Il convento di S. Maria del Soccorso o dell’Osservanza di Crotone

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Il monastero degli Osservanti nella “Plan de Crotone” (sec. XVII) conservata alla Biblioteque Nationale Paris Part. 83; Div. 13 n. 1.

Situato vicino alla spiaggia in un luogo che dalla presenza si chiamerà “Marina dela Observantia” tra “Poggio Reale” ed il Carmine, il convento francescano dei minori osservanti fu eretto nel 1520 sotto il titolo di Santa Maria del Soccorso (1).

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Il monastero degli Osservanti in evidenza in una carta della metà del Settecento conservata all’Archivio di Stato di Napoli (foto di Bruno Mussari).

I fondatori
Si adoperarono e contribuirono alla costruzione della chiesa e del convento il frate Matteo di Misuraca e l’aristocratico crotonese Leonardo Lucifero (2), quest’ultimo mise il denaro ed a ricordo pose le sue insegne sopra l’arco maggiore e nel frontespizio della chiesa e come fondatore ebbe diritto ad una cappella nella nave della chiesa per la sepoltura sua (3) e dei suoi discendenti (4).
Il convento risulta attivo alla metà del Cinquecento quando, come si ricava da alcuni documenti, subì delle modifiche. Il 29 novembre 1545 i “frati dela observantia de Cotrone et per essi Jac.o Siciliano” vendono un muro alla regia corte, affinché questa possa utilizzarne il materiale, per la costruzione delle mura della città. Nei giorni seguenti i perratore diroccano “le mura dela ecclesia et monasterio dela observantia de Cotroni” (5).
In seguito il convento, come anche altri conventi dello stesso ordine, situati nei paesi vicini (Policastro, Casabona, Cariati e Isola), dovette subire danni dai terremoti, specie quello del 1638, quando al fenomeno tellurico si accompagnò nel caso di Crotone l’incursione dei turcheschi, che diedero alle fiamme i due vicini conventi dei domenicani e dei carmelitani. In quell’anno, era ministro del convento Francesco da Montalto, fu inviato il frate Antonio da Scigliano a visitare i luoghi religiosi della zona. Egli aveva ampia facoltà di vendere ed alienare tutti i pochissimi beni del convento (terreni, case e rendite da legati) e di utilizzare il denaro per la sacrestia e l’edificio conventuale. Facendo riferimento a tale disposizione nell’ottobre 1646 i frati, possedendo un basso, situato presso il rivellino ed in parte caduto a causa del terremoto, lo vendono a Geronimo dela Motta Vigliecas, con l’intento di utilizzare il denaro per riparare il convento (6). Alcuni anni dopo, nel 1664, Andrea Sculco, duca di Santa Severina, fece dipingere il chiostro con tutti i miracoli di Sant’Antonio da Padova, “in figure grandi dipinte in fresco per quanto è capace tutto il chiostro” (7). Allora la “famiglia” di Crotone era composta da tre sacerdoti e tre laici (8) e poteva contare su pochissimi beni: un orto, dei piccoli terreni attorno al convento e dei censi, provenienti da legati per messe in suffragio. Per la particolare devozione verso San Antonio da Padova il convento fu in questi anni usualmente chiamato “S. Antonio dei padri zoccolanti”.
I frati furono spesso sospettati di praticare il contrabbando. Ciò era facilitato dal fatto che il convento si trovava fuori mura, vicino alla spiaggia e non molto lontano dal porto. Di notte, quando le porte della città erano chiuse, era facile far uscire dai suoi magazzini il grano ed imbarcarlo senza l’ordine ed il permesso della Regia Camera della Sommaria e sfuggendo alle tasse di estrazione. Per tale motivo esso fu oggetto di molte denunce ed inchieste. Il 23 ottobre 1665 si presenta al convento Antonio Suriano, luogotenente del Regio secreto e mastro portolano, per indagare su un carico di grano, avvenuto di contrabbando la notte precedente. Al luogotenente è pervenuta voce che quella notte è uscito dal convento del grano, che è stato imbarcato di contrabbando sul vascello del genovese Battista Castagnola, diretto fuori regno. Il Suriano, a tutela del patrimonio reale, vuole pigliare “le debite informazioni contro li delinquenti tanto principali quanto danti aggiuto e consapevoli de ditto contrabbanno”. I frati riuniti nel refettorio, dopo aversi toccato il petto, come si costuma tra i religiosi, dichiarano di essere estranei: “in tempo di notte mai s’apre la porta del loro convento ma quella è solito chiudersi sonato Il pater noster ed aprire à sponta di sole, tanto più che per l’imminenti pericoli di turchi et forasciti, facilmente li potria succedere qualche repentino assalto” (9). Durante la guerra di Messina i magazzini del convento, essendo il porto insicuro, furono usati come deposito per le merci delle navi confiscate (10). Sulla situazione del convento e sulle difficoltà, che i frati incontravano, getta luce un esposto inviato al viceré nel settembre 1690 dal guardiano fra Giuseppe di Policastro. Facendo presente che il convento viveva solo di elemosine e che era è necessario provvedere ai frati almeno il vitto quotidiano, egli denuncia alcuni nobili. Fabio Antinori, Fabrizio Lucifero e Giuseppe Suriano “si la tengono l’uno con l’altro a coprirsi li loro latrocinii e contrabandi”. Essi impediscono che siano versate le elemosine, che servono per far celebrare le messe in suffragio delle povere anime. Soprattutto l’Antinoro da anni è debitore verso il convento. Per tale motivo i frati ricorsero alla Regia Corte, facendo sequestrare il raccolto di una sua proprietà. Il nobile, che per la complicità che godeva, non temeva la giustizia, per nulla intimorito si raccolse il grano, che sarebbe spettato al convento e se lo portò nei suoi magazzini. Invano il guardiano protestò, anzi dovette ritrattare le accuse e temere l’ira del nobile e dei suoi potenti amici (11).
Questa situazione di precarietà, unita alla fama di essere un covo di contrabbando e di banditismo, durerà anche all’inizio del Settecento, quando la comunità era composta da un padre guardiano e da sei padri locali (12). I frati a più riprese furono accusati oltre che di praticare il contrabbando, dare rifugio ed aiutare i delinquenti (13) anche di offrire immunità a marinai, che fuggivano dalle barche, spesso dopo aver commesso crimini (14).

