Alcune chiese scomparse di Policastro poste entro le mura

Petilia Policastro (KR), icona votiva.

Il terremoto che interessò la Calabria centro-settentrionale a cominciare dal 27 marzo del 1638,[i] proseguendo fino alle scosse verificatesi nella notte tra i giorni 8 e 9 del mese di giugno dello stesso anno, distrusse l’abitato di Policastro “dalle fondamenta”,[ii] che risultò il centro più colpito tra quelli vicini, con 353 edifici rimasti abbattuti.[iii] A seguito di tali rovine, diverse chiese già afflitte dalla perdurante crisi economica avviata nella seconda metà del secolo precedente, scomparvero per sempre, mentre le loro rendite furono unite a quelle rimaste.

 

Sant’Angelo della Piazza

La chiesa di Sant’Angelo della Piazza di Policastro, compare nella copia compilata nel 1601, di un elenco riferibile alla metà del Cinquecento, relativo al pagamento della decima dovuta alla Santa Sede da parte dei membri del clero della diocesi di Santa Severina. In quella occasione, risulta che D. Martino Accetta di Policastro, pagò le decime relative alla chiesa di Santa Maria Maggiore ed a quella di “S.to Angelo de plateis”.[iv]

Essa però non risulta in occasione della visita arcivescovile ai luoghi pii di Policastro iniziata l’otto giugno del 1559,[v] né compare nelle annotazioni relative ai pagamenti dovuti all’arcivescovato in questo periodo.[vi] Sembra quindi che nella seconda metà del Cinquecento, il suo edificio che sorgeva nella parte medievale dell’abitato, fosse già in stato di abbandono. Da alcuni documenti successivi, apprendiamo infatti che la chiesa, definita ormai “deruta” nel 1635, confinava con alcune abitazioni poste in convicino della chiesa di San Nicola “de platea”, nelle vicinanze della “plateam publicam detta de l’astrachello” e del luogo detto “la ruga delli vitilli”.

21.09.1616. Mutio Campana vendeva a Joannes Paulo e Laurentio Caruso, padre e figlio, la domus palaziata “Cum Camera”, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa di San Nicola “de platea”, “iusta Ecc.m santi angeli ditti la ruga delli vitilli vinella mediante iusta plateam publicam detta de l’astrachello”, relativamente cui il detto Mutio asseriva di possedere “airum tantum a parte superiori ditte domus, et Camara”.[vii]

11.02.1635. Elena Scandale, vedova del quondam Fran.co Cepalis, madre e tutrice dei figli di detto quondam Fran.co, vendeva a Renzo Schipano, la domus palaziata con camera “Cioè l’ario di sopra tantum et non altro”, con la quale andava inclusa “la potica di vascio vicino la scala di detta Casa”, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino di San Nicola “de platea”, confine la “Ecclesiam Santi Angeli deruta”, vinella mediante, la via pubblica ed altri fini. Si pattuiva che detto Renzo potesse fare la porta della detta casa “affacciante alla ruga delli vitilli”.[viii]

Agli inizi del Settecento, l’esistenza passata della chiesa è ancora ricordata dal Mannarino, che la menziona tra le antiche parrocchiali di Policastro, riferendo che si trovava unita all’arcipretale di San Nicola della Piazza.[ix]

Petilia Policastro (KR), la piazza (dalla pagina fb I Ricordi dei Petilini Emigranti).

 

Sant’Angelo de lo Milillo

Oltre a questa chiesa posta nella piazza, dentro l’abitato di Policastro esisteva anche un’altra chiesa dedicata a Sant’Angelo. Quest’ultima detta “de lo milillo”, o “melillo”, sorgeva nelle vicinanze del luogo dove, nel passato, era esistito il castello e deteneva il titolo parrocchiale. Come la precedente, anch’essa compare per la prima volta attorno alla metà del Cinquecento, nel citato elenco relativo al pagamento della decima dovuta alla Santa Sede, quando, per “s(anc)to Angelo”, tale incombenza fu assolta da D. Paulo Alemanno.[x]

Quest’ultimo, assieme a D. Jo: Domenico Petralia, compare in questo periodo, anche relativamente ai pagamenti della quarta beneficiale dovuta annualmente all’arcivescovo di Santa Severina, come risulta documentato nel “Libro de tutte l’intrate de lo arcivescovado de’ s(a)nta Anastasia”, durante il quadriennio 1545-1548,[xi] mentre “don Salvo conte” risulta tra coloro che pagarono a questo titolo nel 1566, relativamente al beneficio di “s(an)cto agnilo dello milillo” di Policastro.[xii]

In questo periodo la chiesa fu visitata dal cantore di Mileto Giovanni Tommaso Cerasia, vicario dell’arcivescovo Giovanni Battista Ursini che, il 9 di giugno 1559, trovandosi impegnato nella visita dei luoghi pii della terra di Policastro, dopo aver visitato la chiesa di “s.ti Nicolai deli Cavaleri”, accedette alla chiesa parrocchiale sotto l’invocazione di “s.ti Angeli de lo mirillo” (sic), dove trovò un altare di fabbrica con sopra un altare portatile che possedeva: tre tovaglie, due “Coperim.tis” di tela, un vestimento sacerdotale di tela completo, un calice con “Coppa et patena” d’argento dorato, due candelabri “auri Calchi”, una “Conam in tela” ed un messale.

Alla destra dell’altare si trovava la “Imago Crucifixi in ligno”. In un’arca posta da questa parte dell’altare vi erano: una “Cortinam” di tela ed un’altra simile, undici tovaglie, una casula di tela, quattro “amictos”, cinque tovaglie piccole tra le quali alcuni “velamina”, un “lintheamem”, un “plumacium”, un messale vecchio, una casula di velluto di diversi colori lacera, due “stolas” e quattro “manipulos”. Per poter sedere, attorno all’altare erano poste alcune travi.

La chiesa aveva un campanile, nel quale si trovava un “Campanellus magnus” e si presentava tutta “intenplata” di tavole. Possedeva un “Thuribulum” di ottone che il vicario ordinò di rifare.

Era “Capp.nus” della chiesa D. Paolo Clasidonti. Dato che all’interno della chiesa penetrava la pioggia, il vicario ingiunse al cappellano di rifare il tetto con “tegulis”, ordinandogli di presentare la “plateam” della chiesa entro l’indomani.[xiii]

La chiesa di Sant’Angelo de lo Milillo continuò a rimanere un beneficio curato fino a verso la fine del Cinquecento, quando le parrocchiali della “terra Regia” di Policastro furono ridotte a quattro, come riferisce la relazione del 1589, prodotta dall’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani (1587-1623) per la Santa Sede,[xiv] e la sua parrocchia, assieme a quella di “Santo nicola delli Cavaleri”, fu unita alla vicina Santa Maria Magna.[xv]

Anche se ormai “diruta”, la chiesa continuò comunque a caratterizzare il luogo fino a verso la metà del Seicento, quando, a seguito del terremoto del 1638 il suo edificio venne meno, come riferiscono i documenti di questo periodo che menzionano l’esistenza del suo “convicino”.[xvi]

