[Uomini e boschi di Crotone e di Isola. I casi Forgiano, Salica e Carbonara]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 11-14/1998)
Il corso di Forgiano
Il corso di Forgiano di circa 800 tomolate era situato nel
territorio di Isola e confinava con i corsi Domine Maria,
Buggiafaro, Puzzelle, che faceva parte del Bosco, il mare ed il
feudo di Perrotta, in territorio di Crotone.
Esso apparteneva all’abbazia di San Nicola di Jaciano, detta anche
San Nicolò di Giacciano o di Furgiano, che era situata in territorio
di Scigliano, in diocesi di Nicastro.
Passata poi in commenda1 , verso la metà del Settecento ne era
commendatario il cardinale Pier Luigi Caraffa il quale il 4 maggio
1743 cedette il corso in enfiteusi perpetua, previo precedente
permesso in scriptis della Sacra Congregazione de vescovi e
regolari, in virtù di remissione fattane alla medesima Sacra
Congregazione dal papa Benedetto XIV, al marchese di Perrotta,
Francesco Cesare Berlingieri,”per se stesso, suoi eredi, e
successori, anco estranei”, che si impegnò al versamento annuo
perpetuo di ducati 180, da corrispondersi in due rate uguali, cioè
ducati 90 a gennaio e gli altri a giugno2.
Il marchese, possessore del vicino feudo di Valle di Perrotta , già
in precedenza aveva affittato dal cardinale tutti i beni
dell’abbazia, stipulando contratti di durata triennale che
prevedevano il pagamento di ducati 635 in due rate, metà ad agosto e
metà a dicembre3 con alcuni patti e condizioni4.
In potere del marchese Berlingieri
Il marchese riuscì nell’intento, usando la corruzione e la
violenza. Egli infatti con lettera ad Agazio di Soda di Isola lo
spinse dapprima ad insinuare al canonico La Morea di Catanzaro,
delegato del cardinale Caraffa, che Forgiano era “infertile et
petroso di pochissima rendita” mentre invece era “terra fertile e
fruttuosa”. Poi il Soda assieme al massaro del marchese accompagnò
il delegato del cardinale per misurare l’estensione del territorio
ma gliene nascose un terzo, in modo da ridurre il pagamento.
Inoltre, appena andato via il delegato, il marchese con altra
lettera al Soda gli comunicava di trovare due testimoni fidati e
complice un notaio, si affiggesse l’editto di vendita di Forgiano e
subito dopo lo si togliesse, in modo che nessuno ne venisse a
conoscenza. Questo fu fatto ed ogni otto giorni, per tre volte,
testimoni la prima e la seconda volta il mastro Agostino Calvo e
Giuseppe Inglese di Isola, si affisse e si tolse l’editto e si
redasse un atto di notaio5
Così al momento della concessione il corso venne descritto come
costituito da “terre inculte, alpestre, et aratorie senza alberi
fruttiferi e senza alcuna fabrica a riserba però de vestigii d’una
chiesa diruta, di già profanata”6 . Il marchese oltre al censo
enfiteutico perpetuo al commendatario, si impegnò a pagare ogni
settembre alla camera baronale di Isola ducati 20 per la finaita che
si esigeva per le pecore che annualmente si facevano pascolare7 , a
riedificare la chiesa sotto il titolo di San Nicola, dotandola in
modo che si potesse celebrare una messa bassa nei giorni festivi per
coloro che lavoravano in quelle campagne, e per ultimo al pagamento
dei fiscali che si dovevano ogni anno a beneficio dell’università
sul cui territorio si trovava il corso8.
Il territorio venne concesso con “tutti li jussi domenicali di
farvisi arare, seminare, piantare alberi fruttiferi, costruirvi
edifici, serrare acque ad uso di beviere, e piscine, o pozzi con
tutte le altre azioni, diritti e ragioni che a propri patroni
convengono” però era ancora soggetto “in quelle parti, ove non si
trovano seminati, alberi fruttiferi, o vigne con formale clausura”
alle servitù del corso, “cioè del pascolo di tutti gli animali
spettanti ai cittadini, di Cotrone e dell’Isola, escluse però le
pecore, ritraendone l’abbate commendatario pro tempore
l’emolumento”9.
Il marchese usurpa di diritti civici
Il marchese subito cominciò a limitare i diritti civici.
Una testimonianza di alcuni pecorai asserisce che prima della
cessione mentre essi pascolavano le loro pecore nel corso “li
cittadini di detta città dell’Isola anche andavano a pascolare et in
alcune parti aravano con tutto che l’affitto di dette terre correva”
in loro conto. Essi allora si lamentarono col sostituto del
cardinale Caraffa che li aveva affittato il corso e questo disse
loro che “come corso, li cittadini dell’Isola, vi anno il jus di
pascolare, et arare.. qual pascolo ed arare era nelli vacanti di
detto Forgiano”10.
