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atleti

Atleti in concorso (da www.stopeuro.it).

Una nuova città e una nuova cittadinanza

Il periodo successivo alla guerra con Sibari è descritto da Timeo[1] come una fase che avrebbe visto i Crotoniati adagiarsi nel lusso, divenendo lascivi e decadenti come era già capitato ai Sibariti. Le informazioni che possediamo, ci consegnano, invece, l’immagine di una città vitale, che attraversa una fase molto prospera della sua vita economica. La citazione di Timeo, in questo caso, deve essere letta alla luce delle considerazioni espresse riguardo alla propaganda avversa a Sibari, la cui “distruzione”, può essere individuata come l’episodio che segna un cambiamento irreversibile nell’identità delle colonie. Ciò è particolarmente evidente per Crotone, che esce da una dimensione legata alla ristretta cerchia della sua élite aristocratica, per assumere un assetto diverso che, al pari di altre, la porterà a divenire una popolosa metropoli. La perdita, o comunque l’allontanamento dai canoni aristocratici, motiva la presa di posizione di Timeo che, come filo aristocratico, non fa mistero delle sue simpatie politiche. Non abbiamo notizie precise riguardo all’assetto che regolava l’organizzazione di Crotone in questo periodo, ma lo s’ipotizza sulla scorta di quanto detto a proposito del regime tirannico di Clinia. Esso, ad un certo punto, si sarebbe concluso con una pacificazione interna, consentendo il rientro degli esuli pitagorici ed il ristabilimento di un assetto aristocratico o che, quanto meno, tenne conto anche delle fazioni poste in esilio. La mancanza di altre informazioni non ci consente di dire molto di più, anche se la citazione di Timeo e la sua netta presa di distanza dalla supposta condotta disdicevole dei Crotoniati, fa ritenere che il periodo relativo non sia stato breve e che la successiva riconciliazione con gli esuli, o meglio il “ritorno” ad una forma di regime aristocratico, sia avvenuta all’interno di una cittadinanza oramai radicalmente ricomposta. Questo clima di ritrovata stabilità interna, identifica un periodo di particolare importanza per la città. Per quanto riguarda il panorama generale, esso è inquadrabile nella fase classica, che costituisce il periodo di massima affermazione del mondo greco, e coincide con la trasformazione della società oplitico-contadina, che vede la progressiva affermazione di categorie diverse di cittadini. Si tratta di commercianti ed artigiani, il cui ingresso sulla scena, dopo aver provocato le naturali tensioni, determinò una nuova fase di sviluppo. In questo senso una serie di testimonianze ci provengono dal santuario di Capo Lacinio, a riguardo della costruzione del tempio (prima metà del V secolo) di cui si conserva ancora un’unica colonna.

 

Arte, artigiani ed artisti

Quando pensiamo ai Greci, la prima immagine che di solito ci giunge alla mente è quella di statue famose o dei grandi templi di cui ancora si conservano le rovine, in conseguenza di un’identificazione distorta, che nasce dal presupposto che il significato ed il ruolo dell’arte e dell’artista a quel tempo, fosse identico a quello che noi oggi gli attribuiamo. Bisogna invece dire, che stando almeno alle testimonianze letterarie, chi era impiegato in tali mansioni godeva di un profondo discredito. Ciò riguardava tanto chi si occupava di scalpellare una pietra da costruzione o di plasmare vasellame di uso comune, tanto l’architetto che progettava un tempio o lo scultore che ritraeva le divinità e gli atleti vittoriosi. Naturalmente ognuno era pagato in virtù delle proprie capacità ed in questo senso, ogni artista si differenziava dal proprio collega e godeva di un prestigio legato al proprio talento. Tale situazione derivava dal fatto che analogamente al commercio, a quest’attività si dedicavano quasi esclusivamente soggetti esclusi dalla cittadinanza, che per il loro precario legame con la città che li ospitava, erano guardati con sospetto dai cittadini che vedevano nei loro affari un’attività sicuramente importante, ma che allo stesso tempo non offriva le necessarie garanzie. Qualcosa di simile alla considerazione che, in genere, il commercio o l’arte hanno nel retaggio comune, dove il commerciante è spesso assimilato ad un truffatore e l’artista ad un perverso vagabondo. Il disprezzo che spesso la tradizione greca esprime verso tali attività, non è comunque imputabile alla mancanza tra i Greci di un gusto estetico o del senso degli affari, ma a motivazioni di ordine moralistico e politico, che tenevano conto delle prerogative di preminenza e di potere della classe agricola. In questo senso possono essere lette, per esempio, le affermazioni di Plutarco[2] quando dice che nessun giovane di buona famiglia sarebbe voluto diventare uno scultore come Fidia o Policleto o un poeta come Anacreonte, Filemone o Archiloco. I cambiamenti che si verificarono nella società greca durante l’epoca classica, non modificarono di molto questi concetti, ma portarono ad una maggiore affermazione sia dell’arte che del commercio, che da una parte, determinarono un notevole sviluppo economico delle città, e dall’altra, mutarono profondamente gli equilibri di potere interni, rispetto a quelli che avevano retto le società dell’epoca arcaica. A Crotone, alla fine del VI secolo, la progressiva affermazione di classi di senza terra, aveva determinato una ricomposizione della cittadinanza, nella quale erano affluite forze nuove, che ebbero la capacità di rilanciare notevolmente lo sviluppo della città. Si tratta di un processo che non ci è descritto esplicitamente, ma che possiamo registrare a seguito degli avvenimenti visti e scorrendo le vicende di questo periodo. Come del resto avvenne nel panorama generale, tale rilancio permise anche una maggiore affermazione degli artisti o in ogni caso, di quei soggetti della classe artigianale che avevano scelto di vivere del loro lavoro di bottega. Anche se nel passato non erano mancati a Crotone individui che si erano distinti nelle arti (come certo Dameos ed un certo Patrokles[3] che eseguì una statua di Apollo che i Locresi dedicarono ad Olimpia), più pertinente al periodo sarebbe stata l’attività di Zeusi di Eraclea, un pittore al quale è attribuito un famoso ritratto di Elena nel tempio di Hera[4]. L’opera che la tradizione gli riconosce, senza entrare nel merito della sua effettiva storicità, permette, usando un’allegoria pittorica, di evidenziare l’affresco di un periodo. In esso, i Crotoniati vengono ritratti nella condizione di non badare a spese, commissionando ad uno dei più reclamizzati artisti dell’antichità, di rappresentare nel loro più importante luogo di culto, la potenza e la prosperità raggiunta dalla loro comunità.

