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Pitagora 1

Pitagora (da www.vocearancio.ingdirect.it)

La distruzione di Sibari

Nell’ultima parte del VI secolo[1] la situazione di conflitto evidenziata in precedenza, determinò avvenimenti fondamentali nella storia di Crotone, a cominciare da ciò che la tradizione ha esemplificato nel racconto della distruzione di Sibari, dove è sottolineata la scomparsa della città nel breve arco di pochi giorni, attraverso un eclatante ed amaro epilogo. Come a proposito di Siri, anche in questo caso e per le stesse ragioni, non si può pensare ad una distruzione che avrebbe portato alla cancellazione della città. Le acque del Crati[2] che i Crotoniati avrebbero deviato sulle rovine della città, considerata tra le più prospere ed opulente del modo greco, costituiscono solo una metafora, con la quale fu rappresentata la fine di una società che aveva superato una certa dimensione prevalentemente aristocratica ed agraria, e si era incamminata verso uno sviluppo che il moralismo greco condannerà senza possibilità di appello. Né vale molto quanto a proposito hanno scritto gli storici antichi, che giustificarono il crollo della potenza dei Sibariti con la decadenza dei loro costumi. Tale ricostruzione moralistica, che tende a delegittimare gli sconfitti, nasconde, come al solito, una situazione più sostanziale, che prende le mosse dagli avvenimenti che, sul finire del VI secolo, portarono Telis  alla costituzione di un regime tirannico a Sibari. Questo fatto, alla luce degli avvenimenti scorsi, deve essere stato visto dai Crotoniati, o almeno dal gruppo di potere al governo, con sicura preoccupazione. Ciò in virtù dei legami che fino a quel momento erano esistiti con Sibari. Un vicino legato da vincoli di stirpe e da solidi rapporti, come dimostrano gli avvenimenti passati e come ci è riferito, anche in questo caso, relativamente all’asilo che i Crotoniati avrebbero concesso agli esuli allontanati in seguito alla tirannide, ed al legame sentimentale che ci sarebbe stato tra il crotoniate Filippo e la figlia di Telis. Questo Filippo è una figura particolarmente rappresentativa per i fatti che stiamo descrivendo. Egli è presentato come il promesso sposo della figlia di Telis, mentre poi sarebbe stato esiliato, proprio in virtù di questo suo legame, a seguito del precipitare dei rapporti tra Sibari e Crotone[3]. Per quanto possiamo costatare, l’esilio di Filippo rappresenta una diaspora determinata da un contrasto interno verificatosi prima dello scontro con Sibari, nel quale si evidenziano le crepe interne che determineranno il crollo dello stato aristocratico crotoniate. La situazione interna della città non era delle più rosee per chi deteneva il potere sin dall’epoca della sua fondazione. In essa si annidava un dissenso che si era delineato già dall’indomani della sconfitta patita ad opera dei Locresi.

 

