Alcuni luoghi religiosi in territorio di Roccabernarda

Roccabernarda 3

Roccabernarda, portale della chiesa matrice.

Chiesa di San Nicola del Fiume
Antica chiesa situata fuori e vicino le mura della città. Essa era posta presso le chiese di Sant’Anna, di Santa Sofia e della SS. Annunziata. Dalla visita compiuta all’inizio del giugno 1559 dal cantore militese Giovanni Tommaso Ceraldi, vicario dell’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Battista Orsini, si apprende che era in abbandono. La chiesa, dove vi erano due altari, era in parte scoperchiata e non vi si officiava. L’edificio aveva urgente bisogno di essere riparato e l’interno era completamente spoglio (1). La situazione non era mutata al tempo dell’arcivescovo Alfonso Pisano. Nel giugno 1610 la chiesa fu visitata su ordine dell’arcivescovo dal reverendo Prospero Leone, arcidiacono e vicario generale. Allora era rettore il reverendo Giovanni Petro Pedace (2), per collazione fattagli dal papa dopo la morte di Carlo de Amminò. La chiesa era piena di immondizie ed il visitatore ordinò di pulirla e di chiuderla bene, affinché gli animali non potessero entrarvi e profanarla (3). Successivamente abbiamo poche notizie della chiesa, che era di collazione papale e che probabilmente andò in abbandono. Dagli atti del sinodo dell’arcivescovo Fausto Caffarello, tenutosi all’inizio del maggio 1634, sappiamo che il rettore della chiesa doveva offrire all’arcivescovo di Santa Severina una libbra di cera, ma in quell’occasione non comparve (4). Il beneficio di nomina papale, che fruttava una rendita annua di pochi ducati, rimasto vacante nel 1649 per morte di Gio. Bernardino de Martino fu concesso nel luglio 1654 da Innocenzo X a Nicola Antonio de Sindico (5), il quale poi lo rassegnò ed il papa Alessandro VII nel novembre 1663 lo concesse a Francesco Antonio de Sindico (6). Passò poi a Orazio Berlingieri ed alla sua morte fu concesso nel maggio 1684 da Innocenzo XI a Salvatore Rosa (7).

Chiesa di Sant’Anna
Situata fuori le mura e presso la riva del fiume Tacina, essa era vicina alle chiese di San Nicola del Fiume, di San Vito e di SS. Innocenti. Alla metà del Cinquecento era in stato di abbandono; mancava di porte e di parte del tetto. La chiesa si reggeva sulle offerte dei benefattori ma a causa delle poche rendite non vi erano cappellani stabili. L’interno era pieno di immondizie lasciate dagli animali, perciò il visitatore Gio Tommaso Ceraldi ordinò di fabbricare due porte nuove in modo da impedirne l’ingresso (8). Nonostante queste disposizioni cinquanta anni dopo la situazione non era mutata; infatti vi si celebrava solamente una messa per devozione dei fedeli nella festa della santa. La chiesa non possedeva né terreni né animali. Era per metà scoperchiata e piena di sterco. L’arcidiacono Prospero Leone, che la visitò nel giugno 1610, proibì di celebrarvi e ordinò di munirla di una porta, affinché non servisse da ovile (9). In seguito venne restaurata e provvista di oggetti sacri. L’arcivescovo Francesco Falabella nell’ottobre 1660 visitò l’altare posto a oriente ed i numerosi oggetti sacri: altare portatile, sei candelabri di legno, carta di Gloria e croce. Vi era una icona dipinta su tela con le immagini della Beata Vergine e dei Santi Gioacchino e Anna, con cornici di legno. Sopra l’icona c’era un baldacchino ligneo dipinto. La chiesa era curata da un eremita di nome Marco Greco, al quale l’arcivescovo proibì sotto pena di scomunica di dormire nella chiesa e gli ordinò di portar via dal luogo sacro tutto il suo bagaglio. Il prelato inoltre ordinò di fermare col gesso la lapide sacra, di provvederla della tabella del Vangelo di San Giovanni e di orciuoli (10). Ancora presente alla metà del Settecento è descritta priva di rendite e vi si celebrava solo nella sua festa per devozione dei fedeli (11).

