Poligrone, Marrio seu Agromoleto e Gipso nella Valle del Neto

Fiume Neto

“MaRRIO” presso il corso del fiume Neto.

Le località Poligrone, Marrio e Gipso sono situate nella bassa valle de Neto tra i territori di Rocca di Neto e Belvedere Spinello. Questi piccoli feudi anticamente dovettero essere abitati.

Paesaggio alla confluenza dei fiumi Neto e Lese in località Gipso.

 

L’abitato di “Hypso”

Particolarmente importante per la sua posizione e la sua antichità è l’abitato di “Hypso”, detto in seguito Gypso e Gipso. Situato a sinistra del fiume Neto e del suo affluente Lese, in vicinanza della confluenza, esso è presente fin dal periodo greco-romano come dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici.

L’abitato, situato lungo la trazza che, dalla bassa valle del Neto, lungo il fiume Lese, si inoltra verso “timpone Castello” e la Sila, fu attivo anche durante il Mediovo. Ancora nella seconda metà del Duecento “Gipsus” o “Gissus cum Sancto Stephano”, è più volte citato nei registri angioini tra le terre appartenenti al Giustizierato di Valle di Crati e Terra Giordana. Nella tassazione generale del 1276/1277, l’abitato è tassato per once 12 e tari 3 con una popolazione presunta di circa 500 abitanti.[i] In seguito spopolò.

Affioramenti di gesso in località Gipso presso la confluenza dei fiumi Neto e Lese.

 

Poligrone

Poligrone è situato tra le colline sulla riva sinistra del fiume Neto, al confine tra i comuni di Belvedere Spinello e Rocca di Neto. Il toponimo sembra derivare da Policronio, un’antica famiglia che nel Medioevo abitava e possedeva la località.

Un vescovo di Cerenzia con lo stesso nome è segnalato alla fine dell’undicesimo secolo, in un diploma col quale il duca Ruggero confermava la concessione fatta dal vescovo a favore del monastero greco di Calabro Maria, di poter costruire un altro monastero nel tenimento di Sanduca situato in Sila.

L’arcivescovo di Santa Severina Nicola Carmine Falcone nella relazione datata Santa Severina 22 novembre 1753, riferisce una vecchia tradizione, che i cittadini di Santa Severina tramandavano di padre in figlio, secondo la quale il papa Zaccaria, figlio di Policronio Pontinio, abitava nella località che ne ha conservato il nome: “Constans extat traditio apud Cives S.ctae Severinae, ab antiquissimis usque traducta temporibus, sanctum Zachariam Papam, qui VIII seculo sedit, Policronii Pontinii Filium, suum fuisse. Concivem locum indicant, ubi eius sita erat Domus: magnam itidem Proedium dimostrant, duobus milliaribus a Civitate distans. Patris Policronii nomem nuncupata, quod ab illustri Principe Gerentiae nunc posseditur.”[ii]

In evidenza i toponimi “C. Gipso”, “R. Marrio” e “R. Polligrone”. Particolare del F. 237-I “Savelli”, della Carta d’Italia 1:50:000 (U.S. Army 1943, copiata da una mappa italiana del 1896).

In evidenza i toponimi “Marrio”, “Polligrone”, “Polligrone Bonifica”, “Vote di Pollligrone” e “Serra di Polligrone”. Particolare del F. 570 “Petilia Policastro” della Carta d’Italia 1:50.000 (IGM).

 

Nel Medioevo

Nel giugno 1222 l’imperatore Federico II confermava all’abate Matteo del monastero di S. Giovanni in Fiore alcuni privilegi tra questi vi era anche un possedimento donato dal milite di Santa Severina Ioannes de Lacta o Ladda: “Partem quoque vallium Policronii, quam Ioannes de Lacta miles de S. Severina obtulit monasterio supradicto”.[iii]

Alcuni anni dopo, nel gennaio 1233 la località “Policronio” ricompare nella conferma al monastero del papa Gregorio IX: “Et tenimentum Miliae vallium quoque Policronii, quae prope Netum sunt, partem, quam possidet oblatione Ioannis de Ladda militis de Sancta Severina”.[iv]

Particolare della carta austriaca del Regno di Napoli, Sez. 12 – Col. IX (1822-1825), dove si evidenzia la viabilità in prossimità del fiume Neto.

