[Due casali in territorio di Mesoraca: Troiani e Marcedusa]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 49-50/2007 – 1-2/2008)
Pur essendo stati abbandonati dalla feudataria
Aurelia o Aurchia Pontana, vedova di Paolo Caivano, durante
l'invasione del Regno del 1495, gli abitanti di Mesoraca si erano
difesi da soli dai Francesi. Per tale motivo avevano ottenuto alcuni
privilegi, tra i quali lo stato demaniale, che tuttavia presto
persero "per tradimento de' deputati, quali poi se ne morirono in
una certa sollevazione del popolo"(Fiore G., Della Calabria cit.,
III, 226.)
Infatti i deputati cittadini, che erano stati inviati per favorire
la città, furono corrotti e tradirono, favorendo il nuovo feudatario
Gio. Andrea Caracciolo, vedovo di Diana Acquaviva d'Aragona. Costui,
per impossessarsi del feudo, nel novembre 1497 in presenza del re
Federico d'Aragona si era unito con Andreana Caivano, unica figlia
ed erede di Aurelia Pontana e Paolo Caivano.
La Rivolta di Mesoraca
Subentrato il nuovo feudatario Gio. Andrea Caracciolo, gli
abitanti, maltrattati e stuprati "nell'honore e nella robba senza
discrettione" (Nola Molise G. B., Cronica cit., p. 86.),
avvicinandosi le truppe del Lautrec, nel 1527 si sollevarono,
assaltarono e distrussero il castello ed uccisero il feudatario, la
moglie ed il figlio Paolo. Dalla strage si salvarono solo le due
figlie Isabella e Porzia. La tredicenne ed orfana Isabella
Caracciolo fu data in sposa al feudatario Ferrante Spinelli.
Ritiratisi i Francesi, l'anno dopo il duca Ferrante Spinelli, nuovo
feudatario, si incaricò di domare la ribellione e di perpetrare una
feroce vendetta (Saluto V., La spedizione di Lautrec contro il Regno
di Napoli, in Studi Meridionali n. 3/4, 1974, pp. 58, 109.)
Il casale di Troyani
Da Ferrante Spinelli, Duca di Castrovillari e Conte di Cariati,
figlio di GiovanBattista, e dalla sua seconda moglie Isabella
Caracciolo, marchesa di Mesoraca e baronessa di Scalea, nacquero i
figli Troiano e Giovan Vincenzo. Ferrante Spinelli morì nel 1548. Il
figlio Troiano divenne marchese di Mesoraca e principe di Scalea.
Sposò Caterina Orsini e morì nel 1566. Come il padre Ferrante, che
aveva ripopolato con profughi albanesi il casale di Montespinello,
si deve al figlio di costui, Troiano, la fondazione del casale dei
Troyani, detto anche Vico Troiano. Il casale evidentemente deve il
suo nome al feudatario di Mesoraca, che lo fondò ed al quale gli
abitanti erano soliti pagare il paglieratico (Som. Relevi, Vol. 354,
f. 664, ASN.)
La scomparsa del casale
Secondo l'Aceti l'abitato di Vico Troiano, villaggio di
Mesoraca, fu distrutto e spopolato da un’incursione turca. Parte dei
suoi abitanti furono rapiti e fatti schiavi; tra questi secondo una
leggenda anche la famosa e bellissima Sarra Rossa ( Siberene, pp.
18, 62.)
Nei documenti dell’epoca il casale di Troyani, situato in diocesi di
Santa Severina, ci appare assieme a quello di La Riecta, sia nel
“Synodus S.tae Anastasiae” celebrato nel maggio 1564 nella
cattedrale di Santa Severina al tempo dell’arcivescovo Gio. Battista
Ursino, sia nel “Libro de tutte le intrate de lo arcivescovado de
S.ta Anastasia” del 1566, sia nel Relevio presentato nel 1567 da
Giovan Battista Spinelli, feudatario di Mesoraca, che era subentrato
al padre Troiano Spinelli, morto l'anno precedente.
Nel sinodo del 1564 troviamo che il casale, abitato da genti di rito
greco, era in fase di spopolamento. Infatti il “Capp.nus casalis
marciduse seu Presb.o grecus casalis troianor.” doveva comparire
“cum censu pullor. quindecim” e nel “Libro de tutte le intrate” del
1566 è notato che “Lo jus mortuorum de li troyani et de la rayetta
et deli cutronei si rescote ad misoraca” ( f. 8).
