Il monastero dell’ordine di San Francesco di Paola della SS. Annunziata di Cirò

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San Francesco di Paola.

La chiesa dell’Annunziata di Cirò era situata fuori mura, sulla via che congiungeva l’abitato alla via costiera. Essa era all’origine una cappella rurale, che si amministrava come un semplice beneficio e si alimentava di piccole elemosine e lasciti.[i]

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In evidenza la località in cui sorgeva il convento. Particolare del foglio N. 27, della carta del Rizzi-Zannoni (1788).

La fondazione

“De anno 1579 ecclesia Sanctiss.ae Annunciationis sita extra muros in terra Cirò, cum de ea provisus existeret tanquam de Cappellania, et Rectoria beneficio seculari Praesbiter Thomas de Pace, per ordinarium loci fuit concessa sine consensu sedis Apostolicae coenobitis minimorum S. Francisci de Paula sub annua responsione trium librarum cerae pro concessione loci, non obstante protestatione tunc temporis possidentis in preiudicium sedis Apostolicae, et ordinariorum, quoad futuram collationem”. Così si esprimeva il vescovo di Umbriatico Alessandro Filaretto Lucullo (1592-1608), nella sua relazione del 1600.[ii]

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La Relazione del vescovo di Umbriatico Filareto Lucullo (1600).

Secondo una nota al “Regesto” di Francesco Russo il convento fu fondato dal principe Giuseppe Spinelli nel 1578 e aperto dal provinciale P. Domenico da Paola.[iii] Per il Fiore la fondazione avvenne alcuni anni dopo “fu fondato nel 1581 su richiesta di Giuseppe Spinelli, principe di Tarsia”.[iv] Per il Pugliese fu fondato nel 1582.[v]

Da quanto sopra riportato risulta che il convento fu fondato tra il 1579 ed il 1581 su intervento del feudatario di Cirò Giuseppe Spinelli ed il vescovo del tempo, o Vincenzo Ferreri (1578-1579) o Emiliano Bombini (1579-1592), concesse la chiesa dell’Annunziata, situata fuori le mura, previo il versamento annuo alla mensa vescovile di tre libbre di cera. Il convento fu aperto dal provinciale padre Domenico da Paola. Se l’anno esatto della fondazione rimane incerto, è sicuro che trovò in seguito l’opposizione dei vescovi successivi e di parte del clero locale.

Il Papa Gregorio XIII con breve del 28 agosto 1584, confermava l’erezione del convento: “Ad perpetuam rei memoriam. Confirmatur erectio conventus Fratrum Minim. S. Frac. De Paula in terrà Cirò, Umbriaticen. Dioc.”.[vi]

 

I primi documenti

Da alcuni atti notarili del notaio di Cirò Baldo Consulo risulta che nell’ottobre del 1579 il convento è già aperto anche se è in costruzione. Il 29 ottobre 1579 in Cirò, con atto del notaio Baldo Consulo, Francesco Iacobino e la moglie Caterina Marangola si offrono di entrare nel monastero e consegnano tutti i loro beni al monastero ed al reverendo padre Domenico Puglisio de Paula, padre provinciale dell’ordine di San Francesco di Paola e del monastero della SS.ma Annunziata della terra di Cirò. Lo Iacobino dice:“habere devotionem et se offerse cum dicta sua coniuge et cum omnibus suis bonis mobilibus et stabilibus obedientiae et servitiis dicti monasteri”. I beni del Puglisiio furono: “Alcuni vigneti (“quatuor petiis vinearum”) situati in località la valle de Alomia (“una cum arboribus olivetarum ficarum et aliarum arborum”) e una casa terranea in località la valle. Il monastero gli accoglie per tutta la vita ed il padre Domenico Puglisio promette dare ai due coniugi “victum vestitum et omnia alia necessaria et opportuna” dei beni del monastero.[vii] Sempre nello stesso giorno, Bartolo Ponterio dichiara di voler essere utile al monastero in tutti i servizi necessari come terziario e promette dare ogni anno denaro, alimenti e pietre per la riparazione della fabrica da farsi nel monastero”.[viii]