Tale vicinato, prossimo a quello di Santa Maria degli Angeli,[xvii] si estendeva alla “timpam seu rupam de fico”,[xviii] e limitava con la “ripam della difisa”.[xix] Da questa parte, “verso tramontana”, la casa di D. Gio: And.a Alemanno detta “del cortiglio”, affacciava dalla parte della chiesa,[xx] che confinava con la “domus terraneam” di Fran.co Cavarretta,[xxi] richiamata successivamente in parrocchia di Santa Maria Magna.[xxii]

In questo periodo risulta documentato ancora il pagamento della quarta beneficiale da parte del cappellano di “Sant’Angelo dello Milillo”, come figura dall’“Introito di danari essatti dal Rev.do D. Marco Clarà delle rendite della Mensa Arciv.le” (1630), e come ricorre ancora successivamente, relativamente alle annualità dei pagamenti degli anni 1654 e 1655.[xxiii]

 

San Nicola “deli Cavaleri”

Attraverso alcuni documenti medievali che testimoniano la presenza degli Ospitalieri nella Valle del Tacina,[xxiv] apprendiamo che, in quest’area, l’ordine militare possedeva le terre di “Sancti Nicolai qui dicitur de Hospitali”.[xxv]

L’antica esistenza nelle vicinanze del castello di Policastro, di possedimenti riferibili a quest’ordine, è testimoniata da alcuni documenti degli inizi del Seicento, che menzionano le terre dette “santo martino seu santa lucia fora la porta del Castello”,[xxvi] mentre il Mannarino, agli inizi del Settecento, individua qui l’esistenza di una chiesa appartenente all’ordine “de’ Cavalieri di San Nicolò” durante il periodo medievale, senza però il supporto di documenti autentici.[xxvii]

Più verosimili, invece, appaiono le testimonianze di questo autore, relativamente all’esistenza di questa chiesa nel periodo compreso tra la seconda metà del Quattrocento e gl’inizi del secolo successivo. Come quando ci riferisce dell’esistenza di “un’Inventario” fatto dal vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina, al tempo di re Alfonso I d’Aragona “il Magnanimo” (1442-1458), in cui la menzione di “Vasi Sacri” e di una giurisdizione regia, appaiono compatibili con le funzioni parrocchiali della chiesa e con il fatto che, con ogni probabilità, essa ricadeva ancora nell’ambito del castello, al tempo in cui Policastro era pervenuta in regio demanio a seguito della rivolta di Antonio Centelles.[xxviii]

Anche la testimonianza del Mannarino relativa all’esistenza nell’archivio dei frati osservanti della Santa Spina, di un atto del 1508 fatto dal suo “Rettore D. Consalvo Conte”, sembra attendibile, considerato che, “don Salvo conte” risulta tra coloro che pagarono la quarta beneficiale all’arcivescovo di Santa Severina nel 1566, relativamente al beneficio di “s(an)cto agnilo dello milillo”.[xxix]

Agli inizi del Cinquecento, comunque, la chiesa parrocchiale di “S. Nicolai de li Cavalieri” comincia a comparire nel documenti vaticani, quando il relativo beneficio curato fu provvisto ad un rettore, mentre le sue rendite, analogamente a quelle di altri benefici di Policastro, risultavano gravate da pensioni di cui godevano alcune dignità della cattedrale di Santa Severina.[xxx]

Alla metà del secolo, troviamo “s(anc)to Nicola de Milicanò al(ia)s Delli Cavatheri” (sic) in un elenco relativo al pagamento della decima dovuta alla Santa Sede, da parte dei membri del clero della diocesi di Santa Severina[xxxi] mentre, a quel tempo, il parroco di “s.to nicola de li cavaleri” D. Paolo Yacometta pagava annualmente all’arcivescovo di Santa Severina, 1 ducato ed 1 tari a titolo di quarta beneficiale, come appare documentato nel “Libro de tutte l’intrate de lo arcivescovado de’ s(a)nta Anastasia”, durante il quadriennio 1545-1548 e nel 1566.[xxxii]

Risale a questo periodo una descrizione della chiesa, che pone in risalto le condizioni di trascuratezza in cui versavano il suo edificio e le cose vecchie e vecchissime che vi erano riposte, tra cui troviamo elencata anche una veste bianca con la croce rossa.

Il 9 di giugno del 1559, il cantore della chiesa di Mileto Giovanni Tommaso Cerasia, vicario dell’arcivescovo Giovanni Battista Ursini, trovandosi impegnato nella visita dei luoghi pii della terra di Policastro, dopo aver visitato la chiesa diruta di Santa Maria la Nova, accedette alla chiesa parrocchiale sotto l’invocazione di “s.ti Nicolai deli Cavaleri” di cui era parroco D. Io: Paolo Iacometta, e dove si trovava anche il chierico Bestiano Blasco, cui fu ingiunto di presentare entro otto giorni, le bolle e le concessioni che comprovassero i loro diritti.

All’interno della chiesa fu rinvenuto un altare di fabbrica con una “Cona in tela” davanti ed una “pacem” vetusta. L’altare possedeva: tre tovaglie, un coperimento d’altare “Cum imagine s.ti Nic.ai”, un altare portatile, un messale vecchio e due candelabri vecchissimi di legno. Alla sinistra dell’altare vi era un “Crucifixus” di legno.

All’interno di un’arca furono rinvenuti: un calice con patena di peltro che il vicario ruppe, ordinando che fosse rifatto, due “plumacios”, sei tovaglie, un “lintheamen”, altre sei tovaglie, una tovaglia grande lacera per il crocefisso, una “Casulam telae albae Cum Cruce rubea” e due “linthetamina” vecchissimi. In un’altra arca si trovarono: un “lintheamen” vecchissimo, un vestimento sacerdotale di tela completo, un altro vestimento di tela completo, un messale vecchio in pergamena ed un coperimento d’altare rosso e di altri colori vetusto. L’altare era coperto con un “lintheamen” e, nelle sue vicinanze vi erano anche un campanello ed alcune “trabes Circum Circa”.

Il parroco fu ammonito da parte del vicario, e sotto la minaccia della scomunica e del pagamento di 25 once, nonché dell’interdizione della chiesa, gli fu ordinato che, nei giorni a venire, presentasse le entrate della chiesa e provvedesse a far rifare la copertura dell’edificio, anche se il parroco replicava che per tale lavoro, aveva a disposizione solo “Certi parròcchianii”.[xxxiii]

La chiesa di San Nicola dei Cavalieri continuò a mantenere il suo titolo parrocchiale fino a verso la fine del Cinquecento, quando le parrocchiali della “terra Regia” di Policastro furono ridotte a quattro, come riferisce l’arcivescovo Alfonso Pisani (1587-1623) nel 1589,[xxxiv] e la chiesa, assieme a quella di “santo Angilo dello melillo”, fu unita a quella vicina di Santa Maria Magna.[xxxv]