La triste storia di Filippo e Dorieo

Il ruolo assegnato a Filippo dalla tradizione, in relazione ai fatti che determinarono la distruzione di Sibari, dimostra di essere stato costruito con una serie di intenti precisi, che si riferiscono ad una frattura all’interno della società aristocratica sia a Sibari sia a Crotone. In tal senso, questa situazione è sottolineata attraverso il collegamento con la figura di Telis, ma anche quando si riferisce che Filippo, ormai esule, si sarebbe unito alla spedizione in Sicilia di Dorieo[4], il personaggio al quale i Sibariti attribuivano la colpa di aver aiutato i Crotoniati a distruggere la loro città. Erodoto riferisce che ai suoi tempi (circa la metà del V secolo) i Sibariti testimoniavano in questo senso, mentre i Crotoniati ammettevano solo di essere stati sostenuti da Callia di Elide, al quale avevano dato asilo dopo che si era allontanato da Sibari[5]. Per comprendere la natura di questa polemica, serve comunque chiarire meglio la storia dei due, in particolare di Dorieo che era figlio della seconda moglie di Anassandrida re di Sparta. Alla morte di quest’ultimo, la successione legittima spettò però a Cleomene, figlio della prima moglie, provocando il risentimento di Dorieo che per non restare sottomesso al fratellastro, chiese ed ottenne dagli Spartani degli uomini per partire e fondare una colonia. Inizialmente egli si sarebbe diretto in Libia senza consultare gli oracoli, ma ne fu scacciato dopo due anni. Allora Dorieo si recò a consultare la Pizia a Delfi, che gli indicò di andare a colonizzare la terra di Erice in Sicilia perché essa “apparteneva agli Eraclidi, poiché l’aveva colonizzata Eracle”[6]. A questo punto s’imbarcò per raggiungere la Sicilia e durante il viaggio, ebbe modo di aiutare i Crotoniati nella guerra contro Sibari, di erigere preso il Crati un tempio ad Atena e di accogliere con sé Filippo. Giunto in Sicilia, la spedizione però fallì, e Dorieo trovò la morte, come la maggior parte dei suoi compagni, per mano di Fenici ed Egestani. Questi ultimi avrebbero eretto una tomba per Filippo e lo avrebbero onorato come una divinità con offerte e doni votivi. Il contesto recuperabile da queste notizie, ci consente di evidenziare, che seppure l’epopea di Dorieo è ambientata all’epoca della caduta di Sibari, essa fa riferimento alla tradizione della colonizzazione dell’Italia. In particolare, tale riferimento è al mito di Ercole, con il quale si rappresenta, tanto l’episodio che vede Ercole sconfiggere Erice ed in questo modo acquisire il diritto di possesso di quelle terre, sia quello che vede lo stesso eroe macchiarsi di omicidio al capo Lacinio e predire la nascita di Crotone. Entrambe le storie ricalcano il solito schema e da questo punto di vista non ci dicono nulla di nuovo, anche se l’episodio sembra trovare un parallelo con quello che vede coinvolto Filottete[7] che, analogamente, dimostra di ricollegarsi alle vicende che riguardarono le fasi precedenti alla fondazione della città. Strabone riferisce, infatti, che mentre Filottete colonizzava Crimissa e Chone “… alcuni dei suoi compagni, essendosi spinti in Sicilia, presso Erice, sotto la guida di Egeste Troiano, fortificarono Egesta.” , ribadendo successivamente[8] che i compagni di Filottete fondarono Segesta dopo essere passati dal territorio di Crotone. Questo riferimento remoto, è poi rimarcato attraverso l’episodio che attribuisce a Dorieo la fondazione di un tempio ad Atena in prossimità del Crati, che dimostra di riprodurre lo schema della fondazione del tempio di Apollo Aleo attribuito a Filottete[9]. La figura di Dorieo ci offre in ogni modo, altri spunti più pertinenti a questa fase. Essa rende conto di una serie di avvenimenti che ruotano attorno all’abbandono forzato della patria, cosa che avviene perché il principe spartano non poteva legittimamente succedere al padre nei confronti del fratellastro. Questa storia dimostra dunque, di essere stata costruita con l’intento di rappresentare l’impossibilità di attaccare i privilegi acquisiti, cosa che avrebbe portato Dorieo a divenire un esule al pari di Filippo. Questa chiave di lettura, che giustifica il ricorso alla figura di Dorieo, omologando ad essa quella di Filippo, non ci consente di indagare sulla reale partecipazione del principe spartano nei fatti relativi alla caduta di Sibari. Appare però possibile evidenziare come la base ideologica su cui poggia la polemica sibarita, sia costituita dalla rottura di quell’unità achea che aveva contraddistinto la vita delle due città fino a quel momento. Essa, infatti, si basa sull’accettazione da parte dei Crotoniati, di elementi dorici estranei a quelli che erano stati, fino a quel punto, i legami di stirpe che gli Achei avevano saputo salvaguardare.

 

Le premesse del conflitto

Accanto alla possibilità di evidenziare le condizioni di instabilità interna alla realtà degli Achei, la tradizione ci fornisce anche una lettura dei fatti che portarono all’accendersi del conflitto, indugiando, in particolare, sulle profonde differenze che avrebbero caratterizzato le due città. Sibari viene presentata come oramai decadente e corrotta, mentre a Crotone viene riconosciuta un’identità ancora aderente ai canoni greci di giustizia e rettitudine. In questa direzione si può interpretare la notizia secondo cui i Sibariti, con molta faciloneria, avrebbero concesso la loro cittadinanza agli stranieri[10]. Scorrendo questa tradizione, troviamo che il primo atto fu una rivoluzione con la conseguente presa di potere di Telis, che provocò quella che sembra essere stata una spaccatura nella cittadinanza di Sibari, tanto che 500 cittadini furono allontanati in conseguenza dei fatti e la loro terra confiscata. Considerato che in diversi casi (Crotone, Locri, Reggio, Cuma, Agrigento) i governi aristocratici sarebbero stati composti da 1000 cittadini, possiamo supporre che, attraverso la citazione del numero degli esuli, la tradizione abbia voluto evidenziare la spaccatura della città, dove seppure s’instaurò la tirannide, la fazione sconfitta ed in esilio manteneva possibilità concrete di ritornare al potere. Telis a questo punto, avrebbe chiesto la restituzione degli esuli accolti a Crotone e di fronte all’indecisione dei Crotoniati, che avevano mandato presso di lui una delegazione di ambasciatori per trattare la questione, reagì in modo brutale e violento facendoli uccidere e scaraventare fuori delle mura. Non c’è comunque da meravigliarsi dell’atteggiamento che la tradizione attribuisce al tiranno, la descrizione di questi avvenimenti, che tendono a motivare la successiva entrata in guerra dei Crotoniati, avviene nel solco di una tradizione tutta centrata sull’inettitudine e la corruzione dei Sibariti. Sfaticati, rammolliti, dediti ai piaceri più raffinati, essi si sarebbero resi autori di atti molto riprovevoli, sfociati nel caso della guerra con Crotone, in aperte violazioni della morale e delle leggi greche, come il mancato riconoscimento dell’asilo concesso dai Crotoniati ai loro esuli e l’uccisione a tradimento degli ambasciatori. A questa corruzione annidata nella città di Sibari, la tradizione contrappone la rettitudine dei Crotoniati e l’austerità dei loro costumi. Ossequiosi e pii, al contrario dei Sibariti, essi si sarebbero posti in difesa degli esuli, affrontando i rischi di una guerra, solo per difendere dei giusti principi morali. E’ in questo contesto che secondo la tradizione, Pitagora si schierò apertamente in difesa degli esuli ed in un discorso ai Crotoniati, indecisi sulla posizione da assumere di fronte ai fatti, li esortò ad intraprendere la guerra[11]. Non a caso, la tradizione riferisce che fu proprio Pitagora a convincere i Crotoniati a scendere in guerra, dimostrando di seguire il filone scontato che accreditava il filosofo quale irriducibile avversario della tirannide. Se è legittimo pensare che le simpatie dei Pitagorici andassero in direzione di una guerra e se indecisione ci fu, è certo che l’aristocrazia crotoniate si trovò di fronte ad una scelta difficile ma obbligata, minacciata com’era dall’affermazione di quest’idea così sovversiva che, dopo essere stata accolta a Sibari, rischiava di trovare rapido consenso anche all’interno della città.

