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Milone

Milone di Crotone, statua del 1671 di Pierre Puget conservata al Museo del Louvre di Parigi (da www.wahooart.com).

 

La seconda rivoluzione contro la setta

Le vicende che avevano interessato la città durante la prima metà del V secolo, avevano visto Crotone vivere una fase particolarmente travagliata, in ragione dell’instabilità creata dai motivi di attrito con Siracusa. Attorno alla metà del secolo, la troviamo invece in una condizione di ritrovata stabilità, in conseguenza del recupero dei rapporti con gli stati greci della Sicilia orientale e del fatto, che in ogni caso, lo stato di conflitto non aveva sostanzialmente pregiudicato i suoi interessi e le potenzialità future. Gli anni che l’avevano vista lungamente opporsi al potere siracusano, avevano però determinato al suo interno un rafforzamento dell’aristocrazia, ed un ulteriore irrigidimento di questa verso i ceti subalterni. In questo caso, bisogna pensare che in conseguenza della fase di sviluppo goduta dalla città, questi ultimi dovevano essere notevolmente cresciuti, determinando, tra l’altro, anche un consistente aumento della popolazione residente nella città. Quest’atteggiamento intransigente, accoppiato a tale fase di sviluppo, innescò una serie di avvenimenti che portarono ad una nuova guerra civile, che da una parte realizzò una definitiva eliminazione degli antichi privilegi che risalivano alla costituzione coloniale e dall’altra, determinò il definitivo allontanamento dei Pitagorici dalla città e la conclusione della loro esperienza politica. La tradizione esposta da Giamblico[1] che fa riferimento ad Apollonio, riporta che la scintilla che provocò la rivolta, fu innescata dalla proposta di alcuni esponenti dell’aristocrazia di cambiare la costituzione della città. Questa proposta, avanzata nell’assemblea da Ippaso, Diodoro e Teage, prevedeva l’estensione a tutti gli individui di condizione libera del diritto di far parte dell’assemblea, con la conseguente possibilità di accedere alle magistrature. Si prevedeva inoltre, che i magistrati fossero obbligati a fornire un rendiconto alla fine del loro mandato. La proposta avrebbe trovato l’approvazione dell’assemblea ma non dei Pitagorici, che per bocca di Alcimaco, Dinarco, Metone e Democede, si sarebbero opposti radicalmente a tale proposito. Il rifiuto di ogni mediazione, determinò una rivoluzione, durante la quale i Pitagorici furono in parte uccisi, mentre altri fuggirono guidati da Democede e Dinarco, tentando successivamente, senza riuscirci, di ritornare con le armi nella città. Anche se le fonti di parte pitagorica ambientano la rivoluzione a Crotone, Polibio riferisce che in quest’occasione, i disordini interessarono tutte le città nelle quali la setta si era stabilita[2]. I Crotoniati si riorganizzarono in una democrazia, e per risolvere la questione con gli esuli pitagorici che nel frattempo continuavano a minacciare la città dall’esterno, chiesero l’intervento di un arbitrato delle città di Taranto, Metaponto e Caulonia che si pronunciò riconoscendo le ragioni della città contro quelle dei Pitagorici. Questo fatto determinò un inasprimento dell’atteggiamento dei Crotoniati, che forti del potere raggiunto, ne approfittarono per allontanare anche diversi altri cittadini della fazione aristocratica[3]. Fu così che nel 453 a.C. i Sibariti ricostituirono la loro città[4] in conseguenza della rivolta democratica di Crotone, che di conseguenza è possibile far risalire ad una fase immediatamente precedente. Nel 448 a.C. i Crotoniati distrussero questa nuova Sibari, reprimendo un tentativo che con ogni probabilità, nasceva dalla volontà di quest’ultima di sfruttare l’incertezza del momento[5].

