Il monastero medievale di S.to Stefano del Vergari in territorio di Mesoraca (sec. XIII-XIV)

mesoraca s. stefano del vergari

Mesoraca, la collinetta su cui sorgeva il monastero di San Stefano del Vergari.

Agli inizi del secolo XIII, Luca abate della Sambucina, spiegava che il titolo del monastero di S.to Stefano del Vergari, derivava dal nome del fiume che scorreva nelle sue vicinanze e facendo riferimento ad esso ed al monastero di S.to Angelo de Frigillo, così si esprimeva: “Sancti Stephani de Abrigaria, quod nomen est fluminis prope ipsas duas ecclesias decurrentis” (Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini pp. 175-179).

Nei documenti medievali ritroviamo il titolo del monastero in due forme principali. La prima è “de Abrigari” o “de Abrigaria”, la seconda è “de Abirgaria”, “de Avirgari” o “de Virgaria”. Sporadicamente sono riportati anche “de Arbergaria” e “de Arbigara” (Pratesi A., cit. pp. 282-284; 335-339). Analogamente si riscontra nella documentazione cinquecentesca dove, ormai venuto meno il monastero, il toponimo nelle stesse due forme di “de Brigari” e “de Virgari”, continuò ad individuare il fiume o fiumara. Secondo alcuni questo nome deriverebbe dalla pianta della “virga” o “vimini” (Salix viminalis) che si ritroverebbe lungo il corso d’acqua.

 

Da monastero greco a grangia cistercense

S.to Stefano del Vergari fu un antico monastero greco che sorgeva in prossimità dell’attraversamento del fiume Vergari, dove passavano importanti vie che collegavano l’abitato di Mesoraca ed altri con alcuni passi sul Tacina, lungo il secolare percorso che facevano le mandrie nel loro andirivieni stagionale tra i pascoli silani e quelli delle marine del Marchesato.

A tale viabilità fanno riferimento le diverse citazioni contenute nella documentazione del periodo svevo, che riferiscono la presenza della “via publica que vadit ad Sanctum Maurum” (Pratesi A., cit. pp. 267-269), della “viam veterem que solebat ire et venire de terra Misurace in casali de Cutro” (Pratesi A., cit. pp. 317-321), e della “viam que solebat ire homines Mesorace ad terras Castellorum et ad turris Tacine” che transitava per “terminum grossum” (Pratesi A., cit. pp. 335-339).

Il monastero compare per la prima volta nel giugno del 1202, nella copia latina di un documento originale greco, con il quale Bartolomeus arcivescovo di Santa Severina, con il consenso del capitolo, concedeva all’abbazia della “immaculate Dei genitricis de Sabucina”, il monastero pertinente alla propria arcidiocesi detto “Sanctum Stephanum de Abrigari quod est in territorio Mesurace”, con il consenso del suo abate “domine Cosme”.

Tale concessione tesa ad assecondare la volontà dell’abate sambucinese Luca di costituire nel territorio mesorachese il futuro “capitale monasterium nostre regule de Cistella”, avvenne attraverso la permuta con tre grangie appartenenti alla Sambucina poste nel territorio di Policastro: “Sanctum Iohannem de Monticello”, “Sanctam Dei genitricis de Cardoiano” e “Sanctum Dimitrium cum casale et vinea quam ibidem tenebat Sanctus Nicolaus de Pinito”. Inoltre, a compensazione dell’annuo censo di tre libre di cera che la chiesa metropolitana di Santa Severina aveva percepito fino a quel momento, per altre tre grangie della Sambucina: “Sancte Marie de Archelao”, “Sancti Angeli de Frigillo” e “Sancti Nicolai de Pinito”, l’abbazia s’impegnava ad indennizzare l’arcivescovo attraverso la cessione di “villanos quatuor in terra Policastri”, con la condizione che, in futuro, l’abate del costituendo monastero fosse obbligato ad intervenire al sinodo diocesano (Pratesi A., cit. pp. 168-175).

Il passaggio all’ordine Cistercense fu duramente avversato dai monaci greci di S.to Stefano che, dovendo difendersi anche dalle mira del signore di Mesoraca, nell’ambito del cui feudo si trovava il loro monastero, fecero ricorso al papa.

