[La vallata del Tacina nel Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 2-5/2003)
In una relazione datata Belcastro 12 dicembre
1699 il vescovo Giovanni Emblaviti, descrivendo i confini della
diocesi, affermava che essa era compresa tra due fiumi: da una parte
il fiume Tacina "plano et piscoso", dall'altra il fiume Crocchio
"rapido"1.
La vallata nella descrizione del Mannarino
Pochi anni dopo il Mannarino, illustrando Policastro, si
soffermava sui fiumi Cropa e Soleo, le acque dei quali confluivano
nel fiume Tacina. Egli ci dà un'immagine del paesaggio della media
vallata del Tacina nei primi anni del Settecento. "(Policastro) è
bagnato dà man sinistra dal fiume Cropa, e dalla destra dal fiume
Soleo, che sta oggi diviso, perche parte delle sue acque scendono
per servizio, ed'uso delli molini descritti; ed'il resto dell'acque
corrono per l'antico letto e alla parte destra di mezzogiorno
ritrovano à man sinistra una casa con tre molini della nobil
famiglia Aquila, che oggi si possiedono dal Sig.r Domenico di Cola
per raggion delle doti di sua moglie, ultimo rampoglio della casa
Aquila; ancor da lui promesse alla unica sua figliola Elisabetta
maritata nelle Piante di Cosenza con Lelio Le Piane Baron di
Savutello. A man destra poi vi è fabricata un'altra casa con due
molina, che sono della Santissim'Annunziata nuova, con lor
giardinetti, ò sia meglio detto, orti ad ambedue case; la prima però
lo tiene il suo a fianco destro, e l'altra sotto à piedi. Più à
basso lontano mezzo miglia correndo à circolo sotto la radice della
città si condottano parte di quest'acque al molino della nobil
famiglia Zurlo, posseduto dalla famiglia Ferraro, per l'istesso
motivo di robba dotale di Felice Zurlo, colla quale si chiude la
casa, che ricordai essere originaria dà Negroponte coetanea, e
consanguinea della Sculca… quel luogo è con faccia ad'oriente, e le
acque immediatamente dopo' il corso fugace di passi cinquanta in
circa ritornano ad unirsi, al lor letto; e vanno ben tosto
ad'abbracciarsi ad oriente istesso col fiume Cropa, famoso questo
per le grosse anguille; ma più quello per le trotte stillate tutte
d'oro, quali in grossezza, delicatezza, e sapore sono assai stimate
come troppo lussuriose al palato onde gli ministri della Capo
Provincia, e tutta quella nobiltà, siccome quella di Cotrone con
suoi ufficiali, e castellano, le vogliono continuamente, e le
celebrano per le più singolari di tutta Italia e varamente Barrio lò
ricordò, d'essere delicati al gusto esterno, Inter Soleum, et Cropam
amnes, herecinis, et anguillis fecundos e la lor gulosità e tanto
provocativa al male, che può dirsi di queste anguille, e trotte,
quel che un poeta di una specie di pesci molli cantò che il troppo
mangiarsi ti taglie il cuore; ma pur tornando alli fiumi, spandonsi
già questo, e quello verso il mare per tutto il territorio
Policastre, fin che vanno in poche miglia à sboccar in piano camino
nel fiume Tacina che come capo, con le sue membra, (dopò la sua
scesa delle montagne, e dopò aver diviso quelle sue marine con
confinanti Rocchesani) va à pagare al mar Ionio il solito tributo.
Il fiume Soleo però del compagno è più salutifero, e più d'acque
abbondante, venendo dal più alto monte della Sila; e tiene come ò
detto per la ripa edificati tanti molini, de' quali si ne servono i
populi del contorno, specialmente quel di Mesuraca, che viene dà noi
à provedersi di frumento, e si lo macina nell'istessi nostri molini
e così ambedue fiumi tanto dalle parti di sotto, quanto di sopra, e
ne' lati à destro, ed à sinistro anno orti, e ville diletiosissime;
se' non in quanto essi stessi le danneggiano qualche volta, che
vanno assai crescendo, e passando i lor limiti, e sponde; siccome
anno fatto all'istessi molini con loro inondamento, non solo à tempi
antichi, mà pur anche à tempi nostri, nel luogo appunto detto
Marturanese, mezzo miglio sopra il molino della chiesa à parte di
mezzogiorno, ed al suo lato destro, il fiume Soleo precipitò una
casa con tre molini che eran posseduti dalla mia casa, e da mio
padre Girolamo Mannarini, mentre cresciute oltre modo le sue acque
per le continue Pioggie di molti giorni, furno danneggiate più
Possessioni e ville, e più case si posero à lutto; ma più di tutte
prese amarissimo il duolo un tal Paisano Gio: Filippo Natale per la
perdita di Gioseppe suo figlio, che in detto passo dove erano le
mollina di mia casa, fidato alla robustezza, e fior dell'anni, tentò
à dispetto del fiume il passo; ma quell'onde voraci, senz'aver rigor
nelle viscere, impennando cavalloni, con la lor lubrica gola
miseramente l'ingoiorno, non sò, se' perche troppo temerario, ed
audace non volle di quelle rapide onde insuperbite l'orgoglio temere
ò se per sua perdizione dal infausto destino violentata, si gittò
voluntario al naufraggio, da dove, come dà crudo assassino
spogliato, ucciso, e dimenato arenossi nel stritto dell'ultimi
molini2.