L’anno dopo si procede alla costruzione attorno alla chiesa dell’Annunziata. Infatti il primo settembre 1580 Francesco Malfitano di Cirò, per amore di Dio e per l’anima dei suoi genitori e antennati ed anche per l’anima sua, concede al padre Felice Altimare, correttore del convento di San Francesco di Paola nella chiesa della SS. Annunziata, per utile comodo e beneficio del convento, di poter fare passare un corso d’acqua attraverso la sua proprietà per mezzo di acquedotto, in modo da alimentare la fossa dove si fa la calce. “Incipiendo ab aqua superiori eius poss.nis dictae dela nuce sub urbanae usq. ad locum dicti conventi”.[ix] Sempre per aiutare i frati nella fabbrica del convento, alla quale è addetto il “magister Johannes Petrus de Parise de la terra di Cirò” (il mastro è ricordato anche per aver fortificato le mura dell’abitato ed il palazzo Alizio), era intervenuto anche il convento dei minimi di Crotone. Il 21 novembre 1582 il R.do padre Dominico Puglisio, correttore del venerabile monastero di S.to Francesco di Paula di Cirò, cede al magister Joannes Petrus de Parise, un casaleno sito nella terra di Cirò in loco “s.to Cathaldo”. Il casaleno era stato donato dal convento di Gesù e Maria di Crotone per aiutare i frati nella fabbrica del monastero.[x]

 

Inizia la formazione della mensa monacale

Ben presto la mensa conventuale aumentò con i beni portati dai nuovi professi, con offerte, donazioni, legati per messe ecc.

Il 25 luglio 1583 si radunano nel chiostro del convento il padre Gio Batt.a de Cosenza, correttore e vicario del convento, ed i frati: Petro de Psycrò, Francesco de Turano, Iacobo de Rossano e Gio. Batt.a de Psycrò. I frati rendono esecutivo un accordo che nei mesi precedenti era stato concordato tra Petro Antonio Calvo e Matteo Lamachia padre provinciale dell’ordine di San Francesco di Paola. L’accordo prevede la permuta di due “possessioni alberate” con ulivi e alberi fruttiferi vicine nel luogo detto la Santa Trinità.[xi]

Il 25 giugno 1591, nel convento di San Francesco di Paola fuori mura, si riuniscono capitolarmente, il reverendo padre Domenico de Paola, provinciale vicario dell’ordine di San Francesco di Paola ed i frati Bernardo Iacobino di Cirò, vicario locale, Antonio Antonio de Castellana, Giovanni de Neapoli e Giovanni Battista delo Cirò. I frati Clemente e Giovanni Battista Caputo, professi da poco, assieme alla vedova Glorianda Caputo dichiarano che possiedono una casa terranea in località la piazza detta di Santa Maria, una possessione alberata in località trappari, una continenza di terre in località lo fodareri, parte di una continenza di vigne in località la cutura. Essi decidono di donare questi beni al monastero di S.to Francesco di Paola, con la condizione che a Glorianda Caputo per tutta la vita, sia assicurato il vitto e vestito ed ogni anno le venga dato “tumulos frumenti octo, tumolum unum fabarum, salmarum … musti per vino cotto” e che possa detta Glorianda raccogliere e fare raccogliere una macina di olive e dalle vigne l’uva per sé “et pallam unam singulis duobus annis et quolibet anno duo pana”. Inoltre i frati devono tenere ed alimentare Minico Caputo, figlio di Glorianda, che servirà nel monastero e sepellire Glorianda a loro spese e con i lumini dentro la chiesa del convento e far celebrare delle messe.[xii]