San Pietro di Tacina o di Niffi
La leggenda del monaco eremita greco Vitale di Castronovo, come ci è tramandata, narra che dopo che il santo ebbe appreso le sacre lettere, decise di far penitenza nel monastero di San Filippo di Agira, dove rimase per cinque anni. Poi, con licenza di quell’abate, per soddisfare un voto andò a Roma a visitare i santuari. Compiuta la visita, da Roma si diresse in Calabria e si ritirò in un monastero presso la città di Santa Severina, rimanendovi due anni in penitenza e orazione. In seguito ritornò in Sicilia presso il monastero di San Filippo di Agira da dove era partito. Dopo varie vicende il santo morì il 9 marzo 990 (12). Secondo il Sinopoli la chiesa siciliana di S. Filippo di Agira sorse sui ruderi di un tempio pagano e fu dimora, durante il periodo bizantino e arabo, di una comunità di monaci che praticavano l’esempio dei santi e celebravano secondo la liturgia greca. Dopo la conquista normanna dell’isola, il monastero di Argira fu abitato da monaci benedettini. Nel 1094/1095 Ruggero I lo arricchì e lo fece restaurare e lo confermò all’abate Ambrogio, benedettino di san Bartolomeo di Lipari, al quale concesse sia la chiesa che il territorio di San Filippo di Agira, già acquisiti in precedenza (13).
Conquistata Gerusalemme (15.7.1099), alcuni cavalieri normanni vollero potenziare il monastero benedettino di Santa Maria dei Latini che si trovava in quella città. Essi perciò vi aggregarono le rendite di molti monasteri benedettini delle Puglie, delle Calabrie e di Sicilia, fra questi figura anche quello di San Filippo di Agira con le sue proprietà e grangie. Per tale unione avvenne che tutte le badie ed i priorati annessi a Santa Maria Latina di Gerusalemme trassero il nome dalla abbazia principale. In seguito a causa di avvenimenti storici i monaci si trasferirono da Santa Maria Latina di Gerusalemme nella badia di S. Filippo di Agira in Sicilia. Il papa Pasquale II nel luglio 1112 stabilì che la badia di S. Filippo di Agira, detta anche di S. Maria Latina Gerosolimitana, fosse immediatamente soggetta alla Sede Apostolica e seguisse la regola benedettina cassinese, salvi i diritti del patriarca di Gerusalemme (14).
Nel 1126 il monastero di San Filippo di Agira è dipendente di santa Maria Latina di Gerusalemme come si apprende dalla conferma concessa da Ruggero II al priore di Agira (15).
Secondo il Russo, l’abbazia benedettina di Santa Maria la Latina in Gerusalemme (16) ricevette nel 1126 il monastero greco di San Filippo d’Argirò. Nel 1158, come si rileva dalla bolla del papa Adriano IV, essa possedeva sette chiese, un casale e diverse fattorie (17). L’otto marzo 1173 (secondo il tabulario del Sinopoli l’anno è il 1164) il papa Alessandro III confermava all’abbate Richardo e al monastero i diritti ed i privilegi che godeva in Terra Santa, Siria, Sicilia e Calabria.
Dall’atto si rileva che in Calabria l’abbazia possedeva la chiesa di “Sanctus Petrus de Tachina” e la chiesa di Sant’Elia con i loro possedimenti, decime e diritti (18).
Dal 1187 essendo stata presa Gerusalemme dagli Arabi, il priorato di San Filippo di Agira, che già aveva assunto il nome di Santa Maria Latina in Gerusalemme, divenne sede abbaziale e fu posto a capo di altri monasteri.
Da tutto quanto detto si può supporre che la chiesa o monastero di San Pietro di Tacina o di Niffi, sorto probabilmente su un tempio preesistente e abitato da una comunità di monaci di lingua e rito greco, fosse già in periodo bizantino legato spiritualmente (e forse anche economicamente) al monastero di San Filippo d’Agira di cui ne seguì i destini. Il monastero di San Pietro di Tacina infatti fu posto sotto l’obbedienza dei benedettini di Santa Maria Latina, conservando tuttavia una propria vita economica e religiosa. Vicino alla chiesa e al monastero di San Pietro di Tacina si sviluppò il casale omonimo detto anche di Nymphus, nome del vecchio abitato preesistente. Durante il Duecento la chiesa di San Pietro di Tacina allargò i suoi possedimenti attraverso acquisti e donazioni e mantenne una certa autonomia economica anche se gli atti del suo priore risultano a volte convalidati o approvati dall’abbate di Agira da cui egli gerarchicamente dipendeva (19).
Tutto quanto detto è confermato da un documento del 1256 con il quale il papa Alessandro IV conferma la permuta di alcune terre tra l’abbate ed il convento florense ed il priore del Priorato di Tacina, in diocesi di Santa Severina. Da esso veniamo a conoscenza che il priorato era si soggetto all’abbate del monastero de Latina in Ierusalem o di S. Filippo di Agira ma il suo priore godeva di ampi poteri nelle decisioni economiche che gli derivavano dall’atto di fondazione (20) della chiesa di San Pietro di Tacina.
Il casale Nimfus cum Sancto Petro, posto sulla riva sinistra del Tacina, all’inizio della dominazione angioina è una delle terre appartenenti al giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana e nel 1276 è tassato per once due tari dodici e grana otto (21) con una popolazione presunta di un centinaio di persone (22). Nelle vicinanze del casale oltre alla chiesa campestre di Santa Maria de Niffi (23) vi era la grancia di San Teodoro di Niffi che dipendeva dall’abbate del monastero di San Nicola di Jaciano (24).
In questi anni (1275-1279) Guillelmus, priore del monastero di San Pietro de Nimpha versò in più riprese la considerevole somma di tre once d’oro (25). La discreta floridezza del monastero verrà confermata anche dai pagamenti delle decime del biennio 1325 e 1326 (26).
Nel 1274 sorse una controversia tra l’arcivescovo di Santa Severina Rogerio di Stefanuzia, nella cui diocesi sorgevano la chiesa ed il casale di San Pietro de Tacina, e l’abbate Henricus del monastero di Santa Maria Latina in Ierusalem, riguardante i diritti di decima e su coloro che morivano. La lite, risolta con l’intervento di comuni amici, riconosceva quasi completamente i diritti della chiesa di Santa Severina e del suo arcivescovo, che potevano godere di un censo annuo di tari 14 d’oro l’anno che l’abbate o il priore della chiesa di San Pietro di Tacina dovevano consegnare nella festa di Sant’Anastasia (27). Il priorato continuò la sua esistenza durante il Trecento e la prima metà del Quattrocento (28). Esso è ancora presente dopo le distruzioni e le stragi operate prima dalle truppe di Alfonso di Aragona e poi da quelle di Ferrante, scese in Calabria per stroncare la ribellione del marchese di Crotone, Antonio Centelles. Tra i capitoli, chiesti dall’università di Santa Severina a re Ferdinando e da lui concessi nel febbraio 1460 vi è la conferma dei privilegi, prerogative e immunità che godevano i monasteri di Calabromaria e di San Pietro de Niffi, i “quali sono fundati intro lo tenimento” della città di Santa Severina (29). Le devastazioni operate dalle truppe aragonesi, la peste e le mire dei nuovi padroni per impadronirsi dei beni del priorato ben presto determineranno l’abbandono del monastero. Il 28 marzo 1479 il papa Sisto IV concedeva a Luca Crispo, prete di Ravello, il priorato benedettino, o grancia, di San Pietro di Niffi, nel quale non vi è più la comunità monacale ne la dignità abbaziale (30). Seguiranno i vari commendatari del priorato di San Pietro de Niffi: Ruggero Condopoli, l’arcivescovo di Santa Severina Antonio Cantelmi (31), Cristoforo de Maffeis (32), Benedetto de Maffeis, Alessandro Carrafa (33), ecc. Ormai il legame tra il priorato di S. Pietro di Tacina e l’abbazia di S. Filippo di Agira veniva sempre più messo in discussione. Per rivendicare questa dipendenza nel settembre 1528 a Catania si radunava su richiesta dell’abbate di Agira Francesco Aiutamicristo il capitolo dei benedettini, per verificare attraverso le testimonianze di varie persone i diritti che poteva vantare l’abbazia di Santa Maria Latina gerosolimitana di Agira sul priorato di San Pietro in Nimphis in Calabria e sulla confraternita col… esistente. In quella occasione il capitolo dei benedettini cassinesi di Catania affermò i diritti dell’abate di Agira sul priorato e sulla confraternita di S. Pietro in Nimphis (34) ma questo non valse a mutare il destino del monastero, ormai ridotto a grancia disabitata. A fine Cinquecento nel distretto di Rocca Bernarda c’è il Priorato di San Pietro de Nimfi, grancia di San Filippo Argirò di Sicilia che da una rendita annua di circa trecento ducati (35). Come una delle tante chiese di Roccabernarda il clero rocchese vi andava a celebrare la messa cantata nel giorno della sua festività e gli arcivescovi di Santa Severina, o i loro vicari generali, quando andavano in visita pastorale a Roccabernarda la visitavano come una delle chiese appartenenti a quel territorio. L’arcidiacono e vicario generale il reverendo Prospero Leone, che su incarico dell’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano il 14 giugno 1610 la visitò, così la descrive: Il rettore della chiesa è il cardinale Emilio Valente, che gode di una ingente rendita proveniente dai terreni, come risulta dall’inventario. All’interno c’è una immagine rotta in più parti di San Pietro dipinta su tela e l’altare è completamente spoglio. Vi trovai delle ceste, alcuni attrezzi ed arnesi da lavoro, utilizzati per raccogliere i prodotti della terra. Essi appartenevano a coloro che avevano in gestione le terre della citata chiesa. Compiuta la visita, l’arcidiacono ordinò di portar via ogni cosa, che vi si trovava e proibì il deposito in essa di qualsiasi oggetto, se non di quelli pertinenti al culto divino. Inoltre si riservò di scrivere al rettore per metterlo al corrente dello stato della chiesa ed inoltre per sollecitarlo ad ornare decentemente l’altare ed a farvi celebrare le messe previste (36). La chiesa infatti era soggetta all’obbedienza ed a offrire i diritti di cattedratico all’arcivescovo di Santa Severina (37). In seguito, poiché la chiesa era preda delle incursioni dei ladri e degli uomini malvagi, fu interdetta ed abbandonata, così in breve andò distrutta. Si sa che nel 1646 fu visitata dall’arcivescovo Fausto Caffarelli (1624-1654), il quale ordinò l’interdizione e la costruzione a ricordo di una cappella in San Mauro. In seguito il clero rocchese cercò inutilmente di opporsi, facendo istanza all’arcivescovo Paravicini(1654-1659), il quale si impegnò a visitarla nell’andare da Roccabernarda a Cutro. Con la soppressione della chiesa sorse infatti una lunga disputa, che durava ancora nel 1663, in quanto il clero di Roccabernarda si opponeva che venisse costruita una cappella dedicata a San Pietro de Niffi nella chiesa matrice di San Giovanni Battista di San Mauro, ritenendola una loro chiesa. Soppressa la chiesa ed il monastero in loro ricordo fu istituito un beneficio con il suo altare sotto il titolo di San Pietro de Niffi nella chiesa matrice di San Giovanni Battista di San Mauro Marchesato dove fu portata l’antica icone dipinta su tela con l’immagine di S. Pietro ed alcuni ornamenti della chiesa abbandonata. L’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella compiendo nel novembre 1660 la visita pastorale alla matrice di San Mauro annotava che la nuova cappella di cui si era decisa la costruzione circa 15 anni prima non era ancora finita. Essa si trovava a destra dell’altare maggiore davanti alla porta piccola della chiesa e c’era lo stemma del cardinale Lelio Falconeri, che era stato priore di San Pietro de Niffi. L’onere delle due messe che dovevano essere celebrate nella chiesa di San Pietro era stato in precedenza trasferito dall’arcivescovo Fausto Caffarello nella chiesa matrice di San Mauro (38). La cappella è così descritta in un apprezzo del 1687: ” Nella destra nave piccola in testa v’è la cappella di S. Pietro de Ninfis seu Niffi abbadia oggi commendata all’ Ecc. Cardinale Spinosa S. Cecilia, con ornamento di marmo verde e bianco, con immagine, intempiata, e ferriata avanti detta cappella, questa cappella sta ornata con candelieri indorati, e tiene bellissimi suoi ornamenti e suppellettili vi si celebra due volte la settimana, e v’è il cappellano assignato colla sua provisione” (39). I beni del priorato rimasero ai commendatari e da questi fatti gestire da procuratori. Alla metà del Settecento l’abbazia possedeva terreni in territorio di San Mauro Marchesato (Ducime, San Pietro, Gabelluccia dell’Acquaro, Caravà, S. Sodaro), di Santa Severina (Prelatello, Latina), di Rocca Bernarda (Ducime sottovia, vignale S. Sodaro, gabella della Rottura), di Rocca di Neto (S. Nicola) (40) e di Crotone( due vignali a Cortina). Nel 1809 Tiberio Merola era ancora titolare della Regia Cappellania laicale sotto il titolo di San Pietro di Niffi. In seguito le entrate provenienti dall’abbazia assieme ad altre provenienti dall’abbazia di S. Cosma e Damiano di Nicastro e ad annui ducati 200 provenienti dall’abbazia di Santa Maria del Mito della diocesi di Ugento, vennero usate dall’arcivescovo di Santa Severina, Ludovico Del Gallo (1824-1848) per migliorare le entrate del seminario arcidiocesano, previo concessione avuta dal governo (41). Ancora oggi a ricordo del monastero benedettino rimangono alcuni ruderi delle sue poderose mura in località “San Pietro” in territorio di San Mauro Marchesato e sulla collina soprastante sono ancora visibili alcuni muri della vecchia chiesa. Il ritrovamento di numerose tombe di periodo greco e di monete romane in tutta l’area ci attesta l’esistenza di un popoloso abitato che si sviluppò certamente dal periodo greco fino all’età medioevale. Il vicino toponimo Niffi (Nimphus) sulla riva sinistra del Tacina in territorio di Roccabernarda ci ricorda il nome e l’origine di questo vecchio casale scomparso.

