Vicende feudali di Cariati, Cerenzìa e altre terre vicine durante il Medioevo

Cariati e gli abitati vicini in un particolare della carta austriaca del Regno di Napoli, Sez. 11-Col IX (1822-1825).

Il geografo Strabone in età augustea, descrivendo l’area compresa tra le antiche polis greche di Crotone e Sibari, a proposito dei “popoli che abitano nell’interno, vale a dire i Lucani e i loro vicini Sanniti”, individua in primo luogo “Petelia” (Πετηλία), l’odierna Strongoli, facendone risalire la fondazione al mitico Filottete, e affermando che, ai suoi tempi, la città era “considerata metropoli dei Lucani”, e che era posta nelle vicinanze dell’antica “Crimisa” (Κρίμισσα), anch’essa fondata da Filottete, abitato identificabile con il luogo dove rimangono i resti archeologici di un tempio, sul promontorio presso il capo di Alice, nel territorio dell’attuale Cirò Marina. Citando Apollodoro, egli efferma poi che, anticamente, “in questi stessi luoghi”, ma “un po’ all’interno” rispetto al promontorio di Crimisa, Filottete aveva fondato anche “la città di Chone, dalla quale, quelli che abitano lì, presero il nome di Coni.”

Accanto a queste realtà, legate da comuni origini mitiche, inquadrabili con le vicende che avviarono il processo di urbanizzazione del territorio, Strabone ci riferisce l’esistenza di alcuni piccoli centri “nell’entroterra” che, a suo giudizio, “considerati separatamente e in dettaglio”, risultavano “privi di ogni importanza”,[i] menzionando “Grumentum, Vertinae (Oὐρτῖναι), Calasarna (Kαλάσαρνα) ed altre piccole città fino a Venusia, che è una città importante.”[ii] Secondo il Barrio (1571), il Marafioti (1601) e altri scrittori, “Vertinae” sarebbe identificabile con l’odierna Verzino,[iii] mentre “Calasarna” corrisponderebbe all’odierna Campana.[iv]

La c.d. “Tomba Brettia” di Cariati (foto di Giovanni Vulcano, dalla pagina fb Enotri, Brettii, Romani, Bizantini… nella Sila Greca).

 

In potere del conte

Dopo la devastazione di “Cariatum” e la sua distruzione condotta da Roberto il Guiscardo (1059),[v] la nuova “terra” di Cariati (Kαριάτoυ)[vi] fondata presso il mare, non lontano dall’antico abitato, ricostruito con il nome di Cariati Vecchia, detta poi Terravetere o Terravecchia,[vii] cadde in potere di un conte normanno. Già in tempi precedenti alla costituzione del Regno di Sicilia, quest’ultimo la deteneva attraverso la presenza sul luogo di un visconte o “vicecomes”, come troviamo in un atto del 1126, dove compare la sottoscrizione di Andrea “vicecomes di Cariati” (βισκόμης Kαριάτoυ).[viii]

Tale figura emerge anche in un altro documento di questo periodo (1118), dove troviamo il “biscontis” di Santa Severina “Nicolaus qui de Grimaldo cognominatur, qui tunc castri Sancte Severine principabatur”,[ix] consentendoci così d’ipotizzare che, forse, il conte in questione potrebbe essere lo stesso Ruggero II (“Rogerio Comite Calabriae, et Siciliae”), futuro primo re di Sicilia che, in Santa Severina, il primo giugno 1115 (a.m. 6623), confermò i privilegi del monastero di Calabro Maria, aggiungendo 12 once annuali sulle saline di Neto.[x]

A testimonianza del permanere di antiche prerogative, legate alle origini del feudo di Cariati, la figura del visconte in qualità di luogotenente del signore del luogo, risulta documentata ancora durante tutto il corso della seconda metà del Cinquecento, quando troviamo il “mag.cus Paulus de regio u.j.d. vice comes comitatus cariati” in un atto del 1564,[xi] mentre, dopo che Carlo Spinelli assunse il titolo di Principe di Cariati (1565),[xii] registriamo la presenza del “mag.ci u.j.d. luce jo(ann)is baronis viceprincipis cariati et um.cii” in un atto del 1567,[xiii] in qualità di suo “logotenente”,[xiv] e dell’“Ill.o s(ignor) Vice principe de car.ti” in un atto del 1594.[xv]

Cristo incorona re Ruggero II, mosaico nella chiesa della Martorana a Palermo.

 

Il feudo di Cerenzìa

Ci riferiscono di assedi e devastazioni anche le prime notizie riportate dalle antiche cronache, circa l’avvio delle vicende feudali di Cerenzìa. Queste riconducono al 1090 la ribellione di “Mainerius de Gerentia” al conte Ruggero I, quando egli si rifiutò di partecipare alla sua impresa contro Malta. Constatata tale insolenza, il conte avrebbe quindi differito la partenza di questa spedizione, spostandosi dalla Sicilia “in Calabriam”, per ricondurre al proprio volere il feudatario ribelle. Secondo il Malaterra, atterrito dall’assedio di Ruggero e giunto a più miti consigli, Mainerio si sarebbe sottomesso al conte pagandogli la somma di mille solidos d’oro. Ottenuta così la sua obbedienza, Ruggero raggiunse Cosenza, valicando le alture dei monti adiacenti: “Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit”.[xvi]

Rispetto a questo sviluppo dei fatti fornitoci dal Malaterra, diversa appare la conclusione della vicenda secondo le cronache di Lupo Prothospatario e di Romualdo Salernitano, che riferiscono la devastazione e l’incendio della città di “Acherontia” nel 1090:[xvii] un tipo di racconto che c’introduce alle profonde trasformazioni che interessarono la città e il suo territorio in questa fase. A tale riguardo, sappiamo che il vescovato di Cerenzìa costituiva un centro di antica fondazione,[xviii] che dominava una vasta area interna, in cui sorgevano diversi altri abitati legati alla città e alla sua economia, basata sullo sfruttamento delle diverse risorse minerarie presenti.[xix]

Un “Elenchus Urbium, Oppidorum, aliorumque locorum Calabriae, quae variis temporibus interierunt” che, verso la metà del Settecento, Tomaso Aceti, rifacendosi al Martire, ha inserito nel libro di Gabriele Barrio, ne elenca alcuni ormai scomparsi, di cui al tempo rimaneva ancora il ricordo: “Brutianum, vulgo Brussano Cerenthiae vicus”, Badinum pagus Cerenthiae” e “Scutia pagus Cerentiae ubi nunc est arx vetusta”.[xx]

In merito alla localizzazione di questi antichi abitati, troviamo che “Rogerius Brutzanus” risulta tra i testi che sottoscrissero un atto dell’ottobre 1196 (a.m. 6705), stipulato in “Acherontia”, riguardante la vendita di alcuni terre poste “in tenimento civitatis Acherontiae in loco dicto ad Plagam Baviorum”,[xxi] mentre il feudo della “beatae memoriae domini Rogerii Brutzani”, risulta menzionato tra i confini di alcune terre “in tenimento civitatis Acherontiae positas in loco dicto Brito”, in un atto di vendita del gennaio 1211 (a.m. 6719).[xxii]

Di “Badino” o “Bodino”[xxiii] e “Scutia”,[xxiv] ci rimangono invece i toponimi mentre, ancora alla metà del Settecento, nei luoghi in cui erano esistiti ridotti a “difese”, cioè interdetti all’esercizio degli usi civici da parte dei cittadini, l’università di Cerenzìa percepiva i due terzi dell’erbaggio quando si affittavano a pascolo, mentre un terzo spettava di diritto al feudatario. Durante le annate a semina, invece, l’affitto sulle terre appartenenti a queste due difese, era percepito dai numerosi possessori dello “jus arandi”.

Cerenzìa. Localizzazione degli abitati di Scutia (A), Badino (B), presso il confine di Caccuri, e Brutiano (C) presso il confine di Belvedere Spinello.