I mulini del Tacina
L'esistenza di tanti mulini lungo le sponde del Tacina e dei
suoi affluenti tuttavia non era di vantaggio per la popolazione, in
quanto i mugnai avevano formato un monopolio, praticando tariffe
elevate. Questo fatto aveva suscitato la protesta dei cittadini di
Policastro, i quali nei primi decenni del Settecento avevano chiesto
al feudatario di Casa Filomarino che i mulini fossero affittati "uno
separato dall'altro" e che se per caso fosse stato scoperto che i
mugnai si fossero accordati, essi dovevano essere condannati "alla
pena di mesi due di carcere"3. E' proprio l'esistenza di molti
mulini, che fin dal Medioevo macinavano lungo il Tacina ed i suoi
affluenti, a darci notizia delle piene, che più o meno
periodicamente investivano la vallata, causando gravi danni ai
mulini e alle campagne. Nei capitoli di affitto riguardanti i grandi
mulini di proprietà feudale detti della Canosa e delli Copati , i
primi situati sulla riva sinistra del Tacina in territorio di
Roccabernarda ed i secondi in territorio di Petilia Policastro,
vicino alla confluenza tra il Soleo ed il Tacina, si fa espresso
riferimento ai danni del fiume: " Item Idio guardante il fiume di
tacina venesse pieno e levassi li molina d'abascio divissasse o
cascassero per qualsivoglia cagione detta Ducal Corte l'habia di
fabricare et mitterli in farina a sue dispese et lo tempo vacheranno
l'habia di scomputar pro rata sopra l'affitto et similmente deli
molina de suso cascassero la Corte a sua dispesa l'habia di
fabricare et il tempo vacheranno l'habia di scomputer pro rata. Si
conceda per lo tempo vacheranno e la Corte li rifaccia a sue
dispesa. Item venendo lo fiume pieno e levasse la presa la Corte a
sua dispesa habia di poner l'acqua in detti molina e lo tempo
vacheranno detta Ducal Corte se habia di scomputer sopra l'affitto
pro rata temporis. Concede elassi tre di et habbiano da notificar il
derotto in tutto all'erario di Cutro e circa la dispesa che sera si
concede conforme alli capitoli passati per la metà che possiede…"4.
Il cambiamento climatico ed il disboscamento accresceranno la
frequenza e la violenza delle piene, creando continui danni.
Sappiamo che i mulini della Canosa e delli Copati alla fine del
Seicento risultavano trascurati nella manutenzione, per le continue
rotture dei vecchi acquedotti. Fu chiamato allora l'ingegnere
Giuseppe Licò, il quale consigliò quanto prima la costruzione di un
nuovo acquedotto con una nuova presa più a monte. Il feudatario per
risparmiare continuò a rappezzare, finché una piena del Tacina,
causata da continue piogge, all'inizio del dicembre 1692 non rese
inservibili l'acquedotti di molti mulini della vallata tra i quali
quelli della "Conusa".
Per la fretta di rimettere macinanti i mulini con poca spesa,
l'erario di Cutro incaricò dell'opera Filippo Greco di Figline, che
si trovava a Cutro per costruire un nuovo carcere.
L'imperizia del mastro, che non tenne in conto i disegni e le
istruzioni degli ingegneri precedenti, rese inutile il lavoro al
quale aveva partecipato per diversi giorni una quarantina di
"vanghieri" dei casali cosentini.
L'acqua del Tacina non arrivava ai mulini, perché non erano stati
calcolati bene i livelli di pendenza.
Un nuovo ingegnere e "mastro aquidottario", Giuseppe Mazza, cercò di
porre riparo. Rifacendosi al disegno del Licò, costruì una nuova
presa ed un nuovo "capo d'acquaro" più a monte nella volta della
gabella di Serrarossa che collegò, tramite un tratto nuovo di
acquedotto, a quello vecchio.
Le nuove piogge della metà di gennaio del 1693 tuttavia fecero
cadere un'ingente massa di terra nel vecchio tratto dell'acquedotto,
rendendolo inservibile.
Bisognava quindi rifare tutto da capo, altrimenti si venivano a
perdere i tre mulini di alto5. Sempre di proprietà dei Filomarino,
poco dopo la metà del Settecento subirono ulteriori danni dalle
piene del Tacina. Il fiume sempre più spesso in tempo d'inverno
straripava con gravi danni alle colture, agli animali e alle cose.
Il mutamento di regime dei fiumi, che scendevano dalla Sila, causato
dal massiccio disboscamento dell'altopiano, con piene rovinose
invernali, come quelle del 1736/1737 e del 1743/1744, e lunghi
periodi di secca estivi, rese inutili alcuni mulini, mentre altri
dovettero essere ristrutturati.
I mulini della Conusa furono perciò più volte rifatti e rinforzati,
assumendo quell'aspetto mastodontico di cui rimane evidenza.
Importanti interventi furono eseguiti nel 1776, come risulta dai
numerosi graffiti, lasciati dai lavoranti.
Il biennio 1743 /1744
I primi decenni del Settecento, soprattutto sotto la spinta
dell'esportazione granaria, videro una generale rinascita della
vallata, che usciva dalla lunga crisi seicentesca. Il riattivarsi
del commercio e la mancanza di gravi epidemie facilitarono
l'espansione dei terreni a semina e l'aumento delle mandrie. Molti
terreni vennero disboscati e coltivati. Permaneva e si acuiva
tuttavia la fragilità economica delle campagne, dove alcuni suoli,
specie quelli posti lontano dagli abitati e vicino ai fiumi, che
erano stati di recente messi a coltura, a causa del mutamento
climatico e dell'esteso disboscamento erano divenuti più esposti
alla furia delle acque, che non più trattenute, irrompevano,
allagando ampie zone della pianura. Il disboscamento silano, che
dalla metà del Settecento prenderà nuovo vigore con la costruzione
del nuovo porto di Crotone, sarà una delle cause del degrado della
vallata, ma altre forze, sia naturali che umane, interagirono.