 

La battaglia del fiume Traente

Anche il resoconto della battaglia che oppose Crotoniati e Sibariti sul fiume Traente (ritenuto l’odierno Trionto) evidenzia una netta contrapposizione ideologica. In questa guerra i Sibariti secondo Diodoro siculo[12] e Strabone[13], schierarono un esercito immenso composto da 300.000 uomini, che si riducono a 100.000 secondo lo Pseudo Scimno[14]. Per Diodoro Siculo[15] i Crotoniati si contrapposero con 100.000 uomini. Tali volute sproporzioni, analogamente ai casi precedenti, sono utilizzate per sottolineare l’eccezionalità dell’avvenimento, attraverso il solito schema della vittoria dei giusti che, seppure inferiori per numero, ebbero ugualmente ragione dei nemici numerosi ma empi e corrotti. La disfatta di Sibari si sarebbe realizzata per il cedimento della sua famosa cavalleria, che sarebbe stata sconfitta per un fatto molto curioso[16]. I Crotoniati, conoscendo l’abitudine dei Sibariti di ammaestrare i cavalli, avrebbero mandato loro incontro dei suonatori di flauto. I cavalli a questo punto, si sarebbero messi a danzare disarcionando i cavalieri e lasciandoli in balia dei Crotoniati. A questo racconto che ridicolizza i Sibariti, la tradizione contrappone la virtù guerriera dei Crotoniati guidati dal loro atleta più famoso che, addirittura, oltre alle corone olimpiche, indossava la pelle di leone ed impugnava le armi di Ercole[17], l’eroe tanto caro alla tradizione di fondazione della città. Come vediamo, anche queste notizie marcano differenze pretestuose senza fondo di verità. Sappiamo che, per quanto riguarda l’epoca, gli eserciti greci, seppure a volte disponessero di piccoli contingenti di cavalleria, li utilizzavano solo durante la fase terminale di una battaglia, quando si trattava di inseguire il nemico in fuga. La famosa cavalleria sibarita rappresenta dunque, solo un’invenzione della tradizione, tesa a sottolineare l’ortodossia dei Crotoniati e della loro falange, il modello canonico greco di affrontare il nemico in battaglia. Nella sua descrizione c’è comunque un altro aspetto importante da considerare. Se, come viene riferito, essa si svolse veramente sul fiume Traente, considerato che le battaglie avvenivano convenzionalmente in prossimità dei confini, questo luogo deve essere riconosciuto come quello che al tempo divideva le due città achee. Lo svolgimento dello scontro lungo il fiume Traente, testimonia ed avvalora, infatti, quanto abbiamo in precedenza sostenuto. L’esistenza tra le due città di una zona cuscinetto, garantita dall’inviolabilità del santuario di Apollo Aleo, nel quale erano conservate le armi di Eracle consacrate da Filottete, l’eroe patrimonio comune dei Crotoniati e dei Sibariti. La sottrazione di queste reliquie da parte dei Crotoniati, che le avrebbero traslate nel tempio di Apollo della loro città[18], testimonia la rottura del patto, che fino a quel momento, aveva permesso di regolare il rapporto di vicinanza. In questo senso, come vedremo, quando i Sibariti abbandoneranno definitivamente il luogo primitivo della loro città, essi ne fonderanno una nuova presso il Traente, rimanendo sotto l’ala protettiva dei Crotoniati. In relazione alla ricomposizione dei confini, è da leggere anche l’episodio relativo all’alterazione del percorso del Crati operato dai Crotoniati, senza escludere, tra l’altro, modifiche naturali del percorso dei fiumi e del livello di falda, condizioni che in considerazione della situazione attuale, è fondato ritenere si possano essere verificate già in antico. La precisa identità sacra che hanno i fiumi nel definire i limiti politici e naturali della città greca, permettono comunque di evidenziare che da parte dei Crotoniati avvenne uno stravolgimento dell’assetto del territorio. Da una parte, ciò trova la riprovazione della tradizione e, dall’altra, evidenzia le mutazioni che si verificarono prestissimo nella sua struttura sociale.