 

Dalla parte dei nuovi padroni

La particolare importanza di Cariati messa in luce dall’episodio della sua conquista al tempo dei Normanni, risulta evidente anche agli inizi della dominazione angioina quando, accanto alle poche terre (Genicocastro, Barbaro) mantenutesi fedeli ai nuovi padroni del regno, capeggiate dal conte di Catanzaro Petro Ruffo, si schierò dalla sua parte allorchè Corradino cercò di attuare la riconquista del trono di Sicilia appartenuto agli Svevi, appoggiato dalla gran parte delle terre di Val di Crati.[xxv]

Una posizione giustificata dai legami e dai comuni interessi stabilitisi tra il feudatario di Cariati e il partito del conte di Catanzaro, considerato che, con la benedizione di Tommaso arcivescovo di Cosenza, altro partigiano degli Angiò, Isabella, figlia del quondam Mattheo de Cariato, signore del luogo,[xxvi] sposò Thomaso de Aquino (1270-1271),[xxvii] futuro feudatario di Genicocastro (detta poi Belcastro), figlio di Adenolfo de Aquino, “fratello del santo dottore”,[xxviii] e di Fiordalisa Falloch, feudataria di Barbaro, “figlia o nipote” del quondam Riccardo Falloch conte di Catanzaro,[xxix] mentre, in seguito, Abamonte de Cariato, figlio del detto Mattheo e suo erede, sposerà Elisabetta de Aquino (1295),[xxx] figlia dei detti Adenolfo e Fiordalisa. In questo modo, detenendo già il controllo dell’istmo (Catanzaro e Genicocastro), il conte Petro Ruffo riuscì ad assicurarsi anche quello del luogo che vigilava il principale accesso da nord alle sue terre.

Il dominio feudale di Abamonte o Boemondo de Cariato garantito da questi solidi legami, dai primi anni della dominazione angioina,[xxxi] perdurerà per oltre un trentennio fino ai primi anni del Trecento. Dalla documentazione di questo periodo sappiamo che, oltre alla terra di Cariati e ad alcuni abitati confinanti, tale suo dominio si estendeva anche in altri luoghi, come evidenzia un provvedimento del 1272, attraverso cui re Carlo I d’Angiò ordinava di verificare e tracciare nuovamente i confini tra la terra di Cerenzìa, che aveva concesso al cavaliere provenzale Palmerio de Corsilies, e le terre dei feudatari vicini[xxxii]: Guillelmo Brunello, feudatario di Campana,[xxxiii] “Abamontis de Cariato”, Henrico Ruffo, figlio di Fulcone,[xxxiv] e Roberto de Firmitate che, nel 1271, aveva avuto in feudo il casale di S. Petro de Camastro (poi detto Rocca di Neto) revocato a Raynaldo Succurdo o Succurso.[xxxv] Sappiamo inoltre che a quel tempo, il detto Abamonte deteneva possedimenti feudali anche nel territorio di Crotone, come dimostra il suo obbligo di concorrere alla manutenzione del “castri Cutroni”.[xxxvi]

Informazioni più dettagliate circa i possedimenti feudali di Abamonte di Cariati risalgono agli inizi del Trecento quando, attraverso il transunto di un originale del 20 giugno 1306, veniamo a conoscenza che, essendo morto senza figli, i suoi feudi devoluti alla Regia Corte, rappresentati dalla “Terra di Cariati con i suoi casali Motta, Scala, San Maurello, Cariati Vecchia e Francavilla, nonché le terre di Casabona, Verzino, Scapicciato seu Manerio, il feudo di Cerenzia e Caccuri, il feudo di Rossano, tutti posti in Calabria”, furono concessi a Gentile di Sangiorgio, magister delle regie marescallie e familiare del re, per una rendita annua di 120 once che gli era stata precedentemente concessa. La “baronia di Casabona” fu confermata al detto Gentile nel 1308.[xxxvii]

Dalle informazioni contenute nei repertori della Cancelleria angioina conservati all’Archivio di Stato di Napoli,[xxxviii] e sulla scorta della notizia relativa a questo passaggio che ci fornisce il Duca della Guardia,[xxxix] possiamo riassumere che la consistenza della rendita feudale concessa a Gentile di Sangiorgio, identificata in qualità di “baronia di Casabona” o “baronia di Cariati e Casabona”, risultava la seguente. Oltre alla terra di Cariati, con Cariati Vecchio, San Maurello, Scala e Francavilla (posta “tra Campana e Mandatoriccio”),[xl] la detta baronia riuniva anche Motta, casale della citttà di Umbriatico, “Casobono”, Verzino, “Scapicciato seu Manerio”[xli] e altri feudi ricadenti nei territori di Rossano, di Cerenzìa e di Caccuri.

La città di Cerenzìa e la terra di Caccuri con i suoi casali Belvedere e Lucrò, che costituivano al tempo una diversa rendita feudale, detta la baronia di Cerenzìa, seguirono invece vicende proprie. Nel 1299, infatti, il re che, precedentemente, aveva concesso la rendita di 90 once ai militi Enrico e Matteo De Riso (40 once ciascuno) e a Francesco (10 once), figlio di Enrico, concesse loro Cerenzìa in Terra Giordana, cioè “quattro parti ad Enrico, quattro parti a Matteo e la restante nona parte a Francesco.” Quest’ultimo che l’anno dopo, avrebbe voluto prenderne possesso, ne fu però impedito dal vescovo di Cerenzìa, “qui cum clericis et malandris eiecit ipsum a dicta terra” (1300). A ciò fece seguito un provedimento della Regia Curia affinchè i De Riso potessero essere immessi nel possesso della baronia di “Gerentie” così, successivamente, troviamo Francesco De Riso possessore per eredità dei feudi appartenuti a suo padre Enrico. Dopo la morte di Francesco (intorno al 1316), questi passarono a suo figlio Squarcia[xlii] che, nel 1362, risultava ancora “dominus” della terra di Caccuri.[xliii]

Arme della famiglia De Riso. “Quella di Riso fa due sbarre di argento in campo azzurro abbracciate in forma di Croce, et una meza luna in mezo dalla parte superiore.” D’Amato V., Memorie Historiche dell’Illustrissima, Famosissima e Fedelissima Città di Catanzaro, 1670.

 

I conti di Montalto

Al tempo in cui la baronia di Cerenzìa apparteneva al detto Squarcia e all’erede minorenne di Matteo De Riso, quella di Cariati e Casabona passò in potere dei Ruffo di Montalto. Troviamo infatti Squarcia De Riso assieme al “pupillo” Nicoloso,[xliv] che aveva ereditato i beni feudali di suo padre Matteo, destinatari di un provvedimento in loro favore contro il milite Giordano Ruffo di Calabria, “Padrone di Capiati (sic, ma Cariati) e di Casabona, poiché molesta i beni feudali del pupillo Nicoloso”.[xlv]

Secondo quanto asserirono i De Riso in questa occasione, Cerenzìa era detenuta dal detto Nicoloso attraverso un baliato, mentre Caccuri con i casali di Belvedere e Lucrò, era in potere del detto Squarcia, ma la data di questo provvedimento: il 1311 secondo il Maone, il 1317 secondo altri,[xlvi] che ci segnala l’inizio del dominio dei Ruffo di Montalto su Cariati, sembra errata, considerata la notizia circa le vicende dei Sangiorgio che, a quel tempo, sono ricordati ancora in possesso della baronia di Cariati e Casabona. Nel 1316, infatti, Petro o Petruccio de Sus pagava il relevio della “baronia di Cariati e di Casabona, in Calabria, che teneva per successione del quondam Gentile di Sangiorgio suo avo.”[xlvii] Quest’ultimo aveva sposato in seconde nozze Ilaria de Sus, figlia di Americo, mentre sua figlia Tomasa avuta dal primo matrimonio con Sinosora di Ribursa (1272),[xlviii] andò sposa a suo suocero Americo (1304).