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Il monastero degli Osservanti nella stampa di Crotone contenuta in Voyage Pittoresque di Jean Claude Richard Abbé de Saint-Non, Parigi 1783.

 

La ricostruzione settecentesca
Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento la chiesa fu ampliata, il pavimento rifatto, alterando l’antica disposizione delle lapidi sepolcrali, e fu mutata la disposizione delle cappelle. Nella nuova costruzione, che presenta cinque cappelle in “cornu epistole”, il marchese di Apriglianello, Fabrizio Lucifero, come discendente del fondatore Leonardo Lucifero, ottenne nel 1707 la seconda cappella ad iniziare dall’altare maggiore. Il marchese si impegnò a costruire nella cappella intitolata a S. Giuseppe, come quella che apparteneva al suo antenato, la sepoltura e a sostemere tutte le spese per ornarla decentemente. Inoltre egli verserà ogni agosto ai frati ducati 4 per la manutenzione, per fare la festa e per le altre cose necessarie alla cappella, che non potrà né vendere, né cedere ad altri (15).
L’anno dopo i frati considerando di essere incapaci di amministrare alcuni legati pii per messe in suffragio, anche perché di difficile esazione, li cedono alla Reverenda Fabrica di S. Pietro de Urbe, chiedendo al commissario apostolico della medesima, il reverendo Domenico Cherubino, di essere liberati con un apposito decreto dal peso delle messe che essi comportavano (16).
Posto in un luogo salubre vi trascorse gli ultimi mesi della sua vita il vescovo Michele Guardia (17) e “per la perfettione dell’area, che in detto convento si gode”, fu scelto da giudici e funzionari regi, che sovente giungevano in città per indagare e reprimere il fiorente contrabbando (18). Le virtù spirituali, la devozione e la concordia certamente non albergavano nel convento. I frati che in quanto mendicanti e privi di interessi materiali, secondo la regola, ad altro non avrebbero dovuto badare “se non a servire Iddio, tenere decorate le chiese a loro commesse e contenta con affetto fraterno la loro famiglia”, erano invece sovente attraversati da odi e rancori. Un esposto di alcuni frati , inviato al vicerè, accusa il guardiano ed il custode del convento. Essi in combutta con un secolare hanno aiutato ed ospitato il bandito mastro Aurelio M., ottenendo da costui 400 ducati per la protezione prestata. Essi inoltre hanno caricato grano di contrabbando su due tartane francesi. Tutto ciò avveniva mentre risiedeva nel convento il regio auditore della provincia di Calabria Citra. Il quale aveva dimorato per diversi mesi con la sua squadra di armigeri, come delegato del vicerè a combattere ed estirpare il contrabbando (19).
Il convento era abbastanza ampio e ben costruito ed unito ad esso c’era la chiesa, anch’essa sufficientemente capiente. Esso continuò a possedere solamente i magazzini sotto il convento e dei piccoli terreni tra il convento ed il mare (20).
I frati vivevano, almeno in apparenza, delle elemosine delle messe, della carità dei fedeli e della cura degli otto altari, che vi erano in chiesa, anche se la metà di essi era senza patroni (21). La popolazione di Crotone continuò a nutrire una particolare devozione per Sant’Antonio da Padova. Il giorno festivo del santo si celebrava ogni anno nella chiesa del convento. Da qui partiva la processione con la statua del santo che, dopo aver attraversato tutta la città, ritornava nella chiesa con “l’intiero concorso popolare” (22).