 

Un complesso intreccio di interessi

La possibilità di evidenziare meglio le trasformazioni che interessarono Crotone durante il primo quarto del V secolo, ci viene offerta dall’analisi della monetazione cittadina di questo periodo che, oltre ad offrirci spunti importanti in questo senso, ci consente di trovare ragione a diversi avvenimenti che ci vengono riferiti. Alla prima metà di questo secolo, sono attribuite diverse serie di monete, che sono state variamente interpretate e che risultano di difficile e controversa attribuzione. In ogni caso, sia i simboli che vi compaiono che il loro peso, evidenziano, verosimilmente, che esse furono coniate con lo scopo di potere essere scambiate con quelle di altre città che adottavano sistemi di peso diversi[5]. Bisogna considerare che le monete greche non fornivano, come le attuali, una garanzia fiduciaria del loro valore, ma valevano in base al peso del metallo (principalmente l’argento o il bronzo) con il quale erano state realizzate. Si tratta di serie abbastanza numerose, costituite in maggioranza da nominali inferiori, che accanto al tripode (simbolo principale delle emissioni di Crotone), riportano gli emblemi di altre città, che seppure in alcuni casi, risultino di difficile attribuzione, ci permettono di avere un’idea degli interessi commerciali della città durante questo periodo. Esse attestano, in particolare, contatti con le città dello stretto e con Imera[6]. Il fatto che Crotone abbia coniato monete scambiabili con quelle di queste città, ed in particolare con Imera, testimonia i contatti commerciali con quest’ultima, o meglio l’inserimento di Crotone nel sistema di scambio che le faceva capo. L’importanza di Imera in questa fase, è in relazione al fatto che essa fungeva da luogo di scambio per i flussi commerciali che coinvolgevano le città fenicie della Sicilia e della Spagna e che si legavano al commercio etrusco lungo la rotta tirrenica, verso la quale erano radicati, in particolare, gli interessi di Reggio e di Messana. Questa serie di relazioni commerciali, trova un preciso inserimento di Crotone anche all’interno del sistema di scambio con le principali potenze economiche che, in questo periodo, regolavano il commercio tra l’oriente greco e l’occidente. In particolare quello ateniese, al quale fanno riferimento le serie di oboli Crotone – Atene con tripode e civetta[7]. Tali interessi risultano evidenti anche e soprattutto in relazione agli avvenimenti che determinarono, dato che per la loro salvaguardia le città coinvolte, ad un certo punto, entrarono in conflitto tra loro. Da una parte Messana, Reggio ed Imera intrattenevano proficui rapporti con Cartaginesi ed Etruschi, loro principali interlocutori commerciali sul Tirreno. Dall’altra, tale situazione andava a discapito degli interessi dei centri della Sicilia orientale, prima fra tutte Siracusa. Crotone, in virtù della sua posizione privilegiata per gli scambi Ionio – Tirreno che si giovava del partenariato di Terina, si trovava naturalmente a legare i propri interessi a quelli delle città calcidiesi e dei loro alleati, contro quelli siracusani. In questa fitta rete di rapporti, particolare importanza riveste il ruolo svolto da Atene che, in maniera sempre più decisa, andrà imponendosi nello scacchiere occidentale con una politica antagonista verso Siracusa. Lo scenario che abbiamo esposto, trova un preciso coinvolgimento dei protagonisti, che si mossero sulla base degli interessi che abbiamo segnalato. Anassilao, tiranno di Reggio, sposò la figlia di Terillo, tiranno di Imera e successivamente intraprese un conflitto contro Locri, mirato a minacciare gli interessi tirrenici di quest’ultima. Ciò determinò una precisa scelta di campo da parte della stessa Locri, che strinse alleanza con Siracusa per difendersi dai Reggini. A Siracusa intanto nel 485 a.C. Gelone assunse la tirannide. Attraverso una politica praticata anche in seguito da altri tiranni siracusani, egli consolidò la propria posizione interna facendo affluire forzatamente a Siracusa individui provenienti da Camarina, Gela e Megara e concedendo loro la piena cittadinanza. Sfruttando il matrimonio, Gelone, inoltre, si legò a Terone, tiranno di Agrigento, mentre suo fratello Ierone assumeva il potere a Gela. Gli eventi non si fecero attendere e nel 483 a.C. Agrigento attaccò con successo Imera, determinando la fuga di Terillo che trovò rifugio presso Anassilao a Reggio.

 