Ci fornisce comunque una conferma circa l’avvio del dominio dei conti di Montalto sui feudi appartenenti alla baronia di Cariati, un atto del 1326 che registra l’intervento della Regia Corte in favore di Ruggiero de Mottafollone, feudatario di Umbriatico, contro gli eccessi perpetrati a suo danno nel “castro di Motta”, e in altri luoghi del territorio di Umbriatico, da “Giordano Ruffo di Calabria”, feudatario della terra di “Scala”.[xlix]

Risale sempre a questo periodo un altro provvedimento della Regia Corte quando, ormai morto in tenera età il detto Nicoloso, fu disposta una verifica “dei singoli corpi e membri nei confronti dei vicini”, tra cui Giovanni Rocca feudatario della Motta di Zinga, Venuto Moletto feudatario di Campana e Giordano Ruffo di Calabria. Con un altro provvedimento del 1322 si disponeva per la reintegra dei beni distratti, e nel 1326 Squarcia De Riso “veniva invitato a restituire la maggiorparte dei beni usurpati.”[l]

A quel tempo, attraverso i pagamenti relativi alle decime dovute alla Santa Sede, sappiamo che, nel 1324, la diocesi di “Gerencie”, suffraganea della metropolia di Santa Severina, e confinante con quelle di Santa Severina, Umbriatico, Rossano e Cosenza, oltre alla città di Cerenzìa, comprendeva i casali di Verzino e di Lucrò e il castrum di Caccuri,[li] mentre la terra di “Cariati”,[lii] e quelle di “Scale” e di “Campane”, appartenevano alla diocesi di Rossano (1325).[liii]

Arme della famiglia Sangiorgio (Ferrante Della Marra, Discorsi delle famiglie …, 1641, p. 359).

 

La signoria dei Ruffo

Gli attriti esistenti tra i Ruffo e i vicini, legati alla loro rapida espansione nella valle del Neto, risalivano già ai primi anni della dominazione angioina, come evidenzia l’intervento di re Carlo I d’Angiò in favore del milite Fulcone Ruffo di Calabria (1275), affinché non fosse molestato nel possesso del feudo detto “Malapezza situm prope Sanctam Severinam”, che era stato illecitamente occupato dal milite provenzale Guglielmo de Cortiniaco,[liv] feudatario di Cerenzìa.[lv] Fulco o Fulcone Ruffo, morirà per le ferite riportate in duello assieme al cavaliere provenzale Simone de Monfort, feudatario del casale di Belvedere.[lvi]

In relazione a tale espansione, durante la prima metà del Trecento i conti di Montalto possedevano già il feudo di Poligrone e Marri situato al confine del territorio di San Pietro di Camastro (Rocca di Neto), che fu venduto come suffeudo con atto del notaio Giacomo Tafurio del 24 febbraio 1343, da Carlo I Ruffo, figlio di Giordano Ruffo e conte di Montalto, al milite di Montalto Petro di Frisa.[lvii] Vendita confermata il 20 ottobre 1375 dal conte Antonio, figlio di Carlo, a sua figlia Lucente de Frisia e, successivamente, dal conte Carlo II, figlio di Antonio, il 19 maggio 1395.[lviii]

Al tempo di Antonio Ruffo, tra i possedimenti del conte di Montalto menzionati in occasione del pagamento dell’adoha nel 1378, oltre a Rocca di Neto,[lix] troviamo la terra di Campana e la città di Umbriatico, con il castrum di Mocta Caraconissa, Boneto e la terra di Tigano,[lx] la baronia di Cariati e Casabona, Petra Paula, il casale di Coropilati, l’odierna Cropalati, Cerenzìa, e Caccuri con i casali di Lucrò e Belvedere.[lxi]

Arme della famiglia Ruffo (Ferrante Della Marra, Discorsi delle famiglie …, 1641, p. 315.)

 

La città di Cariati

Morto Carlo II Ruffo, gli successe la figlia primogenita Polissena, contessa di Montalto, che con privilegio della regina Giovanna II del 7 maggio 1417, ebbe le terre già appartenute a suo padre,[lxii] mentre il 23 ottobre 1418, in Rossano, sposò in seconde nozze Francesco Sforza, futuro duca di Milano, figlio di Muzio Attendolo, portandogli in dote i suoi feudi e ventimila once.[lxiii]

Morta Polissena il 17 luglio 1420, in Cariati, gli successe la sorella Covella Ruffo, contessa di Montalto che, con privilegio del 18 ottobre 1420 dato in Cariati, confermò ad Antonello d’Eboli il feudo di Poligrone, e con altro del 10 ottobre 1427, sempre in Cariati, confermò agli abitanti di Verzino i privilegi concessigli da suo padre. Sposò Giovanni Antonio Marzano, duca di Sessa e Grande Ammiraglio del Regno, ma ne visse separata dopo la nascita del figlio Marino Marzano Ruffo,[lxiv] dimorando a Cariati.

Su sua preghiera, nel 1437 la chiesa di S. Pietro di Cariati, che era una cappella di iuspatronato della famiglia Ruffo, fu eretta in cattedrale, e unita a quella di Cerenzìa dal papa Eugenio IV, sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Santa Severina. Con la creazione della nuova cattedrale, oltre alla città di Cariati, anche la terra di Scala, Terra Vecchia e il casale di San Maurello che, ancora la tempo del papa Martino V (1417-1431), erano parte della diocesi di Rossano,[lxv] passarono a far parte della nuova diocesi di Cerenzìa-Cariati.[lxvi]

Il fatto appare in relazione alla progressiva decadenza di Cerenzìa, già evidente agli inizi della dominazione angioina,[lxvii] sempre più isolata nell’interno, cui fa riscontro, invece, l’evoluzione di Cariati, come città marittima e mercantile, posta in posizione strategica di controllo della “magnam stradam seu viam publicam, quae de Castro nostro civitatis Cariati itur in civitate Rosciani” (1440),[lxviii] e del suo “passo”, come risulta documentato durante tutto il corso del Cinquecento.[lxix]

In questo quadro, la scelta di Covella Ruffo di risiedere nel castrum della città di Cariati dove, solitamente, abitava in “quadam aula vulgariter nuncupata la camera de Sancta Anna”, circondata dagli uomini della sua corte,[lxx] dimostra di riflettere la sua volontà di governare direttamente le attività nella nuova città che, pur essendo poco popolata,[lxxi] risulta sede di un “fundico”[lxxii] e rappresenta uno dei luoghi d’imbarco segnati in alcune carte e portolani dei sec. XV-XVI.

Durante la seconda metà del sec. XV, “cariati” è riportata nella carta di un anonimo italiano (1470-1482) conservata alla Bibliothèque nationale de France,[lxxiii] mentre il “cargador de chariato”, segnalato a 8 miglia dalla spiaggia di Alice e a 24 miglia dalla città di Rossano, compare nel Portolano “Rizo” (1490).[lxxiv] Successivamente, troviamo Cariati (“conati”, sic) in un atlante nautico anonimo conservato alla Biblioteca Marciana Venezia, datato tra la fine del sec. XV e gl’inizi del XVI,[lxxv] nella carta di Jacobo de Maiolo del 1561 (“cariati”), ed in quella di Giovanni Oliva del 1599 (“carianto”, sic).[lxxvi]

Cariati nel particolare di una carta nautica attribuita ad un anonimo italiano (1470-1482), conservata alla Bibliothèque nationale de France.

 

I Marzano-Ruffo

Dopo la morte di Covella Ruffo, tutti i suoi feudi passarono a suo figlio Marino Marzano Ruffo, come risulta dalla sua investitura del 2 novembre 1445.[lxxvii] Il giorno 11 dello stesso mese, in Atri, re Alfonso d’Aragona concedeva “cum honore et titolo” al detto Marino, duca di Squillace, figlio di Giovanni Antonio Marzano, duca di Sessa e conte d’Alife, legittimo erede della quondam Covella Ruffo di Calabria, principessa di Rossano, e a sua moglie Eleonora de Aragona, figlia dello stesso sovrano, la “Civitatem Rossani cum Principatus titolo ac t(er)ram longiubuchi cum Castri seu fortelliciis hominibus vassallis vassallorumque redditibus feudis feudatariis subfeudatariis meroque et mixto imperio et gladii potestate juribus fundici, Cabelle Sete, portulanie Secrecie picis ferri et Azari g(e)n(er)alibus subvencionibus seu collectis, subsidiis aliisque collectis et fiscalibus funcionibus ordinariis et extraordinariis et focularibus”, come era stato precedentemente concesso alla quondam Covella, con privilegio dato a Napoli, nel Castello di Capuana, il 7 luglio del 1443.