Il 4 marzo 1205 Innocenzo III su richiesta dell’ “abbatis et conventus Sancti Stephani de Virgaria” ordinava agli abati di S.to Giovanni Calabita e di S.to Giuliano di Rocca Falluca, di costringere il “nobilis vir Tholomeu de Pallaria diocesis Sancte Severine” feudatario di Mesoraca, a restituire ai greci “prefato monasterio” dal quale egli li aveva espulsi con la violenza, per concederlo ai monaci latini della Sambucina (Pratesi A., cit. pp. 194-195; Russo 540).

Il momento molto travagliato di passaggio al nuovo ordine dell’antico monastero greco è sottolineato dalla corrispondenza papale di questo periodo. Seppure il 26 maggio 1205 Innocenzo III, su istanza di “Petro abbati monasteri Sancti Angeli de Frigilo eiusque fratribus”, prendeva sotto la sua protezione il monastero, confermandone i possessi tra cui quello di “Sancti Stephani de Abrigaria” o “Abirgaria” (Pratesi A., cit. pp. 198-204), lo stesso papa il 31 ottobre 1206 ordinava all’abate di S.to Giuliano di Rocca Falluca, di non tardare a eseguire l’ordine ricevuto e di costringere l’abate di S.to Angelo de Frigillo e già della Sambucina, a restituire ai monaci greci il monastero di “Sancti Stephani de Avirgari”, occupato indebitamente (Pratesi A., cit. pp. 208-209; Russo 545).

Le conclusioni della vicenda ci sono riassunte in un documento posteriore al giugno 1207, dove si evidenzia che Pietro, abate di S.to Giuliano di Rocca Falluca, adempiendo gli ordini impartiti da Innocenzo III, era intervenuto per accertare le ragioni del possesso del monastero conteso e le presunte violenze perpetrate contro i monaci greci di S. Stefano del Vergari, ad opera del defunto Tolomeo di Pallaria feudatario di Mesoraca.

Nel documento, lo stesso Pietro riferisce che nel giugno del 1205, dopo aver ricevuto la lettera dell’abate di S.to Giovanni Calibita che “in facto interesse non poterat”, portatosi in “Genococastrum” alla presenza del vescovo, del conte, e di alcuni “canonicis et militibus”, trovò che il “dominum Tholomeum” era defunto ma, citato il “Grecus qui se dicebat abbatem” che accusava di violenza il defunto, questi con “subterfugiens” evitò di presentarsi. A questo punto, Pietro ascoltò le ragioni dei “monachorum Sabucine” e preso atto del privilegio in loro possesso, decretò che dovessero permanere nel possesso del monastero.

Tre anni dopo aver ricevuto il primo mandato papale, Pietro ne ricevette un secondo e nel mese di giugno del 1207, convocate le parti in “Musuracam que fuit terra defuncti”, il “Grecus qui se abbatem dicebat” ancora una volta non si presentò, ma si presentarono solo i monaci latini. Pietro ascoltò più testi giurati relativamente alle supposte violenze perpetrate contro i monaci greci, tra cui Adylasia “dominam terre, uxorem defuncti domini Tholomei”, la quale testimoniò che né suo marito né “aliquis de domo mea”, aveva commesso alcuna violenza contro i greci e che “quicumque aliud e contra dicere aut iurare vellerent”. A questo punto Pietro dietro il consiglio di “domini Roberti Genococastri cantoris” ed altri “clericorum ac proborum hominum”, ascoltò la voce dell’abate e dei monaci latini della Sambucina e, preso atto dei documenti esibiti, decretò nuovamente, come aveva fatto in precedenza, che il monastero conteso rimanesse nelle mani di questi ultimi (Pratesi A., cit. pp. 209-212; Russo I, 105).