Si può dire che il biennio 1743/1744 segnò per le campagne della
vallata del Tacina il passaggio da una economia prevalente agraria,
in cui i terreni erano gestiti secondo la vecchia rotazione della
semina col pascolo, cioè tre anni a semina e tre ad erbaggio, ad una
economia a prevalenza pastorale, in cui la pratica della rotazione
venne ignorata o applicata saltuariamente. In molti fondi divenne
costante il pascolo e con esso l'abbandono e la rovina dei suoli. Il
manifestarsi di un insieme di fenomeni negativi in un breve spazio
temporale colpì mortalmente un'economia già in difficoltà, dove
stava venendo meno il precario equilibrio tra pascolo e semina, al
rispetto del quale invano i grandi proprietari assenteisti, specie
gli abbati commendatari, cercavano di obbligare coloro che
affittavano le grandi estensioni di terreno abbaziale. Il loro
intento era quello di mantenere inalterata e se possibile accrescere
la rendita, in quanto rispettando la rotazione un terreno nel
triennio di semina veniva affittato per un valore tre volte
superiore al triennio successivo di affitto a pascolo. L'abbandono
di molte terre e la riduzione delle terre a semina furono tuttavia
il risultato di uno scontro di interessi, che vide protagonisti i
vari soggetti economici della vallata, che cercarono di
salvaguardare i loro beni e rendite in una congiuntura economica
particolarmente sfavorevole. L'allargamento dei terreni a pascolo ed
il restringersi di quelli a semina, con la diminuzione dell'affitto
dei primi e l'aumento dei secondi, vide concorrere avversari
storici, cioè i feudatari, proprietari delle grandi mandrie,
l'arcivescovo ed i vescovi, che vantavano il diritto di decima sugli
animali dei forestieri che pascolavano sui corsi, i proprietari
locali di animali, che potevano avere maggiore possibilità di
terreni ed i mandriani forestieri, che avevano in custodia le
mandrie dei nobili e che dall'aumento delle terre a pascolo potevano
trarre un beneficio economico, in quanto aumentava l'offerta.
Concorse alla diminuzione del seminativo anche l'allargamento delle
terre riservate all'oliveto ed al vigneto ad opera dei grandi
possidenti. Dall'altra la riduzione di quelle a semina portò
svantaggio soprattutto ai coloni ed ai massari, che per seminare
furono obbligati a prendere in affitto a prezzo maggiore i terreni
del feudatario e dei nobili locali. In verità attraverso il
controllo del mercato delle terre i proprietari locali, che
controllavano le cose e gli uomini, mentre svilirono i terreni dei
proprietari forestieri assenti, relegandoli al pascolo o
all'abbandono, salvaguardarono e valorizzarono i propri, conservando
in essi la rotazione. Inoltre i mercanti locali indirizzarono la
maggior produzione di carne, di formaggio e di pelli a rifornire i
mercati delle città, dove questi generi potevano essere consumati
dalle classi agiate. Dall'altra la minore produzione di grano teneva
alto il prezzo, favorendo l'incetta, la speculazione ed il mercato
nero a scapito della popolazione, come dimostrerà ampiamente la
grave carestia del 1764. I fenomeni naturali e sociali, che
favorirono l'allargamento del pascolo, furono assecondati e favoriti
anche dagli usi, infatti la parte di terreno non seminata, cioè le
"menzagne", secondo l'uso del territorio di Roccabernarda poteva
essere pascolata dai buoi dei cittadini, il baglivo poteva fidarci
gli animali forestieri ed il feudatario poteva venderla o pascolarla
con i suoi animali, era quindi nell'interesse di questi soggetti,
tutti residenti nel luogo, che essa fosse la più estesa possibile.
La vallata a metà Settecento
Così il vescovo di Belcastro Gio. Battista Capuano verso la fine
di febbraio 1745 descrive in una sua relazione la situazione: "..
dal sette dicembre 1743 la terra incessantemente cominciò a tremare,
senza mai smettere, con spaventevoli scosse, così che in molti
luoghi le chiese e gli edifici sono divenute macerie abbandonate, in
quanto alle persone esse abitano in capanne ed in capannoni,
costruiti in legno o con canne, con grave detrimento per la loro
salute ...A causa della peste la media provincia è chiusa da tre
cordoni sanitari, per tale motivo le vettovaglie si vendono a caro
prezzo ed è impedito ogni forma di commercio con le città e le terre
vicine. Il frumento e gli altri generi alimentari sono stati portati
via con la forza, per alimentare le terre e le persone chiuse e
ristrette nei cordoni… Vi è un continuo andare e venire di soldati,
che si preparano per l'imminente guerra. Rimangono impediti
l'esecuzione dei contratti ed il decorso degli affari, creando una
grandissima confusione nel mercato. Attualmente ha ripreso vigore
una epidemia di febbri acute, che infuria e colpisce ovunque"6. Gli
faceva eco l'arcivescovo Nicolò Carmine Falcone il quale descrive
Santa Severina come una città che una volta era popolosa e prospera
ed ora era divenuta desolata e deserta; parte delle chiese a causa
del terremoto erano distrutte e parte avevano bisogno di essere
riparate, ma ciò non era possibile perché le rendite erano diminuite
o mancavano7. A causa delle continue scosse di terremoto lo stesso
arcivescovo aveva dovuto passare l'inverno dentro un tugurio fatto
di fragile legno, perciò si era ammalato e chiedeva il permesso di
trasferirsi a Napoli per curarsi8.
Dopo il biennio 1743/1744 segnato dalle grandi e continue piogge,
dalla carestia, dal terremoto e dal vaiolo la situazione economica
della vallata peggiorò in maniera sensibile. Il mutamento del clima,
la paralisi del commercio, specie del grano, causata dal pericolo
della peste e dai cordoni sanitari attivati per fermarla, le cattive
annate e lo spopolamento determinarono l'aumento delle aree dedicate
al pascolo ed il restringersi di quelle a semina. Molte terre specie
quelle lontane dagli abitati e poste in luoghi arenosi, sassosi e
pantanosi ritornarono selva.