Tale concessione riguardava i seguenti feudi: “Item t(er)ram Montisalti cum dignitate et titulo Comitatus, Terram Briatici, Terram Misiani cum Casalibus suis, Moctam Filocastri cum casalibus suis, Mottam Calimera, Mottam Iopoli cum omnibus Casalibus suis, et eorum districtibus, Cocorivum, Terram Simari, Terram Casiboni, Roccham neti, Civitatem Gerencie, cum Salina meliati, que est in eius tenimento, Terram Cacuri cum jure plateatici et cum Salinis Sancti Georgii que sunt in eius tenimento, terram Verzini, Civitatem Umbriatici cum jure plateatici, Terram Curruculi, terram Scale, Civitatem Cariati, cum Terra Vetula, et Sancto Maurello, fundico, et omnibus juribus spectantibus et pertinentibus ad dittum fundicum juxta tenorem privilegiorum ipsius et cum illis prerogativis, Immunitatibus et graciis que alii fundici Regni n(ost)ri huius soliti sunt h(abe)re gaudere et gaudent, Terram Campane, Petram paulam, Curisiam, Calivetum, Calopilatum, buchillierum, Terram S(an)cti Caloyri, in ducatu Calabrie sitas”, oltre quelle in provincia di Basilicata e nella provincia di Principato Citra, con tutte i diritti già concessi precedentemente alla quondam Covella Ruffo.[lxxviii]

Due giorni dopo, in Venafro, re Alfonso d’Aragona, riconoscendo la legittima successione nel principato di Rossano di suo genero Marino Marzano Ruffo, nominava principi di Rossano il detto Marino e sua moglie Eleonora d’Aragona e, in loro assenza, consegnava le consuete insegne a Giovanni Antonio Marzano, padre di Marino, unitamente al milite Bonaccurso di Firenze.[lxxix]

Arme della famiglia Marzano (Ferrante Della Marra, Discorsi delle famiglie …, 1641, p. 246 e bibliotecaestense.beniculturali.it).

 

La contea di Cariati

Per la sua ribellione a re Ferdinando d’Aragona, Marino Marzano Ruffo fu imprigionato nel giugno del 1464 e finì i suoi giorni a Napoli in Castelnuovo. I suoi feudi[lxxx] furono confiscati e, attraverso uno smembramento del suo dominio, fu creata la contea di Cariati.[lxxxi]

Nel 1472 “la terra di Casobono con lo Feudo di Cucumazzo sito in territorio di detta terra di Casobono”, e con “lo Feudo di Santo Nicola dell’alto”, furono venduti a “Didaco Cabaniglia Comiti Montella”,[lxxxii] al quale furono cedute anche “Cropalati, Caloveto, Crosia, San Morello del Contado di Cariati e la terra di Pietrapaola” che, assieme a Casabona, andarono a costituire la baronia di Pietrapaola[lxxxiii] che, in seguito, seguì vicende proprie.

Con privilegio del 23 febbraio 1479, invece, re Ferrante concesse la contea e stato di Cariati a Girolamo Riario principe di Imola, con conferma avvenuta il 21 marzo 1484 mentre, in questo stesso anno, su sua richiesta, dava mandato a tale Pietro Petra di recarsi nello stato di Cariati, per reintegrare il conte nei corpi feudali mancanti. Nel 1486 la contea di Cariati fu acquistata da Francesco Coppola conte di Sarno che, poco dopo, a causa del suo coinvolgimento nella congiura dei baroni, fu condannato a morte e giustiziato a Napoli l’11 maggio 1487.[lxxxiv]

Il 4 settembre 1493, la contea di Cariati fu così concessa da re Ferdinando a Goffredo Borgia, figlio di papa Alessandro VI,[lxxxv] in contemplazione del suo matrimonio con Sancia d’Aragona, figlia naturale di Alfonso duca di Calabria, celebrato il 7 maggio 1494. Risale invece al 29 luglio 1497, la conferma di re Federico al detto Goffredo, della contea di Cariati che, oltre alla città di Cariati, comprendeva Terravecchia,[lxxxvi] Scala, Campana, Bocchigliero, Verzino, Cerenzìa, Caccuri,[lxxxvii] e Rocca di Neto.[lxxxviii]

La contea di Cariati.

 

Gli Spinelli

Con l’avvento degli Spagnoli sul trono di Napoli, il Re Cattolico concesse la contea di Cariati a Giovan Battista Spinelli, barone di Fuscaldo, con privilegio del 20 fabbraio 1505, confermato il 5 maggio 1507. Alla sua morte (25 luglio 1522), gli successe suo figlio Ferrante che, tra l’altro, il 23 dicembre 1523, ebbe significatoria di relevio per “la contea e stato di Cariati”, rendita composta da tutti i feudi appartenenti alla detta contea goduti da suo padre, più Umbriatico. Ai suoi tempi Cariati risultava tassata per 138 fuochi, Verzino per 268, mentre Caccuri per 222, compresi alcuni fuochi franchi.[lxxxix]

Morto anche Ferrante, i suoi possedimenti passarono al figlio Giovan Battista che, il 23 gennaio 1548, tra le concessioni accordategli, ebbe significatoria di relevio per la contea e stato di Cariati, con Scala, Campana, Bocchigliero, Verzino, Umbriatico, Cerenzìa, Caccuri, Montespinello, casale popolato con Albanesi nelle vicinanze dell’antico casale di Belvedere, e Rocca di Neto.[xc] Subito dopo egli alienò Verzino e Caccuri alla matrigna Isabella Caracciolo, marchesa di Mesoraca (1549-1550).[xci]

Arme della famiglia Spinelli (da bibliotecaestense.beniculturali.it).

 

Note

[i] Strabone, Geografia VI, 1, 2.

[ii] Strabone, Geografia VI, 1, 3.

[iii] “A Gerenthia m. p. sex Vertinae oppidum existit ab Oenotriis, sive ut Straboni placet, a Philoctete conditum abest a mari m. p. undeviginti” (Barrio G., Antiquitate et Situ Calabriae, Liber Quartus, Roma 1571, p. 374). “Per distanza dalla predetta Città (Umbriatico ndr) quasi uno spatio di quattro miglia occorre un Castello chiamato Verzìne edificato, come dice Stefano, da gl’Enotrii, ma Strabone vuole, che fosse stato edificato da Filottete” (Marafioti G., Croniche et Antichità di Calabria, Libro Terzo, Padova 1601, p. 203).

[iv] “Supra (Cariati ndr) est Campana oppidum Calaserna olim dictum ab Oenotriis, sive ut Strabo vult a Philoctete conditum” (Barrio G., Antiquitate et Situ Calabriae, Liber Quartus, Roma 1571, p. 378). “Appresso n’aspetta l’antico castello Calaserna, hoggi chiamato Campana, fabricato da gl’Enotri secondo che riferisce Stefano, ma Strabone vuole, che sia stato fabricato da Filottete compagno d’Ercole” (Marafioti G., Croniche et Antichità di Calabria, Libro Terzo, Padova 1601, p. 200).

[v] MLIX. “… Robertus … / ad Calabros rediit. Cariati protinus urbem / obsidet, hac capta reliquas ut terreat urbes./ Interea papae Nicholai forte secundi / comperit adventum; dimittitur obsidione/ plurima pars equitum, comitatur pars minor illum.” Partito da Cariati, dove lasciò la maggior parte del suo esercito, Roberto si recò a Melfi dove incontrò il papa. Concluso il concilio, con un numeroso esercito, Roberto scese nuovamente in Calabria e riprese l’assedio di Cariati: “Romam papa redit, cum magno dux equitatu / obsessum repetit Cariatum, quo sibi fida / maxima pars equittum dimissa remanserat ante. / Gens Cariatensis, duce perturbata reverso, / non obstare valens, illi se dedit et urbem.” Guillaume de Pouille, La geste de Robert Guiscard, ed. M. Mathieu, Palermo 1961, II, pp. 152-154.

[vi] Gennaio 1126. Guglielmo Morino dona a Ruggero, Categumeno di Santa Maria di Camigliano, il monastero di San Basile in territorio di Cariati (διακρατείσμασιν Kαριάτoυ), con i suoi beni, villani e diritti. Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 24-27).

[vii] Pesavento A., Alle origini di Terravecchia, www.archiviostoricocrotone.it

[viii] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 24-27.

[ix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 27-30.

[x] Dietro la richiesta dell’abate Nicola, i privilegi furono tradotti dal greco in latino a Crotone, dai due giudici Nicola à Iudice e Michele de S. Mauro, come si rileva nell’atto redatto il 2 dicembre 1253, per mano del pubblico notaio Giovanni di Pietra Paula. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, coll. 475-478.