In un documento del 1575, il casale di Troiani è ancora uno dei
luoghi della diocesi di Santa Severina (Siberene, p. 87) A maggio di
ogni anno, nella festività della Dedicazione e consacrazione della
chiesa metropolitana, quando si celebrava il sinodo, il rettore e
cappellano “delli Troiani” doveva comparire ed offrire alla mensa
arcivescovile dapprima quindici polli, poi due libbre di cera. Un
richiamo al casale di Troiani lo troviamo nel "Cunto del R.o
Thesoriero di Calabria Ultra dell'anno 1579/1580 per la guardia
delle torri. Nell' "Introito per li fochi Albanesi, che pagano per
metà la detta impositione", sono elencati: “ Santo Petro Melicoccia,
Rodio vel Amato, Villa Carbonara, Villa Aragonia dela Cerda e Li
Troyani". Allora il casale fu tassato per 7 fuochi ed è annotato che
il 20 settembre 1580 Luca Parise versò per questo motivo al
tesoriere un tari 4 grana e 5/6 (Tesorieri e Percettori Fs. 506, ff.
I , II, f. 22, ASN.) A quel tempo il casale era in fase di
spopolamento. Nel sinodo diocesano tenutosi nella cattedrale di
Santa Severina alla fine di maggio 1579 al tempo dell’arcivescovo
Francesco Antonio Santoro a riguardo del rettore del casale di
Troiani è annotato : “ Nemo habitat in eo casali, et vacat”; però
nel sinodo dell’anno successivo il “Rector Casalis Troianor. comp.t
et soluit”. Il casale di Troiani è richiamato più volte anche in
alcuni sinodi successivi con le annotazioni: “Rector Casalis
Troyanorum/ non comparuit quia vacat” o “ Rector casalis Troyanorum/
non habitat casalis”. Tuttavia negli ultimi anni del Cinquecento e
nei primi anni del Seicento il casale ricompare: “Il rettore e
cappellano delli Trogliani due libbre di cera”(1595) “Cappellanus
casalis Troianor. cum cathedratico carolenorum trium. Comp.t (1600-
1602) (Acta Synodi Diocesanae Sanctae Severinae cit.). Anche se
ormai abbandonato il casale di “Li Troyani” assieme a Marcedusa è
ancora presente in una numerazione dei fuochi del 1604, quando il
primo è tassato per 3 fuochi, la seconda per fuochi 12. (Cedulario
de li fochi della Provintia de Cal.a Ultra, in Tesorieri e
percettori, Fs. 558/4162, ff. 83 -87) ASN.
Troyani o Vico Troiano era scomparso, alimentando probabilmente la
vicina Marcedusa.
Marcedusa
L’esistenza di una salina in località “Merchedusi” è segnalata
in età sveva. L’imperatore Federico II nel maggio 1225 confermava
all’abate ed ai monaci del monastero cistercense di Sant’Angelo de
Frigillo i possessi e le immunità tra le quali quelle “ut libere
sumant sale de salenis nostris Neti et Merchedusi absque alicuius
contradicione”(Pratesi A., Carte latine cit., p. 339.)
Fin dalla sua origine Marcedusa è un abitato dove predomina una
popolazione composta da "Albanesi" di rito greco. Nel 1541 vengono
contati 17 fuochi albanesi ( Maone P., Gli Albanesi a Cotronei,
Historica n. 4, 1972, p. 191.)
Nel 1565 come nella vecchia numerazione "Marchedusa" era tassata per
intero per sette fuochi, ma nel dicembre dello stesso anno era
liquidata e tassata anche per ventitré fuochi albanesi, per i quali
doveva pagare però solo la metà dei diritti fiscali (Tesorieri e
Percettori Vol. 4087, f. 35, ASN.)
Dal pagamento delle tasse per le strade del regno di quell'anno
conosciamo anche il nome di un suo sindaco, che all'inizio del 1565
era Minico Taverna" (Da Marchedusa per m.o de minico montelione da
parte minico taverna sin.co t.ri uno gr. uno son per conto de le
strade di n.ale 8°", Cal.a Ultra - Strate- 1564 - 1565, Vol. 4088
(ex 486), f. 85, ASN.)
Dal “Conto del R.o thesoriero di Cal.a Ultra dell’anno 1579 – 1580
per la guardia de torri” risulta risulta che il casale è abitato
anche da “italiani”. Infatti il 18 settembre 1580 sono versati al
tesoriere “Da Marchedusa per mano d’Antonino di Nicotera tari 2 e
grana 9 7/12 et sono per la guardia de torri a 8 Ind. per fochi
italiani”. (Conto cit. f. 94v).
Nella numerazione dei fuochi del 1595 Marcedusa conta 12 fuochi
albanesi ed è tassata per ducati 20 all'anno (ANC. 59, 1606, 14.)