Il 27 maggio 1593, Donna Elisabetta Salvata della terra di Cirò, erede di Jacobo Salvato, dichiara al frate Iacobo Iacobino, correttore del monastero di San Francesco di Paola sotto il titolo dell’Annunziata, di possedere una possessione di sicomori ed altri alberi fruttiferi, posta “extra moenia d(ic)tae t(er)rae” loco detto “Caricchia”. Poichè Jacobo Salvato per testamento aveva legato al monastero, ducati 50 per la celebrazione di due messe settimanali, dona la possessione al monastero.[xiii]

 

La grande occasione

Nel 1591 Gio. Domenico Vivacqua della terra di Cirò moriva a Napoli dove si era stabilito ed esercitava la professione legale. Il Vivacqua per testamento lasciò i tutti i suoi averi al convento di San Francesco di Paola di Cirò, gravandoli “di due annuali maritaggi di duc. 30 l’uno a pro delle discendenti delle sue cinque sorelle maritate in Cirò medesimo”.[xiv]

Il lascito del Vivacqua risultò più che sostanzioso e permise ai frati del convento dell’Annunziata di unirsi assieme a due altri conventi dei minimi, quelli di Cosenza e di Bisiniano, di trarre profitto dalle difficoltà, nelle quali si dibatteva l’università di Cirò verso il fisco.

È del 3 novembre 1594 un atto notarile contratto tra il convento e l’università di Cirò, rogato dal notaio Durande nel castello di Cirò. Il sindaco Gio. Tommaso Trugillo con gli eletti ed i “cives et homines” di Cirò, in presenza e con l’ assistenza del capitano della terra Nicola Godano, si obbligano con il frate Bernardo delo Cirò, dell’ordine di San Francesco di Paola, procuratore e vicario provinciale specialmente deputato a rappresentare i monasteri dell’ordine di San Francesco di Paola dell’Annunziata di Cirò, di Santa Maria de lo Aureto della città di Cosenza e di Santa Maria de Licorica della città di Bisignano, come da procura rilasciata dal provinciale dell’ordine, il Rev.do frate Petro Sambiase. I cittadini dispongono di alcune proprietà sulle quali chiedono un prestito di ducati 2407 e tre carlini, che devono versare a Gio. Giacomo Salerno di Cosenza. Non avendo altra possibilità, si impegnano a versare ai conventi un annuo censo del valore dell’otto per cento del capitale (per un totale di ducati 192 carlini 5 e grana 7) sulle rendite annuali dei loro beni.

La trattativa tra l’università ed i conventi proseguì anche nel mese seguente. Il 3 dicembre 1594 il vicario Fra Francesco di Castelnovo ed i frati del monastero dell’Annunziata di Cirò chiedono l’assenso a fare un istrumento censuale con l’università ed i cittadini di Cirò di ducati 1407 e 3 carlini, impiegando il legato del fu Gio. Domenico Vivacqua. Nello stesso giorno il correttore Fra Lorenzo de Malvito ed i frati del monastero di Santa Maria di Corica di Bisignano chiedono di fare un istrumento censuale con l’università di Cirò di ducati 500 per legato di Fafrizio Cimmino.

Il 14 dicembre 1594 in Cirò, in presenza di Vespasiano Spinello Marchese di Cirò, il frate Bernardo delo Cirò dell’ordine di San Francesco di Paola, procuratore di Petro Sambiasi, Provinciale dell’ordine e del sindaco Tommaso Trugillo in rappresentanza dei cittadini. Il frate Bernardo dichiara che nel mese di novembre fu stipulato un annuo censo di ducati 192 carlini 5 e grana 7 a favore dell’università ora vuole annullarlo.