 

Il feudo rustico

Fin dall’inizio dell’occupazione angioina la località fu dominata dai Ruffo e fu al centro di aspre dispute confinarie. È del 1272 un atto di re Carlo I che ordina di verificare e tracciare nuovamente i confini della terra di Cerenzia, che aveva concesso al cavaliere provenzale Palmerio de Corsilies.[v] Per dirimere ogni questione tra la detta terra e quelle confinanti, furono convocati i feudatari dei luoghi vicini che erano: Guillelmo Brunello, Abamontis de Cariato, Henrico Ruffo (feudatario di Malapezza) e Roberto de Feritate (nel 1271 aveva avuto in feudo il casale di S. Petro de Camastro, che era stato tolto a Raynaldo Succurdus).[vi]

Ma le dispute non dovettero cessare se nel 1275, lo stesso re Carlo I d’Angiò doveva intervenire a favore del milite Fulcone Ruffo di Calabria, affinché non fosse molestato nel possesso del vicino feudo di Malapezza, che era illecitamente occupato dal milite provenzale Guglielmo de Cortiniaco, pure feudatario di Cerenzia.[vii] Fulco o Fulcone Ruffo, morirà per le ferite riportate in duello unitamente al cavaliere provenzale Simone de Monfort, signore del castello di Belvedere.[viii]

All’inizio del Trecento il feudo di Poligrone e Marri apparteneva ai Ruffo, conti di Montalto. Situato in territorio di San Pietro di Camastro, fu venduto come suffeudo con atto del notaio Giacomo Tafurio del 24 febbraio 1343, da Carlo I Ruffo, figlio di Giordano Ruffo e conte di Montalto, al milite di Montalto Petro di Frisa. Il prezzo della vendita, stabilito in 75 once, comprendeva il territorio feudale di Poligrone con agromoleto ed un altro fondo feudale nello stesso luogo detto “Il Prato degli Stalloni con una colombara sita in detto territorio di Poligrone col jus d’esigere le decime di tutti coloro che venissero a colombe in detto luogo, col peso di pagare alla Corte di detto Ruffo e suoi successori per adoa due campanelli d’ottone lanno”.[ix]

Passò poi in eredità alla figlia Lucente di Frisia, che lo portò in dote a Giovanni Bozzuto, detto d’Eboli. Quindi pervenne al figlio ed erede di Lucente, Antonello d’Eboli. Da Antonello pervenne al figlio Tommaso e quindi, a Bernardino d’Eboli. All’inizio del Cinquecento il suffeudo è di Francesco d’Eboli, detto Giuranna, quindi da Irenea o Enea Giuranna, fu portato in dote ad Alfonso Alimena. Rimase per lungo tempo agli Alimena Giuranna con Fabio, Pietro Paolo, Fabio, Alfonso e Pietro Paolo.

Tommaso Rota, principe di Cerenzia, comprò per ducati 13.500 da Pietro Paolo Alimena Giuranna, barone di S. Martino, e dal fratello Giuseppe Antonio i feudi rustici di Poligrone e Marrio, col suffeudo detto di Gypso, o Hypso, in Calabria Citra, con Regio Assenso del 28 settembre 1718. I Rota, principi di Cerenzia, lo detennero con Vincenzo ed Ippolita. Ippolita Rota, principessa di Cerenzia e detentrice dei feudi di Cerenzia, Montespinello, Cingha, Belvedere ed i feudi di Malapezza e Poligrone, sposò Vincenzo Giannuzzi Savelli dei baroni di Pietramala. Seguirono quindi i principi di Cerenzia, Ercole Giannuzzi Savelli ed il figlio di costui Tommaso, che fu l’ultimo feudatario.[x]

Paesaggio della Valle del Neto visto dalla Timpa del Salto

 

Un tentativo di usurpare gli usi civici

Dopo il passaggio del feudo per acquisto da Pietro Paolo Alimena Giuranna a Tommaso Rota, principe di Cerenzia, avvenuta tra il 1717 ed il 1719, si sparse la voce che gli usi civici erano negati dal nuovo feudatario, e chi voleva far legna e pascolare il bestiame nell’estesa area boschiva feudale doveva pagare.