San Pietro di Niffi

Ruderi di S. Pietro di Niffi.

 

Santa Maria de Niffi
La chiesa, situata fuori dall’abitato in località Niffi, fu visitata dall’arcidiacono Prospero Leone il 14 giugno 1610. Allora era rettore il reverendo Giacomo del Gaudio. Vi era una immagine della Vergine Maria dipinta al muro con a destra San Geronimo e San Giovanni Evangelista ed a sinistra Sant’Agostino, San Bernardino e San Michele Arcangelo. L’edificio era munito di una porta fatta di recente, come anche da poco era stato rifatto il tetto. Il tutto era stato compiuto a spese del predetto rettore, il quale vi faceva celebrare nel giorno della festa della chiesa che cadeva il primo maggio. Nelle vicinanze della chiesa erano state costruite alcune casette, che erano servite per abitazione per qualche custode della chiesa (42).

Chiesa di San Vito
Situata fuori le mura della città vicino alle chiese di Sant’Anna, SS. Annunziata, SS. Innocenti e Santa Sofia, il vicario Giovanni Tommaso Ceraldi la visitò il 6 giugno 1559. Il visitatore notò che aveva due porte con tavole non buone, vi erano due altari e mancava di vestimenti. La chiesa apparteneva a dei benefattori. Non aveva cappellani e rettori stabili e non vi si officiava. Egli ordinò che le porte rimanessero chiuse in modo che gli animali non potessero entrarvi, come invece visibilmente era avvenuto (43). In seguito la chiesa fu restaurata. L’arcidiacono Prospero Leone il 12 giugno 1610 la trovò rinnovata e accomodata con le elemosine e soprattutto per interessamento e cura di Antonio Facente. La chiesa possedeva alcune terre nelle vicinanze, avute per legato di Geronimo de Clausis e vi si celebrava per devozione dei fedeli (44). Ben presto l’edificio seguì la sorte di tutti gli edifici sparsi per il territorio di Roccabernarda. L’arcivescovo Falabella la visitò il 19 ottobre 1660 e trovò che l’altare era privo di ogni ornamento ed anche della lapide sacra. Perciò egli la interdisse in perpetuo. La chiesa aveva l’onere di celebrare quindici messe all’anno, che il Falabella ordinò di far celebrare nella chiesa matrice, finché la chiesa non fosse stata provvista di ogni cosa necessaria al culto e riparata nell’edificio (45). E’ ancora citata alla metà del Settecento (46).

Chiesa della SS. Trinità
Di iuspatronato dell’università di Roccabernarda era situata vicino alle chiese di Santa Caterina, della SS. Annunziata e di San Paolo. Essa doveva essere in cattivo stato. Il Ceraldi, che la visitò il 6 giugno 1559, ordinò che sotto pena di scomunica e di 25 once nessuno osasse celebrarvi senza sua espressa licenza (47). La situazione non migliorò e l’edificio dovette andare ben presto in rovina. Cinquanta anni dopo la messa, che vi doveva essere celebrata a spese dell’università, era stata trasferita nella chiesa di Santa Caterina ed era officiata dal reverendo Giovanni Bernardino de Rose ed i beni, di cui era dotata, risultavano occupati ed usurpati (48). La chiesa è ancora citata negli atti del sinodo del 1634. Il rettore doveva versare una libbra di cera ma non comparve (49).

Chiesa di San Donato
Esistente ancora alla metà del Cinquecento, era situata vicino alla chiesa di San Infantino. Il vicario Ceraldi trovò che essa aveva una porta con chiusura e vi era un altare con alcune suppellettili sacre (una tovaglia, un candelabro di ottone). La chiesa era “grancia” della chiesa parrocchiale di San Nicola de Prastò e vi officiavano i cappellani di San Nicola. Possedeva alcune terre dette volgarmente le terre di Santo Donato alla marina. L’edificio aveva urgente bisogno di essere riparato e doveva essere rifornito di vestimenti (50). In seguito la chiesa non compare.

Chiesa di San Giovanni in Fiore
Era situata fuori le mura vicino alle chiese di San Paolo e di Santa Sofia. Alla metà del Cinquecento ha un altare ma è scoperchiata e non vi si celebra. Il visitatore ordinò di ripararla (51). In seguito non compare.