 

Il superamento di una tradizione

La citazione di Polibio[6], che inserisce la rivolta scoppiata a Crotone nel quadro di un più complessivo stato di disordine e d’incertezza, comune alla realtà delle colonie durante questo periodo, esprime una situazione che difficilmente può essere trascurata al fine di ricostruire gli avvenimenti. La letteratura degli autori di parte pitagorica si dimostra troppo incline ad accentrare gli avvenimenti su Crotone e a mescolarli, nell’intento di evidenziare il ruolo che Pitagora ed i suoi avrebbero avuto nei fatti. Com’è stato invece già sottolineato a riguardo della dissoluzione di Sibari, anche in questo caso, si tratta di fatti che riguardano uno scenario più complessivo e che segnano altrettanti momenti di transizione nell’evoluzione della polis. In questo caso, proprio la citazione di Polibio evidenzia bene il contesto che abbiamo di fronte. Si tratta di una fase che vede un’instabilità diffusa, che non può essere messa in relazione solo all’attività della setta e che non è esclusivamente pertinente alla realtà di Crotone, ma che nasce da una crisi che coinvolge la struttura dei modelli cittadini, dove le prerogative ed i privilegi limitati a poche élite, entrano irrimediabilmente in contrasto con il tipo di sviluppo che aveva accompagnato il mondo greco occidentale durante il periodo. Ciò che ci è stato tramandato come la fine dell’esperienza pitagorica, rappresenta, quindi, in sostanza, il superamento definitivo della dimensione arcaica della polis. Intendendo con questo termine una frattura con la realtà arcaica che ancora sopravviveva nelle città, e che può essere identificata in quanti detenevano uno status basato su una discendenza reale, riconosciuta o in ogni caso accettata, con le origini coloniali della città. In tale direzione può essere compreso il coinvolgimento di altre città (in maniera generica, ma anche esplicitamente quando si menziona l’intervento di Taranto, Metaponto e Caulonia), la difesa nell’assemblea delle prerogative aristocratiche da parte dei Pitagorici e le ritorsioni contro gli aristocratici citate esplicitamente da Giamblico[7]. Tale serie d’implicazioni si rende comunque manifesta quando si consideri il profilo dei personaggi che la tradizione ha utilizzato nella rappresentazione degli avvenimenti in questione. Ritornando all’episodio che descrive il definitivo esilio dei Pitagorici, non è un caso che esso sia presentato coinvolgendo la figura di Milone, vanto ed emblema dell’aristocrazia cittadina e della stessa setta, artefice con la sua forza di episodi straordinari, di ineguagliabili vittorie olimpiche, della sconfitta dei Sibariti e pio sacerdote del culto di Hera[8]. Milone è infatti utilizzato con un evidente anacronismo (la vita del personaggio è pertinente a circa un secolo prima), all’interno di una tradizione dove costituisce la figura di collegamento tra l’aristocrazia cittadina e la setta pitagorica. Tale collegamento è ambientato in un ambito extraterritoriale, dove le differenze tra i due gruppi sociali (l’organizzazione politica della città e quella settaria dei Pitagorici) possono essere superate. Situazione che idealmente si realizza sul suolo sacro dove viene garantito l’asilo da parte di Hera, il culto poliade della città. E’ probabilmente in questo ambito che vanno interpretati i segni che l’indagine archeologica ha rilevato nell’edificio B del santuario di capo Lacinio, la cui scomparsa[9] non solo sembra coincidere in ordine di tempo con  gli avvenimenti che determinarono il definitivo allontanamento dei Pitagorici dalla città, ma sembra trovare riferimento con diversi episodi citati dalla tradizione. Secondo la descrizione fornitaci da Giamblico[10], (il quale fa riferimento a Nicomaco e ad Aristosseno[11]), mentre i Pitagorici erano riuniti nella casa di Milone, “per deliberare sui pubblici affari”, essi sarebbero periti nell’incendio che nel frattempo vi appiccarono i loro concittadini di parte avversa. Dalle fiamme, solo i giovani Archippo e Liside avrebbero trovato scampo. Secondo un altro episodio[12], che però non fa riferimento esplicito alla sommossa, un giorno i Pitagorici si sarebbero trovati riuniti in un banchetto, quando una delle colonne dell’edificio che li ospitava avrebbe ceduto minacciando di ucciderli tutti. Essi, comunque, avrebbero trovato scampo grazie all’intervento di Milone che, in virtù della sua forza sovrumana, avrebbe sostenuto il tetto prima del crollo per un tempo sufficiente a che tutti, compreso egli stesso, si ponessero in salvo. Oltre a trovare una conferma generica in alcune evidenze d’incendio riscontrate nell’edificio B[13], questa tradizione sembra riferirsi più direttamente, ad una serie di problemi riguardanti la statica del suo impianto[14]. Questi semplici spunti non ci consentono di appurare un effettivo collegamento tra le vicende dei Pitagorici e quelle di quest’edificio. Tale collegamento esiste invece tra l’attività della setta e l’area che l’ospitava, dato che qui Pitagora avrebbe tenuto le sue orazioni alle donne della città[15]. A proposito delle caratteristiche della setta pitagorica, abbiamo sottolineato che essa si poneva in alternativa all’ordine politico cittadino e che si costituì a Crotone trovando la sua ragion d’essere, come supporto ideologico ad una aristocrazia impegnata a difendere i propri privilegi da un’evidente minaccia popolare. Le connessioni che è possibile evidenziare tra l’area del santuario e le attività della setta, il ruolo svolto da Hera ed il carattere prettamente extraterritoriale di quest’area, suggeriscono lo scenario complessivo e la stessa posizione politica che i Pitagorici assunsero nei confronti della città. Essi si posero a supporto degli aristocratici, ma allo stesso tempo aspiravano a costituire una diversa organizzazione sociale che negava l’ordine cittadino della polis[16]. Se ne deduce che, alla luce delle considerazioni espresse a proposito del coinvolgimento del santuario di capo Lacinio nei miti di fondazione e sulla sua pertinenza all’interno del processo di acquisizione operato dai coloni, l’edifico B fu probabilmente distrutto dagli stessi Crotoniati, perché rappresentava un simbolo legato al potere di quanti potevano vantare una discendenza collegata con l’origine e la costituzione della patria, e per questo motivo non venne mai più riedificato.