I contrasti aumentano man mano che il marchese procede a trasformare
l’incolto in colto ed a fare chiusure.
Tra il 1744 ed il 1748 egli opera numerosi interventi
impossessandosi di alcune sorgenti e disboscando e chiudendo alcune
parti del territorio.
Disboscamento e messa a coltura
Nella primavera del 1748 due pubblici apprezzatori, pratici
delle cose di campagna, di Isola e due di Crotone su richiesta del
marchese si recarono sul corso per stimare i miglioramenti che vi
aveva apportato.
Essi certificarono che il corso era “in tutte le terre in buona
coltura” e vi erano dei nuovi fabbricati, alcuni completi, cioè la
chiesa, tre case di campagna, un porcile e due fontane col biviere,
ed altre in fase di completamento. Nelle vicinanze delle case di
campagna il marchese aveva fatto per molto tempo stabbiare i suoi
armenti in modo da rendere quelle terre fruttifere ed adatte alla
coltivazione.
Vi erano poi due giardini di buona estensione per fare i quali il
marchese aveva fatto disboscare, spianare e circondare il terreno
con chiusura di pietra secca e fossi profondi e larghi in modo da
impedire l’entrata di animali. Il giardino della Chiesa, così detto
per la vicinanza dell’edificio sacro, era formato da 800 alberi da
frutto (fichi, ciliegi ecc.), piantati negli anni passati e 500 di
recente. Il giardino di Marrasto, dal nome di una sorgente, era
composto da 500 alberi di gelsi neri e bianchi “per uso di far la
seta”, da 3500 alberi da frutto (peri, fichi, mandorli ecc.), da un
canneto, da una piantagione di ulivi, noci e nocelle e da una vigna
con 1373 viti11.
Ricostruzione della chiesa di S. Nicola di Forgiano
Poco dopo, sempre nella primavera di quell’anno, andarono sul
corso anche tre mastri fabbricatori, per stimare le fabbriche e gli
edifici i quali attestarono che il marchese vi aveva fatto erigere
una nuova chiesa, edificandola dalle fondamenta sui resti
dell’antica e completandola di “mattonata, porta,finestra,
intempiata, covertura e altare”, nelle sue vicinanze aveva fatto
costruire un biviere “col camino dell’acqua molto difficile per
esservi portata dall’antico pozzo sorgivo”, e poco lontano dalla
chiesa, dalla parte dove il corso di Forgiano confina con i corsi
del Bosco e delli Pozelli, una casella detta di San Nicola per uso
dei pastori. Vicino al confine con Buggiafaro si estendeva un grande
porcile che era in buona parte completo e coperto e verso le terre
feudali di Perrotta ed il corso di Domine Maria c’era una casella
per uso di pastori con accanto, ma separato, un camerino ad uso
cucina “per abitazione di una persona civile”. Tra questa casella ed
il giardino grande di Marrasto vi era un altro biviere. Presso la
sorgente Arbanello era stata costruita una “botte con duplicate
mura” in modo da raccogliere tutta l’acqua per alimentare un gran
biviere che doveva essere costruito sul piano sottospante, mentre
nel piano soprastante, “a vista del mare nella calata alla
marinella” era stata costruita un’altra casella, parte in calce e
parte in creta, per uso di pastori12.