 

La collera di Hera

Il coinvolgimento della sfera del divino e del soprannaturale negli avvenimenti, non poteva esulare da una serie di episodi relativi ad un coinvolgimento di Hera che, come divinità poliade delle due città e per le funzioni proprie del suo culto, è stata utilizzata dalla tradizione per rappresentare l’intero quadro ideologico dell’avvenimento. Alla sua azione si associa quella del santuario delfico che, in virtù delle sue solite funzioni regolatrici, avrebbe espresso una netta condanna del comportamento etico dei Sibariti, la cui empietà si era manifestata già all’epoca della guerra con Siri, quando essi si erano astenuti dal recarsi a Delfi per espiare la loro colpa. La tradizione, infatti, registra le conseguenze, facendo partire i fatti da molto lontano. Ciò con l’intento di rendere plausibile la giusta distruzione della città, ma anche di stigmatizzare la condotta delle colonie che erano arrivate a combattersi aspramente e stavano definitivamente perdendo la dimensione aristocratica caratterizzante tutta la loro fase arcaica. Oltre all’episodio legato alla profanazione del tempio di Atena a Siri, quando gli Achei si erano comunemente macchiati di omicidio, nel passato, i Sibariti si sarebbero resi autori di altri avvenimenti riprovevoli. Come nel caso di una manifestazione di canto, quando un suonatore di cetra fu coinvolto in una zuffa ed implacabilmente ucciso, dopo essersi rifugiato presso l’altare di Hera[19]. In questo caso la dea sarebbe apparsa vomitando bile, mentre un fiotto di sangue sarebbe sgorgato alla base del suo tempio. Ciò avrebbe indotto i Sibariti a recarsi a Delfi, ma in questo caso l’oracolo avrebbe respinto la delegazione, predicendo la fine imminente della città. I chiari intenti moralistici di questa tradizione, si evidenziano poi anche nelle fasi successive che avrebbero accompagnato la catastrofe della città. La collera di Hera si sarebbe manifestata, sempre attraverso il sangue che avrebbe invaso il pavimento del tempio, sia una seconda volta, in occasione dei fatti che avrebbero portato all’uccisione degli ambasciatori Crotoniati[20], sia quando i Sibariti, oramai assediati, si scagliarono contro Telis uccidendolo ai piedi dell’altare di Hera, dove aveva cercato rifugio[21]. Quest’ultimo episodio si riferisce ad una fase successiva alla battaglia del Traente, quando i Crotoniati cinsero d’assedio Sibari, determinando al suo interno una rivoluzione che avrebbe portato all’uccisione di Telis e dei suoi seguaci. Ciò comunque non placò i Crotoniati che, dopo 70 giorni d’assedio, espugnarono la città, la saccheggiarono e la cancellarono, deviando sulle sue rovine il corso del fiume Crati[22]. Secondo Erodoto[23] gli scampati alla devastazione trovarono ospitalità presso le loro colonie tirreniche[24]. Mentre, per Strabone, i pochi sopravvissuti ritornarono ad abitare la città, ma furono in seguito scacciati dagli Ateniesi e da altri Greci al tempo della fondazione di Thurii (444 a.C.)[25]. Seppure, in questo caso, non possa sfuggire il quadro complessivo che la tradizione utilizza con intenti fin troppo evidenti, l’episodio che avrebbe visto la definitiva scomparsa della città ci permette di evidenziare un aspetto particolare solo apparentemente non consono a questa matrice. Da una parte, l’empietà dei Sibariti è costantemente rimarcata, attraverso chiari riferimenti alla contaminazione oramai irreversibile della città, che sono messi in luce anche in contrapposizione alla legittima condotta dei Crotoniati. Dall’altra, l’epilogo di tutta la vicenda avrebbe visto proprio questi ultimi commettere azioni riprovevoli, che avrebbero deviato da quella che fino a quel punto, era stata una legittima conduzione della guerra. Essi, pur avendo sconfitto i Sibariti, ed in presenza di una situazione che vedeva questi ultimi pronti ad arrendersi, si sarebbero fatti prendere la mano, lanciandosi in un attacco contro la città, che avrebbe portato ad un massacro indiscriminato, ad un saccheggio ed, attraverso la deviazione del Crati, allo sconvolgimento dell’assetto naturale di Sibari. La precisione con la quale sono descritti questi avvenimenti, porta a chiederci perché, in una tradizione che appare così dichiaratamente contro i Sibariti, proprio l’epilogo della vicenda avrebbe visto i Crotoniati uscire dall’aurea dei giusti. La risposta è insita nella presa di posizione complessiva di questa tradizione, e spiegabile attraverso gli avvenimenti successivi. Essi porteranno ad uno stravolgimento di quella che era stata la realtà originaria delle colonie, assicurata dalla loro dimensione arcaica di stampo aristocratico. Non a caso la tradizione indulgerà sempre benevolmente verso la piccola Locri, che, tenendosi strette le sue antiche e ferree leggi, riuscirà a conservare la sua realtà aristocratica per un tempo più lungo.