 

La morte di Milone

In virtù dei significati che abbiamo esposto attorno alla figura di Milone, è possibile rilevare come le vicende che riguardarono il sovvertimento della cittadinanza aristocratica alla metà del V secolo, trovino una loro rappresentazione attraverso il resoconto letterario della fine di questo personaggio[17]. Secondo questa leggenda, egli sarebbe morto nel fitto di una foresta perché avrebbe cercato di spaccare un tronco che aveva trovato armato con i cunei. Mentre era intento in tale operazione, i cunei però sarebbero caduti, lasciandolo intrappolato ed in balia delle fiere che ne avrebbero fatto scempio. Milone quindi, sarebbe morto per aver sopravvalutato la sua forza straordinaria, ma tale atto di superbia, attraverso cui si tende a motivare la fine del personaggio e di riflesso quanto esso rappresentava, trova un’ambientazione che non si riferisce allo spazio dove regna l’ordine politico cittadino, ma richiama i luoghi del disordine primordiale (la foresta), attraverso cui si allude ai disordini che videro i Crotoniati dilaniarsi tra di loro in occasione della guerra civile. Tale riferimento si presta ad essere letto, in relazione alla generale convinzione greca che la stasis (la guerra civile), fosse il peggiore dei mali che potesse affliggere una città, capace di farla regredire ai più bassi livelli della sua socialità. In questo caso, essa può essere paragonata ad una foresta popolata di belve, dove non esiste più la legge dell’uomo politico, ma solo quella del suo essere in quanto tale. Sempre per quanto riguarda i richiami che la tradizione costruisce attorno a Milone, risultano evidenti i parallelismi con la figura di Ercole – l’eroe responsabile della nascita della città – come evidenti appaiono i riferimenti ad esso pertinenti da parte di Pitagora. Dotato di una forza straordinaria e protagonista di imprese sovrumane, capace di assumere le stesse sembianze dell’eroe durante la battaglia contro i Sibariti sul fiume Traente, custode del culto poliade, Milone è la figura scelta per rappresentare l’onnipotenza delle antiche casate dei fondatori della patria, prerogativa che è cancellata e mortificata con la violenza della guerra civile. In questo senso, la tradizione non risparmia una precisa critica a questo ceto, come sottolinea la fine ingloriosa di Milone che sarebbe rimasto in balia delle fiere per non aver saputo valutare le proprie forze, atto con il quale si sottintende la miopia degli aristocratici nel valutare oggettivamente la situazione che avevano di fronte.