Il caso di due gabelle
L'abbazia di Sant'Angelo in Frigillo, situata in territorio di
Mesoraca, fin dal Medioevo possedeva vasti terreni situati lungo la
vallata del Tacina in territorio di Mesoraca, Cutro, Roccabernarda e
baronia di Tacina. Tra essi vi erano i due vasti corsi di Terrata e
Camerlingo9, che erano situati in territorio di Roccabernarda sulla
riva sinistra e confinanti col fiume Tacina10 . Essendo situati in
diocesi di Santa Severina, l'arcivescovo vantava su di essi dai
tempi antichi, per privilegio concesso da papa Lucio III e
confermato dai regnanti napoletani, il diritto di esigere la decima
su tutti gli animali sia dai diocesani che dai forestieri, che
assumevano i pascoli. Tale diritto durante il Seicento fu invano più
volte contrastato dai vari abbati commendatari, che si erano
succeduti nell'amministrazione dei beni dell'abbazia. All'inizio del
Settecento era fallito anche il tentativo del commendatario, il
cardinale Nicola Acciaioli, che si rifiutava di versare le decime
all'arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingieri. Aperta la lite
e discussa la causa, essa fu nel 1710 conclusa favorevolmente per la
mensa arcivescovile. La lite sopita fu poi ripresa nel 1736 dal
successivo commendatario, il cardinale Francesco Antonio Fini, al
tempo dell'arcivescovo Aloisio de Alessandro (1732 -1743)11.
All'arrivo dell'arcivescovo Nicola Carmine Falcone (1743- 1759) la
contesa era più che mai viva, anzi si arricchiva col tempo di nuove
argomentazioni. L'avversario era ora particolarmente potente; si
trattava infatti dell'abbate commendatario Francesco Cotogni,
conclavista, vicario in Bologna e prelato domestico di Benedetto
XIV. Il commendatario, facendosi forte del fatto che i conclavisti
erano stati esentati dal pagamento di ogni imposizione da Benedetto
XIV, trovò un'occasione in più per non pagare le decime. La lite
approdata in Sacra Rota vi rimase per molti anni. Alla fine del 1750
quantunque l'arcivescovo avesse ottenuto una triplice sentenza
favorevole e l'avversario vinto e condannato alle spese,
quest'ultimo non cessava di molestare, ma aveva prodotto delle nuove
eccezioni per cercare di guadagnare tempo e stancare, spingendo a
nuove spese, l'arcivescovo12. Quest'ultimo tuttavia proseguì e
riuscì finalmente a vincere nei tribunali ecclesiastici romani13.
L'esito della causa riconosceva quindi il diritto dell'arcivescovo
di esigere la decima parte sia degli agnelli e dei capretti, che
pascolavano nei corsi della diocesi, sia dei latticini. Era evidente
che l'arcivescovo poteva riscuotere la decima solo se il terreno era
a pascolo, mentre niente gli spettava, se lo stesso era a semina.
Nel frattempo, nel 1746, Benedetto XIV aveva dato il suo assenso
all'atto di concordia stipulato tra Francesco Cotogni, commendatario
dei due monasteri cistercensi perpetuamente uniti di S. Maria de
Matina e di Sant'Angelo di Frigillo, e Giovanni Renato Maillard,
vicario e procuratore generale dell'ordine cistercense. Con tale
atto veniva attribuita all'abbate ed al convento dei due monasteri
il diritto e la facoltà di amministrare tutti i beni appartenenti ai
detti monasteri, riservando all'abbate commendatario una rendita
annua, da versare ogni anno al predetto Cotogni in Napoli14.
L'anno dopo l'abbate dell'ordine cistercense di Santa Maria della
Matina Giovanni D'Ippolito, concedeva l'amministrazione della
grancia di Sant'Angelo in Frigillis all'abbate ed ai monaci di S.
Giovanni in Fiore15.
Essendo il commendatario assente e lontano in Napoli e
l'amministrazione delle terre della grancia di Sant'Angelo in
Frigillis affidata all'abbate ed ai monaci di San Giovanni in Fiore,
i terreni abbaziali cominciarono ad essere affittati solo a pascolo
ed a rendere sempre di meno, mettendo così in difficoltà il
pagamento della rendita del commendatario e suscitando quindi in
quest'ultimo il sospetto di essere oggetto di una frode.
L'abbate ed i monaci di San Giovanni in Fiore, per nascondere la
collusione con l'arcivescovo di Santa Severina e con i proprietari
locali, si munirono di testimonianze favorevoli.
