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Eracles

Eracles combatte contro Gerione e gli ruba il bestiame (da www.studiahumanitatispaideia.worpress.com).

Le origini

L’arrivo degli Achei e la conseguente fondazione della Città, rappresentano gli avvenimenti ai quali si attribuisce, convenzionalmente, l’avvio delle vicende storiche di Crotone. Ciò non significa che sia mancata una storia precedente, né che questa sia stata meno importante. Anzi, possiamo dire che il periodo che precede quest’inizio ufficiale della storia, costituisce un antefatto la cui conoscenza è fondamentale per comprendere le vicende successive. Bisogna però subito evidenziare che le notizie in nostro possesso, non ci permettono di tracciare un quadro esauriente. Ciò dipende dalla difficoltà di risalire ad un’epoca così remota e dal fatto che tali notizie ci provengono dagli stessi Greci e costituiscono una verità unilaterale ampiamente deformata. Questi ultimi si preoccuparono poco di soffermarsi sulla storia dei barbari (questa indicazione generica era utilizzata dai Greci nei confronti di tutti di quelli che non erano della loro razza), mentre, in molti casi, crearono una serie di tradizioni tese ad evidenziare nei loro confronti qualche antico legame di sangue. Come fa notare B. d’Agostino[1], le tradizioni leggendarie che attribuiscono ai barbari una lontana ascendenza greca, non costituiscono una realtà storica, ma rappresentano il tentativo dei Greci, dopo la fondazione della città, di ricostruire le vicende del territorio in una prospettiva che li contemplasse. Con lo scopo, in questo caso, di legittimare la loro presenza, di stabilire un ordine alla nuova realtà e di realizzare con essa dei punti di contatto che, in definitiva, consentissero di assimilarla. Tali leggende non ci permettono di venire a conoscenza della vera storia dei barbari, ma le importanti implicazioni in esse contenute, ci consentono di chiarire alcuni aspetti della realtà che i coloni incontrarono al momento del loro arrivo in Italia, e ci forniscono una esemplificazione delle vicende accadute durante le fasi precedenti. Per comprendere tale contesto, serve distinguere ciò che è pertinente al momento della fondazione della città o a periodi che precedono questo avvenimento più da vicino, e cosa invece si riferisce alle epoche più remote.

 

L’età del Bronzo

La ricostruzione operata dalla tradizione greca assegna agli Ausoni il popolamento originario del territorio di Crotone[2], come del resto quello di vaste aree dell’Italia centro meridionale, dove la loro storia leggendaria può essere riferita alla civiltà del bronzo. Si tratta, in particolare, di aree poste sul versante tirrenico della penisola, come sottolineano gli storici antichi[3], quando affermano che il mar Tirreno, prima di chiamarsi tale in conseguenza del dominio degli Etruschi (i Tirreni), si chiamava Ausonio per il fatto di essere dominato dagli Ausoni. La loro prevalente dislocazione tirrenica non implica, trattandosi di una generalizzazione, che gli Ausoni abbiano abitato anche zone diverse. Ciò appare distintamente nel caso di Crotone, dove tale presenza è da ritenersi comprensibile, alla luce della facilità di collegamento con la costa tirrenica in corrispondenza dell’istmo di Catanzaro che, secondo Aristotele[4], poteva essere percorso in solo mezza giornata di cammino. La possibilità di collegamento con il Tirreno è poi sottolineata dalla presenza di un altro importante asse viario, che rimane individuato dalle vallate del Neto e del Savuto. Esso consentiva l’attraversamento della dorsale montuosa silana, offrendo una serie di opportunità, che furono sfruttate anche in seguito dalla Città e furono determinanti per il suo sviluppo[5]. Accanto agli Ausoni, l’altro popolo che durante l’età del bronzo avrebbe abitato larga parte dell’Italia, compreso il territorio di Crotone, è quello degli Enotri che però, a differenza dei primi, sembrano assumere un’importanza tutta particolare. Ciò dipende dal fatto che ad essi viene attribuita non solo un’origine greca, ma anche la prima migrazione in Italia proveniente dalla Grecia[6]. La notizia apre a questo punto un nuovo scenario che, nel tentativo di seguire le vicende precedenti alla nascita della città, ci porterà a scorrere gli avvenimenti che interessarono diversi altri protagonisti di quei secoli così lontani. L’argomento merita un approfondimento, dato che in questo filone leggendario, i Greci, accanto a scampoli della storia dei popoli con i quali entrarono in contatto, fecero confluire due cose: alcune delle vicende più remote legate alle loro origini ed una serie di fatti relativi ai contatti che essi stabilirono con il territorio, sia durante la fase coloniale che in epoche più antiche.