Il valore della libertà

La descrizione degli interessi in gioco e dello scenario complessivo, non bastano da soli a mettere in luce la parte avuta da Crotone ed a descrivere la sua condotta in relazione agli avvenimenti. Una più ampia delucidazione sul suo ruolo, ci viene fornita attraverso alcuni episodi tramandati dalla tradizione che, in diversi casi, si intrecciano con avvenimenti molto noti della storia greca, come per esempio, il coinvolgimento dei Crotoniati nelle guerre che opposero i Greci ai Persiani. In quest’occasione i Greci realizzarono tra di loro una larga intesa, che coinvolse molte delle città più importanti dell’epoca. Non tutti i Greci parteciparono però a questa coalizione guidata da Ateniesi e Spartani, ma diverse città si astennero o tradirono apertamente, sfruttando la minaccia per cercare di realizzare i propri interessi a danno degli avversari. Che questi fossero Greci, non poteva poi fare molta differenza. Credo si debba rimarcare tale constatazione, perché l’episodio delle guerre persiane è stato utilizzato massicciamente dalla tradizione greca per sottolineare, in maniera chiaramente retorica, la difesa dei valori di libertà alla base dell’organizzazione cittadina e l’esaltazione della grecità che si sarebbe contrapposta alla barbarie. Nella realtà le città agirono come meglio sembrò loro al momento. Siracusa, ad esempio, seppure più volte sollecitata a contribuire alla guerra, data la sua riconosciuta potenza militare, negò il proprio intervento, come del resto fecero tutte le altre città dell’occidente greco. Tra esse solo i Crotoniati intervennero. Come riferisce Erodoto[8], essi furono i Greci più lontani che decisero di portare il loro aiuto alla causa, partecipando alla battaglia di Salamina (480 a.C.) nella quale i Greci riportano una delle loro vittorie più famose. Questa isolatissima partecipazione di Crotone va attentamente valutata. Se è infatti comprensibile che le colonie occidentali non avessero interesse a farsi coinvolgere, visto che la minaccia persiana si rivolgeva contro la Grecia continentale, come va interpretata la presenza dei Crotoniati a Salamina ? La spiegazione risiede nella diversità degli interessi in gioco che, per quanto riguarda Crotone, erano in rotta di collisione con quelli di Siracusa. L’unica ragione che ci permette di spiegare la presenza dei Crotoniati a Salamina è quella che presuppone lo scopo di questi ultimi di sfruttare la mossa per consolidare i rapporti con Atene, facendo leva, allo stesso tempo, proprio sulla mancata partecipazione della rivale. L’atteggiamento di Siracusa fu infatti molto stigmatizzato dagli altri Greci, che lo considerarono alla pari di una vera e propria diserzione. In particolare, tale posizione fu assunta da Atene, che aveva tenuto il ruolo di guida nel conflitto e che non solo si proponeva autorevolmente come potenza leader nei confronti di molte città del continente greco, ma si rivolgeva anche verso occidente dove andavano sempre più concretizzandosi i suoi interessi. Interessi non estranei a quelli di Crotone come dimostrano le considerazioni espresse e gli avvenimenti successivi, e come rileva l’enfasi con la quale Erodoto[9], storico di parte ateniese, espone l’episodio relativo a Faillos (il comandante crotoniate della nave che partecipò a Salamina). Lo stesso personaggio sarà ricordato poi ancora più tardi, quando Plutarco[10] lo citerà in relazione agli omaggi che Alessandro Magno avrebbe inviato a Crotone dopo la battaglia di Isso (333 a.C.) in memoria ed in ringraziamento di quel gesto.

 

I legami tra Crotone e Imera

Sempre riconducibile a questo contesto, troviamo un altro avvenimento che si riferisce allo scenario illustrato. E’ il caso dei legami che Crotone instaurò con Imera, dei quali rimane traccia nel racconto di Pausania, dove il rapporto tra le due città è rappresentato attraverso un episodio che ha per protagonista il crotoniate Leonimo, stratega durante la guerra con i Locresi, ed il poeta imerese Stesicoro[11]. La leggenda racconta che Leonimo, ferito da Aiace durante la battaglia della Sagra, si recò a consultare l’oracolo a Delfi in quanto le sue ferite non trovavano guarigione. Secondo le indicazioni ricevute, egli andò nell’isola di Leucade e qui incontrò Elena che, intanto era divenuta la sposa di Achille. Elena allora gli spiegò di aver provocato la cecità di Stesicoro, perché il poeta l’aveva calunniata nei suoi versi attribuendole la rovina di Troia. A questo punto Elena affidò a Leonimo un messaggio da consegnare a Stesicoro che, venuto in questo modo a conoscenza della causa del suo male, compose una ritrattazione dei suoi versi e riacquistò la vista[12]. Come è evidente, la favola che vede coinvolti Leonimo e Stesicoro rappresenta una metafora che, collegando l’atto di espiazione di Leonimo e la ritrattazione di Stesicoro, sottolinea il legame tra le rispettive patrie. Seppure non conosciamo molto del rapporto che Crotone stabilì con Imera, ci rendiamo conto che esso è inquadrabile nell’ottica della scelta di campo che vede Crotone schierata apertamente contro Siracusa e i suoi alleati. Non a caso la favola esalta l’episodio più famoso della storia di Locri, principale alleato di Siracusa sulla penisola e allo stesso tempo, tradizionale antagonista di Crotone. Tale episodio, infatti, seppure ricostruito facendo ricorso a personaggi del passato e alludendo agli avvenimenti di cui furono protagonisti, mette in luce una serie di conseguenze relative al primo quarto del V secolo che, attraverso il coinvolgimento della figura di Stesicoro, evidenzia bene il contesto al quale stiamo facendo riferimento. Egli, prima di risiedere ad Imera, era stato in origine cittadino di Metauro, una città che non solo nel passato era gravitata nel controllo delle città dello stretto e che successivamente era stata conquistata da Locri ma che, durante questo periodo, era diventata nuovamente punto di attrito tra quest’ultima e Reggio, provocando la scelta dei Locresi di schierarsi a fianco di Siracusa[13]. Il coinvolgimento di tutti questi soggetti rientra, comunque, in stretta attualità con il periodo, dato che gli avvenimenti dimostrano di ruotare attorno all’episodio della presa di Imera, evento cardine preso in prestito per reclamizzare l’avvenuta affermazione siracusana in Sicilia. Esso s’inquadra nello scontro tra la coalizione guidata da Siracusa che comprendeva Agrigento e Gela, e la coalizione di città calcidiesi (Reggio, Imera e Messana) alle quali si legò Selinunte trovando il concorso logico dei Cartaginesi. L’esercito di questi ultimi guidato da Amilcare, venne però sconfitto nel 480 a.C. ad Imera da quello siracusano guidato da Gelone, prima che potesse congiungersi agli alleati greci. Con un sincronismo pieno di significati, la tradizione tramanda, addirittura, che la battaglia di Imera si sia svolta nello stesso giorno di quella di Salamina, sottolineando, a prescindere da una effettiva storicità, il legame tra i due avvenimenti. La vittoria di Imera fu, infatti, sfruttata da Gelone, che come Temistocle, l’eroe ateniese di Salamina, si attribuì il merito di aver difeso la grecità dalla barbarie. In questo modo, egli si proponeva come guida e riferimento per il mondo greco occidentale, una candidatura alla quale, come vedremo, Crotone cercherà di opporsi con tutte le proprie forze.

