[La città ed il territorio di Le Castella]
di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 29-35/2005)
Nel medioevo il territorium costituiva
l’estensione di terreno pertinente una città (terra), all’interno
del quale si trovavano i possessi dei suoi cittadini. Esso era
limitato dagli elementi naturali del paesaggio: rilievi, valloni,
corsi d’acqua, particolari alberi (1),
ed assieme ad una serie di diritti che vi gravavano, costituiva una
proprietà del sovrano (demanium) che costui poteva concedere, tutta
o in parte, ai suoi vassalli. Tale concessione effettuata attraverso
un proprio atto detto beneficium, riguardava tanto secolari che
ecclesiastici che, in questo modo, detenevano il possesso di un
territorio loro sottoposto (tenimentum).
Urbanizzazione del territorio
Durante il periodo romano il territorio che, in età medievale,
diverrà quello della città di Castellorum Maris, era caratterizzato
dalla presenza di alcune villae evidenziate dalla ricerca
archeologica (Ritani, Campolongo) e da estesi boschi, dove
pascolavano le greggi che, dall’altipiano silano, calavano alle
marine durante i mesi invernali. A tale originaria attività si
rifanno gli antichi diritti civici dei cittadini castellesi, a
cominciare da quello di pascolo (jus pascendi) da cui discendevano
quelli di attingere acqua (jus aquandi), pernottare (jus
pernoctandi), farsi il ricovero (jus faciendi tugurium), e tagliare
legna (jus lignandi) e di raccogliere ghiande e spighe (glandare e
spicare). Con la nascita del vescovado di Isola (fine del sec. IX -
inizi del sec. X), formatosi a spese del territorio anticamente
appartenente al vescovo di Crotone, all’estremità del promontorio fu
eretta la chiesa di San Nicola detta del porto, dando così l’avvio
all’urbanizzazione del sito di Le Castella, caratterizzato dalla
presenza di un castellum ad mare. In tale frangente, il territorio
cittadino appare strutturato secondo una precisa articolazione. Una
parte apparteneva al vescovo di Isola (Ritani), un’altra ricadeva in
demanio regio (la foresta delo suverito), un’altra costituiva il
tenimento dei monaci greci della chiesa di San Fantino, ed un’altra
ancora era in possesso dai monaci dell’abbazia greca di San Nicola
de Malleotis della diocesi di Squillace, che si erano insediati sul
luogo erigendo la grancia di Santo Stefano (tenimentum di Santo
Stefano de Abgarodi) (fig. 1).

Fig. 1. Confini del feudo di Castellorum Maris. A) S. Fantino, B) S.
Stefano, C) Ritani, D) Campolongo, E) Soverito.
La città
Agli inizi del Cinquecento l’abitato di Castellorum Maris
passato in feudo nelle mani del conte di Santa Severina Andrea
Carrafa, evidenziava gli elementi che avevano segnato la sua storia
urbana fino a quel momento. Vicino alla riva del mare, nel luogo
fuori e presso le mura, identificato jn maritima dittae terrae,
s’incontrava ciò che rimaneva del primitivo insediamento cittadino.
Si trattava del luogo caratterizzato dalla presenza della chiesa ed
hospitale S.ti Nicolai, dove trovavano ricovero i forestieri e
presso cui si svolgeva la fiera annuale di S.to Nicola che durava
quindici giorni. Qui, a testimonianza della presenza del primitivo
abitato, rimaneva un terrenum curiae vacante che conservava certa
parti vestigior et pedom.tor domorum, confinante con la viam
pubblicam quo itur jntus terram che, dal littus maris presso la
ripas dittas la timpa dela porta de fora o ripas dittas delo casale,
collegava l’approdo alla città. In corrispondenza di questa via, si
trovavano le case di numerosi cittadini che pagavano al feudatario
un censo annuale nel mese di agosto. Oltre ad alcune abitazioni, la
casa terranea di Ciccus Durantj, quella di Petri de Gentile e quella
che confinava con il magazzino di Dionisi Gangutia, e ad alcuni
casaleni, quello di Antonius Militi nel luogo detto lo canalicchio,
e quelli del notaro Henricus de Rasis, di Simonis Scazurri e di
Claramons Carnilevarius, si trovavano numerosi magazzini ed apoteche
che costituivano un corposo nucleo edilizio a supporto dell’attività
commerciale cittadina. Superato l’abitato posto jn maritima e
varcata la porta de fora, si aveva accesso alla città murata (la
terra) che, rispetto al suo originario assetto medievale, era stata
notevolmente trasformata. Il suo impianto ellittico, risalente
all’erezione del casale, frutto dell’inurbamento conseguente al
miglioramento delle condizioni generali ed al progredire del
commercio (sec. XII – XIII), era stato integrato in un nuovo
progetto. L’area urbana era stata notevolmente ampliata e le difese
cittadine erano state rifatte secondo le nuove tecniche dell’arte
militare, anche se parte di quelle preesistenti permanevano ancora
lungo la parte occidentale del perimetro difensivo, dove le vecchie
fortificazioni erano meno esposte perché protette dal corso
dell’attuale torrente Vraca. Queste vecchie mura (menia antiqua),
poste a ridosso del mare che spesso causava danni alle difese ed
alle stesse abitazioni dei cittadini (2),
erano state congiunte ad una nuova cortina (menia nova) che,
iniziando dalla porta de fora, raggiungeva la porta della città
rivolta verso la campagna. Da questa parte, come testimoniano la
fotografia aerea, ed alcuni relitti in prossimità dell’attuale
porticciolo cittadino, questa cortina, scarpata e dotata di troniere
(scarpa grande), era difesa da un largo e profondo fossato che
sbarrava completamente il promontorio. I resti di queste mura si
evidenziano ancora anche in prossimità del castello, dove sono
ricordati come casa d’Annibale, fin dai tempi dell’Abate de
Saint-Non che visitò i luoghi sul finire del Settecento
(3). La costruzione di tale opera,
realizzata secondo le nuove tecniche dell’arte della fortificazione
ed adeguata alle nuove esigenze del feudatario, comportò la
soppressione di uno degli antichi accessi del casale e,
conseguentemente la concentrazione delle emergenze di rilievo su uno
solo dei due assi stradali principali risalenti all’assetto
medievale della città. Qui erano concentrati i principali elementi
di rilievo del nuovo assetto: la piazza pubblica (platea pubblica),
la chiesa di S. Andrea presso il porto piccolo e le mura nuove, e
quella di Santa Maria presso il mare.
Fig. 2. Pianta ricostruttiva dell’abitato medievale. Casale (1), Castello (2).

Fig. 3. Pianta ricostruttiva della città cinquecentesca.
1) castello
2) porto piccolo
3) magazeni e apoteche
4) piazza pubblica
5) porta de fora
6) chiesa di Santa Maria de Castellis
7) scarpa grande (mura nuove)
8) porto grande
9) fosso
10) porta
11) borgo
12) mura antiche
Santa Maria de Castellis
La chiesa arcipretale di Santa Maria de Castellis era la principale
emergenza architettonica della città dopo il castello e, oltre ad essere di
jus patronato del feudatario, era l’unica parrocchiale. Essa sorgeva presso
il mare nel luogo dove in passato era esistito il castello medievale, era
dotata di una sacristia, di un cimiterium e di un campanile con tre campane.
Il suo edificio, recentemente ampliato, era composto da una navata centrale
(navi) dotata di abside (tripone), con volta a lamia (lamie magna) sostenuta
da pilastri e da due ali laterali. Aveva una portam magna che si apriva
sulla strada pubblica che conduceva verso il cortilium dittum dela corti, ed
un accesso secondario (portam parvam) nell’ala destra. Al suo interno
esisteva la fonte battesimale (battisterium seu fontem battismatis) e sul
pavimento si trovavano le sepolture delle famiglie aristocratiche cittadine
che versavano al conte un censo annuale. Oltre all’altari maiori dove era
posta la capam magnam jn tabula plana designatam decuratam jmaginibus et
coloribus pictata sculptam et designatam et scripta, vi era la cappella di
Joannis de Epitropo alle cui pareti pendeva un crucifixum parvolum. Nella
chiesa era esposta la piccola icona cum jmagine beatae virginis mariae e,
tra le tante cose, vi si conservava il palleum vetus e figuratum. Essa,
comunque, era provveduta di tutto un ricco corredo necessario per
l’amministrazione del culto: calici, croci, candelabri, assieme alle sacre
scritture (messali, breviari, libri di canti) ed ai numerosi vestimenti,
paramenti ed arredi sacri riccamente tessuti e guarniti, tra cui quelli
donati dallo stesso conte recanti la sua arme, e quelli cum cruce leonata
del notaio Enrico de Rasis e di suo fratello Giovanni, vicario generale e
cantore della cattedrale di Isola.
La struttura edilizia
L’abitato era caratterizzato da un tessuto edilizio composto da oltre
trecento abitazioni costituite da case a schiera, confinate dalle vie
pubbliche (viam pubblicam) e da quelle vicinali (viam vicinale) che gli
davano accesso, dalle vinelle (vinellam), dalle case vicine o stricto
mediante. Queste appartenevano a due tipologie tipiche: la casa palaziata e
quella terranea. La casa terranea (domus terranea) era composta da un’unica
stanza che, oltre per abitazione, poteva essere usata anche come stalla o
magazzino (magazenum) (4) mentre, quando
rovinava, rimaneva come spazio aperto o casaleno (casalenum). La casa
palaziata (domus palatiata), invece, era più articolata. In primo luogo essa
era impostata su due livelli ed ospitava una o più unità abitative dette
appartamenti, ognuno dei quali composto da una o, raramente, più stanze o
membris (5) mediante tramezzi realizzati con
stagliate di tavole. Al piano superiore, coperto da un tetto a falde
realizzato con trabes ed un’intelaiatura composta da tignis seu tigillis che
sostenevano la copertura di tegole, vi era sempre un’abitazione cum
foculare, cinere et letto et aliis suppellettilis, raggiungibile attraverso
una scala lapidea (6) ed un pianerottolo
(vineano) a volte lastricato (7), mentre il
pianterreno, oltre a potere essere adibito ad uso abitativo, ospitava, in
genere, un magazzino e/o stalla (8). La casa
poteva essere dotata di un cortilium dove potevano trovarsi il puteo
(9) e l’orto (virdisca). Fuori dalla porta
principale della città, superato il fosso che difendeva le mura dalla parte
della campagna, si estendeva il burgo. Esso rappresentava il nucleo più
recente dell’abitato, costituitosi in seguito all’avvio dei grandi lavori
edilizi avviati dal conte per la realizzazione della nuova città e del nuovo
castello, composto da circa una cinquantina di abitazioni escluse dalle
fortificazioni, dove risiedevano le famiglie dei braccianti venuti a
prendere parte ai lavori e dove questi ultimi risultavano meglio
controllabili, nel caso di una sempre possibile sollevazione dettata dalle
loro condizioni di indigenza.
La cittadinanza
Attraverso la documentazione relativa alla tassazione dei nuclei
familiari (fuochi) del 1532, sappiamo che la città era popolata da circa
1200 abitanti, un dato che fotografa con sufficiente approssimazione il
periodo di massima espansione demografica della città. Esso è da mettere in
relazione alla favorevole congiuntura che caratterizzò questa prima metà del
Cinquecento e, soprattutto, alle notevoli opportunità di lavoro e di
guadagno, rappresentate dai lavori relativi alla realizzazione delle nuove
fabbriche avviate dal conte Andrea Carrafa che avevano condotto la città a
mutare radicalmente il suo volto.