Sorse allora un’aspra lite dove le parti portarono testimoni a convalida delle loro ragioni, come documentano alcuni atti dei notai di Crotone Stefano Lipari e Pelio Tirioli. Il feudatario cercò di dimostrare che l’esazione era stata praticata fin dal passato dai feudatari che lo avevano preceduto. Per tale scopo, il 5 febbraio 1719 fece convocare presso il notaio Stefano Lipari di Crotone i massari crotonesi Giuseppe La Piccola di anni 73, Giulio Cavarretta di anni 69, Rinaldo Manfreda d’anni 40, Biase Griffi di anni 55, Giuseppe Coccari di anni 60, Gio. Andrea Arrichetta di anni 40, Orlando Scigliano di anni 38 e Agostino Morrone di anni 40, i quali testimoniarono che il pagamento era una consuetudine già presente al tempo degli Alimena. Infatti “quando li è occorso di andare ad allignare nel feudo di Poligroni e Marrio del barone D. Pietro Alimena, territorio della Rocca di Neto, hanno prima dovuto fidare col baglivo della detta Rocca di Neto, senza della quale fida non ci haveressero possuto andare ad allignare”.

Per dare maggiore forza alla testimonianza i massari Orlando Scigliano e Rinaldo Manfreda aggiunsero che “quindeci anni à dietro, e forse più, havendo voluto andare ad allignare nel feudo nascostamente, e senza licenza, seu fida del Baglivo di d(ett)a Rocca furono carcerati dal d(ett)o Baglivo e dopo d’haver pagato la fida, e disfida furono scarcerati e continuarono ad allegnare in detto feudo”.[xi]

Dello stesso tono è una dichiarazione successiva presso il notaio Pelio Tirioli. Il 4 aprile 1719 il “fatigatore di campagna e guardiano d’erba” Antonio Leone, dichiarava che “il q.m Matteo Peppo la Merola del Cirò guardò per tre anni continui li feudi di Poligroni, e Marrio per ordine del q.m Gio. Battista Caivano procuratore del Barone di S. Martino olim possessore di detti feudi, acciò nessuna persona potesse andare ad allegnare in detti feudi ed pasciervi li loro animali; e doppo per sette anni continui esso costituto d’ordine di detto S.r Caivano procuratore come sopra da che li furono pagate le mesate per la guardia di detti feudi la raggione di carlini trenta il mese, non faceva allegnare, ne pascolare in detti feudi senza la licenza di detto suo Padrone. E per detta guardia che ivi faceva, e per limpedimento che dava di non potere allegnare, o far pascolare animali in detti feudi, non trovò mai contraddizione di persona veruna”.[xii]

Il tentativo del nuovo barone di chiudere il feudo e di impedire gli usi civici nel demanio feudale non ebbe tuttavia successo (“ubi feudi ibi demania, ubi feudi ibi usus”). Egli aveva fatto custodire il bosco da Domenico Oliverio, soldato del barricello del principe di Cerenzia, il quale illecitamente esigeva da coloro che volevano far legna nel bosco di Poligrone un carlino a carro. Nel bosco si recavano soprattutto i Crotonesi. La loro presenza è testimoniata, oltre che dalla testimonianza dei massari, anche da una dichiarazione congiunta del sacerdote Gio. Antonio Tirioli e di Aurelio Tirioli.

I due benestanti in Crotone il 24 settembre 1722, per cercare di scagionare l’Oliverio, affermarono in presenza del notaio Stefano Lipari, di aver mandato verso la metà di agosto i loro garzoni Bruno Ciretello, Isidoro Fallacca e Andrea Bilotta con tre carri nel feudo e bosco di Poligrone, per fare pali di mortilla per un loro uso. Secondo i Tirioli i garzoni avevano tagliato i pali e li avevano caricati nei carri “senza pagare nè dare mercede alcuna”.[xiii]

Il feudo era disabitato e le sue terre erano adatte soprattutto per il pascolo, come si ricava dalla descrizione fatta nel relevio presentato nella Regia Camera della Sommaria da Scipione Rota ed Emilio Giannuzzi Savelli, curatori del principe Vincenzo Rota, feudatario della città di Cerenzia, delle terre di Zinga, Belvedere e feudo di Malapezza e Montespinello, e feudo di Poligrone, Marrio seu Agromoleto, e Gipso.