 

Miscello, Archia e la disputa per il controllo della sibaritide

Restando nel quadro di questo periodo ed ai filoni di propaganda che coinvolgono i Crotoniati, possiamo chiarire, a questo punto, alcuni aspetti che abbiamo tralasciato in precedenza. Si tratta di alcune affermazioni di Strabone (I sec. d.C.) la cui fonte è rappresentata da Antioco di Siracusa, uno storico che la tradizione considera vissuto durante la seconda metà del V secolo. Ne è esempio la tradizione di fondazione che vede coinvolti Miscello ed Archia, dove i due personaggi sono presentati come compagni di viaggio. A prescindere da ogni fondamento storico, in questa tradizione i Siracusani s’inseriscono forzatamente nella fondazione di Crotone, secondo uno schema che ne definisce anche il ruolo. Gli oracoli di fondazione, infatti, avrebbero stabilito per Siracusa la potenza, sottolineandone il ruolo di leader, mentre Crotone avrebbe goduto della salute, cosa che seppure presupponga una piena affermazione della città, sottintende un suo ruolo subalterno. Le motivazioni riferibili ad una presa di posizione di questo tipo, sono rintracciabili nel ruolo assunto dalle due città e dai loro motivi di conflitto, anche se nei passi in questione, tutto ciò trova maggiori e più specifiche delucidazioni, dato i particolari  riferimenti alla sibaritide e ai limiti politici di Crotone. La rappresentazione di queste vicende è calata sul personaggio di Miscello, il fondatore di Crotone, la cui epopea viene modellata con intenti che non sembrano lasciare dubbi. Egli, infatti, avrebbe tentennato a lungo prima di abbandonare i suoi propositi di fondare la propria colonia nella piana di Sibari, contraddicendo il volere degli dei manifestatogli dall’oracolo e mettendolo più di una volta in discussione. Ciò rappresenta una violazione che, attraverso le valutazioni religiose e politiche che abbiamo evidenziato, mette in risalto l’empietà di Miscello, che non solo si manifesta attraverso la sua condotta disdicevole, ma che è sottolineata ancora più marcatamente dall’evidente difetto fisico che lo avrebbe contraddistinto. Essendo un gobbo, a rigore, egli non avrebbe neanche potuto assumere le funzioni religiose riferibili ad un capo spedizione. L’epopea di Miscello costituisce dunque una rappresentazione letteraria, che attraverso il discredito gettato sul personaggio, ha l’intento di fornire la dimensione di una situazione molto posteriore alla fondazione, che coinvolge gli interessi nell’area a nord di Crotone dove, nel periodo compreso tra la fine del VI secolo e la metà del V, si estende un suo rigido ma molto contrastato dominio. Venuto meno il controllo politico della sua comunità d’origine, la Sibaritide rappresenta un’area fortemente instabile, dove si radicano importanti interessi dei Crotoniati e dove alla metà del V secolo, troveranno finalmente concretezza quelli di Atene che, giovandosi dei buoni rapporti con questi ultimi, realizzerà un obiettivo a lungo caldeggiato. Lo dimostrano i riferimenti contenuti in un passo di Erodoto, dove Temistocle minacciava i suoi di trasferirsi a Siri alla vigilia della battaglia di Salamina[14]. Tali sviluppi fanno facilmente intendere su quali basi ed in virtù di quali interessi, si radicasse l’opposizione dei Crotoniati verso Siracusa che, per quanto riguarda le versioni riferite da Antioco, ha lasciato traccia nelle tradizioni di fondazione della città e negli episodi che avrebbero caratterizzato i primi momenti di vita delle colonie achee, come nel caso dei contrasti che sarebbero sorti tra Sibari e Taranto e che avrebbero portato i primi a favorire la fondazione di Metaponto.

 

La controversa origine degli Achei

La situazione vissuta da Crotone in questo periodo, letta attraverso le testimonianze che ci provengono da Antioco di Siracusa, ci permette a questo punto di chiarire ulteriormente alcune precedenti affermazioni. In merito alle origini dei coloni, abbiamo visto che Erodoto chiamava Achei i Crotoniati, delineando con precisione la loro origine dalla Tessaglia. Antioco invece, si schiera molto diversamente, avvalorando una tradizione[15] secondo la quale gli Achei, guidati da Tisameo, avrebbero dovuto forzatamente abbandonare la loro sede originaria in Laconia al tempo degli Eraclidi (vale a dire al tempo delle invasioni doriche) trasferendosi nel Peloponneso. Il fatto che Antioco perori decisamente questa causa, trova ragione, analogamente ai casi precedenti, nella posizione che la sua patria assunse nei confronti delle colonie achee durante il primo quarto del V secolo. Tale versione che sposta nella Laconia l’origine degli Achei, stabilisce la possibilità per gli Spartani, ma anche per tutti i discendenti dei Dori (come i Siracusani), di rivendicare una supremazia su questi ultimi, perché consente di assimilarli in una realtà originaria, strutturata e dominata dagli antichi capostipiti della loro stirpe. Nel solco di questa ricostruzione, s’innesta la tradizione che voleva la fondazione di Crotone da parte degli Spartani al tempo di Polidoro[16], la supposta navigazione presso il Lacinio del re spartano Menelao[17] che risulta assimilata a quella degli eroi fondatori e la polemica riportata da Erodoto a proposito dell’aiuto che il principe spartano Dorieo aveva fornito ai Crotoniati durante la guerra contro Sibari. Quest’ultima, come già evidenziato, nasceva dal risentimento dei Sibariti che imputavano ai Crotoniati (quindi ad altri Achei) di essere ricorsi all’aiuto di elementi dorici, rinnegando l’antico vincolo di sangue. Si tratta, in conclusione, di una serie di prese di posizione che analogamente alle differenti versioni sull’origine degli Achei, avevano come unico scopo quello di propagandare posizioni di parte. Esse tendevano a legittimare la presenza di Siracusa o come nel caso dell’origine pelasgica degli Achei, quella di Atene, all’interno di un’area come la Sibaritide che invece aveva avuto una sua precisa identità etnica. La nostra analisi non ha comunque l’intenzione di scavare in ciò che potrebbe apparire come una sterile diatriba tra antichi storici, ma si ripropone di fare luce su di un periodo, la lettura del quale è possibile attraverso le giustificazioni di parte che i protagonisti fornirono per rendere conto di una serie molto precisa di avvenimenti. La loro disamina è possibile anche attraverso altri episodi che, per quanto ci riguarda, s’intrecciano con lo svolgimento delle manifestazioni olimpiche. Cercheremo meglio di capire quale fosse per i Greci il significato e la loro importanza, perché la partecipazione degli stati greci a questa o ad altre manifestazioni dello stesso tipo, fu frequentemente condizionata alle più diverse dispute politiche. Ciò ci permetterà anche di appurare il forte legame tra le vicende di Crotone e quelle dei suoi atleti, attraverso una valutazione comunque lontana da orgogliose celebrazioni di campanile.