Chiesa di San Infantino
Era situata vicino alle chiese di San Sebastiano e di San Donato. Con una porta senza chiusura e completamente scoperchiata, ma tuttavia pulita ed ornata, così si presentò al Ceraldi, che la visitò il 7 giugno 1559. La chiesa che era di pertinenza dell’università di Roccabernarda, aveva un altare ma non vi si officiava né vi erano paramenti (52). In seguito non compare.

Chiesa di San Paolo
Era situata fuori dalle mura vicino alle chiese di San Giovanni in Fiore, di San Rocco e della SS. Trinità. Il Ceraldi alla metà del Cinquecento la trovò scoperchiata con un altare e niente altro. L’edificio aveva bisogno di essere riparato e non vi si celebrava (53). In seguito furono restaurate le mura, il tetto e la porta da Giuseppe Sabatino. La chiesa non aveva molte rendite; possedeva solamente una continenza di terre atte a semina di tre moggi e un moggio di terra boschiva, lasciate alla chiesa dal Sabatino. L’arcidiacono Prospero Suriano, che la visitò nel maggio 1610, ordinò di sostituire una trave che era vecchia e fradicia (54). Esisteva ancora alla metà del Seicento.

Chiesa di San Rocco
Situata fuori la porta della città, sorgeva vicino alle chiese di San Paolo, di San Sebastiano e di Santa Maria della Pietà. Nella visita effettuata nel maggio 1559 dal Ceraldi è descritta come pulita ed ornata. Tuttavia le suppellettili ( 26 tovaglie, 10 coperte d’altare, un manipolo, due candelabri rotti ed un paio di occhi d’argento) non erano nell’edificio, ma conservate in una cassa, che era detenuta dal notaio Giovanni Loysio de Rose (55). Cinquant’anni dopo l’arcidiacono Prospero Leone trovò l’altare ornato e vi si celebrava una messa alla settimana dal sacerdote Giovanni Sapia per iuspatronato dell’università (56). L’arcivescovo Francesco Falabella, che la visitò il 19 ottobre 1660, notò che l’altare era posto dalla parte settentrionale ed era ornato con pallio, tre tovaglie, pietra consacrata, due candelabri di legno dipinti e con due statue di angeli che reggevano due ceri. Alla parete vi era una icona dipinta su tela con le immagini della Vergine Maria ed i santi Rocco e Giuseppe. Sopra l’icona vi era un baldacchino di legno dipinto. Vi era ancora l’obbligo di celebrare una messa perpetua settimanale con l’elemosina dell’università. La chiesa era ben munita di suppellettili sacre avendo pianete, messale, tovaglia, calice con patena ecc. L’arcivescovo comandò di indorare il calice e la patena e di provvederla di In principio. Inoltre ordinò di riparare entro tre mesi l’icona, dove si presentava lacera, con le elemosine dei fedeli (57). Ancora presente alla metà del Settecento; era senza rendite e vi si celebrava solo nella sua festa (58).

Chiesa di San Sebastiano
Era situata dentro le mura (59) e nelle vicinanze delle chiese di San Infantino, Santa Caterina, San Rocco e Santa Maria della Visitazione. Alla metà del Cinquecento aveva l’altare spoglio e due porte vecchie. Vi era una vecchia cassa vuota e rovinata ed il tetto era in parte scoperchiato. Qualche volta, ma raramente, vi si celebrava la messa per elemosina dei benefattori, ma non vi era un cappellano stabile. Sopra l’altare vi era una piccola icona con l’immagine della Vergine Maria e più sopra un quadro con l’immagine di San Sebastiano lacerato e vecchissimo. I pochi oggetti sacri della chiesa erano custoditi da donna Paola de Cola Cosenza. Si trattava di indumenti ed oggetti quasi sempre vecchi e malridotti: un vestimento di tela sacerdotale completo, tre tovaglie, una coperta d’altare, un calice rotto senza patena, un calice di peltro con patena, un campanello di ottone rotto, un messale vecchio, due vasi di creta ecc. La situazione non era mutata al tempo dell’arcidiacono Leone, che la visitò il 13 giugno 1610. Allora vi si celebrava la messa nel giorno della festa del santo per devozione dei fedeli e gli ornamenti e gli oggetti sacri era detenuti dall’arciprete (60). In seguito la situazione peggiorò. Verso la metà del Seicento, il 20 ottobre 1660, l’arcivescovo Falabella la descrive con il pavimento pieno di fosse, l’altare spogliato di ogni ornamento, il tetto malmesso e le pareti rustiche e senza intonaco. Il prelato ordinò di non celebrarvi finché non fosse stata provvista di tutti gli ornamenti necessari (cioè di due candelabri, di Croce, carta di gloria, calice, patena) e non fosse stato riparato il pavimento e le pareti intonacate ed il tetto coperto con tegole e con tavole levigate. Gli oggetti appartenenti alla chiesa erano detenuti da Giovanni Petro Terzigna. Poiché vi era l’onere di celebrare tre messe all’anno per legato di Francesco Arango, l’arcivescovo ordinò di celebrarle nella chiesa matrice, finché non fosse riparata e provvista del necessario. In quell’anno erano procuratori della chiesa di San Sebastiano Michelangelo Pedace e Giovanni Pietro Terzigna, ai quali l’arcivescovo affidò la riparazione della chiesa, per la quale fu assegnato il legato di Francesco Arango, ma poiché il denaro era insufficiente, si dovevano utilizzare allo scopo le elemosine dei fedeli (61). Alla metà del Settecento la chiesa era ancora esistente ed aveva un unico altare (62).

Chiesa di San Giacomo
Era posta all’interno delle mura nelle vicinanze della porta della Valle (“Ianua Vallis”), della chiesa di Santa Maria della Valle e del castello. Alla metà del Cinquecento era rettore Ciancio Benincasa e nell’edificio vi erano un altare ben costruito, un vestimento sacerdotale, un messale, un calice di peltro, due casse ed una campana (63). La situazione non era mutata all’inizio del Seicento, quando l’altare si mostrava ben ornato ed i sacerdoti Filippo Cidattolo e Giovanni Sapia vi celebravano ciascuno una messa alla settimana (64). Al tempo della visita del Falabella aveva l’altare coperto da un pallio, tre tovaglie, carta di gloria e quattro candelabri di legno ed era anche ben fornita di suppellettili sacre (calice con patena, alcune pianete, un messale ecc.) ma mancava della lapide consacrata. L’arcivescovo ordinò di fornirla entro un mese e di accomodare e restaurare l’altare, nel frattempo non vi si doveva celebrare. Alla parete vi era una icone dipinta su tela con le immagini della Vergine Maria e dei santi Giacomo e Rocco con le cornici di legno dipinte e sopra vi era un baldacchino di legno. Vi era l’onere di celebrare 36 messe all’anno con le rendite che provenivano dai beni di Giovanni Petro ed Elisabetta Guercio. Durante il periodo dell’interdizione le messe dovevano essere celebrate nella vicina chiesa di Santa Maria della Valle (65).