Agli inizi del Seicento, la chiesa ormai diruta di “Santo Nicola delli Cavaleri”, confinava con un casalino che, assieme ad un “Casalino grande” esistente “accanto”, fu ceduto da Martino Vecchio a D. Joannes Jacobo de Aquila. Beni che il detto Martino aveva comprato da Fran.co Venturo de Oratio, e che si trovavano vicini alla porta della terra detta “del Castello” ed alla chiesa di Santa Maria degli Angeli.[xxxvi] Sui casalini esistenti in questo luogo, che continuerà ad essere individuato come il convicino della chiesa di San Nicola delli Cavaleri,[xxxvii] ovvero della chiesa diruta di San Nicola delli Cavaleri[xxxviii] fino ai tempi del terremoto del 1638, D. Joannes Jacobo de Aquila edificò in seguito il suo palazzo e, “contiqua” ad esso, la chiesa con l’ospedale sotto il titolo di San Giacomo Maggiore,[xxxix] eretta “pp.o nel loco dove si dice il Castello”, confine “lo suo Palazzo”.[xl]

Secondo il Mannarino, agli inizi del Settecento, esisteva ancora una “memoria” locale che ricordava i resti della chiesa “à canto al suo famoso Castello”, dove in passato “vedeansi alcune dirupate Reliquie d’un antichissimo Tempio detto di San Nicolò de’ Cavalieri”.[xli]

Petilia Policastro (KR), il luogo detto “il Castello”.

Santa Maria degli Angeli

Attraverso la visita arcivescovile alle chiese di Policastro del 1559, sappiamo che, nelle vicinanze di San Nicola delli Cavaleri, esisteva la chiesa di Santa Maria degli Angeli, la quale, a differenza della parrocchiale, era retta da un semplice beneficio di patronato della famiglia Venturo.

In questa occasione si riferisce infatti, che la chiesa sotto l’invocazione di “s.tae mariae de li ang(e)li” era “de sorore polisena de venturo”, mentre ne era cappellano D. Minico Venturo. Al suo interno si trovava un altare di fabbrica con tre tovaglie e con un “Coperim.to” di tela, due candelabri di ottone, una “Conam” di tela ed un campanello.

Sotto la la minaccia della scomunica e del pagamento di 25 once, il vicario arcivescovile, ordinò che, entro il termine di due mesi, fosse rifatto il tetto della chiesa che lasciava passare la pioggia mentre, entro l’indomani, la detta “soror polisena” avrebbe dovuto esibire i documenti comprovanti i suoi titoli.

L’esistenza della chiesa di “santa Maria dell’angeli”, posta nelle vicinanze della “porta del Castello”, e della chiesa di “Santo Nicola delli Cavaleri”,[xlii] risulta ancora documentata durante la prima metà del Seicento, quando una porzione dell’abitato di Policastro risulta identificata “in Convicino s.tae Mariae angelorum”,[xliii] nelle vicinanze di quella pertinente alla chiesa di “santae mariae olivarum”.[xliv]

Successivamente, dopo il sisma del 1638, non abbiamo altre notizie, ma sappiamo dell’esistenza di un procuratore testamentario della “Ecclesia Sanctae Maria Angelorum” lasciato dall’olim Rev.s D. Horatio Piccolo (1645),[xlv] mentre un atto del 20.04.1654, menziona le terre della chiesa di S.ta Maria “dell’Angeli” poste in loco detto “l’insarco”, che erano appartenute al già D. Oratio Piccolo.[xlvi]

 

Santa Maria dell’Olivella

La chiesa compare già alla metà del Cinquecento, quando fu visitata dal vicario arcivescovile di Santa Severina[xlvii]. Quest’ultimo, dopo aver visitato la parrocchiale di Santa Maria Magna e dopo aver consumato il pranzo, proseguì la sua visita presso la “ecc.am” sotto l’invocazione di “S.tae Mariae de L’olivella” della quale era cappellano D. Nic.o Madeo. La chiesa aveva un altare di fabbrica con sopra un altare portatile, dove si trovava una “Cona in tela” raffigurante la “imago glo(rio)s.ae Virginis Mariae, et s.ti Io: bact.ae, et s.ti leonardi”.

L’altare possedeva: tre tovaglie, un vestimento di tela completo, un “Coperim.tum” “pictus”, una pianeta di raso violaceo figurata “Cum friso aurato”, un’altra pianeta di damasco bianca figurata con croce rossa, un calice di peltro con patena, due candelabri fittili e uno di ferro ed un messale.

In un’arca furono rinvenute le seguenti cose: un antealtare figurato vetusto, un altro simile, due “plumacios” di tela, un “Cammisum” di tela, una stola di seta nera, un’altra di tela, un’altra di raso di vari colori, una casula di tela bianca, diversi “amicti” riposti in un “Cuscino”, un “Cammisum” di tela, un’altra casula di tela, un’altra casula di tela, un altro “Cammisum” di tela, quindici tovaglie e quattro “amictos”.

Nel campanile vi erano due campane ed un campanello. In mezzo alla chiesa vi era la “imago salvatoris n(ost)ri in Cruce pendentis de relevo” con un “panno” nero davanti. Vi erano, ancora, due torcie votive di cera e sopra l’altare un cuscino di seta lacero.

Oltre l’altare maggiore, furono rinvenuti altri due altari: uno sotto l’invocazione di “s.ti ioanne” con una “Cona in tela” e, l’altro, sotto l’invocazione del “rosarii Cum rosario in tela de super”.

Il vicario ordinò al cappellano di conferire presso la sua residenza dalla quale, sotto pena della scomunica e del pagamento di 25 once, non si sarebbe dovuto allontanare senza espressa licenza e prima di aver fornito spiegazioni sulle cause del perché i detti altari si presentavano diruti e devastati.

La chiesa di Santa Maria “dell’olivella” o “l’olivella” risulta ancora menzionata negli atti dei notari di Policastro durante la prima metà del Seicento[xlviii], periodo durante il quale figura anche in maniera altrettanto ricorrente, come Santa Maria “olivarum”[xlix].

A quel tempo essa ricevette il lascito di alcune terre da parte di Joannes Dom.co Caccurio,[l] la cui abitazione si trovava nelle immediate vicinanze della chiesa, il “convicino” della quale limitava con quello della parrocchiale di San Nicola dei Greci,[li] e comprendeva “le timpe dello ringo”, mentre il suo edificio confinava, “intrada convicinale mediante”, con una continenza di case palaziate di Gio: Vittorio Caccurio, in cui abitava il regio capitano di Policastro, di cui alcune camere affacciavano “nell’istrada publica”, mentre altre “allo ringo”.[lii] Dirimpetto alla porta di “S. Maria dell’olivella”, separato dalla via pubblica, si trovava il “cortiglio” delle case palaziate di Berardina Rizza e di suo fratello Francesco, confinanti con il muro delle case del quondam Sebastiano Cerantonio ed And.a Rizza di Gio: Domenico.[liii]

In seguito la chiesa andò in abbandono, probabilmente a causa dei danni subiti in occasione del terremoto del 1638.

Il 13 ottobre 1660, in occasione della sua visita a Policastro, l’arcivescovo di Santa Severina visitò la “Ecc.m S. Mariae nuncupatam dell’olive”, che trovò spogliata di ogni ornamento necessario, con le pareti rovinate dal fumo fino al tetto, ridotta in abitazione e profanata dai delinquenti che vi avevano trovato rifugio, convertendola in “habitat.nem, et Coquinam”, dove erano tenute “Sellas, Cados per usu Aquae, Mortaciola per tendendis filiis Myrtorum, quoddam Vas ad conficiendum panem vulgo Maiilla” assieme ad altre cose indecenti.