Fallimento dei raccolti e rese scarse
Morto il primo agosto 1749 Francesco Cesare Berlingieri, anche
se il genitore aveva lasciato molti debiti13, l’erede il figlio
Carlo, continuò nei miglioramenti “così d’edifici di fabriche, di
casette, che della chiesa rurale, come pure due giardini, con
chiusura, alberi fruttiferi e vigne, consistentino in circa migliaia
sedici di viti”. Egli dovette subito sostenere alcune liti con i
vescovi di Isola e di Crotone, i quali pretendevano di esigere la
decima sugli animali che pascolavano le sue terre14. Poiché per gli
impegni doveva spesso assentarsi e si trovava in difficoltà
finanziarie, anche per il continuo fallimento dei raccolti e per la
grande mortalità dei suoi armenti”15, nel giugno 1765 fece società
col parente, il patrizio crotonese Giacomo d’Aragona, motivando la
decisione che per rendere fruttiferi i giardini e le vigne era
necessaria non solo la presenza continua di una persona interessata
“che invigilar potesse secondo il bisogno accaderà alla cultura
d’essi”, ma anche che bisognava spendervi del denaro che egli non
aveva a disposizione. Egli perciò cedette all’Aragona per 12 anni, 6
di fermo e 6 di rispetto, a partire dal primo settembre 1765,
l’amministrazione del territorio con ampia facoltà di affittare,
coltivare e far coltivare, nel modo che ritenesse più opportuno
purché non si “ apportasse pregiudizio o detrimento così alla
proprietà, che al buongoverno delle industrie”. Il socio si impegnò
ad amministrare ed a far fronte con proprio denaro sia alle spese
necessarie per la coltura che a quelle che avrebbero gravato sulla
proprietà, con la condizione che gli utili e le eventuali perdite
sarebbero stati ripartiti a metà16
Descrizione della gabella Salica
Poco dopo la metà del Cinquecento la gabella di Salica così è
descritta in una visita del vescovo di Isola Annibale Caracciolo :
“Una gabella seu continenza delle terre da circa salmate 100 quale
si chiama la gabella di Salica nella quale c’è una chiesa diruta
chiamata Santo Nicola di Salica, ov’è una fontanella con un bevere e
con un puzzo, quale terre sono parte piane e parte costi e ci è un
bosco quale s’alleva tuttavia con molti cerzi e suveri qual bosco è
di salmati venticinque, in trenta, e confina con le terre e gabella
delle Puzzelle mediante una crista di pietre fisse, quale crista
sparte il terreno della città dell’Isola e città di Cotrone, con la
gabella di Carbonara mediante la via pubblica la quale via va in
canto di l’acqua di la fico, che va dentro detta gabella di Salica,
e ci è un altro puzzo d’acqua surgente, e poco più sotto ci è una
fontana la quale , quantunque sia nella detta gabella di tuvlo
piccolo, pure e comune allo bestiame di dette gabelle di tuvlo e di
salica, per uscir detta acqua da detta gabella di Salica ed esser
cusì antiquissima consuetudine che detti bestiame ponno servirsi di
detta acqua di tuvlo, e poi confina con la gabella de li Condorini
mediante un termine vicino un vallonetto, e scende verso mare di
sotto un certo pizzale, e dallo detto pizzale se ne sagli per per
uno vallone grande confinando con le terre e gabella di Pirrotta
mediante detto vallone e se ne saglie allo piano della detta crista
di pietre da dove cominciarono detti confini, la quale gabella per
esser stata molto insalvagita, per farla aprire a domolate s’ha data
a massaria, e la tiene M.ro Antonino lo Rizzo e Benedetto de Napoli
per docati duecento e dieci l’anno, estaglio affittata per tre anni,
e finisce l’anno entrante 1576 in erbaggio se venderà più”17
Circa trecento anni dopo , verso la metà dell’Ottocento, un perito
del comune di Isola così descriveva lo stesso fondo:
“Il primo limite o termine confina col fondo Carbonara ed è coverto
di boscaglia di mucchi scini ossiano lentischi, ginestre, viniglie,
scializi e pochi piedi di ogliastri. Vi esiste verso tal termine il
casaleno di una casetta diruta un po’ di calce impetrita e di niun
uso una casetta di pietra secca coverta a tegole, un biviere ripieno
di terra. Il secondo termine confina col fondo tuvolo ed è di terra
rasa. Il terzo termine confina con il fondo Condorini con po’ di
terre rase con poche lentische. Il quarto termine confina col fondo
Pirrotta vi è terra rasa con poche lentische. Il quinto termine
confina col fondo Puzelli e non vi è che terra rasa. Il sesto
termine confina col fondo Sacchetta e vi è boscaglia di lentische,
di visciglie e qualche arbusto di soghero”18.
Dalla pastorizia alla granicoltura
Dal confronto tra queste due relazioni risalta la grande
trasformazione avvenuta in quella fascia di territorio compresa tra
il territorio di Isola e quello di Crotone in età moderna.
Alla fine del Cinquecento la gabella o continenza di terre
conservava ancora una sua originalità ed una sua funzione,
nonostante che il pericolo turco, le calamità naturali e la
recessione economica la stessero duramente colpendo.
Pure “molto insalvagita” e con la chiesa di San Nicola “diruta”
dalla descrizione emerge un paesaggio tipicamente pastorale con una
sua vitalità e potenzialità, date dalle sue fontanelle, il beviere,
il pozzo, il bosco denso, fitto e umido con molti alberi pregiati,
“cerzi” e “suveri”, le sorgenti ecc.
E’ descritta la natura delle sue terre, parte piane e parte coste,
la posizione dei suoi valloni, i suoi labili confini naturali, i
diritti, l’estensione delle sue parti particolari ecc.
Tutto questo è introvabile trecento anni dopo. Salica è divenuta uno
dei tanti fondi devastato ed impoverito dalla monocoltura granaria.