Chiesa dei Santi Innocenti
Era situata fuori ma presso le mura, vicino alle chiese di Santa Sofia, SS. Annunziata, San Vito e Sant’Anna. Alla metà del Cinquecento risulta malridotta. Il rettore, il figlio del nobile Melchiorre Vito, pur godendo di rendite sostanziose, che provenivano dalle diverse ed estese gabelle della chiesa (Camberlengo, Ioanne Rongi, Armerò ecc.), la trascurava. L’edificio era senza tegole e completamente rovinato; vi rimanevano solo i muri (66). In seguito fu restaurato. L’arcidiacono Prospero Leone lo trovò col tetto rifatto ed in parte era iniziata la soffittatura e la costruzione del pavimento. Nell’occasione egli provvide a sequestrare le rendite di quell’anno per provvederla degli ornamenti dell’altare e del quadro, in modo da poter celebrarvi le messe arretrate e completare la soffittatura (67). Non passò molto tempo che la chiesa andò nuovamente in rovina. Al tempo della visita del Falabella era rettore Mutio Brancaccio. L’edificio era malmesso: il tetto era mezzo scoperchiato, l’altare spoglio di ogni ornamento, le due porte rotte, il pavimento pieno di tegole, pali e sterco di animali. Per tale motivo già in precedenza l’arcivescovo Fausto Caffarelli aveva trasferito l’onere di celebrare le due messe settimanali nella vicina chiesa della SS. Annunziata. Esse erano celebrate dai sacerdoti Michelangelo Pedace e Stefano Aminò. Questa situazione sarebbe durata finché non fosse stata riparata e fosse stata provvista di tutti ornamenti necessari. Le rendite della chiesa era sostanziose; esse ammontavano a circa cinquecento ducati, che venivano esatti dall’affittuario, il capitano Luca Giovanni Oliverio di Cutro, al quale il Falabella ingiunse di riparare e di rifornire di ogni cosa necessaria la chiesa; cioè egli doveva sostenere le spese per rifare il tetto con nuove travi e tegole, costruire nuovamente le porte, riparare il muro dalla parte anteriore, dove minacciava rovina, ripulire il pavimento e rifornire di ogni cosa necessaria l’altare (un pallio, tre tovaglie, la lapide consacrata, la croce, messale, quattro candelabri di legno dorato). Il tutto doveva essere fatto entro sei mesi. Se ciò non fosse avvenuto, si doveva sequestrare la terza parte delle rendite, che doveva essere depositata nel Monte di Pietà, da spendersi dall’arciprete. Una volta portata a termine la ricostruzione e la chiesa fosse stata provvista di tutto il necessario, sarebbe stato restituito alla chiesa il calice con la pianeta, detenuto dall’arciprete per ordine dell’arcivescovo Fausto Caffarelli e lo stesso arciprete avrebbe dovuto benedirla nuovamente, in quanto il luogo sacro era stato trasformato in stalla e profanato dalla presenza degli animali (68).

Chiesa di Santa Maria dei Dolori
Verso la metà del Settecento l’arcivescovo di Santa Severina Carmine Falcone (1743-1759) diede l’assenso per la costruzione all’interno delle mura di una edicola dedicata alla Beata Vergine dei Dolori (69). La piccola chiesa, o oratorio, aveva un unico altare ed era mantenuta dalle elemosine dei fedeli, i quali vi si riunivano per pregare il venerdì e la domenica (70).

Chiesa di Santa Maria del Castello
Il vicario Giovanni Tommaso Ceraldi il 6 giugno 1559 visitò la chiesa di Santa Maria, che era situata dentro il castello. Nell’occasione la trovò che aveva un altare in fabbrica con un altare portatile, tre tovaglie, un telo per la copertura, un vestimento telato sacerdotale completo e due candelabri di legno. La chiesa era a “lamia”, aveva una porta di legno con chiusura ed il cappellano era Pietro Paolo Moschetta (71). Non abbiamo ulteriori notizie. C’è da notare, che essa probabilmente ben presto andò in rovina, in quanto il 26 febbraio 1616 il papa Paolo V concedeva a Marcello Baracco di poter costruire un oratorio privato nel castello, nel quale erano custoditi dei prigionieri (72).

Chiesa di Santa Maria della Valle
La chiesa senza cura di anime sorgeva all’interno delle mura vicino al castello nel luogo detto “la Valle”, dove c’erano la porta della Valle e le chiese di San Giacomo e di San Nicola della Porta. Alla metà del Cinquecento risulta priva di beni. Era rettore Giovanni Tommaso Cidattolo. Aveva l’altare decorato, una icona con l’immagine della Vergine Maria ed una piccola campana. La chiesa apparteneva a Gregorio Vetere (73). In seguito si sa della donazione da parte di fedeli di alcune case e di certe suppellettili per l’altare. Così l’arcidiacono Leone, che la visitò il 12 giugno 1610, descrive l’altare ornato decentemente e la chiesa provvista di un messale nuovo, di candelabri e campanelle. Vi celebrava una messa alla settimana il sacerdote Giovanni Domenico Andriolo ed altre messe erano celebrate saltuariamente a seconda delle elemosine dei fedeli. Durante la visita l’arcidiacono ordinò di completare il soffitto (74). E’ ancora citata alla fine del Seicento (75).

Chiesa di Santa Maria della Pietà delle Cinque Piaghe
Compare verso la metà del Seicento. Si trovava all’interno delle mura. Aveva l’altare posto verso oriente ed era ornato con pallio di seta di colore bianco e rosso, con tre tovaglie, lapide sacra, quattro candelabri di legno, carta di gloria e croce. La chiesa apparteneva alla congregazione omonima. Vi era una icona alla parete di tela dipinta con le immagini della Vergine Maria della Pietà, di S. Giovanni Evangelista, S. Nicodemo, Maria Maddalena e altri. Sopra l’icona vi era un baldacchino di tela ornato con vari colori. L’arcivescovo Falabella ordinò di portare al piano dell’altare l’altare portatile, in modo che non lo superi, di provvedere di carta di Gloria ed In principio e di indorare entro due mesi il calice e la patena, che nel frattempo non dovevano essere usati. Vi era l’onere di celebrare due messe settimanali per l’anima di Antonia Ioppoli. Per devozione e per le pie elemosine dei confratelli si celebrava ogni venerdì, le prime domeniche e nei giorni di lunedì di ciascun mese ed una messa cantata nei giorni festivi dei protettori Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Santa Croce. L’arcivescovo passò in rassegna le molte suppellettili sacre ed ordinò di rifare entro un mese gli sgabelli rotti. Il pavimento dell’edificio era costruito con mattoni ed il tetto coperto con tegole e tavole (76). La chiesa e la confraternita sono ancora presenti alla metà del Settecento. Allora la chiesa era retta da un procuratore scelto dall’arcivescovo di Santa Severina, mentre la confraternita era amministrata per quanto riguardava lo spirituale da un direttore, confermato dall’arcivescovo, e per quanto riguardava gli affari temporali da un procuratore scelto dai confratelli (77).

