La cappella di San Dionisio nel regio castello

La chiesa di San Dionisio era nel regio castello. Vi si celebravano le messe, si amministravano i sacramenti e trovavano ultima dimora i soldati, i loro familiari e coloro che risiedevano in quella piccola cittadella (1).
L’accesso ad essa era quindi riservato a coloro che facevano parte del presidio regio (o in tempi antichi ai militi e ai familiari del feudatario).
Anche se ci appare per la prima volta nel cinquecento (2) la sua fondazione deve essere stata certamente precedente infatti essa era l’unica chiesa di Crotone dedicata al suo patrono.
Il Nola Molisi tramanda che già al suo tempo “nel castello quando si và alla Cappella, ò vero Chiesa di S. Dionisio, si vedeno due base di colonne” con queste iscrizioni:
“Futiae Lollianae filiae piissimae/ C. Futias onirus Iter MII. Vir/ Item dedit Decurionibus HS.X.N/ Ut ex usuris eorum quotquot annis/ VII. Idus Aprilis natale Filiae meae/ Epulentes confrequentetis. HSCCCC.H./ Et in P.R. Q. fusione eius HSCCN./ Neque in alios usus convertatis”
“Lollio L. F. L. N. L. P. R. N. Cor./ Lollio Malciano equo Publ. ornato/ Patrono columnibus Lion functo/ Futia C. F. Longina Mater ob/ Cuius statuae Dedicationem Decurionibus/ Augustalibus epulantibus C. Populo viritim/ Divisionem Dedit, L. D. D. D.” (3).
L’autore della “Cronica” non ci indica né la loro provenienza né quando esse furono collocate nella chiesa.
I due basamenti a forma di parallelepipedo rettangolo con le due iscrizioni, una funeraria dedicata da un padre alla figlia, e l’altra onoraria, dedica di una madre al figlio eletto cavaliere romano, nell’Ottocento furono tolte per ordine del Ricevitore del Registro e mandate al museo provinciale di Catanzaro (4) dove ancora oggi si trovano.
La chiesa con sacrestia e campana (5) era situata al centro del castello, vicino alla torre Marchesana (6) ed alla abitazione del castellano.
Da un inventario compilato nel dicembre 1732 si ricava che era fornita delle seguenti suppellettili sacre : “Un quadro grande nell’altare coll’immagine della SS. Concettione, S. Dionisio e S. Antonio de Padua con cornice nera antico. Un altaretto di pietra fabricato nell’altare. Un calice con sua patena d’argento col piede d’ottone indorato di pochissimo servitio. Una pisside d’argento con suo coperchio di sopra col piede d’ottone. Una pace di rame coll’immagine della SS.ma Annuntiata vecchio. Un campanello d’ottone rotto e di nessun servitio che serviva per l’altare. Una campanella di metallo piccola serve sopra la porta della sacristia rotta e di poco servitio. Un lampiero d’ottone con sua lampa di vetro. Una fonte di pietra per battesimo antica. Un tabernaculo d’argento col piede d’ottone per esponere il SS.mo Sacramento di poco servitio. Un incensuorio d’argento con sua navetta e cucchiarella usata. 4 Avant’altare di damasco, cioè rosso, bianco, violato et verde. 4 pianete dell’istessa maniera. 4 coscini dell’istessa maniera. 4 sopracalici di taffità dell’istessi colori. 2 cammisi di tela con loro ammitti e cordoni. 4 palle, 4 corporali, 2 tovaglie di tela per l’altare, un messale, un messaletto, un rituale, un sicchietto con suo aspersorio d’ottone. 6 frasche inargentate, 6 graste indorate, 6 candilieri indorati, un’ombrella di damasco rosso, un campanello d’ottone per l’altare” (7).