Limitato da termini fissi e precisi. Il bosco ha perso la sua
densità ed i suoi alberi migliori ; esso è divenuto una boscaglia
cespugliosa e secca, formata da lentischi, ginestre, “viniglie”,
“scializi”, “pochi piedi di ogliastri e qualche arbusto di soghero”,
assediata da ogni parte dalle terre “rase”, al posto della chiesa
c’è una casetta abbandonata in pietra secca, il beviere è pieno di
terra e le sorgenti, il pozzo ed i valloni sono scomparsi.
Il monastero di San Nicola di Salica ed il suo bosco
Il “monasterium seu locum S. Nicolai de Salica cum terris e
pertinentiis suis” appartenne fin dal periodo normanno al vescovo di
Isola ; esso compare nei privilegi concessi da re Ruggero II e
confermati da papa Eugenio III nel 1149 al vescovo isolano Luca il
quale aveva diritto di decima anche sulla cacciaggione che allora
era composta da cervi, caprioli, volpi, cinghiali19, che assieme al
lupo20 alla martora al gatto selvatico ed ad altri animali
popolavano i boschi. Salica confinava con il territorio li Puzelli
che era parte del Bosco cioè della difesa o foresta di Isola di
Crotone dove era severamente proibito cacciare non solo al suo
interno ma anche nelle vicinanze nei mesi di aprile, maggio e
giugno. Infatti la foresta o difesa di Isola di Crotone come le
altre difese esistenti in Calabria, tra le quali quella che sorgeva
ad Alichia presso l’attuale Cirò Marina, era adibita a caccia
riservata per il re e le carni dei cinghiali, di cui abbondava,
salate rifornivano le regie dispense21. In quel tempo Isola era
parte di Crotone ma con la separazione, avvenuta alla fine del
Quattrocento, il vescovo di Isola divenne proprietario di un
territorio, cioè Salica, e della chiesa di San Nicola di Salica,
nelle pertinenze di Crotone. Il fondo rimase in potere del vescovo
mentre la chiesa fu probabilmente abbandonata all’inizio del
Cinquecento a causa delle devastazioni turche ; essa infatti risulta
“diruta” nella visita fatta a quel luogo dal vescovo Annibale
Caracciolo nel 157522. Già alla metà del Cinquecento il bosco di
Salica ricopriva un quarto della gabella ; esso si estendeva verso
Carbonara, li Puzelli ed i confini con Isola.
Vicende e passaggi di proprietà
Nel Seicento il territorio si presentava “parte boscoso e parte
aratorio”23 e fu oggetto di numerose liti tra i vescovi di Isola ed
i cittadini di Crotone i quali rivendicavano i diritti civici,
soprattutto quello di pascolo.
Una lite oppose all’inizio di quel secolo il vescovo Giovanni
Antonio dei Massimi ai Crotonesi, un’altra verso la fine del
Seicento ebbe per protagonista il vescovo Francesco Marini che
scomunicò i Crotonesi, i sindaci ed i magistrati di quella città che
vi introducevano con la violenza il bestiame per il pascolo e
proteggevano “gli usurpatori”. Allora la parte boschiva si trovava
particolarmente danneggiata, lo si desume dal fatto che il vescovo
non concesse il permesso di far legna ad un richiedente e progettava
un suo rifacimento24. Durante il decennio francese la mensa
vescovile di Isola secondo l’ordinanza del Masci del 1811 ne fu
espropriata di un quarto che nel 1812 fu assegnato al comune di
Crotone25
La parte espropriata non riguardava evidentemente la parte boschiva
infatti nei contratti di fitto della mensa vescovile di Crotone al
quale il fondo era andato a far parte dopo la soppressione del
titolo vescovile di Isola nel 1818, il fondo è dato in fitto ad ogni
uso di pascolo e semina a corpo e non a misura ed era ricoperto in
buona parte di boschi. L’affittuario si impegnava a non danneggiare
gli alberi fruttiferi (querce, olivastri e soveri) restandogli
accordato il solo legname di lentisci e degli altri infruttiferi per
uso delle mandre e masserie che si stabilivano nel fondo26.
Alla mensa vescovile di Isola e poi a quella di Crotone rimasero
così 540 tomolate di terra, in buona parte boscosa, che veniva data
in fitto per sei anni con pagamento in tre rate annuali27 o per
quattro anni con pagamento in due rate28 annue. Il fitto iniziava il
primo settembre e variava dai 600 ai 650 ducati annui e questo
nonostante il fondo avesse subito la riduzione di un quarto, molto
più di quanto dichiarava di percepirne il vescovo di Isola che alla
fine del Settecento dichiarava un’entrata di soli 350 ducati 29.
