[Paesaggi crotonesi: la Valle Lamposa]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 37-42/2005)
“Da quella parte di questo fiume Esaro verso
terra è una Valle, detta communemente Lamposa,....Questa Valle è
piena di bellissime vigne, vaghi giardini, forte Torri, acque
fresche, et è molto dilettevole, che non si può vedere più amena
Valle di questa. Da una parte di detta Valle vi è un Monte, sopra lo
quale è una grande pianura, che si chiama il feudo di Briglianello,
dove è una fontana abondantissima di acqua perfettissima; vi è una
picciola Chiesa intitolata San Giovanni, dove vi si fa la festa ogni
anno: questo feudo era del Signor D. Francesco Campitello Prencipe
dignissimo della Città di Strongoli, il quale l’ha venduto à Gio.
Dionisio Suriano gentil’huomo di detta Città di Crotone, il quale in
virtù delli privilegii, l’have fatto habitabile, et è uno Casale
bellissimo, dove si sono uniti ad habitare molte casate della
Provincia, appresso viene un’altra fontana detta Brausa, et poi
segue l’altra detta acqua della Valle della Donna, et queste vengono
tutte à parte destra della detta Valle de Lamposa; à sinistra vi è
un’altra fontana detta l’acqua di Christo, tutte acque bellissime”.(
Nola Molise G.B., Cronica cit., p.58 -59.)
Così alla metà del Seicento il Nola Molise descriveva nella
“Cronica” il paesaggio vallivo dove scorreva il torrente Lampus, ora
detto Papaniciaro, e passava la via che collegava la città di
Crotone con la terra di Papanice.
In una nota manoscritta inserita nell’opera del Nola Molise, donata
dal Prof. Francesco Morano alla Nazionale di Napoli, vi è un
riferimento alla valle. Secondo l’estensore della nota, molto
probabilmente lo stesso autore, anticamente essa si chiamava Empusa,
cioè “colei che afferra”. Il nome, come si legge, derivava da una
figura femminile della mitologia greca: uno spettro appartenente
agli Inferi, che poteva assumere sembianze diverse e si nutriva di
carne umana. Empusa e Lamia, secondo la tradizione greca, per
attirare le vittime spesso assumevano l’aspetto di lascive e
pericolose seduttrici. Esse appartenevano al seguito di Ecate,
divinità delle strade e dei crocicchi, signora delle ombre e dei
fantasmi notturni. La dea, legata al mondo della magia e degli
incantesimi, era rappresentata da una donna con tre corpi.
Riferendosi a questo mito il Nola Molise, o l’ignoto estensore, così
terminava: “Echate è nome di tre potestà di Luna in cielo, Diana in
terra, et Proserpina nell’Inferno. Credo voglia dire valle emposa,
cioè umbrosa come veramente è, mentre il sole non così facilmente è
pendicolare la scomoglia, stando riposta da monti”. ( Nota in Nola
Molise G. B., Cronica, cit., pp. 58/59, B. C. 220 – Biblioteca
Calabra donata dal Prof. Francesco Morano alla Nazionale di Napoli -
1898 ).
Questa interpretazione così simpatica e fantastica tuttavia non
convince. I documenti medievali fanno esplicito riferimento al
“rivus de Lampisi”, cioè al torrente chiamato in seguito Lampus o
Lamps, che trae la sua origine dalle colline su cui sorge l’abitato
di Papanice e dopo aver attraversato la contrada Paganella, la valle
Lamposa, le località Vignanova e Ponte, s’immette nel fiume Esaro.
E’ evidente quindi che la valle deve il suo nome alle sue acque
limpide, luccicanti e scintillanti (da lampo, lampas ecc.).
La bellezza e la floridezza che aveva suscitato l’ammirazione del
Nola Molise, cento anni prima era stata cantata dal poeta crotonese
Giano Pelusio ( 1520 – 1600). Il poeta cantò i vini squisiti che
provenivano dalle abbondanti uve prodotte dalle sue vigne, le
candide ninfe con le corolle di fiori che popolavano le sue selve,
dove le turgide linci non temevano il cacciatore, perché protette da
Diana. (“ Vallis Empusae decorata tellus,/ Arborum foetu, variis et
uvis/ grata, quae praebent populo Crotonis/ vina quotannis.
Per tuos Baccus Iovis alma Proles/ semper it campos viridi
revinctus/ Pampino, dives sequitur bonorum/ copia cornu.
Flore contexunt vario corollas/ Candidae Nimphae, radiosque vitant/
Solis adentis salicum sub umbra,/ ad caput unda.....)
La vallata nel Medioevo
Il fondovalle pianeggiante, attraversato dal torrente e dalla
via ed animato dalle numerose sorgenti, fu fin dall’antichità
coltivato. Nicola Sculco annota che nel greto del torrente furono
trovati numerosi oggetti pregevoli. Nel Medioevo vi si potevano
vedere vari ed estesi vigneti, come sono ricordati in un atto di
permuta tra Constantinus Cuccia e la moglie Aluisa, rogato nella
città di Crotone nel dicembre 1233 dal notaio Matthaeus de
Mencalamo. Vi si legge che Costantino figlio del fu Leone Cuccia
ottenne in dote da un certo “dominus Murrunus”, padre della sposa,
un podere con la condizione che vi piantasse a sue spese mille viti.
Tale fondo era situato nelle pertinenze di Crotone “ad Lampisim” ed
era così confinato : “ ab oriente praedium domini Rhai de Ligro; ab
occidente praedium dominae Angrullinae de Cortese; a borea via; a
meridie rivus de Lampisi”. Con tale atto il marito dava alla moglie
il podere in cambio della metà di casa che la moglie possedeva “in
suburbio Crotonis, in ditione Sancti Pantelemonis” e di una vigna di
“ centum sexaginta sex vites vineae positae in pertinentiis Crotonis
ad dominum Amatum” così confinata: “ab oriente praedia domini
Riccardi Binetti; ab occidente praedia sancti Martini de Hospitali
Crotonis; a septentrione vinea magistri Ioannis Cucciae; a meridie
sepes et vineae domini Simeonis de Polycastro” ( Trinchera F.,
Syllabus, cit. pp. 400 -402).
Il documento ci permette di affermare che già in età sveva il
fondovalle era diviso in numerosi piccoli fondi, coltivati a vigna e
separati da siepi e fossi, in mano a proprietari terrieri di Crotone
e della vicina Papanichifore, il cui protettore era, come è anche
ora, San Pantaleone.
Il fatto che molte di queste vigne risulteranno gravate da censi
perpetui in denaro ed in musto a beneficio di enti ecclesiastici (
mensa vescovile, abazia di Altilia, monastero di San Stefano del
Bosco ecc.), denota la loro origine. Esse facevano parte delle vaste
gabelle confinanti, che con l’andar del tempo i proprietari terrieri
staccarono e concessero ad alcuni loro vassalli con la clausola del
miglioramento. A volte, tuttavia, si tratta di terreni usurpati, per
il possesso dei quali l’usurpatore si impegnò a versare al
proprietario della gabella un censo perpetuo. La possibilità di un
possesso duraturo, anche se vincolato al pagamento di un canone
annuo in mosto o in denaro, permise la loro trasformazione da terra
destinata ad una perenne rotazione triennale di semina e pascolo, a
chiusure e poderi a vigna ed ad alberi da frutto. Ciò fu possibile
per la loro natura e per la posizione geografica. L’habitat
rappresentato da un fertile fondovalle, formato dall’accumulo di
materiali alluvionali depositati dalle acque, si combinava con una
favorevole situazione meteorica, dovuta al riparo delle colline, che
ne fanno quasi una nicchia ecologica. La ricchezza delle acque delle
numerose sorgenti e del vicino torrente, aggiungendosi alla presenza
di una comoda strada, che ne permetteva un facile accesso, permise
una costante cura del terreno, rendendo possibile la coltivazione di
piante da frutto.
Il territorio nel Cinquecento
Il viandante, che nel Cinquecento si recava da Crotone a
Papanice e percorreva la vallata di Lampusa , trovava che a destra
essa era delimitata dalla collina del feudo, o baronia di
Apriglianello, che apparteneva ai Campitelli, baroni di Melissa,
mentre a sinistra vi erano le colline della gabella di San Biase
della mensa vescovile di Crotone e della gabella di Manca di Cane
dell’abbazia di Santa Maria di Altilia.
In una platea della certosa di San Stefano del Bosco, compilata tra
il 1533 ed il 1536, troviamo che il monastero esigeva alcuni censi
enfiteutici in territorio di Crotone. Si trattava di due vignali
situati tra l’”Ysari” ed il vallone Lamposa. Uno era detenuto in
enfiteusi da Dopna Andriana deli Chane e da Dopna Iustina dele
Chane, figlie ed eredi del notaio Ioannis dele Chane e mogli di
Antonuci e Masi Rositani, l’altro dal nobile crotonese Nicolaus
Lociferus. Il primo “vineale”, che anni prima era una “vinea”,
appariva per la maggior parte “dirutum” e consisteva in 500 piedi di
viti e di terre della capacità di quattro tomolate. Ogni anno i
possessori versavano un censo di cinque carlini al monastero nel
mese di agosto. Il fondo si trovava in località “Ysari” e confinava
“ a pede versus orientem iuxta viam publicam, ab uno latere versus
septentrionem iuxta vineale notari Petri Pirocta, a capite versus
occidentem iuxta vineam archidiaconatus Cotronensis, a capite et a
latere versus meridiem iuxta vineale dicti monasterii, quod tenet
Nicolaus Lociferus redditicium”. Tali terre e vigna erano state
usurpate e furono per sentenza reintegrate al monastero, il quale
poi le concesse in enfiteusi .