 

L’epopea di Democede

Gli episodi che coinvolsero il definitivo allontanamento dei Pitagorici dalla città ed il suo radicale rinnovamento, oltre a poter essere messi in evidenza attraverso una serie di valutazioni relative alla figura di Milone, possono essere seguiti analizzando le vicende del suo concittadino Democede, che è indicato come uno dei protagonisti principali di questi fatti. Egli era un medico, sulle cui vicende esiste una lunga esposizione da parte di Erodoto che mette in evidenza le virtù mediche che lo avrebbero contraddistinto[18]. Seppure la presenza di personaggi che si occuparono di medicina, ci sia nota già in riferimento all’epoca arcaica e se lo stesso Erodoto[19] sottolinei il prestigio raccolto nel mondo greco dai medici crotoniati, bisogna evidenziare che questa tradizione implica una serie di aspetti che, in parte, esulano da quelle che possiamo definire delle conclamate ed esclusive capacità professionali. Il riferimento appare strettamente connesso a classici personaggi del Pitagorismo (Democede o Filolao) o a figure vicine a quest’ideale (Alcmeone), mentre il giudizio su questo aspetto, deve tenere conto di quelle che dovevano essere le concrete possibilità del tempo che, sicuramente, non consentivano ad un medico grandi possibilità di manovra. In generale, dunque, la lettura degli episodi relativi a questi personaggi, si presta ad essere interpretata alla luce di quelli che costituiscono gli ambiti classici della medicina antica e della guarigione, dove gli aspetti religiosi sono strettamente legati a queste funzioni. Essi evidenziano nella società, la presenza di figure autorevoli capaci di far valere il loro status, attraverso cui esse possono vivere dell’esercizio di un mestiere, di un’arte e, comunque, di una capacità che, nel nostro caso, si dimostra legata all’esperienza rivelatrice del Pitagorismo. Più specificamente, come nel caso di Democede, tali figure ci consentono di risalire ad un contesto storico, perché la loro importanza ha determinato che attorno ad esse si coagulasse e si strutturasse un racconto che, per quanto ci riguarda, evidenzia il particolare momento di vita della città che stiamo prendendo in considerazione. Secondo Erodoto, Democede, figlio di Callifonte, per i contrasti che aveva con il padre, decise di abbandonare la sua città e di cercare fortuna altrove. Questo suo viaggiare lo portò prima ad Egina, poi ad Atene e quindi a Samo, dove divenne il medico personale del tiranno Policrate. In seguito alla caduta del tiranno, rovesciato dai Persiani, fu fatto prigioniero e condotto a Susa, dove grazie alla propria abilità di medico, riuscì a guarire il re Dario da una grave malattia. Per la sua bravura il re lo ricoprì di ricchezze, ma gli vietò di abbandonare la Persia, visto che temeva di perdere i suoi importanti servigi. Democede però, seppure ricchissimo, non si rassegnava a rinunciare alla propria libertà e per questo motivo allestì un piano, sfruttando, nel frattempo, il fatto di aver guarito anche la regina Atossa, con la quale pattuì un aiuto alla fuga in cambio delle cure. L’occasione gli fu data dalla ribellione dei Greci della Ionia ai Persiani. In questo caso, La regina spinse il re a preparare una spedizione per invadere la Grecia, da dove provenivano gli aiuti ai rivoltosi e propose al marito di mandare Democede in avanscoperta, allo scopo di preparare le operazioni. Il re si lasciò convincere e Democede partì sotto la vigilanza di un gruppo di Persiani. Durante la sua ricognizione, egli giunse a Taranto, dove d’accordo con Aristofilide, re della città, fece imprigionare i suoi accompagnatori, accusandoli di essere delle spie e partì per Crotone. I Persiani però furono liberati e si misero in cerca di Democede e giunti a Crotone lo trovarono nella piazza. A questo punto cercarono di catturarlo, ma seppure alcuni Crotoniati fossero pronti a consegnarlo, altri si schierarono in sua difesa, bastonarono i Persiani e predarono le loro navi. Finalmente in salvo e al sicuro, Democede, benché sessantenne, prese in sposa la figlia di Milone e per mezzo dei Persiani, che nel frattempo si apprestavano a ritornare in patria, mandò a dire a Dario che egli era divenuto il genero di un uomo illustre e potente e che in patria egli godeva di prestigio e protezione. Secondo Ateneo gli fu riservato l’onore di essere designato Pritane[20], una carica che s’interpreta come la massima magistratura della città[21].

