone (1611 - 1621) nella sua
relazione del 1611 asserisce che nella sua diocesi ci sono tre
casali abitati da Albanesi. Nella relazione in data 2 dicembre 1618
fa esplicito riferimento alla formazione del nuovo casale di San
Giovanni de Palagorio: “ In territorio huius Civitatis Umbriatici
quodnuncupatur San Gioanne de Palagorio sunt preterea nonnulli
quoadunati noviter, et Latinorum, et Albanensium; ubi viginti
construxerunt tuguria, et cum tota familia habitant..”, Rel Lim.
Umbriaticen.,!611, 1618.
68. Litere Pastorales Ill.mi R.mi D.ni Alphonsi Pisani, Data in Sata
Severina nel Palazzo Arciv.le a 13 di Decembre 1630, AVC.
69. Pedio T., Un foculario del Regno di Napoli del 1521, in Studi
Meridionali n. 3/1991, pp. 262-265.
70. Valente G., Dizionario dei luoghi della Calabria, Frama’s 1973;
Torri e Castelli, Vol. 35, ASN.
71. Napolitano R., S. Giovanni in Fiore cit., pp. 127 –129.
72. Fiore G., cit.,
73. Nel giugno 1594 il vascello di N. Greco inseguito dai Turcheschi
era riuscito ad approdare a Capo di Neto, vicino alla torre di
Strongiolo, ANC. 49, 1594, 118-119.
74. Mazzoleni J., Fonti cit., p. 349; Valente G., Le torri cit, pp.
74 –75, Vaccaro A, Fidelis cit., p 199.
75. Dal conto dell’amministratore Gio. Andrea Puglise si ricava:
“L’altra partita di ducati quattro e tari uno dice haverli pagato a
mastro Gioseppe Lamacchia fabricatore per haver fabricato alla torre
di fasana; 13 maggio 1586. A di detto al m.co Horatio Lucifero
ducato uno per comprarmi tre pale di ferro, che servino alla fabrica
della torre di fasana se li fa bono, poi che ne costa ch’in detta
torre si fabricava et ci erano necissarie detti pale; 16 maggio
1586. A 16 detto, a Gio. Montileone per comprare vino et altre
robbe, per portarle alla torre di fasana dove se voltava la lamia; A
di detto a Mastro Gioseppe la macchia docati dieci e carlini sette,
per havere fabricato esso con dui altri mastri, et manipoli alla
torre, et scala di fasana appare polisa a 16 maggio 1586; A di (25
maggio). al detto ducati sei, tari uno e grana dieci, et sono per lo
prezo de quarantacinque tiylli, a grana quattro l’uno, et per lo
prezo di tavole cinquanta de butiello servino per voltare la lamia
de fasana; A di detto al m.co Cosmo lo epitropo, ducati dui et tari
quattro per lo prezo de tabule n. vintiotto di mesura serviro per
fenire le lamie della torre de fasana; A di detto, a Gio. Montileoni
massaro carlini decietto per pagarne le genti che tagleno tanta
frasca per cocere un’altra volta la calcara de fasana; A di detto
(1° giugno) a m.o Gioseppe la macchia fabricatore ducati dudici et
carlini sei, per havere fabricato esso con altri mastri et manipoli
alla torre de fasana, appare lista tanto dille giornati quanto delli
mastri et manipoli preditti; A di detto a Pietro Giovanni la macchia
carlini trentasei per havere caricato la carcara a fasana et per sua
mastria et cuocirla se li fa buona detta partita non obstanti che
none mostra polissa poichè costa haversi fabricato et era necessario
di farsi carcara di calce; A di 8 giugno 1586 a m. gioseppe la
macchia fabricatore ducati dieci tari quattro et grana quindici per
havere fabricato esso con altri mastri e manipoli alla torre de
fasana appare lista delli mastri et manipoli et giornati et polissa;
A di detto al R.do don alfonso de Alessandro ducati dudici debito
per prezo de dece canne de pietre et palmi cento di cantoni et uno
travo di palmi n. quaranta quattro venduti a detto q.m lelio; A 20
de giugno 86 a m.o Gioseppe la macchia carlini quaranta due per
havere fatigato con altri mastri alla torre de fasana; A di detto
(23 giugno) pagato a ger.mo varano carlini dui et se pagarno comer
priore in tando della chiesa di S.ta maria della pietà de ditta
città per haverli prestata una scala grande di detta chiesa et
quelli mandata a fasana per servitio di detta fabrica quale dice
haversi rotta et per elemosina et pagamento di quella et dono , ANC.
108, 1614, 193 –211.
76. Il territorio di Fasana con torre, magazzini, cappella e
cisterna passerà poi in proprietà del marchese di Casabona Scipione
Pisciotta, come si ricava dall’elenco dei numerosi beni lasciati in
eredità nel 1622 dal marchese. In seguito si aprirà una lunga lite
in Sacro Consiglio tra gli eredi ed il principe di Strongoli
Francesco Campitelli, marito di Francesca Pisciotta, nipote di
Scipione Pisciotta. Poi Fasana passerà a Domenico Pignatelli, quindi
a Geronimo Pignatelli e poi alla figlia di quest’ultimo Lucrezia
Pignatelli (1728 -1760), che sposò Ferdinando Pignatelli. Si deve ai
coniugi Pignatelli la trasformazione della torre in un magnifico
casino, ANC. 49, 1591, 56 -58; Fondo Pignatelli Ferrara, Fascio 77
Prat. N.41, f. 1v, 26.6.1668- Inventario fatto da Domenico
Pignatelli per morte di Francesco Campitelli. ASN.