Successivamente il monastero sarà confermato nel possesso di S.to Angelo de Frigillo, sia da parte del papa che dal sovrano. Il 6 marzo 1210 Innocenzo III, su istanza di Pietro abate e del convento di Sancti Angeli de Frigilo, imitando i suoi predecessori, prendeva sotto la sua protezione il monastero e ne confermava i possessi, tra cui la “grangia Sancti Stefani de Abirgaria” (Pratesi A., cit. pp. 241-247). Nel maggio del 1223, da Maida, Federico II imperatore e re di Sicilia, prendeva sotto la sua protezione il monastero di S.to Angelo de Frigillo, retto da Martino abate, con tutte le sue pertinenze, tra cui figura la “domum Sancti Stephani de Abrigaria” (Pratesi A., cit. pp. 312-314).

 

I conti di Catanzaro

Il posizionamento del monastero greco nell’orbita cistercense, nell’ambito del processo di espansione di quest’ordine monastico nella vallata del Tacina, area di cerniera tra le contee di Crotone e di Catanzaro, fu realizzato e favorito dai signori di quest’ultima, come appare da diversi atti.

Nel settembre del 1222, Anselmus de Iustingen, marescalco imperiale e conte di Catanzaro, per la salvezza della propria anima e di quella dei suoi parenti, oltre ad alcune donazioni, confermava all’abbazia di S.to Angelo de Frigillo diverse terre e vigne e concedeva alla stessa, di costruire un casale nel proprio “tenimento”. Il documento scritto dal notaro Friderico risulta sottoscritto, oltre che da Anselmus, da Robertus vescovo di Catanzaro, da Octo fratello del conte, da Gerardus sua sorella e da “Alexander comitatus prefati iusticiarius” (Pratesi A., cit. pp. 309-312).

Nel maggio del 1225 Federico II imperatore e re di Sicilia, su richiesta di Blasio monaco, priore del monastero di “Sancti Angeli de Frigillo”, presentatosi alla curia imperiale a nome dell’abate e del convento, prendeva il monastero sotto la sua protezione, confermandone i possessi tra cui la  “grangiam Sancti Stephani de Arbigara (…) in monasterium Grecum comes Goffredus Rotellus cum comitissa Bertta matre eius, cum molendino et omnibus aliis que vobis donavit comes Ugo (…)” (Pratesi A., cit. pp. 335-339).

Il documento molto frammentario e sospetto di falso, facendo menzione di Goffredo di Loritello e di sua madre la contessa Berta, nonchè delle donazioni del conte Ugo da identificarsi, evidentemente, con il normanno Ugo Falloc conte di Catanzaro, offre dei riferimenti temporali molto anteriori al momento di passaggio del monastero greco all’ordine Cistercense. Anch’esso comunque, permette di inquadrare l’ambito di questo passaggio, nel solco dell’azione dei conti di Catanzaro che, con Goffredo di Loritello, conte di Catanzaro e signore di Luzzi, ritroviamo tra i fondatori del monastero della Sambucina. Questi ebbe un figlio di nome Guillelmus e un nipote, Goffredo di Carbonara o Goffredo di Luzzi, che fu “dominus Lucii et Rocce Bernarde”. Quest’ultimo, signore di Rocca Bernarda al tempo del re di Sicilia Guglielmo II (1166-1189), è ricordato per le numerose donazioni in favore del monastero di Santa Maria della Sambucina, che era stato fondato dai suoi progenitori. Goffredo di Carbonara era ancora in vita nel 1196” (Pesavento A., Breve Storia di Roccabernarda, in La Provincia KR n., 2002).

 

Identificazione del luogo

Seppure nel periodo cinquecentesco e seicentesco la grangia di S.to Stefano non era più abitata dai monaci che l’avevano abbandonata da tempo, il luogo dove essa era sorta ed aveva prosperato durante il medioevo, è segnalato ancora nella documentazione del periodo. In tali documenti si evidenzia che al possedimento originario del monastero, costituito dalle terre feudali della “rangia” poste sulla riva sinistra del fiume Vergari, dove passava la via pubblica, si erano andate sommando nel tempo altre acquisizioni.

La costituzione di un patrimonio formato da possedimenti feudali e non, determinerà il sorgere di questioni e dispute perché, sia i Cistercensi che i feudatari di Mesoraca, in relazione ai propri interessi, cercarono di attribuire a detti beni lo stato che più gli conveniva al momento.