 

I primi contatti

La tradizione che attribuisce agli Enotri una migrazione precedente quella che effettivamente si realizzò in epoca storica, rappresenta ciò che in genere si definisce come “colonizzazione leggendaria”. Tale definizione, nasce dal fatto che di questi avvenimenti non ci sono rimaste testimonianze oggettive, ma solo alcune leggende, alle quali si è cercato di trovare i necessari riscontri. Da questo punto di vista, quella degli Enotri offre alcuni riferimenti interessanti. Il primo è che la data del loro arrivo in Italia, 17 generazioni prima della guerra di Troia (sec. XVIII – XVII a.C.), sembra coincidere con l’arrivo in Grecia di un’ondata migratoria proveniente dai Balcani e dall’Anatolia. In questo caso, secondo un rapporto di causa effetto, la migrazione degli Enotri verso l’Italia, potrebbe essere ritenuta una conseguenza di tale avvenimento. L’aspetto che però rende più interessante la leggenda degli Enotri è quello legato alla loro origine. La tradizione riferita da Dionigi di Alicarnasso, seguendo uno schema consueto, tramanda l’origine degli Enotri da Enotro, un capostipite che avrebbe dato il proprio nome alla sua discendenza (capostipite eponimo). Enotro è presentato come figlio di Licaone, figlio di Pelasgo che a sua volta discendeva da Foroneo, addirittura il primo mitico re del Peloponneso. Questa genealogia, a prescindere dai personaggi fantasiosi che menziona, indica per gli Enotri un’origine legata alla stirpe dei Pelasgi, una mitica popolazione che si sarebbe diffusa in diverse aree della Grecia e dell’Egeo, alla quale gli storici antichi attribuivano una remota colonizzazione dell’Italia e che, per quanto ci riguarda più da vicino, la tradizione mette in relazione all’origine dei coloni che fondarono Crotone.

 

I leggendari Pelasgi

Il fatto che la tradizione ricorra ad un riferimento tanto remoto e apparentemente poco decifrabile, non deve indurre a sottovalutarne la portata, perché da esso possono essere tratte considerazioni importanti. La prima è che i Pelasgi sembrano rappresentare un punto di riferimento, un orizzonte originario, dal quale non solo sarebbe nata la civiltà greca, ma anche quella di vaste parti dell’Italia, come nel caso degli Enotri. Quest’origine pelasgica non sembra però aver riguardato tutti i Greci ma solo alcuni di essi. Al proposito, Erodoto traccia una netta differenziazione, tra gli Ateniesi di stirpe ionica e gli Spartani di stirpe dorica, attribuendo ai primi un’origine pelasgica ed ai secondi una origine greca[7]. Ciò comunque non deve creare confusione sui soggetti che abbiamo di fronte. Nell’uso comune, noi oggi siamo abituati a chiamare Greci, tanto gli attuali abitanti della penisola greca che i loro antichi predecessori, utilizzando il termine latino usato dai Romani con il quale essi designavano complessivamente gli Elleni. Quelli che noi definiamo i Greci, continuando a chiamarli come i Romani, o Elleni come essi si chiamavano nella loro lingua, costituirono una popolazione con caratteristiche comuni di civiltà, la cui formazione rappresenta il contributo di stirpi differenti, attraverso un processo che è avvenuto durante un lungo periodo e che trae origine molto indietro nel tempo. Per quanto detto, la situazione identificata dal mito dei Pelasgi è riferibile ad un’epoca in cui non esisteva ancora la civiltà greca, ma è relativa ad una fase precedente che possiamo chiamare pre greca. Essa può essere attribuita, in via generica, alle popolazioni che durante l’età del bronzo, abitavano la Grecia prima che si verificassero una serie di importanti migrazioni, che determinarono l’arrivo nel bacino mediterraneo delle popolazioni di razza indoeuropea. Con riferimento a questo quadro, Strabone si esprime citando i versi del prologo dell’Archelao di Euripide[8].

“Danao, padre di cinquanta figlie,

giunto ad Argo fondò la città di Inaco

e quelli che prima erano chiamati Pelasgi

stabilì che in tutta la Grecia fossero chiamati Danai.”

Questo avvenimento, registrato dal mito dei Pelasgi o meglio dal superamento della loro fase originaria, costituisce un tassello fondamentale che la tradizione individua per ricostruire il percorso che porterà all’avvento della civiltà greca. La sua importanza, è sottolineata dal fatto che, sempre ricorrendo al riferimento remoto dei Pelasgi, i Greci ricostruirono anche l’evoluzione di altri popoli che incontrarono sul suolo italiano, ricalcando la storia di questi ultimi sui propri miti con gli intenti che abbiamo segnalato. Ciò non esclude, in ogni caso, gli antichi contatti che si stabilirono tra le coste greche e quelle italiane fin dalle epoche più remote. Essi servirono da aggancio ai miti greci, senza però costituire ancora una realtà capace di collegarsi direttamente alla colonizzazione storica. Tale collegamento dimostra invece di concretizzarsi durante l’epoca Micenea.