Il 21 settembre 1757 si recarono presso il notaio Bruno Pagano di
Cutro alcuni canonici e nobili del luogo ed il sindaco e gli eletti
della città, i quali in due distinti atti dichiararono che nei
quattro anni dal 1750 al 1753 nonostante che più volte l'abbate
Remigio Lucente ed i monaci cistercensi di S. Giovanni in Fiore
Rosalbo Capocchiano, Luigi Amendola ed Ambrosio Pucciano, in qualità
di procuratori, si fossero recati a Cutro per affittare a semina le
due gabelle di Terrata e Camerlingo, non avevano trovato alcuno che
le prendesse in fitto, in quanto "in detto Stato di Cutro, vi è
quantità di terre aratorie, tanto di questa Principale Camera,
quanto di altri particolari, ed all'incontro quasi poco numero di
coloni, e massari, i quali non bastano a poter coltivare
intieramente le terre di detta Principale Camera per le quali sono
tenuti". Essi aggiunsero che in seguito il barone Bruno Piterà solo
"per le replicate premure" dell'abbate e dei monaci decise di
compiacerli e prese in fitto le gabelle a semina per quattro anni,
dal settembre 1753 alla fine di agosto 1757. Tuttavia questo era
stato un fatto del tutto eccezionale, in quanto "in questo
territorio di Cutro, quanto della Rocca Bernarda, et altri luoghi di
detto Stato, dalli possessori di cabelle simili, non si osserva una
certa, e regolare vicenda, o sia alternativa, per l'uso di semina
d'esse cabelle, si perché la terra non resiste a detta regolare
osservanza, avendo di bisogno di tanto, in tanto d'un poco più di
riposo, come ancora, perché, stante la suddetta abbondanza di terre
aratorie, e scarsezza di coloni, e massari, volendole con detta
regolare osservanza coltivare a semina, non si ritrova chi la
coltivi, e pigli l'affitto, e che lo stesso è soluto occorrere, ed
averà d'occorrere, per l'avvenire per le sudette due cabelle di
Camerlingo e Terrata, per essere di grande estensione, e non così
facilmente trovarsino a coltivare .. e tanto maggiormente, che
l'istesse cabelle sono situate molto distanti da detta città di
Cutro e molto più dall'accennata Rocca Bernarda, et altri luoghi di
abitazione, per la qual cosa si rende molto scomoda, e spesosa la
coltura.."16.
La carestia
La questione della rendita delle due gabelle di Camerlingo e
Terrate fu ripresa successivamente. Nel frattempo, nel luglio 1758,
per cessione del cardinale Francesco Cotogno l'abbazia di S. Maria
della Matina, alla quale era annessa l'abbazia di S. Angelo de
Frigillo, era concessa in commenda da Clemente XIII a Ferrante
Loffredo17. La rendita delle due gabelle tuttavia diminuiva.
Se si sperava in un fatto congiunturale, ben presto ci si dovette
ricredere, come dimostrò palesemente la grave carestia del 1764.
Mentre il grano diveniva introvabile e le popolazioni spinte dalla
fame assaltavano i magazzini ed i mulini, per cautelarsi di fronte
ad una inchiesta che avrebbe messo in evidenza la vasta trama di
interessi e di speculazione, esistente tra nobili, ecclesiastici e
mercanti locali che, per trarre profitto dai beni abbaziali, oltre
ad imboscare il grano, avevano sottratto vaste aree della vallata
alla coltivazione granaria, vennero nella primavera del 1764 rogati
in Cutro alcuni atti notarili. Essi nel mentre mettono in evidenza i
fenomeni naturali e sociali, che avevano favorito l'abbandono della
semina, dall'altra dimostrano come in molti terreni, soprattutto
abbaziali ed ecclesiastici, la rotazione era stata già da molto
tempo abbandonata. Questo fatto aveva da tempo destato allarme
nell'abbate commendatario, che vedeva la sua rendita divenire
precaria, ma vani si erano dimostrati tutti tentativi, di rimuovere
le cause ed i colpevoli. I colpevoli non potevano che essere quelli
che amministravano e che prendevano in fitto i beni dell'abbazia e
che invece di rispettare la rotazione, a seconda dell'opportunità
subaffittavano le singole gabelle o ai coloni ed ai massari del
luogo o ai mandriani silani. Questi conduttori di solito erano
società composte da nobili ed ecclesiastici del luogo, che al
momento del contratto si impegnavano tra l'altro a "governare et far
governare a (loro) proprie spese tutti li beni et corpi di d(ett)a
grancia con li guberni soliti et necessari di modo che venghino più
tosto in aumento, che in detrimento per colpa e difetto di esso
conduttore.."18. Era evidente che a livello locale esisteva una
consorteria di ecclesiastici e nobili che, godendo di complicità,
governava il mercato delle terre, per cui il fitto dei terreni
abbaziali, e non solo quelli, era controllato in modo che, specie
nei momenti di pestilenza e di carestia, alcuni terreni venivano
sfruttati in modo tale, che col tempo decadevano e divenivano
infruttuosi, mentre altri, cioè quelli appartenenti ai complici,
venivano salvaguardati ed coltivati, in modo da conservare e
crescere il valore.
Le testimonianze di alcuni coloni cutresi, pur nella loro
parzialità, ricostruiscono in parte la storia di alcuni terreni
della vallata. Essi infatti dichiararono che la gabella di Terrata
dal 1745 fino al 1763 era stata sempre usata come pascolo per il
bestiame vaccino e pecorino, eccettuati solo tre anni in cui era
stata rotta ad uso di semina dal feudatario Bruno Piterà e la
gabella di Camerlingo nello stesso lasso di tempo era stata dapprima
rotta ad uso di semina per tre anni, il primo a maggese ed i
seguenti due a semina, quindi era rimasta per molti anni a pascolo,
finché non fu presa in fitto a semina sempre dal Piterà per altri
tre anni. Cioè in 18 anni la prima era stata rotta a semina solo tre
anni e la seconda sei.