Anche il secondo vineale era “penitus dirutum”. Esso era della
capacità di quattro tomolate ed anche per questo il possessore
pagava la somma di cinque carlini di censo all’anno in agosto.
Confinava verso settentrione con il vignale detenuto dalle due
sorelle “dele Chane”, ad oriente con la via pubblica, ad occidente
con le “vineas franchas” dello stesso Lociferus e verso mezzogiorno
“iuxta vallonem currentem nominatum De Lampaso”. ( Longo L. ( a
cura) La platea del monastero del SS. Stefano e Brunone, Ed.
Orizzonti Meridionali, Cosenza 1996, p. 67)
Dai riferimenti toponomastici ( Ysari, Chane, Vallone de Lampaso) e
dalla descrizione dei due beni dati in enfiteusi dal monastero
certosino possiamo immaginare il paesaggio della località. La
situazione che ci si presenta all’inizio del Cinquecento denota
l’abbandono in molte terre, sia nelle vicinanze del fiume Esaro che
del suo affluente Lamposo. Alcune coltivazioni a vigna ed ad alberi
da frutto sono state trascurate e sono ritornate terre a “vignale”,
cioè a semina ed a pascolo. Il passaggio da vigna a vignale di
alcune terre della vallata, specie quelle più esposte e marginali,
sarà un fenomeno ricorrente e legato a fattori storici negativi,
quali il pericolo turco, lo spopolamento, la siccità, i parassiti
ecc. La situazione di degrado e di abbandono verificatasi all’inizio
del Cinquecento è da imputarsi alle incursioni turchesche, che aveva
reso pericoloso una permanenza continua nelle campagne vicine alla
marina. Le terre come per il passato rimangono in proprietà di
nobili, notai, monasteri, vescovo e dignità ecclesiastiche
crotonesi. Diminuito il pericolo turco si assiste ad una ripresa
economica anche se limitata e circoscritta.
Da una descrizione della seconda metà del Cinquecento possiamo farci
un’idea sullo stato agrario/paesaggistico della vallata. Mentre il
fondovalle, pianeggiante ed attraversato dalla via e dal torrente, è
diviso in numerosi piccoli poderi separati da siepi e fossati,
coltivati a vigna ed ad alberi da frutto, le colline circostanti
offrono un paesaggio molto diverso. In questi luoghi, parte ancora
selvosi, predomina la grande proprietà assenteista, amministrata da
procuratori ed economi, rappresentata dalle gabelle, dove ogni tre
anni la semina lascia il posto al pascolo.
La presenza di coltivazioni ( vigne , alberi da frutto ecc.), che
per poter essere produttive avevano bisogno di un possesso stabile e
duraturo del podere, aveva favorito con il passare del tempo la
formazione di piccoli proprietari di fondi, anche se spesso gravati
dai censi enfiteutici perpetui e da canoni annui, in quanto concessi
da enti ecclesiastici quasi sempre ad ecclesiastici, con la clausola
“ad meliorandum”. Dall’altra le gabelle rimanevano sempre di
proprietà della chiesa, dell’abbazia e del feudatario. Per la loro
coltivazione si faceva ricorso a contratti di fitto con coloni, o
massari, che mutavano ogni tre anni , lasciando il posto al pascolo
delle mandrie gestito dai capimandra e dai pastori dei casali
silani.
Da una parte quindi la presenza di persone forestiere che avevano
con il territorio della vallata un rapporto occasionale e
temporaneo, in quanto lo utilizzavano per la durata dell’affitto ad
uso di pascolo e di semina, dall’altra dei piccoli proprietari
locali, che esercitavano un possesso pieno sulla terra. Questi
ultimi insediati nei poderi, con l’aiuto di vignieri e guardiani
alle loro dipendenze, attuavano una gestione continua ed una
conduzione diretta, arricchendo, qualificando e differenziando la
loro proprietà con strutture agrarie e con utensili da lavoro.
Questa situazione si manterrà intatta per tutto l’evo moderno; da
una parte le estese gabelle, che non cambieranno mai di proprietà,
rimanendo possessi del vescovo di Crotone, dell’Abbazia di Altilia,
del feudatario di Apriglianello ecc., dall’altra i piccoli poderi e
le chiuse del fondovalle, che attraverso i lasciti testamentari e le
vendite cambieranno di proprietà.
Nella seconda metà del Cinquecento il paesaggio della vallata mutava
e si arricchiva di nuovi elementi. I numerosi vigneti, circondati da
fossi e siepi, che uno accanto all’altro erano situati lungo la
strada che da Crotone andava a Papanice, si estendevano, andando ad
intaccare le gabelle circostanti, specie quelle situate sul lato
sinistro, gestite dall’economo del vescovo di Crotone e dal
procuratore dell’abate commendatario dell’abbazia di Altilia. Sempre
in questi anni parte delle gabelle confinanti era occupata da nuove
vigne ed all’interno dei poderi cominciava la costruzione di
strutture abitative fisse. Così numerose case e torri si elevarono
nei poderi di fondovalle, mentre non mutava il paesaggio agrario
nelle gabelle circostanti, dove rimasero le poche e rade caselle in
abbandono, utilizzate temporaneamente dai pastori.
La gabella Manca di Cane
La gabella detta la Manca di Cane, come si rileva da un
inventario compilato nel dicembre 1579, si affittava per tre anni a
semina (in massaria) e per i tre anni seguenti a pascolo( in
herbagio). Dal primo affitto si ricavava ogni anno circa 3078 tomoli
di grano e 3006 di “orgio”, dal secondo a pascolo 40 ducati
all’anno.(Parrocchia di Altilia, Cart. 47B, Arch. Arc. S. Severina)
Tre anni dopo il regio giudice ad contratto Jo.es Petrus Terzignus
della terra di Rocca Bernarda ed il notaio Jo.es Lucizinus di Luzzi,
su mandato di Tiberio Barracco della città di Cosenza, abate
commendatario di Santa Maria di Altilia, erano incaricati di
compilare la platea dell’abbazia. Per tale motivo si recavano nella
città di Crotone dove nel maggio 1582 procedevano a visitare ed a
fare l’inventario delle “robbe dell’abatia”. Tra i vari possessi vi
era la gabella detta “Manca di Cane”. Dall’ispezione essi
verificarono che alcuni proprietari dei poderi confinanti avevano
dilatato la loro proprietà a scapito della gabella dell’abazia. Essi
elencarono i segni che rendevano palese l’usurpazione, che erano lo
scavo di nuovi fossi, la rottura dei vecchi confini, la recente
zappatura del terreno, il fatto che parte del querceto appartenente
alla gabella ora si trovava racchiuso nei poderi, la costruzione di
una nuova casa e di nuove siepi, l’elevazione di una nuova torre
accanto ad una vecchia casa, che prima segnava il confine.
(Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli di d.a scritta a
foliate numero 29, f. 13 ( Miscellanea . Monastero di S. Maria di
Altilia ( 1579 -1782) 529, 659, B. 8 . ASCZ.
“La Gabella de Manca de Cane nel sopradetto terr(itori)o di Cotroni
confina con l’acqua di Christo, et con la Cabella di San Brasio, via
p(ubli)ca med(ian)te et discende sempre per la strada p(ubli)ca
confinando sempre di man destra et lo territ(ori)o di San Brasio, et
fere colle vigni di Salvo di Masello di Cotroni et saglie per la
strada p(ubli)ca quando se va da Cotroni, a Papanici, però
confinando sempre da man destra con le vigni infr(a)tte: con la
vigna di Berardo d’Ancona, et ascendendo appresso con la vigna di
Manilio Iasione confinando sempre con la vigna di Ramundo Foresta,
con la vigna di Vincenzo Petrolillo, con la vigna di Marcello Grasso
con la vigna di m(ast)ro Jacovo Basuino, et con la vigna di Gio.
Theseo Syllano, con la vigna di Andrea Pugliarito, e ferisce allo
vallone il quale discende dall’Acqua di Christo concludendosi col
primo fine, quale cabella è di capacita di salmate culte et inculte
trentacinque incirca.
Si dichiara che all’ultimo fine della soprad(ett)a cabella de Manca
di Cane alla calata di S(an)to Biasi verso la città di Cotroni, vi è
una vigna novamente fatta quale al p(rese)nte possiede Oratio dela
Prantera la quale è circondata con fossi novi de intorno, e rottura
di termini sincome ocularmente si vede che d(ett)a vigna sia dentro
lo terreno di d(ett)a cabella di Manca di Cane.
Si dichiara qualmente all’altra parte della strada della detta
cabella di Manca di Cane da man destra verso Papanici vi sono molte
possess(io)ni. La prima è una vigna che la possiede Berardo d’Ancona
nella quale ce appare aggreg(atio)ne de terreno di d(ett)a Abbad(i)a
con ruttura di termine fossi novi, e zappato frisco. aggreg(ation)e
de terreno con quercie, et havera fatto dentro lo terreno di d(ett)a
fosso novo.
Seguendo alla possess(io)ne di Manilio Tasione dove appare
aggrega(tion)e di terreno del territ(orio) di d(ett)a Abbad(i)a
sincome ocularmente appare per dui fossi, e l’uno fu guastato per lo
mastro Portulano.
Seguendo un’altra possess(ion)e di Vincenzo Petrolillo dove
ocularmente appare haverci fatto sepala nova dentro lo terreno di
d(ett)a Abbad(i)a con aggreg(ation)e di terreno et quercie, dove
appare per li stanti postici anticamente.