 

La civiltà Micenea degli Achei

Abbiamo visto come il superamento del generico orizzonte originario pre greco identificato dai Pelasgi, avvenga nel mito attraverso un apporto esterno dovuto ad un’ondata migratoria. Queste migrazioni, storicamente rilevabili alla fine del III millennio, determinarono in Grecia la progressiva penetrazione degli Achei, un popolo proveniente dal nord il cui arrivo, assieme a quello di altri, s’inserisce nel generale movimento migratorio degli Arii (nome mitico che identifica le popolazioni di razza indoeuropea). Arrivati in Grecia, gli Achei svilupparono nel tempo la civiltà Micenea, costituendo una serie di regni (ad esempio Micene, Rodi, Argo) che tra i sec. XIV e XII a. C. raggiunsero l’apice della loro prosperità. A questi uomini fa riferimento Omero nell’Iliade, quando descrive la famosa conquista di Troia. Le imprese degli Achei, non furono comunque esclusivamente legate ad episodi di conquista. Per quanto ci riguarda più da vicino, essi ebbero una parte molto importante nel determinare una serie d’intense relazioni che coinvolsero il territorio italiano compreso quello di Crotone. Le ragioni di tale presenza sono da ricercare nella posizione strategica che il territorio crotonese rappresentava per la navigazione verso occidente. Posizione che, all’interno del contesto che trova gli uomini della civiltà del bronzo impegnati nella ricerca e nel commercio delle materie prime del loro tempo, determinerà da qui in avanti un preciso indirizzo delle vicende del territorio. Come appare oramai naturale, di tale contesto non ci rimane un resoconto storico, ma un patrimonio leggendario che in alcuni casi, come per i Micenei del regno di Rodi (i Rodii), fa esplicito riferimento ad una colonizzazione più antica di quella che successivamente porterà alla fondazione delle città. In questo caso, possiamo dire con sicurezza che le relazioni attivate dai marinai micenei lungo i percorsi della rotta occidentale, non portarono alla fondazione di città, ma determinarono la realizzazione di scali, presso i quali, possiamo immaginare che si svolgesse parte della loro vita dedita ai commerci. Tale constatazione nasce dal fatto che al tempo dei marinai micenei, le città non esistevano nei loro luoghi di origine. In patria, essi abitavano secondo un’organizzazione pre urbana che faceva riferimento alla reggia di un monarca. Tali insediamenti avevano un carattere diverso da quello di una città, intendendo con questo termine, il tipo di insediamento che successivamente realizzeranno i coloni. Per quanto riguarda invece questa fase, si trattava di gruppi di abitazioni dispersi su un territorio agricolo dominato dalla residenza – fortezza di un re, le cui prerogative possono essere immaginate attraverso le vicende che ci sono descritte dai poemi epici e che vedono protagonisti personaggi come Agamennone, Menelao o Achille. Tali notizie assumono invece una diversa valenza, dato che confermano che la colonizzazione greca fu in diversi casi preceduta da una serie di contatti d’età micenea. Di questi avvenimenti rimarranno significative testimonianze nei miti di fondazione della città, in ragione del fatto che essi saranno utilizzati dai coloni per ribadire, attraverso la tradizione, il loro legittimo diritto al possesso del territorio.

 