Tra i cespiti feudali di Giovan Battista Spinelli nel territorio di Mesoraca risultanti dal relevio relativo alla successione del padre Troiano, presentato alla Camera della Sommaria nel dicembre del 1567, si riporta: “Grani delle terre della Raugia, Battaglia, Bolgnaci et S. Stefano e censi in grano tomola 41,5 che alla raggione de carlini 4 a tomolo sono d. 16.3” (Caridi G., Decime Ecclesiastiche e diritti signorili sui pascoli nel territorio di Mesoraca nei secoli XVI e XVII, in Archivio Storico per La Calabria e la Lucania anno LI 1984, p. 44.).

Tra i possedimenti del Principe della Scalea riportati nell’apprezzo del 1574 sono annotati: “Terre pezzi 4 loco ditto lo piano de larangi foro del q.m Ger.mo genuise (…) sal. 6 (…); Terre a larangi foro del q.m Antonio Calio con due molina macinanti salmate 4 chiamate le molina de larangi (…); Terre a larangi comprate da Sarra de Molinaro e m.o Giulio de Abrigl(ia)no (…) salmate 2 (…); Terre a larangi foro di donno Cola fanzanello (…) salmate 6 (…)”. (AASS, Apprezzo della Terra di Mesoraca fatto il 14 Maggio 1574, Volume del Fondo Arcivescovile 7A).

La presenza dei due mulini e di alcune terre circostanti nel luogo detto “La Grangia”, quali beni di natura burgensatica posseduti dal feudatario, è evidenziata da una fede della Regia Camera della Sommaria di Napoli del 1581, dove verteva lite tra l’università di Mesoraca ed il feudatario in merito al riconoscimento dello stato di alcuni beni fondiari siti nel proprio territorio. Nel relativo elenco si riporta: “Item due molina e terre circum circa burg.ce site dove si dice la rangia dentro detto terr.o di Mesuraca iuxta lo fiume de burgari, e le terre di franco de Giglio e la via publica”. (AASS, Apprezzo della Terra di Mesoraca fatto il 14 Maggio 1574, Volume del Fondo Arcivescovile 7A).

Viceversa, la natura feudale delle terre vicine ai mulini, e poste tra l’acquaro di quest’ultimi ed il fiume, nel luogo dove questo creava una “volta”, risalta da un contratto di affitto stipulato tra Gabriele Longo governatore della terra di Mesoraca e procuratore dell’Ill.mo Duca di Gallese, utile signore della terra di Mesoraca da una parte, e Vinzalao Fera e Antonio de Soda del casale di Cellara pertinenze di Cosenza dall’altra, relativo all’erbaggio del corso della Rotonda per l’anno 1585.

In tale documento oltre ad essere descritti i confini dei terreni interessati dall’affitto, si descrivono le aree interdette al pascolo. “(…) lo territorio et curso detto e nominato la Rotunda posto nelle pertinentie di Mesoraca confine l’Albano, confine Diporto et lo fiume di Virgari e lo vallone che discende dall’Agrillo et sine include la gabella che fu di Paolo di Tacina che la tiene l’herede di Giovanni Venneri confine le serre serre di S.ta Cuaranta, et altri confini soliti, e consueti con tutti li vacanti di l’Albano, e diporto che sono gabelle dela Corte, e la gabella di Martoro che non si faccia maijse dal mag.co Marcello Caivano preservando la vota del’Arangi ch’è fra l’acquaro et lo fiume di Virgari che rimane per la Corte, et volsero che il prato dell’auni non si possa lavorare per la Colla di Vissota, et alle manche che non si lavori dalla Colla a pendino franca di bagliva di Decima et ogni altra cosa, et Angaria (…)” (AASS, Volume del Fondo Arcivescovile 14A).

Il possesso di queste terre da parte della corte di Mesoraca, si evidenzia ancora in un atto del 1660, dal quale si rileva che D. Antonio Nicotera possedeva un patrimonio di cui faceva parte un pezzo di terra nel luogo detto “lo Piano dell’Arangia prope Agrum Curie Ducali” (AASS, Volume del Fondo Arcivescovile 37A).

Ancora oggi sopra una collina nei pressi del fiume Vergari, in località “Erbebianche”, nelle vicinanze di una sorgente, si rinvengono diversi frammenti ceramici ed altro materiale fittile sparso sul terreno che individuano il sito del monastero.