Anni dopo alcuni anziani della città testimoniarono che in essa “v’era il tabernacolo ove si conservava la pisside con le sacre particole, anche per uso dell’infermi di detto regio castello ed in ogni anno v’andava la processione per la visita del sepolcro nel giovedì santo e nella medesima cappella non solo vi stava l’oglio santo per l’infermi secolari, m’anche il fonte battesimale per battezzare li bambini nascevano dalle persone abbitanti in questo medesimo regio castello et attualmente vi sta detto fonte battesimale, senza però dett’acqua. In oltre vi stava la pisside, sfera, ostensorio, incensiero e navetta d’argento, come vi sono presentemente. Non vi è stato latrocinio alcuno di pisside, ostensorio, incensiero o d’altro suppellettile della medesima chiesa in cui vi stanno situate tre sepolture con le loro lapidi di sopra, una per uso dei castellani passati et pro tempore, una per li Sig,.ri aggiutanti del med.mo castello e la terza per uso della gente abbitante nello stesso castello e ne muri di detta chiesa vi stanno pure descrizzioni in marmo fatte formare e ponere ivi da passati castellani come al presente si vedono e finalmente nella chiesa sud.a vi è la sacrestia formata a dovere per uso e conserva dell’utensili di quella” (8).
Essa fu lesionata dal terremoto del 1832 e di essa ora non rimane traccia.
In seguito un’altra chiesa trovò posto nella cortina sud nelle vicinanze del baluardo San Giacomo. Anche quest’ultima fu in seguito demolita.
Difficile risulta quindi datare la fondazione della chiesa non rimanendo alcun elemento architettonico e probabilmente solo una indagine archeologica potrà dare qualche risultato.
Le prime notizie sull’esistenza di una chiesa nel castello risalgono alla fine del Duecento al tempo della dominazione angioina.
Sappiamo che allora il castello fu concesso da re Carlo I d’Angiò al cavaliere Goffroi de la Polle e la sua guarnigione era composta da un cappellano e quindici servienti (9).
Il primo documento che ci indica l’esistenza di una “ecc.a S.ti Dionisii” è invece di datazione molto più recente.
Il 22 luglio 1565 vengono annotate spese per oltre 500 ducati per “acconcio del regio castello di Cutrone” che riguardavano la sistemazione delle case dove risiedevano i soldati, il magazzino per le munizioni, la casa dove si ripone l’artiglieria, legnami e la chiesa di San Dionisio. Sempre in quell’anno viene acquistata una mula per il centimulo o “molendino pulveris” e si ripara la cisterna rotta .
Sempre in quell’anno componevano la guarnigione del castello il castellano, il vicecastellano, i bombardieri, il monizionero, il cappellano, il porticario, il tamburro, il mulinaro e parecchi altri soldati (10).
A fine Cinquecento sorsero alcune controversie tra il cappellano del regio castello ed i vescovi della città.
Liti che da allora accompagneranno l’esistenza della piccola chiesa di San Dionisio.
Una questione riguardava il fatto se nella chiesa del castello si potessero o no conservare i sacramenti.
La Sacra Congregazione investita del caso nel 1592 al tempo del vescovo Claudio de Curtis (1592-1595) tramite lettere provvisionali sentenziò che il cappellano della chiesa di San Dionisio doveva prendere i sacramenti da amministrare ai soldati ed alle persone dimoranti nel castello dalla cattedrale (11).
Ciò fu osservato per diversi decenni.
Un’altra lite riguardava la giurisdizione sulla chiesa e quindi se essa fosse o no soggetta alla visita del vescovo della città e chi dovesse celebrare in essa.
Su questa questione sorse una asperrima disputa e per molti anni la chiesa non fu visitata dal vescovo (12) ma all’inizio del Seicento i vescovi riuscirono a far valere il loro potere.
Ciò si ricava dalle relazioni del vescovo Thomas de Montibus (1599-1608) che nel 1603 così si esprime: Nel regio castello c’è la chiesa di San Dionisio, in essa le messe sono celebrate da sacerdoti della cattedrale. I sacramenti per i soldati e per coloro che abitano nel castello sono presi dalla cattedrale “ac visitatur d.a ecc.a ab ordinario et nos illam visitavimus” (13) e nella successiva di tre anni dopo poteva affermare “nos vero Deo adiuvante sine ullo contradictore illam anno quolibet visitavimus” (14).
Altro oggetto del contendere era se il cappellano del castello dovesse o no essere approvato dal vescovo.
Nei primi decenni del Seicento troviamo che la chiesa del castello è servita da un prete approvato dal vescovo che ha la cura del centinaio di anime che vi abitano (15).