In seguito la mensa vescovile di Crotone, rientrava in possesso
della parte staccata ma dopo alcuni anni il fondo passò all’Asse
Ecclesiastico e in demanio e un terzo fu acquistato nel 1868 dal
barone Luigi Berlingieri30.
Rimase dei Berlingieri (nel 1930 Salica di 217 ettari appartiene a
Berlingieri Giulio) finchè negli anni ’50 non fu ivisa tra i
quotisti dell’OVS.
La gabella Carbonara
Situata in territorio di Crotone, Carbonara di circa 140
salmate, apparteneva alla fine del Seicento a Fabrizio Lucifero, il
quale l’aveva comprata da Benedetto Peta31 .Il Lucifero la vendette
nell’agosto 1710 a Gio Aloysio Soda, figlio dell’erario del barone
di Isola32, per ducati 6000. All’atto della vendita così è descritta
: Territorio burgensatico “con dentro una casella a due membri,
puzzo, parte aratorio e parte boscoso e con piedi di quercie”. Essa
confinava con le gabelle di Coppola e Tuvolillo del beneficio di San
Giacomo, col bosco di Salica del vescovo di Isola, con la gabella
Lampamaro di Antonio Gallucci e con il feudo di Sacchetta di Gio.
Battista Barricellis33 . I suoi termini correvano “dalla Ficarella e
va al termine di Salica e da detto termine va alla manca di coppula,
tira al Liternetto e dal Liternetto esce a Lampamaro del S. Gallucci
e da questo a Castellaneta et esce a Lampamaro d’Albani si jetta
acqua corrente per il vallone delli cannizoli et esce alla serra
delli miccisi, e dalla serra delli miccisi va alli Bonelli, e dalli
Bonelli a S. Andrea , e da S. Andrea esce a Sacchetta e da Sacchetta
corre nella Ficarella34 .
Passata la gabella in proprietà a Gio. Aloysio Soda, di Isola ma
abitante in Crotone, essa fu subito oggetto di numerose e lunghe
liti sia perché il territorio era gravato da un’ipoteca di ducati
4000 che il Lucifero doveva a Pompilio Berlingieri, vescovo di
Bisignano35, sia per la questione dei confini, soprattutto dopo che
la parte seminabile fu ampliata dopo avervi effettuato ampi
disboscamenti col fuoco.
Liti per i confini
Una disputa oppose il Soda al marchese Fabrizio Lucifero, che
gli aveva venduto il territorio, al monastero di Santa Chiara di
Cutro ed ai De Bona proprietari della confinante gabella Miccisi36 ;
un’altra vide fronteggiarsi il Soda con il vicario della cattedrale
di Crotone Paulo Pietro Albano, possessore della confinante gabella
di Lampamaro37 e un’altra ancora lo oppose al possessore del
confinante feudo di Sacchetta38. L’incertezza dei confini dava
pretesto al continuo incarceramento degli armenti che sconfinavano e
a forti contrasti sul diritto di dare in fitto e coltivare specie le
recenti cesine, su parte delle quali la proprietà era contesa e
l’incertezza era occasione per dare adito ad episodi di violenza
contro coloro che vi seminavano39.
Disboscamenti e degrado
La gabella di Carbonara e le confinanti alla fine del Seicento
erano ancora in buona parte boscose. All’inizio del Settecento
riprese con forza il dissodamento e con esso aumentarono di valore i
territori40. Carbonara dopo il disboscamento attuato dal Soda col
fuoco dal valore di ducati 6000, essendo ormai “tutta terra culta” ,
nel 1724 ne valeva almeno 10.00041 ma essa, come anche le vicine
gabelle di Miccisi, di Buggiafaro, di Lampamaro ecc. dopo le prime
annate fertili, ottenute nei recenti territori disboscati, vedrà ben
presto scendere le rese per l’impoverimento dell’humus, non più
protetto dalla copertura boschiva, ed andrà ben presto soggetta a
ricorrenti raccolti scarsi, causati dalla siccità e dal dilavamento
ed erosione del terreno, sempre più incapace di assorbire e
contrastare la furia delle acque. A questo si aggiungeranno le
maggiori spese occorrenti per la sua coltura a causa della
lontananza dai centri abitati42.
Gio Aloysio Soda “visse per tutto il tempo di sua vita
coll’industria della massaria de grani e coltura de campi”. Lasciò
sette figli maschi, tre intrapresero la carriera ecclesiastica, gli
altri quattro vissero con le rendite dell’unica proprietà che
possedevano, cioè il fondo Carbonara, che era gravato da ipoteche
così che molto poco a loro rimaneva “per poter scarsamente
vivere”43. Alla morte di Gio. Aloisio Soda infatti ereditarono i
figli ma essendo in età minorile ebbero per tutrice e curatrice la
madre Antonia Palmieri. Morta anche costei, il territorio di
Carbonara, composto da “terre aratorie”, rimase al figlio maggiore,
il sacerdote Domenico Soda, che divenne tutore e curatore dei
fratelli minori28.