Seguendo ci è un’altra possess(ion)e di Marcello Stimato di Papanici
dove ocular(ment)e appare aggreg(ation)e de terreno con quercie, et
havera fatto dentro lo terreno di d(ett)a fosso novo.
Seguendo un’altra possess(ion)e di m. Jacovo Basuino dove
ocular(ment)e appare aggreg(ation)e di terreno di d(ett)a Abbadia
con quercie, e fattici una casa dentro d(ett)o territ(ori)o
dell’abbad(i)a; et si vede chiaramente per lo fosso et sepala nova,
con frasche seccate.
Seguendo un’altra possess(ion)e di Gio. Teseo Scigliano dove si vede
ocular(ment) esserci fatto aggreg(ation)e di terreno di d(ett)a
abbad(i)a et edificatoci una torre dentro d(ett)o terreno secondo
appare per la casa vecchia che era termine alla fabrica nova che è
più ad alto quali terreni aggregati si vede ocularm(ent)e che sono
di d(ett)a Abbad(i)a”.
Le usurpazioni continuarono anche durante il Seicento dando luogo a
liti ed a ricorrenti reintegrazioni e compromessi. Alla fine del
Seicento il vescovo di Crotone esigeva diversi annui canoni del
mosto; tra questi alcuni sulle vigne che in passato erano
appartenute a Fabrizio Caparra, Mutio Ferraro ed a Giuseppe Oliverio
per la quantità complessiva di sedici salme ed una terza. In seguito
tutte le vigne erano passate in proprietà di Giuseppe Squillace,
“sostituto arrendatore seu cassiero della Regia amministrazione del
regio arrendamento del ferro, della dogana e fundaco nella città di
Crotone e nelli Castelli e loro paranze”. Alla morte di costui, a
causa dei debiti che le gravavano, esse ritornarono in dominio del
Cardinale Fabrizio Spada, abate commendatario dell’abazia di S.
Maria di Altilia. Le vigne infatti originariamente appartenevano
all’abbazia ed erano state concesse previo il pagamento di un annuo
canone, poichè per molti anni non era stato pagato, esse ritornarono
in possesso dell’abate, il quale solo per un certo tempo, tramite il
suo procuratore, continuò a versare l’annuo censo del mosto
all’economo della mensa vescovile. (Acta, f. 69v- 70). All’inizio di
febbraio 1702, infatti, il cardinale accoglieva una supplica del
sacerdote Antonio Mancino, nipote per linea materna del fu Giuseppe
Squillace. Il sacerdote chiedeva una benigna cessione, o donazione,
delle vigne a titolo di pura elemosina per amore di Dio, in quanto
egli era un sacerdote senza un sufficiente patrimonio sacro ed
inoltre doveva mantenere la numerosa famiglia di suo fratello e
numerosi nipoti. Il cardinale mosso da pietà veniva incontro alle
richieste del Mancino, anche perché le vigne si trovavano ridotte
“in pessimo statu ob malam culturam attenta magna loci distantia”e
perciò le donava, a titolo di vera elargizione e di pura ed
irrevocabile donazione tra vivi e di semplice elemosina per amore di
Dio, nello stato in cui si trovavano e con tutti gli oneri, che le
gravavano. Il valore della donazione secondo il cardinale non
superava i cinquecento scudi romani e le vigne erano situate in
località “L’Ampusa”, “prope bona nunc Hiacynthi Misseri, ab alio
Clerici Michaelis Marzani, ab alio Jois Hieronimi Novite, ab alio
Caroli Prestelli, ab alio Josephi del Vito, et ab alio via pub.ca,
et vallonum in medio, et respectu alterius prope bona d.i Josephi
del Vito, et d.i Michaelis Marzani et Antoni Purelisae et d.o
vallone mediante, et viam pub.cam” ( ANC. 497, 1702, 31 -33)
La gabella detta San Biase
La durata dell’affitto della gabella era regolata secondo
l’indizione che durava dal primo giorno di settembre di ogni anno al
31 agosto dell’anno successivo con un ciclo quindicennale.
L’affitto durava di solito tre anni a semina e tre a pascolo.
Il 6 maggio 1570 nella pubblica di Crotone era messo all’asta
pubblica l’affitto dei territori di Bugiafaro, Prastio e Santo Blase
della mensa vescovile di Crotone . Negli anni passati essi erano
stati “in affictu massariae” ora dovevano essere concessi per i tre
anni seguenti, a partire dal mese di settembre prossimo futuro
dell’entrante XIV indizione, “in affictu herbagii”.
Così è descritto ”lo territorio detto de Sanbiasi jux.a le terre del
priorato de S.ta Eufemia et jux.ta le terre dette la manca de m.
Alexandro” ( Conto del m.co Giulio Cesare nde Leone , Deputato sopra
l’intrate del vescovato de Cutrone. 1570 et 1571, f. 46, 52 , Dip.
Som. 315/ 9, ASN.). Di solito era affittato per tre anni ad erbaggio
assieme al vicino e confinante terreno de Lo Prastio, un territorio
confinante con S. Giorgio ed il vallone dela Saccara “iuxta le terre
Jo. Matteo detto lo Salice forono del q.m mag.co Gioanmatteo Pipino
al presente de Marco(lo massaro) Tricarico et iuxta la gabella del
q.m dono Jacono Giuliano et la gabella del q.m Colella Scavello al
presente de m.co Valerio Montacino” ed al territorio di Bugiafaro,
situato in territorio di Isola, con pagamento in denaro in tre terze
cioè a “carnelivare, pasca et alla fera de Jesu e Maria che è la
prima domenica di maggio”.
Nelle entrate del vescovato di Crotone dell’annata 1570/ 1571
nell’affitto dei terreni si trova che “Le gabelle delo prastio,
sanbiasi et curso de bucciafaro se ritrovano affittate giuntamente
ad Gio. D.nico de Monfreda, et compagni cosentini per anni tre. Per
lo presente 14, XV et p(rim)a Ind(ition)e per d(oca)ti mille
novecento cinquanta delle quali se paghano ogn’anno d(oca)ti
seicento cinquanta in tre terze cioè carnelivare, pasca et alla fera
de Jesum.a che è la p(rim)a domenica de maggio di ciascuno anno ne
appare contratto fatto per mano dell’egr(egi)o not(ar)o Gioan Theseo
Bonbino adi sei de maggio pas.to 1570”. Ed ancora che tali territori
“forno affittati per il R.do Ant(oni)o Abbate Lucifero, procuratore
substituto del R.do Cap(ito)lo per la morte del q.o Il.mo Sebastiano
Minturno vescovo di Cotrone per tre anni continui a detta ragione di
docati 650 lo anno”. Sempre nello stesso documento contabile oltre
ai vari censi sopra terreni e vigne ed ai censi del musto, vi è che
la mensa vescovile di Crotone esige “un censo sopra una vigna che
tiene Salvo de Masello nel tenimento de Cotrone loco ditto San Biasi
censo perpetuo de docati otto lo anno se paghano allamità d’agosto”
Sempre nelle entrate sono annotati numerosi censi in denaro sopra
vigne e terreni concessi in enfiteusi: “forno de m.o Ant.no
d’adamo”,”forno de d.nicola coco al p.nte de ger.mo biamonte”,”forno
de m.o nardo calabrese al p.nte del sop.to ger.mo”, “de minico
petrolillo al p.nte de gio. cola lomassaro”, de salvo de masello”,
“de Jacovo damato”, “foro de gio.d.minico signorello”, “di ger.mo
tibaldo”, “de jac.o orifice”, “fu di gio. ant.o de sena”, “fo de
marco guarreri”, “fu de jac.o de miglio al p.nte de gio. teseo
scigliano”, “forno de laurenzo guerra al p.nte de marco ant.o
laportella”. (Conto del m.co Giulio Cesare nde Leone , Deputato
sopra l’intrate del vescovato de Cutrone. 1570 et 1571, f. 8, 46,
47v , Dip. Som. 315/ 9, ASN.)
Nell’annata 1572 / 1573 gli stessi terreni furono dati in affitto al
notaio Gio. Domenico Bombino e compagni per la durata di due anni
continui a ragione di ducati 660 l’anno da pagarsi nelle tre terze
ordinarie ( Intrate del R.do vescovato de Cotrone esatti per me
Giulio de Leone in lo anno p.e Ind.e 1572 et 1573, f. 1)
In seguito la mensa vescovile aumentò le sue proprietà nella
località con l’aggiunta del territorio di San Giorgio. Così il 23
maggio 1585 col consenso del vescovo di Crotone Giuseppe Faraone
viene concesso in affitto ad uso di herbagio a Giacomo Gatto ed a
don Grandonio Syllano i territori del Prastio, Santo Blasi e S.
Giorgio appartenenti alla mensa vescovile per la durata di due anni
ad iniziare dal primo settembre 1585 14° Indizione per tutto il
seguente anno 15° indizione. Il vescovo promise di difendere detto
affitto di herbaggio da ogni contradicente e di poter far pascolare
qualsivoglia bestiame di qualsivoglia pelo e con patto di
“acconciare et fare la casa in detto loco del Prastio per lo commodo
di detti compratori” a sue proprie spese entro il mese di settembre
1585; altrimenti essi potranno trattenersi ducati 30.