 

La fine dell’esperienza pitagorica

Come abbiamo detto, Democede è il personaggio responsabile di tutte le fasi che vedono scoppiare la seconda e definitiva rivolta anti pitagorica a Crotone. Egli, prima, avrebbe guidato nell’assemblea l’opposizione dei suoi contro quelli che reclamavano una nuova costituzione e, successivamente, avrebbe impugnato le armi morendo nella contesa. L’epopea di Democede scelta dalla tradizione, rispecchia, infatti, gli avvenimenti che ebbero per protagonisti i Pitagorici durante la rivolta della metà del V secolo. Allo scopo, le sue vicende iniziano con i contrasti paterni ed il conseguente abbandono della patria, attraverso cui si allude all’allontanamento dei Pitagorici dalla città. Esse successivamente si sviluppano attraverso un viaggio che, in conclusione, lo porta alla corte di Policrate a Samo, ripercorrendo all’inverso, quello fatto da Pitagora per raggiungere Crotone. Quest’inversione testimonia tutta la filosofia del racconto, sottolineando il recupero della libertà da parte di Pitagora e l’esilio di Democede. L’ambientazione scelta è quella delle guerre persiane, che non coincide con il periodo che stiamo trattando, ma che è utilizzata come contesto di riferimento, perché il racconto è centrato sul recupero della libertà, di cui proprio l’episodio delle guerre persiane rappresenta il più forte paradigma di riferimento per la cultura greca del V secolo. La libertà è recuperata da Democede rinunciando alle favolose ricchezze del re di Persia e ricorrendo alla propria astuzia. Ciò comunque, avviene principalmente grazie alla sua abilità di medico, al suo sapere, dunque sulla base di una condotta aderente ai principi della propria filosofia pitagorica, che gli permette di ricattare la regina e di fuggire. Tali significati si evidenziano anche nella conclusione della storia, quando Democede facendosi beffe del re di Persia, (secondo i Greci il più grande ed il più potente tiranno del mondo) gli avrebbe mandato a dire di essere di nuovo a pieno titolo nella sua patria. Al suo ritorno, nonostante la volontà di alcuni suoi concittadini di riconsegnarlo ai Persiani, la conclusione della sua epopea lo vede prendere in moglie la figlia di Milone, figura che, come nei casi precedenti, viene qui ripresa per evidenziare il legame tra l’aristocrazia cittadina e la setta. La favola descrive comunque un Democede oramai vecchio, sottolineando in questo modo, la conclusione definitiva dell’esperienza pitagorica che, in ogni caso, è addolcita dal compimento di un ritorno in patria che si realizza con tutti gli onori, dato che secondo Ateneo gli sarebbe stata conferita la massima carica rappresentativa della città. Possiamo quindi dire che, nella sostanza, gli episodi che possono essere messi in evidenza attraverso la tradizione permettono di evidenziare che nella città si realizzò un taglio drastico con il passato, determinando un totale ribaltamento delle posizioni di potere. Gli episodi legati a tale processo sono rimasti nella letteratura dei Neopitagorici che ne fecero una questione legata alle persecuzioni patite dai loro antichi confratelli, accentrando su di sé una serie di avvenimenti, che invece furono legati ad una crisi di crescita più complessiva della società cittadina di quel tempo. Tale conclusione, che fu invece violenta e drastica, trova ragione negli atti successivi del processo che portò alla ricostituzione della cittadinanza[22], dato che quando si furono calmate le acque, i dissidi vennero ricomposti, come avremo subito modo di vedere, anche in relazione a quanto ci è stato tramandato sull’eroismo che avrebbe caratterizzato la definitiva uscita di scena dei Pitagorici.