In seguito i fratelli Soda valorizzarono il fondo, alberandolo in
parte con ulivi. Così nel 1776 esso è descritto “di terre aratorie
la maggior parte e parte alberato di olive” 45.
Note
1. Alla fine del Cinquecento l’abbazia era in commenda al
cardinale Giulio Antonio Santoro, arcivescovo di Santa Severina,
Rel. Lim. Insulan. 1594.
2. ANC. 1342, 1765, 65 -68.
3. Il Berlingieri affitta tutti i beni della badia per 3 anni ad
iniziare dal 1.1.1733. In precedenza essi erano stati datoi in
affitto a Michele Giglio del Sorbo e Vincenzo d’Addario, ANC. 614,
1732, 44-49.
4. Tra le condizioni vi era che “nelle montagne della detta badia
non possano d.ti SS.ri conduttori tagliare alberi fruttiferi di
qualunque specie vi fussero e che non possano affittare per uso di
masssarie di semine li boschi delle montagne della medema badia che
con fare detti affitti conviene sboscare i medemi in disservizio
della medema badia, ANC. 614, 1732, 47v.
5. ANC. 667, 1745, 59 - 60.
6. ANC. 911, 1743, 74.
7. Nella fiera di San Giovanni dell’Agli l’agente generale della
Camera Principale di Isola esigeva la finaita da coloro che avevano
in fitto le gabelle di Forgiano e di Domine Maria, sia che
l’avessero in fitto in semina che in erbaggio e si pagava per
Forgiano duc. 20 e per Domine Maria duc. 6, ANC. 1372, 1760, 279 -
280.
8. Il corso di Forgiano fu concesso con atto del 31.3. 1743, AVC.
9. ANC. 911, 1743, 75.
10. ANC. 667, 1745, 60 -61.
11. I due giardini furono stimati del valore di ducati 5121 e grana
15, ANC. 854, 1748, 7-10
12. I tre mastri fabricatori di Rogliano, Francesco Fezza, Santo
Sicilia e Pasquale Muto, stimano il tutto duc. 2205, ANC. 1063,
1748, 16 -18.
13. Morto Francesco Cesare Berlingieri, ereditano i figli Carlo,
Annibale e Pompilio che trovando l’eredità gravata di debiti vendono
con patto di ricompra alcuni terreni, ANC. 853, 1753, 115-116.
14. Alcuni custodi di armenti, sia vaccini che pecorini, affermano
che tutte le volte che in passato hanno èpascolato nelle terre di
Forgiano del marchese Berlingieri, pur avendoci eretto pagliari,
capanne ed altri ricoveri e mandre per custodire gli animali, mai
hanno pagato alcunché per ragione di decima, né ai vescovi di
Crotone e di Isola né ad altri, ANC. 1063, 1750, 20v-21r.
15. ANC. 861, 1762, 149 -159.
16. ANC. 1342, 1765, 65-68.
17. Estratto dalla Visita fatta da Mons.r Ill.mo Caracciolo
nell’anno 1575 consistente in carte quarant’otto, Arch. Vesc. Crot.
18. Fondo Salica. Perizia fatta dal perito Vito Ryllo del comune di
Isola, Cotrone 26.9.1847, AVC.114.
19. “Concedimus tibi memorato episcopo et successoribus tuis de
certa nostra scientia damus et confirmamus totam et integram decimam
terrarum laboratarum et laborandarum in toto tenimento Insulae de
Cotrono et demanii nostri et maxarior. herbagii, glandagii,
forestagii omniumq. Animalium ab extera venientium ad ibidem pascua
sumendum etiam pellium decimas venatorum cervorum porcorum carnium
capreorum vulpium pellium silvestrium et omnium alior.
Jurisdittionum dittae Insulae ad nostram curiam pertinentium”,
Processo grosso cit., ff. 420 sgg.
20. J. A. De Soda accusa C. Trimboli di avergli rubato un bue, ma
l’animale era stato divorato dai lupi nel bosco di Isola, ANC. 312,
1664, 56.
21. Durante il periodo angioino coloro che erano sorpresi a cacciare
nelle difese del re erano condannati se barone o milite a pagare
ventuno once d’oro, se borghese sedici once, se villano otto e se
insolvibile alla pena di un anno di carcere, Dito O, La storia
calabrese, Cosenza 1979, Rist., p.117.
22. Estratto dalla Visita cit.
23. Visita del vescovo G.B. Morra, 1648, f.14.
24. Valente G., La costa dei Dioscuri, Frama’s Chiaravalle C., 1973,
pp.73-74.