Anno Fuochi Censiti Fuochi Fiscali
1496 - 190
1521 (269) 202
1532 383 275
1545 - 183
1561 - 11
n.b. Tra parentesi i valori calcolati.
Considerato che alcune categorie d’abitanti erano fiscalmente esenti:
ecclesiastici, militari, forestieri trasferitisi nella città recentemente,
ebrei convertiti, vecchi, poveri, invalidi, vedove, prostitute, (categorie
rigorosamente annotate nell’elenco) il numero di fuochi secondo cui era
tassata la città, cioè i suoi fuochi fiscali, risultavano solo una quota di
quelli accertati attraverso il censimento. In occasione di quello del 1532,
quando la città fu tassata per 275 fuochi fiscali, questi assommano al 72 %
di quelli censiti (383). Che i fuochi fiscali si aggirassero, in genere,
attorno ad una quota vicina ai ¾ di quelli accertati attraverso il reale
conteggio della popolazione, pare confermato dalle informazioni che il
documento ci dà circa il censimento del 1521, quando la città fu tassata per
202 fuochi fiscali, corrispondenti a 269 fuochi censiti
(10). L’ufficialità del documento e la sua
natura fiscale, basata sulla tassazione del nucleo familiare (focularia),
accanto alle ricorrenti frodi messe in atto nell’intento di sfuggire il
fisco regio, concorrono a rappresentarci una situazione dove il nucleo
familiare appare spesso alterato rispetto a quella che doveva essere la
realtà dei fatti. Nella maggioranza dei casi esso risulta composto da un
capo famiglia intestatario del fuoco con la sua legittima sposa (uxore) e la
prole (filus/filia) a cui, a volte, si aggiungevano i suoi parenti più
prossimi (mater, frater/soror) o, più raramente, quelli di sua moglie
(socera) mentre, in una decina di casi, nel nucleo familiare risulta
integrata una serva (famula). A ciò facevano eccezione i soci del
castellano, gli spagnoli Dieco Granato e Joannes de Azin, che abitavano con
le loro concubine ed i preti che, in genere, abitavano da soli o con la
madre vedova, anche se, in relazione al fatto di potere sfruttare la loro
esenzione fiscale, non mancano casi in cui li troviamo coabitare in qualità
di intestatari del fuoco, con i fratelli e con la famiglia dei propri
consanguinei. Tra questi casi, spicca quello dell’arciprete Tiberius
Crescente che conviveva con il nipote, uno schiavo ed una schiava che aveva
emancipato (mancipio/a). Sempre relativamente all’opportunità di sfuggire il
pagamento fiscale, spesso risultano fuochi intestati ad una vedova
(vidua/relicta) e costituiti da quest’ultima e dalla sua prole. Per il fatto
di riguardare esclusivamente la popolazione cittadina e di essere basata
sulla sua cellula fiscale, la documentazione ufficiale non ci fornisce
informazioni numeriche riguardanti la popolazione non residente, ad
eccezione dei pochi forestieri temporaneamente accasati all’interno delle
mura (militari, ufficiali regi, particolari maestranze). Risulta quindi
esclusa la grande massa dei braccianti e dei pastori che soggiornava negli
apprestamenti temporanei (tigurij e paglari) realizzati nelle campagne, e
che migrava stagionalmente da un territorio all’altro in relazione al
succedersi delle varie operazioni colturali ed al fabbisogno di manodopera,
o tra il piano ed i monti durante la transumanza. Questa presenza non
contemplata dagli elenchi ufficiali, comunque, si percepisce, attraverso
l’onomastica cittadina dove, i rapporti con i casali silani del Cosentino,
inquadrabili nel contesto dell’interscambio tra società agricola e quella
pastorale, sono segnalati dai numerosi cognomi che indicano questa precisa
origine geografica: de Scigliano, de Aprigliano, Carpansano, Mangonj,
Maranus, etc.. Rispetto a questa società bracciantile e pastorale, molto
vasta e dai contorni sfumati, la società cittadina risultava di gran lunga
più ristretta e rigidamente organizzata. Alla sua base vi erano i coloni o
massari che prendevano in affitto e coltivavano la terra, sottoposti ad un
limitato numero di famiglie aristocratiche, che possedevano le terre ed i
sepolcri posti sul pavimento della chiesa di Santa Maria: de Amico (alias
Perrone), de Cicco, de Costa, de Florio, de Gilio, de Guardia, Gullarino, de
Mayda, de Marco, Marino, de Pace, Pignatari, Sanasi, Scazzurro, de
Scigliano, Spatari e de Stilo. Di questo gruppo facevano parte i pochi che
potevano fregiarsi dell’appellativo di magnificus o di nobilis come, per
esempio, Princivallis de Costa, i fratelli Thomasi e Urbanus de Guardia,
Nicolaus Antonius Marinus, Paulus Morellus e Franciscus de Stilo. O come i
fratelli Bernardinus e Ascanius Crescente che, accanto a questi titoli,
potevano vantare anche quello di utriusque juris doctor
(11). Questo gruppo eleggeva al suo interno le
autorità cittadine destinate a rappresentare l’universitas: il sindaco, il
magister juratus e gli eletti, ed esprimeva il clero composto da numerosi
preti (presbiter) a cui si aggiungeva qualche diacono (diaconus). Tra di
essi spiccano coloro che, ricoprendo la carica di vicarius, avevano il
compito di rappresentare ed amministrare localmente gli interessi del
vescovo di Isola come, per esempio, il venerabilis Joannes de Rasis, ed il
venerabilis Petrus de Donatus, o come in passato aveva fatto il venerabilis
Antonio de Nicoletta. Seguivano alcune dignità della cattedrale di Isola,
come lo stesso Giovanni de Rasis (cantor), domnus Petrus de Castellis
(decanus) e domnus Hieronimi de Gilio (primicerius), a cui si aggiungeva
l’arciprete (archipresbiter) della chiesa di Santa Maria, carica che, tra la
fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, fu lungamente ricoperta
da domnus Berardus Conticellus ed, in seguito, da domnus Tiberius Crescente.
L’avvento dell’agricoltura
Questa società di signori che dominava il proprio territorio, con il
trascorrere del tempo lo aveva strutturato in relazione alle proprie
opportunità economiche ed in funzione delle sue potenzialità produttive,
traendo da esso le risorse per affermare e mantenere il proprio ruolo. Ciò
aveva avuto inizio con l’insediamento delle primitive chiese di rito greco
(Santo Stefano, San Fantino) che erano sorte là dove era possibile
controllare l’attraversamento del territorio, in una fase in cui l’economia
medievale appare ancora strettamente legata alle pratiche silvo-pastorali
(sec. IX-XI). La situazione è evidenziabile attraverso i pochi toponimi
greco bizantini che caratterizzano il territorio agrario e che compaiono
solo in relazione alla viabilità principale (poro, mesa/mesoriaci,
cuccuriaci), evidentemente strutturatasi in questa fase
(12).

Fig. 4. Struttura viaria del territorio di Castellorum Maris. 1) via di Gunnari, 2) via delo Dienato, 3) via Magna, 4) via Traversa, 5) via ditta de Cosentino, 6) via de Carcarella, 7) via che saglie alla Guardiola, 8) via di Cutro, 9) via de lisola, 10) Cuccuriaci (via per Crotone). a) passo de Santoro, b) passo de Dominico, c) passo de Cotrone.
Con l’avvio della latinizzazione, conseguente all’avvento dei Normanni ed al
passaggio dei possessi bizantini sotto l’autorità della chiesa di Roma
(seconda metà del sec. XI), prese l’avvio un deciso ripopolamento che
determinò la colonizzazione agricola del territorio. Alle abbazie greche,
andarono a sommarsi quelle di rito latino che consolidarono il presidio
della viabilità, avviando il processo di messa a coltura del territorio, a
cominciare dai terreni circostanti i loro insediamenti. L’abitato di
Campolongo, dove sorse la chiesa di S. Giovanni, ed il ponte presso il
monasterium seu ecclesiam Santae Elenae. I re normanni, inoltre, concessero
ai monaci greci dell’abbazia di Santa Maria del Carrà in diocesi di
Neocastro, di insediarsi nell’area strategica di snodo viario della valle di
S. Giovanni, costituendo la grancia di Santo Yanne o S. Giovanni dell’Isola,
mentre, nelle loro vicinanze, s’installarono i cistercensi dell’abbazia di
Santa Maria di Corazzo della diocesi di Martirano. Da questi capisaldi ebbe
inizio il dissodamento dell’incolto attraverso il disboscamento mediante
l’incendio della vegetazione naturale (cesina), e la formazione dei
territori aratorii (seminativi) detti gabelle o cabelle.
Struttura agricola del territorio
La ripartizione del territorio agricolo attraverso la formazione di
queste entità, generalmente di notevole estensione, rispondeva all’esigenza
di garantire la coltivazione cerealicola senza pregiudicare la fertilità dei
terreni che, in mancanza in un’adeguata concimazione, sarebbe velocemente
decaduta per il continuo succedersi a se stessa della coltura (ringrano).
Allo scopo, il ripristino della fertilità avveniva facendo succedere a tre
anni di coltivazione un periodo di tre anni di pascolo, durante il quale le
deiezioni lasciate dagli animali ripristinavano nel terreno ciò che era
stato asportato dal cereale, compiendo un ciclo di cui era garante il
proprietario della gabella e che doveva essere scrupolosamente osservato da
tutti coloro che, tutta o in parte, avessero voluto prenderla in affitto. A
differenza dei seminativi moderni, caratterizzati da superfici piane e
regolari, adeguate all’intervento meccanico, le gabelle medievali
costituivano delle aree coltivabili poco definite, limitate da alcuni
elementi naturali e caratterizzate da superfici molto frastagliate, i cui
contorni irregolari si insinuavano nell’incolto seguendo l’andamento del
terreno e le vie di penetrazione usate durante il disboscamento (valloni,
corsi d’acqua, strade). Accanto a ciò, le gabelle non possedevano neanche
una forma permanente ma, in ragione della necessità di provvedere al
ripristino della fertilità del terreno, mutavano continuamente, perché, ad
ogni ciclo colturale, una parte di superficie ormai troppo sfruttata ed
esausta era abbandonata e sostituita con altra sottratta al bosco con il
fuoco. Senza contare che, in considerazione della scarsa intensità dei
sistemi agricoli adottati, anche brevi periodi di mancata coltivazione,
determinavano il rapido inselvaggimento della gabella ed il ritorno di
questa all’incolto. Ne discendeva che, non possedendo rigidi confini, in
genere grossolanamente determinati dalle gabelle vicine, dalla presenza
delle vie o da qualche particolare orografico (valloni, rilievi), le gabelle
non potevano essere dimensionate ricorrendo al dato della loro superficie
coltivata ma, in maniera più pertinente, erano misurate in base alla loro
produttività, espressa come quantità di grano mediamente producibile
nell’annata (salmata).