[xi] 30 luglio 1564, nella terra di Campana. Davanti al notaro si costituiva il “mag.cus Paulus de regio u.j.d. vice comes comitatus cariati”, come dimostravano le lettere spedite in suo favore dall’Ill.ma Hisabella de Toledo duchessa di Castrovillari, presentando un fascicolo di scritture relative all’erariato del nobile Leonardo Longobucco, erario della città di Umbriatco, dove erano annotate le partite di denaro relative ai proventi del detto “comitatu cariati”, pagate dal detto erario nelle mani del mag.co Joseph Celsi, percettore eletto dall’Ill.mo Troiano Spinelli marchese di Mesoraca. ASCZ, Notaio Cadea Cesare, busta 6, ff. 170-175v.

[xii] Carlo Spinelli fu il I principe di Cariati con privilegio di re Filippo II, dato in Madrid il 15 novembre 1565. Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 390.

[xiii] 9 ottobre 1567, in Cirò. Davanti al notaro si costituiva Joannes Matteo Albozzino di Cirò, asserendo che, l’anno passato, in presenza del “mag.ci u.j.d. luce jo(ann)is baronis viceprincipis cariati et um.cii”, assieme ad altri cittadini di detta terra, era stato pubblico testimonio dell’atto con cui era stata istituita una procura in nome dell’università di Cirò, per consentire al nobile Joannes Dominico Benincasa e al nobile Joannes Baptista Spoletino, di comparire in nome dell’università in ogni supremo tribunale regio. ASCZ, Notaio Cadea Cesare Cirò, busta 6, ff. 269-269v.

[xiv] ASCZ, Notaio Cadea Cesare Cirò, busta 6, ff. 37-38v.

[xv] 7 marzo 1594, in Cariati. Il mag.co Octavio de Milito di Napoli, come persona delegata dal Sacro Regio Consiglio, in virtù della sentenza esecutoria pronunciata ad istanza del monastero “de santa maria de alvino” di Napoli, provvedeva a fare esecuzione di alcuni beni di Agostino Caponsacco, apprezzati dal m.co Ferrante Blascho sindaco di Cariati, e da Francesco de Taranto eletto, come persone pubbliche, e approvati “da detta città et dal Ill.o s(ignor) Vice principe de car.ti”, conformemente alla detta provisione del Sacro Regio Cosiglio. ASCZ, Notaio Consulo B., busta 9, ff. 309-309v.

[xvi] “Caput Decimo Sextum. Comes Melitam vadit.” (…) Dum ista geruntur, Mainerius de Gerentia a comite, ut sibi locutum veniat, invitatus, accedere differt, cum arrogatione, praesente adhuc legato comitis, respondens, se numquam ipsum, nisi ut damnum, si possit, inferat, visum velle. Quod – referente legato, qui missus fuerat – comes audiens, plurimum indignatus, festinus mari transmeato, a Sicilia in Calabriam venit: Petrum Mortonensem, cui vices suas plurimum commiserat exequendas, ut per Siciliam exercitum commovens post se acceleret, mittit. Qui prudenter iniuncta perficiens, infra octo dies ab omni Sicilia copioso exercitu congregato, mense maii ad comitem adduxit. Sicque comes versus Gerentiam accelerans, castrum terribili obsidione vallavit. Qua de re Mainerius territus, se stulte et fecisse et locutum fuisse cognoscens, supplex ad misericordiam comitis venit: equos, mulos, thesauros et omnia, quae habebat, veniam petens, in eius dispositione ponit. Comes super iis, quae fecerat, eum poenitere videns, ut semper pii cordis, omnia condonavit, excepto quod – quasi pro disciplina potiusquam ambitione – mille aureos solidos de suo accepit, ut eum a tali praesumptione ulterius coerceat. Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit.”. Goffredo Malaterra, cit., p. 94.

[xvii] “Eodem anno Acherontia civitas cremata est mense augusti, in tantum enim eodem vastata est igne, ut nulla domus, nullum inveniretur edificium quod non ab igne consumptum deperierit. Homines etiam XXV eodem incendio mortui sunt.”. Romualdi Salernitani Chronicon, in Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, t. VII parte I, p. 199. “mense Augusti Acherontia admirandum in modum cremata est a se ipsa, et mortuus est Iordanus Princeps.”. Lupus Protospatarius Barensis Rerum in Regno Neapolitano Gestarum Breve Chronicon ab Anno Sal. 860 vsque ad 1102, a. 1090.

[xviii] Rende P., Dal mito della città di Pandosia al vescovato di Cerenzìa, www.archiviostoricocrotone.it

[xix] Rende P., Risorse minerarie ed attività estrattiva in alcune aree del Crotonese e della Sila in età antica, www.archiviostoricocrotone.it

[xx] “Elenchus Urbium, Oppidorum, aliorumque locorum Calabriae, quae variis temporibus interierunt”, in Gabrielis Barrii, De Antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1737, pp. 417, 421.

[xxi] Trinchera F., Syllabus Graecarum membranarum 1865, pp. 326-327, n. CCXLII. D. Domenico Susanna di Catanzaro possiede nel luogo detto “Pavia” una gabella seu comprensorio di terre nominato “Bruzzano”, di estensione tt.e 150 con il solo jus arandi, confinante con i beni della Camera principale. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Catasto Onciario di Cerenzia 1753, Busta 6964, f. 89v.

[xxii] Trinchera F., Syllabus Graecarum membranarum 1865, pp. 357-359, n. CCLXII.

[xxiii] Il mag.co Fran.co Scafoglio, nobile vivente, possiede un comprensorio di terre dentro “la difesa di Badino” dell’estensione di tt.e 5, confine i beni del Capitolo e della Mensa vescovile di Cerenzia (ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Catasto Onciario di Cerenzia 1753, Busta 6964, f. 4). Giulio Marulli, nobile vivente, possiede un comprensorio di terre nella difesa universale di “Bodino” con lo jus arandi, confine i beni di D. Rosalbo Benincasa e la cappella di Santa Maria delle Grazie (Ibidem, f. 50v). Il R.do capitolo della città di Cerenzìa possiede 3 pezzotti di terre nel luogo detto “Bodino”, uno chiamato “l’Elice”, l’altro “la Carcara”, e l’altro “la valle di Condituro”, dell’estensione di tt.e 15, confine con i beni di Fran.co Scafoglio, la Mensa vescovile e la cappella di Santa Maria delle Grazie (Ibidem, f. 59). Possiede anche una difesa di tom. 150, la maggior parte sterile, alberata con querce, denominata “meri”, confine con la difesa detta “Laconi” del clero di Caccuri, e “Bodino”, difesa appartenente all’università di Cerenzìa e alla Camera principale (Ibidem, f. 60v). La R.da Mensa vescovile di Cerenzìa possiede diversi comprensori di terre nella difesa universale di “bodino”, per una estensione di tt.e 90, di cui la maggior parte sono sterili e boscose, confinano con i beni della cappella di S.to Agostino e D. Rosalbo Benincasa (Ibidem, f. 62v). La V.le cappella di S. Giacinto eretta dentro la cattedrale, possiede un pezzo di terra di tt.e 7 col solo jus arandi nel luogo detto “Bodino”, confine i beni della Mensa vescovile e della cappella di Santa Maria delle Grazie (Ibidem, f. 65v). La V.le cappella di Santa Maria delle Grazie, possiede un pezzo di terra con il solo jus arandi, di estensione di tt.e 15, e un altro pezzo di terra con il solo jus arandi, di estensione di tt.e 5, e ancora un altro pezzo di terra con il solo jus arandi, di estensione di tt.e 7 nel luogo detto “Bodino”, confine i beni della Mensa vescovile e il R.do Capitolo. Possiede anche una continenza di terre per la maggior parte infertili nel detto luogo, dell’estensione di tt.e 20, confine i beni della Mensa vescovile e il vallone corrente. Possiede un comprensorio di terre dell’estensione di tt.e tre, nello stesso luogo, confine i beni della Camera principale e della Mensa vescovile. Possiede ancora un comprensorio di terre dell’estensione di tt.a una, nello stesso luogo, confine i beni del R.do Capitolo e la via pubblica (Ibidem, f. 68). La cappella di S. Lorenzo di Cerenzìa, possiede tt.e 18 di terre nel luogo d.o “Meri”, site e unite nella difesa arborata di quercie dell’estensione di tt.e 150 in testa del R.do Capitolo, confine con la difesa detta “Laconi” del clero di Caccuri, e “Bodino”, difesa appartenente all’università di Cerenzìa e alla Camera principale (Ibidem, f. 69v). Il principe di Cerenzìa possiede la difesa detta “S. Basile” di estensione tt.e 50 di terre boscose e aratorie spettanti al chierico Scipione Rota, zio paterno del detto principe, confine la difesa di “Bodino” e il vallone corrente (Ibidem, f. 70v). D. Rosalbo Benincasa, nobile vivente di S. Giovanni in Fiore, possiede un comprensorio di terre nel luogo detto “Bodino” dell’estensione di tt.e 5, confine i beni di Giulio Marulli e quelli della cappella di Santa Maria delle Grazie (Ibidem, f. 79). Casmiro Labruti di Belvedere possiede un comprensorio di terre nominato “il Cognale di Barretta” dell’estensione di tt.e 9 nel luogo detto “Bodino”, confinante con i beni della Mensa vescovile e quelli della cappella di S. Maria delle Grazie (Ibidem, f. 85). Tra i beni feudali posseduti dal Principe di Cerenzia “in questa sua Città, Ter.rio e tenim.to”, troviamo lo jus del terzo sopra la difesa demaniale di “Bodino” di detta università (Ibidem, f. 92).