Dal rito greco al latino
Troviamo richiamato per la prima volta il “Capp.nus casalis
marciduse seu presbiter grecus casalis troyanor cum censu pullor.
quindecim” nel sinodo diocesano di Santa Severina del maggio 1564 al
tempo dell’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Battista Ursini.
In seguito nei sinodi successivi, come nel caso del secondo sinodo
del 1580, comparirà solo il rettore del casale di Troiani.
La Relazione ad Limina del 1591, al tempo dell’arcivescovo di Santa
Severina Alfonso Pisani, enumera le terre ed i castelli che sono in
diocesi di Santa Severina; tra questi non troviamo né Troiani né
Marcedusa : “La Diocesi di S. S.na consiste in cinque terre e sei
castelli. Le terre sono Rocca Bernarda, Policastro, Mesoraca, Cutro
e Rocca di Neto; i castelli sono Santo mauro, S. Giovanni Minagò,
Altilia, Raietta, Scandale e Cotronei.”
Dobbiamo arrivare al sinodo del 3 maggio 1598 per incontrare il
cappellano del casale di Marcedusa al posto di quello di Troiani, il
quale risulta barrato: Capp.nus casalis Troianor. Marcidusa cum
cathedratico cerae librar. duar.”.
Situato in diocesi di Santa Severina, per antichi privilegi la mensa
arcivescovile vantava numerosi diritti "su le montagne de'
marcedusani, su la serra di Policastro e su lo stato di Cutro".
Diritti che saranno occasione di liti e vertenze con i feudatari di
Mesoraca, ai quali il casale apparteneva (Siberene, p. 154.). Il
fatto che il cappellano di Marcedusa non compaia per molti anni,
nonostante che sia certa l’esistenza del casale, è molto
probabilmente da attribuire al fatto che per molto tempo gli
abitanti seguirono il rito greco. E’ solo verso la fine del
Cinquecento che, a causa della repressione religiosa, essi furono
costretti ad abbandonare il rito greco per il latino. Ciò è
testimoniato dalle relazioni degli arcivescovi di Santa Severina.
L’arcivescovo Fausto Caffarelli ( 1624 - 1654) in una relazione del
1625 afferma che nel passato vi erano due luoghi abitati da greci,
che seguivano il rito greco con preti greci, ma ormai essi erano già
passati al rito latino ( Rel. Lim. S. Severina., 1625.)
Nello stesso anno l’arcivescovo accoglie la supplica del prete del
casale Don Gio. Francesco Provenzano di Mesoraca ed, erigendo
l’arcipretura di Marcedusa, nomina primo arciprete o rettore della
chiesa arcipretale di Santo Andrea Apostolo lo stesso Provenzano.
L’erezione avvenne con bolla del 25 aprile 1625 dopo che nel sinodo
del 4 aprile dello stesso anno il Provenzano aveva presentato la
seguente supplica : “Ill.mo R.mo Mons. / Don Gio. Fran.co Prevenzano
della terra di Mesoraca cum supp.ne fà intender à V. S. Ill.ma come
per spatio d’anni dodici have contineamente atteso alla cura
dell’anime della Parochiale del casale di Marcedusa, casale di
Mesoraca e Diocesi di S.ta Severina, sotto il titolo di Santo
Andrea, alla quale cura d’anime esso supplicante have atteso come
economo instituito d’ordine della fel. mem. di Mons. Arciv.o Pisani,
così come d.ta chiesa Parochiale da che fu detto casale edificato
sempre è stato in economia nè mai spedito Bolle in persona alcuna
dalla S.ta Sede, nè anco dalla mensa Arcivescovale, e perche esso
supplicante economo ut s.a più e più volte è stato molestato dalli
commissarii Apostolici per la rata delli frutti di detta Parochiale,
quale non ha altre entrade, emolumenti, che la Decima delli
cittadini habitanti in d.o casale quale di fertile ed infertile al
più ascende à tumola trenta di grano in circa l’anno, ch’appena
bastano per il vitto e per evitar li dispendii, che per occasione di
d.i commissarii quali ogni anno si pateno, Supp.ca S.S. Ill.ma se
degni spedire le Bolle necessarie in persona d’esso supplicante che
lo riceverà à gra., ut Deus.” (Liber collationum Dignitatum
Canonicatuum, Praebendarum, Parochialium et quorumcumque
Beneficiorum simplicium..”, f. 5.)