Considerato tale stato ed il fatto che nella chiesa non si celebrava più da oltre un decennio, l’arcivescovo, supponendo che su di essa gravasse l’interdetto perpetuo e considerato che era stata profanata sia da uomini che da donne, decretò che il luogo non avrebbe più potuto godere dell’immunità ecclesiastica fino a quando non fosse stato ripristinato, provvedendolo di tutte le cose necessarie, rinnovando il tetto, imbiancando i muri e murando l’“ostium” esistente nella parte destra dell’edificio.

Egli dispose, inoltre, che riguardo all’onere di una ebdommada, le messe fossero celebrate nella chiesa parrocchiale di S.ta Maria Magna entro i cui confini era compresa la chiesa profanata.

A questo punto comparve davanti all’arcivescovo il notaro Fran.co Cerantonio che abitava vicino alla detta chiesa, offrendosi di ripararla raccogliendo le elemosine dei fedeli pii benefattori. Il notaro ricevette così dall’arcivescovo la “Licentiam quaestuandi, et reparandi” relativa alla detta chiesa, con l’obbligo di rendere annualmente conto delle offerte raccolte, nelle mani del vicario foraneo di Policastro.

L’arcivescovo dispose inoltre, che la “Icona antiqua et denigrata” posta nella parete, il pallio vetusto di colore violaceo e i due candelabri di legno vetusti, fossero tutti insieme conservati nella chiesa parrocchiale di S.ta Maria Magna.[liv]

Attraverso la testimonianza del Mannarino, sappiamo invece che, successivamente, le condizioni della chiesa non migliorarono, ed agli inizi del Settecento questa si trovava ridotta a stalla del palazzo posseduto da Lorenzo Pipino: “Alla parte poi più suprema, e Boreale principia la Chiesa Parocchiale di Santa Maria la Magna contradistinta da quella di Santa Maria piccola, di cui non si sa preciso il luogo, ma ben la credo aggregata a questa medesima, insieme con l’altra sua convicina di Santa Maria dell’oliva, dove io mi ricordo la messa ed ora Proh dolor! domus Dei stabulum est”.[lv]

Petilia Policastro (KR), icona votiva nel luogo in cui sorgeva la chiesa di Santa Maria dell’Olivella.

Note

[i] “… nell’anno trent’otto del caduto centinaio che successe la sua rovina per quel terribil Terrimoto di tutta la Calabria, accaduto à 27 Marzo nella Domenica delle palme à 21 ora.” Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723.

[ii] “… la notte seguente, verso le cinque in sei ore, da più orribile terremoto furono abbatute alcune Città, Terre e Castelli (…) Policastro città fu abbattuta dalle fondamenta”. Boca G., Luoghi sismici di Calabria, 1981, p. 220.

[iii] “… che Policastro per essere d’alto sito, ed arenoso, fosse il più danneggiato nella Comarca in trecento cinquanta tre tra Templi, Palaggi, e Case atterrati, secondo il Conto di Luzio Orsi.” Mannarino F. A., cit.

[iv] “R.to da D. Mar.no Alljtto (sic, ma Accetta) da Pulicastro per s(an)ta Maria maggiore, et s(an)to Angelo de plateis per x.ma d. 1.4…”. AASS, 2A.

[v] AASS, 16B.

[vi] AASS, 3A.

[vii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 290, ff. 132-133.

[viii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 302, ff. 020-020v.

[ix] “Quattro son oggi le Chiese Parocchiali. La prima è l’Arcipretale di San Nicolò Maggiore delli Latini fra la Tramontana, e Levante, alla quale stanno unite le Parocchie contermini antiche di Sant’Angelo alla Piazza, e di Santa Maria delli Francesi;” (Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723).

[x] ““R.to da d: Paulo alemano per s(anc)to Angelo per x.a d. 0.2…” AASS, 2A.

[xi] “Denari de le carte” (1545): “De donno Jo: dom.co petralia per Santo ang(e)lo melillo d. 1.0.0”. “Conto de dinari de le quarte exacti in lo predicto anno 1546”: “Da donno Joandominico petralia per s.to angilo de lo milillo d. 1.0.0”. “Conto de quarte exacte per lo R.do quondam Don jacobo rippa como appare per suo manuale q.ale sta in potire de notari mactia cirigiorgi et sonno de lo anno 1547”: “Da donno paulo de ad mino (sic) de policastro per s.to Angilo de milillo d. 1.0.0”. “Dinari q.ali se haverano de exigere de le quarte de lo anno vi ind(iction)is 1548”: “Da donno Joandominico petralia per la quarta de s.to Angilo de lo milillo d. 1.0.0”. AASS, 3A.

[xii] “Denari delle quarte de tutti li benefitii della diocesa de s(a)ncta s(everi)na” (1566): “Da don Salvo conte per la quarta de s(an)cto agnilo dello milillo d. 1.0.0.” AASS, 3A.

[xiii] AASS, 16B.

[xiv] “Policastro è terra Regia, qual’essendo stata venduta dal Conte di S. Severina fù fatta di demanio con l’opra, e patrocinio del Cardinale di S. Severina, è habitata da tre milia anime incirca vi sono quattro chiese parocchiali, e nella matrice è l’Arciprete, e Cantore con venti altri preti, quali per il più vivono delloro patrimonio, et elemosine che ricevono dal servitio delle chiese, e confraternità, …”. ASV, Rel. Lim. 1589. “Policastro è terra Regia habitata da tre milia anime incirca. Vi sono quattro chiese Parocchiali, e nella Maggiore è l’Arciprete il Cantore e vinti altri Preti, quali p(er) il più vivono di loro patrimonio, et elemosine che ricevono dal serv.o delle chiese, e Confratie …”. AASS, 19B.

[xv] Il 12.11.1623, dietro l’istanza di Livio Zurlo, agente per parte di Mario Sarsale sindaco della città di Catanzaro, il notaro con il giudice ed i testi sottosctitti, si portava nella domus del presbitero Salvatore de Richetta, parroco e rettore della chiesa parrocchiale di Santa Maria “Magnae”. Qui, tra i “libros, et scripturas” spettanti alla detta parrocchia, fu rinvenuto il libro scritto dal quondam donno Minico Palatio, parroco predecessore “premortuum”, intitolato “libro delli matrimoni solemnizati per me d. dominico palazzo paroco et Curato delle venerabile chiese unite Santa maria la grande Santo nicola delli Cavaleri, et santo Angilo dello melillo della terra di poliCastro della Diocesi di Santa Severina fatto per ord.ne dell’Ill.mo, et R.mo Alfonso pisano arcivescovo di Santa Severina in visita Conminciato à di dece di ottobre 1592”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 117-118.

[xvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78 prot. 286, ff. 45-45v, 85v-87, 96v-97v, 217v-218; 222v-223, 228-228v, 228v-229v, 242v-242v; Busta 78 prot. 287, ff. 004v-005v, 040-040v, 060-060v, 067v-069v, 142-143; Busta 78 prot. 288 ff. 001-001v, 055-057; Busta 78 prot. 289, ff. 008-009, 037v-038, 039-039v; Busta 78 prot. 290, ff. 086v-087; Busta 78 prot. 291, ff. 014v-015, 130-130v; Busta 78 prot. 292, ff. 024-025; Busta 79 prot. 293, ff. 019-020; Busta 79 prot. 294, ff. 045v-046v, 066v-067v, 081-082v, 095-095v; Busta 79 prot. 295, ff. 031-032, ff. 100v-101v; Busta 79 prot. 296, ff. 111v-112v, 146v-147v, 151-151v; Busta 79 prot. 297, ff. 010-011, 019-020, 065-065v, 078-078v, 113-113v, 168v-169, 169-169v, 169v-170, 182-182v; Busta 79 prot. 298, ff. 029v-034v, 053-053v; Busta 79 prot. 299, ff. 007v-008, 039-040v; Busta 79 prot. 300, ff. 054-055v; Busta 80 prot. 301, ff. 032v-033v, 132v-133v, 134-135; Busta 80 prot. 302, ff. 109v-111; Busta 80 prot. 303, ff. 003v-004v; 122-123, 127v-128, 132v-133v; Busta 80 prot. 304, ff. 008-009. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 027-028; Busta 182 prot. 803, ff. 021-023.

In alcuni casi, forse per l’assonanza, troviamo menzionato un convicino di Sant’Angelo de Frigillo, in luogo di quello di Sant’Angelo di Milillo. 28.11.1634. “nel convicino di Santo Angilo Frigillo” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 301, ff. 160v-162). 30.09.1635. Nel convicino della “venerabilis Ecc.e Santi Angeli fringilli” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 302, ff. 103-104).

[xvii] 12.09.1627. I fratelli D. Horatio, Berardino e Micaele Piccolo, o Picciolo, essendo debitori nei confronti della loro sorella Portia Piccola per residuo di dote, in relazione al suo matrimonio con Cola Faraco, gli assegnavano una casa palaziata con “Camara” e casalino contiguo, in cui vi erano 2 pedi di “Celsi”, posta nel convicino di S.to Angelo “lo melillo dico la chiesa di s.ta Maria delli angeli”, confine la casa di Andria de Mauro dalla parte di sotto, e dalla parte di sopra, confinante con “la casa nova” di detti di Piccolo “ditta dello Cortiglio”, e con la “Casa arsa”. Rimaneva pattuito che si assegnava solo la metà del detto casalino dove si trovavano “li Celsi”, confine la casa di Mase Zidattolo e di detto And.a de Mauro (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 296, ff. 146v-147v).

[xviii] 17.04.1608. Isabella Mancaruso, vedova del quondam Natale de Martino, per la somma di ducati cinquanta, da pagarsi annualmente in aprile, attraverso un censo annuale di ducati quattro e mezzo, vendeva alcuni beni ad Auria Morana, baronessa di Cotronei e Carfizzi, procuratrice di D. Diana Sersalis, come da procura stipulata in Cosenza il 23.03.1608, tra cui la “Continentiam domorum palatiatam” posta nella terra di Policastro in convicino di “santi Angeli lo melillo”, confine l’orto del quondam Salvatore de Mauro, “et timpam seu rupam de fico”, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 067v-069v).

[xix] 09.12.1614. Joannes Petro Ligname che, negli anni passati, aveva acquistato da Fran.co Russo con il patto di retrovendita, la “Continentiam domorum terraneas” posta dentro la terra di Policastro nel convicino della chiesa di “santi Angeli lo melillo”, confine la domus di Stefano Capozza “a parte inferiore”, la “ripam ditta della difisa”, la via pubblica e la domus di detto Joannes Petro, la retrovende al detto Fran.co (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 289, ff. 037v-038).

[xx] 11.11.1629. Julia Sarfi, vedova del quondam Joannes Petro Jerardo, vendeva ad Orlando Corticosa, la casa terranea posta dentro la terra di Policastro nel convicino di “Santi angeli”, confine la domus di Joannetto Tuscani, il “Cortilium” del presbitero Joannes Andrea Alemanno, Fran.co Antonio Romani, la via convicinale ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 065-065v).

18.01.1630. Su richiesta di Fabritio Alemanni, figlio del quondam Joannes Thoma Alemanni, per la stipula del suo testamento, il notaro si portava nella domus palaziata consistente in più membri, del presbitero D. Joannes And.a Alemanno “eius avuncoli”, posta dentro la terra di Policastro nel convicino di S.to Angelo “lo melillo”, confine la domus di Orlando Corticosa, la domus di Jacobo Faraco e la via pubblica da due lati (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 078-078v).

24.03.1631. I coniugi Vittorio Tuscano ed Isabella Virardo, autorizzati con decreto della Regia Curia di Policastro da parte del “Mag.m Capitaneum”, vendevano al presbitero D. Joannes And.a Alemanno, il casaleno posto dentro la terra di Policastro nel convicno di S.to Angelo “lo melillo”, “intus Cortilium” del detto presbitero, confine la domus di Orlando Corticosa, un’altra domus di detti coniugi e la domus di detto de Alemanno. Si pattuiva che i detti coniugi avrebbero dovuto chiudere la porta della loro casa che dava sul detto casaleno, così che detto D. Andrea avrebbe potuto “arribare” la nuova fabbrica fino alla casa di detto Orlando, alzandola a suo piacimento (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 298, ff. 029v-034v).

23.09.1636. Le sorelle Isabella e Berardina Faraco, figlie del quondam Lutio Faraco e di Faustina Curia, avevano venduto a Martino Vecchio, un ortale arborato con 2 “pedis sicomorum” e 3 “pedis ficis” che possedevano in comune ed indiviso, posto “intus predittam Civitatem”, “in Convicinio Ecc.e diruta Santi Angeli lo melillo”, confine il “trappitum” del presbitero Joannes Andrea Alemanno, la “ripam della difisa”, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 303, ff. 127v-128).

18.01.1637. D. Gio: And.a Alemanno possedeva una casa definita come “la casa del cortiglio affacciante verso la chiesa di santo Angelo lo melillo verso tramontana” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 304, ff. 120-122v).

[xxi] 13.01.1607. Nicola de Villirillo e sua figlia Nuntia Legname, vendevano a Stefano Capozza, la “domum terraneam” posta dentro la terra di Policastro “in convicino s.ti Angeli lo melillo”, confine la domus di detto Stefano da due lati, la via pubblica ed altri fini. Contestualmente Fran.co Cavarretta dava a censo ai detti Nicola e Nuntia, la “domus terraneam” posta dentro la terra di Policastro “iusta Ecclesie santi Angeli lo melillo”, confine un’altra domus del detto Francesco, via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Gudacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 004v-005v).

[xxii] 12.05.1638. Alla dote Franceschina Cavarretta, figlia di Fran.co Cavarr.ta, apparteneva una casa palaziata posta nella terra di Policastro nella “parocchia” di S.ta Maria “la grande”, confine la casa di detto suo padre, la casa degli eredi del quondam Nardo Conmeriati, la via convicinale ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 305, ff. 047-048).