Da ultimo dopo varie trattative si giunse all’accordo. Il 15 dicembre 1594, nel castello di Cirò, il sindaco Trugillo, convocati gli eletti e tutti i cittadini, ottiene il prestito di ducati 1507 e carlini 3 all’8%, dando in garanzia al convento un censo su tutti i beni dei cittadini (120 ducati 3 carlini e grana 7).[xv]

 

La costruzione della nuova chiesa

I frati continuarono ad aumentare le loro rendite attuando prestiti di capitali all’8%, obbligando i beni dei richiedenti. Il 9 giugno 1595, Andrea e Alfonso Carravetta di Cirò dichiarano di aver avuto dai frati ducati 100 all’8% sulla loro possessione in località Mro Ligori.[xvi]

Alla metà di dicembre del 1595 maturava un’annata del prestito fatto dai frati all’università di Cirò del lascito di Gio. Domenico Vivacqua. Il 26 dicembre seguente il sindaco Quinto Piccolo faceva presente al vicario del convento frate Aloisio de Fiscaldo ed ai frati (Bernardo delo Cirò, Laurentio de Bisignano e Hieronimo de Cosentia) che era in suo deposito ducati 112 – 2 – 17 dovuti al convento dall’università. Egli prometteva di applicare subito detta somma in un annuo censo a ogni richiesta e volontà dei frati.[xvii] Con l’aumento delle rendite i frati, oltre a completare le fabbriche del convento con il chiostro, decisero di dar principio alla costruzione di una nuova chiesa. Anche in questo caso è evidente la presenza degli Spinelli marchesi di Cirò. È in data 5 ottobre 1612 un contratto rogato in Tarsia con il quale i mastri Salvatore e Marco Antonio Iovene di Tarsia si obbligano a costruire la chiesa secondo i patti stipulati a suo tempo con il frate Clemente Caputo, correttore del monastero della SS. Annunziata dell’ordine di San Francesco di Paola di Cirò.[xviii]

Il 5 ottobre 1612, presso la Curia della terra di Tarsia e davanti al capitano, si costituiscono personalmente i mastri Salvatore e Marco Antonio Iuvene, padre e figlio. Con giuramento essi promettono di obbligarsi alla pena di oncie d’oro 25 d’applicarsi alla marchesale corte di detta terra di fare e fabbricare nel monastero della SS.ma Annunziata della terra di Cirò dell’ordine di San Francesco di Paola come è previsto nei capitoli, patti e convenzioni stipulati tra essi mastri e fra Clemente Caputo, correttore del monastero, tanto in nome suo quanto in nome dei futuri correttori e di tutti i frati che pro tempore saranno in detto monastero. “Essi mastri in solidum promettono conferirsi in detta terra delu Zirò per fabricare la nova Chiesa di d.o convento, cossi come nelli infra.tti capituli vd In p.s ad ogne requisitione di detto Padre ò ogni altro superiore di detto convento che pro tempore sara siano tenuti essi mastri presentarsi et constituirsi nella terra de lu Zirò al convento preditto à fabricare la nova chiesa, verum che siano tenuti detti Padri avesare detti mastri quindici giorni prima, quale fabrica sono remasti d’accordio à lavorarla à raggione di canna dela mensura napolitana con mettere li vacanti per pieni, et darla ben fatta, et ben condittionata, et rivoccata che sara, seu à cazza chiana, et li detti mastri non hanno à mettere altro che l’opera, et arte loro, e, li manipoli à loro spese cossoi delle persone, nel vitto e nel salario dela fatiga: et il simile’intenda di essi mastri, et il detto Padre fra Clemente promette pagare detta fatiga à raggione di carlini otto la canna perche cossi sono convenuti tra essi, et de piu promette stantia et letto per uso di essi mastri et uno letto per li manipoli cio è uno salleni ò casu et tutti li stigli necessarii alla fabrica, lhabia à mettere il monasterio, e che le forme delle cappelle non passino per fabrica, et che le forme grandi dela chiesa siano pagati à ragione di car.ni cinque la canna, et essi mastri siano tenuti sformare verum che volendosi scarpellare ò rivoccare le lamie, resta a dar di pio delli Padri, et occorrendo farli à giornate siano pagate le giornate à detti mastri à carlini cinque lo giorno per tutti d.ti cio, è à venticinq. gra/na, per uno il giorno à spese del monasterio. Promettino de più essi mastri che occorrendo ò volendo detti Padri fabricare altre fabriche cio è residui in detto monasterio farli alla medesma raggione di grana venticinq. lo giorno à spese di detto monasterio; et havendo manipoli detti mastri che siano pagati come si pagano li altri allo paese: et che le toniche siano pagate à grana undici la canna: promette detto Padre reducere tutto lo ammanamento della fabrica intorno et dentro la chiesa e da quaranta palmi incirca lontano et de piu detto padre consigna hoggi docati vinti presentialmente et manualmente alli detti Salvatore et Marco Antoniio à buon conto dell’opera facienda dela chiesa ut s.a et hano voluto per patto expresso che li detti docati vinti non loro seli scompitino insino alla fine dell’opera, et mancando de venire, e prosequire la detta opera, e fabrica insino al fine sia licito ad essi Padri di detto monasterio chiamare altri mastri à spese et interessi di essi Salvatore e marco Antonio, et accordarli à fabricare detta opera ad ogni prezzo che si potra etiam à maggiore dela presente cautela, qualiter dato à spese , danno et interessi di essi mastri Salvatore et Marco Antonio et anche promette pagare tutte le forme dele cappelle et ogni altra lamia che havessero da fare à carlini cinque la canna, avertendo che quelle vacanti se habia da dare per pieni quelli che non arrivano à dudici palmi, et quando se mandano à chiamare che habiano da fatigare almeno uno mese …”.