 

Le conseguenze

La possibilità di circostanziare meglio la situazione, ci è offerta dalla tradizione che descrive gli sviluppi che interessarono la realtà interna di Crotone. Seppure, infatti, le fonti presentino l’avvenimento come uno scontro tra le due città achee, esso fu nella sostanza anche un conflitto che interessò le rispettive fazioni interne. La vittoria dell’una e la sconfitta dell’altra, determinarono conseguenze analoghe per entrambe, con un cambio dei governi preesistenti alla guerra. Se la sconfitta determinò la caduta della tirannide di Telis a Sibari, all’indomani della vittoria, anche tra i Crotoniati si manifestarono seri disaccordi. I Pitagorici, chiaramente schierati in difesa delle prerogative aristocratiche, volevano che gli esuli ospitati prima della guerra, potessero rientrare nella loro città per ricostituire un governo aristocratico[26], mentre un’altra fazione si opponeva a tale progetto e pretendeva di entrare in possesso della terra conquistata. Questo contrasto determinò una rivolta interna contro i Pitagorici che fu guidata da Cilone, un membro della stessa aristocrazia cittadina. La tradizione riferisce anche che egli avrebbe avuto del rancore nei confronti dei Pitagorici, in quanto gli era stata rifiutata la possibilità di entrare a far parte della setta[27]. Seppure la tradizione fornisca una ricostruzione che tende ad accentrare gli avvenimenti sui Pitagorici, è possibile evidenziare come essi interessino una realtà più complessiva, che coinvolge la situazione interna della città. In primo luogo, possiamo evidenziare come appaia singolare che la rivolta interna scoppi in rapida successione alla vittoria sui Sibariti. Nella generalità dei casi, uno stato che realizza una grande conquista, trova conseguentemente un rafforzamento della sua classe dirigente, in quest’occasione, invece, l’aristocrazia cittadina perse immediatamente il potere dopo circa due secoli di supremazia[28]. Tutto ciò ha comunque una spiegazione puntuale, perché tale avvenimento si presta ad essere letto alla luce delle considerazioni che abbiamo espresso sulle motivazioni che portarono al conflitto. Esse rendono evidente una progressiva affermazione nella città di forze nuove, la cui formazione ed organizzazione non può essere avvenuta d’incanto dopo la vittoria ma che, come abbiamo avuto modo di valutare, trovano le proprie radici più indietro nel tempo. Il fatto importante che ci è tramandato attraverso l’episodio della caduta di Sibari è quindi rappresentato dall’affermazione di un nuovo ceto, che si radica prepotentemente nella città, ottenendo una ridistribuzione del potere ed un allargamento dell’accesso all’assemblea. Ciò rappresenta non solo il crollo dei privilegi delle antiche famiglie coloniali, ma anche un duro colpo al sogno dei Pitagorici di far nascere a Crotone un nuovo ordine sociale, che li porta prima allo scontro e poi all’esilio. La rivolta determinò l’esilio dei Pitagorici e dello stesso Pitagora, che si recò a Metaponto dove sarebbe rimasto fino alla morte[29].

 

Il ruolo dei Pitagorici

Veniamo di conseguenza ad un altro aspetto di quest’avvenimento. La tradizione presenta in maniera decisiva l’intervento di Pitagora: è lui che prima convince i Crotoniati ad accogliere gli esuli, che poi nega la loro restituzione[30] e che, di fronte all’episodio dell’uccisione degli ambasciatori, convince l’assemblea ad intraprendere la guerra[31]. E’ sempre un pitagorico famoso, Milone, che guida l’esercito alla vittoria e successivamente è il rifiuto dei Pitagorici di accettare le condizioni proposte dall’assemblea che determina la rivolta interna[32]. I Pitagorici, quindi, ci sono presentati come gli attori principali di tutto l’avvenimento. Per quanto detto a proposito delle cause di questo conflitto, sappiamo invece che tale descrizione è poco verosimile, in particolare perché i Pitagorici avevano poche possibilità di condizionare l’aristocrazia cittadina che, viceversa, aveva tutta una serie di ragioni concrete per reagire al tentativo di golpe che si stava minacciosamente concretizzando sia fuori sia dentro i confini della città. Ne consegue che, in considerazione dell’interesse convergente tra la setta e l’aristocrazia contro la tirannide, tutta la tradizione che fa riferimento all’intervento di Pitagora, rappresenta solo una trovata propagandistica nata forse già in concomitanza dei fatti. Tale presa di posizione, comprensibilmente, venne assunta dai neoplatonici di epoca romana, che la valorizzarono arricchendola di episodi, proprio perché l’avvenimento ben si prestava a magnificare la loro ideologia. Non è un caso che la tradizione esasperi, fino all’inverosimile, la mollezza ed il lusso sibarita e che in questa descrizione, siano messi in risalto una serie di aspetti che appaiono come gli esatti contrari dei precetti e degli ideali pitagorici, tradizionalmente basati su una condotta di vita frugale ed austera. La guerra tra Sibariti e Crotoniati non fu quindi solo una guerra tra due stati, come con una forzatura posteriore si cercò di motivare, ma anche e soprattutto una guerra interna alle due città, che determinò una serie di scontri tra la fazione aristocratica e quella popolare, tanto dall’una che dall’altra parte. Essa fu motivata dall’esigenza dell’aristocrazia crotoniate, di reagire al dissolvimento dell’antico ordinamento di Sibari, in virtù di una serie di legami fortissimi, che risalivano alla fondazione delle due città e che, nell’episodio in questione, sono messi in evidenza attraverso l’asilo concesso agli esuli sibariti e attraverso le connessioni tra le figure di Filippo e Telis. Nella disputa s’inseriscono, in maniera naturale, le vicende della setta, che trovano ragione nella convergenza e nel supporto che l’azione dei Pitagorici aveva fornito alla fazione aristocratica della città. Ciò comunque, non portò i frutti sperati, perché l’epilogo di tutta la vicenda determinò una ricomposizione degli equilibri interni, attraverso l’affermazione di nuove forze, con le quali le antiche casate dei fondatori della patria dovettero realizzare una nuova forma di convivenza.