Il relevio presentato dopo la morte di Tomaso Rota, avvenuta il 28 febbraio 1728, così descrive il feudo di “Poligrone, Marrio seu Agromoleto, e Gipso” in pertinenza di “Belvedere Malapeza”: “Il sud(ett)o feudo consiste in erbaggi, nel quale han pascolato gli animali della Casa di d(ett)o Ill.e Principe di Cerenzia, senz’esservi esatta pena alcuna di Baglivo, per non essersi fatto il caso, se vi si è esercitata giurisd(itio)ne, non essendo ancora abitato e facendosi il conto di quello averebbe possuto dare detti animali di fida, nel caso fussero stati animali forastieri, dedotte le spese importano D(ucati) 410”.[xiv]

Fotopiano della masseria di Poligrone.

 

Liti e allagamenti

Continui allagamenti sono segnalati durante il Seicento in territorio di Rocca di Neto e di Santa Severina. È quanto emerge dagli atti di una lite tra la mensa arcivescovile di Santa Severina e la Certosa di San Stefano del Bosco, detentrice fin dal 1664 della baronia di Rocca di Neto. La Certosa, infatti, aveva acquistato il feudo di Rocca di Neto da Francesco Campitelli, principe di Strongoli per ducati 39.000 col peso di pagare alla Mensa arcivescovile di Santa Severina per ragione di decima ogni anno duecento ducati.

La contesa che vide di fronte da una parte, la Mensa arcivescovile di Santa Severina e gli ecclesiastici di Rocca di Neto e, dall’altra, la Certosa di San Stefano del Bosco, detentrice della baronia di Rocca di Neto, riguardava alcuni terreni che, da “comuni”, erano stati ridotti in “difese seu camere chiuse” dal barone del luogo. Già nel passato l’università della Rocca di Neto aveva dovuto pagare per fare camera chiusa una sua gabella. È del 16 ottobre 1656 il pagamento di 20 ducati “per lo 3° ch’alla mensa arcivescovile ne spetta”, per ottenere l’assenso dell’arcivescovo Giovanni Antonio Paravicino, per “farsi Camera chiusa la gabella di Sciropio sottano, e vendere l’herbaggio per se allegerire da i gravi pesi di debiti a’ quali ella soggiace e soccombe”.

La lunga lite che vide fronteggiarsi l’arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingieri e la Certosa, trattandosi di ecclesiastici, fu risolta bonariamente dal vescovo di Crotone Geronimo Carafa, in qualità di delegato della Sacra Congregazione dei Cardinali sopra i negozi dei Vescovi e dei Regolari.

La mensa arcivescovile, che godeva fin dall’antichità di alcuni diritti sui fondi, nel 1682 si accordava e cedeva, in cambio di un censo annuo certo e sicuro e per una volta di ducati cinquecento, “la servitù sopra detti terreni soggetti all’inondatione d’un vicino fiume, l’utile della quale sarebbe incertissimo”. I terreni in contesa erano: “La Volta di D. Giovanne”, “La Volta della Differenza”, “La volta della Gallina”, “La Volta di Martini”, “La Valle dell’Olivo”, “La Valle delli Preti”, “La Manca di Bellino”, “Le Cesine”, “Le Coste delli Magazeni”, “La Valle dell’Albano” e “Le Serre del Molino”.