La soppressione
All’atto della sua soppressione, avvenuta dopo il terremoto del 1783, vi erano nel convento 11 frati (23) e nella chiesa, che formava corpo unico col convento, erano erette da una parte 5 cappelle (1- con l’effigie di S. Pietro d’Alcantara della famiglia Marzano, 2- Statua di S. Pasquale della fam. Sculco, 3-Statua di S. Diego, 4-Statua di S. Francesco Baylou, 5-Una croce della fam. Suriano) e dall’altra tre altari (1- con l’effigie di S. Vito, 2-con l’effigie dell’Immacolata Concezione, 3-con la statua di S. Antonio da Padova). Il convento oltre che dalla chiesa , intitolata alla Madonna delle Grazie, e dalla sacrestia era composto da due dormitori, cucina, refettorio e chiostro. Attaccato al convento c’era il giardino, circondato in parte da muri con un pozzo. Esso era utilizzato per orto e vi erano ulivi, fichi, viti, aranci, melograni, pruni e fichi d’india. Vi erano inoltre due vignali: uno situato tra la chiesa, il romitorio del Carmine ed il mare e l’altro tra il convento, Poggio Reale ed il mare. Sotto il convento si aprivano i sei magazzini, la vera ricchezza. Inoltre i frati esigevano due censi, che davano un’entrata complessiva di 15 ducati annui: uno gravava il palazzo del fu Bernardino Scarriglia e l’altro un terreno degli eredi di Berardino Suriano (24).
Per dispaccio reale il convento, soppresso e non più ripristinato, fu utilizzato come abitazione per i marinai, che lavoravano alla costruzione del porto; mentre parte dei pochi beni fu assegnata dal marchese di Fuscaldo al Capitolo e clero della cattedrale di Crotone (25).
Successivamente nell’orto dell’Osservanza furono trovati 6000 ducati in oro e argento che erano stati rubati ed ivi nascosti (26).

 