Il ritorno da Troia dei principi Achei

Chiariti questi aspetti generali, possiamo affermare che le testimonianze letterarie pertinenti al momento, fanno riferimento alle vicende dei guerrieri Achei reduci da Troia che, nel nostro caso, riguardano in primo luogo Filottete. Gli aspetti salienti di questo mito attribuiscono all’eroe la fondazione di alcune città dei barbari e di un santuario di Apollo, mentre l’epilogo lo vede morire al fianco dei Rodii combattendo gli Ausoni. L’ambientazione, comunque, è in riferimento ad un’epoca nella quale non erano state ancora realizzate le città degli Achei. Filottete rappresenta solo un loro mitico antenato, le cui gesta furono successivamente inventate dai coloni per creare una tradizione che rendesse legittima la conquista del territorio e la fondazione delle città. Diciamo “delle città”, in quanto il mito coinvolge un ampio territorio, che poi vedrà la nascita di Crotone e di Sibari e successivamente di Thuri. In questo senso, ciò esclude che ai Micenei possa essere fatta risalire la fondazione di una qualche città più antica, perché il mito interessa complessivamente quest’area e seppure ne tiene conto, non implica una suddivisione tra le diverse realtà cittadine. Se ne ricava che attraverso il mito di Filottete, i coloni tramandarono quella serie di avvenimenti che videro protagonisti gli Achei ed i barbari all’epoca della navigazione micenea, avvenimenti che, in particolare, mettono in risalto il ruolo dell’eroe quale fondatore di un gruppo di città abitate dai Choni. Questi ultimi sono ritenuti una popolazione affine agli Enotri, alla quale non solo la tradizione attribuisce una remota identità greca, ma con la quale, successivamente, sia i Sibariti che i Crotoniati, instaureranno un particolare rapporto di vicinato. Il coinvolgimento nel mito dei Choni e degli Ausoni, con l’intervento dell’eroe che si sarebbe manifestato in favore dei primi e contro i secondi, sottolinea che gli Achei si attribuirono il merito di una riorganizzazione del territorio che avvenne a scapito degli Ausoni. Tale ruolo, svolto emblematicamente da Filottete, lo qualifica chiaramente come un eroe precursore della civilizzazione del territorio (il fondatore delle città dei Choni) ed attraverso la sua origine, lo mette in diretta corrispondenza con i coloni Achei. In questo modo è possibile evidenziare che nelle leggende che servirono a rappresentare quella che sarà una situazione di fatto successiva, si inseriscono i ricordi di una serie di avvenimenti del passato che, da una parte, sono legati alle antiche origini dei coloni e, dall’altra, ai fatti connessi alla navigazione micenea.

 

Il mito delle sirene

Accanto alle peregrinazioni di Filottete, un’altra leggenda che in riferimento all’età del bronzo, evidenzia la presenza dei marinai micenei nel territorio di Crotone è quella delle sirene. Nell’immaginario dei Greci ed a differenza di come invece le raffigureranno i marinai di epoche successive, esse erano uccelli con una testa femminile, capaci con il loro canto di ammaliare i naviganti, fino al punto da far loro perdere il controllo della nave fino al naufragio, come conosciamo dal famoso episodio che nell’Odissea ha per protagonista Ulisse. Il legame di questi esseri malvagi con la navigazione, la cui rappresentazione è possibile riferire proprio ai Rodii[9], è sottolineata dalla possibilità di rilevare la loro presenza in una serie di aree che corrispondono all’itinerario tirrenico praticato dai marinai micenei. Secondo il mito, infatti, le sirene non erano riuscite a provocare il naufragio di Ulisse (che si era premunito facendosi legare e turando con la cera le orecchie dei compagni) e si sarebbero date la morte precipitandosi in mare. A questo punto, i loro corpi sarebbero stati trasportate dalle onde fino a raggiungere le spiagge di Terina, Napoli e di punta Licosa presso Poseidonia. Seppure il mito non citi espressamente Crotone (e non potrebbe perché riferisce di una situazione precedente alla nascita della città), esso ha una serie di importanti connessioni con il suo territorio che si legano alla percorrenza di un itinerario che abbiamo già messo in luce nelle epoche precedenti. Al mito delle sirene è infatti collegata Terina, una città che la tradizione vorrà fondata dai Crotoniati sul Tirreno, della quale solo recentemente si è riusciti a determinare l’ubicazione. Senza entrare per adesso nella questione della sua fondazione, possiamo affermare che la citazione di Terina nel mito è in correlazione con la sua posizione strategica riguardo alle possibilità di comunicazione con la sponda ionica, che ne fa un nodo fondamentale per le possibilità di traffico lungo questa via. Considerate le connessioni tra questo mito e la navigazione dei Rodii e considerato quanto abbiamo potuto evidenziare a proposito del coinvolgimento di questi ultimi nel mito di Filottete, risulta una corrispondenza diretta tra le due aree che, d’altronde, è possibile costatare sia nelle fasi precedenti a questa che in quelle successive.

 