 

Le terre della grangia

Con il passaggio sotto il controllo di S.to Angelo de Frigillo i possedimenti originari della grangia di S.to Stefano presso il Vergari si arricchirono attraverso le donazioni.

Nel luglio 1213, al tempo del dominio feudale di Andrea de Pallaria, Guglielmo figlio del canonico Raone, avendo in precedenza ceduto all’abate Pietro di “Sancto Angelo de Frigilo” la sua parte della vigna di S.to Marco in cambio di una vigna dove si dice Frassinitum, a suo tempo concessa all’abbazia da un giustiziere, seguendo l’esempio di Michele suo fratello che, in punto di morte donò per la propria anima all’abbazia la sua parte della vigna di S.to Marco, concedeva per l’anima propria alla medesima abbazia la vigna ricevuta nello scambio, riservandosi vita natural durante il possesso e l’usufrutto (Pratesi A., cit. pp. 251-253).

Nel dicembre del 1230, nel documento scritto da “Bisancii monachus Sancti Angeli de Frigilo”, il “presbiter Peregrinus protopapa Mesurace” per concessione di “Peregrine” sua moglie e dei figli, donava per l’anima propria al monastero di “Sancti Stefani de Abirgaria”, la terza parte delle terre che possedeva “in loco qui dicitur Sanctus Iulianus” e un appezzamento un tempo piantato a vigna “in loco Frassinetum iusta fontem iudicis Michaelis.” (Pratesi A., cit. pp. 366-368).

Dalla documentazione cinquecentesca e seicentesca si evidenzia che, a quel tempo, l’abbazia di S.to Angelo de Frigillo possedeva delle terre sia sulla sponda destra che su quella sinistra del fiume Vergari, dove i toponimi: “S.to Stefano”, “Manche di S.to Stefano” e “Destre di S.to Stefano”, richiamano quelli che erano stati gli antichi possedimenti della grangia medievale che presidiava l’attraversamento di questo corso d’acqua.

Da quest’ultima parte, tali terre confinavano con il corso di Jinò, come si rileva da un atto del 1581: “Item un’altro territorio chiamato pino (sic ma “jino”) di moija cinquecento in circa sito dentro detto territorio di Mesuraca iuxta lo territorio de Policastro, e le terre de l’Abbatia di S.to Stefano” (AASS, volume del Fondo Arcivescovile 14A).

In un contratto di affitto stipulato tra Gabriele Longo governatore della terra di Mesoraca e procuratore dell’Ill.mo Duca di Gallese utile signore della terra di Mesoraca da una parte, e messer Cola Francesco di Bona e Gio Maria Giacco di Aprigliano casale di Cosenza dall’altra, relativo all’erbaggio del corso di Jinò per l’anno 1586, sono descritti i confini dei terreni interessati dall’affitto che, in corrispondenza con i limiti del corso della Rotunda, confinano con “le manche di S.to Stefano”:

“… lo terr.o d.to e nominato de Jenò con tutte le gabelle di particolari che si trovano dentro quali remaneno che se l’accommodi la Corte et la metà di questo modo per la colla di lavaturo la via pp.ca et mitte alla Conicella et per la via pp.ca et escie alle timpe grandi et si mette alla via pp.ca et allo timpone di S.ta Maria di Mezagosto la via via et mitte allo vignale di franc.co di Rosa e frate lo vallone a pendino che divide le manche di S.to Stefano, et confine le terre di Paolo di Tacina che sono deli Venneri perché vanno con la Rotunda confina la terra dela mendola confine la gabella dela Sig.ra Julia et S.ta Cuaranta confine Baudino e per lo vallone di baudino confine con la gabella di D. Ascanio Jnfosino la via pp.ca che escie allo timpone di S.to Pietro et mitte alla via pp.ca et conclude alla colla di lavaturo reservando le vigne se ritrovano dentro d.to terr.o” (AASS, volume del Fondo Arcivescovile 14A).