L’accordo prevedeva che i terreni controversi avrebbero continuato ad esser goduti “per difese seu camere chiuse dalla predetta Certosa nel modo in cui attualmente detiene”, e “Con dichiaratione però che in vigor della presente concordia non si senta inferito pregiuditio alcuno alle raggioni e possesso, che hanno d(ett)o Mons. Arcivescovo, et ecc(lesiasti)ci di d(ett)a terra di potere, come ogni altro cittadino pascere con li loro proprii animali nelli territorii sud(et)ti et altri di d(ett)a terra dopò lo sbarro, et apertura, che si suole fare alla prima di Maggio, ò altro più vero tempo per insino che d(ett)i territorii non si bandiscano e serrino, e così ancora possino pascere d(ett)o Mons Arc(ivesco)vo et ecc(lesiasti)ci in d(ett)a terra con li loro proprii animali tanto nell’altre terre di d(ett)o territ(ori)o, che sono di loro natura, e qualità comuni à tutti li Cittadini, e generamente in materia di pascolo di godere quel jus, che hanno l’altri Cittadini Laici di d(ett)a terra, e nella forma e modo che d(ett)i cittadini laici lo godono …”. Su di essi i cittadini di Rocca di Neto; tanto laici che ecclesiastici, rivendicavano il diritto di pascere e di legnare.[xv]

Anche l’apprezzo di Santa Severina del 1688 evidenzia i guasti causati dal fiume Neto. Tra i beni burgensatici posseduti dal feudatario vi era “in d.o sito di Corazzo quattro molini con la sua casa di fabrica di lunghezza palmi 63, larg. pal. 27 dove vi sono quattro trimoje, uno cascione, e le mole sono quaste, quale sta fuori di d.i molini, e perche l’acquedotto e guasto per la veemenza del Fiume Neto, e per tal causa non possono macinare d.i molini e volendo rifare d.o acquedotto in altro sito di quello fu fatto prima, si può rifare con farci di spesa circa d.ti 3000 però sono di parere che la spesa sarebbe inutile, mentre sta soggetto alla rapidezza, e violenza di d.o fiume, il quale per quanto si puote scorgere sopra la faccia del luogo, e instabile per essere il sito quasi piano”.[xvi]

Masseria di Poligrone.

 

Descrizione del paesaggio

Nei “Memoriali di scomunica di Particolari publicati in diversi tempi dal m.co R.do Cantore”,[xvii] si trova che, il 23 giugno 1619, l’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano accoglieva la richiesta di scomunica contro alcuni abitanti di Belvedere, presentata dal chierico Gio. Francesco Franco, procuratore generale della Mensa arcivescovile.

Il Franco faceva presente che “molti del Casale di Belvedere hanno gettato nel fiume di Neto molte carrate di pietra per fare svoltare il detto fiume per li terreni di detto casale di Belvedere per dove andava et farlo voltare per li terreni di questa città di Santa Severina per dove adesso è voltato per causa di dette carrate di pietra gettate dentro detto fiume in grave danno et interesse di essa Chiesa Arcivescovale mentre il detto fiume è voltato e scurre a desso per li terreni di detta Chiesa Arcivescovale perciò per l’indennità di essa Chiesa dimanda che che se ne faccino le munit(io)ni et conseguentemente che use fulmini et sentenza d’escomunica contro quelli persone che hanno gettate dette pietre dentro detto fiume et cossi contro quelle persone che l’hanno fatto buttare et cossi contro quelle persone che lo sanno et l’hanno viste gettare et l’hanno inteso chi ce l’ha gettate et cossi chi l’ha fatte gettare”.

Una pianta risalente alla seconda metà del Seicento evidenzia alcuni aspetti della bassa vallata del Neto, nella parte situata a sinistra del fiume Neto, tra le terre di Rocca di Neto e Belvedere Spinello, e lo spostamento dell’alveo del fiume Neto in territorio di Santa Severina.

In essa sono segnati a settentrione i “Monti e la Valle del Suffeudo di Poligrone”, che confinano verso meridione con il “Monte e valle del suffeudo di Marrio”, quindi procedendo verso il fiume Neto c’è il “Piano di Marrio”. All’interno del Piano sono segnate le località: “Bruca Incendiata” e “Salaco Annichilato”. Vi è quindi il “terreno erto limita col fiume”, che separa il “Piano di Marrio” dal “Letto secco di Neto”. A occidente, verso monte, il “Suffeudo di Marrio” è limitato dalla via che scende dal vallone e segna il “limite con la Rocca e Belvedere”, passata la quale, ci sono il “Vignale di Belvedere” con la sua siepe, il “molino” con l’acquaro, la “via che va alla salina” e il luogo detto “Celso caduto”.