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La chiesa (foto E. Infantino).

Il saccheggio di Cirò

Il 10 giugno 1707 Cirò subisce il saccheggio da parte dei Turchi. I Turchi sbarcati da dieci grandi bastimenti, penetrano in Cirò ed assediano il castello del principe di Tarsia. Prima che i Turchi possano entrarvi, coloro che vi si erano riparati, per non cadere schiavi, cercano di abbandonarlo buttandosi “dalla fenestra dalla parte di sotto il castello. Il primo à buttarsi fù un religioso de’ i Minimi di Rossano, il quale era qua venuto col suo Padre Correttore che vi rimase schiavo. I saccheggiatori “andarono bensì a d’ar fuoco alla chiesa de’i minori conv(entua)li, ed a fracassare l’altra de’i PP Cappuccini pigliandosi q(ua)nto ritrovarono, fuor che le stole, e i manipoli”. “Un religioso Minimo sentendo il rumore ed il gridar dei Turchi presa la sagra Pisside e tutti gl’altri vasi appartenenti alla sua chiesa se ne fuggì per la parte di sotto del Convento e terminato il sacco tornò indietro ma quantunque havesse trovato il suo convento salvo, portò nondimeno à custodire ogni cosa à Crucoli”.[xix]

 

Liti con l’università e soppressione del convento

Con atto del notaio Luigi Nasca del 6 maggio 1634, San Francesco di Paola fu proclamato principale patrono e protettore di Cirò.[xx] Questo e le numerose rendite provenienti dai censi facilitarono al convento di superare la crisi seicentesca ed a fare del convento dei minimi il più ricco tra i conventi di Cirò. Con l’arrivo dei Borboni e con le nuove disposizioni emanate dal Regno di Napoli, che tassava i beni dei conventi per metà quelli posseduti prima del Concordato del 1741 e per intero quelli acquisiti dopo, e con la riduzione del tasso sulla rendita sul capitale, che dall’otto per cento della fine del Cinquecento si era ridotto alla metà del Settecento al cinque, pur mantenendo ancora il convento una certa floridezza, iniziò la decadenza. Si acuirono anche i rapporti con l’università di Cirò, sempre più indebitata. Dopo la compilazione del Catasto Onciario istituito da Carlo III, nel 1756 il sindaco di Cirò cessò di pagare i 70 ducati annui, che il monastero esigeva dall’università in vigore del pubblico atto del 15 dicembre 1594, quando l’università si era obbligata per il capitale di ducati 1400 concesso dai frati “… essendosi sospeso in vigore dello Stato discusso di docati settanta, che si contribuiva al monastero di S. francesco di paola per l’annualità di capitale di ducati 1400 irrogato in beneficio di questa università fin da tempo immemorabile … si è avuta per tal caggione fin dall’anno 1755 lungo litiggio con detto monastero …”. Il 7 maggio 1759 fu finalmente raggiunto un accordo, col quale i frati rinunciavano alle annualità passate non pagate e l’università versava nuovamente ai frati i 70 ducati annui.[xxi]