 

Un nuovo assetto istituzionale

L’importanza di tale avvenimento, legata all’affermazione di questa nuova classe dirigente, ci porta a spendere qualche riga per cercare di descriverla. Essa ebbe certamente una natura che, ricorrendo ad un termine dei nostri giorni, si potrebbe definire trasversale. Le fonti ci informano, infatti, che la guida della rivolta fu realizzata da Cilone, un aristocratico tra i più eminenti cittadini di Crotone. Il fatto poi, che lo stesso fosse stato rifiutato dalla setta, dimostra, a prescindere dall’informazione mirata a discreditare il personaggio, che questa trasversalità si fosse delineata in tutto l’ambiente cittadino, perché oltre a riferire del coinvolgimento di personaggi eminenti dell’aristocrazia nella fazione popolare, esprime il fatto che la setta riuniva individui di tutti i ceti. Nella prima fase della rivolta, ciò determinò l’affermazione di un gruppo costituito dai popolari e dagli aristocratici che li avevano appoggiati. Nucleo che deve essere stato minoritario, dato che venne quasi subito prevaricato. Se, quindi, la crescita di questa nuova classe dirigente nasce e si realizza con il concorso dei due ceti, successivamente essa si depurò, radicalizzandosi in una forma che portò alla completa esclusione dei componenti della vecchia élite. La radicalizzazione della forma di governo, fa pensare che ciò avvenne con il concorso dei senza terra e forse di stranieri e di schiavi, al punto da sconvolgere l’assetto originario della città, come ci è tramandato dalla sommaria descrizione degli avvenimenti successivi. La rivolta capeggiata da Cilone ad un certo punto, avrebbe dato l’opportunità a Clinia di realizzare una svolta autoritaria nel governo della città. Egli, infatti, come dice Dionigi di Alicarnasso[33], si fece tiranno di Crotone in un’epoca precedente alla tirannide di Anassilao a Reggio (494-476 a. C.). Secondo la stessa fonte, con l’aiuto di schiavi, cui diede la libertà, e di esuli, egli fece in parte uccidere ed in parte esiliare i cittadini più in vista di Crotone e privò della libertà diverse città. Non abbiamo notizie circa la durata della tirannide di Clinia, ma le fonti di stampo pitagorico, tramandano che gli stessi Pitagorici avrebbero successivamente liberato la città, ricostituendo un governo aristocratico[34]. Una serie di considerazioni ci portano comunque a ritenere che tale avvenimento non fu una breve parentesi, come l’esiguità delle notizie potrebbe far ritenere, e che s’innescò in breve successione alla caduta di Sibari, come indica il collegamento che la tradizione stabilisce tra i due episodi.

 