Gabelle e terre
A testimonianza della fase storica che vede svilupparsi questa
strutturazione agricola del territorio, la toponomastica delle gabelle del
territorio di Castellorum Maris, evidenzia quasi totalmente l’uso della
lingua latina, facendo diretto riferimento agli autori di questo primitivo
dissodamento condotto dai castellesi, sia in proprio (guglielmo ganguzza,
delo greco, yanni de anastasio, luca delo merulo, cosentino, guardiola), che
attraverso l’azione della chiesa (s.to stefano, corazzo, s.to nicola deli
columbri, s.ta helena, valle de s.to giovanni, arcidiaconato, decanato,
thesaurerato, lo canonicato, s.to nicola del porto, s.to andrea). Questo
originario processo di messa a coltura è sottolineato dai toponimi
riferibili alla flora spontanea che caratterizzava i luoghi (mortilla,
ogliastro, pirainetto, rigano, valle delulmo), da quelli che si riferiscono
ad alcuni elementi di spicco del paesaggio naturale (fontana murata, fontana
dela petra, serra grande), o che risultano direttamente correlati al
dissodamento (cesini, cesini delo innamorato, parmenti, mendola). Tutte
queste classi di toponimi, invece, scompaiono completamente nella fase
successiva a quella descritta, quando, in seguito alla lottizzazione delle
aree più appetibili e meglio coltivabili appartenenti alle gabelle disposte
in prossimità delle vie, si giunse alla formazione delle terre. In questo
caso, si assiste alla completa scomparsa dei toponimi riferibili agli
elementi naturali del paesaggio, e gli unici due gruppi che continuano ad
essere rappresentati sono quelli che si riferiscono alle diverse proprietà
della chiesa (s.ta maria, s.ta domenica, s.to grigorio, grigorello) o dei
singoli cittadini che, in relazione a questo loro possesso, ottenuto in
concessione perpetua dal feudatario (enfiteusi), erano tenuti a
corrispondere a questi un censo annuale (censualj)
(13). Anche in questo caso, come per le gabelle, la dimensione di
queste coltivazioni è indicata attraverso la misura della loro produttività
espressa in salmate ma, in considerazione del fatto che si trattava
d’appezzamenti generalmente più piccoli delle gabelle, circa ¼ di essi è
misurato in tomolate o tuminatj (14). A riprova
della tendenza, l’uso di questa misura di superficie, risulta nel 75 % dei
petium terre, frazioni degli appezzamenti precedenti. In ogni caso,
comunque, sia i possessori delle terre che delle loro frazioni, erano
obbligati a seguire l’alternanza triennale relativa alla loro gabella
d’appartenenza, dato che all’interno di questa, non esistevano sbarramenti
per evitare il movimento degli animali ed era quindi impossibile la
convivenza tra aree adibite a pascolo ed aree coltivate durante la stessa
annata agraria. La principale produzione era rappresentata dalla
coltivazione del frumento (granum) ed, in misura molto minore, dell’orzo
(ordeum) e della segale (jermano) ai quali seguivano i legumi (cicera,
fabbas, alia legumina) e le piante tessili come il lino (linum) ed il cotone
(banbacem).

Fig. 5. Distribuzione dei principali seminativi (gabelle) del territorio di
Castellorum Maris
1 la gabella de S.to Stephano
2 la Cruciata gabella di S.to Stefano
3 Cultura de Rainaldo Losito
4 la Gabella deli Pirainetti
5 la gabella delo Rigano
6 la gabella de li Cisini
7 la gabella di Ritani
8 la gabella de Guglielmo Ganguzza
9 la gabella de Yanni de Anastasio
10 la gabella del Greco
11 la gabella de Luca delo Merulo
12 la gabella de S.to Nicola deli Columbri
13 la gabella di Corazzo
14 la gabella dela Mortilla
15 la gabella de Cucuriaci
16 la gabella dela Fontana Murata
17 la gabella dela Mesa et la Falda del Soverito
18 le terre de S.ta Maria
19 la gabella de S.ta Helena
20 la gabella dela Mendola et con li Fossi
21 la gabella dell’Ogliastro
22 la gabella delo Poro Piccolo
23 la gabella dela Valle delulmo
24 la gabella delo Poro Grande
25 la gabella dela Valle de S.to Yanne
26 la gabella di Carcarella
27 la gabella deli Parmenti
28 la gabella de Cosentino
29 la gabella delo Archidiaconato
30 le terre de S.ta Dominica
31 le terre dela Corte
32 le terre de S.ta Maria
33 la gabella del Serra Grande
34 La gabella dela Guardiola
35 Le t.re delo Minuto Passarello di Catanzaro
36 La gabella del Passo di Santoro
37 Le terre de S.to Grigorio
38 Le terre de S.ta Maria
39 La gabella dela Fontana dela Petra
40 Le terre de Grigorello
41 La Lenziata et terra del Judeo
42 La gabella del Dionato
43 La gabella de Campo Longho
Le mandrie
Accanto alle produzioni agricole, una grande importanza avevano quelle
ottenute dagli allevamenti che fornivano tutta una serie di prodotti
importantissimi per la vita dell’uomo medievale (formaggio, lana, carni,
pelli, etc.), e costituivano la più antica fonte di ricchezza ed il segno
che contraddistingueva lo status dei nobili. Le produzioni principali
ottenute dalla trasformazione del latte di pecora erano rappresentate da
petie casei, giungate e recotie mentre, la lavorazione di quello bovino,
forniva i raschija ed i pregiati casicavalli. Nel loro movimento
transumante, i pastori calavano alle marine in autunno, per poi lasciare il
piano in giugno diretti in Sila. I signori aristocratici, proprietari delle
mandrie, le affidavano a dei fidatores mandrarum o capimandra che avevano il
compito di gestire tutto quello che bisognava lo svolgimento del lavoro. Ai
capimandra spettava il servimento in Sila che consisteva nel pagamento dei
fitti e dei diritti inerenti il pascolo delle defense silane, nell’assumere
i pastori, nell’anticipare grano, scarpe e tutto il necessario per il
trasporto (mule, cavalli). Quando, invece, le mandrie si trovavano alla
marina, dopo la calata, tutti gli oneri erano a carico del proprietario
delle bestie (15).
I pastori cosentini ed il vescovo di Isola
Come agissero queste figure e quale fosse il clima nella campagne di Le
Castella durante il periodo preso in considerazione, è evidenziato dai fatti
che trovarono coinvolti i pastores cosentini Nicolaus de Canto e Berardo de
Anglaro che, a cavallo degli anni 1488 e 89, avevano preso in fitto ad uso
di pascolo, il tenimento della Valle dell’Ulmo, stipulando con il
procuratore del possessore di quelle terre, l’abate di Santa Maria di
Corazzo, un regolare contratto (pacto). Ad un certo punto, però, era
intervenuto il venerabile Antonio de Nicoletta, vicario di monsignor Angelo
Castaldo vescovo d’Isola, rivendicando i diritti sul luogo. In relazione
alla resistenza dei pastori, il vicario, insieme all’arciprete Bernardo
Conticello ed a tutti i suoi preti, armati cum lantii e spati, spalleggiati
dagli homini de armi del condottiero Jacobo Castracane e da altri uomini
della città di Isola, si erano radunati a la marina della città avviandosi
verso la Valle dell’Ulmo per appiccare il fuoco ai ricoveri dei pastori
(paglara) e sfrattarli. Ne erano stati impediti dall’intervento del
capitanus della città (16), il magnifico
Joanbattista Calamita, che li aveva fatti desistere dall’intento, ottenendo
dai pastori l’obbligazione a pagare al vescovo quanto richiesto. Di fronte a
questa costrizione, questi ultimi erano ricorsi alla giustizia, ed il 13
gennaio 1489 erano comparsi davanti alla curia cittadina che sedeva per
tribunali in teatro dicte terre ubi dicta curie ad presentes regitur et
regi. La curia composta dai nobili et egregij homini, il baiulus Nicolaus
Antonius Marinus, l’abate Nicolaus Crescens giudice annuale (annalis judes),
e da Franciscus Cesar della città di Squillace che, nelle sue funzioni di
notarus pubblicus per totum regnum sicilie, assumeva il ruolo di notarus
absumptum, ascoltate le testimonianze prodotte dalle parti, si pronunciò
riconoscendo le ragioni del vescovo di Isola che, basandosi sul suo diritto
di esigere le decime delle pecore su tutto il territorio della sua diocesi
(17), aveva preteso un legittimo pagamento che
prescindeva dall’affitto che i pastori avevano già corrisposto al possessore
della gabella.
Le clausure
Alla strutturazione per gabelle, veri e propri compartimenti stagni che
garantivano la rotazione triennale tra il pascolo e la coltivazione,
sfuggivano solo alcune parti del territorio che, per la natura delle
produzioni che vi si realizzavano, dovevano essere necessariamente
interdette al libero movimento degli animali. Si trattava delle clausure,
dove l’accesso risultava impedito da sbarramenti naturali, (corsi d’acqua,
canaloni) o artificialmente creati dall’uomo (fossi, siepi) che, ospitando
viti, olivi ed una miriade di altre specie da frutto (cerasam, citrangulor,
pomorum, castaneas seu nuces), non potevano essere pascolate. In relazione
alla loro estensione più ridotta ed al tipo di coltura ospitato, che
presupponeva una coltivazione più intensiva ed una piantagione regolare per
file, le chiusure erano localizzate in aree di facile accesso servite dalle
vie pubbliche e vicinali e con possibilità d’irrigazione, e si
caratterizzavano per un rigido schema di lottizzazione
(18). Questa era organizzata attraverso la suddivisione del terreno
in strisce parallele, lungo cui erano ricavate le singole proprietà
(appezzamenti). Come nel caso del subfeudo de fungardo dove, attraverso
l’uso della fotografia aerea, ancora oggi è possibile evidenziare queste
strisce che individuano i vignali (vinealis seu petiunculis) e le vigne
(vinee) realizzate durante il medioevo. I primi, dell’estensione di una
tomolata potevano ospitare anche seminativi, le seconde suddivise in unità
di 1000 pedum, erano destinate alla coltivazione della vite. Risultavano
altrettanto diffusi appezzamenti di vigneto costituiti da 500 viti, mentre
assai più contenuta era la presenza di vigne di diversa estensione
(19).

Fig. 6. Il feudo di Fungardo in un fotopiano del 1943 (Istituto Geografico
Militare di Firenze). In evidenza le striscie che caratterizzavano gli
appezzamenti di vigne e vignali.
Oltre alla vigna che assicurava l’approvvigionamento del necessario
corroborante alle fatiche del contadino medievale e che, per tale motivo,
rientrava espressamente nei patti che costui aveva stipulato con il signore
all’atto del suo insediamento sul territorio, costui possedeva anche un orto
posto subito fuori le mura. Anche questi piccoli appezzamenti, come le vigne
ed i frutteti, dovevano essere necessariamente interdetti agli animali e
posti al riparo d’eventuali danni, come prescrivevano le norme che vietavano
di portare le greggi al disotto della via traversa a cominciare dalla metà
del mese di marzo. Tuttavia, ad eccezione di queste piccole aree
caratterizzate da un’agricoltura più intensiva ed a volte specializzata
(vigneto, oliveto), anche nella fase di massima espansione urbana, il
territorio di Castellorum Maris continuava ad essere caratterizzato dai
boschi che, ricoprendo ancora la maggioranza dei terreni, dominavano
incontrastati il paesaggio. A cominciare dalla foresta delo Soverito, di
pertinenza regia e dalla defensa seu foresta di S. Fantino che in ragione
della sua natura di territorio corso (curso), analogamente a quello di
Campolongo, era aperto all’esercizio dei diritti universali da parte dei
cittadini, tra cui quello di libero pascolo per i propri animali. Ciò, in
genere, era motivo di contrasto tra i cittadini ed il feudatario, che
cercava di limitare gli antichi usi civici di questi ultimi creando delle
proprie defense e mettendo a coltura il bosco.
Il feudatario
In origine feudatario fu colui che, come premio alla propria fedeltà al
sovrano, ricevendo da questi il possesso di alcuni beni e diritti di un
determinato territorio, si impegnava a sostenerlo ed a seguirlo in guerra.