Il motivo dell'abbandono della semina nelle due gabelle è così
descritto: Nelle gabelle Terrata e Camerlingo situate in territorio
di Roccabernarda e vicine al fiume Tacina "non si può pratticare il
triennio in semina, cioè a dire per tre anni continui a rompersi ad
uso di semina, ed il triennio in erba per tre anni continui
lasciarsi a pascolo del bestiame grosso, e minuto, con l'alternativa
dell'uno triennio all'altro, a causa che sono terre leggiere e la
maggior parte d'esse arenose, pieni di sterpi, e spine, quantità di
pietre, che per potersi mettere in uso di semina ci vuole delle
grosse spese, ed essendono, per anche, soggette all'innondatione e
gonfiamento d'esso fiume, e continui geli, li seminati stan molto in
pericolo alle med(esi)me, onde è necessario, e necessarissimo, che
si lasciassero ad uso di erba, al pascolo di bestiame brosso, e
minuto, almeno nello spatio di sei anni continui, per potersine fra
detto tempo litamare, et ingrassare da esso bestiame, ed indi
mettersi nell'uso di tal triennio in semina, cioè per tre anni soli,
che per esser le medesime della qualità sudetta, non si possono
seminare più di tre anni continui, siccome si è pratticato e si
prattica con l'altre cabelle alle med(esim)e contigue, che sono
Cervellino, Lenza, Carnevali, Termine Grosso e Madamma Giovanna, che
da molti e molti anni non si sono rotte a massaria, tutto che
fussero di meglior qualità".
Inoltre i coloni aggiunsero che, per poter affittare le suddette
gabelle per tre anni continui a semina, era necessario che
l'affittuario fosse ben ricco e benestante, in modo da poter
sopportare le grandi spese necessarie per disboscarle e renderle
adatte alla semina, in quanto i semplici massari difficilmente
avevano i mezzi per affrontare tali ingenti spese. L'affermazione
veniva ribadita dal barone del feudo di Fota Bruno Piterà il quale
in società con Serafino Romei di Belvedere Mala Pezza aveva preso in
fitto per sei anni l'abbadia di Sant'Angelo in Frigillis dall'abbate
commendatario Francesco Cotogno. Il barone affermò che, nel triennio
in cui la gabella di Terrata venne rotta a massaria, occorse "gran
impegno, tanto d'esso constituto, quanto del detto suo socio di
Romei" e quando procedette ad affittarla a tal uso ai coloni ed ai
massari, essi dovettero fornire a credito "non solamente il grano,
per semenza, ma pur anche buona somma di danaro, per soccorso delle
spese necessarie, per la di loro massaria". Dichiarazioni riprese
dai coloni, che affermarono che le gabelle in oggetto non facilmente
potevano essere affittate in quanto, oltre ad essere vicine al fiume
Tacina e quindi soggette all'inondazione ed a continui geli, erano
anche molto distanti dai paesi vicini. Tali affermazioni trovavano
una rispondenza nel ripetersi di annate rovinose. Il recente inverno
1760/1761 aveva visto le campagne nude per la mancanza di piogge,
coperte da copiose nevicate e spazzate da venti gelidi, che avevano
causato una grave moria di buoi. In primavera la siccità aveva
compromesso il raccolto, tanto che alcuni coloni avevano preferito
abbandonare prima della mietitura; mentre altri, persa "la semenza,
fatiche e bovi già morti in gran numero", erano così ridotti in
miseria, da non poter pagare i debiti contratti. Per poter sfamare
la famiglia e per provvedersi dei semi per la successiva semina
autunnale, essi dovettero impegnare o svendere i pochi averi agli
usurai e sottoporsi a contratti svantaggiosi.
Molte gabelle perciò rimasero sfitte e incolte.
Il raccolto del 1762 non fu come le attese anzi fu peggiore del
precedente ed indebitò ancor più i coloni.
Seguirono violenti piogge, che dall'autunno si prolungarono fino a
primavera con inondazioni e danneggiamenti al bestiame ed alle
colture.
A fine maggio improvviso arrivò il gelo che rovinò le biade.
Dopo il pessimo raccolto giunse il tempo dei pagamenti ed i
contadini dovettero fuggire, o finire in carcere. La certezza della
imminente carestia ed il pericolo di una pestilenza gettarono nel
panico la popolazione.
Il prolungarsi di una situazione economica così svantaggiosa mutò il
rapporto della popolazione con la campagna, così che vi era
"mancanza de coloni, essendo in tutto questo Marchesato le padrie di
poco popolo e quantità di terreno, tanto che quelli pochi coloni,
sempre scelgono le migliori gabelle, che danno maggior frutto…
(così) molte cabelle de rispettivi baroni e particulari del
Marchesato, per la sudetta mancanza de' coloni, sono romaste a più
tempo inarate, a segno che si sono rese boscose, quantunque siano di
meglior qualità delle sudette cabelle di Terrata e Camerlingo, ed in
particulare la cabella di Cervellino, che attacca con l'istessa
cabella di Terrata, del dominio di questo R.do Clero (di Cutro), ed
altri particulari e soggetta alli stessi pesi di Terrata, non
ostante dico non e stata rotta, ad uso semina da undici anni a
questa parte .. ed oltre questa , il corso spatioso della Lenza, che
anche sta nel sito di Terrata, non è stata affittato ad uso semina
da circa anni diece sette a questa parte".. Il barone a sua volta
dichiarava che nel triennio 1761/1763 aveva messo a semina la
gabella Camerlingo e per far ciò aveva dovuto affrontare ingenti
spese in quanto la gabella si era fatta boscosa, perché da più anni
non veniva seminata, e nonostante la spesa "pure ne remasero d'essa
cabella circa tumulate due cento nelli piani attaccantino al sudetto
fiume, che non si poterono sboscare, per causa che si rendeva
esorbitantissima, e poco frutto poteva ricavare dal seminato, per
essere tutte le sudette tumulate duecento circa arenose ed
inattissime all'uso di semina".