Chiesa dell’Annunziata
Intitolata alla Vergine Maria, detta comunemente L’Annunziata, era situata vicino e fuori la porta della città. Il vicario Ceraldi, che la visitò verso la metà del Cinquecento, così la descrive: Aveva un altare in fabbrica coperto con tre tovaglie e sopra l’immagine della Vergine Maria e l’angelo Gabriele. Vi era poi anche un’altra immagine della Vergine Maria. Presso l’altare erano appesi al muro un piccolo e dorato crocifisso di legno con l’immagine del Salvatore ed un’altra piccola immagine della Vergine. C’erano poi alcuni voti in cera e sopra l’altare un messale, un’altra tovaglia e due candelabri lignei. Il cappellano e rettore della chiesa era Minico Palmeri e la chiesa apparteneva alla confraternita omonima. L’edificio era ben fornito. Tra le altre cose aveva un calice d’argento dorato con la patena con i piedi d’ottone, due cuscini di tela, numerose tovaglie e tunicelle ed un altro calice di peltro con patena. Quest’ultimo fu distrutto dal vicario Ceraldi durante la visita, in quanto indecente. Nell’occasione il vicario ordinò al cappellano della chiesa, sotto pena di scomunica e di once 25, di assolvere entro il giorno seguente il censo dovuto allo stesso vicario e alla camera arcivescovile e lo “ius visite”. Davanti e tutto attorno all’altare maggiore vi erano alcuni scanni di legno per sedere ed altri due altari decoravano l’edificio: uno dedicato a San Francesco d’Assisi e l’altro a San Leonardo (78). Nel giugno 1610 la chiesa fu visitata dall’arcidiacono Prospero Leone il quale trovò l’altare decentemente ornato. Il sacerdote Giovanni Domenico Andriolo vi celebrava tre volte alla settimana. Di recente la chiesa era stata allungata ed era stato comprato un nuovo messale e rinnovata l’immagine, rendendola in migliore forma (79). Al tempo della visita dell’arcivescovo Falabella l’altare maggiore era posto a oriente. Alla parete vi era l’immagine dipinta su tela della Annunciazione ornata con cornici dorate e sopra l’icona vi era un baldacchino ligneo dipinto e un crocifisso decentemente ornato e posto sopra la trave. L’arcivescovo ordinò di provvederla di carta di Gloria, della tabella del Vangelo di S. Giovanni, di una croce e di quattro candelabri di legno dorati. La chiesa era della confraternita, agli amministratori della quale l’arcivescovo ordinò di presentare entro due giorni, sotto pena di scomunica, i conti dell’ultimo decennio. Non vi era alcun onere di messe, tuttavia quasi quotidianamente si celebrava per devozione dei fedeli. L’edificio era decorato da quattro altari dedicati a San Giuseppe, a Sant’Eligio, a San Pietro Martire e alla Natività di Maria Vergine. Poiché erano carenti degli ornamenti necessari l’arcivescovo li sottopose all’interdizione perpetua fino a nuovo ordine. La sacristia era situata dalla parte sinistra dell’altare maggiore ed era molto ben fornita, anche se molte suppellettili sacre erano vecchie e logore. L’arcivescovo comandò di indorare il calice con la patena, di rifare due porte e di accomodare nei lati l’altare maggiore, di restaurare il pavimento della chiesa, che in alcune parti era affossato, di sistemare il sepolcro esistente sotto lo sgabello dell’altare di San Pietro Martire e di portar via dall’interno dell’edificio sacro tutto ciò che era estraneo al culto. Il tetto era coperto con tegole e tavole levigate e due piccole campane erano al campanile (80). La confraternita dell’Annunziata, ancora presente alla fine del Seicento (81), in seguito venne meno. Alla metà del Settecento la chiesa, che aveva tre altari, era retta da un procuratore scelto dall’arcivescovo di Santa Severina (82).

Chiesa di Santa Caterina
Era situata fuori le mura vicino alla chiesa della SS. Trinità e fin dalla sua apparizione risulta sede della confraternita omonima. Al momento della visita del vicario Ceraldi vi celebrava Gregorio Vetere. Possedeva una grande croce dorata, un messale, un vestimento di tela sacerdotale completo, una casula di seta rossa con croce verde. Nell’altare c’erano tre tovaglie, un copertura di tela, due cuscini di tela, due candelabri di ottone, un calice d’argento dorato con patena, un altro calice di peltro con patena ecc. Era procuratore della confraternita il mastro Domenico de Rose. La confraternita aveva alcuni terreni dentro il corso di Verde ed a Umbro de Manno. Oltre all’altare maggiore vi era un altro altare dedicato a Santa Maria delle Grazie, ornato con un’immagine della Vergine. Aveva il campanile con due campane. Il vicario vi notò anche un messale vecchissimo ed alcuni libretti antichi scritti a mano. Prima di lasciarla ingiunse di presentare entro il giorno dopo, sotto pena di scomunica e di 200 libbre di cera e l’interdizione della chiesa, la platea con tutti i beni e le rendite (83). Il 13 giugno 1610 la chiesa fu visitata dall’arcidiacono Prospero Leone. L’altare era decentemente ornato ed il reverendo Giovanni Bernardino de Rosa vi celebrava due messe settimanali alla domenica ed il lunedì. Il procuratore della confraternita Cesare Grasso era da poco morto. Nella chiesa oltre all’altare dedicato a Santa Maria della Grazia, che era decentemente ornato e dove vi si celebravano alcune messe per devozione dei fedeli, vi era anche un nuovo l’altare dedicato a San Leonardo. Quest’ultimo era stato eretto ed era curato dalla confraternita. In esso ogni giovedì vi celebrava una messa il reverendo Bernardino de Rose. La chiesa era ben fornita; tra l’altro possedeva un calice con coppa e patena, da poco indorate, un pallio di color verde con croce e molti altri ornamenti e suppellettili sacre. L’arcidiacono visitò tutto l’edificio ed ordinò di chiudere con tela cerata, o con tavole, la grande finestra, che era situata sopra la porta maggiore di fronte all’altare, in modo da impedire al vento di disturbare coloro che celebravano. Comandò inoltre di imbiancare nella parte interna la parete, dove si apriva la porta maggiore (84). Al tempo del sinodo di Fausto Caffarello del 1634, il procuratore della chiesa Francesco Lauro versò due libbre di cera (85). In seguito dopo il terremoto del 1638 vi fu trasferita la cura della parrocchiale di San Nicola de Plaustrò e così la chiesa cambiò nome. Nonostante ciò per molto tempo ancora la chiesa fu chiamata dalla popolazione “parocchiale di S. Caterina” (86). La confraternita di Santa Caterina sarà ancora presente alla fine del Seicento (87), in seguito venne meno.

Chiesa di San Michele
Alla metà del Cinquecento doveva essere già in abbandono. Visitando la chiesa di Santa Caterina il vicario Giovanni Tommaso Ceraldi notò che vi era una cassa chiusa, che apparteneva alla chiesa di San Michele; chiesa che era situata dentro la città nel luogo detto “lo Critarro”. Il vicario fece aprire la cassa e vi trovò tutto ciò che era di pertinenza della chiesa. Egli ordinò di portare il tutto nella sacristia della chiesa matrice di Santa Maria Magna (88). Della chiesa di San Michele non si ha altra notizia.