 

I concorsi agonistici

La pratica dell’atletica è sicuramente uno degli aspetti della vita dei Greci più mistificati dalla nostra cultura moderna, che le ha attribuito significati molto poco corrispondenti alla realtà antica. L’atleta greco dilettante, libero da interessi politici ed economici, appartiene solo ad una certa visione romantica, che ha incontrato grande entusiasmo a partire dal secolo scorso, tanto da portare all’istituzione dei moderni Giochi Olimpici. Il lavoro degli studiosi ci ha permesso invece, di conoscere una realtà abbastanza diversa, che seppure debba essere ancora indagata, puntualizza diversi aspetti che ci permettono di avere una visione sufficientemente delineata, relativamente al modo greco di praticare l’attività fisica. Senza entrare nell’analisi delle origini di questa pratica, che è comunque molto remota, possiamo dire che nell’espressione dei concorsi, essa rappresenta il frutto della mentalità agonistica e competitiva dei Greci, per i quali lo scopo non era di partecipare ad una grande riunione di fratellanza, ma di vincere e prevalere, greco contro greco. Queste competizioni avevano poco a che fare con lo sport. Esse non erano animate da uno spirito cavalleresco, quale quello che si potrebbe riferire alla classica figura dello sportsmen inglese, ma erano il frutto della mentalità agonistica dei Greci, che li portava a gareggiare tra loro in tutto quello che poteva essere materia di competizione e che si esprimeva a tutti i livelli della loro vita sociale. Le manifestazioni, infatti, non erano costituite soltanto da gare atletiche, ma comprendevano una competizione più complessiva che si manifestava in gare di diverso tipo. Dai concorsi musicali e di canto a quelli di eloquenza, dalla pittura al semplice sfoggio della bellezza fisica o dell’abbigliamento. Grande popolarità avevano poi le manifestazioni equestri che comprendevano corse di carri e di cavalcature montate. Un altro elemento che poco coincide con la realtà antica è quello legato al dilettantismo dei partecipanti, che rappresenta il cardine su cui si fonda l’olimpiade moderna. Seppure il carattere delle manifestazioni sia cambiato nelle diverse epoche, sappiamo invece che tra i Greci esisteva la figura dell’atleta professionista. I concorrenti, oltre a ricevere una serie di ricompense simboliche per le vittorie, come corone vegetali ed altro, traevano dalla loro attività un guadagno che poteva essere sia diretto che indiretto. Nel primo caso, esso si concretizzava in un premio in denaro da parte della città di appartenenza, che poteva anche attribuire all’atleta particolari privilegi, nel secondo caso, l’atleta riceveva dei riconoscimenti pubblici che ne aumentavano il prestigio ed il ruolo sociale e politico. Ciò era particolarmente vero per gli atleti che si distinguevano nelle competizioni del periodos, termine con il quale erano indicate complessivamente le quattro manifestazioni più importanti che monopolizzavano l’interesse e la partecipazione di tutti i Greci: i concorsi Olimpici, i Pitici, gli Istmici ed i Nemei. Oltre a queste competizioni, esistevano poi molte altre manifestazioni, che per il loro carattere locale non raggiungevano il prestigio di quelle citate. I concorsi del periodos, come le moderne Olimpiadi, suscitavano invece in questo senso, un incredibile interesse tra tutti i Greci che poteva essere sfruttato per le più diverse strumentalizzazioni. Venendo alla partecipazione di Crotone, registriamo, che essa ebbe modo di mettersi molto in evidenza durante i concorsi del periodos, distinguendosi, per quanto ne sappiamo, unicamente nelle manifestazioni di atletica e assumendo una popolarità che sarebbe giunta fino al punto da divenire proverbiale. Dice Strabone “…l’ultimo dei crotoniati è il primo tra i greci..”[18]. E seppure questa citazione possa comunque essere letta come un’esagerazione, le notizie in nostro possesso fanno fondatamente ritenere che i Crotoniati rappresentarono nell’antichità un vero e proprio exploit senza termine di paragone. Ciò è verosimile considerando che tali notizie sono sicuramente approssimate per difetto, in quanto fanno riferimento quasi unicamente agli atleti vittoriosi nei concorsi olimpici, mentre poco o nulla sappiamo della partecipazione dei Crotoniati nelle altre manifestazioni del periodos, se si eccettuano i personaggi comunque vincitori in Olimpia o che sono citati episodicamente, perché coinvolti in fatti diversi dalla pratica agonistica. Ci sono poi da considerare i concorsi che non rientravano nel periodos, ma che rappresentavano lo stesso importanti occasioni per mettere in vetrina le proprie qualità. C’è quindi da ritenere, che se è possibile registrare un così alto numero di vittorie nelle competizioni olimpiche, che erano considerate quelle più ambite e famose, è sensato supporre che probabilmente, anche molte competizioni minori videro la partecipazione e la vittoria dei Crotoniati. Non si deve comunque intendere quanto stiamo evidenziando come una lettura trionfalistica delle virtù atletiche di quelli che noi Crotonesi riteniamo i nostri avi, la mia sottolineatura vuole soltanto porre in evidenza, che i concorsi agonistici rappresentarono per Crotone un’eccezionale opportunità che, sfruttando l’interesse di tutti i Greci per la pratica agonistica, servì a reclamizzare e ad amplificare la sua immagine di città florida e potente. Ciò non deve essere sottovalutato cogliendo esclusivamente l’aspetto sportivo delle vittorie, perché fu anche attraverso questa propaganda che i Crotoniati riuscirono a proporsi come veri leader nei confronti di diversi altri stati greci. Ritornando a quanto ci viene documentato, ed in riferimento alle manifestazioni olimpiche, ci imbattiamo in una lunga sequenza di atleti a cominciare da un certo Daippos, che come pugile, conquistò la vittoria nel 672 a.C.. Nel VII secolo la presenza dei Crotoniati tra i vincitori di Olimpia costituisce comunque un fatto episodico, ma nel periodo compreso tra gli inizi del VI ed il primo ventennio del V, questa presenza diviene invece un predominio costante. Bisogna pensare che sulle 26 edizioni dei concorsi olimpici disputate nello spazio di un secolo (588 a.C. – 488 a.C.), i Crotoniati si aggiudicarono la vittoria in 18 occasioni (70 %), con una sequenza praticamente ininterrotta per quasi mezzo secolo (532 a.C. – 488 a.C.), costituita da 10 vittorie in 11 edizioni. Tra i protagonisti di queste imprese sono ricordati Glaukias nello stadio (588 a.C.), Likinos nello stadio (584 a.C.), Eratostene nello stadio (576 a.C.), Ippostratos nello stadio (564 e 560 a.C.), Diogneto nella lotta (548 a.C.), Timositeo nella lotta (512 a.C.), Isomaco nello stadio (508 e 504 a.C.) e Tisicrate nello stadio (496 e 492 a.C.). L’atleta più famoso fu in ogni caso il lottatore Milone, che vinse 10 volte nei concorsi Istmici, 9 in quelli Nemei, 7 in quelli Pitici e 6 volte ad Olimpia (dal 540 al 520 a.C.). Poi troviamo Astylo, un corridore che ad Olimpia vinse nello stadio e nel diaulos nel 488 a.C. come cittadino di Crotone e che poi proseguì la propria carriera come siracusano, collezionando altre vittorie nel 484 e nel 480 a.C.. Le biografie di questi atleti, come anche quella di altri, sono esaltate da veri e propri episodi leggendari, particolarmente numerosi e circostanziati per quanto riguarda Milone[19] vista la fama che derivava dalle sue numerose vittorie. Di Faillos[20], vincitore per tre volte nel penthathlon ai concorsi Pitici a Delfi, si tramanda che saltò l’incredibile misura di 55 piedi, lanciando altrettanto incredibilmente il disco fino ai 95. Di Filippo invece, cui è attribuita una vittoria ad Olimpia nel 520 a.C., non ci sono descritti i record, ma è tramandato che fosse il più bello di tutti i Greci del suo tempo[21], cosa degna di una vittoria, secondo il presupposto greco del solido legame tra bellezza e bravura.