Nell’annata 1585/1586 San Biasi ,il prastio e San Giorgio erano in
affitto al reverendo Donno Grandonio Scigliano per ducati 780
all’anno da pagarsi ducati 500 al 20 maggio prossimo futuro 1586,
ducati 280 al 20 di agosto 1586 per il primo anno di affitto 1586/
ducati 500 a 20 maggio 1587 e ducati 300 al 20 agosto 1587 per
l’anno 1587 ( Intrate del regio vescovato de Cotrone esatte per me
scipione rotella esactore deputato per il S.r pier fran.co ravas.ro
regio thesoriero de Calabria Ultra nel anno 14 Ind.e 1585 et 1586 ,
f. 1, 20)
Durante il Seicento il territorio ormai completamente disboscato,
continuò ad essere affittato assieme o diviso dalle altre gabelle
vicine di S. Giorgio e del Prastio, che appartenevano alla mensa
vescovile, per tre anni a semina e per tre a pascolo, come risulta
da alcune dichiarazioni dell’epoca.
Insieme, o divisi, i territori di San Biase, il Prastio e San
Giorgio, appartenenti alla mensa vescovile, conservarono intatta la
loro destinazione d’uso. Alla fine del Seicento infatti “il
territorio nomato S. Biasi nel distretto di questa Città confine il
territorio detto L’acqua di Cristo redditizio al Beneficio sotto il
titolo della Madonna dello Reto della Famiglia Pirretta e Manca di
Cane reddititia all’abbatia d’ Autilia, di salmate cento cinquanta.
Si sole affittare in grano tt.a mille. In herbaggio si solea
affittare docati trecento, al presente si è affittata docati cento
cinquanta”. Il confinante territorio, “seu continenza di terre,
nominato lo Prastio confinava con le terre di S. Biasi della
medesima mensa, S. Giorgio del D. Antonio Montalcini e lo Salice e
Barrettella del D. Titta Barricellis dotale, di salmate cento
cinquanta a ragione di tumulate sei la salmata assieme con li
vacanti. Si è solito affittare grano tt.a mille a massaria, al
presente affittato per tt.a 650. In herbaggio docati quattrocento”.
Mentre “S. Giorgio grande e S. Giorgio piccolo confine il piano
della torre fu delli Giuliani, hoggi di D. Ippolita Suriano , e S.
Giorgio di Valerio Antonio Montalcini , e Vezza dell’heredi del q.m
d. Fabritio Suriano, di salmate ventisei. si sole affittare in grano
salme trentanove. in herbaggio si soleva affittare docati cento,
hoggi affittata docati sessanta cinque”. ( Acta , f. 69)
La mensa vescovile conservava ancora alcuni annui canoni su delle
vigne in località Lamposa, vigne ricavate da terreni che all’origine
appartenevano alla mensa vescovile e poi concessi previo il
pagamento di un annuo canone:”sopra la vigna del q.m Diego Casanova
hoggi di Giacinto Messina carlini tre e mezo annui; sopra la vigna
del q.m Vincenzo di Garetto, poi del Cap(ita)n Dom(eni)co
Barricellis, hoggi del Paroco D. fran(ces)co Cirrelli car(li)ni tre
e mezo annui; sopra le vigne del S.r D. Alessandro Albani fu vignale
del q.m Aniballe Berlingieri annui car(li)ni cinque; sopra la vigna
delli q.q.m Gio. Giacomo Petrolillo e Giando Scigliano, hoggi di
felice Antico annui grana cinque; sopra la vigna del q.m Gio. Paulo
fiascone, hoggi patrimoniale del can.co Andrea Quercia annui
doc(a)ti otto; sopra vigna del qm sargente Blas di Leone, hoggi
dell’arcidiacono Diego dom(eni)co Leone car(li)ni diecesette annui”.
( acta, f. 69v).
Durante l’annata 1711/1712 le gabelle Prastio e S. Biase erano
affittate ad Aurelio Terioli; la prima per ducati duecento ottanta e
la seconda per duecento per un anno con pagamento all’otto
settembre, mentre la gabella S. Giorgio e S. Giorgello era affittata
a Tomaso Guerra e Dionisio Giaquinta per ducati 75. ( Dip. Som. F.
315, Conto mensa vescovile ( 1711-1712), f. 2v.
Il 18 giugno 1761 i Crotonesi Gasparo Giaquinta, Francesco Crocco e
Gennaro Cavano affermano che “ il territorio chiamato il Prastio, e
suo comprensorio di S. Giorgio, e S. Biase redditizio alla R.ma
Mensa vescovale di questa città di Cotrone, che presentemente tiene
in affitto il Sig.r D. Rafaele Suriano è di sua natura nobile, ed il
più migliore di queste marine, è di lunga estenzione fertilissimo, e
senza bosco, ma tutto raso e culto, e seminante e specialmente
quando di quello si ne fa l’uso di pascolo, perche per detta sua
qualità viene a vestirsi d’erba più dell’altri territorii....in
detto territorio del Prastio da novembre caduto del trascorso anno
mille settecento sessanta, sino hieri l’altro vi anno pascolato non
solo le pecore del Sig. Rafaele Suriano in grosso numero, che altre
dello stesso in quello associate, e parimente quantità d’animali
vaccini proprii d’esso D. Rafaele , ed oltre a queste vi sono
pascolati animali giumentini, che han servito per uso della mandra,
e le troie anche per uso della mandra. Attestano d’aver veduto ,
tanto nel caduto anno, quanto in questo esser stati sementati li due
stazzi delle mandre, seu setti, che qui secondo il di loro noto nome
chiamansi stazzi, e che una tal semina apporta molto detrimento, e
deteriorazione al nuovo affitto nel caso che detto territorio dovrà
affittarsi in semina....” Il 19 giugno 1761 i Crotonesi Domenico
Giglio, Michele Manfreda e Dionisio Russo dichiarano che “ nel
comprensorio delle terre dette il Prastio nel caduto anno
millesettecento sessanta viddero, che fu sementato il setto della
mandra di circa tumolate dieci di terra, ed a quello furono
sementati maj(orch)e ed orzi, e nel setto della mandra nelle terre
di S. Biase di circa tumolate quattro, e meza vi furono sementi orzi
e grani germani, ed in quest’anno in detto setto di mandra del
Prastio vi sono state sementate fave ed orzi ed in quello di S.
Biase orzi e grani germani, e li costa benissimo che nel caduto anno
se ne ricavò quantità di frutto, ed in questo si spera ricavarne
anche mediocre frutto; come ancora attestano, ch’essendosi sementati
li setti di dette mandre del Prastio e S. Biase apportano molta
deteriorazione alle sudette terre, di modo che dovendosi affittare
in semina per il triennio appresso, viene a discapitare, e diminuire
il piggione del solito affitto..” ( ANC. 1268, 1761, 107 -110)
Ancora alla fine del Settecento la mensa vescovile esigeva numerosi
censi in denaro ed in mosto su vigne in località San Biase e
Lamposa. Le vigne confinavano tra di loro, segno evidente che
all’origine appartenevano ad uno stesso territorio, che poi era
stato ripartito e concesso a diversi enfiteuti. L’economo del
vescovo esigeva dal sig.r D. Dionisio Ventura “sopra un pezzo di
terra alborato, e vitato nel territorio di S. Biase luogo detto
Lampusa”; da Carmine Montefusco “sopra la sua vigna di Lampusa fu
delli Sig.ri Capocchiani e sopra l’altra fu del sig.r Onofrio
Suppa”; dai “s.ri eredi del q.m Dom.co Federico sopra la loro vigna
sita a Lampusa confine a Carmine Montefusco e Fiorino”; dal notaio
Giuseppe Smerz erede del q.m Cataldo Raimondi sopra la sua vigna di
Lampusa confinante alla vigna di Antonio Federico”; dal Sig.r D.
Carlo Albani “sopra la sua vigna detta Fiorino in contrada detta
Lampusa e sopra la vigna, che fu del chierico Marzano”; da Antonio
Federico sopra la sua vigna fu del q.m Giacinto Messina contrada
detta Lampusa”. (Platea Mensa Vescovile 1780 e parte del 1781)
La gabella L’acqua di Cristo
Nel Cinquecento la gabella “l’Acqua di Cristo” apparteneva alla
famiglia Perretta. Nicola Francesco Perrecta verso la metà del
Cinquecento lasciò un legato testamentario, obbligando i suoi eredi
a costruire un altare o cappella sotto il titolo di Santa Maria
dello Reto e S. Nicola nella nuova cattedrale di Crotone che allora
era ancora in costruzione, con l’onere di far celebrare tre messe
alla settimana. Per dote della costruenda cappella, che doveva
rimanere di iuspatronato della famiglia Perretta, egli lasciò certe
terre dette l’Acqua di Cristo. Il tutto si legge nella supplica al
vescovo Sebastiano Minturno da parte degli eredi Sylvester Biamonte
e Paulus Perrecta ( 8 settembre 1566). Il beneficio di Santa Maria
di Loreto e S. Nicola della famiglia Perretta continuò in seguito a
possedere la gabella, che confinava con San Biase e la gabella di
Misistrello. Dell’estensione di circa 100 tomolate essa continuò ad
essere affittata con la rotazione triennale. Quando era data a
semina dava un’entrata annua di cento tomoli di grano, quando era a
pascolo quaranta ducati circa (Acta f. 152).
Il feudo di Apriglianello
La baronia o feudo di Aprigliano/Apriglianello era composto da
diverse gabelle: Paradiso, L’impetrata, Troncone Negro, Ficuzza, S.
Giovanne, Spinetto, e Caramalle. La gabella Ficuzza confinava con le
vigne di Lamposa e le terre di Santo Silvestro mentre quella di
Caramalle confinava con Valle della Donna e li Varranche. Il feudo
era ricco di sorgenti. La più importante era la fontana di Paradiso
nella gabella omonima, che alimentava il giardino e vigne di
Paradiso. Importanti erano anche le tre sorgenti nel “Giardino
Grande” dentro la gabella del Spinetto. ( ANC. 664, 1732, 38 -43).