In seguito, fermo restando l’obbligo della fedeltà, i feudi furono concessi
dal re dietro un pagamento in denaro (20). Come
avvenne nell’ottobre del 1496 quando, re Federico d’Aragona vendette la
terra di Castellorum Maris assieme a Santa Severina, Policastro,
Roccabernarda, Cirò, Cutro, S. Giovanni Minagò, Fota e Crepacore e 300
ducati annui ad Andrea Carrafa col titolo di conte per 9000 ducati. La città
cercò di resistere e si rivoltò al conte. Costui, ricondottala
all’obbedienza mediante la repressione condotta da Bernardo Villamarino,
conte di Capaccio, ottenne dal sovrano di potere essere reintegrato nel
possesso dei beni e dei diritti che, a causa dei turbolenti trascorsi, gli
erano stati sottratti ed occupati illecitamente. Dalla documentazione
prodotta in tale occasione, e consegnata dal giustiziere Francesco Jasio di
Taverna nel 1520, apprendiamo che, relativamente all’investitura regia,
Andrea Carrafa deteneva in feudum i beni demaniali (bona demanialia)
appartenenti alla curia di Castellorum Maris ed una serie di diritti tra cui
quello di amministrare in primo e secondo grado le cause civili, criminali e
miste, con il potere di infliggere ogni tipo di pena corporale sino alla più
atroce (mero mistoque imperia et gladij potestate) e rimanendo soggetto al
pagamento dell’adhoa seu militari servitium in regno
(21). Questo possesso riguardante il castrum di Castellorum Maris,
identificato quale feudum quaternatum, comprendeva, jn primis, il castello
(castrum) completo dell’armamento e del munizionamento e, quindi, il
territorium, di cui risultano accuratamente descritti i confini. Nell’ambito
del castello, della città e del suo tenimento il conte deteneva la
baiulationem che, assieme al bancho justitiae … cum subtis capitulis juribus
pro heminentijs et jurisditionibus antiquis solitis et consuetis, era
affittata annualmente all’incanto per circa 270 ducati. In forza di questo
diritto, il feudatario assumeva l’ufficio di baiulo con poteri che
riguardavano diversi ambiti di giurisdizione. Per quanto attiene a quella
rurale, egli estendeva il suo controllo e la sua sorveglianza su tutto il
tenimento, amministrando giustizia, carcerando e comminando pene fisiche e
pecuniarie ai trasgressori. Nelle foresta delo suverito provvedeva a che
nessuno abbattesse alberi di qualunque specie, mentre nella defensa seu
foresta di S. Fantino era possibile approvvigionarsi del legname necessario
per realizzare i ricoveri nelle campagne e la copertura delle case. Egli
vigilava al fine di mantenere l’integrità delle fonti e dei fiumi, dove era
vietato servirsi di veleno per pescare, e controllava che nessuno alterasse
la purezza delle acque delle fonti conducendovi porci o altri animali. In
particolare, e con la sola eccezione dei periodi di siccità, era preservato
il vallono nominato volandrino, dove era vietato condurre ad abbeverare gli
animali sopra il luogo detto la chianta grande, destinato dall’università al
lavaggio dei panni. Il baiulo si preoccupava anche di difendere il
territorio dagli incendi, punendo i trasgressori e quanti avessero appiccato
il fuoco ai resti della coltivazione dei cereali (restucijs) prima della
metà del mese di agosto. Egli inoltre, proteggeva tutte le coltivazioni dai
danni arrecati da ogni sorta di bestiame civium ut forentium, sanzionando i
proprietari degli animali che, nel caso di mancato pagamento, subivano il
sequestro del bestiame sino al saldo del dovuto. A tal fine, dopo la metà
del mese di marzo, era fatto divieto ad ogni gregge di animalium
armentitiorum di avvicinarsi alle coltivazioni più prossime alla città
(vigne, orti) scendendo sotto la via traversa mentre, al fine di preservare
l’igiene del borgo non protetto dalle mura, era vietato condurvi ogni sorta
di gregge. All’autorità del baiulo era comunque sottoposta tutta l’attività
pastorale che si svolgeva nel territorio. Egli infatti esigeva dai fidatori
lo jus fida relativamente ad ogni animale grosso (bovini ed equini), e per
ogni capra o maiale introdotto dai forestieri nei pascoli del tenimento, ed
aveva il diritto di esigere lo jus disfida relativamente ad ogni animale
che, al suo controllo, fosse stato scoperto non fidato. Egli, inoltre,
riceveva annualmente l’integrum fruttum prodotto nell’arco di tutta una
giornata da ogni mandria (jornale). Il baiulo si faceva pagare anche dai
fidatori che prendevano in fitto le gabelle confinanti con il tenimento di
Castellorum, esigendo annualmente lo jus finaitae. Per la valle in tenimento
di Tacina, esigeva ogni anno sette tari ed un aries sive montonus grossus,
oltre il serratitio, costituito da sei carlini, un capretto, dodici pezze di
formaggio e dodici ricotte. Per la finaitae nova delo carigletto in
tenimento di Cutro, erano pagati sei tari, dodici ricotte, dodici pezze di
formaggio e dodici raschi che dovevano essere corrisposti entro otto giorni
dopo la festa di Pasqua. Al fine di salvaguardare il bestiame necessario
allo svolgimento dei lavori agricoli, il baiulo, in forza dello jus
stertiatura, dal primo di gennaio d’ogni anno, si preoccupava di stertiare i
prati e le terre poste in tutto il tenimento, sia nel caso di proprietà di
secolari che di ecclesistici, al fine di assicurare il necessario nutrimento
agli animali usati nei lavori durante il triennio a semina. All’interno
delle gabelle prescritte, ciò consisteva nell’imporre ai massari di lasciare
a prato 12 tomolate per ogni paio di buoi (paricchio) necessario alla
lavorazione del terreno di quella specifica gabella e 4 tomolate per ogni
bestia de barda seu de sella in possesso del padrone. La stessa superficie
doveva essere preservata a prato anche nel caso che la gabella non fosse
stata seminata, mentre il restante poteva essere dato ai fidatori. In forza
di questo diritto, durante il periodo della stertiatura, ogni giorno il
baiulo riceveva 1 tarenum dai fidatori per i corsi di Campolongo e S.
Leonardo. Le prerogative del baiulo riguardavano anche tutte le attività di
scambio che si realizzavano tra le mura della città, in tutto il suo
tenimento e nel suo porto. In questo senso, oltre allo jus exigendi,
attraverso cui, in tutto il territorio a banno, egli riceveva 1 carlino per
la vendita a forestieri con pagamento in denaro di ogni bestia grossa, egli
esigeva lo jus dohane da ogni forestiero che, con carri o cum bestia di
barda, fosse giunto a vendere frutta e legna. Questo diritto, eccetto il
lunedì e durante i quindici giorni di durata della fiera di S.to Nicolai,
era pagato anche da ogni forestiero che avesse voluto estrarre vituvalia via
terra o per marem, o che insieme alla moglie, avesse deciso di stabilirsi
temporaneamente nella città. In questo caso effettuando il pagamento annuale
della dogana, egli rimaneva immune dalle altre tasse universali, ma era
tenuto come i cittadini, ad assolvere gli obblighi relativi alla fabrica
delle fortificazioni, sia attraverso i pagamenti in denaro che mediante
servitijs personalibus. Per quanto riguarda l’attività portuale ed in
relazione al naviglio forestiero, il baiulo esigeva diversi diritti, quali
lo jus anchoragij, lo jus scafagij e lo jus falagagij oltre alla custodia et
jus guardia portus. Sia per quanto riguarda il commercio marittimo, che per
quello che avveniva attraverso le vie di comunicazione terrestri, il baiulo
esigeva lo jus catapanie sia per la vendita al minuto che per quella
all’ingrosso e vi erano soggetti sia i prodotti agricoli (olio, vino, lino,
cotone, frutta, etc) che quelli artigianali (stoffe, recipienti e stoviglie
di creta) che risultano tassati in relazione alla rispettiva unità di misura
adottata. Il baiulo deteneva anche lo jus portulania e come tale svolgeva
l’ufficio di magister portulanus, la cui giurisdizione si estendeva sia al
porto che all’interno dell’abitato. Qui, sia all’interno della città che del
borgo, egli era deputato a dirimere le questioni che sorgevano tra gli
abitanti, in merito all’uso di vie, case e scale, ed a riscuotere il dovuto
per la costruzione o ristrutturazione di fabbricati sulla pubblica via.
Iniziando dal mese di maggio e fino a tutto il mese d’agosto, il mastro
portolano vigilava sulle vie pubbliche della città, esigendo che ogni sabato
esse fossero pulite ed imponendo la pena di un tari a quanti le avessero
sporcate con jnmunditias. In relazione al possesso feudale, infine, il
feudatario deteneva l’offitium di magister attatus seu in dattie che,
solitamente, era venduto annualmente e riguardava la gestione amministrativa
delle cause con rilascio di atti pubblici. Accanto a questi diritti la curia
deteneva dei beni immobili (bona demanialia stabilia): il tenimentum di S.
Fantino posto jn territorio ditte terre castellorum, alcuni terre
coltivabili e lotti di terreno all’interno delle mura. In più vi erano i
beni recentemente reintegrati, ad eccezione del feudo di campo longho suorum
membrorum situs et positus jn tenimento dittae terre, che era detenuto
dall’illustrissimo dominum comitem Ayelli e sul quale verteva una lite tra
quest’ultimo ed il conte di Santa Severina. Essi erano rappresentati dalla
gabella della valle dell’Ulmo, da terreni e vigne e da alcune case. Il conte
esigeva, inoltre, una serie di censi enfiteutici (bona censualia) che gli
erano corrisposti annualmente nel mese di agosto. Essi riguardavano alcune
case e casaleni posti all’interno delle mura, altre case, casaleni e
magazzini jn maritima, ed i mulini che macinavano a Pilacca. Egli aveva lo
jus patronatus che consisteva nel diritto di presentazione al vescovo di un
prete di sua scelta destinato ad assumere la carica di arciprete di Santa
Maria la quale, oltre ad una ricca dotazione d’arredi sacri (bona mobilia),
possedeva alcuni beni immobili (bona stabilia in demanio) da cui riceveva
l’affitto: case palaziate e terranee, terreni e vignali. Il conte, inoltre,
riscuoteva una serie di censi enfiteutici relativamente alle sepolture
ospitate all’interno della chiesa ed alle vigne e vignali del sub feudum
curiae p.te numinatum de fungardo che era detenuto in sub feudali servitio
dal nobile Camillus Poherius della città di Taverna.