La leggenda degli Argonauti

I soggetti e le vicende descritte sono evidenziabili anche attraverso il mito degli Argonauti, che riferendosi ad una generazione prima della guerra di Troia, racconta la spedizione che Giasone ed i suoi compagni intrapresero a bordo della nave Argo per andare alla ricerca del vello d’oro. Questa favola narra che gli Argonauti, partiti da Iolco in Tessaglia, raggiunsero la Colchide nel Mar Nero, dove impossessatisi del vello d’oro, avrebbero ripreso il ritorno, toccando diversi luoghi dell’Italia. Questa leggenda, che descrive un’avventura fantastica, contiene una serie di elementi ben più reali. Essa rievoca l’epopea dei navigatori micenei che, sfidando i pericoli della navigazione, solcavano le rotte del Mediterraneo per approvvigionarsi di metalli, il cui uso caratterizza la fase che stiamo trattando. Tale situazione è evidenziata dal coinvolgimento della Colchide (il luogo che secondo la tradizione aveva visto la nascita della metallurgia) e di aree minerarie molto importanti, come per esempio la costa toscana e l’Isola d’Elba. Dallo svolgimento del mito si ricavano poi altri aspetti che introducono alcuni elementi legati all’esperienza coloniale. Il primo è che la leggenda trova la sua origine a Iolco nella Tessaglia, una regione fortemente legata al mito dei Pelasgi[10] e il secondo che agli Argonauti viene attribuita la fondazione del tempio di Hera Argiva alla foce del fiume Sele presso Poseidonia[11]. Tale fondazione, sottintende una presa di possesso di quest’area che avverrà nella realtà solo successivamente, quando tale divinità diventerà la protezione simbolica dello spazio politico delle città degli Achei nei confronti del mondo dei barbari.

 

L’Odissea di Ulisse  

Abbiamo visto come la tradizione greca abbia rappresentato la navigazione micenea attraverso un modello costruito sul racconto dei viaggi che i guerrieri Achei avrebbero intrapreso una volta partiti da Troia. Tra essi spicca quello di Ulisse che Omero ha popolato di maghe, ciclopi, mostri ed altri esseri fantastici, come si conviene ai racconti che accompagnano i viaggi di tutti i marinai. In questo senso, l’Odissea costituisce una rappresentazione mitica della realtà che, attraverso le avventure fantastiche di Ulisse e dei suoi compagni, rende conto delle esperienze vissute dai marinai Achei sulle rotte del Mediterraneo durante l’epoca micenea. Esse ci permettono di recuperare un contesto che, seppure riferito all’epoca micenea ed alla navigazione che gli Achei realizzarono durante l’età dei metalli, stabilisce un collegamento con la realtà delle città. Ciò si rende evidente dal fatto che la tradizione, nata in un’epoca in cui già esistevano le colonie, non le cita volutamente, ma si sofferma su una serie di aree molto importanti che successivamente saranno controllate dai Greci e che, in alcuni casi, vedranno la nascita di una realtà urbana solo diverso tempo dopo la prima ondata coloniale. In questo senso i miti che riferiscono della presenza di Ulisse non citano espressamente Crotone (rimandano infatti ad una realtà precedente) ma forniscono lo stesso una rappresentazione compiuta che vedrà in seguito protagonista la città. Essi coinvolgono realtà costiere come Scylletio[12] e si ricollegano, per quanto detto, alla presenza delle sirene a Terina. Ciò avviene perché queste leggende presuppongono la percorrenza della via istmica, ma anche quella di altre realtà interne legate ai principali punti di attraversamento est-ovest della Calabria. Ad Ulisse è, infatti, legata la fondazione del santuario di Polite a Temesa[13]. Non è un caso, che facendo riferimento alle aree interne della Calabria, la tradizione greca tramandi l’esistenza del centro minerario di Temesa, il cui ricordo presente nell’Odissea[14], costituisce un riferimento molto remoto. Tale antichità risulta in collegamento sia con il ruolo che questo centro svolse nell’ambito del commercio dei metalli, sia con le sue origini ausonie. Bisogna comunque dire che l’attribuzione di Temesa alla Calabria risultava controversa già tra gli storici antichi, anche se oggi si ritiene, abbastanza unanimemente, che la sua ubicazione debba essere ricercata nel tratto centrale del versante tirrenico. Ciò secondo valutazioni che tengono conto dello sbocco delle vie istmiche che, in quest’area, permettono i collegamenti con il rispettivo versante ionico. Tale identificazione che si giova della netta presa di posizione di Strabone[15], consente di attribuire a Temesa un ruolo importante anche in epoca storica strettamente connesso alla sua posizione geografica ed alla sua disponibilità di risorse minerarie. Strabone, infatti, non solo riferisce che la città fu fondata dagli Ausoni, ma collega ad essa il ricordo della morte di Polites compagno di Ulisse, in onore del quale, quest’ultimo, avrebbe fondato un santuario in prossimità della città. Se l’origine ausonia di Temesa può considerarsi un riferimento generico, ma coerente con l’identificazione che la tradizione assegna a questa popolazione, l’episodio della morte di Polites, ricordato anche da Pausania[16], è un chiaro segnale, che, oltre a ribadire il ruolo di Temesa legato al commercio dei metalli, consente, come vedremo presto, di circoscrivere la sua realtà ad un’orbita controllata dai Greci. Non deve a questo punto apparire strano che per Temesa, come del resto per altri centri pertinenti alla percorrenza delle aree interne, la tradizione tramandi una fondazione greca antichissima[17]. Ciò deriva da una frequentazione molto remota ed al fatto che questi centri, essendo strategici per i movimenti interni, saranno controllati dagli Achei dopo la fondazione delle loro città. Ritornando invece all’età del bronzo, possiamo dire che tale frequentazione non costituisce un’esclusività greca, perché il mito dimostra di contemplare anche presenze diverse. Ciò si rende evidente proprio nel caso di Ulisse, al quale si ricollegano, in epoca storica, i miti che riferiscono dell’origine degli Etruschi, un popolo che ha condiviso con i marinai achei dell’età micenea e con altri, gran parte degli avvenimenti che abbiamo evidenziato e che ha lasciato consistenti tracce della propria presenza nel territorio di Crotone.

