Il convento di San Domenico a Santa Severina

San Domenico Santa Severina

Ruderi del convento di San Domenico di Santa Severina.

La fondazione del convento dei domenicani a Santa Severina è fissata dal Fiore all’anno 1482 (1).

La chiesa dell’Annunziata diventa S. Domenico
Si discosta in parte da tale datazione una relazione scritta alla metà del Seicento dai domenicani di Santa Severina. In essa è affermato che, secondo i documenti esistenti nel convento, l’arcivescovo di Santa Severina Alessandro della Marra donò ai domenicani la chiesa di Santa Severina dedicata alla Annunziata e concesse loro di fondare il convento circa l’anno 1500 (2). Comunque il convento era in costruzione nei primi anni del Cinquecento, dopo l’arrivo degli Spagnoli e la presa di possesso della città da parte del feudatario Andrea Caraffa.
Con il breve che inizia “In Ap.lica Dignitatis specula constituti” del 24 maggio 1502 il papa Alessandro VI confermava ai superiori ed ai frati del convento dell’Annunziata di Santa Severina la donazione a loro fatta della chiesa dell’Annunziata, situata dentro e vicino alle mura nel luogo detto Portanova, e di un pezzo di terra, ad essa contiguo, sul quale i frati avrebbero potuto edificare il loro convento (3). Il breve papale “in carta pergamena col sigillo pendente di piombo” si conserverà ancora alla metà del Seicento tra le carte del convento.
Situato dentro le mura, accanto alla strada maggiore ed vicino alla porta settentrionale della città detta la “Porta Nova” , il convento fu eretto con il contributo dei cittadini e dell’università di Santa Severina; quest’ultima, per far fronte ai costi di costruzione ed alle future spese per i lavori di restauro dell’edificio, impose una tassa sulla carne, che veniva introdotta e consumata in città. Il tutto risulta nelle “Costituzioni della città e stato di Santaseverina”: “Item supplicano V. S. Ill.ma se digne avere in commendatione lo monasterio de S. Dom.co de Portanova de dicta Citta, et ordinare a tutti cittadini abitanti et commoranti in dicta citta, officiali, erarii, domestici et familiari de V. S. Ill.ma che compereranno, sive intrarano carne in dicta citta habbiano da pagare, et contribuire ad la gabella, seu datio sopra dicta carne imposta, sive imponenda ad beneplacito de ipsa Un.ta con gratia de V. S. I. per la elemosina et subvenimento, sive reparatione de dicto monasterio”. La supplica fu approvata dal conte e feudatario di Santa Severina, Andrea Caraffa, il 16 marzo 1525, il quale rese esenti dalla stessa solo coloro che erano addetti al castello ed al suo palazzo. La tassa sulla carne imposta dall’università, assieme agli altri capitoli, sarà confermata anche dai feudatari successivi (4).
La chiesa intitolata all’Annunziata cambiò presto titolo, assumendo dapprima quello di Santa Maria della Misericordia, ma fu poi comunemente conosciuta come San Domenico. Come tale è citata in una relazione del 1586: “San Domenico dove sonno monaci dominichini … dove resedono da cinque a sei frati” (5). Il convento allora poteva contare su una rendita annua di circa cento e cinquanta ducati, con la possibilità di mantenere sette o otto frati, ed era sede della confraternita del Rosario e del Nome di Dio (6). In seguito le entrate avranno un lieve incremento soprattutto per l’apporto dei censi bollari, frutto dell’attività creditizia, mentre il numero di frati si manterrà più o meno stabile (7).