I cambiamenti del rapporto con il territorio

Il dissolvimento dell’antica organizzazione politica di Sibari, conseguente alla sconfitta militare, determinò da parte di Crotone l’assunzione di un nuovo ruolo nei confronti delle aree che prima erano state sotto l’influenza della rivale, ed un riequilibrio di tutto il territorio che aveva visto gli Achei convivere tra loro e con gli altri vicini, in base ad una serie di rapporti che risalivano all’epoca di fondazione. Tali cambiamenti, sembra abbiano coinvolto solo marginalmente e comunque per un tempo limitato Lao e Scindro, due centri sull’alto Tirreno controllati da Sibari, mentre dimostrano di aver interessato principalmente Pandosia e Temesa, i centri posti sulla via istmica lungo la valle del Crati, attraverso i quali si snodava la strada che da Sibari giungeva alla piana lametina. Qui i Crotoniati avevano stabilito da tempo, una delle aree di primario interesse strategico per la loro economia, ed intrattenevano relazioni amichevoli con la comunità dei Lametinoi che in un frammento di Ecateo di Mileto[35], sono citati presso il golfo omonimo e che secondo Stefano bizantino, ricadevano in un ambito controllato da Crotone. Tale rapporto che per circa due secoli aveva assicurato alla città una valida base tirrenica per i propri scambi, subì profonde modifiche successivamente alla caduta di Sibari, perché in tale area i Crotoniati realizzarono, con propri coloni, la fondazione di Terina che, da qui in avanti stabilirà una propria sovranità a scapito dei suoi antichi abitatori. Alla ricostruzione della situazione che abbiamo riassunto, apportano un sensibile bagaglio di informazioni i ritrovamenti di diverse serie di monete coniate dalla zecca di Crotone, che gli specialisti definiscono monete di alleanza, dato che la loro emissione rappresenterebbe una testimonianza della presa di possesso da parte di Crotone delle nuove aree conquistate[36]. Senza entrare nel merito di queste attribuzioni, sulle quali gli stessi specialisti non sono concordi, possiamo dire che, da parte di Crotone, queste monete rappresentano la garanzia fiduciaria delle transazioni commerciali, in un’area che nel passato, non aveva visto la stessa politica da parte di Sibari. Il tipo di controllo economico così coercitivo è dimostrato dalle stesse monete Crotone – Sibari che evidenziano, tra l’altro, la sopravvivenza di quest’ultima in una posizione subalterna. Tale aspetto, non deve portarci a ritenere che Crotone abbia occupato con propri coloni questo vasto territorio, dato che accanto a tutte le considerazioni che abbiamo già espresso, in questo caso non troverebbe ragione la migrazione dei Sibariti a Lao che, analogamente ad altri centri gravitanti nell’orbita sibarita, evidenzia per questo periodo una monetazione sui tipi della zecca di Crotone. Come abbiamo ripetuto, la situazione è invece più complessa ed articolata e dimostra la piena capacità di Crotone di gestire la nuova situazione venutasi a creare. Crotone, infatti, assunse una piena sovranità sui centri citati, come evidenziano le coniazioni di questo periodo, e tale sovranità deve essere intesa come un pieno controllo di questi centri che presuppone, comunque, la loro sopravvivenza ed una loro formale autonomia. A tale situazione fa riferimento la notizia di Dionigi di Alicarnasso, quando evidenzia che Clinia avrebbe privato della libertà diverse città[37].

 

La fondazione di Terina

Esistono diverse difficoltà per datare la nascita di Terina, in quanto le fonti non ci forniscono nessuna notizia in merito, anche se attestano concordemente che la sua fondazione avvenne per opera dei Crotoniati[38]. Le analisi degli studiosi moderni la fanno comunque risalire ad una fase successiva e conseguente alla conquista di Sibari, mentre la ricerca archeologica, proprio recentemente, è arrivata a determinare il luogo nel quale sorgeva la sua area urbana, che è stata evidenziata nella piana di Lamezia. Questo atto costituisce il tassello finale di un assetto che, alle soglie dell’epoca classica, vedrà una Crotone molto trasformata rispetto a quella d’epoca arcaica. La fondazione di Terina costituisce, infatti, la stabilizzazione di una situazione di crisi interna, che in maniera evidente o più latente, si era evidenziata per almeno tutta la seconda metà del VI secolo. Tale crisi era dovuta al rigido dominio della sua élite aristocratica, ed alla sua inadeguatezza a governare il progressivo sviluppo della città. Ciò determinò una riorganizzazione, che si concretizzò attraverso quella ridistribuzione della terra chiesta a gran voce da quanti erano esclusi dalla cittadinanza. Una parte dei Crotoniati assunsero quindi la cittadinanza di Terinei, trasferendosi in un territorio già da tempo sotto l’influenza della città, che solo conseguentemente alla caduta di Sibari fu riqualificato attraverso la creazione di una nuova realtà urbana che, seppure politicamente autonoma, rimarrà sempre vicina ai Crotoniati, in virtù dei legami parentali e per la naturale posizione che Terina aveva sempre assunto all’interno del sistema economico realizzato da Crotone fin dalla sua fondazione. Tale vocazione di Terina, consentì di accogliere, in maniera pienamente soddisfacente, una nuova comunità greca autonomamente organizzata ed, attraverso questo salasso, permise ai Crotoniati di recuperare la propria situazione interna, che in questo caso trovò una sua nuova stabilizzazione. Il ristabilimento della pace interna, attraverso quest’atto consueto alla visione politica dei Greci, trova un accenno particolare nella tradizione, che ne sottolinea tutta la sua portata. Con riferimento alle vicende che videro un successivo scontro fratricida tra le fazioni interne della città, ed un secondo esilio dei Pitagorici, proprio le fonti di parte pitagorica[39], sottolineano che gli esuli sarebbero stati riaccolti nella città, morendo tutti nella difesa del territorio, in conseguenza di un attacco dei Thurini. Tale episodio, identificabile attorno al 430 a.C., coinvolgerebbe proprio Terina, dato che si ritiene che possa essere quello riferito da Polieno[40] che ricorda l’insuccesso maturato sotto le mura di Terina da parte dell’esercito thurino guidato da Cleandrida[41]. A prescindere da tale interpretazione, rimane comunque il fatto che la conclusione eroica dell’esperienza pitagorica a Crotone, rimanga legata ad un luogo fisico diverso da quello della città, che per i significati politici legati alla nascita di Terina ed al contesto di ritrovata concordia del passo in questione, rende evidente una realtà nella quale il nuovo assetto dello stato crotoniate non aveva più oppositori, ma aveva trovato ormai una decisa stabilizzazione.