Amministratori, ufficiali e mercanti
Generalmente assente o, comunque, quasi sempre residente lontano dai
suoi possessi, per esercitare il proprio potere ed il proprio ruolo, il
feudatario disponeva di un apparato burocratico - amministrativo composto
dai suoi uomini di fiducia, o poteva scegliere di affittare i suoi possessi
al migliore offerente. Ciò determinava che la classe mercantile cittadina
fosse strutturata sulla base di un nutrito gruppo di notai, procuratori,
scrivani, contabili, riscossori, necessari a seguire le diverse fasi della
procedura amministrativa e commerciale (22), di
cui facevano parte integrante anche gli officiali deputati
all’amministrazione statale (governatori, capitani, giudici) e che si
avvaleva degli uomini che presidiavano il castello e costituivano la milizia
necessaria a garantire il rispetto dell’ordine. Come fosse strutturata tale
organizzazione e quali fossero i rapporti esistenti tra le varie figure
coinvolte, lo apprendiamo attraverso il cunto del rationale (contabile)
Antonio de Jacobo di Firenze che, a cominciare dal 29 dicembre 1485, si
occupò della contabilità e dell’amministrazione delle entrate fiscali
relative ai possessi feudali di misser Giovanni Pou: la cita di Isola e le
terre di Le Castella e Tacina. A questa data, succedendo a Margaritonno de
Cicco di Le Castella, egli fu ordinato exactore dal principe di Taranto per
conmissione del thesauriero della provincia di Calabria Ultra Vincislao de
Campitello, continuando a prestare il suo servizio quale perceptore dele
dicte entrate, anche dopo la confisca dei suddetti feudi da parte del re, in
seguito alla Congiura dei Baroni, fino al 31 agosto 1487. In questo periodo,
accanto ad Antonio de Jacobo compare Cristiano Fera che, insieme al primo,
risulta destinatario di un ordine del Tesoriere di Calabria Ultra, che lo
incaricava di provvedere alla riscossione delle entrate di pertinenza del
fisco regio relative alla città di Isola ed alle terre di Le Castella e
Tacina, con le quali provvedere al riparo del castello di Le Castella ed a
retribuire il castellano ed i suoi compagni. In precedenza, compiti di
questo tipo erano stati assolti da mastro Jordano ballio di Le Castella, al
quale Antonello dela Guardia e Thomasi Greco, sindaci della città, aviano
pagato li denarj deli pagamenti fiscalj, e che costui aveva utilizzato per
retribuire il vecchio castellano Jannocto. Nella sua administrazione,
Antonio de Jacobo che, prima di ricoprire tale incarico, aveva svolto quello
di credenczerj fin dal 1 dicembre 1483, attraverso il concorso e la
collaborazione di propri uomini di fiducia, provvedeva a svolgere il suo
offitio relativo alla riscossione delle entrate, a cominciare dalla ballia
(bagliva) che era rescossa dal relativo ballio o baglio il quale,
periodicamente, provvedeva a versarla nelle mani dello stesso Antonio de
Jacobo. Tra coloro che ricoprirono tale incarico figurano mastro Jordano per
Le Castella e Salvo de Stilo che si preoccupava di riscuotere e consegnare i
censualj di Campolongo. Una seconda voce d’entrata era rappresentata dalla
riscossione del diritto di fida, relativamente al pascolo di vacche
(bacchi), buoi (boy), maiali (porchi) e cavalli (jum.ti). Come avveniva, per
esempio, per il tenimento di Rosito posto in territorio della città di
Tacina dove, i cittadini di Le Castella pagavano una fida estiva di 5 grana
per vacca (23). Sempre relativamente al pascolo
nei tenimenti deli Valli, Campolongo e Santo Leonardo, era riscosso il
diritto di finayti et jornalj nella cui raccolta si segnala Cristiano Fera.
Vi erano poi le entrate derivanti dagli affitti di diversi terreni per uso
di pascolo (erbagio) o per quello di semina (terragio), tra cui quelli della
cabella di Campolongo. A differenza dell’affitto ad uso di pascolo che era
corrisposto in denaro, il terragio era corrisposto in grano e orzo che poi
era venduto ed il ricavato messo all’incasso. Queste vendite erano disposte
direttamente dal notaro Micho Campano o Cimpano, conmissario regio jn la
provincia de calabria e procoratore gobernatore et factore de Misser Johanne
Pou, e coinvolgevano importanti mercanti con i loro procuratori locali che
agivano nel porto di Crotone ed in quello di Le Castella. Oltre alla vendita
al prezzo di tari 7 la salma, con consegne jn cotrone a Gulljelmo Riczi de
Fiorencza per notari Dionisi Mortella di Napoli, e a Troylo Poerj o Puyeri
de Taberna factore e procuratore de Garczia de Teche, figurano vendite a
grana 6 e ½ la salma, con imbarco in Le Castella, a Carlo de Constanzo, ed
una consegna ad uno dei familiari del feudatario, il castellano misser Petro
Pou per soy victo. Le spese di tale amministrazione erano rappresentate
dalla provvigione dello stesso Antonio de Jacobo (12 oncie all’anno),
accompagnata dall’acquisto del necessario per scrivere, dal fitto dei
magazzini per conservare il grano, dalle spese per il loro trasporto con i
carri a Crotone, e da quelle relative al pagamento degli homini o famigli
che, con le loro armi, scortavano Antonio de Jacobo quando si recava a
Borrello, Cosenza o Santa Eufemia per effettuare i versamenti. Questi
avvenivano in moneta corrente (carlinj) nelle mani del notaro Micho Cimpano
mentre, a seguito della confisca regia, Antonio de Jacobo corrispose quanto
dovuto a Bactista de Vena che, a cominciare dalla metà di marzo 1487, fu
prima locumtenente e, successivamente, substituto di Martino Peres nuovo
thesauriero della provincia di Calabria Ultra succeduto a Vincislao de
Campitello. La spesa maggiore, comunque, era rappresentata da quella
relativa all’approvvigionamento ed al mantenimento del castello, ed al
pagamento del castellano e della sua guarnigione.
Il castello
Simbolo del potere signorile, attraverso cui il re o un suo vassallo
gestivano ed imponevano i propri interessi, il castello ci appare come un
complesso fortificato (fortelitijs) distinto dalle mura cittadine e posto in
una chiara posizione eminente ai margini dell’abitato che, incombendo
dall’alto sulla città e sulle sue vie d’accesso, costituiva un continuo
monito per i cittadini, testimoniando il predominio del signore sui propri
possessi. Tale potere militare era detenuto dal castellanus da cui dipendeva
una guarnigione costituita dai suoi compagnj. In relazione a particolari
esigenze, la forza della guarnigione poteva essere integrata dall’intervento
degli homini d’arme del re mentre, in alcuni casi, al castellano di nomina
regia, potevano essere affiancati uno o più soci, espressi dall’università.
Sul finire del periodo Aragonese, l’accesso al mare della città di
Castellorum Maris era controllato da un castello posto sulla terraferma.
Questo, come appare anche sul sigillo della città, era costituito da un
massiccio torrione, dotato di un solaio, di una porta e di uno spiruni posto
di rinforzo a munire la sua base contro i colpi delle bombarde. Esso sorgeva
nel luogo dove, in seguito, si segnalerà la chiesa di Santa Maria de
Castellis, alla cui presenza si riferisce la croce che ancora si rinviene
nell’abitato. Diverse notizie sulla sua struttura, sulla sua organizzazione
e sugli avvenimenti che lo interessarono sul finire dell’età aragonese, ci
provengono dalla documentazione prodotta da Antonio de Jacobo (1486-87)
quando, durante l’amministrazione di quest’ultimo, furono castellani misser
Stefano Puglise e misser Petro Pou che ricoprirono la carica fino al 25
aprile del 1486. In questo periodo, complessivamente, si alternarono ai loro
ordini una quarantina di soldati locali che assicurarono la presenza mensile
di una guarnigione composta da circa una ventina di uomini. In relazione al
periodo di servizio prestato, essi ricevevano una paga detta soudo che,
ordinariamente, era di 10 tari al mese. Per la sua completa efficienza, a
quel tempo il castello risultava munito di tutto il necessario per mantenere
la sua guarnigione: 2 carrate di grano, 37 libri di olio e 47 carrate di
legna da ardere, oltre ad una buona scorta di formaggio (118 pezzi di caso e
16 recotte) ed a tutto il necessario per la cucina: piattj, pignatj,
scutellj, cantari, una caudara, una fressura e due charri de tenire acqua
(giarre di creta). Oltre a queste munizioni, il castello era dotato di un
centimulo per macinare il grano e di una preziosa artiglieria, alla cui
efficienza prestavano le loro cure un bombarderj con il suo aiutante e
diversi artigiani locali come mastro Marco de Luca e mastro Georgio Gravalla
(cippe de bombarda), mentre mastro Donato Ferraro forniva chiova e correyi
de bombardi. Accanto a queste dotazioni il castello non mancava di un
pesante mantello di lana grezza (tabano de arbaso), necessario per la notte
quando fanno la guardia li compagnj. Con l’intensificarsi della minaccia
turca e di quella veneziana sui possessi aragonesi, le coste calabresi
furono poste in allarme ed accuratamente rifortificate e munite nei punti
maggiormente vulnerabili e strategici. Tra questi Le Castella dove il
sovrano, avendola nel frattempo confiscata in seguito alla ribellione del
suo feudatario, dispose il provvedere alla ristrutturazione del castello ed
alla riorganizzazione del suo presidio. Nell’ottobre del 1486 la castellanja
dele castella fu concessa dal principe di Taranto a Francesco de Miro con
una provvigione di 8 ducati al mese, al quale fu affidata una guarnigione
costituita da soldati forestieri pagati dal sovrano, composta da 11 compagni
durante il mese di ottobre 1486, ridotti a 4 dal mese di novembre e fino a
tutto aprile 1487. Questo presidio ridotto che trovava giustificazione in
coincidenza della cattiva stagione, non poteva essere adeguato al
sopraggiungere dell’estate quando, per fronteggiare il pericolo
d’incursioni, nelle marine cittadine si segnala la presenza degli homini de
arme del re. Il 7 maggio 1487, infatti, re Ferdinando aveva ordinato al
condottiero Iacobo Castracane di recarsi nella provincia di Calabria e di
stanziare fino a luglio a Crotone. Il sovrano che lo poneva alla testa di
tutti et singuli capi di squadra, conductieri et homini d’arme nostri che in
presente stanziano in dicta provincia, gli raccomandava di provvedere al
reperimento dell’artiglieria necessaria alla difesa e di sovrintendere alle
opere di fortificazione perché essendo vui persona esperta ne fidiamo del
vostro parere. Per quanto riguarda, invece, gli approvvigionamenti e le
opere di ristrutturazione, il 15 marzo 1487, su ordine del duca di Calabria,
si registra l’intervento del thesaurerio di Calabria Ultra Vincislao de
Campitello. In questa occasione, oltre a 12 salme di frumento, 25 tumula di
orzo e fave e 25 carrate di legna da ardere, egli dispose di realizzare
speditamente una serie di lavori multo necessarie che, in particolare,
riguardarono di conczare lo centimolo et la porta dela torre et cambiare lo
solayo e di fare lo astraco ala torre delo sperone. Tra aprile e luglio 1487
fu effettuato l’acquisto dei materiali necessari e si realizzano i lavori,
che mobilitarono anche diversi castellesi sia tra i fornitori che tra le
maestranze: mastro Antonio de Maczeo, mastro Paulo Marino, Andrea Paglaro,
etc.. La particolare importanza strategica del castello di le Castella
nell’ambito della difesa del regno in questo periodo, si segnala nella
primavera di due anni dopo quando, il 12 marzo 1489, lo stesso duca di
Calabria accompagnato da Antonio Marchesi di Settingiano, homo subtile circa
de fare fortezze e roche, ispezionò personalmente, da terra e dal mare, le
fortificazioni cittadine (24) mentre, ancora al
tempo della discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII, esso risulta
presidiato da una guarnigione regia (25).