La malaria
Di fatto durante questo periodo venne meno l'apporto dei coloni
silani ed aumentarono le inondazioni. Sulle campagne non più
coltivate ed invase dalle acque si estese la palude e con essa la
malaria, quest'ultima, debilitante per i locali. era letale per i
forestieri. Così i due cutresi Giacomo Curto e Tommaso Macrì,
pubblici apprezzatori esperti e misuratori di campo, dichiaravano
nel maggio 1764 al notaio Francesco Greco di Cutro: (Nella) cabella
di Camerlingo vi sono le Volte attaccantino al fiume Tacina, di
terre arenose, pieni di spinaye ed inutilissime, che di niuna
maniera si possono seminare, quale Volte sono di due cento tumulate,
e più et sapere benissimo per certa scienza, che nell'anno mille
sette cento sessanta due, per esser soggette all'inundatione del
detto fiume Tacina questo sboccò ed inundò dette Volte, ove si
ritrovavano le vacche delli SS.ri Bruno Piterà di questa med(esim)a
città di Cutro, affittatore d'essa cabella ed in parte delli vitelli
d'esse vacche nel numero di sedici totalmente perirono e furono
affogate dall'inundatione ed acque d'esso fiume ed un altro toro del
med(esi)mo restò infangato per lo spatio di cinque giorni e con gran
stenti, doppò che si ritirò l'acqua d'esse Volte si cavò fuori
semivivo". Riferendosi sempre alle due sopraddette gabelle di
Terrata e Camerlingo aggiungevano che "ambedue le sudette cabelle
per essere attaccate a detto fiume Tacina, son soggette alla
mall'aria, ed altre persone non possono prendere le med(esim)e
cabelle in affitto di semina, se non qualche della sudetta città di
Cutro, ed altri coloni o siano affittatori della Sila, o siano
mensagne, non si possono ritrovare per rombere dette cabelle in tal
uso di semina per causa della mal'aria sudetta, e del grosso
dispendio, che ci vorrebbe, per renderle atte a tal uso."
Affermazioni ribadite da altri massari, i quali dichiaravano "di non
mai ricordarsi d'esser le sudette cabelle affittate ad uso di semina
a coloni che sono da paesi siti nelle montagne, perche essendono le
med(esi)me cabelle site e poste in luogo di mala aere ogn'anno, che
vi scenderebbero, in tempo della raccolta , vi lasciarebbero la
vita19.
Inondazioni e degrado
Tutte queste testimonianze, anche se si basavano su fenomeni
naturali e su fatti reali, tuttavia non giustificavano del tutto la
grande diminuzione della resa delle due gabelle agli occhi del
commendatario. Le due gabelle appartenenti all'abbazia di
Sant'Angelo de Frigillo ed amministrate dall'abbate e dai monaci del
monastero cistercense di San Giovanni in Fiore erano state concesse
in questi anni in fitto al barone Bruno Piterà, abitante a Cutro, il
quale, accusato di non rispettare la rotazione tra semina e pascolo,
non trovò difficoltà nel munirsi di molte testimonianze favorevoli,
per cercare di allontanare da sé ogni sospetto di frode. Passata la
grande carestia della primavera 1764 e ritornato il grano nei
mercati, all'inizio di novembre del 1764 in Cutro il notaio
Francesco Greco rogava un atto pubblico, riguardante del due gabelle
appartenenti al monastero di Sant'Angelo de Frigillo. Una decina di
coloni dichiarava che le due gabelle non potevano essere seminate
per lungo tempo, né usarvi la rotazione tra semina e pascolo. Questo
per tre motivi principali. Il primo era la loro vastità, calcolata
in circa ottocento tomolate. Per seminarle occorrevano massari
ricchi e facoltosi, in quanto bisognava una gran spesa, stimabile in
circa cento e cinquanta ducati, per disboscare le estese terre
incolte, aprirle all'aratura e seminarle. Perciò non vi erano
massari disposti, in quanto nessuno voleva accollarsi tali spese,
anche se i padroni delle gabelle si fossero impegnati a prestare
tutto l'aiuto possibile. I coloni avevano infatti a disposizione
molte gabelle di migliore qualità, che avevano bisogno di meno
spesa. Inoltre i massari ricchi e facoltosi, se ce n'erano,
possedevano e coltivavano le proprie gabelle, senza dover sottostare
all'affitto delle altrui. Il secondo motivo era che circa duecento
tomolate delle due gabelle erano situate accanto al fiume Tacina.
Perciò erano arenose, piene di sterpi, spini, roveri ed arbusti,
chiamati volgarmente vruche, e quindi inadatte alla semina. Ogni
anno d'inverno a causa della piena del fiume esse venivano inondate
e danneggiate dall'acqua, aumentando di continuo l'arena. Circa
trentacinque tomolate erano ormai perse in quanto piene di acqua e
pantanose, mentre la parte rimanente era in gran parte sassosa,
tanto che se vi si seminava la maggior parte della semenza non
germogliava e quella che germogliava, dava poca resa. Inoltre queste
terre erano "leggere", tanto che se fossero state seminate per due
anni continui, poi esse dovevano stare a pascolo per sette e più
anni, per non perdersi completamente. Il terzo motivo era che coloro
che dovevano coltivarle, dovevano essere dei luoghi vicini, come
Cutro e Roccabernarda. I Cutresi o avevano gabelle di loro proprietà
o seminavano le gabelle vicine all'abitato, che erano anche più
fertili. I Rocchesi erano poco numerosi, contando Roccabernarda
circa ottocento abitanti. I massari perciò erano pochissimi, non più
di sei, ed il feudatario del luogo li obbligava a seminare le sue
gabelle, anche perché erano migliori. Se poi i padroni delle due
gabelle avessero voluto concederle a massari e coloni abitanti in
Sila, i quali non possedevano terre in pianura per seminare il grano
bianco, non avrebbero trovato da affittarle. Questo sia per la loro
cattiva condizione e grande distanza, sia per la pessima aria,
"tanto motivo a tutti, e molto più alli paesani e coloni delle
montagne sudette, avezzi a respirare in buon aere, ed in quella
contrarebbe, senza meno la morte". Perciò per testimonianza anche di
persone anziane mai si era inteso, che le due gabelle fossero state
seminate da coloni della Sila. Per ribadire tale stato, che
riguardava non solo le due gabelle in oggetto, ma anche le altre
terre vicine al Tacina, i testimoni aggiunsero che "Per l'istesso
impedimento dell'aere cattivo, altre cabelle anche site in detto
territorio di Rocca Bernarda del dominio e possesso d'altri Padroni,
anche fussero a gran lunga, di meglior qualità di quelle di
Camerlingo e Terrata, pure a più anni sono romaste inseminate e rese
inculte, e boscose e fra l'altre la cabella di Cervellino del
dominio del R.mo Capitolo della Ven. chiesa matrice collegiata della
SS.ma Annunciata di questa città di Cutro, attaccata alla detta
cabella di Terrata, e d'anni undici e più non si è potuto ritrovare
ad affittare ad uso di semina, come ancora la cabella chiamata Lenza
e stata per lo spatio d'anni diece sette in circa ad uso di
pascolo"20.