Ad oriente, dalla parte di Rocca di Neto, i suffeudi di Poligrone e di Marrio sono limitati da una siepe che segna il confine con il “Passo per gli animali a Neto”, che discende dalla “Bocca” della valle di Poligrone. Questo “Passo” separa i due suffeudi dalla “Volta di D. Giovanne” e dalla “Volta della Differenza”. A meridione troviamo il “Letto secco di Neto”, “L’acquaro che scende dai molini di Belvedere”, le gabelle “Volta della Differenza”, “Iuroleo” e la “Presa dell’Acqua delli molini della terra di Rocca”. Quindi c’è il “Fiume Neto di letto incostante”, che separa i territori di Rocca di Neto e di Belvedere da quelli di Santa Severina.

La carta mette in evidenza oltre alla presenza di molti mulini con i loro acquari, e le vie e passi che attraversano la vallata, anche la frequente variabilità del corso del fiume Neto che, oltre ad avere abbandonato il suo letto, penetrando e danneggiando il Piano di Marrio, aveva anche spaccato in due la gabella “Volta della Differenza”, un corpo feudale della baronia di Rocca di Neto, appartenente ai certosini di San Stefano del Bosco, determinando una lunga lite per il suo possesso, in quanto la parte separata e compresa tra il “Letto secco di Neto” e il fiume Neto, era stata occupata. Lo stesso vale per una parte della gabella detta “Iuroleo” o “Yroleo”, situata nel corso di Casale Novo in territorio di Santa Severina, ed appartenente all’arcivescovo. Il fiume, lasciando il “Letto secco di Neto”, si era spostato in territorio di Santa Severina e aveva rovinato e diviso la gabella, una parte della quale ora si trovava sulla riva sinistra.

Masseria di Poligrone.

 

Interventi dell’uomo

A volte furono gli interventi umani, per cambiare l’alveo del Neto e dei suoi affluenti, ad essere causa di frequenti liti, come dimostra quella che oppose all’inizio del Settecento il barone di San Martino Alfonso Alimena, possessore del feudo spopolato di Gipso, sito in territorio della città di Cerenzia e confinante con il fiume detto “Lesa”, al potente duca di Caccuri Antonio Cavalcanti.

La contesa riguardava il corso del fiume Lese, affluente del Neto, che segnava il confine tra il territorio di Cerenzia e quello di Caccuri. Il duca aveva fatto costruire una “baricata seu ingriorata di legname”, deviando il fiume dal suo antico letto e facendolo passare per dentro il feudo di Gipso, situato in territorio di Cerenzia, causando danni ai fondi del barone. Lo sbarramento aveva resistito per un po’ di tempo, finché non veniva manomesso ed il Lese ritornava in parte nel suo antico alveo.

Per fugare il sospetto di aver danneggiato la barriera fatta dal duca, ma che l’accaduto era da imputare ad un fatto doloso di origine ignota, il 22 luglio 1703, su richiesta del barone di Gipso, il notaio di Crotone Silvestro Cirrelli si recò sul luogo assieme ad alcuni abitanti, in qualità di testimoni, di Monte Spinello (Antonio Oliviero, Gio. Andrea di Giorgi, Carlo Giorgi, Leonardo Greco, Antonio Rossetti) e di Altilia (Antonino Terzigna), pratici della zona. I testimoni giunti alla riva del Lese, dove era la barricata, giurarono che questa era rimasta intatta fino al sei luglio e “doppo il qual giorno essi medesimi l’hanno osservata incominciata ad incendiarsi da una punta dalla parte di sotto, conforme hora patentemente si vede, ed appare dalle ceneri e tronchi affomigati ed arsi dal fuoco”.[xviii]