Posseduto fin dal medioevo dai benedettini di Santa Maria di S.
Eufemia. Durante il quattrocento il feudo risulta in gran parte
boscoso ed in lite con l’università ed i cittadini di Crotone. E’
del 1451 una protesta di Sergio de Siripando, priore di Santa
Eufemia, che denuncia il furto di legname fatto dall'università e
dagli uomini di Crotone ed il loro rifiuto a restituire,
rivendicando essi i diritti civici su quel territorio. (Font. Arag.,
II, 83.). Come feudo rustico spopolato Apriliano presto passerà ai
Campitelli, conservando tuttavia la Religione di Malta e per essa il
Baliaggio di Santa Eufemia un annuo censo sopra il feudo, censo che
il Baliaggio conserverà ancora alla fine del Settecento. ( Nel 1743
il censo era di ducati 18, Catasto di Cotrone, 1743. La Commenda di
Malta possedeva ancora all'inizio dell'Ottocento la "grangia di
Cotrone" formata da diverse gabelle (Volta della Scafa,li Prelati,li
Prelatelli, Vignale di Nola, Ciurria, Castellanetta ecc.),censi e
diritti. Il Baliaggio di S. Eufemia possedeva il casale di Gizzeria,
la terra di Nocera, grangia di Cotrone,Belcastro, Crucolli e altri
luoghi con la loro giurisdizione civile,criminale e mista,
ANC.313,1668,275-278.)
Il feudo di Apriglianello con privilegio del 30 novembre 1445 veniva
concesso da re Alfonso a Giannotto Contestabile, ma per sua fellonia
fu confiscato ed il 29 agosto 1447 e fu venduto a Pietro Sanchez de
Oriola, che lo rivendeva a Venceslao Campitelli con regio assenso
del 25 ottobre 1474. (Fascio 17 Pratica 44 , Fondo Pignatelli
Ferrara , ASN.; Pellicano Castagna M., La storia dei feudi e dei
titoli nobiliari della Calabria, Frama Sud 1984, pp. 119 -120.).
Risale a quest'ultimo atto la descrizione dei confini del feudo: "ad
oriente la pietra posta per termine sulla via pubblica dal
secretario Macchiafava, a settentrione dal monticello che dicesi
"Mercodito" alla gran lapide che trovasi al piede di detto
monticello, presso la via pubblica, e quindi fino al passo di
Caccoriaci che va al fonte , il quale trovasi tra il casale di S.
Stefano ed il casale di Strongolito. Ad occidente il vallone che
viene dal casale di S. Leone, la chiesa di S. Leone e per la serra
di Mezzaricotta, sino alla via pubblica e la serra di S. Margherita,
la via di Santoquaranta, che va al casale di Papaniceforo,
proseguendo fino al ponte di Caccorichi e vallone di Parmali che sta
tra le serre di Villiaturi e Papanice, per via pubblica, che mena a
Crotone,sino al vallone Lampus e da qui sino alla pietra termine
avanti designata". ( Vaccaro A., Kroton, I, 284.)
Nel 1494 il figlio ed erede di Venceslao, Lorenzo Campitelli, è
feudatario della terra di Melissa, del feudo di Rivioti e dei feudi
di Aprigliano e deli Pissuni , quest’ultimi due in territorio di
Crotone. Il feudo rustico di "Brigliarello" o "Briglianello" e il
feudo di Pissuni, detti anche "li feudi di Giannetto di
Condestabile", rimasero in potere dei Campitelli (Giovanbattista,
Giovanni Maria, Giovanbattista, Annibale, Francesco) per tutto il
Cinquecento e fino quasi alla metà del Seicento. Durante tutto
questo periodo essi rimasero spopolati e come tali affittati a
semina e pascolo come le vicine gabelle. In seguito nel 1640
Francesco Campitelli, principe di Strongoli, vendette il feudo
spopolato all’aristocratico crotonese Gio. Dionisio Suriano, “ il
quale in virtù delli privilegii, l’have fatto habitabile, et è uno
Casale bellissimo, dove si sono uniti ad habitare molte casate della
Provincia”. Il ripopolamento del casale, con l’introduzione da parte
dei nuovi abitanti di nuove colture più pregiate quali le vigne e
gli alberi da frutto, durò poco tempo. Morto nel 1647 Gio Dionisio
Suriano il feudo passò al figlio Diego. Il feudo con il suo palazzo
o fortilizio ben presto a causa delle epidemie e delle cattive
annate spopolò e tale rimase finchè nel 1698 Antonia Suriano ,
figlia di Diego, la figlia di costei Innocenza, sposa del cosentino
Antonio Sambiasi, non lo vendettero a Fabrizio Lucifero. Fabrizio
Lucifero nel 1700 lo ripopolò. Apriglianello con la sua torre o
palazzo e altri piccoli edifici, con le sue terre coltivate e
incolte, dell'estensione di circa 2150 tomolate è nei primi decenni
del Settecento al centro di una lunga controversia tra il feudatario
e l'università di Crotone.
Quest'ultima cerca inutilmente di opporsi al barone che procede alla
chiusura delle sue tenute feudali e facendovi compiere lavori di
valorizzazione, impedisce gli usi civici.
Il marchese si impossessa di una sorgente convogliandone l'acqua con
una "canaletta di fabrica per sotto terra circa mezo miglio" fino ad
uno scifo per i suoi buoi (ANC.661,1722,91-92), sui terreni corsi
impianta oliveti, vigneti e piante da frutto, e costruisce caselle,
magazzini, giardini, un trappeto ed un parmento. Il mutamento della
destinazione di molte terre, che da gabelle a semina e pascolo sono
convertite a chiuse con vigne, alberi da frutto ecc., e
l’impossibilità di accedere alle sorgenti, che sono deviate dal
barone per uso privato, causa la protesta dei coloni di Crotone, i
quali rivendicano gli antichi diritti di "pascoli, bivieri et altri
jussi" (Prov. Caut. 338,f.65,ASN.). Si accende la lite tra
l'università di Crotone ed il barone e, mentre questa si trascina
tra alterne vicende, il feudo con dominio di vassalli, banca di
giustizia, mastrodattia e potestate gladii, notevolmente rivalutato
ed abitato da un centinaio di persone, essendo morto Fabrizio nel
1731, passa al figlio Francesco.
La sorgente Brausia
La sorgente fu al centro di una lunga contesa tra i cittadini di
Crotone ed il feudatario di Apriglianello. Il marchese Fabrizio
Lucifero all’inizio del Settecento se ne impossessò, convogliandone
l'acqua con una "canaletta di fabrica per sotto terra circa mezo
miglio" fino ad uno scifo per i suoi buoi. (ANC.661,1722,91-92.)
L’usurpazione fu duramente contrastata dall’università di Crotone, i
cui cittadini privati della possibilità di esercitare gli antichi
diritti, cercarono con la forza di ripristinarli, scontrandosi con i
servi del barone.
Il 9 gennaio 1761 Giuseppe Maria Lucifero, figlio ed erede di
Francesco, barone di Apriglianello dichiarava che anni prima Antonio
La summaria, fattore, gestore ed erario nel feudo di Apriglianello
aveva esposto querela criminale nella Regia Udienza Provinciale
contro Lorenzo Militi,Giuseppe Bonofiglio, Domenico Gemelli, Felice
Ciambrone, Brunone Piterà ed altri “fatigatori di campagna”
crotonesi per maltrattamenti, minacce e maltrattamenti con armi,
commessi contro alcuni servitori del marchese nel biviero detto
Brausa, che secondo il barone apparteneva al territorio del suo
feudo (ANC. 1127, 1761, 5-6).
La valle Lamposa nel Seicento
Verso la metà del Seicento le vigne cominciarono a deteriorarsi.
Per la siccità, i parassiti e lo spopolamento delle caselle
decaddero ed alcune chiuse non più coltivate divennero vignali e
terre vacue. Sul finire del secolo si assiste ad una rinascita della
vallata, che proseguirà anche nei primi decenni del Settecento.
Aumentarono i poderi posseduti in qualità di patrimonio sacro e di
rendita vitalizia da parte di sacerdoti e canonici. Il fenomeno che
caratterizzerà la valle, tanto da divenire un insieme di patrimoni
sacri, è evidenziato dalle molte donazioni a tale titolo per poter
intraprendere la carriera ecclesiastica. E’ questo il caso del
chierico Antonio Ciriaco Thesorieri, che affermava che anni prima
Annibale Orlando per legato testamentario gli aveva lasciato un
vignale a L’Ampusa in modo da poter ascendere al sacerdozio ( ANC.