 

Le peregrinazioni di Enea

Accanto ai racconti che riferiscono dei viaggi di ritorno che gli Achei intrapresero dopo la conquista di Troia, le vicende dell’età micenea ci sono descritte anche attraverso il celebre racconto epico che ha per protagonista Enea. Fuggito da Troia in fiamme, egli avrebbe compiuto un lungo viaggio per mare prima di approdare nel Lazio, dove avrebbe posto le basi per la nascita di Roma. Analogamente ai casi visti, anche qui Virgilio opera una ricostruzione letteraria, che ha un riferimento preciso alle vicende che riguardarono la navigazione lungo le coste italiane durante l’età del bronzo, e che è presentata come preludio alla nascita della realtà urbana. Percorrendo una rotta costellata di avventure, Enea incontra popoli ostili ed amici, lotta contro esseri malvagi, affronta la furia degli elementi e subisce la volontà degli dei come i personaggi già menzionati. Come essi compie atti che ne sottolineano il ruolo di precursore della civilizzazione. In questo senso lo troviamo recarsi a Delo per interrogare l’oracolo di Apollo, seppellire il padre in Sicilia, partecipare con i suoi compagni a concorsi agonistici, tracciare i confini di città e compiere i riti del caso, secondo uno schema che avremo modo di approfondire. Tali constatazioni generali, non ci permettono, al momento, di introdurre grandi elementi di novità, ma alcuni brani del poema di Virgilio ci offrono lo spunto per evidenziare aspetti relativi a testimonianze già scorse e che in questo caso possono essere meglio circostanziate. Si tratta, in particolare, di un brano che trova Enea e i suoi compagni coinvolti in un episodio analogo a quello descritto da Strabone e da Licofrone, che avrebbe visto Filottete ed i suoi subire l’incendio delle navi da parte delle loro donne troiane[18]. Nel caso dell’episodio riferito nell’Eneide, mentre in Sicilia i Troiani erano ospiti di Aceste (un sovrano del luogo figlio della ninfa troiana Egesta) le loro donne, radunate presso la riva del mare, su istigazione di Giunone (Hera), con i tizzoni che ardevano sugli altari del vicino tempio di Nettuno (Poseidone) dettero fuoco alle navi, con l’intento di mettere fine alla pena del loro lungo viaggio. Le analogie esistenti tra questi due episodi trovano poi un’ulteriore conferma, questa volta più specifica, quando Strabone riferisce, in due diversi passi[19], che successivamente allo sbarco presso il Neto, una parte dei compagni di Filottete, guidati dal troiano Egesto, ripresero il mare e giunti in Sicilia fondarono Egesta (la Segesta dei Romani). Il collegamento con la realtà siciliana, è poi confermato anche in una seconda occasione, quando, sul finire del VI secolo, il crotoniate Filippo, entrato in disaccordo con i propri concittadini, fu esiliato e si unì alla spedizione di Dorieo che intendeva insediarsi in Sicilia, ma che fu completamente annientata dagli Egestani. In tale frangente, Erodoto ricorda che questi ultimi avevano eretto a Filippo una splendida tomba venerandolo come una divinità[20]. Seppure avremo modo di ritornare su questi fatti, al momento possiamo dire che quanto ci riferisce la tradizione in merito alle vicende di Filottete, avvalora la serie di constatazioni che abbiamo precedentemente espresso. Quest’ultima contempla una serie di presenze non riconducibili in via esclusiva agli Achei e testimonia di una realtà precedente alla fondazione, dove le vicende dei marinai dell’età del bronzo sono comprensibilmente dominate da Nettuno/Poseidone, la divinità a cui veniva riconosciuta la sovranità sull’ambiente marino. Una tradizione più tarda dimostra di essere, invece, quella riferita da Dionigi di Alicarnasso[21], dove si cita la presenza di Enea presso il santuario di Hera al capo Lacinio e si riferisce di un dono votivo (una coppa di bronzo), che l’eroe avrebbe offerto alla dea. In questo caso, la tradizione non è pertinente alla fase che vede protagonisti i coloni achei, ma può essere ricondotta ad un momento molto successivo, riferibile alle trasformazioni del territorio operate dai Romani.