Segue la richiesta da parte dell’arcivescovo di notizie dettagliate
sullo stato della chiesa del casale. Il nuovo arciprete del casale,
con lettera del 15 giugno 1625, così evade la richiesta: “ Molto
Ill.e R.mo Sig.re P.rone mio/ Li giorni passati per huomo a posta
ricevetti una di V. I. R.ma e con quella mi dava ordine io le
dovesse dar nota del casale di Marcidusa mia parocchia con molti
capi et acciò l’ordine di V. S. R.ma fosse obedito rispondo al primo
capo et dico che tutte l’anime sono al numero di cento sessanta tre.
In quanto al 2° vi è una sola chiesa sotto il titolo di S. Andrea
Apostolo Arcipreitato in quanto al 3° non vi sono confrati e in
quanto al 4° non vi sono Preiti nè chierici solum un commissario di
feste et uno jacono silvaggio, il quale gode tutta l’impunità
ecc(lesiasti)ca et quello delle feste gode il foro. In quanto al 5°
non vi sono nessuna sorte di monache in quanto al 6° la chiesa
predetta non tiene nessuna entrada nè rendita ma campa di elemosine,
et l’universita et cittadini dona a me arciprete per la cura
dell’anime un tumulo di grano per parichio de bovi, et vi sono da
vint’octo paricchia et li bracciali, vidove et garzoni un quarto di
grano per uno. 7° nella chiesa predetta non vi è peso nessuno di
messe solum che Domeniche et feste si celebra per devotione 8° non
vi sono oblati nè monasterii nè ospedali et questo è quanto occorre.
Del resto recordo a V.I R.ma me dia occasione la possa servire, che
da me li suoi commandamenti me sono gratie segnalatiss.me...
Marcedusa li 15 de giugno 1625. Di V. I. R.ma servitore aff.mo D.
Gio. Fran.co Provenzano Arcipresbitero di Marcedusa”.
E’ di questi anni una lite che ha per protagonisti il feudatario di
Mesoraca, il duca Pietro Altemps, l’arcivescovo di Santa Severina ed
il vescovo di Belcastro Filippo Crino ( 1629-1631). Secondo
un’informativa inviata da Mesoraca il 18 dicembre 1630 dal sacerdote
Gio. Domenico Giurlandino all’arcivescovo di Santa Severina, il
vescovo aveva “perturbato la pacifica possessione” di una gabella
dentro il corso di Brucoso appartenente al duca e situata in
territorio di Mesoraca, trattenendosi anche la decima, che spettava
all’arcivescovo di Santa Severina. Per ottenere il suo intento il
vescovo aveva fatto “carcerare prima li bovi. e dopo le giumente di
quelli poveri Albanesi di Marcedosa”, obbligandoli a pagare “detta
gabella”.Il duca era intervenuto a difesa dei suoi vassalli ed aveva
costretto il vescovo a restituire agli Albanesi le giumente mentre
l’arcivescovo esigeva le decime dal feudatario.
Pochi anni dopo, nel 1633, lo stesso arcivescovo affermava che
Marcedusia era un villaggio fondato da Greci, o Albanesi, che ormai
erano passati al rito latino, anche se permanevano alcuni abusi. Tra
questi il fatto che le donne degli abitanti in alcun modo
confessavano i peccati della carne……. (Rel. Lim. S. Severina.,
1633.)
L'anno dopo negli atti del sinodo troviamo che doveva presenziare in
segno di obbedienza e versare il cattedratico con tre carlini
l'arciprete di Marcedusa. Si presentò l'economo Leonardo Coluccia e
versò ( Siberene, p. 30.)
In seguito Leonardo Coluccia divenne arciprete della chiesa
parrocchiale di Sant'Andrea del casale di Marcedusa, carica che
manterrà fino alla morte, avvenuta nel maggio 1652. A lui subentrerà
alla fine di luglio di quello stesso anno Gio. Domenico Pancaro (
Russo F., Regesto, 36795.)
La visita dell’Arcivescovo Francesco Falabella
Il 5 settembre 1660, lasciata Mesoraca e percorso quattro
miglia, l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella con il
suo seguito giunse alla “Villa” o casale di Marcedusa. Qui fu
accolto da tutta la popolazione. In processione, preceduto dalla
croce e sotto l’ombrella, il presule entrò nella chiesa arcipretale
di Sant’Andrea, dove si inginocchiò davanti all’altare maggiore.
Dopo aver pregato a lungo e data l’assoluzione dei morti, ricevette
l’obbedienza dell’arciprete del casale D. Giovanni Domenico Pancari,
del chierico Paolo de Manni e del chierico coniugato Antonio
Sciumbata. Visitò quindi l’altare maggiore nel quale si conservava
il SS. Sacramento in una pisside d’argento dorata, sia all’interno
che all’esterno, che era racchiusa in una custodia lignea dorata.