Il convento alla metà del Seicento
Alla metà del Seicento nel convento risiedevano sette frati, cioè tre sacerdoti, due fratelli laici, un offerto ed un “famulo”. L’edificio era formato oltre che dalla chiesa da un piccolo chiostro e da un dormitorio doppio, composto da sei celle da una parte e quattro dall’altra, sotto le quali si aprivano le “officine”. Il complesso risultava piuttosto trascurato: il tetto e la parte alta della facciata della chiesa minacciavano di rovinare, il tetto del dormitorio doveva essere riparato e la sacrestia era fornita di poche e consunte suppellettili sacre (8).
I domenicani esigevano su sette “terre libere”, per una estensione di circa settanta tomolate, l’affitto in grano o in denaro, solo però quando venivano seminate. Se le terre, o parte di esse, rimanevano sfitte, quelle che non erano messe a coltura rimanevano “libere e aperte per il comune”, cioè al pascolo per gli animali degli abitanti. Esigevano alcuni censi annui, in grano ed in denaro, ed elemosine in grano al tempo del raccolto. Davano in fitto una vasta estensione di terre in località Cipulla in territorio di Crotone ed i gelsi del loro giardino. Altro denaro proveniva dal “servimento” delle cappelle, dai censi bollari, cioè dagli interessi su capitali dati in prestito, che gravavano le terre e le case dei cittadini, e dall’affitto di alcune case. Completavano le entrate le elemosine e la vendita di prodotti agricoli, di animali e di proprietà. Secondo i frati essi potevano contare mediamente su circa cento e cinquanta ducati in moneta romana annui, equivalenti a poco più di duecento ducati di Napoli, ma in verità le entrate erano almeno il doppio ed ad esse bisognava aggiungere alcuni censi ed elemosine per un totale di circa 30 tomola di grano, che serviva per il vitto del convento. Per loro testimonianza un terzo della rendita proveniva dall’affitto del fondo Cipulla, un altro terzo dalla gestione delle cappelle, dai censi bollari e dagli affitti di case ed il rimanente terzo dagli affitti delle “terre libere” e del giardino. La gestione risentiva particolarmente delle annate. Dal 1644 al 1650, come riportavano i loro libri contabili, i saldi furono passivi. In media ad una entrata di circa 155 ducati in moneta romana corrispose un’uscita per quasi 200 ducati. Particolarmente infelici furono le annate 1645, 1646 e 1650. A causa della sterilità e dell’alta mortalità nel 1645 rimase sfitto il fondo Cipulla e nelle altre due annate molte terre libere non furono seminate “per mancanza di agricoltori”. Condizionava la vita economica conventuale principalmente l’affitto delle terre libere che, a seconda dei tempi e del prezzo del grano potevano oscillare da una resa annua di circa 30 ducati ad una tre volte superiore, mentre le rendite provenienti dai censi bollari e dagli affitti dipendevano quasi sempre dalla discrezionalità dei frati che, a seconda del loro beneplacito, portavano i morosi davanti ai giudici oppure concedevano dilazioni e facilitazioni nei pagamenti (9). I frati dichiararono che, nel lasso di tempo considerato, per fronteggiare la difficile situazione procedettero a delle vendite straordinarie: due vacche, un vitello, un vitellaccio, una bestia da soma, legname, frutta, concedettero una cappella, ricavarono denaro dalla vendita di oggetti appartenenti a due frati defunti ecc.
Le spese riguardavano soprattutto il vestiario (vesti, scarpe, pioanelle, calzetti ecc.) ed il vitto (grano, olio, lardo, grasso, formaggio, vino ecc.), che da soli rappresentavano i due terzi delle uscite. Il rimanente andava per il pagamento di censi, medicine, candele, liti giudiziarie, collette, contribuzioni, per coltivare la vigna che forniva il vino per il convento, che però non bastava mai e perciò bisognava comprarlo da altri, ecc. Poiché, secondo i frati, da anni le uscite sopravanzavano abbondantemente le entrate, essi si erano trovati nell’impossibilità di compiere alcuni urgenti lavori alla chiesa ed al convento e cioè procedere alla riparazione “del tetto et intempiata della chiesa che minacciano ruina dove per legname, ferri, tegole e mastrie secondo la stima d’esperti ci vogliono ducati cento” mentre “per risarcire il tetto del dormitorio e rifare qualche cosa nella sacristia che quanto tiene tutto è vecchissimo docati trenta”.

Vicende del convento
Se alla metà del Seicento il convento riuscì a sfuggire alla soppressione innocenziana dei piccoli conventi, non però rimase illeso dalla devastazione dei terremoti, specie quelli del 1638 e del 1659. Soprattutto quello del 1638 che Sanctae Severinae mons in enormem hiatum abscessit” (10), rendendo il luogo e l’edificio pericolosi, tanto che il provinciale dell’epoca padre Giacinto Rascali contribuì alle spese di ripristino con trecento ducati (11).
La precarietà è tratteggiata succintamente da una relazione dell’arcivescovo di Santa Severina, il nobile crotonese Mutio Suriano: “Dentro la città c’è il convento dei Predicatori intitolato a San Domenico, nel quale per la tenuità delle rendite vi dimorano appena due sacerdoti e due conversi. Nella chiesa c’è la cappella dello SS.mo Rosario alla quale è annessa una confraternita laicale” (12).
Ma questo stato doveva essere solo apparente se in un apprezzo di pochi anni dopo le rendite del convento venivano valute quasi il doppio di quelle dichiarate: Ha “la chiesa ad una nave coperta a tetti, con intempiatura, e sei altari e l’altare maggiore. A lato della chiesa vi è il claustro all’antica, però non corrisponde al piano della chiesa, con le camere sopra, e detto convento si governa dal priore e quattro altri frati, e tiene d’entrata circa ducati trecento” (13). Evidentemente vi era una concordante complicità in quanto l’arcivescovo voleva impossessarsi del convento e perciò lo descriveva in abbandono ed i frati mentivano, nascondendo buona parte delle rendite.
In seguito, a tenore della bolla di Innocenzo X, il convento non avendo un numero di frati sufficiente fu soggetto alla giurisdizione ed alla visita arcivescovile (14). Durante il Settecento ormai il numero dei religiosi si era ridotto a due o tre (15), e tali erano al momento della soppressione avvenuta dopo il terremoto del 1783, che lesionò quasi tutti gli edifici della città (16).