 

I secoli bui del Medioevo Ellenico

I contatti tra i marinai micenei e le popolazioni dell’Italia, ad un certo punto subirono una battuta d’arresto, in virtù degli avvenimenti che interessarono i regni micenei in patria. Si tratta del periodo compreso tra i sec. XII – IX ed VIII a.C., che ci è poco noto e per il quale si usa comunemente l’espressione di Medioevo Ellenico, che allude ad un regresso di civiltà o meglio, ad un’epoca di profonda trasformazione nella civiltà ellenica. Senza nasconderci il carattere piuttosto ipotetico delle nostre affermazioni, vediamo gli aspetti meno dubbi di questo periodo. L’avvenimento principale, o comunque quello che ebbe il maggior peso nel determinare le conseguenze, fu l’invasione della Grecia da parte dei Dori, che li portò all’inizio del sec. XII a.C. alla conquista del Peloponneso. Discesi in Grecia attraverso l’Illiria e l’Epiro, da una parte e attraverso la Macedonia e la Tessaglia dall’altra, i Dori si diressero verso l’istmo di Corinto, risparmiando l’Attica, difesa dalla catena montuosa del Citerone e penetrati nel Peloponneso, arrivarono, col trascorrere del tempo, all’occupazione delle Cicladi, fino a raggiungere Creta e Rodi. A tale invasione seguì una fase di assestamento che, da una parte, determinò una serie di spostamenti delle popolazioni residenti ed una migrazione verso le coste dell’Asia Minore e, dall’altra, provocò un’interruzione dei contatti tra l’Italia ed il mondo miceneo. Quest’interruzione si protrasse fino alla seconda metà del sec. XI a.C., quando è possibile evidenziare una ripresa che vede in primo luogo protagonisti i Rodii[22], la cui presenza nel territorio di Crotone è segnalata dal loro coinvolgimento nel processo di acquisizione del territorio da parte degli Achei[23], come ci viene descritto a proposito del mito di Filottete.

 

L’età del ferro

La fine dell’età del bronzo (all’incirca il periodo compreso tra i sec. XII e X a.C.) è un momento di notevole importanza, in quanto coincide con quello della formazione dei popoli che saranno protagonisti della fase che in parte precede ed in parte accoglie la fondazione della città (età del ferro sec. IX – VIII a.C.) e che in diversi casi dovranno subire l’arrivo dei Greci. Tra di essi, gli Enotri appaiono la popolazione principale che i coloni trovarono in Italia meridionale, come indicano i resoconti relativi alla fondazione di diverse città ed il fatto che i Greci, oltre che Esperia (terra posta a occidente), chiamavano Enotria (terra degli Enotri) tutta l’Italia da essi conosciuta. Accanto a quest’evidente generalizzazione, la tradizione, sempre in maniera frammentaria, consente di circostanziare meglio il popolamento di alcune aree, come nel caso del litorale ionico compreso tra Siri e Crotone. Quest’area sarebbe appartenuta ai Choni, una sorta di parenti degli Enotri[24] ai quali, anche in questo caso, sono attribuite le solite remote origini greche. Riguardo ad essi la tradizione ci fornisce alcune notizie basate sulle vicende dell’eroe greco Filottete, all’opera del quale viene fatta risalire la fondazione di alcune loro antiche città. I pochi riscontri archeologici e la confusione generata dal fatto che le versioni fornite non sembrano accordarsi tra di loro, ha fatto sì che l’identificazione di questi centri sia ancora molto controversa, dando luogo a diverse interpretazioni.[25] Essi sono comunque ritenuti pertinenti all’area del Neto ed in particolare alla zona situata a nord del fiume, dove l’indagine archeologica ha evidenziato la presenza di insediamenti dell’età del ferro, che sono considerati affini ai centri enotri della Calabria nord orientale[26]. In questo periodo in ogni caso, appare un altro popolo che sembra aver caratterizzato il territorio di Crotone, ed in particolare le aree costiere a sud della città. Eforo di Cuma eolica citato da Strabone, riferisce che prima dell’arrivo dei Greci, il luogo della città fu abitato dai Iapigi[27] e lo stesso Strabone[28] identifica i tre promontori che seguono a sud quello Lacinio, come “i tre promontori degli Iapigi”[29]. La notizia potrebbe essere avvalorata dal fatto che questo toponimo si ritrova anche all’altro limite del golfo di Taranto[30], e dal fatto che gli Iapigi, che all’inizio dell’età del ferro troviamo in un’area che comprende parte della Puglia, vengono accreditati di una avanzata verso sud, che avrebbe portato i Siculi a migrare in Sicilia[31]. A questo punto, seppure in maniera sfumata, appare un quadro etnico del territorio. A prescindere dalle localizzazioni assegnabili a ciascuna popolazione, possiamo affermare con sufficiente sicurezza, che durante l’età del ferro esso si presentava come una realtà composita, divisa tra popolazioni diverse. Altrettanto sicuramente, possiamo affermare che queste popolazioni abitavano il territorio in maniera diversa da come avrebbero poi fatto gli Achei, vista la capacità di questi ultimi di governarlo successivamente in maniera egemone. Se non si ammette l’uso di qualche arma segreta, bisognerà convenire che la superiorità politico-militare degli Achei si manifestò in virtù della loro capacità di assumere sul terreno un assetto diverso rispetto ai predecessori. Tale realtà che si delinea velatamente attraverso il poco che abbiamo potuto evidenziare al momento, trova le sue conferme ad un esame più accurato delle vicende che riguardarono l’arrivo dei coloni. Essi non furono una moltitudine di sbandati che vagavano alla ricerca di un luogo enigmaticamente segnalato da un indovino, ma un gruppo piccolo e ben organizzato di uomini e di donne, che avrebbe impresso una svolta storica così epocale, da costringerci ancora oggi a cercare la traccia ancora percettibile del loro passaggio.