Ordinò all’arciprete che entro un anno provvedesse a munire la
chiesa di un’altra pisside più piccola, al fine di conservare nella
chiesa alcune particole consacrate, quando si portava fuori la
pisside più grande per confortare gli infermi. Nel frattempo comandò
di lasciare alcune particole in un calice. L’arcivescovo trovò
l’altare maggiore ornato con un pallio di tela dipinto e munito con
tre tovaglie, la pietra consacrata, sei candelabri, sei vasi ecc. Il
tutto era ben disposto ed in ordine. Sopra l’altare c’era una statua
lignea di bella ed antica fattura, raffigurante Santa Maria delle
Grazie, attorniata da quattro colonne di gesso e con cornici
imbiancate. Si diresse poi alla fonte battesimale, che si trovava
nella parte destra presso la porta maggiore e dove si conservava
l’acqua santa. Quindi si recò all’altare dedicato a Santa Maria di
Monte Carmelo della famiglia dei Sciumbata. L’altare era posto nel
lato destro della chiesa ed era ornato con un dipinto raffigurante
Santa Maria di Monte Carmelo, S. Angelo(?) e S. Leonardo. La chiesa
aveva due porte: la maggiore era in cospetto dell’altare maggiore,
la minore si apriva sul lato sinistro. Nella chiesa era eretto un
beneficio curato concesso dalla Santa Sede in Santa Maria Maggiore
con data 31 luglio 1652. L’arciprete per diritto di decima ogni anno
percepiva dai suoi parrocchiani 50 moggi di grano, mentre per
diritto di stola esigeva cinque carlini per ogni matrimonio, che si
celebrava nel casale, e tre carlini per ogni defunto. Aveva però
l’onere di celebrare la messa nei giorni di precetto.
Dopo pranzo l’arcivescovo visitò la chiesa detta della Rosa, situata
poco fuori l’abitato del casale. La chiesa aveva un unico altare ben
ornato con pallio di tela dipinto, tre tovaglie, pietra consacrata,
quattro candelabri d’argento ed altri oggetti sacri. Alla parete
c’era una tela dipinta con l’immagine di Santa Maria di Monte
Carmelo tra due colonne di legno e sopra l’altare vi era un vecchio
baldacchino. Il tetto dell’edificio in alcune parti lasciava passare
la pioggia, perciò l’arcivescovo ordinò che entro un mese fosse
riparato. La chiesa godeva di un’entrata annua di ducati 10 per un
capitale di ducati 100, infisso sopra la gabella detta “Cesare
Greco”, situata in territorio di Mesoraca. Possedeva inoltre una
vigna in località “Bolonaci” e cinque moggi di terra attorno alla
chiesa. L’arciprete aveva l’onere di celebrare una messa alla
settimana per i benefattori e l’elemosina era assolta da Domenico
Buba. Il clero del casale era composto dall’arciprete Giovanni
Domenico Pancari, dai chierici Paolo de Manni e Francesco Buba, dal
chierico coniugato Antonio Sciumbata e dai diaconi selvaggi Giovanni
Battista Sciumbata e Francesco Sciumbata, quest’ultimo era anche
“magister festorum”. Nel pomeriggio l’arcivescovo, dopo aver
esaminato l’arciprete ed i chierici, proseguì il suo cammino alla
volta del casale di Arietta dove giunse sul far della sera.
Il terremoto del 1638
Come tutti i luoghi della diocesi di Santa Severina anche
Marcedusa subì i danni del terremoto del 1638.
Sempre in questi primi decenni del Seicento, evidentemente a causa
di alcuni ritrovamenti, si rafforzava la convinzione che il paese
sorgesse sui resti dell'antica Pételia. Così la descrive Utius de
Urso. " Marcidusa detto d'Albanesi ove si veggono vestigi di città
grande e vi si trovano Idoli e medaglie antiche, in una delle quali
c'è scritto "Petilia"( Boca G., Luoghi cit., p. 222.)
L'accostamento alla antica città di Petelia ed al villaggio
scomparso di Vico Troiano è messo in risalto dall'arcivescovo
Giovanni Antonio Paravicini il quale elencando i luoghi della sua
diocesi cita Marcedusa, "videl. seu Troianor., ubi Romana semel
Petilia" ( Rel. Lim. S. Severina., 1656.) Allora il casale era
abitato da gente povera, adetta al lavoro dei campi , che abitava
nei “pagliari”, come risulta dalla dichiarazione del chierico
selvaggio Paulo Cozza che “dice havere uno pagliaro dove habita et
una bestia sumerina” ( Chierici selvaggi, 1662)
Risale al periodo in cui fu arcivescovo di Santa Severina Giuseppe
Palermo ( 1670 -1673) una supplica del sindaco e dell’università del
casale per la fondazione di alcune messe settimanali nella chiesa di
Santa Maria la Russa a favore del sacerdote del luogo Paolo Mannis:
“Ill.mo e R.mo Sig.re/ Il sindico et uni.tà del casale di Marcedusa
con sup.ne rappresentano à V. S. Ill.ma come essendo d.o luogo molto
popolato, e non hanno altro sacerdote che lo Rev. Arcip.te che però
si patisce mancamento nel ser.o della chiesa, come nelle
confessioni, e perchè in esso casale si ritrova il sacerdote D.