77. Atti Notaio J. Galatio, Cotrone 23.9.1602, Fs.1602, ff.328-329,
Arch. Vesc. Crot.
78. ANC.69,1604,10-11.
79. ANC.69,1605,47-48.
80. ANC.57,1606,7v-8.
81. ANC.69,1606,7v.
82. Diritti feudali a Santaseverina, Siberene p. 555 e sgg.
83. Ughelli F., cit., IX, 522-523.
84. Rel. Lim. Strongulen., 1594.
85. Rel. Lim. Strongulen., 1594, 1597.
86. Russo F., Regesto, III, 438;IV,494.
87. Russo F., Regesto, IV, 30.
88. Fiore G., cit., II, 386.
89. Rel. Lim. Strongulen. 1594, 1597.
90. Lo spopolamneto di Strongoli proseguirà nei primi anni del
Seicento: “Civitas Strongolen... cum sit magna ex parte diruta
centum octoginta focularia non excedit”, Rel. Lim. Strongulen.,
1612.
91. Visitatio Apostolica Sanctae Severinae, 1586, SCC Visit. Apost.
90, ASV.
92. Siberene, p. 414.
93. Visitatio cit.
94. “La Città oltre che è fortissima di natura è anco munita d’un
fortissimo castello. Il sito di essa città è capace di più di
cinquemilia anime, ma per li debiti universali, et per il mal
governo di Conti p(at)roni d'essa Città, et delli officiali
temporali da cinquanta anni in qua è andata decrescendo in modo che
à pena vi si numerano quattro, o cinquecento anime et se non fusse
stata d’alcuni anni quà protetta dalla pietosa mano del R.mo Mons.re
Alfonso Pisani al presente Arcivescovo di quella Città saria
all’intutto desolata”, Rel. Lim. S. Severina., 1603.
95. Cerenzia "habitata da gente povera... La chiesa catedrale e
fuora della habitatione in loco eminente et mal seguro per i banditi
et latri... da sessanta anni casco' il campanile senza esser mai
refabricato...Rel. Lim. Cariaten. et Geruntinen., 1589.
96. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
97. Marafioti G., Croniche e antichità di Calabria, Padova 1601, pp.
203 –204.
98. Russo F., Regesto, 21754.
99. Il vescovo di Umbriatico Alessandro Filaretto muove numerose
accuse per mettere in cattiva luce l’arcivescovo di Santa Severina
Alfonso Pisano, che vuole esigere il diritto di spoglio. Tra le
accuse vi è quella che “Fuit per eumdem R.mum E.pum quem supra
carceratus quidam monacus, qui in carceribus fame et inedia in
extremis redactus, cum peteret sacram(ent)um poenitentiae et
eucharistiae omnibus per eumdem denegatis mortuus extra ecc.am tamq.
canis proiectus”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1598.
100. “Vivit in Civit. S. Severiane quidam Marcellus Barach, qui
contracto matrimonio, et consummato, ac per pluris annos cum
Innocentia dello Moyo uxore prima cohabitans, tandem illa mortua
contraxit matrimonium cum alia sorore utrimque coniuncta, cum maximo
scandalo totius Provinciae iactando se obtinuisse dispensationem in
hoc primo gradu affinitatis”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
101. Nel giugno 1616 il vescovo di Cariati e Cerenzia Filippo
Gesualdo faceva presente che “L’entrate del vescovato sono incerte
per esser decime e terraggi e molti beni stabili e raggioni della
mensa sono occupati, et impediti, e per la potenza laicale e per la
povertà della mensa di due chiese non si può litigare, Rel. Lim.
Cariaten. et Geruntin., 1616.
102. Do0cumenti sulle novità tentate in Calabria nell’anno 1599, in
Archivio Storico Italiano, Firenze t. IX, 1846, pp.405 sgg.
103. Il 19 agosto 1614 in Catanzaro il capitano della città Don
Francesco de Vega, Fra Antonio Cataneo, il signifero Fra Amilio
Malagrezza ed il milite della società equestre del marchese di
Sant’Agata Julio Antonio Schimano dichiaravano che “hieri lunedi 18
del p(rese)nte mese di Agosto ritrovandono nella piazza p(ubli)ca di
detta citta di Catanzaro a tempo si voleva esseguire la giustitia
contro Fran.co de Paula della p(redi)tta città per ordine
dell’Ill.mo S.r Don Carlo di Sangro Gov(ernato)re et cap(ita)no a
guerra in questa Provincia di Calabria Ultra, et mentre il detto
Fran.co salio sopra il catafalco per tagliarsi il capo, p(rim)a di
esseguirsi la detta giustitia esso Fran.co stando alla allerta disse
con voce forte, et alta, che fu d’ogn’uno inteso in questo modo:
Sig.ri gentilhomini miei io dechiaro et confesso, qui in publico,
come tutti quelli capi che mi sono stati apposti nella corte
vescovale d’heresia, m’erano stati dati appostamente per prolongarsi
la mia vita, et percio per discarrico de mia conscienza per togliere
il scandalo dal populo, et la infamia data a me et tutta mia casa
declaro et confesso, che sempre ho vissuto catholicamente, et da
christiano, che sono stato, et sono, et da catolico voglio al
presente morire, havendo sempre havuto desiderio di sparger il
sangue per la fede di Christo mille volte, et altre parole simili,
mostrando segno di grandissima contritione, et dopo dette queste
parole s’inginocchio in detto catafalco pose il collo al ceppo, et
dal ministro regio gli fu troncato il capo..”, ANC. 108. 1614, 174.