[xxiv] Pesavento A., Un antico castello nella valle del Lese: il castello di Scuzza in territorio di Cerenzia, in www.archiviostoricocrotone.it

[xxv] 27.07.1269. “Dietro reclami delle qui appresso notate città e terre, che rimasero fedeli a re Carlo alla venuta di Corradino, re Carlo ordina non molestarsi ulteriormente per la esazione del secondo augustale a fuoco, imposta per quelle sole città e terre che ribellarono a favore di Corradino. Le città e terre che reclamarono sono (… omissis …) In Valle del Crati: Cariati, Barbaro, e Genezi (sic, ma Genicocastro)”. Minieri Riccio C., Alcuni fatti riguardanti Carlo I di Angiò tratti dall’Archivio Angioino di Napoli, 1874, pp. 63-64. “Le terre rimaste fedeli a re Carlo allorchè venne Corradino furono le seguenti. In Valle di Crati: Cariati, Castel Barbaro e Geneto (sic, ma Genicocastro). Datum in obsidione Lucerie, XXVII julii, XII ind.” Reg. Ang. I, 1265-1269, p. 305.

[xxvi] Della Marra F., Discorsi delle famiglie, Napoli 1641, p. 49.

[xxvii] “Assensus pro matrimonio contrahendo inter Thomasium de Aquino et Isabellam, f. qd. Mathei de Cariato, ad testimonium Archiepiscopi Cusentini.” Reg. Ang. VI, 1270-1271 p. 314.

[xxviii] Scandone F., La vita, la famiglia, e la patria di S. Tommaso de Aquino, 1924, p. 81.

[xxix] Scandone F., La vita, la famiglia, e la patria di S. Tommaso de Aquino, 1924, p. 82.

[xxx] “Matteo, signore di Cariati, il cui figliuolo Boemondo l’anno 1295 si casa con Elisabetta Aquino figliuola d’Adinolfo e di Fiordiladra Felluca (sic) Signora di Barbaro” (Fiore G., Della Calabria Illustrata III, p. 142 n. 640). Il matrimonio tra Elisabetta e “Raimondo” (sic) e riferito anche dallo Scandone (Scandone F., La vita, la famiglia, e la patria di S. Tommaso de Aquino, 1924, p. 82 e nota 2).

[xxxi] “Mandatum directum omnibus Iustitiariis Regni pro faciendis et consignandis a feudatariis et baronibus infrascriptis teridis et vaccettis eis impositis pro expeditione contra Imperatorem Constantinopolitanum. Nomina baronum hec vid: … Ambamon de Cariato, … Dat. VIII iulii MCCLXXVIII.” Reg. Ang. XX, 1277-1279, pp. 89-91. “Iustitiario Vallis Gratis etc. Lictere responsales in quibus enunciantur castra dicte provincie cum numero servientum et ibi multi barones et feudatarii taxati ad faciendas teridas et vaccettas et sunt vid.: … Abbamontus de Cariato et Guillelmus de Rosis similitere teridam unam cum vaccetta …” (1278). Reg. Ang. XX, 1277-1279, p. 249.

[xxxii] “Cum nob. viro Palmerio de Corsilies mil. terram Gerentie concesserit, mandat ut confinia signentur inter dictam terram et terras Guillelmi Brunelli, Abamontis de Cariato, Henrici Ruffi mil. et Roberti de Feritate”. Reg. Ang. IX, 1272-1273, pp. 273-274.

[xxxiii] Executoria concessionis, facte Guillelmo Brunello mil., terre Campane, olim concesse qd. Guillelmo Ernardo de Birano, cuius heredes nondum in Regnum venerunt, eisdem cunditionibus.” Reg. Ang. VIII, 1271-1272, p. 62. “Guillelmo Brunello mil. concedit casale Furciniani de Iustitiariatu Terre Ydronti, in excambium castri Campane de lustitiariatu Vallis Gratis”. Reg. Ang. IX, 1272-1273, p. 217.

[xxxiv] “Herricus Ruffus filius qd. Fulconis Ruffi,” … Dat. VIII iulii MCCLXXVIII.” Reg. Ang. XX, 1277-1279, pp. 89-91.

[xxxv] “Mag. Portulano Calabrie, lictere responsales. Gualterius Appardus non permisit casale Clisci ad manus Curie revocari, sed armata manu detinet occupata etiam casalia Baroni, Campoforani, Pehari, Ruscloni, Scuteradi et Crispinoni, sita in plano S. Martini. Item mag. Raynaldus de Gentilvilla decessit absque liberis et eius bona devoluta sunt ad manus Curie. Item revocavit bona occupata, vid. casale Anogii, quod Rogerius de Nao tenebat, et feudum in Carbonaria, quod occupavit Guillelmus Buccellus, et bona Simonis Ansalonis decessi absque liberis in S. Georgio, et feudum in Roccanichifori, quod fuit qd. Balduini de Rocca, et casale S. Petri de Cremasco, quod Raynaldus Succurdus occupabat.” Reg. Ang. VIII, 1271-1272, p. 80. “Pro Roberto de Firmitate, panecterio, fam. Executoria concessionis casalis S. Petri de Camastro in Valle Gratis et Terra lordana, ad Curiam revocatum de manibus Raynaldi Succursi.” Reg. Ang. VIII, 1271-1272, p. 82.

[xxxvi] 4 giugno 1271. “Iustitiario Vallis Gratis mandat Rex ut reparari faciat infrascripta castra et turres, cum expensis unc. auri MDC, vid: castra Cassani, Laini et Roseti … (item) “turris castri Cutroni que vocatur la Mamunella debet reparari per casale S. Eufemie quod vocatur Complianum prope Cutronum. Turris que vocatur Turris Palatii debet reparari per Boamundum de Cariato, dom. Margaritam f. qd. dom. Carnelevarii, Scaranum de Tarento de S. Iohanne de monacho, Henricum Cognetam de S. Iohanne monacho et dom. Artucullam. Item … turris que dicitur Barbacana debet reparari ab Episcopo de Insula. Turris que vocatur Triangula per dom. Iohannem f. qd. dom. Alexandri Bufoni. Turricella per dom. Iohanem de Cutrono pro pheodo Carbonarie. Quedam alia turricella … per Boamundum de Cariato. Quedam alia turris in eodem castro … per dom. Ypsigri. Turris que est ante hostium … per Episcopum Cutroni, iud. Gregorium de Comite Castro et heredes Stephani. Cisterne eiusdem castri Cutroni … per Episcopum Stronguli. Et turris que vocatur de Thesauro … per homines Comitatus Catanczarii … Datum Trani, IV iunii.” Reg. Ang. VI, 1270-1271, p. 110.

[xxxvii] Maone P., Casabona Feudale, in Historica n. 3-4, 1964, p. 139.

[xxxviii] Maone P., La Contea di Cariati, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno XXXII 1963, fasc. III-IV, p. 313.