 

La fine

Ormai i rapporti tra l’università sempre più indebitata ed il convento volgevano al peggio. Accusati di numerosi abusi, di condure una vita scandalosa e di non osservare alcuna disciplina monastica, i frati furono oggetto di ricorso presentato dai cittadini al re. “Degenerò tanto la monastica discendenza che fu obbligata Cirò ad invocarne e ad ottenerne nel 1770 la soppressione. La valuta de’ beni che furono per Sovrana concessione dati alla Università risultò de’ Paolotti ducati 13171.21, Conventuali 4691.22, Riformati 330.00, Capuccini 222.10”. All’atto della soppressione il convento conservava un vasto patrimonio sia di censi che di fondi, parte dei quali passarono nel 1774 in potere dell’università di Cirò (Difesa di Malocretazzo, S. Biase, Frandina, Falde di S. Elia).[xxii] Le numerose messe che i frati dovevano celebrare come obbligo per i numerosi beni lasciati dai fondatori del convento e dai benefattori erano state praticamente ridotte ad una sola alcuni anni prima dal papa Benedetto XIV.[xxiii]

Soppresso con decreto di Ferdinando IV del 30 ottobre 1770, le fabbriche del convento furono messe all’asta e aggiudicate nel 1777 a Don Benedetto Siciliani.[xxiv]

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In evidenza la località San Francesco.

Note

[i] “Item lassa alla processione de la nunziata et de San Fran.co et corpo di Xpo 0 – 0 – 15. Item lassa lo corpo suo sia sepulto dentro la chiesa de la nunciata fora le mura de detta t.ra 0 – 2 – 0” (ASCz, Not. Cesare Cadea, B. 6, ff. 154, 165, 328).

[ii] SCC. Rel. Lim., Umbriaticen. 1600, f. 125.

[iii] Russo F., Regesto V, p. 110, in nota.

[iv] Fiore, II, 653 (Rist.).

[v] Pugliese G. F., Descrizione, I, 201.

[vi] Russo F., Regesto, 23688.

[vii] ASCZ, Not. Consulo B., busta 8, ff. 352v-353.

[viii] ASCZ, Not. Consulo B., busta 8, f. 353v.

[ix] ASCZ, Not. Consulo B., busta 8, f. 400.

[x] ASCZ, Not. Consulo B., busta 8, ff. 554v-555.

[xi] ASCZ, Not. Consulo B., busta 9, ff. 42v-43r).

[xii] ASCZ, Not. Durande G. D., Busta n. 36, ff. 181-183.

[xiii] ASCZ, Not. Durande G. D., Busta n. 36, ff. 370.

[xiv] Pugliese G. F., Descrizione, I, 206.

[xv] ASCZ, Not. Durande G. D., Busta n. 36, ff. 279 sgg.

[xvi] ASCZ, Not. Durande G. D., B. 36, f. 579.

[xvii] ASCZ, Not. Durande G. D., B. 36, f. 620.

[xviii] ASCZ, Not. Cesare Cadea, B. 6, ff. 173-174.

[xix] Relazione del commissario apostolico. Cirò 12 giugno 1707, Nunz. Nap. 137, f. 300-301, ASV.

[xx] www. ilcirotano. it.; SCC. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684 sgg.

[xxi] ASCZ, Not. Durande G. D., Busta n. 36, ff. 279 sgg.

[xxii] SCC. Rel. Lim. Umbriaticen. 1765; Pugliese G. B., Descrizione cit., I, p. 202.

[xxiii] SCC. Rel. Lim., Umbriaticen., 1763.

[xxiv] www. fattoriasanfrancesco.it

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