Non passarono molti giorni e quanto testimoniato dai numerosi coloni
cutresi trovò conferma. Nello stesso novembre 1764 il Tacina
inondava le due gabelle, arrecando danni. Il 3 dicembre dello stesso
anno gli apprezzatori ed esperti di territori Bruno Piterà, Giovanni
Ranieri e Tommaso Macrì, dopo essere stati assieme all'abate
Clemente Siciliano ed al copomandra del monastero di San Giovanni in
Fiore Domenico Morano a verificare i danni causati dall'alluvione,
dichiararono che essa aveva interessato circa duecento tomolate
della gabella di Camerlingo, " a segno che tutti quelli arbuscelli
che in essa si trovavano, l'abbiamo osservati coperti di fango, ed
arene, portate ivi dalla piena d'esso fiume Tacina, senza che, ne
meno abbian possuto osservare vestiggio dell'erbe, che ivi si
trovavano nate, e senza che vi fosse speranza in questo anno di
poterne rinascere, ed anche l'hanno ritrovata piene di legname
grosse, e d'ogni sorta trasportate dalla piena d'esso fiume". Al
danno della gabella Camerlingo erano poi da aggiungere altre
quindici tomolate della gabella di Terrata che erano state ricoperte
di arena21.
Tutte queste testimonianze a favore del barone Bruno Piterà, che
aveva preso in fitto le due gabelle dai monaci di San Giovanni in
Fiore, non erano tuttavia sufficienti a fugare i dubbi sulla
conduzione delle due terre.
Il primo marzo 1768 il papa Clemente XIII incaricava i vescovi di
Santa Severina, Crotone ed Isola, o i loro vicari generali, affinché
si interessassero a far restituire le rendite ed i beni sottratti
all'abbate e ai monaci del monastero di S. Maria della Mattina e di
S. Giovanni in Fiore, che erano stati perpetuamente uniti tra loro
canonicamente. Tali beni e rendite, sottratti da sconosciuti,
riguardavano soprattutto i possessi, i crediti, i nomi dei debitori,
i beni , le scritture private facenti fede e riguardanti soprattutto
le ricevute e l'affitto dei territori di Camerlingo e Terrate, che
spettavano al detto monastero22.
Note
1. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
2. Mannarino F.A., Cronica cit., ff. 87 -88.
3. "Item Perché s'è esperimentato e patito interesse notabile per
l'unioni, che fanno gli molinari nelle molina, che per lo venire si
debbano affittare dette molina uno separato dall'altro e che in
nessuna maniera possa permettersi detta unione, e facendosi
secretamente caso si scoprisse, che gli molinari soggiacciano alla
pena di mesi due di carcere, restando ad arbitrio di detto
eccellentissimo di moderarla, con connettere in sua assenza
l'esecuzione al Regimento e non ad altro officiale", Mannarino F.A.,
Cronica cit., f. 22.
4. Capitoli fatti tra la Ducal Corte et Gio. Ferrante Mendolara per
li molina dela canosa e delle copati novamente comperati da detta
Ducal Corte a cominciando dal mese di settembre l'anno 1592, ANC.
60, 1595, 218-219.
5. ANC. 433, 1693, 9-12; 402, 1693, 10-14.
6. Rel. Lim. Bellicastren., 1745.
7. Rel. Lim. S. Severina., 1744.
8. Rel. Lim. S. Severina., 1747.
9. I fondi di Terrata e Camerligo alla metà dell'Ottocento era
stimati il primo dell'estensione di 300 tomolate ed il secondo di
350, Beni appartenenti al monastero della Pace di Napoli, Carte
Piterà.
10. All'inizio del Seicento le due gabelle di Terrate e di
Camerlingo erano situate nel tenimento della Rocca Bernarda; la
prima "iuxta lo feudo grande di Sygismondo Rocca, iuxta la gabella
del Cl.co Gio. Vincenzo Villirillo et iuxta lo fiume di Tacina", la
seconda "iuxta lo fiume di Tacina, iuxta le terre di Madamma
Giovanna, iuxta lo feudo Grande, via publica mediante, iuxta la
gabella di Termine Grosso, la gabella Carnelivare ed altri fini",
Copia autentica della Platea dei Beni della Abazia di S. Angelo in
Frigillis, in Carte Piterà.
11. Rel. Lim. S. Severina., 1747.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1750.
13. Documenti di archivi, in Siberene, p. 266-267.
14. Russo F., Regesto, 61392.
15. Documenti di archivi, in Siberene, p. 498.
16. ANC. 1070,1757, 32-34.
17. Russo F., Regesto, 64286.
18. ANC. 181, 1665, 47.
19. ANC. 696, 1764, 16 - 22.
20. ANC. 696, 1764, 37-38.
21. ANC. 696, 1764, 38v-39
22. Russo F., Regesto, 66049.