25. Contro tale decisione ricorse la mensa vescovile di Crotone alla
quale si era unita quella di Isola fin dal 1818. Nel 1855 la mensa
di Crotone fu reintegrata nel possesso del quarto del demanio
Salica, AVC.
26. Il primo agosto 1840 in Crotone Giuseppe Zurlo Galluccio prende
in fitto dalla mensa vescovile il fondo di Salica con le fabbriche
esistenti ad ogni uso di pascolo e semina per 4 anni dal 1.9.1840
con l’impegno di rispettare i boschi dei quali in buona parte è
coperto per l’annuo estaglio di duc.700, AVC.
27. Nel 1814 viene affittata a N. Cimino col pagamento in 3
rate(gennaio, maggio e settembre). L’affitto inizia il 1/9/1814 per
sei anni per duc. 600 annui. In seguito è affittata a G. Morelli con
le stesse condizioni per 650 duc. Annui, Platea mensa vescovile di
Isola aggregata a quella di Cotrone, 1819.
28. La mensa vescovile di Crotone affitta Salica costituita da
terreni “rasi e boscosi” dal 1.9.1836 per 4 anni al massaro P. Rodio
ad ogni uso e con la possibilità di associare e subaffittare per
duc. 600 in due rate a S. Janni ed al 31 agosto, Platea Mensa
Vescovile Cotrone, 1836.
29. Nel 1787 il vescovo di Isola percepiva dalla gabella Salica
affittata a N. Liciardo duc. 350, Valente G., Isola cit. p. 146.
30. Quadro de’ fondi comprati dall’asse ecclesiastico dal barone
Luigi Berlingieri, AVC.
31. ANC. 635, 1710, 63.
32. Domenico di Soda dei casali di Cosenza si trasferì ad Isola ed
esercitò la carica di erario del Duca di Montesardo. Sposò Teresa
Monteleone di Cutro dalla quale nacque Gio. Aloisio che si trasferì
a Crotone dove sposò Antonia Palmieri di Cutro, ANC. 911, 1739, 14.
33. Il Soda si impegnò a versare subito ducati 2000 ed il rimanente
entro due anni con l’interesse del 6% annuo, ANC. 612, 1716, 70.
34. ANC. 662, 1728, 131.
35. Il Soda con atto di Antonio Tirioli di Crotone in data 24 agosto
1710 acquisto il territorio da Fabrizio Lucifero per ducati 6000.
All’atto il Soda ne pagò in contanti ducati 2000 ed il resto , cioè
duc. 4000, si impegnò a pagarli entro 2 anni al tasso del 6 %.
Passati i due anni il Soda non salda in quanto intende pagare quando
il vescovo di Bisignano toglierà l’ipoteca di Duc. 4000 che grava
sul fondo e che deve pagare il Lucifero, ANC. 659, 1713, 16 - 17.
36. ANC. 659, 1717, 26-27.
37. Un vaccaro afferma che all’inizio del Settecento “le terre dette
Carbonara si pascolavano dal timpone della Castellaneta et a dittura
di detto timpone andava al vallone e da la alla carcarella dove e la
strada, et si pascolava acqua pendente alla gabella detta li
miccisi, et acqua al piano era Carbonara, et in questa guisa si
dipignavano con l’affittatore di dette terre li miccisi, che
immediate da quella parte il vallone detto Lampamarello. Noi
carceravampo animali vaccini di detta terra Lampamarello e sotto di
detto vallone eramo carcerati da quella partita”, ANC. 659, 1715,
106.
38. Alcuni abitanti di Isola affermano che mentre erano nelle terre
di Salica a raccogliere “scino”, videro la “carovana” dei buoi di G.
L. Soda che passava per la strada pubblica che separa Salica da
Sacchetta e “uscito avanti” il guardiano della gabella Sacchetta
voleva sequestrare i buoi col pretesto che passavano nelle terre del
suo padrone, ANC. 661, 1723, 34.
39. F. Gonnella, ottiene dal Soda un terreno boscoso per coltivarlo
e “si cacciò una cesina alla valle della Cannamosca” nei pressi del
confine tra Carbonara e Lampamaro e pagava il terraggio a Gio. Luise
Soda, padrone di Carbonara. Mentre sta seminando arriva il vicario
Albani, padrone del confinante vallone di Lampamarello, il quale
prende per i cappelli il malcapitato e gli ordina di non coltivare
più la cesina. Inoltre l’Albani manda le sue capre a pascolare dove
non è suo e vi fa fare un termine divisorio con gli zapponi, anzi
vuol farvi anche due pilastri di fabbrica. L’Albani inoltre preda ed
intimorisce i capimandra che pascolano nelle terre vicine, ANC. 659,
1715, 107.