 

Note

[1] B. d’Agostino, L’esperienza coloniale nell’immaginario mitico dei Greci, p. 209-210, in I Greci in Occidente, ed. Bompiani 1996.

[2] Licof. 910-929.

[3] Dion. di Alic. I, 11, 2-4; 12, 1; Strab. V, 3, 6.

[4] Arist., Pol. 1329 b.

[5] Questa via risulta il principale percorso usato dai Crotonesi in epoca medievale.

[6] Dion. di Alic. I, 11, 2-4; 12, 1.

[7] Erod. I, 56.

[8] Strab. V, 2, 4.

[9] Sull’origine del mito delle sirene e sul ruolo svolto dai Rodii, vedi M. Napoli, Civiltà della Magna Grecia, p. 127, ed. Eurodes, 1982.

[10] Strab. V, 2, 4.

[11] Strab. VI, 1, 1.

[12] Scol. ad Aen. III, 55; Cassiodoro, Var., VII, 15.

[13] Strab. VI, 1, 5.

[14] Omero I, 184.

[15] Strab. VI, 1, 5.

[16] Paus. VI, 6, 7-11.

[17] A tale situazione fanno riferimento le notizie che attribuiscono a due centri nodali di tali vie, Pandosia e Temesa, una fondazione greca molto antica. Pandosia sarebbe stata una colonia achea contemporanea di Metaponto, mentre Temesa, fondata dagli Ausoni, sarebbe stata in seguito colonizzata dai Greci.

[18] Strab. VI, 1, 12; Licof. 921; 1075-82.

[19] Strab. VI, 1, 3; VI, 2, 5.

[20] Erod. I, 56.

[21] Dion.di Alic. 1, 51, 3.

[22] M. Napoli, op. cit., p. 51.

[23] Ps. Arist., De Mir. Aus., 107; Licof. 910-929.

[24] Arist., Pol. VII, 10.

[25] A Filottete, Strabone (VI, I, 13) attribuisce la nascita di Petelia e citando Apollodoro indica le città di Chone e Crimissa, quest’ultima ricordata anche da Licofrone (910-929). Anche Virgilio (Eneide III, 401-2) indica la fondazione di Petelia da parte di Filottete, mentre Lo Pseudo-Aristotele (De Mir. Aus., 107), non cita Petelia, ma attribuisce a Filottete la fondazione di Macalla.

[26] M. Giangiulio, Ricerche su Crotone arcaica, p. 224, S. N. S. di Pisa, 1989.

[27] Strab. VI, 1, 12.

[28] Strab. VI, 1, 11.

[29] Con ogni probabilità sono da riconoscere negli odierni capo Cimiti, capo Rizzuto e Punta Le Castella.

[30] Anticamente il capo di S. Maria di Leuca che costituisce il limite nord del golfo di Taranto, era chiamato il promontorio Iapigio.

[31] Ellanico di Lesbo (apud Dion. di Alic. 1, 22) riferisce che Siculo, re degli Ausoni, fu scacciato dagli Iapigi e migrò in Sicilia tre generazioni prima della guerra di Troia.