253, 1671, 177) o quello riguardante il sacerdote Filippo ed il
chierico Carlo Manfredi, i quali all’inizio del Settecento
possedevano una vigna in località Lampusa “ consistente in torre,
gisterna, parmento murato, ed altre commodità di pezze sei di viti
fruttiferi, alberi fruttiferi, terreno libero e chiusura” confinante
con la vigna del Mag.co Gregorio Gerace d’una parte e dall’altra la
vigna detta “delli Puglisi” e dall’altra parte ancora con la vigna
d’Ignatio Costantino. La vigna era appartenuta dapprima a Resilla
Voce e poi ad Aurelio e Francesco Roggiero. Questi ultimi avevano
preso in prestito un capitale dal canonico Carlo Cesare Scarnera, ma
non riuscendo a pagare le annualità gli cedettero la vigna, che il
canonico donò ai suoi nipoti Manfredi. ( 665, 1736, 9 -10). Negli
atti della visita ai luoghi sacri della diocesi, compiuta dal
vescovo Marco Rama, sono elencate numerose vigne in territorio di
Lamposa. L’elenco che se ne ricava, anche se parziale, evidenzia
quanto esteso era il potere ecclesiastico nella vallata e come
alcune vigne erano state impiantate da poco tempo : “Vigne del q.m
D. Antonio Limari hoggi del D.r fisico Ant.no Magliari”( f. 87);
“Vigne del q.m Mutio de Vite e Giuseppe f.lli, confine le vigne del
canonico D. Carlo Presterà” ( f. 87); “Vigne del S.r Giulio Cesare
Modio vendutoli dal canonico D. Leonardo Cirrelli confine le vigne
del beneficio di S. Tomaso della famiglia Capicchiano” ( f. 87v);
“Vigne del clerico Gio. Catalano confine le vigne di Feliciana e
Vittoria Valente”, eredi del tesoriere della cattedrale Gio Paolo
Valente ( f. 102); “Vigne di notaro Ant.no Varano confine le vigne
del chierico Antonio Quercia” ( f. 107); “Vigne del q.m Gio. Matteo
Jacomino poi di Lelio e Luc. Ant.o Manfredi hoggi di Gio. Geronimo
La Nocita” (f. 115); “ Vigna del q.m Gio. Giacomo Venturi strada
mediante le vigne del canonico Isidoro Jannice e di D. Antonio
Gallipoli hoggi del canonico D. Giuseppe Favora al presente
possedute dalle sorelle di detto q.m D. Gio. Giacomo “ ( f. 122); “
Vigna del canonico D. Carlo Presterà confine le vigne hoggi di Gio.
Geronimo La Nocita” ( f. 131); “Vigne del sacerdote Gio. Domenico
Trimboli furono del q.m Carlo Berlingieri”( f. 131)”; “Vigne del q.m
Gennaro Marzano, fu del q.m Luc.Antonio Crescente , hoggi
dell’heredi del sud.o Marzano” (f. 131v); “Vigne “pastina” del
beneficio di S. Tomaso Apostolo della famiglia Capocchiano confine
le vigne di Giulio Cesare Modio” ( f. 155v); “Vigne dell’arciprete
D. Antonio Puglise confine le vigne di Gio. Geronimo Ruggero” ( f.
157).
Cenni storici su alcune vigne
Vigna dei Ventura
Nel 1648 Prospero Ventura e Dianora Garetto tra i beni dotali
possiedono una vigna “in loco Lampusa juxta terras Apriglianelli,
terras de Raymondo, viam publicam et alios fines”(pergamena).
La vigna continuò ad appartenere alla famiglia dei Venturi; i quali
alla metà del Seicento erano proprietari delle “vineas”in località
Lamposa. Le vigne del reverendo Gio. Domenico Venturi confinavano
con il giardino con torre del tesoriere della cattedrale Gio. Jacobo
Syllano ( 229, 1657, 26).( 253. 1667. 16) .
Nel febbraio1688 il reverendo Carlo Venturi ed il fratello Ignatio
Venturi erano proprietari di un giardino con vigne e torre in
località della "l'Ampusa" (ANC.335,1688,5).
Vigna del q.m Gio. Giacomo Venturi nel territorio di Lampusa strada
mediante le vigne d’Isidoro Jannice, e di D. Antonino Gallipoli
hoggi di D. Giuseppe Favora al presente possedute dalle sorelle di
detto q.m D. Gio. Giacomo (Acta, 122)
Vigna di Casanova
Il dottor Diego Casanova possiede una vigna “alborata et vitata
con alberi fruttiferi con casella dentro”. La vigna, che era
appartenuta al fu Andriano Zizza, è situata in località Lampusa e
confina con una vigna che il Casanova ha venduto a Giacinto Messina.
Essa è gravata da annui ducati 5 e tari uno per il capitale di
ducati 65 dovuti al reverendo Paulo Rigitano, parroco del regio
Castello per legato lasciato dal fu alfiere Gasparo Badia, tenente
del castello e di altri carlini 12 annui per capitale di ducati 15
dovuti al canonico Lelio Manfredi per il beneficio di San Benedetto
della famiglia di Nola. La vigna è venduta nel 1689 al canonico
Francesco Cirrelli per ducati 100. ( 336, 1689, 105). La vigna,
confinante con la strada pubblica, con il vallone e con altre vigne,
anche se in parte deteriorata, all’inizio del Settecento è ancora in
possesso del parroco Francesco Cirrelli. Nel febbraio 1703 essa è
ceduta per ducati 220 a Michele La Piccola o Rizzuto (?)**** . Così
è descritta nell’atto di vendita: “Una continenza di vigne
fruttiferi, consistentino in tre pezze, et una altra vacante con
terre libere alborate con più e diversi alberi fruttiferi con
casella scoverta in lluogo detto Lampusa, confine d’una parte le
vigne di Jacinto Messina, le vigne dell’heredi del q.m Felice
Antico, dell’altra la vigna del Sig.r D. Ferrante Pelusio via
publica mediante, ed dell’altra parte la gabella detta La Paganella
vallone mediante” Michele Rizzuto acquistata la vigna la dona al
figlio , il chierico Giuseppe, a titolo di patrimonio in quanto deve
giungere al sacerdozio (659, 1715, 1-3).
Vigna dei Fiasconi
La mensa vescovile di Crotone esigeva un censo annuo enfiteutico
di ducati otto sulle vigne dette “delli fiasconi”, un tempo concesse
per annuo canone enfiteutico dal vescovo di Crotone al notaio Pietro
Brancati. Le vigne passarono poi di proprietà di Giuseppe Juzzolino
e quindi a Gio. Paulo Fiascone. Passate in proprietà di Franciscella
Fiascone poichè questa per un biennio non pagò il canone
enfiteutico, esse ritornarono in potere della Mensa vescovile.
L’economo della mensa vescovile, il sacerdote Antonio Fernarndes nel
settembre 1679 otteneva il permesso di metterle all’asta al miglior
offerente “havendo riconosciuto non tornar comodo di tener d.a Mensa
l’accennate vigne essendone restate moltissimi anni inculte”. ( ANC.
334, 1679, 246). Alla fine del Seicento le vigne, sempre gravate dal
censo, erano patrimoniali del canonico Andrea Quercia ( Acta,
f.69v). In seguito passarono a Gio. Battista Venturi.
Vigna dei Petrolillo
Alla fine del Cinquecento Vincenzo Petrolillo veniva accusato
dai compilatori della platea dell’abbazia di S. Maria di Altilia di
avere usurpato dei terreni appartenenti alla gabella di Manca di
Cane. Nella sua possessione “ocularmente appare haverci fatto sepala
nova dentro lo terreno di d(ett)a Abbad(i)a con aggreg(ation)e di
terreno et quercie, dove appare per li stanti postici anticamente”.
All’inizio del Seicento i Petrolillo avevano diverse vigne nella
valle e per non pagare le tasse le intestavano ai congiunti
ecclesiastici. Matteo Cardea, che aveva avuto in consegna dal
reverendo Gio. Francesco Petrolillo una continenza di vigne con
l’obbligo di pagare i censi che la gravavano, cioè ducati otto al
reverendo Gio. Francesco Petrolillo e ducati tredici e tari tre a
Gio. Tomaso Mazzulla, la vendeva a Gio. Jacobo Petrolillo. La
continenza era situata in località “La Rotondella” e confinava con
le vigne che erano state di Gio. Francesco Petrolillo e poi vendute
a Gio. Vincenzo Garetto, la vigna che era stata di Gio. Giacomo
Pignanello “stritto mediante la valle dell’Ampusa”.(ANC. 118, 1628,
74).
In seguito la vigna ritornò a Gio. Francesco Petrolillo il quale per
“fare casa ad Gio. Jacobo suo fratello et levarse il peso di fare
conciare detta vigna per solamente attendere alli studii et alla
chiesa dove sta obligato” decideva di darne l’usufrutto al fratello
ed al figlio di costui “per poterse mantenere alle scole”. ( ANC.
118, 1628, 74).
In seguito la vigna pervenne a Francesco, Antonio, Lelio e Gio.
Domenico Petrolillo, che risultano proprietari di una vigna in
località Lamposa, che vendettero a Gio. Jacono Petrolillo. Alla sua
morte essa pervenne agli eredi. Nel marzo 1671 Dianora Scarnera,
vedova di Gio. Jacono Petrolillo, ed i suoi figli dichiararono di
possedere “una continentia di vigne site e poste loco detto Lamposa
confine il vignale della chiesa della SS.ma Annunciata della Terra
di Papanici d’uno lato et altre vigne d’essi Petrolillo via publica
et altri fini” . La vigna era composta “ di pezzi quattro di vigne,
giardino, palazzotto, et puzzo et altri commodità”. Essi la
vendettero ad Horatio Scarnera per ducati 165 ( ANC. 253, 1671, 40
-41).
Vigna dei Syllano
Nella platea dell’abbazia di Santa Maria di Altilia, sopra
riportata, si legge che “Seguendo (vi è) un’altra possessione di
Gio.Teseo Scigliano dove se vede ocularmente esserci fatto
aggregatione di terreno di d.a abbadia et edificatovi una torre
dentro detto terreno secondo appare per la casa vecchia che era
termine alla fabrica nova che è più ad alto quali terreni aggregati
si vede ocularmente che sono di d.a abbadia” (Copia di Platea antica
(1582), f. 18v, Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579
-1782), AS.CZ.)