(Tabella 1)
Riedificazione del castello
Con il passaggio in feudo al conte Andrea Carrafa da parte di re
Federico d’Aragona (1496), molte trasformazioni interessarono Le Castella
che, in relazione alla sua posizione, si prestava ad occupare il ruolo di
terminale marittimo dei nuovi e vasti possedimenti feudali del conte posti
nell’interno, in una fase di rapido intensificarsi del commercio via mare
legato al mercato granario. Lo stato di particolare insicurezza legato alla
costante minaccia dei Turchi e l’insofferenza dei castellesi verso il nuovo
feudatario, imponevano però una riorganizzazione delle vecchie difese della
città e del suo castello, la cui ristrutturazione fu avviata e realizzata
secondo i dettami più attuali dell’arte della fortificazione. Accanto ai
lavori di rifortificazione della città necessari a consolidare le vecchie
difese ed a munire il nuovo e vasto ampliamento urbano, imponenti interventi
riguardarono anche la realizzazione di un nuovo castello, posto a controllo
della città ed a protezione dell’ancoraggio dove, gli autori dell’opera,
pianificarono una difesa del luogo d’imbarco integrata dalle dirimpettaie
fortificazioni cittadine. Essi, inoltre, secondo una diffusa tendenza
rinascimentale, evidenziabile anche a Crotone (26),
cercarono di sfruttare a loro vantaggio il mare, così da avere
fortificazioni meno esposte, in considerazione della minore efficacia delle
artiglierie navali rispetto a quelle terrestri. La realizzazione delle vaste
e complesse opere, la cui realizzazione era stata avviata all’indomani
dell’insediamento del feudatario, proseguiva ancora nel 1532 e vedeva
impegnati le maestranze e la manodopera sotto la guida dei costruttori
(fabricatores), il magister Jannoctus de Consilio ed il suo aiutante
Reynaldus de Cunto, entrambi della città di Cava. Non conosciamo se questi
fossero stati impegnati già all’inizio dei lavori o se fossero subentrati
successivamente, è certo comunque che si trattava di due esponenti di quella
scuola di professionisti italiani che, a cominciare dalla fine del
Quattrocento e per tutto il secolo successivo, si impegnarono nello studio e
nella realizzazione di nuove e più progredite opere di fortificazione,
capaci di contrapporsi al rapido progresso delle armi da fuoco, che avevano
reso obsolete ed inutili le preesistenti fortificazioni medievali.

Fig. 7. Pianta ricostruttiva generale del castello. Sulla base del rilievo
pubblicato in Rubino G. E., L’Isola Fortezza di Le Castella in Calabria, a
cura della Regione Calabria, 1979.
Partendo da questi concetti la nuova costruzione, completamente lambita
dalle acque, fu impostata su due nuclei di difesa. Il primo, andò a
sfruttare alcune strutture che già munivano l’isolotto posto avanti alla
città. Il secondo, con funzioni di mastio, fu creato ex novo sul bassofondo
antistante. Qui, esigenze costruttive, legate alla realizzazione delle nuove
opere, comportarono la costruzione del grosso muro scoperto dalle mareggiate
all’interno del castello che, erroneamente interpretato come d’età greca,
fungeva, nella realtà, da contenimento per il terrapieno delle nuove difese,
che chiudevano la poligonale verso il mare aperto. La differenza altimetrica
dei luoghi dove insistono i due nuclei, evidenzia bene come il mastio
rappresenti la struttura più recente, cosa del resto segnalata anche dalle
caratteristiche costruttive delle sue mura. Analoghe considerazioni possono
essere espresse per l’insieme delle strutture che lo compongono, e che
delimitano una corte quadrangolare su cui domina un’unica torre rotonda.
Questa, in base alle analogie rilevabili con le torri del palazzo del
castello di Santa Severina, e per il tipo d’opera muraria, appare pienamente
ascrivibile al periodo in esame. La sua stessa posizione esclude poi che
possa inglobare o ricalcare una torre più antica, dato che questa avrebbe
certamente sfruttato una posizione più elevata come, del resto, faceva il
precedente castello medievale. Fondata a pelo d’acqua e fasciata dalle
strutture difensive del mastio, questa torre si erge a cavaliero sulle
fortificazioni circostanti (27) evidenziando,
allo stesso tempo, una funzione rappresentativa (analoga al “Belvedere” di
S. Severina) e d’avvistamento sull’orizzonte marino. Nell’area di cerniera e
raccordo tra i due nuclei del castello era posto il suo ingresso principale,
che si apriva in un fossato allagabile dalle acque del mare. Di tale
sistema, rimangono oggi ancora visibili alcune opere sottostanti la porta
del mastio e la cappella. Qui, tra l’altro, lungo la cortina che si collega
all’ingresso, si evidenziano le tracce del passaggio che permetteva ai
difensori della porta di comunicare con le difese circostanti mentre il
fossato era allagato (28). Questo sistema,
evidentemente poco rispondente, fu ben presto abbandonato. Ciò è evidenziato
dalla riorganizzazione delle difese presso gli accessi, come segnalano: la
costruzione di un nuovo baluardo sul fronte occidentale del castello, e la
realizzazione di una nuova porta, posta a raddoppiare quella preesistente.
La presenza di questo nuovo baluardo, ormai del tutto scomparso, oltre ad
essere testimoniata dalla fotografia aerea, è evidenziata dalle tracce che
questo ha lasciato su entrambe le facce del baluardo posto a munire la base
della torre. Qui, fino all’altezza a cui si elevava la fortificazione
scomparsa, l’intonaco si è conservato intatto protetto dal terrapieno di
quest’ultima (29).

Fig. 8. Veduta ricostruttiva del mastio e dell’ingresso del castello (inizi sec. XVI).

Fig. 9. Le fortificazioni del Mastio prima del consolidamento marittimo. L’erosione del mare si evidenzia sopra la quota che raggiungevano le fortificazioni scomparse. Foto tratta da Rubino G. E., L’Isola Fortezza di Le Castella in Calabria, a cura della Regione Calabria, 1979.
La ricucitura dei due nuclei è evidente anche lungo il versante opposto del
castello, dove si evidenzia un’accentuata discontinuità delle strutture nei
tratti adiacenti la cappella. Tali opere appaiono riconducibili al tempo dei
Duchi di Nocera (1551-1619) come riferiscono le testimonianze documentarie
superstiti (30), tra cui spicca la descrizione
del castello compiuta nel dicembre 1594 dal vicario del vescovo di Isola, il
decano catanzarese Nicolao Tiriolo che, visitando la terra di Castellorum
Maris ormai abbandonata e ridotta ad un piccolo nucleo di abitanti dimoranti
nel castello, entrò all’interno di questo attraversandone la porta ben
inferriata doppia con sbarre di ferro, doi all’una et doi all’altra porta
(31). Si tratta, comunque, di una
ristrutturazione che appare funzionale al nuovo ruolo assunto dal castello
in questa fase che, oltre a proteggere l’approdo e l’imbarco delle merci,
aveva anche il compito di ospitare i magazzini per la conservazione di
quest’ultime, dopo che erano venuti meno quelli della città ormai
smantellata ed abbandonata.

Fig. 10. Veduta ricostruttiva delle difese occidentali del castello (fine sec. XVI)
Il porto
In relazione a questa sua natura marittima, evidenziata dal suo castello
circondato dal mare e cristallizzata nel proprio toponimo, Castellorum Maris
aveva progressivamente accresciuto la sua importanza, divenendo un possesso
ambito da parte degli uomini più autorevoli e importanti del regno e, nella
quale, si era stabilito e radicato un ceto affaristico - mercantile, conscio
dei propri mezzi e geloso delle proprie prerogative, anche se il mare
rimaneva un elemento possibile portatore di lutti (32),
dal quale potevano provenire serie minacce, come le razzie degli eserciti
nemici e dei pirati. Questa vocazione marittima che determinava anche una
certa mobilità della popolazione da e verso altri importanti scali portuali
(33), era determinata dalla presenza di un
importante porto (portus) costituito dall’assetto naturale dei luoghi che,
in relazione alle diverse condizioni atmosferiche, consentivano l’approdo su
entrambi i lati del promontorio su cui sorgeva la città. Conseguentemente
questa disponeva di due bacini: il portus grandis presso la scarpa grande ed
il portus piccoli presso le mura nuove e la chiesa di S. Andrea. Qui
s’imbarcavano i prodotti principali del sistema agricolo locale, come i
cereali, il formaggio, i legumi, ed il legname da costruzione (tabulas,
trabes), a cui potevano affiancarsi altri generi provenienti dalle campagne
o dai territori vicini ed i prodotti dell’artigianato locale. Tutte le merci
erano comunque soggette al pagamento dei diritti soliti e consueti nelle
mani degli ufficiali preposti, a cominciare dal baiulo che, detenendo lo jus
portolania, svolgeva l’ufficio di magister portulanus vigilando sul corretto
uso dell’approdo e punendo chiunque avesse lasciato rifiuti nel porto o vi
avesse scaricato o caricato la sabbia che era comunemente usata come zavorra
(saburram), quando le navi viaggiavano senza carico. Egli esigeva il
pagamento dello jus dohane che era corrisposto in relazione al tipo ed al
peso della merce trasportata, ed imponeva lo jus anchoragij, facendosi
pagare in base alla capacità della stiva della nave che gettava l’ancora nel
porto. In questo caso il pagamento era corrisposto in relazione al tipo di
naviglio (navigio) interessato, il quale era distinto in: barcha scoperta
parvus sive schifo seu schafa, barcha portante schifum, naviglio con
capacità di carico compresa entro le 80 salme ed entro le 100 salme,
caravella, con capacità di carico di 500 salme e nave, con capacità di 1000
salme. Sempre in riferimento al diverso tipo di imbarcazione, il baiulo
esigeva anche lo jus scafagij e lo jus falagagij mentre, da qualunque
mercatore onerante ditta navigia, esigeva un carlino per ogni giorno di
permanenza in porto pro custodia et jus guardia portus. Sia per quanto
riguarda il commercio marittimo che per quello che avveniva attraverso le
vie di comunicazione terrestri, il baiulo esigeva lo jus catapanie da tutti
i forestieri (hesteris), anche da quelli abitanti in città (advenia),
dividendo a metà l’introito della tassa con il sindaco. In forza di questo
diritto da ogni mercatore seu oneratore navigij si faceva pagare un carlino
per l’uso del mezzo tumulo bollato (medj tumuli seu mediarole) con il quale
avveniva la misurazione dei cereali durante il caricamento.
L’estrazione del grano
Un’idea sufficientemente dettagliata sullo svolgimento delle operazioni
di carico nel porto di Le Castella, c’è fornita dalla documentazione
relativa alla contabilità dei diritti pagati e delle spese sostenute da
domno Franco Regio che, per conto di Galeazzo Caracciolo, nei giorni 24 e 25
ottobre 1516, imbarcò grano ed orzo per Napoli nel porto di Le Castella
(34). Qui Paulo Benincasa et compagni
provvedettero a trasferire dal magazzeno alla marina salme 203 e tomola 6 di
grano e salme 14 di orzo mesurate, coffiate et impunute in le carra, da dove
la barcha di Iohane Gangucia li traghettò sul galione genovese del patrone
Baptista de Bartholo ancorato alla fonda. All’arciprete di Castellorum domno
Bernardo Conticello, furono pagati ducati 2 e grana 18 per carricatura con
li carra, relativamente alle salme 217 e tomola 6 complessivamente
imbarcate, alla ragione di grana uno per salma. Dallo stesso furono presi in
affitto i 65 sacchi necessari per effettuare il caricamento sulla nave, alla
ragione di un tornese al giorno per sacco. Il cereale, infatti, sia nei
magazzini che a bordo della nave era stivato alla rinfusa, ed i sacchi
servivano solo per la misurazione e le operazioni di carico. Per quanto
riguarda il pagamento dei diritti, a Bartholomeo de Tibaldo di Tacina,
mastro portolano e locotenente di Annibale Pignatelli portolano di Calabria
Ultra residente a Monteleone, che per due giorni stecte a vedere mesurare
dicti grani et tenere cunto, fu corrisposto un tari. Allo stesso fu
corrisposto lo iura salmarum, relativo al trasporto delle merci all’interno
del regno, alla ragione di 3 tornise la soma. In più furono pagati al Mastro
Portolano tari 3 per due mandati (uno per ogni giorno di caricamento) emessi
in favore d’Antonio de Perrone di Castellorum sostituto del dicto
Bartholomeo sul luogo, al quale fu esibito il permesso della Regia Camera
(pregiaria) per effettuare l’estrazione ed al quale furono corrisposti grana
10. Al baglivo di Castellorum per tenere cunto et vedere la mesura de dicti
grani, furono corrisposti ducati 5 per le 217 salme e tomala 6
complessivamente imbarcate, alla ragione di 4 tornise per salma, mentre al
sindico della città furono pagati tari 1 e grana 10 per l’uso del mezzo
tumulo et sigillo dele Castelle. Al termine di queste operazioni la merce
accompagnata da una persona di fiducia (supracarico), fu posta alla vela ed
avviata a destinazione.