[xxiii] 1630: “Il Capellano di Sant’Angelo dello Milillo d. 1.0.0”; 1654: “Capell.o di S. Ang.o lo Milillo d. 1.” (al margine: “sol.t”); 1655: “Cap.o di S. Ang.o lo milillo d. 1.” (al margine: “sol.t”). AASS, 35A.

[xxiv] Rende P., Gli Ospitalieri, i Templari ed i casali di S. Martino e di S. Giovanni in territorio di Genicocastro, poi Belcastro, in www.archiviostoricocrotone.it

[xxv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, pp. 269-272.

[xxvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 032v-035; Busta 79 prot. 295, ff. 007-007v.

[xxvii] Rende P., L’abbazia di Santa Domenica in territorio di Policastro, e Rende P., Il monastero dei Francescani Osservanti di Santa Maria della Spina di Policastro, in www.archiviostoricocrotone.it

[xxviii] “E giacche mi ritrovo descrivendo il stato dell’antica, e moderna nobiltà di Policastro, stimo bene dare qui una brieve contezza d’un ordine di Cavalieri detti di San Nicolò che sino all’anno mille cinquecento cinquanta ancor trovavasi in essere.

Relazione dell’ordine de’ Cavalieri di San Nicolò

In questa Città, come una delle più illustri sin dà secoli trassandati, benchè scemata non poco dal suo vetusto splendore, pure vi si ritrovano à canto al suo famoso Castello, dal quale forze à preso quel suo nome più moderno di Policastro, o Paleocastro, vedeansi alcune dirupate Reliquie d’un antichissimo Tempio detto di San Nicolò de’ Cavalieri; perch’era un Colleggio, o pur ordine nobilissimo di Cavalieri Greci (…). (…) col tempo consacrarono il lor Tempio à San Nicolò e sotto l’orbita del suo Divin Patrocinio viveano Collegiali. Io non m’oppongo à questa erudizione rapportata dal P. Fiore in ordine all’Istituzione dell’ordine equestre fondato dà Romani, perché lui non la ricorda per tradizione, ma là ricavata dà molti antichi, e celebri scrittori. (…) Ma se mancano le statue in Policastro, vi è come dissi la bella memoria del Tempio de’ Cavalieri, di cui a tempo di Alfonzo primo ritrovasi un’Inventario di Vasi Sacri, che poteano ascendere à valitute Considerabile, mentre fù fatto dal General Vicario di Santa Severina d’ordine del medesimo Re, che perciò mostrava di avervi qualche sovranità e giurdizione, rimastagli forze dopo la caduta, di quel piccol ordine militare e del suo Maestro si fa menzione in due vecchi Istrumenti originali che serbansi nell’archivio de’ PP. Osservanti di d.a Città. L’uno dell’anno mille quatrocento trentatre nel nuovo ingresso, ed’atto Ressessorio dato à gl’istessi Padri di quel Caro Monastero, dal Metropolitano del luogo e l’altro assai prima; cioè dell’anno mille trecento cinquanta tre, in quel contratto che fa l’Abbadessa di Santa Domenica di Policastro; ove egli si sottoscrive così Ego Agatius Magister Equitum Sancti Nicolai con avanti il segno, e la forma della sua Croce (…). Tra gli altri monumenti più freschi d’essa Chiesa di San Nicolò degli Cavalieri, si à nel citato Archivio una Polizza dell’anno mille cinquecento, ed’otto, che fa il suo Rettore D. Consalvo Conte. (…) Ne pur mi è nascosto, che in una assai fumosa Imagine di un tal Padrizio, ò Cavaliere de’ Girifalchi detti oggi Tronca che à me sembra dopo il mille, e quatrocento, si ritrovi così dichiarato il suo Nome: Thomas Girifalcus Tronca de’ Civitate Policastri una ex duodecim Sancti Nicolai Equitum Familia (…). Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723.

[xxix] “Da don Salvo conte per la quarta de s(an)cto agnilo dello milillo d. 1.0.0.” AASS, 3A.

[xxx] 11 febbraio 1525. “Io. Collicia providetur de parochiali ecclesia S. Nicolai de li Cavalieri, loci de Policastro, S. Severinae dioc., vac. per ob. Fausti Campana, rectoris, ex R.C. def..” (Russo F., Regesto III, 16497). 25 novembre 1538. “D. Nicolaus Auriglanus (sic, ma Corigliano), de terra Policastri S. Severinae dioc., modernus rector parochialis ecclesiae S. Nicolai de Cavaleriis, terrae Policastri, dictae dioc., per d. Lancellotum Zancha, clericum de Brisighella, procuratorem suum, consensit assignationi annue pensionis scut. 5 in favorem D. Io. Leonardi Sacco, Primicerio ecclesie S. Severine, super fructibus prefate parochialis …” (Russo F., Regesto IV, 18016).

[xxxi] “R.to da D. Paulo Jacometti de Policastro per s(anc)to Nicola de Milicanò al(ia)s Delli Cavatheri per x.a d. 0.4…” AASS, 2A.

[xxxii] “Denari de le carte” (1545): “Da donno paulo yacometta per s.to nicola deli caudari d. 1.1.0”. “Conto de dinari de le quarte exacti in lo predicto anno 1546”: “Da donno Paulo Jacomecta per s.to nicola de li cavaleri d. 1.1.0”. “Conto de quarte exacte per lo R.do quondam Don jacobo rippa como appare per suo manuale q.ale sta in potire de notari mactia cirigiorgi et sonno de lo anno 1547”: “Da donno paulo jacomecta de policastro per s.to nicola de licavaleri d. 1.1.0”. “Dinari q.ali se haverano de exigere de le quarte de lo anno vi ind(iction)is 1548”: “Da donno paulo magomecta per la quarta de s.to nicola de li cavaleri d. 1.1.0”. “Denari delle quarte de tutti li benefitii della diocesa de s(a)ncta s(everi)na” (1566): “la ec.a de s(an)cta maria delli cavaleri pagha lo anno per quarta d. 1.1.0”. AASS, 3A.

[xxxiii] AASS, 16B.

[xxxiv] “Policastro è terra Regia, qual’essendo stata venduta dal Conte di S. Severina fù fatta di demanio con l’opra, e patrocinio del Cardinale di S. Severina, è habitata da tre milia anime incirca vi sono quattro chiese parocchiali, e nella matrice è l’Arciprete, e Cantore con venti altri preti, quali per il più vivono delloro patrimonio, et elemosine che ricevono dal servitio delle chiese, e confraternità, …”. ASV, Rel. Lim. 1589. “Policastro è terra Regia habitata da tre milia anime incirca. Vi sono quattro chiese Parocchiali, e nella Maggiore è l’Arciprete il Cantore e vinti altri Preti, quali p(er) il più vivono di loro patrimonio, et elemosine che ricevono dal serv.o delle chiese, e Confratie …”. AASS, 19B.