Di solito il feudo era preso in affitto e poi in parte subaffittato. Tra coloro che lo affittavano c’erano i Certosini di San Stefano del Bosco, feudatari di Rocca di Neto, i quali nel 1716 cercarono anche di comprare il feudo di “Lo Gipso” dagli Alimena Giuranna. Essendo ormai quasi perfezionato l’acquisto, Domenico Mazzaccara di Belvedere Malapezza, stipulò con i certosini un contratto d’affitto del feudo, anticipando un anno di affitto. Non essendo poi seguita la vendita, nel settembre 1717 invano il Mazzaccara protesta e cerca di far valere l’obbligo stipulato con i certosini presso il procuratore del barone di San Martino, il crotonese Gio. Battista Caivano. Quest’ultimo, poichè ormai era stata concordata la vendita del suffeudo tra Pietro Paolo Alimena Giuranna ed il principe di Cerenzia Tomaso Rota, non riconosce l’obbligo e rimanda il Mazzaccara dai certosini, ma “detti P.P. non volevano saperne niente”.[xix]

Masseria di Poligrone (foto fornita da Daddo Scarpino).

 

Alla metà del Settecento

Il catasto onciario del 1742 di Rocca di Neto descrive i territori di Marrio e Poligrone ancora particolarmente boscosi, anche se in parte erano stati dissodati e resi adatti alla semina. Si nota inoltre che già era stata introdotta l’olivicoltura in Poligrone.

Al tempo del trapasso del feudo di Cerenzia dal principe Vincenzo Rota, morto l’otto aprile 1742 , a Ippolita Rota, oltre ai due feudi rustici, il principe di Cerenzia possedeva alcuni beni burgensatici in territorio di Rocca di Neto. Tra questi vi era un territorio, parte seminatorio e parte boscoso, di 450 tomolate in località Marrio, che confinava con i beni del principe e con i fondi appartenenti ad alcuni abitanti della terra di Belvedere, e dava una rendita annua di 300 ducati.

Il principe aveva poi un fondo in località Poligrone dell’estensione di 600 tomolate, che dava una rendita annua di 280 ducati e confinava con il precedente. Esso era parte a semina, parte a bosco e parte alberato con olivi. Inoltre era proprietario di un territorio “campese” di 40 tomolate in località “la Volta della Differenza”, che confinava con il fiume Neto e dava una rendita annua di 30 ducati.

Il feudo di Marrio era particolarmente adatto al pascolo del bestiame. Di solito era dato in fitto per più anni dal principe di Cerenzia a proprietari di bestiame dei casali di Cosenza assieme ad alcune difese situate in Sila. Così coloro che affittavano, che poi in parte subaffittavano, potevano usufruire, secondo la stagione, del pascolo in Sila e di quello nella marina.

È quanto documenta una protesta presentata nel novembre 1787 dal possidente di bestiame Filippo Grisolia del casale di Celico, nei confronti del principe di Cerenzia Ercole Giannuzzi Savelli. Nel mese di giugno 1783, avendo bisogno di denaro, la principessa di Cerenzia Ippolita Rota, sposata con Vincenzo Giannuzzi Savelli, prese in prestito 4000 ducati dal Grisolia, con la promessa di rimborsarli sopra l’affitto ad erbaggio per la durata di otto anni continui del feudo di Marrio e della difesa silana di Riggio; il primo ad iniziare dal primo di settembre 1784 e la seconda dal primo gennaio 1784. Nonostante il prestito, il principe non riuscì a sanare i suoi debiti e nell’agosto del 1783 furono vendute le difese che il principe possedeva in Sila tra cui quella di Riggio. Per tal motivo al Grisolia venne a mancare una parte dell’introito, rimanendogli solo quello del feudo di Marrio.[xx]

Masseria di Poligrone (foto fornita da Daddo Scarpino).

 

Nell’Ottocento

Il passaggio di Poligrone ai Barracco è situabile in un arco di tempo compreso tra le leggi eversive della feudalità del Decennio francese e la metà dell’Ottocento. Periodo nel quale vissero Alfonso e il figlio Luigi Barracco, i quali approfittarono dell’indebitamento sempre più consistente e delle molte difficoltà finanziarie del principe di Cerenzia Tommaso Giannuzzi Savelli, il quale fu costretto a svendere il feudo, compreso Poligrone, ai Barracco. La proprietà passò ad Alfonso figlio di Luigi sposato con Emilia Carafa. Dopo l’Unità d’Italia il fondo Poligrone, che fa parte delle proprietà dei Barracco, è ampliato con l’acquisto di alcuni terreni dal demanio.