 

L’uso politico dei concorsi

Le vicende di Crotone durante la prima parte del V secolo e la sua particolare posizione del momento, che la trova in prima fila tra i principali antagonisti di Siracusa, oltre a poter essere messa in luce attraverso una serie di episodi già visti, è rilevabile anche dagli avvenimenti che videro coinvolti i suoi atleti e che si verificarono durante lo svolgimento dei concorsi olimpici delle edizioni di questo periodo. Ciò avvenne in virtù della straordinaria popolarità che i Crotoniati avevano accumulato, ed alle strumentalizzazioni politiche che sia essi che i loro avversari, misero in piedi per riscuotere prestigio o per denigrarsi. Il primo di questi episodi è rappresentato da un fatto verificatosi durante lo svolgimento dei concorsi del 484 a.C.. In quest’occasione Astylo di Crotone al momento di essere proclamato vincitore, si dichiarò siracusano ed in conseguenza di tale gesto venne esiliato da Crotone. La prima considerazione è che lo smacco per i Crotoniati deve essere stato enorme. Proprio in occasione di un avvenimento così importante, che calamitava un così vasto interesse, il campione del momento aveva cambiato bandiera, assumendo quella della rivale che s’intendeva colpire. Hanno ben ragione le fonti[22] che riferiscono dell’ira dei Crotoniati. Essi ne avrebbero decretato l’esilio, accanendosi per dileggio contro le statue che gli avevano fatto erigere e destinando la sua casa a pubblica prigione. In termine di paragone è come se Carl Lewis in piena guerra fredda, all’atto di ricevere la medaglia d’oro olimpica sul podio, si fosse dichiarato sovietico mettendosi a cantare l’Internazionale sotto i riflettori del mondo intero. Tali fatti ebbero comunque uno strascico ancora più esplosivo solo poco tempo dopo. Durante lo svolgimento dell’olimpiade del 476 a.C. l’ateniese Temistocle si scagliò apertamente contro Ierone di Siracusa, reo di aver negato il suo aiuto ai Greci nelle recenti guerre persiane. Temistocle, non solo chiese l’esclusione di Ierone dalle competizioni, ma dall’alto della sua fama, conquistata in occasione della storica vittoria di Salamina, aizzò addirittura la folla a linciare il tiranno. I propositi di Temistocle non trovarono seguito, perché Ierone non fu assalito e poté conquistare la vittoria olimpica nella corsa dei cavalli, godendosi un successo, che in questo caso, possiamo sicuramente considerare amplificato dalla magra figura rimediata dal suo rivale ateniese sotto gli occhi di tutti. L’azione che vede responsabile Temistocle, rappresenta un episodio molto importante, in particolare perché avviene in violazione della tregua sacra, attraverso la quale era garantita a tutti una libera e sicura partecipazione alle gare. Seppure siamo al corrente di alcune violazioni di questa tregua, sappiamo che essa era molto rispettata, perché rappresentava la principale garanzia per lo svolgimento delle manifestazioni. Che Temisocle invece si sia reso autore di questa violazione è un fatto di una gravità estrema e rappresenta il caso più eclatante nella storia dell’intera manifestazione, come del resto, senza precedente era stato l’improvviso cambio di campo di Astylo.

 