40. Nel 1639 entrarono nel monastero di S. Chiara tre sorelle
Susanna e come dote portarono 12 salmate di terra nel tenimento di
Lampamaro, confinante con Carbonara. A quel tempo il territorio di
proprietà dei Susanna era “alquanto boscoso”. Passato poi Lampoamaro
agli Albani, dai possessori fu disboscato e “reso culto e
dell’intutto fruttifero”, tanto da essere a metà Settecento tutto
“reso aratorio” ANC. 860, 1760, 47- 59.
41. ANC. 662, 1724, 113-114.
42. G. Micilotto prende in fitto per l’annata 1760/1761 dal
monastero di Santa Chiara di Cutro e dal cantore Domenico de Bona la
gabella Li Miccisi per seminarvi tt.a 250 di grano, tt.a 8 di
linusa, tt.a 1 e ¼ di fave e tt.a 3 di orzo. A causa della la
siccità ottiene: grano tt.a 493, orzo tt.a 6, fave tt.a 1 e mezzo,
linusa tt.a 3 e lino pise n.29. Per ottenere questo misero raccolto
egli ha sostenuto le seguenti spese :”Per costruire il pagliaro per
servizio di d.a massaria, per pure giornate d’uomini, oltre legname,
docati nove. Per roncare la sud.a gabella, giornate d’uomini num.
trecento trenta. Per ammaesare la sud.a gabella, cioè scipare,
dubrare, interzare, e tt.a novanta inquartate, paricchiate di bovi
num. novecento sessanta. Per fare una gambetta, giornate di
vanghiero num. diece. Per roncare li majsi, giornate d’uomo num.
cinquecento ottanta otto. Per sementare li sud.i majsi, parecchiate
di bovi num. trecento ed otto. Per adoccare giornate d’uomo num.
duecento sessanta. Per trasporto delli sud.i tumula duecento
cinquanta grano, tt.a otto linusa, tt. Uno e un quarto favi, e tt.a
tre orzo, da Cotrone alla gabella, docati diece. Per zappoliare i
lavori, giornate d’uomini num. cinquecento trenta due. Per nettare
il lino giornate di uomo num. ventisei. Per sfellorazzare i lavori,
ed ammaesare le fave giornate d’uomo num. sessantanove. Per scorrere
li med.i giornate d’uomo num. trecento novanta. Per sciuppare il
lino speso carl. ventinove. Per rampare, e nettare l’aria speso
docati quattro e grana diece. Per sciuppare le fave g.te d’uomo num.
quattro. Per sei mesate di guardiano per custodire d.i lavori pagati
a Nicola Russo di Pietrafitta, docati dieceotto. Per tante giornate
pagate a mietitori e ligatori per mietere e ligare d.a massaria
doc.ti cento diecesette, e grana trenta. Per le spese cibarie
occorse in mietere d.a massaria, essersi consumate la seg.te robba :
Grano tt.a trentadue, Vino barli quaratauno. Aceto barili due.
Formaggio pezze cinquantaquattro. Oglio militra tre. Foglia carlini
trenta tre. Sale rot.a diece, e pecore num. quindeci, e per macinare
sud. Grano, sale, frasche, e fattura del pane docati diece. Per
carrare la gregna giornate di carro num. quaranta quattro. Per
trasportare la robba da mangiare alli mietitori, ed acqua alli med.i
giornate di carro num. diecesette. Per triturare la gregna trizze di
bovi num. ottanta. Al mietere, ed all’aria, giornate d’uomini oltre
li mietitori, e li ligatori num. Trecento trenta otto, che pagati a
diversi prezzi intutto ascesero a doc.ti settanta quattro e grana
ottanta sette. Per trasporto di tt.a quattrocento novanta tre grano
ricavato nella prossima passata raccolta dalla sud.a massaria,
dall’aria al magazino, doc.ti quattordici e grana settantanove. Per
trasportare il lino alla Vurga, ed indi riportarlo giornate di carro
num.quindeci. Per scacciare, e purgare d.o lino doc.ti undeci e
grana sessanta. Per il soldo pagato al massaro in tutto docati
sessantauno e grana cinquanta. Quali sud.e giornate di uomini come
sopra descritte, pagate volta per volta a raggione di grana quindeci
la giornata”, ANC.1342, 1761, 33-36.
43. ANC. 911, 1739, 14.
44. Dovendo ascendere al suddiaconato il chierico accolito Dionisio
Soda, il fratello maggiore Domenico con atto del 3 dicembre 1735 gli
assegna come patrimonio 20 salmate di terre aratorie della gabella
Carbonara, AVC. 118.
45. ANC. 1130, 1776, 110.