Affianca il regio capellano anche un sacrestano, che assieme al castellano , al tenente , al medico, al barbiero, agli artiglieri, al monitionero, al portiero, al tamburro, al carpentero, al ferraro, allo scrivano de ratione e ai soldati costituisce la guarnigione (16).
La chiesa non aveva proprietà e alla sua manutenzione, come anche a quella degli altri edifici del castello, vi provvedeva la Regia Corte.
Il “parocho” del castello per il suo mantenimento poteva contare oltre che su una pensione anche su qualche lascito per messe in suffragio quasi sempre fatto in suo beneficio dai militari in punto di morte (17).
Se nella prima metà del Seicento sembrava che il cappellano della chiesa di San Dionisio e coloro che dimoravano nel castello fossero ormai soggetti pienamente alla giurisdizione vescovile, in seguito sorsero delle liti.
Dopo un lungo ed aspro dissidio alla fine di ottobre del 1668 fu raggiunto un accordo tra i soldati del castello, il vescovo ed il Capitolo della cattedrale.
Fu stabilito che alla morte di un soldato, o di sua moglie, ogni soldato avrebbe versato due carlini.
Con metà della somma si sarebbero celebrate messe in cattedrale per l’anima del defunto o defunta.
Dell’altra metà dieci carlini spettavano al vescovo per il suo jus, cinque carlini al Comune, quattro carlini al tesiriere della cattedrale per il jus della campana e un carlino al sacrestano.
Il rimanente sarebbe stato diviso tra i sacerdoti che avrebbero accompagnato il defunto o defunta nella sepoltura scelta (18).
Se i soldati, castellano ed ufficiali compresi, avevano dovuto cedere e riconoscere i diritti della gerarchia ecclesiastica della città, ciò non valse per il cappellano.
Il vescovo Marco Rama (1690- 1709) alla fine del Seicento, sebbene fosse riuscito a ridurre a miti consigli il parroco regio di Santa Maria de Prothospatariis, Giovanni Millucci, dapprima chiudendolo nelle carceri e poi costringendolo alla visita (19), lo stesso non riuscì a fare con il cappellano regio del castello.
Egli infatti a malincuore doveva prendere atto che nel castello c’era una cappella con cura delle anime e nonostante che per i sacramenti essa ricorresse alla cattedrale, in quanto non vi era né il tabernacolo della SS.ma Eucarestia, né la fonte battesimale né gli oli sacri, essa dipendeva dal cappellano maggiore del regno che sceglieva anche il cappellano ed inoltre essa non era soggetta alla sua giurisdizione (20).
A quel tempo la guarnigione del castello, comprendente un castellano, alcuni ufficiali e soldati, superava la quarantina e vi erano un cappellano, Giuliano Villaroya, ed un sacrestano, Domenico Ursano (21).
Il Villaroya, che abitava nelle case del castello vicino alla nuova grande cisterna, non accumulò proprietà ma solamente “qualche comodità di beni mobili” in quanto visse del solo “soldo” che gli spettava come regio cappellano assieme alla nipote, che lo serviva, gli governava la casa e ne divenne l’erede (22).
Durante il vescovato di Anselmo de la Pena le cose non erano mutate di molto infatti nella chiesa si conservavano solamente gli oggetti per amministrare i sacramenti (sacramentalia) (23).
Il vescovo successivo Costa invece affermava che nella chiesa non vi erano “nec sacramenta, neque sacramentalia” e che il cappellano invadeva la giurisdizione vescovile, ascoltando le confessioni fuori dal castello e impartendo assoluzioni a casi riservati all’ordinario (24).
Morto il Villaroya, era stato infatti nominato cappellano del castello Agostino Beltrani, di Strongoli, figlio di padre incerto, ordinato in giovane età sacerdote nel 1715.
L’anno dopo in una rissa di caccia aveva ucciso Domenico Sorace e fu perciò condannato dal giudice alla pena dell’esilio per dieci anni.
Pena tuttavia che egli non sconterà che in minima parte tanto che continuò ad abitare a Crotone.
Lo ritroviamo infatti alla metà di giugno alla torre di Fasana, assieme al castellano Gio. Ramirez Y Arellano ed ad Annibale Berlingieri, dove incontra il congiunto, il fisico Paulo Antonio Beltrami, governatore di Strongoli, nel tentativo di appianare alcune liti (25).