Paolo Mannis persona povera, e non ha impiego di potersi
honoratam.te vivere nel grado sacerdotale, et ivi col celebrare
risedere per ser.o del popolo in d.o mistiere, sup.no intanto V. S.
Ill.ma restar servita fondar servimenti di più messe la settimana
nella chiesa di S. Maria Russa d’esso casale nella quale si
ritrovano più di tre cento docati tra capitale d’annui censi e
contanti, e quelle assegnarle à celebrare à d.o sacerdote a fine di
mantenersi, una con la facoltà di poter intendere le confessioni,
ed’erigger scola per instr.ne di qualche figliuolo, che forse
volesse attendere, che il tutto lo riceveranno à gra. di V. S.
Ill.ma, ut Deus.” (Liber collationum cit. f. 100.)
Così la descrive sul finire del Seicento l'arcivescovo Muzio
Suriano: Il villaggio di Marcedusa, casale di Mesoraca, è abitato da
545 abitanti. Ha una chiesa arcipretale curata sotto il titolo di
Sant'Andrea Apostolo. La cura delle anime è esercitata da un
arciprete parroco. Vi sono, oltre all'arciprete, un altro sacerdote,
un suddiacono e tre chierici. Oltre alla chiesa arcipretale vi è
un'altra chiesa dedicata a Santa Maria della Russa, dove si
celebrano per obbligo tre messe alla settimana ed altre per
devozione. Il parroco si mantiene con le decime che gli versano i
parrocchiani e con le elemosine ( Rel. Lim. S. Severina., 1675,
1678.)
La costruzione della nuova chiesa
All’inizio del Settecento l’arciprete Antonio Comite iniziò la
ricostruzione della chiesa arcipretale, che fu ingrandita. Furono
acquistate alcune costruzioni vicine, tra le quali un magazzino
appartenente alla famiglia Pancalli, che fu demolito, e si
incominciò la nuova fabbrica. Nel gennaio 1723 il Comite lasciò la
carica di arciprete di Marcedusa per un canonicato della chiesa di
Catanzaro. Seguirono alcuni anni in cui la chiesa arcipretale di
Marcedusa, rimasta vacante, fu amministrata da un economo. Durante
tale periodo la costruzione si interruppe per mancanza di denaro.
Nel gennaio 1731 la chiesa è ancora in fase di costruzione e si
dispera di poterla completare. Tutto ciò è evidenziato da una lite
tra il reverendo Nicola de Martino da Policastro, economo della
chiesa vacante di Marcedusa, e Domenico Dardano. Il Dardano per
costruire la sua casa aveva occupato parte del suolo appartenente
alla chiesa, situato nella via media tra la casa e la chiesa in
costruzione. Per l’usurpazione del suolo il Dardano si impegnò a
consegnare all’economo tomola otto di grano, i quali “sarebbero di
qualche sollievo alla chiesa per trovarsi in fabrica, e senza verun
modo di fabricare”. Nel settembre dell’anno dopo, “trovandosi la
chiesa parrocchiale in preciso bisogno di esser restaurata sopra
tutto nel tetto, che minaccia rovina e perfetionata nella fabrica
cominciata dal suo antecessore e bisognosa di essere provista di
suppellettili sagri”, il nuovo arciprete Salvatore Fico chiede di
poter vendere alcune vaccine donate alla chiesa da alcuni devoti ed
applicare il denaro alla costruzione. Nonostante queste vendite e
nonostante che la chiesa parrocchiale abbia raddoppiato le sue
entrate, avendo accorpato le rendite delle cappelle del Santissimo e
del Rosario e quelle della chiesa di Santa Maria Le Rose, i lavori
ristagnano. Secondo alcune testimonianze l’arciprete non poteva
intervenire in quanto le entrate assommavano a circa 102 ducati ma,
tolti 72 ducati per oneri vari, rimanevano annualmente circa 30
ducati, che servivano appena per il suo mantenimento. Le rendite
della chiesa erano diminuite “ perchè si sono per l’incuria de
Procuratori, e col tratto del tempo perduti di capitale più di cento
quaranta ducati, e di ducati 15 di annualità”. Col passare del tempo
sia per complicità sia perché le vigne sulle quali il capitale era
infisso erano rimaste incolte e le case cadute, undici censuari non
pagavano più; il capitale con i censi era perduto. Da una
testimonianza del luglio 1735 si legge che l’edificio “si ritrova
malamente come ocularmente si osserva, essendo necessario che le
mura si accomodassero et il tetto......La chiesa è come una spelonca
ed il tetto sta per cadere, onde ha preciso bisogno si aggiustasse e
fabricassero le mura dove è il bisogno”. Le tavole, le travi ed il
legname era già stato comprato ma occorrevano ancora oltre 50 ducati
“per maestria ed il necessario”.