Nella platea dell’abbazia di S.to Angelo dell’anno 1603 si rileva: Vigne e terre contigue dell’abbazia di S.to Angelo di Frigillo di circa sette tomolate possedute dal chierico Gio Domenico Cappa in loco detto S.to Stefano che furono di Luca Russo, confine la Fontana delli Vergari e le Destre di S.to Stefano; Tenimento di terre dell’abbazia di S.to Angelo di Frigillo detto le Destre di S.to Stefano che tengono in fitto Masi Parretta e Francesco Brizzi, confine lo comune dell’università mediante la via pubblica e la fiumara di Vergari; Vignale dell’abbazia di S.to Angelo di Frigillo posseduto da Gionfrida Provenzano in pede le Manche di S.to Stefano che fu di Gio Ferrante Lofino; Tenimento di terre dell’abbazia di S.to Angelo di Frigillo detto le Manche di S.to Stefano che tiene in fitto Gio Paolo Salerno, confine lo vallone di S.ta Maria di Mense Augusto, lo bosco (…). (AASS, Cartella del Fondo Arcivescovile 124B).

Anno 1629: “Nelle manche di santo stefano, Troiani, et caldarari (…)”; (…) manche di s.to stefano et troiani (…)”;“(…) così della Ruca et Rivoti, come di s.to stefano et Troiani nel curso della rotunda (…)” (AASS, volume del Fondo Arcivescovile 8A).

L’anno poi 1648 Mattheo Capicchiano con d.i Compagni senza il d.o Gio Pietro e Filippo di Cosenza tenero le loro pecore nel Territ.o di S. Stefano dentro il Curso di Misuraca et io medesimo l’affittai d.o Terr.o come affittatore di S. Angelo in francillo diedi e d.o Terr.o e pure pagorno la x.ma et è Camera Chiusa” (AASS, volume del Fondo Arcivescovile 7A).

Alla fine del Settecento, tra i beni appartenenti alla Badia di S.to Angelo de Frigillo troviamo: “gabelle di S.to Stefano e Formicusa in territorio di Mesoraca” (Spinelli F., Le Origini di Filippa, 1997).

 

Feudo e feudatari

Come è stato già evidenziato, la natura feudale delle terre su cui era sorto originariamente il monastero greco portò, già in antico, all’aprirsi di vertenze tra l’abbazia e gli altri poteri locali, in relazione al fatto che, sia i Cistercensi di S.to Angelo che i feudatari di Mesoraca, cercarono di far passare tali beni per feudali o per burgensatici secondo la loro diversa convenienza del momento, in maniera da evitare i pagamenti e le prestazioni.

Ne è un esempio il caso che coinvolse il castello di Santa Severina alle cui spese di manutenzione dovevano concorrere tutti i feudatari i cui feudi ricadevano nell’ambito soggetto al castello stesso.

Nel marzo del 1240 il “dominum Goffredum de Roccabernardi” ed il “iudicem Stephanum de Cutrono”, su mandato di “Iohannis Vulcani de Neapuli provisoris imperialium castrorum” dal fiume Salso fino alla “portam Roseti”, conducevano per conto della curia imperiale un’inchiesta tendente ad accertare se l’abbazia di S.to Angelo de Frigillo, “pro grangiis et tenimentis suis que possidet in tenimento Sancte Severine, aut pro grangia Sancti Stephani de Abirgaria”, fosse tenuta a concorrere al riparo ed alla fornitura di servizi riguardanti l’ “inperialis castri Sancte Severine”. Da tale documento si apprende che già in precedenza, e precisamente “eo tempore quod dominus noster serenissimus inperator ad partes ultra marinas transfretavit” (28 giugno 1228 – 10 giugno 1229), il “frater Burrellus tenplarius” ed il “frater Rogerius hospitalarius”, “magistri et provisores inperialium castrorum”, avevano condotto un’analoga inchiesta, interrogando testi giurati nella stessa Santa Severina e negli abitati che erano tenuti a fornire prestazioni riguardanti il castello, cioè: “in casale Sancti Mauri”, “in casale Sancti Iohannis de Monacho”, “in casale Cutri”, “in Rocca Bernardi” ed “in Mesuraca”. In entrambi questi episodi però, sibillinamente, tutti i testi avevano riferito di non essere a conoscenza dell’esistenza di un tale obbligo da parte dell’abbazia (Pratesi A., cit. pp. 399-403).