[xxxv] Il 12.11.1623, dietro l’istanza di Livio Zurlo, agente per parte di Mario Sarsale sindaco della città di Catanzaro, il notaro con il giudice ed i testi sottosctitti, si portava nella domus del presbitero Salvatore de Richetta, parroco e rettore della chiesa parrocchiale di Santa Maria “Magnae”. Qui, tra i “libros, et scripturas” spettanti alla detta parrocchia, fu rinvenuto il libro scritto dal quondam donno Minico Palatio, parroco predecessore “premortuum”, intitolato “libro delli matrimoni solemnizati per me d. dominico palazzo paroco et Curato delle venerabile chiese unite Santa maria la grande Santo nicola delli Cavaleri, et santo Angilo dello melillo della terra di poliCastro della Diocesi di Santa Severina fatto per ord.ne dell’Ill.mo, et R.mo Alfonso pisano arcivescovo di Santa Severina in visita Conminciato à di dece di ottobre 1592”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 117-118.

[xxxvi] 23.09.1633. Il presbitero D. Joannes Jacobo de Aquila, permutava una casa palaziata “con una parte di muro un poco scarropata seu Cascata dalla parte di sotto”, posta nel convicino di S.to Nicola “delli greci”, con un casalino di Martino Vecchio, “con parte delle mura un poco alti”, assieme allo largo “sotto parte detto Casalino per derittura della chiesa di santa Maria dell’angeli per derittura della Cantonera” della casa di Gio: Vincenzo Riccio, appartenuta al quondam Fran.co de Jacobo, “ferente all’istrata publica verso lo cortiglio” di Fran.co Grosso, “una con lo casalino accanto di detto Casalino grande ferente verso la porta del Castello, confine la chiesa di Santo Nicola delli Cavaleri”, via pubblica mediante, che detto Martino aveva comprato da Fran.co Venturo de Oratio. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 300, ff. 076v-078.

[xxxvii] 24.02.1606 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 155v-156). 16.07.1606 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 177-178). 17.03.1613 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 072v-073). 13.09.1617 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 042-042v). 29.10.1617 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 060-061v). 25.08.1620 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 292, ff. 057-057v). 07.04.1624 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 022-023). 05.10.1627 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 296, ff. 157-157v e 160). 12.08.1629 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 046v-047). 21.08.1629 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 047-047v). 11.11.1629 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 064-065). 05.09.1639 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 306, ff. 093-094).

[xxxviii] 12.11.1633. Gregorio Caria vendeva a Caterina Giordano, vedova del quondam Joannes Petro Aquila, la domus terranea posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della venerabile “Ecc.ae dirute ditte Santi nicolai delli Cavaleri”, confine la domus di Joannes Vincenzo Riccio, la domus di Joannes Baptista Hijerardo, dalla parte superiore, “justa domum Presbiteris seu Casaleni Jo(ann)is Jacobi de aquila”, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 300, ff. 097v-098v). 30.11.1637. Joannes Tuscano vendeva ad Elena Scandale, madre e tutrice di Joannes Dom.co e Cecilia Cepale, l’annuo censo di carlini 26 per un capitale di ducati 26 infisso sopra alcuni beni, tra cui la domus palaziata posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della “Venerabilis Ecc.e dirute ditte santi Nicolai delli Cavalerii”, confine la domus di Joannes Dom.co Tavernise, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 304, ff. 109v-111).

[xxxix] ll 14 ottobre 1647, l’arcivescovo di Santa Severina concedeva a D. Joannes Jacobo de Aquila, la facoltà di costruire la “Ecclesiam, et Hospitale, de quibus in suo p(raese)nti supplici libello”, con la riserva che la sua parete non dovesse essere comunicante con la casa del richiedente. AASS, 4D fasc. 3.

[xl] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 038v-039v e 043-047v. Rende P., La SS.ma Annunziata di Policastro, in www.archiviostoricocrotone.it

[xli] Mannarino F. A., Cronica cit., 1721-1723.

[xlii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 300, ff. 076v-078.

[xliii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78, prot. 286, ff. 22-22v, 51v-52, 102-103, 197v-198v, 200v-201v, 209v-211, 225-225v, 229v-230v; Busta 78 prot. 287, ff. 003-004, 163-163v, 140v-141, 149-151, 196v-197v; Busta 78 prot. 288, ff. 053-053v, 091v-092v; Busta 78 prot. 290, ff. 157-158v; Busta 78 prot. 291, ff. 056-057, 090v-091; Busta 78 prot. 292, ff. 002-003, 005v-007; Busta 79 prot. 293, ff. 034v-035; Busta 79 prot. 295, ff. 092-093; Busta 79 prot. 296, ff. 044v-045v, 119-120v, 146v-147v, 173v-174v; Busta 79 prot. 297, ff. 050v-051, 051-051v, 082v-083v, 089-090, 098v-099v, 164-165; Busta 79 prot. 298, ff. 035v-036v, 042-043v, 079-079v; Busta 79 prot. 299, ff. 077v-078; Busta 79 prot. 300, ff. 098v-099v; Busta 80 prot. 301, ff. 031v-032v, 039v-041, 051-052, 121-122, 135-136; Busta 80 prot. 302, ff. 037-038v, 130v e 141-141v; Busta 80 prot. 303, ff. 120v-121v; Busta 80 prot. 304, ff. 069-070; Busta 80 prot. 305, ff. 045v-047, 049-050; Busta 80 prot. 306, ff. 106-107.

[xliv] 02.01.1620. Nei mesi passati, Fran.co Lavigna aveva venduto a Fabritio Scoraci, la domus palaziata posta dentro la terra di Policastro nel convicino della venerabile chiesa di “sante marie olivarum dico angilorum” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 292, ff. 002-003).

[xlv] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 109-111.

[xlvi] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 043-044v.

[xlvii] AASS, 016B.

[xlviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78, prot. 286 ff. 234-234v; prot. 287 ff. 029-030 e ff. 213-213v; prot. 289 ff. 038-038v; prot. 290 ff. 023-025v e ff. 081-082v; prot. 292 ff. 078-079; Busta 79 prot. 294 ff. 087-088v e ff. 099-099v; prot. 295 ff. 012-013, ff. 093-093v e ff. 127-128v; prot. 298 ff. 063-063v; Busta 80 prot. 302 ff. 011v-012v; prot. 306 ff. 074-075v e ff. 073v-076v; Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 806, ff. 074v-078.

[xlix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78, prot. 286 ff. 160-160v; prot. 287 ff. 070v-071 e ff. 203-203v; prot. 288 ff. 064v-065; prot. 290 ff. 023-025v; prot. 291 ff. 017-018; Busta 79 prot. 293 ff. 069-070; prot. 294 ff. 006-006v e ff. 007-007v; prot. 295 ff. 076-076v; prot. 296 ff. 064v-065 e ff. 164-165v; prot. 297 ff. 095-096, ff. 161v-162v e ff. 178v-179; prot. 298 ff. 068-068v; Busta 80 prot. 301 ff. 147v-148v; prot. 303 ff. 065-066 e ff. 106-107v; prot. 304 ff. 031v-033v; prot. 305 ff. 108v-109.

In una sola occasione figura come Santa Maria “l’oliva” (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 013-015v) come la chiama il Mannarino (“dell’oliva”) agli inizi del Settecento (Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro 1721-23).