Il Settecento
Tassato per 38 fuochi nel 1669, nel 1732 ne vengono censiti ben
66 (Barbagallo de Divitiis M. R., Una fonte cit., p.57.)
Comunque per tutto il Settecento il casale mantenne una popolazione
di circa 500 abitanti ( Abitanti di Marcedusa: nel 1725 (459); nel
1744 (517); nel 1765 (450); nel 1783 (545); nel 1852 (511) , i quali
pur non seguendo più il rito greco manterranno ancora la lingua ed i
costumi originari. "Marcedusa villaggio poco popolato di 459
abitanti con il suo arciprete curato e con un altro sacerdote, con
quattro chierici, di lingua grecanica, ma latini di rito. Vi è
un'unica chiesa, oltre la matrice, dove è eretta una confraternita (
Rel. Lim. S. Severina., 1725). In questo periodo soprattutto durante
l’arcipretura di Salvatore Fico e di Francesco Saverio de Grazia
alcuni piccoli terreni della chiesa furono concessi in enfiteusi a
privati ( gabelluccia il Santissimo, terreno in località Li Comuni
di Santa Maria delle Rose, vigna in località Calocancello)
L'arcivescovo Antonio Ganini (1763 -1795) così descriverà il casale:
Marcedusa è abitata da greci latini che seguono il rito latino è
distante da S. Severina circa 13 miglia ed è abitata da 450
abitanti, con due preti ed un chierico. La chiesa matrice è sotto
l'invocazione di Sant'Andrea Apostolo, è retta da un arciprete
curato che è il Reverendo D. Francesco Saverio de Grazia (Morto
nell'aprile 1754 l'arciprete di Marcedusa Salvatore Fico, il 31
maggio seguente era stato nominato arciprete della chiesa
parrocchiale di Sant'Andrea, le cui entrate erano di circa ducati
40, Francesco Saverio de Grazia, Russo F., Regesto, 63415. In
seguito la chiesa di Marcedusa fu retta dall’economo curato Raffaele
Maria La Rosa di Mesoraca, il quale il primo luglio 1813, essendo
l’arcipretura di Marcedusa vacante, fu nominato arciprete, Diploma
di Gioacchino Napoleone, Napoli I° luglio MDCCCXIII, AVC. Seguì
l’economo curato Giovanni Battista Petrucci)
Egli ha la cura delle anime degli abitanti italogreci, ossia
Albanesi, che osservano il rito latino. Nella chiesa matrice ci sono
tre altari: L'altare maggiore nel quale l'arciprete adempie gli
uffici parrocchiali e nel quale è conservata la SS.ma Eucarestia,
l'altare del SS.mo Rosario ed un altro altare dedicato alla Beata
Maria Vergine di Monte Carmelo. Vi è la fonte battesimale ed i sacri
oli. Fuori dell'abitato c'è la chiesa di Santa Maria de Rosis che è
canonicamente unita alla chiesa matrice ed è retta dallo stesso
arciprete curato, come anche l'altare dedicato alla B.M.V. de Monte
Carmelo. Vi è un unico beneficio sotto il titolo delle Anime del
Purgatorio della famiglia Brailla che è retto dal beneficiato il
Reverendo Primicerio Brailla (Rel. Lim. S. Severina, 1765.)
Il paese subì seri danni a causa del terremoto del 1783, che lesionò
gravemente la chiesa e le abitazioni (Vivenzio G., Istoria cit.,
(14).)
I feudatari
I feudatari di Marcedusa sono quelli di Mesoraca: I Ruffo,
Antonio Centelles, i Caivano, i Caracciolo, gli Spinelli ed infine
gli Altemps; questi ultimi tennero il casale dal 1585 fino
all’eversione della feudalità.