Commercio ed artigianato
Accanto all’attività mercantile che si giovava della presenza del suo
importante porto, Castellorum Maris si segnala anche per il suo commercio
che si sviluppava attraverso le vie di comunicazione terrestri e che
alimentava sia la vendita al minuto (bilantiarum parvularum) che quella
all’ingrosso (belantiarum magnarum). Oltre ai generi provenienti dalle
campagne, risultano commercializzati diversi prodotti dell’artigianato
locale come, per esempio le stoffe, rappresentate dai pannis lane nobilis e
dai pannis de albaso venduti in brazaroli seu medie canne, ed i piatti e i
vasi di creta (scutellarum et vasorum de cretam) per la cui realizzazione,
si sfruttavano le disponibilità di argilla del luogo, come evidenzia la
toponomastica (carcarella, pilacca). La presenza di un consistente numero di
vasai (i pignatari) è segnalato anche dall’onomastica cittadina, attraverso
cui possono essere messe in luce anche altre categorie di artigiani locali
(cordari, spatari) che si sommano a quelle che si segnalano durante i lavori
di ristrutturazione del castello e nel riattamento delle imbarcazioni
(mastri muratori, d’ascia, ferrari, calafati). Particolarmente folta,
comunque, appare la presenza commerciale jn maritima dove, in prossimità del
porto esistevano diversi magazzini per le merci. Quello del notaro Henricus
de Rasis, con la sua contigua domuncula seu capanna, quello che deteneva il
magnificus Ascanius Crescens assieme al fratello, quello degli eredi di Luca
Crescentis, e quelli di Berardus Bartuccius, Joannis de Epitropo e Joannelli
Cordari. In alcuni di questi magazzini si teneva negozio (apotecam), come
nelle botteghe terranee (apotega terranea) di Antonius Gravalla, di
Franciscus Puglisius e di suo fratello Matteo, nella spetieriam con casaleno
contiguo di Alfonsius de Rasis, e nelle due che Joannes de Perrono deteneva,
una da solo e l’altra assieme al fratello Antonius. Nel magazenum di
Joannelli Cordari dittum la bucciaria e nel limitrofo casaleno fabricato
dela buccieria avveniva la macellazione delle carni
(35) mentre, sempre nelle sue vicinanze, era il casaleno ubi in est
calcjnarium di Dionisi Gangutie, dove avveniva la lavorazione del pellame.
In quest’area marittima e commerciale, dove sorgeva la chiesa di S. Nicola,
ogni anno si svolgeva una fiera (nundine S.ti Nicolai) che durava quindici
giorni a cavallo della festa del santo (9 maggio). Questo mercato annuale,
riguardante principalmente gli animali ed i prodotti della pastorizia,
offriva ai pastori che avevano soggiornato durante l’inverno nel piano, la
possibilità di vendere le proprie merci prima della partenza per il pascolo
montano previsto dalla transumanza e, nel contempo, di rifornirsi
adeguatamente del necessario per affrontare il lungo soggiorno estivo tra i
monti. In questo modo essi si liberavano di ciò che avevano prodotto e che
non gli sarebbe servito (il formaggio, la lana e gli agnelli) ricevendo in
cambio quanto gli era necessario e non avrebbero potuto trovare nei luoghi a
cui erano destinati (grano, vestiti, scarpe, armi, attrezzi). Tale scambio
le cui origini risalivano all’antichità, come indicano le primitive
testimonianze relative all’urbanizzazione del territorio, si ripeteva da
secoli e tale antichità giustificava la pertinenza della fiera ad un ambito
autonomo e non controllato dalla città in quanto preesistente ad essa. La
fiera, infatti, era direttamente sottoposta al sovrano, il cui vessillo
sventolava sul luogo durante tutto il periodo del suo svolgimento quando i
forestieri, come succedeva anche tutti i lunedì, erano esentati dal
pagamento dello jus dohane, ed il mastrogiurato esercitava tutta la
giurisdizione civile, criminale e mista. Per il restante l’attività
commerciale era sottoposta all’autorità del baiulo che, al pari delle merci
che si muovevano via mare, anche per quelle che percorrevano le vie di
comunicazione terrestri, esigeva lo jus catapanie. In base a questo diritto,
il baiulo esigeva una libram di olio per ogni suma ed 1 carlino per ogni
mezanelle di vino. Per la vendita all’ingrosso riguardante la vendita di
lino e cotone (linum et bambacem), esigeva 1 carlino. Per ciò che era
venduto a rotoli come il sale (salis) e la frutta, ad esempio le ciliegie
(cerasam), esigeva un rotolo. Per ciò che era venduto in mondelli seu
quarti, come castagne o noci (castaneas seu nuces), esigeva mezzo tumulo per
ogni carrata. Per ogni suma cum bestia condutta et portata esigeva 1
mondelius. Per ogni salma di deda, costituita da pezzi della ceppaia
resinosa del pino, con la quale si fabbricavano le torce per l’illuminazione
e si accendeva il fuoco, esigeva un mazzo (fasciculum) del valore di un
tornese.
Gli ebrei
Quest’importante attività mercantile, che poteva sfruttare le
potenzialità naturali della città e la favorevole congiuntura economica del
periodo, permette di evidenziare altri aspetti della struttura della società
cittadina castellese. In primo luogo, la presenza di una forte e radicata
comunità ebraica che si segnala nei primi anni del Cinquecento
(36) ma che, analogamente al caso dei vicini
porti di Tacina e Crotone e della città di Isola, doveva essere stata molto
più florida ed antica. Per quanto riguarda, invece, la prima metà del
Cinquecento, la forte crisi che caratterizzava i rapporti tra gli ebrei e la
corona spagnola e che culminerà, nel 1540, con l’ordine di Carlo V di
esulare definitivamente, aveva determinato la partenza di numerose famiglie
ebraiche dai porti calabresi. Tale riduzione aveva interessato anche la
judeca della città di Castellorum Maris che, in questo periodo, al pari di
molte altre università calabresi, si segnala con un proprio ricorso alla
Camera della Sommaria di Napoli, al fine di ottenere la riduzione del carico
fiscale e la cancellazione dei fuochi perduti (37).
Seppure assottigliata, comunque, la comunità ebraica castellese continuava
ad essere attiva, mimetizzandosi all’interno della cittadinanza e facendo
finta di abiurare l’Ebraismo sposando donne cristiane per sfuggire
all’espulsione, anche se le autorità rimanevano sempre vigili contro le
conversioni di facciata (38). Questi nuovi
convertiti detti comunemente neophitus o christiani novelli, godendo
dell’esenzione fiscale, risultano annotati nella numerazione dei fuochi
della città del 1532, dove si segnalano anche come marranj, appellativo
genericamente riservato agli ebrei convertiti, costretti a lasciare la
Spagna dopo il bando del 1492 o, più diffusamente ed in relazione a quella
che doveva essere la loro principale attività, come mercatante che, nello
specifico, ha lo stesso valore di neophitus (39).
Altri ebrei, invece, si segnalano per la loro particolare onomastica
(Zaracaya, Sabatinus, Zuchalj, Ossim, Yazimus, etc.) che, in alcuni casi, è
comune a famiglie ebraiche di altre città del Marchesato (de Malta, de
Medico, Russa, etc.).
La fine della città
Come principale via di comunicazione, il mare rappresentava per la città
di Le Castella la sua principale ragione d’esistenza, anche se esso
costituiva pur sempre la via d’accesso a pericolose insidie che, da questo
mondo esterno, potevano provenire. Come la città aveva più volte
sperimentato, ad esempio, quando dal mare erano giunte le flotte dei sovrani
aragonesi per bombardare la città e sedare le sue ripetute rivolte. Tali
episodi, comunque, non erano mai risultati decisivi, e la città aveva saputo
riprendersi dalle razzie e dai bombardamenti, attingendo alla nuova linfa
che il mare le portava ogni qualvolta che i periodi di pace seguenti ai
conflitti, consentivano di riallacciare i contatti e di ristabilire il
flusso dei commerci. Dopo la presa d’Otranto da parte delle truppe di
Maometto II (11 agosto 1480) però, la situazione andò costantemente
peggiorando, imponendo alle città rivierasche di pagare un continuo tributo
in termini d’uccisioni, rapine e distruzioni alle incursioni dei barbareschi
e dei pirati. Dalle annotazioni riportate a margine del censimento della
popolazione del 1532 (40), si rileva che la
città fu attaccata e razziata dai Turchi già nel 1523/24. La gravità di tale
assalto, pur in presenza delle frodi messi in atto per sfuggire i pagamenti,
ci è testimoniata dalla parte del censimento ricostruito a tavolino dai
funzionari fiscali, attraverso il confronto (comprobationem) con quello del
1521, e dove diversi componenti di 26 fuochi risultano uccisi o catturati
dai Turchi, confermando le notizie riportate da altre fonti
(41). Rispetto a questo, comunque, molto più
devastante appare l’attacco avvenuto nel 1536, a cui si riferiscono le
numerosissime annotazioni che compaiono lungo il margine sinistro del
documento. Queste, apposte in occasione della tassazione focatica relativa
al 1545, coinvolgono quasi la metà dei fuochi censiti nel 1532
(42) ed, in particolare, testimoniano che la
città fu attaccata dal Barbarossa anche nel mese di novembre di quello
stesso anno (43). Si tratta dell’episodio che
avrebbe decretato la fine della città, imponendo ai suoi abitanti la
deportazione in schiavitù o l’emigrazione nei centri vicini mentre, il loro
territorio rimase nelle mani del feudatario e del vescovo di Isola che, dopo
una lunga lite davanti al Sacro Consiglio, alla fine trovarono un accordo e
se lo spartirono. Rispetto al passato, infatti, non vi sarà più un vero e
proprio ripopolamento fino ai giorni nostri quando, attraverso il rapido
progredire dell’attività turistico - balneare, il centro di Le Castella
ritornerà a nuova vita. Questo lungo periodo in cui la città fu relegata
nell’oblio, consentendo che se ne perdesse ogni memoria, determinò la
nascita e la progressiva affermazione di una storia di questi luoghi velata
di romanticismo e di misteri, popolata dalle mitiche imprese di Annibale, di
Ulisse e di Ucci Alì, ed accompagnata da immancabili eventi straordinari
come la scomparsa dell’isola della ninfa Ogigia che, da qualche parte
laggiù, ci attende per aprirci lo scrigno dei suoi tesori e per svelarci i
segreti del suo incantevole mare.
(Fonti principali consultate: Archivio Vescovile di Crotone, Reintegrazione
dei feudi e dei beni del conte di Santa Severina Andrea Carrafa fatta dal
giustiziere Francesco Jasio di Taverna (1520). Archivio di Stato di Napoli,
Dipendenze della Sommaria, Fs.552 I^ Serie, Cunto di Antonio de Jacobo
(1486-87). Archivio di Stato di Napoli, Regia Camera Sommaria, Numerazione
dei fuochi n.133 anno1532.)