[xxxix] “Cariati, Casobuono, Motta, Scala, S. Maurello, Lensaco Vecchio (sic, ma Cariato Vecchio), Francavilla, Vertini, Scapizzati, con i feudi di Terentia (sic, ma Gerentia) di Cacuzzio (sic, ma Caccuri) e di Rossano.” Della Marra F., Discorsi delle famiglie, Napoli 1641, p. 363.

[xl] Maone P., Dominatori e Dominati nella Storia di Crucoli, 2000, p. 28.

[xli] “Guidonis de Berroerii” (De Fraja V., Atlante delle Fondazioni Florensi II, p. 123) o “Guidotte Bemverii domini Scapicciatis” (Guidone Bencivenii ?), sottoscrive un atto dell’ottobre 1214, con il quale il conte di Crotone Stephano Marchisorto, concede al monastero di San Giovanni in Fiore la cultura detta di Bardari “in tenimento civitatis nostrae Gerentee, in flumaria Lese” (De Leo P., a cura di, Documenti Florensi 2001, pp. 54-55), mentre la “terram domini Manerii” risulta tra quelle confinanti con alcuni appezzamenti posti “in loco, qui dicitur Albe, prope locum in quo fuit casale Berdò”, che il vescovo di Cerenzìa Bernardo concesse ai Florensi nel settembre 1209 (Ibidem, pp. 32-34).

[xlii] Maone P., Caccuri Monastica e Feudale, 1969, pp. 14-15.

[xliii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 257-262.

[xliv] Nicoloso morì in tenera età, così le quattro parti della rendita feudale della baronia di Cerenzìa che erano state di suo padre Matteo, decaddero alla regia Corte che le concesse a Roggerio da Rossano, disponendo una verifica “dei singoli corpi e membri nei confronti dei vicini”, tra cui Giovanni Rocca feudatario della Motta di Zinga, Venuto Moletto feudatario di Campana e Giordano Ruffo di Calabria. Nel 1333 Roggerio da Rossano, signore di Cerenzìa assieme alla sua figliastra Sancia da Maddaloni, donava la metà della relativa rendita a suo fratello Riccardo “Mabrono”. Nel 1340 la detta Sancia comprata la metà della rendita posseduta dal detto Riccardo, sposava in seconde nozze Iacopo Pignatello (1350) che divenne così feudatario e barone di Cerenzìa. Maone P., Caccuri Monastica e Feudale, 1969, pp. 15-16.

[xlv] Maone P., Caccuri Monastica e Feudale, 1969, p. 15.

[xlvi] “Goffrido de Riso scutario… magistro balio Nicolosi de Riso nepotis sui et Squarcioli de Riso, asserenti dictum Nicolaum tenere castrum Gerentiae et dictum Squarciarellum Casalia Caccuri Bellovideri et Lucri de dicta Baronia Gerentiae, provisio contra Iordanum Ruffum de Calabria militem, Cambellanum Dominum Baronem Cariati et Casiboni, molestantem bona praedicta dicti pupilli” (ASN, C. DE LELLIS, Notamenta ex Registris Caroli II, Roberti et Caroli Ducis Calabriae, vol. I, pars II, f. 169), in Pellizzi C., Tallarico G., Casabona, p. 77 e nota 42.

[xlvii] Maone P., La contea di Cariati, in ASCL. 1963, fasc. III-IV, p. 313.

[xlviii] “Assensus pro matrimonio contrahendo inter Gentilem de Sancto Georgio et Senessoram fìliam qd. Petri de Rebursa, ad testimonium Rogerii Malerbe de Submonte, Helisei de Serra, Andree de Montefalzone, Hectoris de Tufo et Rogerii Balduini de Montefredano.” Reg. Ang. VIII, 1271-1272, ff. 172-173.

[xlix] “Anno 1326 – Ruggiero da Mottafellone, camerario e familiare, maestro maresciallo, Signore di Umbriatico, presunto figlio ed erede del precedente Tommaso. A suo favore, nel 1326, vien preso provvedimento contro Giordano Ruffo di Calabria, il quale lo disturba nel possesso di Umbriatico. Nello stesso anno altro provvedimento vien preso contro lo stesso Ruffo, Signore della Terra di Scala, poichè maltratta i vassalli del castro di Motta e si abbandona ad altri eccessi in territorio di Umbriatico.” Maone P., Precisazioni sulla storia feudale di Umbriatico e Briatico, in Historica n. 1/1968, p. 9.

[l] Maone P., Caccuri Monastica e Feudale, 1969, p. 16.

[li] Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, 1939, pp. 200-201. Russo F., Regesto I, 3949-3985.

[lii] 7 novembre 1312. “L’Arcivescovo di Rossano non sa come ridurre all’obbedienza i chierici di Cariati, che si sono dati quasi al brigantaggio”. Caggese R., Roberto d’Angiò e i suoi tempi Volume I, 1922, p. 264.

[liii] Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, 1939, pp. 194-196.

[liv] Reg. Ang., XII, 1273-1276, p. 136.

[lv] Reg. Ang., XII, 1273-1276, p. 137.

[lvi] Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL 1962, Fasc. I – II, pp. 13-14.

[lvii] Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, ASCL 1962, Fasc. I – II, pp. 47-48.

[lviii] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 385.

[lix] “Rocca Sancti Petri de Camastro pro unciis duodecim. Ad presens vocatur Rochaneti.” Biblioteca comunale di Bitonto, Fondo Rogadeo, Ms. A 23 p. 110 (secondo ASNA, ex Reg. ang. 373, f. 93v).

[lx] “Castro Campane milites duos cum dimidio uncias viginti sex cum tarenis septem cum dimidio.” “Civitas Umbriatici cum Castro Niceto (sic) Caroconza (sic) Boneto et Terra Tigani miles unus cum dimidio uncias quindecim tarenos viginti duos cum dimidio.” Biblioteca comunale di Bitonto, Fondo Rogadeo, Ms. A 23 p. 92 (secondo ASNA, ex Reg. ang. 373, f. 84v).

[lxi] “Pro Baronia Cariati et Casalloni (sic) milites sex.” “Castro Petre Paule milites duos.” “Casale Coropilati (sic) pro unciis octo uncias quatuor tarenos tres.” “Calencia (sic) milites duos.” “Caccuro cum casalibus Lucro et Bellovidere milites duos cum dimidio.” Biblioteca comunale di Bitonto, Fondo Rogadeo, Ms. A 23 pp. 110-111 (secondo ASNA, ex Reg. ang. 373, ff. 93-93v).

[lxii] “Polissena, nel 1417, otteneva dalla Regina Giovanna il «mero e misto imperio» su numerosissime terre di Calabria, tra cui Cariati, Scala, Verzino, Rocca di Neto, Campana, Bocchigliero, Cerenzia, Caccuri. Esse formavano già o formarono in seguito, unitamente ad Umbriatico, «lo Stato» di Cariati.” Maone P., La contea di Cariati, in ASCL. 1963, fasc. III-IV, p. 318.

“Con privilegio di Giovanna 2a del 7 maggio 1407, (sic) ebbe confermato l’ufficio di capitano delle sue terre di Cariati, con Caloveto, Bocchigliero, Campana, Scala, Verzino, Cerenzia, Caccuri, Rocca di Neto, Casabona e san Morello”. Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 386.

[lxiii] Maone P., La Contea di Cariati, estratto dall’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania, anno XXXII 1963, fasc. III-IV, p. 318.

[lxiv] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 386.

[lxv] Attraverso un pagamento delle decime papali riferibile al tempo di Martino V (1417-1431), risultano in diocesi di Rossano la terra di “Campane”, quella di “Bucchigleri”, e la terra di “Cariati”, che risulta tassata assieme con “S. Maureli, Scale et Terra Vecchia”. Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec. XIII e XIV, Apulia-Lucania-Calabria, 1939, p. 197.

[lxvi] Primo vescovo della diocesi di Cerenzìa-Cariati fu nel novembre 1437 Bernardo Faiardo (Russo F., Regesto II, 10355). ASV, Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1621.