Tuttavia nel dicembre 1720 un decreto della Congregazione Conciliare pur condonandolo lo sottopose ad esercizi spirituali ed a penitenza e gli proibì di risiedere e di celebrare nella località dove aveva commesso il delitto.
Se ne andò perciò a Catanzaro dove due anni dopo un altro decreto lo sciolse anche da quest’ultimo obbligo (26).
Nel marzo 1724 lo ritroviamo a Crotone dove pratica la professione di famiglia di “dottore fisico” (27).
Ottenuta la carica di regio cappellano curato del castello, il Beltrani dapprima godette la benevolenza del vescovo e degli ufficiali ma poi sorsero forti contrasti tra il cappellano da una parte ed il vescovo e il castellano (28) dall’altra.
Quest’ultimo infatti per creare disturbo fa suonare il tamburo di notte , alla mattina presto e durante la messa determinando le proteste del cappellano che si rifiuta di celebrare e se ne sta fuori dal castello dalla mattina fino a notte tarda, così che si deve ricorrere ad un altro sacerdote per celebrare la messa per i soldati (29).
Il Beltrani, che coprirà la carica cappellano del castello per molti anni (30) e farà fortuna soprattutto “praticando” la professione di medico (31) e facendo l’usuraio (32), ben presto prenderà dimora in un palazzo vicino alla chiesa di San Vincenzo Ferreri (33).
Durante il viceregno austriaco vennero fatti numerosi lavori nel castello, rinnovando anche il tetto e la copertura della chiesa (34).
La situazione, per quanto riguarda il sacro, rimase inalterata e ancora al tempo del vescovo Mariano Amato (1757- 1765) sia le chiese parrocchiali che il sacello del regio castello, eccettuata però la chiesa di Santa Maria de Prothospatariis, non avevano nè il tabernacolo della SS.ma Eucarestia, né la fonte battesimale, né conservavano i sacri oli, ma dovevano provvedersi di tutto ciò che serviva per amministrare i sacramenti dalla cattedrale (35).
Tuttavia al suo insediamento il vescovo crotonese Giuseppe Capocchiani (1774- 1788) annotava che oltre alle chiese parrocchiali della città vi era all’interno del castello un’altra chiesa parrocchiale, dove si conservava il sacramento della SS. Eucarestia, l’olio degli infermi e la fonte battesimale e si esercitava la cura delle anime dei soldati e dei residenti. La chiesa di regia collazione tramite l’organo del cappellano maggiore era esente dalla giurisdizione del vescovo, eccetto che per quelle cose che riguardano la retta amministrazione dei sacramenti.
Quando rimaneva vacante si provvedeva dal cappellano maggiore non per concorso ma per esame (36).

Note

1. Muore l’aiutante del castello T. Gervasi ed “è seppellito nella chiesa grande di questo Regio Castello, con ogni solennità, e decoro, con accompagnamento di tutti l’officiali e religiosi con più scariche di focili, colla celebrazione di quantità di messe basse e cantata”, ANC. 1324, 1763, 70- 72.
2. Libro de Morti, AVC.
3. Nola Molisi G.B., cit. pp. 102-103.
4. Sculco N., Cit., p.68.
5. Nel castello vi erano nel 1630 una campana grande per la porta e tre piccole : ”una nel belguardo S. Jac.o e l’altra di s.a la chiesa di S. Dionisio e quella di S.ta Maria sta rotta”, ANC. 118, 1630, 45v.
6. “..nel Turrion quellaman la marquesana adonde se halla la Iglesia..”, Valente G., Difesa costiera e reclutamento di soldati in Calabria Ultra al tempo del vicario Giovan Tomaso Blanch, Napoli 1963, p . 617.
7. ANC. 664, 1734, 61-71.
8. ANC. 917, 1770, 63.
9. “Goffroi de la Polle, chevalier, chastelein de Cotron, qui n’a point de terre ou Regne ouquel chastel sont chapelein et quinze serjanz”, Reg. Ang. Vol. XXI, 1278/1279, p.215.