Note
. Ancora nel Cinquecento la toponomastica evidenziava una organizzazione
del territorio che faceva riferimento ai confini segnalati da particolari
piante usate per individuare i luoghi: … a loco ditto la chianta grande, …
via qua itur ad salicem, … la gabella dela valle delulmo, etc.
2. Nell’aprile del 1491, l’Università di Castellorum Maris chiedeva a re
Ferdinando di poter riparare le mura della città continuamente rovinate
dalle mareggiate, utilizzando il denaro proveniente dall’esenzione del
pagamento di un carlino a fuoco per le fabbriche del regno e da altre
entrate. Trinchera F., Codice Aragonese, Napoli 1874, Vol. III, pp. 48-50.
3. Richard de Saint-Non, Voyage pittoresque ou description des Royaumes de
Naples et de Sicilie, Paris 1781-86, tomo III, p. 107-108.
4. A.S.CZ C.117, F.1602, f.304; C.49, F.1591, f.56.
5. A.S.CZ C.117, F.1602, f.304; C.49 F.1591, f.56.
6. A.S.CZ C.117, F.1602, f.304.
7. A.S.CZ C.117, F.1602, f.304.
8. A.S.CZ C.113, F.1614, ff.68-70.
9. A.S.CZ C….., F.1594, f.132.
10. Ammettendo un rapporto del 75 % tra fuochi fiscali e quelli censiti, e
considerato che, rispetto alla tassazione del 1532, almeno 114 dei vecchi
fuochi rilevati nel 1521 non sono più richiamati, questi ultimi, sottratti
ai 383 del 1532, corrispondono ai 269 ipotizzati.
11. Letteralmente: dottore d’entrambi i diritti, con riferimento alla
titolarità a poter intervenire sia in materia di diritto civile che
ecclesiastico.
12. I toponimi Poro (passaggio) e Mesa/Mesoriaci (via di mezzo) si
riferiscono al percorso della via medievale che, baipassando la città,
attraversava il territorio di Castellorum Maris riprendendo parte
dell’antico tracciato romano e dirigendosi verso Tacina. Accanto a questo
asse che, in seguito sarà identificato come la via Traversa, la viabilità
principale d’età medievale era completata dal tracciato (Cuccuriaci) che,
risalendo il corso del torrente Pilacca, conduceva a Crotone.
13. La concessione di un fondo in perpetuo da parte del signore ai cittadini
avveniva attraverso l’impegno di questi a risiedere nel feudo ed a
migliorare le terre avute, da qui il nome di enfiteusi che significa
coltura.
14. 1 tomolata o moggio = 3333 mq.
15. A.N.CZ 912, 1748, 87.
16. Tra il 1471 e il 1477 Ferdinando de Almeda ebbe in concessione S.
Severina, Policastro e Le Castella, Falanga M., Il manoscritto di Como fonte
sconosciuta per la storia della Calabria dal 1437 al 1710, in Rivista
Storica Calabrese N.1-2 1993, p. 252. Nel 1489 risulta capitano della città
Joanbattista Calamita mentre, nel 1532 lo era Franciscus de Comite Joanne di
Satriano.
17. La decima di omnium animalium ab extera venientum ad ibidem pascua
sumendum era stata concessa al vescovo di Isola Luca da re Ruggero nel 1145.
18. Vigne e vignali si segnalano a Fungardo, Sanai/Sanasi, S. Elena,
Volandrino, al passo di Dominico, etc.
19. Sul totale delle vigne menzionate nel feudo di Fungardo, oltre l’80 %
risulta composto da appezzamenti di 500 (48 %) e 1000 viti (33 %).
20. Castellorum Maris faceva parte delle terre del marchese di Crotone
Nicolò Ruffo (1390). Alla sua morte passò alla figlia Giovannella e, morta
anche costei, pervenne alla sorella Enrichetta che la portò in dote ad
Antonio Centelles. A seguito della ribellione di costui a re Alfonso
d’Aragona, nel dicembre 1444 fu assediata, confiscata e posta in demanio
regio. Alla morte di Alfonso la città si ribellò nuovamente e, nell’autunno
1459, si arrese a re Ferdinando. Rimase di demanio finché, il 24 giugno 1642
il re, accogliendo la richiesta di perdono di Antonio Centelles, lo
reintegrava nei feudi confiscati. All’inizio del 1466, dopo la cattura e
l’uccisione del marchese, ritornò al re. La terra fu amministrata dalla
regia corte attraverso capitani e governatori, finché il sovrano la concesse
a Giovanni Pou, feudatario anche di Isola e Tacina (1483), che la tenne fino
alla Congiura dei Baroni quando, a causa della sua ribellione, la terra
nell’agosto del 1486, ritornò in demanio regio. In questo stato permase fino
all’ottobre del 1496, quando re Federico d’Aragona, assieme ad altre terre,
la vendette al conte di Santa Severina Andrea Carrafa.
21. Durante il medioevo, l’ottenimento di un feudo impegnava il vassallo a
seguire il proprio sovrano in guerra all’interno del territorio del regno.
Il feudatario aveva l’obbligo di intervenire con un certo numero di unità
combattenti dette lancie, costituite da un certo numero di uomini e di
cavalcature. In seguito questo servizio militare, fu sostituito dal
pagamento di una tassa detta adhoa.
22. In relazione alla necessità di assicurare un’istruzione a quanti si
formavano per poter appartenere a questo gruppo, nel 1532 si segnala nella
città la presenza dell’insegnate (magister scolarium) Antonius Carpensanus
di Taverna.
23. Partite le mandrie per l’alpeggio, durante il periodo estivo le gabelle
potevano essere fidate a forestieri fino all’autunno, quando avveniva il
rientro delle mandrie alla marina (fida de astati).
24. G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle
provincie napoletane, 1891, vol. I.
25. Il 30 gennaio 1495 il conte di Alife comunica al tesoriere di Calabria
che dal primo di febbraio si devono licenziare i compagni il cui numero
superi il previsto nei castelli di Strongoli …. Crotone … Torre delle
Castelle. Mazzoleni J., Gli apprestamenti difensivi dei castelli di Calabria
Ultra alla fine del regno Aragonse (1494 – 1495), in ASPN, a. XXX (1944-46),
p.142.
26. “L’ingegnere Gian Giacomo dell’Achiaje, volendo far passare l’acqua del
mare nel fosso della città, in modo da congiungere la spiaggia delle forche
con la marina, fece fare le fondamenta di tutte le mura della fortezza 12
palmi sotto il livello del mare”. Pesavento A., Guida alle fortificazioni
della città di Crotone, datt. 1985.
27. La presenza di queste opere si evidenzia durante la costruzione delle
fortificazioni di Crotone. In particolare, nel caso della realizzazione del
baluardo Marchese, dove la preesistente torre Pignalosa fu conservata
rimanendo “a cavaliere” delle nuove fortificazioni. Pesavento A., La
costruzione delle fortificazioni di Crotone, una Cronaca del Cinquecento,
1984.
28. Nel caso della porta del mastio, oltre alla difesa fiancheggiante,
garantita dai bastioni, si evidenziano anche sistemi pertinenti a quella di
tipo piombante. Questi ultimi, ormai completamente scomparsi, sono segnalati
dall’interruzione della merlatura sopra l’ingresso.
29. La ristrutturazione comportò, tra l’altro, l’occlusione di una troniera
posta alla base dello stesso baluardo che in precedenza doveva difendere uno
spazio esterno, mentre nelle adiacenze della cappella, gli adeguamenti sono
segnalati dalle evidenti discontinuità delle opere murarie.
30. Il Duca aveva fatto fare “la fabbrica nello castello delle Castella” con
la pietra di Posteriore. ANC. 61,1601,17-25.
31. Atti Notarili Cart. 69,1598,56, ASCZ.
32. Testimonianze nel merito sono quelle di Dionisus Grecus mortuus in
trireme e di Baptista dela Guradia che risultava submersi.
33. Relativamente alle dichiarazioni rilasciate ai contatori nel 1532, sul
totale degli individui che risultavano trasferiti in altre terre, e di cui
la maggioranza risultava tutta sistemata in centri vicini (Isola, Crotone,
Cutro, Cropani, Catanzaro, Squillace e Soverato), circa il 25 % si era
accasato in importanti centri portuali (Napoli, Palermo, Lipari, Otranto e
Bari). In relazione alla vocazione marinara della città, nell’onomastica
cittadina non mancano i riferimenti ai contatti con le realtà poste oltre
mare (Grecus, Sclavonis, de Malta) tra cui prevalgono, scontatamente, quelli
che indicano una provenienza dalla penisola iberica (Yspanj, Spagnolus,
Spano, Catalanj).
34. Brasacchio G., L’argentera di Longobucco l’abbazia di Sant’Angelo de
Frigillo e il porticciolo di Castella in un manoscritto del Cinquecento.
Luigi Pellegrini Editore, 1972.
35. Un altro luogo dove si macellavano gli animali si trovava nei pressi del
vallonum dittum la chianca di bentivegna.
36. Nel 1508 in relazione ad un donativo di 450 ducati imposto ai giudei
della Calabria la judeca di Castellorum Maris versò ducati 1 e grana 1.
Colafemmina C., Presenza ebraica nel Marchesato di Crotone, in Studi Storici
Meridionali n°3 1989 p. 294.
37. ibidem.
38. La presenza degli ebrei nel Crotonese, anche se mimetizzata, è ancora
consistente alla fine del Seicento e nei primi decenni del Settecento.
Pesavento A., La giudecca di Crotone in la Provincia KR n. 16-17/2000.
39. Milano A., Storia degli Ebrei in Italia p. 609-610, 1992.
40. Si tratta dei fuochi n. 86, 150 e 189.
41. La terra dele Castella e stata due volte presa da turchi et l’ultima fu
l’anno 1536, fu saccheggiata et brusciata tutta. Processo grosso di fogli
572 della lite che Mons. Ill.mo Caracciolo ha fatto con il Duca di Nocera
per il detto vescovato di Isola nell’anno 1564, A.V.C. ff. 400 e sgg.
42. Tra coloro che subirono questa sorte compare anche un certo Joannes
Dionisius di anni 16 che, insieme alla madre Pippa di anni 40, vedova di
Berardi alias Birni, morto da due anni ed alla sorella Jacobella di anni 11,
risulta censito al fuoco n. 355.
43. Si tratta delle note del documento a margine dei fuochi n. 98, 225 e
273.
Tabella 1.
Soldati della guarnigione del castello di Le Castella
(dicembre 1485 – aprile 1486)
Aduardo de Ximmerj
Alfonso Lavarello
Aluyse Barberi
Angelo Pugliese
Ant.o Darbo
Antonuczo Manchino
Bartolo Sarvato
Bello Baxuino
Berardo de Con…iliati
Cola Sacco
Cola Signorello
Colangelo Pugliese
Franc.o Ferraro
Franc.o Rutundo,
Galasso Pugliese
Genuise ….
Gujllelmo Schectino
Johannello Legname
Johanni Marchisano,
Johannj Barbero
Johannj Capocza
Johannj T.oxano
Johannj Treyorno,
Juliano Palmerj
Luchiano Fera
mast.o Graciano,
mast.o Silivest.o
Misserocto
Nardo Furmicola,
Nicolo de Rodes bombarderj et compagno
Paulo Maurello
Rimedio Coza
Santo Pugliese
Sibio Tabernise
Silivest.o Millesimo
Thomase Miniaci
Thomase Miullarj
Troylo Puglise
Troyno de Brindisina,
Virardo de Ximmerj