Chiesa di San Nicola de Plaustro (Plastrò)
Era una delle due chiese parrocchiali di Roccabernarda, l’altra era la matrice di Santa Maria La Magna. Il 23 settembre 1540 Paolo III la concedeva ad Aurelio Pedacio di Santa Severina, essendo vacante per morte di Francesco Guercio (89). Seguì Bernardino Pedacio, il quale fu persuaso dal sacerdote di Santa Severina Pietro Paolo Moschetta a rassegnare la chiesa in favore del nipote Leonardo Pedacio. Per aver favorito questa cessione il Moschetta ottenne dal nuovo rettore la corresponsione della metà delle rendite della chiesa (90). Il 6 giugno 1559 la chiesa fu visitata dal vicario Ceraldi; erano rettori Giovanni Leonardo Pedacio e Pietro Paolo Moschetta. Il vicario esaminò la custodia del SS. Sacramento, che era costruita nella parete destra della chiesa, proseguì per la fonte battesimale di terracotta, quindi arrivò all’altare maggiore, sopra il quale vi era una immagine su tela della Vergine Maria, di S. Pietro Apostolo e di San Nicola, ed erano appesi alcuni oggetti votivi, tra i quali notò una piccola testa e due occhi d’argento. Si recò poi nella sacristia, dove trovò una cassa vecchia. Il tetto dell’edificio aveva bisogno di essere riparato, infatti nella chiesa entrava l’acqua piovana. Il vicario ordinò di rifare il tetto e di comprare un crocifisso, da porre in mezzo alla chiesa. Oltre all’altare maggiore vi erano altri sei altari o cappelle: L’altare di Tutti i Santi della famiglia Simorra, la cappella di Santa Maria del Carmine di cui era cappellano Salvatore dela Padula, la cappella di San Stefano della famiglia Cidattolo, la cappella di Sant’Antonio degli Ammirato, di cui era rettore Ciancio Benencasa, l’altare di San Cataldo dei Nicolucca e la cappella, o oratorio, di San Pietro, di cui era rettore e cappellano Ciancio Benencasa. Circa cinquant’anni dopo la chiesa fu descritta dall’arcivescovo Alfonso Pisano, che la visitò nel giugno 1610. Era parroco Giovanni Francesco Roggerio. Aveva la fonte battesimale, l’altare maggiore con l’immagine di San Nicola, la sacristia, l’altare di San Geronimo di iuspatronato dei Bonofiglio, dove il parroco celebrava una volta alla settimana, l’altare di San Stefano era spoglio, l’altare di Sant’Antonio di iuspatronato degli Ammerato, dove non venivano celebrate le due messe settimanali, che per obbligo dovevano essere celebrate, la cappella della SS. Concezione, dove vi era la confraternita ed il parroco vi celebrava due volte alla settimana con le elemosine dei confratelli, l’altare di San Pietro e l’altare di Tutti i Santi, che l’arcivescovo ordinò di distruggere, in quanto nessuno lo dotava. L’arcivescovo visitò tutto l’edificio ed ordinò di fare le coperture sopra i tumuli dei morti ed al parroco di rifare i soffitti, dove dovevano essere riparati; infine esortò il popolo e i parrocchiani ad aiutare il parroco in questa buona opera (91). Nell’aprile 1636 per intervento di Urbano VIII veniva rimosso il parroco Aurelio Mannarino e la carica era concessa a Francesco Bernardo ed alla sua morte passò nel settembre 1654 a Gio. Antonio Bernardo (92). Nel frattempo, colpita dal terremoto del 1638, la chiesa era abbandonata ed andava in rovina, rimanendo a ricordo per alcuni anni solo il nome del luogo (93). La cura parrocchiale fu trasferita nella chiesa della confraternita laicale di Santa Caterina, che si trovava fuori le mura e che nell’occasione assunse il titolo della parrocchiale. L’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella il 18 ottobre 1660 visitò la chiesa di San Nicola, di cui era parroco Giovanni Antonio Bernardi . L’edificio, pur avendo mutato nome, conservava la struttura della chiesa di Santa Caterina. Vi erano infatti gli altari di Santa Maria delle Grazie e di San Leonardo, quest’ultimo era ancora sede della confraternita, ed alla parete era appesa l’icona dipinta su tela con le immagini della Vergine Maria, di Santa Caterina e degli angeli. Dalla vecchia parrocchiale distrutta invece proveniva il nuovo altare dedicato alla SS. Concezione, sopra il quale vi era una statua lignea della SS. Concezione, e la fonte battesimale. L’arcivescovo comandò di apporre sopra la fonte battesimale l’immagine di San Giovanni Battista, che battezza Cristo, di riparare il tetto e di intonacare alcune pareti (94). La chiesa subì gravi danni dal terremoto del 1744 e fu riparata per ordine dell’arcivescovo Carmine Falcone (1743-1759), il quale obbligò il parroco a impegnare per più anni parte delle rendite, in modo da ripristinarla ed a migliorare l’edificio (95). Tuttavia l’intervento non dovette essere risolutivo se poco dopo l’edificio, situato fuori le mura, è descritto come minacciante dappertutto rovina. Per tale motivo, essendo mancante del parroco, l’arcivescovo Antonio Ganini (1763-1795) poco dopo il suo insediamento decretò in presenza e con l’assenso del popolo e del clero che bisognava edificare una nuova chiesa dentro le mura, utilizzando per tre anni le rendite parrocchiali, ottenute per supplica dal papa, tolta la quota da assegnare ad un vicario curato per il triennio. Nel frattempo per concorso si sarebbe canonicamente eletto il nuovo parroco (96).

Chiesa di Santa Maria della Visitazione
La chiesa si trovava all’interno delle mura e fu visitata dall’arcivescovo Falabella nell’ottobre 1660. Trovò l’altare ornato con un pallio di seta d’argento tessuto con diversi colori, tre tovaglie, carta di Gloria, croce, sei candelabri e due cuscini di tela. Era appesa una icona antica dipinta su tela ed ornata con cornici dorate con le immagini della Beata Vergine e dei santi Gioacchino, Elisabetta e Giuseppe. Vi era l’onere di celebrare dieci messe all’anno, per le quali versava l’elemosina Giovanni Tommaso Bonofiglio. Si celebrava inoltre una messa alla domenica con le pie elemosine. La chiesa possedeva una pianeta di seta di colore bianco, un calice nuovo con i suoi ornamenti, cinque tovaglie, un messale e alcuni vasi. L’arcivescovo ordinò di riparare entro un mese il pavimento, dove era affossato, e la porta. L’edificio aveva il tetto coperto da tegole e tavole levigate ed una piccola campana batteva sopra la porta (97). La chiesa della Visitazione della Beata Maria è ancora presente alla metà del Settecento. Essa era retta da un procuratore eletto dall’arcivescovo di Santa Severina, il quale doveva interessarsi alla sua manutenzione (98).

Chiesa di San Nicola della Piazza o della Porta
Alla metà del Cinquecento risultava “grancia” della chiesa arcipretale di Santa Maria La Magna ed era amministrata dai rettori di Santa Maria. L’arciprete Giuseppe de Ammino ingiunse ai cappellani di Santa Maria di fare una porta di legno alla chiesa entro il termine di sei mesi sotto la pena di scomunica e di 25 once . Vi erano l’altare maggiore, un altro altare ed una piccola campana, ma non c’era alcun indumento sacro. La chiesa è ancora presente all’inizio del Seicento quando venne visitata dall’arcidiacono Prospero Leone. L’arcidiacono la trovò chiusa. Aveva l’altare decentemente ornato ed in essa aveva sede il monte di pietà di cui era procuratore fin dalla sua istituzione Salvatore de Vona (99). In seguito la chiesa non compare.