Note

1. Gli Osservanti erano già presenti, almeno con proprietà, a Crotone. Nel 1517 un documento attesta la presenza di una “carcara dela Observantia”, Fs. 532, 10, 1516-1517, f.25, ASN.
2. Martire D., cit., II, 163.
3. ANC. 497, 1707, 43-45.
4. Adi 28 8bris 1601 morse la s.ra Gesimura Lucifaro se seppellì nell’observ.a; Adi 28 giugno 1604 morse la madre della s.ra Isabella Lucifero e si sepellì al monastero dell’observantia; Adi 16 augusto 1607 morse lo Sig. Gioanne Locifaro si sepellì al monastero dell’Observantia; Adi 18 7bris 1610 morse lo signor Pietro Francesco lo cifero e si sepellì nel monastero dell’observantia; Adi 29 aprilis 1613 morse Fabritio Lo Cifaro figlo del Signor barone de Zinga e si sepellì al monastero dell’observantia …. Libro dei morti cit.
5. 29. 11.1545. “Alli Fr.ti dela observantia de Cotroni, et per essi ad Jac.o Siciliano de Cotroni per avere de detto monastero duc. 56 et sono per lo preccio de canne 28 de petra consistenti in muro fabricato extimato per mastro Thi Yachino et mesurato per Petruczo Foresta in ditto monastero a r.ne de carlini 20 la canna fandolo deroccar ad dispisis dela corte et portarla alla ditta fabrica ad dispisi de ditta corte per accordo fatto”, Dip. Som. Fasc. 197, ASN.
6. In quell’anno facevano parte del convento fra Gregorio da Crotone, presidente e guardiano, fra Carolo da Spezzano Piccolo, fra Didaco da Calavite, fra Jacopo da Giorgio, fra Paulo Murano e fra Antonio da Jerucadi, ANC. 119, 1646, 112.
7. Malevitana
8. I sacerdoti Fr. Buona Ventura di Melissa, guardiano, fr. Marco di Melissa e fr. Laurentio di Cropani ed i laici fr. Francesco di Policastro, vicario, fr. Buona Ventura di Terra Nova e fr. Ludovico de Curtale, ANC. 312, 1665, 81-82.
9. ANC. 312, 1665, 81.
10. Nel marzo 1684 è sequestrata la “ganga” francese S. Giuseppe. Il carico è csaricato e condotto in un magazzino del convento, ANC. 335, 1684, 29 –33.
11. ANC. 336, 1690, 111-112.
12. P. Occursio di Cariati, guardiano, P. Ludovico di Taverna, P. Antonio di Cotrone, P. Gennaro della Migliarina, fra Michelangelo di Terravecchia, fra Gio. Batt.a della Falconara e fra Santo di Taverna, ANC. 497, 1707, 43-45. 269. ANC. 764, 1733, 27 – 28.
13. ANC. 659, 1716, 113 – 115.
14. Essendo la “nazione francese bandita e dichiarata nemica”, nel dicembre 1733 è sequestrato al porto il pinco del francese Stefano Giannott. Il patrone e l’equipaggio sono agli arresti. Due marinai genovesi si licenziano e , appellandosi al fatto di appartenere ad un paese neutrale, si rifugiano nel convento. Andandosene, approfittano dell’assenza del patrone e rubano il denaro, lasciato da costui a loro in custodia, ANC. 764, 1733, 26v – 28r.
15. Il marchese si era rivolto con una supplica al provinciale dell’ordine, fra Giuseppe Matera, il quale nell’atto di visita al convento, il 3 giugno 1707, concesse la cappella, ANC. 497, 1707, 43-45.
16. I legati erano: legato della qm. Maria Abalso sopra la guardiania del porto di Crotone, su una casa palaziata in parrocchia di S. Pietro, su tre botteghe vicino al vescovato, 200 ducati in deposito a O. Zurlo, 100 ducati sopra la vigna di I. Duarte, duc. 17 sopra il Pignataro di mastro Gio. V. de Angelis, ANC. 497, 1710, 59.
17. ANC. 707, 1718, 13.
18. Nel maggio 1740 vi risiedette il giudice della vicaria Saverio Sabbatini che indagava su alcuni contrabbandi, ANC. 666, 1741, 164.
19. Il convento era composto da Lorenzo di Cropani, sacerdote e guardiano, di anni 43, di religione 27 e 3 di famiglia; Angelico da Cotrone, sacerdote e predicatore, di anni 48, di religione 33 e di famiglia 5; Gregorio Galasso di Cotrone, sacerdote e predicatore, di anni 31, di religione 13 e di famiglia 5; Giovanni di Palo, sacerdote, lettore e predicatore, di anni 30 e di religione 10; Berardino di Cotrone, sacerdote, lettore e predicatore di anni 26 e di religione 9; Lorenzo Morano, chierico e suddiacono, di anni 22, di religione 6 e di famiglia 3; Giacomo da Terranova, laico professo, di 54 anni, di religione 33 e di famiglia mesi 19; Ignazio di Cotrone, ammalato; Michele da Cotrone custode, ANC. 659, 1716, 113 –155.
20. Spogli degli apprezzi dei luoghi pii, 1790.
21. Nel 1777 era superiore padre Bonaventura di Foscaldo. Nella chiesa sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie vi erano otto altari: S. Maria delle Grazie gentilizio del principe di Strongoli, S. Francesco d’Assisi libero, S. Antonio da Padova libero, S. Pasquale di Baylou gentilizio della famiglia Sculco, Immacolata libero, S. Vito libero, S. Pietro d’Alcantara della famiglia Marzano e del SS. Crocifisso della famiglia Suriano, Nota delle chiese e luoghi pii, Cotrone, 1777.
22. Il sindaco dei nobili protesta perché la curia vescovile vuol proibire senza alcun fondamento la processione, Lettera del cav. Vargas Macciucca al governatore di Cotrone, Napoli 3 giugno 1774, AVC.
23. Vivenzio G., Istoria cit., p.15.
24. Lista di carico, 1790, ff. 23 –24; Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 182.
25. Elenco dei luoghi pii laicali, 1805, AVC.
26. Sculco N., Avanzi cit.