Il ritiro dei Crotoniati dai Concorsi Olimpici

Gli episodi citati danno da soli l’idea del clima incandescente che oramai caratterizzava i rapporti tra gli antagonisti, che nelle occasioni viste, erano certamente andati oltre il semplice confronto atletico. Tali episodi hanno però un’appendice apparentemente strana, in quanto successivamente alla data del voltafaccia di Astylo (484 a.C.), nessuno dei Crotoniati appare più negli elenchi dei vincitori di Olimpia è ciò proprio all’apice di quella schiacciante supremazia divenuta proverbiale. Il motivo di quest’improvvisa scomparsa non è comunque frutto di avvenimenti catastrofici, ma è desumibile dal contesto esposto e spiegabile attraverso un boicottaggio. Non è difficile rilevare sia nella reazione attribuita ai Crotoniati in conseguenza della defezione di Astylo, che in quella dell’ateniese Temistocle di fronte ai successi olimpici di Ierone, dei gesti che nascono dagli interessi in gioco e che evidenziano un notevole grado di frustrazione. Sfogarsi distruggendo monumenti, come fecero i Crotoniati, o violare leggi scrupolosamente osservate, come fece Temistocle, rappresentano azioni estreme e scomposte, che evidenziano, in definitiva, l’impossibilità di risolvere diversamente le questioni. Esse appaiono fondamentalmente circoscritte alle precise ragioni che avevano motivato Atene e Siracusa, nel quadro delle lotte che avevano visto i Greci opporsi ai barbari (Persiani e Cartaginesi), attraverso le quali, con buona pace degli ideali, entrambe cercavano di imporsi nei confronti degli altri Greci e di tutelare ed espandere i propri interessi. In questo contesto Crotone, apertamente schierata, poteva far valere la sua immagine di vera e propria regina dei concorsi. La possibilità concreta di giocare questa carta, in una situazione che si presentava altrimenti senza sbocchi, può essere individuata alla base della mossa di Crotone che si ritirò unilateralmente dai giochi, probabilmente fidando sulla propria capacità di condizionarli, in virtù del prestigio dei suoi alleati e di quello che fino a quel momento, avevano raccolto i suoi atleti. In ogni caso, l’indirizzo dei concorsi pesantemente condizionato dalle sue rivali, non rappresentava più per Crotone, quella vetrina che gli poteva consentire di fare mostra di una potenza, che aveva subito cocenti ridimensionamenti. L’affermazione di Siracusa nel mondo greco d’Occidente, non avrebbe più permesso ai Crotoniati di esportare in occasione dei concorsi la propria immagine vincente. Di quest’immagine offuscata e di questa loro decisione, rimane ricordo nella tradizione che attribuisce ai Crotoniati l’istituzione di propri concorsi agonistici[23], che avrebbero avuto lo scopo dichiarato di rivaleggiare per importanza con quelli di Olimpia. Proprio per questo, Crotone avrebbe messo in palio per i vincitori, premi ricchissimi in contrapposizione ai premi simbolici che erano conferiti ad Olimpia[24]. Seppure tali argomenti siano da leggere alla luce di quanto abbiamo detto a proposito di premi e di giochi, rimane la rappresentazione di una realtà che vide per i Crotoniati notevoli difficoltà per il mantenimento di una linea di condotta antagonistica verso Siracusa.

 

Gli sviluppi del periodo e le conseguenze sulla situazione interna della città

Aver particolarmente indugiato su episodi della storia della città che coinvolgono spedizioni quasi simboliche (la partecipazione a Salamina) o fatti legati alla pratica agonistica, non deve portare a credere che gli interessi di Crotone si giocassero solo in ambiti che coinvolgevano questioni di prestigio in terre lontane, perché tali fatti ebbero una serie di ricadute, che interessarono uno scenario molto più prossimo ai suoi confini. A questo periodo viene infatti riferita una conquista locrese di Temesa, che seppure non è citata esplicitamente, rimane desumibile da un passo di Strabone, nel quale si cita la leggenda del locrese Eutimo, che ritornando vincitore da Olimpia, avrebbe liberato Temesa dal demone che la opprimeva[25]. La leggenda riferisce l’episodio della sottrazione di Temesa all’influenza dei Crotoniati (il demone), da parte dei Locresi simboleggiati da Eutimo, con un riferimento temporale che rimane coincidente con le vittorie olimpiche di quest’ultimo (484, 480 e 472 a.C.). Non è un caso che tale avvenimento venga proposto attraverso il coinvolgimento del più famoso olimpionico locrese e che i fatti vengano ricostruiti sullo sfondo dei concorsi olimpici. L’episodio che vede protagonista Eutimo e le lodi di Pindaro (Olimpiche X e XI) dedicate alla vittoria nel 476 a.C. di un altro locrese, Agesidamo, stanno a confermare un indirizzo politicizzato dei concorsi di questo periodo che vedono alla ribalta proprio le rivali di Crotone. Il panorama si presenta però fluido ed in costante evoluzione, in relazione alla precarietà ed alla complessità degli equilibri in gioco, permettendo ai Crotoniati di arginare in qualche modo la situazione. Ciò dimostra di essere stato favorito dallo stato di improvvisa precarietà che si manifestò a Siracusa in conseguenza della morte di Gelone (478 a.C.), e dei contrasti che si crearono per la successione tra i suoi due fratelli, Polizelo e Ierone. Quest’ultimo assunse il potere, non senza subire però, una serie di contraccolpi interni ed esterni. Anassilao, infatti, cercò di sfruttare l’instabilità del momento attaccando Locri, ma l’intervento di Ierone provocò il ritiro delle truppe reggine. E’ in questo frangente (477 a.C. ) che secondo Diodoro siculo[26] i Sibariti tentarono di ricostituire la loro città, fidando sull’aiuto di Ierone, che allo scopo, promise l’invio di una spedizione comandata da Polizelo. Quest’ultimo, temendo che questa fosse una mossa del fratello per toglierlo di mezzo, si guardò bene dall’assumere il comando delle operazioni, con il risultato che i Sibariti non riuscirono a ricostituire la loro autonomia, non si capisce bene dal brano, se per il mancato aiuto siracusano o a seguito di un intervento dei Crotoniati. In ogni caso, anche quest’episodio, se ce ne fosse bisogno, conferma il fatto che Sibari non fu rasa al suolo, perché i Crotoniati non sarebbero intervenuti contro muratori e carpentieri impegnati nella costruzione delle proprie case, ma rappresenta invece il tentativo di Sibari, perfettamente integra, di sfruttare il momento propizio di difficoltà di Crotone, per sfuggire al suo controllo e ricostituire una entità politica autonoma. Proprio in questo senso vedremo che questi tentativi si ripeteranno, a testimonianza della sopravvivenza della città e della sua naturale volontà di auto determinarsi. L’intervento di Ierone al fianco dei Sibariti dimostra inoltre uno sviluppo della situazione, che nel solco degli obiettivi descritti, trova i Siracusani tesi a garantirsi il controllo di particolari settori della penisola Italiana. Ricondotte a più miti consigli Selinunte e Reggio dopo la disfatta di Imera, Siracusa, infatti, aprì le ostilità contro gli Etruschi, sui quali Ierone ottenne una storica vittoria nella battaglia navale presso Cuma (474 a.C.) e consolidò la propria presenza sul Tirreno occupando Pithecussa (Ischia) e concorrendo alla fondazione di Neapolis (Napoli). La pressione alla quale fu sottoposta Crotone, portò intanto alla determinazione di nuovi equilibri nei suoi rapporti interni. Come fa notare G. De Sensi Sestito[27], l’ostilità di Crotone nei confronti di Siracusa, determinò al suo interno un rafforzamento della sua aristocrazia ed una nuova affermazione sulla scena politica della città dei Pitagorici, che potevano far valere la loro tradizionale avversione verso la tirannide. Tale supporto ideologico rappresenta comunque solo la facciata di precisi rapporti, come quelli che Crotone allacciò durante questo periodo con Velia (fondata nel 540 a.C. dai Focei con il concorso di Poseidonia), i cui interessi sul Tirreno, a prescindere dalla presenza del pitagorico Parmenide, erano certamente antagonistici alla politica commerciale di Siracusa. Le conseguenze patite da Crotone, ebbero comunque fine in coincidenza del cambiamento di regime a Siracusa (465 a.C.) con la cacciata di Trasibulo e la fine della tirannide dei Diomenidi, che determinò la possibilità per i Crotoniati di ricostituire con essa i rapporti logorati dal precedente periodo e di inserirsi nei traffici che le facevano capo e che lungo la rotta orientale, si giovavano della florida attività commerciale di Corinto[28]. Ciò assicurò alla città il riequilibrio dei suoi rapporti interni ed esterni, anche se le modifiche intervenute ed i problemi, per cosi dire, “strutturali” della polis, faranno si che altri avvenimenti giungano a sconvolgere la situazione, visto che l’alternarsi di questi momenti, costituisce, in fondo, il naturale evolversi di ogni comunità.