Note

1. Visita pastorale del 1559, in Caridi G., Chiesa e società in una diocesi meridionale, Falzea Ed. 1997, pp. 57 -70.
2. Il canonico di Santa Severina Gio. Petro Pedace ne era ancora in possesso nel maggio 1623, quando otteneva anche il canonicato di S. Andrea della chiesa di S. Severina, Russo F., Regesto, 28759.
3. Roccabernarda – Visitatio, anno 1610. 20A.
4. Siberene , p. 30.
5. Russo F., Regesto, 37351.
6. Russo F., Regesto, 40041.
7. Russo F., Regesto, 45131.
8. Visita pastorale del 1559 cit.
9. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
10. Visita pastorale arcivescovo Falabella, anno 1660, Arch. Arc. S. Severina, 37A.; Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f. 36, ASCZ.
11. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
12. Martire D., La Calabria sacra e profana, Cosenza 1876, Vol. I, 286-288.
13. Pasini C., Osservazioni sul dossier agiografico ed innografico di san Filippo di Agira,in Storia della Sicilia e tradizione agiografica nella tarda antichità, Rubbettino Editore ,1988, p.191.
14. Sinopoli P., Tabulario di S. Maria Latina di Agira, in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, S.II, a. II,1926,pp. 135-190.
15. Pasini C., cit., p.191.
16. La chiesa di Santa Maria, con annesso ospizio per pellegrini, fu fondata nel secolo XI in Gerusalemme da alcuni mercanti amalfitani. In seguito alla prima crociata vi fu annessa una comunità monastica, a capo della quale nel 1099 vi era il provenzale Gerardo Tunc, in quale redasse lo statuto, approvato poi dal papa Pasquale II, Russo F., Storia cit. II, 421.
17. Bresc- Bautier G., Les Possessions des eglises de Terre Sainte en Italie du Sud (Pauille, Calabre, Sicilie) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo. Centro Studi Normanno- Svevi. Roma 1975, pp. 28-29.
18. Russo F., Regesto ,I, 81.
19. Nel novembre 1230, Pagano de Parisio abbate di Agira compera alcune terre per la chiesa di S. Pietro di Tazena in Calabria, Sinopoli P., cit. p.188.
20. Russo F., Regesto, I, 153.
21. Minieri Riccio C., Notizie storiche tratte da 62 registri angioini, Napoli 1877, p. 215.
22. Pardi G., I Registri Angioini e la popolazione calabrese del 1276, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Napoli 1921, pp. 27 sgg.
23. La chiesa di Santa Maria di Niffi poi scomparve, rimase a testimoniarne l’esistenza il canonicato omonimo nella cattedrale di Santa Severina, Siberene 155.
24. Nel 1261 Adriano, abate di San Nicola di Jaciano, essendo il monastero in decadenza lo sottomise all’ordine cistercense e all’abate di Sant’Angelo de Frigilo, riservandosi finchè sarebbe vissuto la grangia di San Teodoro di Niffi, Pratesi A., Carte cit., pp. 431-434.
25. Russo F., Regesto I,174.
26. Nel 1325 e nel 1326 il frate Iohannes ,priore di S. Petro de Tachina, versa undici tari, Russo F., Regesto, I, 338, 355.
27. Il documento fu steso in Sancto Petro de Tachina il 4.11.1274 per mano di frate nicolay, priore di Beata Maria de Latina di Messina, Siberene, p.254.
28. Un breve di Papa Innocenzo VI del 25.6.1405 concede la cura della chiesa di S. Pietro de Niffi di Roccabernarda al presbitero di Santa Severina Andrea Guardati perchè il rettore della chiesa il chierico secolare Bernardo, cessa dall’incarico per entrare nel monastero di San Filippo de Ferolito (?), di cui ora è abbate, Russo F., Regesto II,134; Nel novembre 1443 Jaimo de Paternò, abbate di Agira accetta una donazione di terre alla chiesa di S. Pietro de Tazena in Calabria fatta da Giliberto de Tara, Sinopoli P, cit., p.164.
29. Siberene pp. 160,167.
30. Russo F., Regesto II,455. Sempre in questi anni risultano “dishabitati” e distrutti molti casali vicini: San Mauro de Carava, San Stefano de Ferrato ecc., Maone P., San Mauro Marchesato, p.102.
31. Russo F., Regesto, II,408.
32. Russo F., Regesto, II, 458.
33. Russo F., Regesto II,482.
34. Sinopoli P., cit., p.158.
35. Rel. Limina Santa Severina, 1589.
36. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
37. Negli atti del sinodo tenuto dall’arcivescovo Fausto Caffarello nel maggio 1634 si trova che al posto del priore di S. Pietro de Niffi comparve a prestare obbedienza il procuratore A. Salvatore Brundolillus, Siberene, p. 24.
38. Visita pastorale cit..
39. Caridi G., Uno “stato” feudale nel mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988.
40. Maone P., San Mauro marchesato, pp. 147-148.
41. Siberene p. 255.
42. Roccabernarda- Visitatio, anno 1610.
43. Visita pastorale del 1559 cit..
44. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
45. Libri antichi e Platee, Cart. 80/ 3, f. 36, ASCZ.
46. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
47. Visita pastorale del 1559 cit..
48. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
49. Siberene, p. 30.
50. Visita pastorale del 1559 cit..
51. Visita pastorale del 1559 cit..
52. Visita pastorale del 1559 cit..
53. Visita pastorale del 1559 cit..
54. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
55. Visita pastorale del 1559 cit..
56. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
57. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f. 36v, ASCZ.
58. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
59. Antonio Ceraldi possedeva una casa palatiata sita e posta nella terra di Rocca Bernarda “nel quartiero et con vicinanza della chiesa di S.to Bestiano”, ANC. 181, 1665, 46v.
60. Visita pastorale del 1559 cit.; Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
61. Visita pastorale cit.
62. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
63. Visita pastorale del 1559 cit..
64. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
65. Visita pastorale cit. Libri antichi e Platee Cart. 80/3, f. 36v, ASCZ.
66. Visita pastorale del 1559 cit..
67. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
68. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f. 36v, ASCZ.
69. Rel. Lim. S. Severina, 1756.
70. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
71. Visita pastorale del 1559 cit..
72. Russo F., Regesto, 27718.
73. Visita pastorale del 1559 cit..
74. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
75. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
76. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f. 37, ASCZ.
77. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
78. Visita pastorale del 1559 cit..
79. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
80. Visita pastorale cit.; Libri antichi e Platee, Cart. 80/3, f. 36v, ASCZ.
81. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
82. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
83. Visita pastorale del 1559 cit..
84. Roccabernarda. Visitatio, anno 1610.
85. Siberene, p. 30.
86. Gloria d’Alessio per testamento rogato il 7 settembre 1655 dichiara di voler essere seppellita nella “parocchiale di S. Cat.na dove fu sepellito suo marito”, ANC. 180, 1655, 56v; Rel. Lim. S. Severina., 1675.
87. Rel. Lim. S. Severina., 1678.
88. Visita pastorale del 1559 cit..
89. Russo F., Regesto, 18305.
90. Il 13 gennaio 1578 Gregorio XIII assolveva da questa irregolarità Pietro Paolo Moschetta, Russo F., Regesto, 22954.
91. Visita pastorale del 1559 cit.; Roccabernarda Visitatio, anno 1610.
92. Russo F., Regesto, 37380.
93. Nel luglio 1640 la chiesa era “diruta” come risulta da una donazione fatta dalla vedova Prudenza Amoruso alla cappella della SS:ma Concezione, “olim sitae intus ecc.am Sancti Nicolai de Plasto, quae ad pr.ns est diruta causa terremotus”, ANC. 179, 1640, 35; I fratelli Andriolo nel settembre 1652 possedevano una casa terranea nel “loco detto S. Nicola di Plasto”, ANC. 180, 1652, 97.
94. In eadem terra est alia parochialis sub titulo Sancti Nicolai de Plaustro, cuius ecc.a antiquis terremotibus diruta, fuit eius cappella translata ad acc.am confraternitatis laicalis sub titulo Sanctae Catarinae Virg. et Mart. Auctoritate ordinarii, curam animarum exercet Parochus, Rel. Lim. S. Severina., 1675; Visita pastorale cit.
95. Parochialis curata ecclesia S. Nicolai in loco Roccae Bernardae, a terremotibus penitus dispecta, me in annuali visitatione Parochum Rectorem ad certas impensas quotannis erogandas urgente, in pristinum statum restituta est, quinimmo in meliorem redactam structuram, Rel. Lim. S. Severina., 1756.
96. Parochialis ecclesia sub titulo S.cti Nicolai de Plastro sita extra moenia, et ruinas undequaque minans reperitur, proinde in Sancta Visitatione decrevi, clero et populo assentientibus, novam alteram intra moenia aedificari ex redditibus Parochialibus per triennium a Ill.mo D.no meis precibus indultum in edificium implicandis…; Rel. Lim. S. Severina., 1765.
97. Visita Pastorale cit.
98. Rel. Lim. S. Severina, 1765
99. Visita pastorale del 1559 cit.. Roccabernarda Visitatio, anno 1610.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*