 

-Appendice-

Descrizione del convento dell’Osservanza pochi anni dopo la sua soppressione fatta da Domenico Ciaraldi

Atrio della chiesa con due muretti. Nella copertura vi sono travi grossi vecchi tre, ed altri tredici più piccoli con sue tavole parimente vecchie.

Chiesa

In detta vi è una porta grande vecchia con sua fermatura e catenaccio. A mano destra vi esistono cinque cappelle, cioè la Prima coll’effiggie di S. Pietro di Alecantara, altare rovinato, una balaustra di legno vecchia, due finestre vecchie.
Nella seconda un nicchio con statua di S. Pasquale, con tendinetta, altare dirocato con mensa e pradella di legno, due finestre con vetro vecchio.
Nella terza un nicchio colla statua di S. Diego. L’altare tutto disfatto, mensa e pradella di legno, due finestre con vetriate vecchie.
Nella quarta un nicchio colla statua di S. Francesco con sua vetriata, mensa e pradella di legno, due occhialoni con ferriate e balaustra di legno.
Nella quinta una croce. L’altare disfatto due quadri laceri due aloni con ferriata.
A mano sinistra entrando vi sono tre altari. Il primo coll’effiggie di S. Vito. L’altare destrutto.
Secondo altare con l’effiggie della SS.ma Immacolata Concezione ornato di sacri aredi, mensa e pradella di legno tutto buono.
Terzo altare con nicchio ove vi esiste la statua di S. Antonio di Padova con cornice e cristalli sani, una tendina di molla torchina l’altare guarnito, e tutto buono.
L’altare maggiore tutto demolito, con sua balaustra di legno vecchio, mezzo quadro rappresentante la Vergine Assunta.
Tre confessionili vecchi. Un pulpito nel muro di legno. Un scambello.Banchi per uso di chiesa n. dodeci, ed un casciabanco vecchio. Quadri rappresentanti la Passione n. dodeci. Due lampade d’ottone. Soffitto di legname passabile. Finestre n. sei di vetro di n. ventiquattro portelli, e vi esistono solo portelli numero otto tutti rotti, e li altri mancano. Orchesta con organo, sedili di noce vecchi tutti rovinati. Un leggio di legno usato vecchio.

Sacrestia

In essa vi esistono due porte una dentro la chiesa, e l’altra che conduce al chiostro di legname nuovo senza fermatura con crocchetti, e maniglie. Un stipo di noce vecchio. Altro nel muro di legno con quattro tirattori vecchie.

Convento

Entrando vi sono due porte di legno, ed una tiene la mascatura. Incima della prima scala vi esiste altra porta con sua maniglia. Nelle scale vi è una finestra con ferriata con sua vetriata, ed una porta di legno, che conduce alli communi.

Primo Dormitorio

In detto vi esistono due fenestroni vecchi, uno che guarda verso il Carmino e l’altro alla riva del mare.
A mano dritta entrando vi sono undeci stanze tutte con sue porte usate, e finestre vecchie, porzione con vetri, e porzione senza.
A mano sinistra entrando vi sono sette stanze con porte, e finestre vecchie. La tempiata di detto dormitorio è di tavole vecchie.

Secondo Dormitorio

A mano destra entrando vi sono tre finestre.
A mano sinistra entrando vi sono cinque stanze tutte con sue porte senza fermature, e sue finestre usate.
La tempiata come sopra.

Cocina

Vi sono tre stanze tutte rovinate, che servivano una per il foccone, altra per fare il mangiare, e l’altra per dispensa.

Refettorio

Questo consiste in tre stanze, e vi sono due banconi vecchi.
(Stato attuale delle fabbriche dei monisteri, conventi e luoghi pii della città di Cotrone, 1790 a 28 maggio).

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