 

Note 

[1] Considerato che l’arrivo e la permanenza ventennale di Pitagora a Crotone, sarebbe stata conseguente alla tirannide di Policrate a Samo (circa 532 a.C.) e successiva alla disfatta dei Crotoniati alla Sagra (circa il 530 a.C.), si attribuisce in genere ad una data attorno al 510 a. C. la conquista di Sibari da parte dei Crotoniati, anche se nell’incertezza dei riferimenti, alcuni propongono date più antiche.

[2] Strab. VI, 1, 13.

[3] Erod. V, 47.

[4] Erod. V, 47.

[5] Erod. V, 44 – 45 e 47.

[6] Erod. V, 42.

[7] Strab. VI, I, 13.

[8] Strab. VI, 2, 5.

[9] Il tempio di Atena Cratia attribuito all’opera di Dorieo, potrebbe essere in relazione all’area sacra di Timpone della Motta a Francavilla Marittima, dove l’indagine archeologica ha messo in evidenza la costruzione di un tempio di Atena che i Sibariti costruirono nelle prime fasi di occupazione del territorio e che si sovrappose ad un preesistente abitato dei barbari. Tale area s’inquadra nell’organizzazione extraurbana del territorio di Sibari e da questo punto di vista, riproduce le funzioni del tempio di Apollo Aleo. Le analogie che si evidenziano tra il percorso di Filippo e quello di Filottete, e la tradizione (Licof. 919) che voleva presso il Crati la tomba dell’eroe, permettono di ritenere che ci si trovi di fronte ad un richiamo pertinente alla navigazione micenea.

[10] Diod. XII, 9.

[11] Diod. XII, 9, 2-4.

[12] Diod. XVI, 9, 5.

[13] Strab. VI, 1, 13.

[14] Ps. Scimno, vv. 341.

[15] Diod. XII, 9, 5.

[16] Ateneo, XII, 19; cfr. Eliano, De Nat. Anim. XVI, 23.

[17] Diod. XII, 9.

[18] Ps. Arist., De Mir. Aus., 107.

[19] Eliano, Var. Hist., III, 43.

[20] Diod. XII, 9; Phylarch. apud Ateneo. XII, 251 d..

[21] Eraclide Pont., apud Ateneo, XII, 521.

[22] Strab. VI, 1, 13; Diod. XII, 10, 1.

[23] Erod. VI, 21.

[24] La notizia riportata dallo storico ateniese attribuisce ai Sibariti un abbandono della loro città che, in effetti, si realizzò solo nella seconda metà del V secolo, quando i dissidi nati proprio con gli Ateniesi, portarono alla fondazione di Thurii. Sembra dunque che Erodoto voglia in questo modo evidenziare una legittima presenza ateniese nella terra che un tempo era stata dei Sibariti, giustificandola con l’emigrazione dei suoi antichi e legittimi abitanti.

[25] Strab. VI, 1, 13.

[26] Aristoss. fr. 17 W; Giamb. 33; Porf. 21.

[27] Diod. X 11, 1; Giamb. 255.

[28] Giamblico (255) riferisce che fino a quando Pitagora rimase nella città, la costituzione in vigore rimase quella originaria.

[29] Giamb. 249.

[30] Diod. XXXI, 4, 2.

[31] Diod. XII 9, 4.

[32] Diod. X 11, 1; Giamb. 255.

[33] Dion. di Alic., XX 7, 3.

[34] Aristoss. fr. 17 W; Giamb. 33.

[35] Ecateo fr. 80.

[36] A questo periodo si fanno risalire le serie Crotone – Sibari, Crotone – Pandosia e Crotone – Sibari – Laos, mentre con più incertezza si assegna ad un periodo di poco precedente quella Crotone – Temesa. Ad una emissione Crotone – Terina (o secondo alcuni, Crotone – Temesa), si attribuiscono poi alcuni esemplari, che anche in questo caso si fanno risalire ad un periodo immediatamente successivo alla distruzione di Sibari. (P. Attianese, Kroton ex nummis historia, p. 42-61, ed. TS, 1992.)

[37] Dion. di Alic. XX, 7, 3.

[38] Ps. Scimno, 306 ss.; Plinio, N. Hist., III, 62; Solino, II, 10; Stefano Biz. s.v. Terina.

[39] Giamb. 264.

[40] Polieno, Strat. II, 10, 1.

[41] G. De Sensi Sestito, op. cit. p. 274.