La soppressione
Abbandonato dai frati e passato in amministrazione alla Cassa Sacra, andò in breve in decadenza come evidenzia la descrizione della chiesa e del convento fatta pochi anni dopo: “Nella chiesa si entra per la porta grande, che si serra con chiave, nella stessa non vi è suffitto di tavole, mancando le stesse per essere state levate. Le mura della stessa sono lesionate, e specialmente il muro della porta, essendone caduta porzione. Vi sono quattro fenestre colle vetrate, ma senza vetri. Vi è un altare a parte sinistra di pietra dura, del quale n’è caduta porzione, e così che è rotto da parte destra ch’è di stucco. Vi è una portella vecchia, che si entra nel chiostro. Il chiostro di d.o monastero è tutto rovinato, non vi è astraco, ne suffitto. Vi sono otto stanze, quattro da una parte, e quattro da un’altra, e sono impratticabili, scoperte e cadenti, non vi sono fenestre di sorte alcuna, eccetto che quattro portelle” (17).
Dopo una breve riapertura (18) fu nuovamente soppresso nel 1809, durante il Decennio francese. Con la Restaurazione nel 1819 fu ripristinato (19).
Per poco perché, quando era ancora arcivescovo Salvatore Pignataro (1818 – 1823), andò in totale abbandono. Della chiesa e del convento si salvarono solamente alcune cose: il sarcofago di Angelo del Duca e la statua della Vergine del Rosario, che furono trasportati nella chiesa metropolitana, ed il quadro di S. Domenico che fu posto nella chiesa parrocchiale di Santa Maria la Magna e S. Nicola.
All’inizio del Novecento tra le rovine si scorgevano le tracce di un affresco raffigurante San Francesco di Paola (20). Ancor oggi si possono osservare, tra i cospicui ruderi quasi a picco sulla rupe nella parte settentrionale della città, tracce di affreschi, tra cui uno scudo nobiliare inquartato ben conservato, una colonna ed il pozzo, che facevano parte del chiostro, alcuni edifici diroccati del convento e parte della caratteristica ed antica chiesa, che all’origine si intitolò alla ”Annunziata”. Nonostante l’abbandono non tutto è ancora andato perduto.

Note

1. Fiore G., Della Calabria cit., II, 394.
2. S. C. Stat. Regul. Relationes , 25, ff. 701 –705, Arch. Segr. Vat.
3. Russo F., Regesto III, (14441).
4. Documenti di archivi, in Siberene pp.285 sgg.
5. Visitatio Aplica Sanctae Severinae, 1586, S. Congr. Concilii Visit. Ap. 90, Arch. Segr. Vat.
6. Rel. Lim. S. Severina., 1589.
7. Nel 1613 nel convento c’erano sei religiosi e nel 1624 cinque, Del nostro convento di S. Domenico, in Siberene p. 242; Rel. Lim. S. Severina, 1624.
8. Vi erano fra Domenico di Bivonci, professo di 34 anni, maestro e priore del convento; fra Alessandro di Petra Paula, professo di 29 anni, sacerdote; fra Geronimo di Cuti, sacerdote e predicatore, professo di 30 anni; fra Nicola di Cosenza, professo di 22 anni; fra Tommaso di Bisignano, converso professo di 4 anni; Titta di Campana, offerto e fra Antonello di Bisignano, famulo, S. C. Stat. Regul. Relationes cit.
9. Entrate del convento: anno 1644 ( ducati 165, tari 1 e grana 3), 1645 (113 – 2 –10), 1646 ( 138 – 0 –0), 1647 (177 – 1- 10), 1648 ( 148 – 3 – 10), 1649 ( 180 – 3 – 17), 1650 ( 125 – 1 –10), S. C. Regul. Relationes cit.
10. Recupito I. C., De Vesuviano incendio et de terraemotu Calabriae, Roma MDCXLIV, p. 125.
11. Del nostro convento cit. p. 242.
12. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
13. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene p. 110.
14. Rel. Lim. S. Severina., 1735.
15. Nel 1765 vi erano tre religiosi: due sacerdoti ed un laico, Rel. Lim. S. Severina , 1765.
16. Nel 1783 vi erano a S. Severina tre monaci domenicani, Vivenzio G., Istoria e teoria de’ tremuoti, Napoli MDCCLXXXIII, p. (15).
17. Cassa Sacra, Lista di Carico n. 37 (S. Severina), 1790, f. 594, A.S.CZ.
18. Nel 1800 il convento risulta ancora soppresso, mentre la chiesa è aperta, Documenti di archivi, in Siberene pp. 199, 419.
19. Caldora U., Calabria cit., p. 221.
20. Del nostro convento cit., p. 242.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*