[lxvii] Pesavento A., La cattedrale rovinata di San Teodoro a Cerenzia Vecchia, in www.archiviostoricocrotone.it

[lxviii] “Incipit a flumine Trionta, et vadit per magnam stradam seu viam publicam, quae de Castro nostro civitatis Cariati itur in civitate Rosciani …” (1440). Rosis L., Cenno Storico della Città di Rossano e delle sue Nobili Famiglie, Napoli 1838, p. 355. L’esistenza di questo castello è confermata da un atto del 5 gennaio 1446, IX indizione, dato “in n(ost)ro Castro Civitatis Carriati”. ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 176r-177v. Questra strada fu percorsa dal Duca di Calabria nel marzo del 1489. “Die xviij. In cariate. Partio da lo ciro et uenne a cariata et mangio per una volta et ando a vespro a l osservantia et poi torno in casa: et quel di uenne uno cauallaro da napoli: et passo quel di buluri et la schomonicata (sic, ma Volviti e Fiumenicà). Die xviiij. In Rossano. Partio da cariata et uenne a Rossano et come fo junto mangio et poi ando a uespro a l osservantia et torno in casa: et quel di passo trionti et sagniti.” Filangieri G., Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) di Joampiero Leostello da Volterra da un codice della Biblioteca Nazionale di Parigi, in Documenti per la Storia, le Arti e le Industrie delle Provincie Napoletane raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri principe di Satriano, Volume I, Napoli 1883, pp. 205-206.

[lxix] “Magnifico Salvatore Spinello, signore per lo relevio dell’annui ducati per ducati 50 in ducati cento per lo passo et bagliva di Cariati” (1540-1546). “Passagiero del passo di Carriati, per esigere detto ius di passo et bagliva etiam da quelli di Cutrone” (1587-1588). Passagiero in Ombriatico che non esiga passo in detto loco ma in Cariati et non in altro loco del principe de Cariati conforme faceva esigere detto passo in diversi lochi” (1588-1589). “Illustre duca di Seminara, decreto a suo favore per l’esattione del passo di Cariati in uno loco et passandosi per detto contato debbiano mostrare la bulletta d’haver pagato” (1589-1590). “Illustre duca di Seminara, decreto di camera de 22 febbraio 1590 per l’esattione del passo di Cariati nel detto contato, non siano molestati” (1590-1593). ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.

[lxx] Il 26 novembre 1439, “apud Castrum Cariati in quadam aula vulgariter nuncupata la camera de Sancta Anna”, “locum solitum habitacionis illustris et ex.tis d(om)ine d(om)ine Cubelle Ruffe de Calabria”, si redige lo strumento con cui Nicola, vescovo di Umbriatico, e il milite Carlo Gerunda di Squillace, in qualità di procuratori, ricevono il giuramento nei confronti del nuovo sovrano Alfonso d’Aragona, prestato da Covella Ruffo di Calabria, duchessa di Sessa e contessa di Montalto, Squillace e Alife. L’atto scritto dal notaro “Troylus mediomonacus” di Rossano, risulta sottoscritto da “Antonellus interzatus” di Cariati, giudice annuale, e dai seguenti testi: “bonus accursus de florentia”, “abbas carolus de amplo de Neapoli”, “Tianellus amalfitanus de summa”, “masius vulcussenius”, “nicolaus spolitinus”, “jacobus dictus Th(esorie)rus”, e “nicholaus ribeus de policastro”. Furono presenti anche “Nicolaus de liocta” e “Donatus lapanecisis”. ACA, Cancillería, Reg. 2941, ff. 3v-4v.

[lxxi] “Nel 1443 la popolazione fiscale di Cariati, compresa quella di Terravecchia e di San Morello, era rappresentata da appena 197 fuochi.” Colafemmina C., Per la Storia degli Ebrei in Calabria, 1996, p. 71.

[lxxii] “fundico, et omnibus juribus spectantibus et pertinentibus ad dittum fundicum juxta tenorem privilegiorum ipsius et cum illis prerogativis, Immunitatibus et graciis que alii fundici Regni n(ost)ri huius soliti sunt h(abe)re gaudere et gaudent”. ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 91v-92r. L’esistenza di un fondaco del ferro a Cariati è testimoniata anche durante il Cinquecento: “Arrendamento de ferri del presente regno cioè carrichi: Provisioni delli officiali delle sottoscritte province e fundaci: Principato Citra et Ultra, Calabria Citra e Ultra, fundaci di …, Cariati, Cutrone, Castelle, …” (1581-1582). ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.

[lxxiii] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Italien 1698.

[lxxiv] “Da la lena de lenza al cargador de chariato mia 8. Da chariato ala cita de rosam mia 24.” Kretschmer K., Die italienischen Portolane des Mittelalters, 1909, p. 492.

[lxxv] Ms. It. VI, 203 (=5631) Biblioteca Marciana Venezia.

[lxxvi] Ms. It. IV, 131 (=10038) Biblioteca Marciana Venezia

[lxxvii] ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 92v-98r.

[lxxviii] ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 83r-88r.

[lxxix] ACA, Cancillería, Reg. 2908, ff. 91v-92r.

[lxxx] 3 giugno 1457, in Castelnuovo a Napoli. Re Alfonso d’Aragona affida al milite Alfonso de Davalos, “Consiliario et maiordomo n(ost)ro”, il compito di distribuire annualmente un tomolo di sale per fuoco, nelle seguenti terre di Marino Marzano principe di Rossano: “Cariati cum terra Veteri et S(an)cto Maurello Cachurii Casaboni calopizati Calopilati et Rocce nethi de dicta provincia Calabrie”, che pagavano 432 ducati all’anno per il detto servizio. ACA, Cancillería, Reg. 2917, ff. 161v-163v.

[lxxxi] “at Colella de Gaeta de Cuccari (sic, ma Caccuri) concessione di certo territorio posto nel contato di Cariati per se e suoi heredi” (1477). ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.

[lxxxii] Pellizzi C. – Tallarico G., Casabona, 2003, p. 85.

[lxxxiii] Maone P., Casabona Feudale, in Historica n. 3-4, 1964, pp. 144-145.

[lxxxiv] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 387.

[lxxxv] 4 settembre 1493. “… al quale se da per contemplacione del matrimonio lo principato de Squillace, et lo Contato de Cariati, con rendita de decemila ducati et tucto sequito con cordialissima satisfatione de sua S.ta et nostra.” Trinchera F., Codice Aragonese vol. II parte II, DLXVI e DLXVI, pp. 227-229.

[lxxxvi] Ancora al tempo di Scipione Spinelli, 2° Principe di Cariati, Terra Vecchia risulta casale della città. 23 febbraio 1578, Cirò, “Fran.ci faucerii de t(er)ra vetera pertinentiarum cariati” (ASCZ, Notaio Consulo B., busta 8, ff. 263v-264); 1570-1580, “Università di Cariati per la separatione nelli fiscali et altro con il casale di Terra Vecchia” (ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario).

[lxxxvii] 25 maggio 1499, Rutigliano. Marino de Verzillo di Rutigliano, s’impegna a versare a “Girardino de Rosis de Cacuro de comitatu Cariati procuratori reverendi abbatis Evangelistae abbatiae Sancti Iohannis de Flore”, l’affitto dei beni di Santa Maria de Castello di Rutigliano. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 211-212.

[lxxxviii] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, pp. 387-388.

[lxxxix] 11 maggio 1542, XV indizione, Cosenza. Relativamente ai pagamenti fiscali ordinari “de fochi et Sali” delle terre di Calabria Citra: “Cariati taxata f(uochi) 138 ha da pa(ga)re per anno d. 208-1-18. Verczino taxata f(uochi) 268 ha da pagare per anno d. 404-3-8. (…) Caccuri f(uochi) 222 ha da pagare per anno d.ti 335-1-2. Levati li fochi franchi resta ad pagare per anno d.ti 315.1-2. (…) Et sup.a la terra dela Scala d. 176-1-18.” ASCS, notaio Napoli di Macchia vol. 14-15, 1541-42, f. 55v

[xc] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, pp. 388-389.

[xci] Pellicano Castagna M., La Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria I, 1984, p. 389. “Illustre Giovanni Battista Spinello duca di Castrovillari, vendita della terra di Verzino, et la terra di Cuccari (sic, ma Caccuri) in Calabria Citra ad illustre Isabella Caracciola sua madre, et anco vendi annui ducati 300 sopra la bagliva di Castrovillari alla predetta, et li compete di pagare d’adoho per dette terre ducati 36.6 et ducati 51.3. 6 3/3 per l’annui ducati 300 et si fà mentione dell’adoho di Cariati, Campana, Scala, Cerentia, et altre, di detto Giovanni Battista” (1550). ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.

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