[l] 24.07.1623. Joannes Dom.co Caccurio lasciava una ebdommada in perpetuo nell’altare maggiore della chiesa di “Santa maria della olivella”, nominando cappellano D. Gegnacovo de Aquila, fintanto che il chierico Ferrante de Vito non si fosse fatto prete. Per tale ebdommada assegnava i seguenti beni: la possessione detta “la vignola”, confine i beni di Alfonso Caccuri “et due vie publiche” ed altri fini; la terza parte ascendente a 10 tomolate che gli spettava sopra le terre di “Zaccarella” che deteneva in comune con il Clerico Ferrante de Vito e Marco Ant.o Poerio, gravata dal solito peso al “feudo di paparone” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 099-099v).

[li] 25.11.1620. Alla dote Andriana Rizza, apparteneva la casa palaziata posta dentro la terra di Policastro nel convicino della venerabile chiesa di “s.to nicola dico santa Maria della olivella” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 292, ff. 078-079).

[lii] 04.04.1623. Joannes Vittorio Caccurio cedeva a suo figlio Joannes Fran.co Caccurio una continenza di case palaziate “Con sala” e due “Camare” dove al presente abitava il regio capitano di Policastro, “con orto, et potichelle”, affacciante “nell’istrada publica”, posta dentro la terra di Policastro nel convicino di S.ta Maria dell’Olivella, confine le case del quondam Gio: Thomaso Faraco, la via pubblica da due parti e “la chiesa di santa Maria l’olivella intrada convicinale mediante”. Restavano invece al detto Gio: Vittorio le 3 “Camare affaccianti allo ringo”, la cui entrata, sia “di adalto come di abascio”, sarebbe stata realizzata dal detto Gio: Vittorio “per lo Casalino verso Santa maria l’olivella”. Nelle vicinanze esisteva un’altra continenza di case palaziate con “camera, et Cammarozzo” già appartenuti al quondam Fabio Caccurio, dove al presente abitava detto Gio: Vittorio, posta nello stesso convicino, confine le case di Gio: Dom.co Caccurio e le case di Filippo Faraco (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 087-088v).

28.02.1624. Davanti al notaro comparivano Joannes Fran.co Caccurio e Joannes Vincenzo Riccio. In occasione del matrimonio contratto tra detto Joannes Vincenzo e Livia Caccuri, sorella di detto Gio: Fran.co, dovevano essere consegnati ducati 450, inclusi i ducati 300 promessi dopo la morte del quondam Fabio Caccurio. Al presente, arrivate le parti ad un accordo, il detto Gio: Fran.co cedeva al detto Joannes Vincenzo, le case palaziate poste dentro la terra di Policastro nel convicino della chiesa di S.ta maria “della olivella”, confine le case appartenute al quondam Gio: Thomaso Faraco e “la timpa dello Ringo” da una parte e, dall’altra, le case di Gio: Dom.co Caccurio e la via pubblica, con “l’orticello” e con tutti i membri inferiori e superiori, conformemente a come le deteneva al presente il reg.o capitano di Policastro (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 012-013).

08.01.1625. Joannes Fran.co Riccio donava al Cl.o Joannes Vincentio Riccio, suo figlio, panni, vini e tutti i beni mobili, che si trovavano dentro la casa di detto Cl.o Joannes Vincentio, nella quale abitava detto Gio: Fran.co, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino di S.ta Maria “della olivella”, confine la casa del quondam Gio: Thomaso Faraco, la casa di Gio: Dom.co Caccurio, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 093-093v).

30.08.1631. Berardina Tropiana asseriva che, negli anni passati, aveva venduto a Filippo Faraco alcuni “Casalina”, posti dentro la terra di Policastro nel convicino di S.ta Maria “olivella”, confine le case di Gorio Capozza, “le timpe dello ringo”, la casa di detto quondam Filippo, la via convicinale, ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 298, ff. 063-063v).

07.10.1634. Vittorie Richetta, moglie di Joannes Dom.co Caccuri, donava al R.do Fran.co Maria Dardano di Mesoraca, suo nipote, la continenza di case palaziate consistente in tre membri, “Salam, Cameram et loggettam”, con casaleni contigui detta loggetta, con “Cortilio, et gisterna”, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino di S.ta Maria “olivarum”, confine la domus di Marco Antonio Poerio, la domus di Joannes Vittorio Caccuri, le “ripas dittas lo ringo”, la via pubblica ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 301, ff. 147v-148v).

22.01.1635. Joannes Vittorio Caccurio, in relazione ai capitoli matrimoniali stipulati nel passato, assegnava ai coniugi Marco Ant.o Poerio e Claritia Caccuri, una casa palaziata “Con Cammarino di tavole con suo Catoijo”, posta dentro la terra di Policastro nel convicino della chiesa di S.ta Maria “l’olivella”, confine la casa di Gio: Dom.co Caccuri, le case degli eredi del quondam Filippo Faraco, “la timpa dello Ringo” ed altri fini. La porta e la scala di detta casa affacciavano verso Gio: Dom.co Fiorilla. Tale casa comunicava con il catoijo di detto Gio: Vittorio “tenuta per la comodita seu latrina” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 302, ff. 011v-012v).

13.04.1637. Il R.do D. Lupo Antonio Coschienti, permuta “ad invicem” secondo la “consuetudine napolitana”, la propria domus palaziata consistene in 3 membri, di cui 2 “terraneas”, “cum Cortilio gisterna” e due casalenos contigui, pervenutagli dall’eredità del quondam Filippo Faraco suo cognato, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa di S.ta Maria “olivarum”, confine la domus di Antonio Fiorilla, la domus di Claritia Caccurio, le “ripas delo ringo”, la via convicinale ed altri fini, con la domus palaziata di Horatio Rizza, pervenutagli dalla dote di Lisabetta Bruna sua moglie (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 304, ff. 031v-033v).

[liii] 15.08.1647. Davanti al notaro comparivano Joannes Antonio de Pace e la vedova Berardina Rizza, figlia di Jo: Petro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Appartenevano alla dote due case palaziate dotali di sua madre, cioè quelle “che le porte sono site et poste sop.a il Vignano, che stà dentro il Cortiglio” dove si trovava un “Celso”, confine il muro delle case del quondam Sebastiano Cerantonio ed And.a Rizza di Gio: Domenico. Si pattuiva che il “Cortiglio” sarebbe rimasto in comune tra la detta Bernardina e suo fratello chierico Francesco, mentre le altre case andavano a quest’ultimo a cui sarebbe stato lecito alzare le mura di dette case e fare dentro detto “Cortiglio” scala, vignano ed entrate, potendo costruire sopra le mura del detto “Cortiglio” una “logettina lata dieci palmi incirca” e lunga dal muro della casa al muro del detto “Cortiglio” corrispondente alla via pubblica e “dirimpetto alla porta di S. Maria dell’olivella” (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 806, ff. 074v-078).

[liv] AASS, 037A.

[lv] “La Parocchia fu propriamente ove è fabricato il palazzo del fu D. Antonio Martino ora posseduto da Lorenzo Pipino ma il Martino la fe stalla” (Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723). “Convicina ad essa (Santa Maria Magna ndr) era la chiesa di S. Maria dell’Oliva e sorgeva dove ora è il palazzo Mancini: è ancora visibile l’arco del portale di fronte all’attuale fontana.” (Sisca D., Petilia Policastro, 1964 p. 202).

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