 

L’intervento di Atene, la nascita di Thuri e la rifondazione di Sibari

Se notevoli trasformazioni avevano caratterizzato le vicende interne della città, altri fatti importanti, riguardanti questa volta i rapporti di equilibrio con diversi altri stati greci, coinvolsero i suoi interessi durante la seconda parte del V secolo. Tali trasformazioni presero avvio dal consistente intervento di Atene nella politica del mondo greco occidentale. Il rafforzamento del suo ruolo, prende le mosse da un rafforzamento della sua attività commerciale in occidente, che risaliva già in precedenza, ma che proprio in questa fase si potenzia notevolmente. Nell’area soggetta ai Crotoniati, la presenza ateniese si concretizzò principalmente, attraverso una serie di fatti legati alla riorganizzazione politica della sibaritide. Nel 446 a.C. i Sibariti chiesero agli Ateniesi di contribuire alla ricostituzione della loro città, trovando subito adesione al progetto. Un contingente ateniese, infatti, sbarcò in Italia con questo obbiettivo, ma la convivenza non ebbe una lunga durata, perché una serie di contrasti sorti subito dopo la costituzione della città, determinarono il suo abbandono da parte dei Sibariti. Essi si trasferirono sul fiume Traente, dove nel 444 a.C. fondarono una nuova Sibari che, seppure sorta in un luogo diverso da quello originario, mantenne l’antico nome. Come abbiamo precedentemente espresso, la localizzazione di questa nuova Sibari non rappresenta un fatto casuale. Essa si collocò fuori dai confini della vecchia città, in un’area che in passato era stata gestita con il concorso di Crotone e dove la sua rinascita ribadisce la dipendenza da quest’ultima. Nel frattempo, al primo nucleo ateniese si aggiunse un secondo contingente, costituito da Greci provenienti da diverse città del Peloponneso, che portò alla fondazione di una nuova città che fu chiamata Thuri e dichiarata panellenica. Questa serie d’importanti sviluppi della politica ateniese avvenne certamente attraverso un coinvolgimento di Crotone, in virtù dei buoni rapporti che essa aveva con Atene. Il primo atto politico di Thuri fu subito, infatti, quello della stipula di un trattato con Crotone[23]. Questi buoni rapporti però non durarono a lungo, anche in virtù delle trasformazioni che interessarono la realtà interna di Crotone. All’incirca intorno a questo periodo, si sarebbe infatti realizzato il ritorno dei Pitagorici a Crotone che, secondo quanto ci dice Polibio, avvenne attraverso l’intervento degli Achei del Peloponneso, che vennero prescelti dai Crotoniati tra i tanti che avevano offerto la loro disponibilità di mediazione[24]. Quest’avvenimento, comunque, ben difficilmente coinvolse realmente i Pitagorici. Esso, come vedremo, costituisce il preludio di un racconto romanzato, che li vede subito uscire di scena attraverso il compimento di un estremo gesto eroico nei confronti della loro patria. Più verosimilmente, attraverso tale forma di riconciliazione, tale gesto allude alla realizzazione di una nuova forma di convivenza, che deve essere inteso come la risposta ad una serie di esigenze che furono soddisfatte in un contesto di mediazione.

 