. Nel 1648 morì Luccia Milello. Tra i beni lasciati in eredità vi
era “una continentia di vigne con torre e pozzo”, sita e posta in
territorio di Crotone in località “l’ampusa” confinante con le vigne
del reverendo Gio. Domenico Venturo e la gabella di Manca di Cane
dell’abbazia di S. Maria di Altilia.
Nell’agosto 1667 i figli ed eredi, il tesoriere Gio. Giacomo Syllano
e la sorella Dianora Syllano, si dividono i beni ereditari. La
vigna, stimata del valore di ducati 600, è scelta ed assegnata ad
Dianora Syllano “una con il frutto, con conditione però che essa
paghi il vigniero”. ( ANC. 253, 1667, 16)
Vigna dei Messina
Jacintho Messina verso la metà del Seicento acquistò una vigna
in località Lamposa dal dottor Diego Casanova. La vigna confinava
con un’altra vigna del Casanova. In seguito la vigna passò ai
fratelli Gio. Pietro e Leonardo Messina , e poi ai loro figli, tra i
quali il sacerdote Giacinto. All’inizio del Settecento la
“continenza di vigne con giardino” dei Messina confinava con le
vigne del cantore e poi arcidiacono della cattedrale D. Diego Leone
e con quella che era appartenuta al fu Giuseppe Squillace. (1063,
1743, 43).
Vigna dei Leone
Il Sargente Blas de Leone possedeva una vigna in località
Lamposa che confinava con quella dei Messina. La vigna in seguito
passò all’arcidiacono della cattedrale Diego de Leone, che alla fine
del Seicento la deteneva (Acta f. 69v)
Vignale degli Oliverio
Da una lite tra il monastero di San Francesco di Paola e le
clerisse si viene a sapere che il correttore dei minimi nel 1674
pretendeva che le clarisse pagassero un annuo censo di tomoli sei di
grano, con molte annualità arretrate, in quanto eredi della clarissa
Laudonia Oliverio sopra un vignale appartenente alla clarissa,
situata in località Lamposa e confinante con le vigne che furono di
Giuseppe Juzzolino e poi di Fiascone. Le clarisse per chiudere la
lite cedettero il vignale ai minimi. ( ANC. 334, 1674, 45 -47).
La valle nel Settecento
Durante il Settecento molte chiuse e vigne si arricchirono di
nuove strutture quali torri, caselle, pozzi, sena, pila, canalette
ecc. e cambiarono più volte di proprietà. A volte esse furono divise
in diverse porzioni o parti, a volte furono unite. La superficie a
vigna si ampliò tanto da permettere l’esportazione di vino e frutta
dal porto di Crotone. Solo per l’anno 1718, come si rileva dai libri
del regio fondaco e dogana di Cotrone, sono segnalate un’estrazione
il dieci giugno da parte di Ciccio Polia di carra due di vino, il
cinque luglio Domenico Giardino esportò altre carra due di vino ed
il tre settembre Domenico Trovato imbarcò some tre di frutta ( ANC.
661, 1721, 256v-257). Dopo la fase espansiva dei primi decenni del
Settecento subentrò alla metà del secolo una contrazione dovuta ad
una persistente siccità, che rovinò i giardini e le chiuse. Seguì
una espansione sul finire del secolo. Allineati lungo la via che da
Crotone per Stretto delle Vigne, Torritonda, Vigne Lampus conduce a
Papanice, esse risultano gravate da svariati censi e canoni, dovuti
ad enti ecclesiastici. Dal catasto onciario di Crotone del 1793
ricaviamo i nomi di alcuni proprietari di chiuse e vigne in località
“Lampus”. Essi sono: Antonio Rizzuto, Antonio Astorelli, Bernardino
Milelli, Baldassare Zurlo, Dionisio Giaquinta, eredi Dionisio
Ventura, Eredi Diego Tronga, Eredi Giuseppe Orsino, Eredi Paolo
Mazza, Francesco Antonio Falbo, Giuseppe Smerz, Giuseppe Coccari,
Gaetano Maccarrone, Nicola Rizzo, Saverio Micilotto, il convento dei
religiosi di S. Giovanni di Dio o della Pietà, Felice Maccarrone,
Gio. Vittorio Foresta. Si tratta per la maggior parte di proprietari
appartenenti a famiglie nobiliari e del ceto medio alle cui
dipendenze hanno dei vigneri e dei guardiani ai quali è affidata la
coltivazione e la vigilanza delle vigne. Quasi sempre si tratta di
“forastieri laici abbitanti”. Il catasto ci fornisce alcuni dei loro
nomi e quello del padrone della vigna: Alessandro Puntoriero,
Antonio Macrì, vignere di Domenico Messina, Francesco Mujolino,
Filippo Purito, Francesco Tropea, vignere in Giambiglione, Gerolimo
Pontoriero, Martono, vignere di D. Carlo Ventura, Saverio Scida,
Serafino vignere che stava con D. Scipione di Vennera, Saverio Sgrò,
vignere di Massa, Vincenzo Costa, vignere di Stricagnolo ecc.
Vigna degli Asturello
Aurelia La Nocita, vedova di Francesco Asturello, ed il figlio,
il sacerdote Felice Asturello, possiedono “una continenza di vigne
fruttiferi, con alberi fruttiferi, pozzo, e torre di fabrica ed
altro” in località Lampusa confinante con le vigne furono del q.m
Gio. Battista Barricellis, le vigne dette la Torre Tonda stritto
mediante colle vigne dette Fiorino, le vigne furono del primicerio
Carlo Presterà ed altri confini franca e libera solo gravata d’annui
carlini quattordici d’annuo canone, dovuti carlini dieci
all’arcipretato, quinta dignità della cattedrale di Crotone, e grana
quaranta alla chiesa parrocchiale di S.Pietro e Paolo di Crotone..
“Perchè era tutta rovinata e disfatta con una miserabile casella e
terre libere”, Felice Asturello la migliorò, impiantandovi le viti,
gli alberi fruttiferi ed edificandovi una torre.
Nel maggio 1733 Aurelia La Nocita e Felice Asturello concedono la
terza parte della vigna, alberi fruttiferi, torre, chiusure
miglioramenti ed altro esistenti nella medesima così in proprietà
che in usufrutto a beneficio di Pietro Asturello, altro figlio della
Nocita e fratello di Felice.
In seguito Felice Asturello migliora e aumenta a sue spese la torre,
costruendovi accanto due camere nuove dette "la torre nuova".
Alla fine di luglio 1751 avviene la separazione definitiva della
proprietà con l’assegnazione della terza parte a Pietro Asturello.
Chiamati due esperti a Pietro Asturello furono assegnate tre pezze
così descritte: “la pezza del nero quale è la seconda pezza del vado
seu ingresso a detta vigna, ed unite a detta seconda pezza detta del
nero seguono altre due intiere pezze una attaccata all’altra, che si
chiamano una la pezza del ziurifero, e l’altra la pezza del pozzo”.
A complemento di questa terza parte sono assegnate altre “settecento
viti nella pezza che siegue appresso alle dette tre di rimpetto al
portone della torre nuova affacciante Fiorino, ove l’esperti sudetti
non solo vi anno piantato alcune pietre per termine, ma di vantaggio
anno fatto incidere un ordine, seu file di viti per restarvi la
strada e divisorio dell’altre viti che restano per conto dell’altre
due porzioni”. Inoltre Pietro Asturello avrà diritto alla metà della
torre vecchia ma poichè la terza parte di vigna assegnata è stata
coltivata , “con averla esso sig.r Felice a sue spese fatta zappare
, ammajare, scutignare, e farvi fare tutte le colture e servizii
necessari conaverci posto anche il custode, seu guardiano che l’ave
custodito e deve custodirla per tutte le vendemie”, Pietro Asturello
dovrà versare al fratello per la sua terza parte la somma di ducati
quindici (ANC. 664, 1733, 75; 855, 1751, 2 – 6)
Nel 1770 Pietro, Dionisio e Caterina Asturello possiedono tra i vari
beni, in quanto eredi della madre Aurelia La Nocita e del canonico
Felice Asturello, “una vigna nel luogo detto Lampuso, confine con
quella del q.m Domenico Tiriolo, D. Giuseppe Smerz, D. Fabrizio
Suriano ed altri confini, consistente detta vigna in salme sei di
terra quindicimila settecento trenta nove viti, diversi alberi
fruttiferi con torre di fabrica ed in un vignale composto in salme
due di terra sito e posto in questo sudetto territorio confine la
vigna del sig.r marchese Berlingieri”. Il valore della vigna e del
vignale è valutato in ducati 1715 e grana 63. Nel settembre di
quell’anno avviene la separazione di tutti i beni che possiedono gli
Asturello ed a Pietro Asturello rimane la vigna ed il vignale (ANC.
917, 1770, 53 – 54)
Vigna Rodrigues, Suppa, Montefusco
Nell’agosto 1743 Ignazio Rodriguez dona al nipote “ex sorore”
Onofrio Suppa “, che ha allevato sin dalla fanciullezza ed amato e
stimato come figlio, un comprensorio di vigne con chiusura di
capacità circa tumolate dodeci, consistentino in pezze di vite
numero sette, alberi fruttiferi, pozzo, torre ed altro”. Il
comprensorio è situato in località Lampusa e confina da un lato
stretto mediante alla continenza di vigne e giardino del marchese
Francesco Cesare Berlingieri detto della Rotonda e dall’altro lato
con una chiusa con vigne di Tommaso e fratelli Capocchiano.