 

Note

[1] apud Ateneo XII 522 a, c.

[2] Plut. Per., 2, 1.

[3] Paus. VI, 19, 6.

[4] Cicerone, De Inve., II, 1, 1; Dion. di Alic., De Vet. Scrip. Cens., I.

[5] N. Franco Parise, op. cit., p. 312-313.

[6] Oltre ad alcuni stateri che non unanimemente si attribuiscono ad una serie Crotone – Messana (Messina), esistono serie di nominali inferiori che oltre al tripode recano la lepre. Questo simbolo ricorre su monete di Messana e di Reggio dal 480 a. C. alla caduta dei figli di Anassilao, ma con il 461 a.C. è abbandonato dalla monetazione di Reggio. A Messana invece, seppure interrotto per qualche tempo, si ritrova per un periodo più lungo che giunge fino al 396 a.C. (Nicola Franco Parise, op. cit. p. 313).  I contatti commerciali con la Sicilia sono evidenziati anche dalle serie Crotone – Imera (stateri e nominali inferiori) che accanto al tripode riportano il tipo imerese raffigurante il gallo. La presenza in particolare di questo simbolo, sembra datare abbastanza precisamente queste ultime emissioni, dato che esso fu abbandonato dalla città siciliana dopo il 480 a. C. (Nicola Franco Parise, op. cit. p. 313). Alle monete di argento fanno seguito anche alcune serie di bronzi (P. Attianese, op. cit. p. 174) che analogamente alle precedenti, riproducono il gallo e la lepre. Seppure P. Attianese dati queste emissioni al periodo 450-420 a.C., é pensabile che esse abbiano una datazione più alta per le attribuzioni che si riferiscono alle monete d’argento che riproducono gli stessi tipi.

[7] A proposito di queste emissioni, seppure esse vengono fatti risalire da P. Attianese al periodo 460-440 a.C. (op. cit. p. 95-96), é ragionevole ritenere che siano almeno contemporanee alle serie di Velia che riportano il tipo della civetta, e che G. De Sensi Sestito (op. cit. p. 265) mette in relazione all’intensificazione dei contatti tra Velia ed Atene, in conseguenza dell’intervento di Ierone di Siracusa nel Tirreno durante gli anni 475-470 a.C.. Lo scarso numero di monete di questo tipo ritrovato é da mettere in relazione, analogamente alle serie tripode – gallo riferibili ad Imera, agli eventi politici che interessarono i rapporti tra Crotone e Siracusa durante la tirannide dei Diomenidi.

[8] Erod. VIII, 47.

[9] Erod. VIII, 47.

[10] Plut., V. di Aless., 34.

[11] Paus. III 19, 12.

[12] Accanto alla tradizione che vuole il comandante crotoniate Leonimo ferito da Aiace, vi è quell’omologa di Formione anch’egli ferito nella battaglia e poi guarito a Sparta (M. Giangiulio op. cit. p. 239).

[13] A tale contesto sembra poter fare riferimento il coinvolgimento di Reggio nei fatti della Sagra riportato da Strabone (VI, 1, 10). Secondo G. De Sensi Sestito (op. cit. p. 255) l’attacco di Anassilao a Locri sarebbe stato mirato contro Metauro.

[14] Erod.VIII, 62.

[15] Polibio II, 41, 4; Paus. VII, 1, 7; II, 18, 6-8; Strab. VIII, 5, 5; VIII, 7, 1.

[16] Paus. III, 3, 1.

[17] Licof. 856-861.

[18] Strab. VI, 1, 12.

[19] Paus. VI, 14, 2.

[20] Erod. VIII, 47; Paus. X, 9, 2.

[21] Erod. V, 47.

[22] Paus. VI, 13.

[23] Ateneo XII, 522.

[24] Analogamente a Crotone, anche ai Sibariti era mosso lo stesso rimprovero (Ps. Scimno 339-360) con gli stessi fini moralistici.

[25] Strab. VI, 1, 5.

[26] Diod. XI 48, 4-5.

[27] G. De Sensi Sestito, op. cit. p. 262.

[28] Agganciate ai flussi del commercio corinzio sono le numerose serie Crotone – Corinto con tripode e Pegaso volante (trioboli e dioboli), che rispetto alle serie viste precedentemente, riguardanti i rapporti commerciali con Atene, risultano molto più attestate (P. Attianese, op. cit. p.79-80). Questa situazione si evidenzia anche attraverso le emissioni di Crotone che riportano i simboli di Siracusa ed Agrigento. Le serie Tripode – Polipo (Siracusa) e Tripode – Granchio (Agrigento), entrambe ben attestate dai ritrovamenti, dimostrano una ricostituzione dei rapporti di Crotone con queste due città, che è possibile mettere in relazione con la fine della tirannide a Siracusa (465 a.C.), come del resto conferma che Siracusa conia con il simbolo del polipo solo attorno al 460 a.C. (Nicola Franco Parise, op. cit. p. 313).