Nella seconda metà dell’Ottocento Guglielmo Barracco, uno dei figli di Alfonso, sposato con la nipote Giulia Barracco, è proprietario di molti animali da allevamento. Si deve a Guglielmo la valorizzazione del territorio. Dal palazzo di Poligrone egli riconverte in oliveto gli oleastri del vasto comprensorio, impianta agrumeti a Fontanelle e a Cupone … e vi lascia un’impronta personale con comodi palazzotti e pini marittimi, che rendono ameno il paesaggio.[xxi]

Allora la masseria di Poligrone, una delle sei appartenenti ai Barracco, era al centro di un vasto territorio comprendente numerosi fondi in buona parte coltivabili, ma anche con la presenza di folti boschi, estese paludi, terre sterili e soggette all’inondazione del fiume Neto; tra queste vi erano: “Il Concio, Belvedere, Brasimati, Setteporte, Juca, Bruchetto”, ecc. Appartenevano alla masseria anche case, magazzini, mulini, frantoi, trappeti, ecc. Nei magazzini confluivano i prodotti della terra e del bestiame: grano, orzo, lino, fave, favette, ceci, cicerchia, agrumi, olio, vino, formaggio, pasta di liquirizia, ecc. Particolarmente importante era la produzione di olio, di cui era testimonianza il grande ed antico frantoio di Poligrone. A causa dei moti popolari del 1848, il barone Luigi Barracco denunciò la perdita di 4172 militri di olio conservati in Poligrone.[xxii]

Masseria di Poligrone (foto fornita da Daddo Scarpino).

 

La Riforma Agraria

Nel secondo dopoguerra con la Riforma Agraria, Poligrone passò dai Barracco all’Opera Valorizzazione Sila e quindi all’ESAC. Risalgono a questo ultimo periodo la costruzione di alcune case della Riforma ed alcuni tentativi, per la maggior parte fallimentari, di farne sede di cooperazione per l’allevamento del bestiame. Le case, a suo tempo costruite dall’O.V.S., sono state quasi tutte abbandonate, mentre il casino baronale è andato in rapido declino.

Masseria di Poligrone (foto fornita da Daddo Scarpino).

 

Note

[i] Reg. Ang. XLVI, 1276-1294, pp. 204, 237.

[ii] ASV, Rel. Lim. Santa Severina.

[iii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p. 100.

[iv] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p. 125.

[v] “Cum nob. Viro Palmerio de Corsilies mil. terram Gerentie concesserit, mandat ut confinia signentur inter dictam terram et terras Guillelmi Brunelli, Abamontis de Cariato, Henrici Ruffi mil. et Roberti de Feritate.” Reg. Ang. IX, 1272-1273, p. 274.

[vi] “Roberto de Firmitate mil. resignanti in manibus R. Curie casale S. Petri de Camastro in Vallis Gratis et Terra Iordana ad Curiam revocatum de manibus Raynaldi Succursi.” Reg. Ang. VIII, 1271-1272, p. 82.

[vii] Reg. Ang. XII, 1273-1276, pp. 136-137.

[viii] Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL, 1962, fasc. I – II, pp. 13-14.

[ix] Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL, 1962, fasc. I – II, pp. 47-48.

[x] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria, pp. 152-155.

[xi] ASCZ, Busta 612, anno 1719, ff. 1v-2r.

[xii] ASCZ, Busta 660, anno 1719, f. 52.

[xiii] ASCZ, Busta 613, anno 1722, f. 131.

[xiv] ASN, Reg. Cam Som., Relevi B. 398.

[xv] ASCZ, Busta 335, anno 1683, ff. 31-35.

[xvi] ASN, Commissione liquidatrice del debito pubblico, busta n. 4411, f. 10v.

[xvii] AASS, 3D fasc. 1, f. s.n.

[xviii] ASCZ, Busta 497, anno 1703, f. 30.

[xix] ASCZ, Busta 659, anno 1717, f. 230.

[xx] Valente G., La Sila dalla transazione alla riforma (1687-1950), Rossano Studio Zeta, 1990, pp. 498-499.

[xxi] Brasacchio G., Storia economica della Calabria, VII, p. 135.

[xxii] Petrusewicz M. Latifondo, p. 233.

 

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