Questioni coinvolgenti lo stato dei beni fondiari posseduti dalla grangia, si rilevano ancora nella seconda metà del Cinquecento, nell’ambito dei contrasti sorti tra gli arcivescovi di S.ta Severina ed i feudatari di Mesoraca in relazione alla riscossione delle decime nei corsi dell’arcidiocesi.

Dalla corposa documentazione dei relativi processi, siamo a conoscenza del fatto che, a quel tempo, verteva una lite presso la Camera della Sommaria di Napoli tra il principe e l’università di Mesoraca, che quest’ultima aveva mosso perché chiedeva che fosse riconosciuta la natura burgensatica di alcuni possedimenti del feudatario. Di conseguenza, l’università pretendeva che i beni in questione fossero inseriti nel catasto universale, in maniera che il feudatario contribuisse ai pagamenti fiscali. Questi invece, si riteneva esente dal pagamento perché attribuiva uno stato feudale a detti suoi beni. Tale riconoscimento, tra l’altro, avrebbe consentito all’arcivescovo di esigere le decime sui pascoli dei territori interessati. (AASS, volume del Fondo Arcivescovile 7A).

 

Decadenza ed abbandono

Attorno alla metà del secolo XIII troviamo il castrum di “Mesuratae” feudo del conte di Catanzaro Petro Ruffo. La concessione effettuata dall’imperatore Federico II, sarà rinnovata dal figlio e successore Corrado IV. Il  7 ottobre 1254 Innocenzo IV, per l’aiuto dato alla chiesa, prendeva sotto tutela il conte di Catanzaro Petro Ruffo di Calabria, confermando le concessioni e le donazioni di Federico e di Corrado, che comprendevano la contea di Catanzaro, il castrum di Mesoraca ed il feudo di Rende (Russo F., Regesto, 873). Durante il periodo angioino ed aragonese il feudo di Mesoraca seguirà le vicende dei Ruffo, conti di Catanzaro.

La presenza del monastero di S.to Stefano si rileva ancora nei primi anni del Trecento. In una  “Platea”, compilata da Johannes de Johiero de Catanzaro e da altri su mandato del conte di Catanzaro, è richiamata ancora la presenza della “ecclesiam S. Stefani” che si trovava lungo la via pubblica, nella parte più meridionale del territorio di Mesoraca, verso il confine con il territorio di Belcastro. “(…) ad vallonem qui dicitur de Brocuso et per ipsum vallonem vadunt ad culturam que dicitur E.mi Theusararii fors. Mur. et ascendunt recte ad terras Bichone et descendunt per ipsam ad locum qui dicitur Brulleto ad viam publicam et per ipsam viam vadunt ad ecclesiam S. Stefani et descendunt per ipsum vallonem versus septentrionem limitando tenimentum Mesorace a parte meridiei ad finorum que dividitur tenimentum Mesorace a tenimento Genicastri seu Belcastro (…)” (ANC. 158, 1634, 71).

Nella seconda metà del secolo XIV però, tra il 1376 e il 1398, sulla scia dell’ormai irreversibile decadenza dell’abbazia di S.to Angelo de Frigillo e dell’ordine stesso, la grangia risulta affidata ad un curatore (Pratesi A., cit. XXXVII). L’otto gennaio 1398 “apud terre Meserate”, in un atto si costituisce “Alibertus divina providentia episcopus Strengulensis et administrator bonorum eclesie monasteri Sancti Angeli de Frigillo et curator grangie Sancti Stefani” (Brasacchio G., Storia Economica della Calabria II, pp. 353-354; Pratesi A., cit. p. 458-460). Successivamente, non si hanno più notizie di una vita attiva da parte del monastero che continuò a seguire le vicende dell’abbazia di S.to Angelo. Durante il regno aragonese quest’ultima fu data dal papa in commenda e per tale motivo, ben presto fu abbandonata dai monaci. (Pesavento A., Il monastero di Sant’Angelo de Frigillo presso Mesoraca (dal ripristino alla soppressione), in La Provincia Kr nr. 49-50/2001).

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