Pietro Altemps, terzo duca di Gallese, signore di Mesoraca, il 6
maggio 1649 concesse alcuni capitoli all’università ed agli abitanti
del casale di Marcedusa, riconoscendo al casale una certa autonomia
amministrativa rispetto alla vicina terra di Mesoraca. Essi sono
così descritti: “ In prima se li concede gratia, che il cap(ita)no
di d(ett)o casale sia altra persona che il capitano di mesoraca, si
come è stato solito et al presente è, che ogni anno si muti e che
tre volte ogni anno, natale, pasqua et agosto habbia d’andare al
d(et)to casale e ministrare la giustitia di tutte le querele e
cause, tanto civili, come criminali, dove è la remissione della
parte seguita in termine di tre giorni, non possa procedere ex
officio, eccetto nelle cause dove venisse imponenda pena di morte
naturale o vero altra relegatione o pena corporale, o vero pene
pecuniarie, a da venti cinque docati in sù e da venti cinque docati
in giu, ancorche vi sia preceduta la querela della parte mentre vi
sia la revocat(io)ne d’essa querela, o vero pace seguita in termine,
come sop(r)a per la cassatura si paghi conforme la tassa della terra
di mesoraca et ordiniamo che le cause dove venga imponenda pena di
morte o di relegat(io)ne ò pena corporale o vero pecuniaria da
doicento docati in su si vedano e conoscano da cap(ita)no di
mesoraca per essere dottore e gl’emolumenti sia un terzo del
capitano delle casali, e gl’altri doi terzi del capitano di
mesoraca.
2°- Item, che lo mastro d’atti per qualsivoglia atto civile, ò
criminale e così per qualsivoglia decreto diffinitivo, o
interlogutorio non possa far pagare più di quello dispone la tassa
della com(uni)ta di mesoraca.
3°- Item, che li capitani non possano domandare per qualsivoglia
decreto difinitivo, ò interlogutorio, etiam che fossero decreto di
gratia o di transatione più di quello dispone la d(et)ta tassa di
mesoraca.
4°- Item che li cittadini, et habitanti in d(et)to casale possino
vendere le loro case pagliara e vigne che haveranno, fabricare e
piantare nel territorio di d(et)to casale, a qualunq(ue) persona,
non già per habitare, o andar ad habitare fuori della nostra
giurisditione senza nostra espressa licenza in scri(ptis)(?) essi
cittadini et habitanti e per loro bisogno e non per scasare come
sopra.
5°- Item se li concede facultà che nel territorio del Bosco possano
allegn(are) legni secchi e quanto à verdi se li concede per uso di
pagliara ò case, strada, o ordegni da massaria con nostra licenza, o
del governatore pro tempore da farsili in scriptis e si debbia
registrare nelli atti della corte.
6°- Item se li concede, che il mastro di giurato di d(et)to casale
in assenza del cap(ita)no sia e resti per luocotenente e che
amministri giustitia a tutti, e che si facci à voce, come si fà lo
sindico.
7°- Item se li concede che li baglivi della terra di mesoraca non
innovino ne faccino innovare cosa alcuna, ma che restino contenti di
pagarli il casale li quindici carlini l’anno, come si pagha al
presente, s’ha pagato per tutti li cittadini et habitanti e per il
bestiame d’essi, per qualsivoglia raggione fida ò disfida, che
pretendessero, e che il bestiame che fosse preso carcerato siano
tenuti portarlo in potere del mastro giurato di d(ett)o casale, e
non nella terra di mesoraca, ò in S.to Antonio e portandoli non li
faccino pagare il portello ne la guardia.
8°- Item, se li concede à beneplacito nostro, e purche non torni in
pregiuditio, e danno della nostra corte, et entrate, che possano
godere tutte le immunità et franchezze, stili e consuetudini che
hanno goduto e godono li cittadini di mesoraca e quando occorresse
d’andare tanto nella città di Catanzaro quanto in altre terre
possano passare con loro bestiame e carra per dentro le gabelle
della corte, dove è stato et è solito passare gl’huomini di d(et)to
casale senza esserli dato impedimento alcuno, accioche havessero il
commercio libero.
9°- Item , che facendosi alcun delitto nel territorio di mesoraca lo
possa conoscere il capitano di mesoraca e così quello del casale, et
in tal caso sia luogo la preventione, e li concediamo che possano
andare à caccia per tutto detto territorio, eccetto fossero delitti
dove venisse imposta pena corporale o pecuniaria sopra cento docati,
che in tal cause sia in ogni caso giudice il capitaneo di mesoraca.
10°- Item che possano pascolare e condurre li loro bovi à bevere al
fiume di mesoraca coltivando però le nostre terre quelle dentro il
nostro territorio et che conforme al solito possino pascolare nelli
cursi con loro bovi e vacaturi.”