Il comprensorio di vigne è franca di ogni onere, solo è gravata di
un annuo canone di grana cinque dovuto alla mensa vescovile di
Crotone. Il Rodriguez aveva acquistato la vigna parte acquistando
una vigna da Matteo Piroci e parte il confinante vignale dal
canonico Giuseppe Rizzuto. Aveva unito le due parti e piantato
numerose viti ed a sue spese ridotto tutta la proprietà in una vigna
di circa dodici tumolate, consistente in sette pezze di vigne e con
numerosi alberi fruttiferi ( ANC. 1063, 1743, 37 – 38)
Nel maggio 1757 Onofrio Suppa vende per ducati 290 a Carmine
Montefusco “una vigna seu chiusa con vigne, casetta di campagna ed
altro sita e posta in loco detto Lampusa confine un'altra chiusa del
signor tesoriere della cattedrale D. Tomaso Capochiano ed un'altra
chiusa con vigna, torre, pozzo ed altro che era posseduta dallo
stesso Onofrio (Suppa) e da pochi giorni ugualmente venduta a detto
Carmine (Montefusco)” (ANC. 859, 1757, 491 – 492)
Nel ottobre 1772 la “vigna di pezze undeci di viti, e diversi alberi
fruttiferi, con torre di fabrica ed altro”, situata in località
Lampuso e confinante stritto mediante con la vigna degli eredi di
Domenico Federico, è ancora di proprietà di Carmine Montefusco e del
figlio, il chierico Vincenzo Montefusco (ANC. 917, 1772, 89v – 90)
Nel 1793 Michele Montefusco possiede una vigna acquistata dal qm.
Onofrio Suppa (Catasto Onciario Cotrone ,1793)
Vigna Berlingieri, Cavalieri, Milioti
Nel maggio1745 il marchese di Pirrotta, Francesco Cesare
Berlingieri, vende per ducati 1200 al reverendo canonico Felice
Cavalieri "una continenza di vigne con giardino, dico con giardino
d'alberi fruttiferi, terre vacue ed ortalizie, siena, pozzo, pila
acquidotti seu canalette, torre, chiusura et altro al medemo
attinente", sita nel luogo detto Esaro e confinante con il giardino
dell'eredi del fu Bernardo Venturi, d'una parte e dall'altra confine
la gabella Piterà dello stesso marchese Berlingieri e via pubblica e
dall'altra confine la Marina. La continenza era stata venduta al
Berlingieri nel 1725 da Pietro Alimena, marchese di S. Martino e
fratello uterino di Violante Suriano, moglie del marchese
Berlingieri. Il Berlingieri dopo l’acquisto l’aveva migliorata,
aumentando le piante da frutto e le viti (ANC.1063,1745,16-17)
Felice Cavalieri che aveva comprato il giardino con la torre e altro
per ducati 1200 era il cognato e prestanome di Benedetto Milioti che
nel 1750 fa valere il suo diritto di proprietà sul “giardino seu
podere con vigna, alberi fruttiferi, terre vacue ed ortalitie, sena
, pozzo, pila con aquidotti seu canalette, torre, chiusura ed il suo
vignale”, che confina con la marina in loco detto Esaro e con il
giardino e vigne dell’eredi di Bernardo Venturi e con la gabella
detta Piterà (ANC.1063, 1750, 19 – 20)
Vigna Sculco, Loschiavo, Ventura
Tomaso Domenico Sculco possiede una vigna con torre e casella
confine Manca di Cane (613, 1722, 102). La vigna passò al figlio
Francesco che nel catasto del 1743 tra i molti beni possiede una
chiusa di terre vitate e alberate di tomolate undici confinante con
la gabella Manca di Cane. Alla morte di Francesco Antonio Sculco la
chiusa con vigne passò agli eredi. Essa è descritta situata in
località Lampusa, vicino alle terre dette Manca di Cane e confinante
con la vigna dell’eredi del fu arcidiacono D. Pietro Paolo Venturi,
( 857, 1754, 442v). In seguito il figlio ed erede di Francesco
Antonio, il cavaliere gerosolimitano Tommaso Sculco, concesse la
chiusa detta di Manca di Cane al massaro Floro Loschiavo. Dal quale
la chiusa poi pervenne a Dionisio Ventura, che la lasciò agli eredi
( Catsto 1793, f. 35v).
Vigna Valente, Berlingieri, Maccarrone
Il marchese Francesco Cesare Berlingieri,” Dottore dell’una e
l’altra Legge primario Patrizio di questa Città di Cotrone”, come
erede di Vittoria Valente, possiede “una vigna sita nel territorio
di questa Città nel luogo detto Lampusa, detta la Vigna di Valente,
vitata, alberata con più e diverse viti et alberi fruttiferi, terre
vacue e torre, consistente detta vigna in pezze due di migliara due,
et duecento di viti, e di dette terre vacue tumulate otto in circa”.
La vigna confina da una parte con la vigna degli eredi di Gaetano
Ferraro e dall’altra parte con quella degli eredi di Giuseppe
Fallacca. Il marchese nell’agosto 1739 la vende per ducati
trecentocinquanta di carlini d’argento a Felice Maccarrone (ANC.
911, 1739, 15 -16)
Vigna dei Tiriolo
I fratelli Aurelio, Nicola e Pietro Tiriolo nel luglio 1717
comprano per 850 ducati dai fratelli Cesare e Gregorio Presterà
“cessionarii del sig.r D. Dom.co Geronimo Suriano, tanto in persona
propria quanto come procuratore delli Sig.ri D. Giuseppe e D. Andrea
Suriano fratelli coeredi del q.m Primicerio Sig.r Carlo Presterà una
continenza di vigna confine le vigne furono di Gio Geronimo La
Nocita, le vigne dette la Torre Tonda stritto mediante le vigne
dette fiorino, le vigne del S.r Giuseppe de Vite, e la gabella detta
zinfano”. “Le vigne e terre vacue che compongono e fanno la chiusa”,
erano appartenute al primicerio il fu Carlo Presterà. I tre fratelli
le tennero per circa tre anni in comune e indivisa ed a spese comuni
la rinnovano “con più piante di viti, et alberi” e vi costruiscono
una torre. Nel settembre1720 i tre fratelli divisero la vigna in tre
parti.
“La prima portione di pezze quattro vigne con terre vacue, comincia
dalle vigne, e terre dette fiorino del S.r D. Anibale Albano confina
con le vigne del S.r Gius.e de Vito et il vignale di Zinfano di S.
Chiara. Seconda portione in pezze tre con terre vacue, comincia da
dette terre di fiorino và per dritto verso la torre tonda et è la
parte di mezo. La terza parte comincia da dette terre fiorino, le
vigne furono del q.m Gio Geronimo La Nocita , e la Torre Tonda in
pezze tre , et una piccola. E vi è romasto un pezzo di terra proprio
a la parte di mezo, circa mezo tt.lo da dividersi con la casella, e
torre, qualparte di mezo vantaggia all’altre due portioni in d.ti
trenta, che si dovranno pagare da chi toccherà detta portione di
mezo e restare in comune detto pezzo di terra con dette casella, e
torre e la strada di detta vigna sono per fossi, e limiti delle
dette portioni”. Fatte tra loro “le zangole seu sorte” in presenza
di più testimoni, la parte di mezzo con il debito di ducati trenta
andò a Nicola “con la la soggezzione del pezzo di terra per uso di
orto in comune, e indiviso e dette casella e torre” (ANC. 660, 1720,
269- 270). Le due parti rimanenti rimasero in comune ed indivise tra
i due fratelli Aurelio e Pietro. Nel 1726 Pietro morì istituendo
erede un altro fratello, il sacerdote Francesco. Da quel giorno in
poi le due porzioni non divise furono quindi godute da Francesco e
Aurelio Tirioli. (ANC. 660, 1720, 269 – 270). Morti Nicola e Pietro
Tiriolo nel 1731 il regio ed apostolico notaio, il reverendo
sacerdote Francesco Tirioli, ed il fratello Aurelio procedono alla
divisione delle due parti comuni ed indivise, cioè “la parte confine
Zinfano, le vigne del Sig.r Giuseppe de Vite e la parte confine la
vigna di Gio. Geronimo La Nocita oggi posseduta dal reverendo D.
Felice Asturello”. (ANC. 663, 1731, 200v- 201).
Vignale Convento S. Francesco di Paola, Di Bona, Orsini
Nel novembre 1713 il convento di S. Francesco di Paola di
Crotone vendeva per ducati trenta a Diego di Bona una vigna situata
in località Manca di Cane. La vigna era gravata da un annuo censo di
carlini dieci per “jure emphiteutici perpetui” dovuti al convento,
da pagarsi ogni mese di agosto. Morto Diego la vigna pervenne per
eredità al figlio Gio. Vittorio di Bona il quale nel 1758 possedeva
“Un pezze di terre rase , seu vignale di circa tumolate tre, sito e
posto nel territorio di questa Città di Cotrone, nel luogo detto
Manca di Cane, confine le vigne furono della q.m Laura Marzano, oggi
possedute dal Sig.r D. Giuseppe Orsini fratello di esso Sig.re D.
Agostino, la gabella d.a Manca di Cane, e le vigne del Sig.r D.
Dionisio Ventura”. Nel marzo di quell’anno il Di Bona permutava il
vignale con una casa appartenente al Dottor D. Agostino Orsino.(
Atto del notaio Ioanni Tirioli di Crotone del 24 marzo 1758, AVC).
In seguito per eredità il vignale Manca di Cane situato in contrada
detta Lampusa passò a Raimondo Orsino.