La lega Achea, la difesa di Terina e l’ascesa dei Lucani

L’intervento degli Achei, oltre a determinare il ritorno dei Pitagorici che si trovavano esuli a Reggio, portò Crotone, Sibari e Caulonia a riorganizzare i propri rapporti sull’esempio della lega che i loro consanguinei avevano costituito nell’Acaia peloponnesiaca[25]. In questo senso, essa fu consacrata sotto la protezione di Zeus Homarios[26], un tipico culto della città di Egion in Acaia, al quale fanno esplicito riferimento le monete coniate in questo periodo dalla zecca di Crotone, sulle quali predomina l’aquila[27], classicamente riferibile a Zeus. La costituzione di questo nuovo organismo, dotato di istituzioni democratiche e guidato dai Crotoniati, non rappresenta tanto un atto nei confronti di un’incombente minaccia esterna, ma si riferisce alla stabilizzazione dei rapporti tra gli Achei che coinvolgono, in particolare, anche l’area che era stata riqualificata attraverso la nuova fondazione di Sibari. Da quella parte provenivano ancora diversi problemi e vi permaneva uno stato di pericolosa incertezza, come dimostrano gli avvenimenti che caratterizzarono i rapporti tra Crotone e Thurii di questo periodo. Seppure in maniera incerta e frammentaria, e nell’assenza di un riferimento cronologico preciso, siamo informati di un conflitto tra Thurii e Crotone che è inquadrabile in questa fase[28]. Dal racconto di Polieno[29], si apprende che i Thurini, guidati da Cleandrida, attaccarono Terina senza successo. Tale atto, riguardante un’area tradizionalmente legata a Crotone, dovrebbe corrispondere ad un episodio riportato da Giamblico[30], che non cita esplicitamente Terina ma che, a proposito del ritorno dei Pitagorici da Reggio, riferisce che questi ultimi morirono tutti nella difesa del territorio della loro patria, combattendo i Thurini invasori. Quest’episodio, che mette in luce la fine eroica dei Pitagorici e sottolinea lo stato di incertezza che caratterizzava i rapporti tra Crotone ed uno dei suoi principali vicini, contiene un riferimento molto importante, che svela uno scenario probabilmente già aperto da tempo. Dalla citazione di Polieno si apprende, infatti, che le operazioni contro Terina sarebbero state guidate da Cleandrida, un comandante che in questo periodo, avrebbe diretto anche una serie di campagne vittoriose contro i Lucani (una popolazione affine ai Sanniti, che in questa fase troviamo attestata nell’area a ridosso del massiccio del Pollino[31]).

 

Note

[1] Giamb. 257.

[2] Polibio II, 39.

[3] Giamb. 257-262.

[4] Diod. XI 90, 3-4.

[5] Anche in questo caso ciò deve essere inteso come la distruzione dell’autonomia politica della città.

[6] Polibio II, 39.

[7] Giamb. 257-262.

[8] Philostr. V. Apoll. 4, 28.

[9] R. Spadea, op. cit. p. 48.

[10] Giamb. 249.

[11] Aristoss. fr. 18 W.

[12] Strab. VI, 1, 12.

[13] R. Spadea, op. cit., p. 46-47.

[14] Come hanno fatto rilevare gli archeologi, tali problemi strutturali, resero necessario “intervenire sul tetto, che doveva aver giocato un considerevole ruolo nel cedimento”. (R. Spadea, op. cit. p. 47).

[15] Giamb. 50.

[16] Anche Platone ad Atene, non avrebbe istituito la sua scuola filosofica nell’agorà, ma nell’area extraurbana dell’Accademia.

[17] Strab. VI, 1, 12; Paus. VI, 14, 2.

[18] Erod. III, 125; 129-137.

[19] Erod. III, 131.

[20] Ateneo, XII, 22.

[21] M. Giangiulio, op. cit. p. 11

[22] L’episodio sembra riferirsi in ordine di tempo ai segni che l’indagine archeologica ha rinvenuto in località Vigna Nova in prossimità del fiume Esaro e di uno dei principali accessi della città. Alla probabile data del secondo venticinquennio del V secolo (475-450) in quest’area sacra, si fa risalire una deposizione votiva di oggetti metallici di vario genere (catene, attrezzi agricoli, armi) che è messa in relazione ad una liberazione di schiavi sibariti realizzata da Clinia (R. Spadea, Note Topografiche sulla Polis, in “Crotone, storia, cultura economia” BPC di Crotone, ed. Rubbettino 1992). Dalle considerazioni esposte, sembra difficile far corrispondere il periodo tirannico di Clinia con questa data, mentre appare più verosimile una ricostruzione che, escludendo i paventati schiavi sibariti, coinvolga gli stessi Crotoniati che, a questo punto, attraverso la deposizione degli oggetti che gli archeologi hanno ritrovato, avrebbero riconsacrato l’ordine politico della loro città successivamente alla rivolta.

[23] Diod. XII 11, 3.

[24] Polibio II 39.

[25] Polibio II 39.

[26] Polibio II 39.

[27] P. Attianese, op. cit. p. 100 e sgg.

[28] G. De Sensi Sestito, op. cit. p. 274 –275.

[29] Polieno, Strat., II 10, 1.

[30] Giamb. 264.

[31] G. De Sensi Sestito, op. cit. p. 274.