[La città del principe Francesco Campitelli]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 50/2000)
La città di Strongoli, situata alla sommità di un
colle circondato da rupi a tre miglia dal mare, anticamente si
chiamava Strongylon per la sua forma rotonda. Le pietre con cui
erano costruite le mura, le torri e le case ricordavano lo splendore
dell’antica Petelia; una città morta il cui nome era stato
dimenticato e oscurato dai nuovi fondatori. Lapidi, marmi ed
iscrizioni, le testimonianze del passato, occhieggiavano sui portali
e nelle facciate dei palazzi ed adornavano le chiese. Essi
provenivano dalla cava delle rovine della celebre città, che
quotidianamente dava alla luce frammenti della sua gloriosa storia,
facendo intravedere la bellezza dei perduti monumenti e la
floridezza raggiunta dal municipio romano.
Tutto ciò strideva con la realtà e la desolazione del presente. La
città del principe Francesco Campitelli, cavaliere di San Giacomo,
spopolava per le pestilenze ed era oppressa dalla malaria, che
d’estate la affliggeva con i puzzolenti e densi vapori emanati dal
torrente Brausio, che lento e pantanoso impaludava vicino. I
meravigliosi ritrovamenti dimostravano senza alcun dubbio quanto la
città fosse stata un tempo ricca e popolosa, ma i loro bagliori
erano solo l’occasione per il ricordo della perduta dignità. Nessuna
altra città della Calabria Citeriore poteva vantare una così
prestigiosa origine! Strongoli, infatti traeva vita dalla fedele
morta Petelia, che per rispetto dei patti aveva osato opporsi al
potente generale cartaginese, come dimostravano le epigrafi e le
monete, che giorno dopo giorno venivano scavate. La realtà però, che
gli abitanti dovevano quotidianamente affrontare, era quella di una
città impoverita e quasi completamente in abbandono. In pochi anni
la popolazione si era dimezzata ed era così diminuita da ridursi a
meno di duemila anime. La decadenza continuava. Le calamità naturali
e la mancanza di coloni cominciavano a privare le terre della semina
e le aprivano all’incolto. Alcune torri, quattro costruite dal
vescovo Timoteo Giustiniani in difesa dei Turchi, erano in parte
dirute. La cattedrale dedicata agli apostoli Pietro e Paolo con i
suoi dodici altari, oltre al maggiore, mostrava ovunque la vetustà.
Fredda ed umida d’inverno per l’acqua ed il vento che vi penetravano
da ogni parte del tetto, era talmente lesionata e minacciante
imminente pericolo, che il vescovo aveva timore di celebrarvi.
Divisa in tre navate da arcate gotiche, la sua vastità contrastava
con i pochi fedeli. La eguagliava il vicino palazzo del vescovo.
Esso era di discreta grandezza ma ridotto ad una spelonca di ladri e
con parte del tetto mancante. Su ogni cosa dominava la presenza
opprimente del principe.
Si entrava nella città dalla porta Maggiore, detta anche della
Terra. In alto sulle mura c’era una casetta che serviva per il
guardiano e vicino un palazzotto, con un magazzino sotto ed uno
accanto detto della forgia, di proprietà del principe. Sulla via che
dalla porta conduceva alla piazza detta di Alto si incontravano una
bottega di merci ed una di sarto. Nella piazza risiedeva il capitano
della città ed apriva il grande magazzino del principe. Nel piano
del castello il principe possedeva cinque casette matte, che usava
come magazzini, come stalle e per il centimolo e aveva anche “una
casa terrana detta lo trappeto, due pagliere et una remissa di
carozza”. Nello stesso luogo vi erano alcune case palaziate, con
membri superiori e inferiori, con molte stanze abitate dal barone di
Rocca di Neto, dal fratello del principe, dal medico ecc. Dalla
piazza costeggiando le mura si andava verso San Leo. Si incontrava
una bottega lorda, una bucceria, una torre cadente ed un palazzotto
con magazzini, camere e due casette matte del principe. Tra la
piazza e la cattedrale si apriva l’antica porta detta “Portella”,
usata come porta di soccorso. Lungo la strada della Giudecca c’erano
alcune botteghe di merceria e di sarto. Una via dalla chiesa di San
Stefano conduceva a “li cavatini”. Palazzi del principe sorgevano
davanti alla chiesa della Annunziata ( un palazzo con un magazzino),
presso la chiesa di S. Francesco di Paola ( un palazzotto con
magazzino e una casetta terrana) e davanti all’orologio della città.
Il principe possedeva anche alcune case che affittava ed altre che
erano dirute. Oltre a palazzotti, case palaziate, casette terrane,
magazzini, botteghe ecc. le mura racchiudevano anche otto chiese.
Una di queste, quella dedicata a S. Maria della Sanità, aveva
annesso l’ospedale. Le altre: SS. Trinità, S. Giacomo, S. Stefano,
S. Giovanni Battista, S. Francesco di Paola, Annunciazione e
Immacolata Concezione, queste due ultime sedi di confraternite,
recavano i segni delle intemperie tanto che in alcune non si
celebrava più. Il tutto era dominato dal castello del principe,
“consistente in più e diversi membri superiori et inferiori”, dove
si innalzava la robusta ed alta torre Maestra, il simbolo più
evidente del potere. Fuori mura c’erano le quattro chiese rurali di
S. Maria della Pietà, di S. Croce, di S. Maria della Consolazione e
di S. Maria di Vergadoro ed i quattro conventi.