10. Tesorieri e Percettori di Calabria Ultra, Vol. 4087, anno 1564/1565, ff. 67,68 ASN.
11. Rel. Lim. Crotonen. 1631, 1640.
12. Rel. Lim. Crotonen. 1606.
13. Rel. Lim. Crotonen. 1603.
14. Rel. Lim. Crotonen. 1606.
15. Rel. Lim. Crotonen. 1610.
16. Nel 1684 era regio cappellano Paulo Rigitano e Pelio Petrolillo sacrestano, ANC. 337, 1684, 177- 178.
17. D. Casanova possiede una vigna su cui grava un peso d’annui duc.5 e tari 1 per capitale di ducati 65 che deve al cappellano del castello D. Paulo Rigitano, il quale beneficia di un legato per la celebrazione di tante messe per l’anima, lasciatogli dal tenente del castello il fu alfiere Gasparo Badia, ANC. 336, 1689, 105 ; 659, 1715, 42.
18. ANC. 313, 1668, 265.
19. Nel 1691 Il regio parroco di Santa Maria de Prothospatariis era rinchiuso nel carcere vescovile, ANC. 337, 1696, 12.
20. Rel. Lim. Crotonen. 1693, 1700,1706.
21. Giuliano Villaroya era stato in precedenza parroco di Santa Veneranda da cui si era dimesso prima dell’aprile 1693. Nel 1707 risulta cappellano del castello, Russo F., IX,201 ; ANC. 497, 1707, 48- 49.
22. Il 17 marzo 1723 il cappellano del castello Giuliano Villaroya fa testamento in favore della nipote, ANC. 661, 1723, 53.
23. Rel. Lim. Crotonen. 1722.
24. Rel. Lim. Crotonen. 1727.
25. Il 14.6.1718 Agostino Beltrano “della città di Strongoli commorante in Cotrone” va alla torre di Fasana dove incontra il fisico Paulo Antonio Beltrami di Strongoli, ANC. 660, 1718, 76v-77r.
26. Russo F., Regesto, X, 79, 114, 207, 223, 242.
27. Il 29 marzo 1724 Agostino Beltrani di Strongoli e Domenico Venturi di Santa Severina, dottori fisici residenti a Crotone, affermano che il governatore della città Diego dela Guardia nel dicembre 1723 “s’infermò con due terzane continue accompagnate da molti sintomi maligni” con grave pericolo della vita, ANC. 662, 1724, 59.
28. All’atto di consegna del castello al nuovo castellano venivano consegnate le chiavi della “porta maggiore, della porta secreta di soccorso, del caracò, delle monitioni così di bocca come di guerra, del palazzo o quartiero dove sole abitare il castellano, delle carceri, della cappella di S. Dionisio, dell’archivio”, ANC.663, 1730, 138- 141.
29. 28.7.1749. Alcuni soldati testimoniano in favore del castellano Carlo Gola e di sua moglie Maria Roma : “che ne il medesimo signor castellano, et tanto meno detta Sign.ra Maria abbia dato menoma caggione di disturbo o trapazzo al Rev. D. Agostino Beltrani, cappellano del sud. Regio castello dal giorno che lo stesso venne ad abitare nel medesimo anzi è stato trattato con stima ed amorevolezza con essersi toccato il tamburro dal predetto tamburrino il giorno nell’ore che vengono prescritti nelli regolamenti militari e la notte, non si è mai toccato il tamburro ma all’ora venti quattro ogni giorno, et indi la ritirata, verso le due in circa, quando si è serrata la porta grande del sudetto castello et qualche volta la Diana al far del giorno …”, ANC. 668, 1749, 160- 161.
30. Nel 1770 era ancora cappellano del castello, ANC. 917, 1770, 63.
31. Il Beltrani con l’aiuto del vescovo fa testimoniare in suo favore mettendo in cattiva luce l’operato del fisico Alfonso Letterio, antagonista alla carica di medico dell’università. Nel dicembre 1731 viene istruito un processo dalla curia vescovile dove sotto la minaccia dapprima i testimoni descrivono il Letterio come “huomo scelerato et inquieto” mentre il Beltrani è uomo probo e sincero che presta la sua opera di medico gratis. In seguito però i testi ritrattano ed il Letterio diventa “huomo ripieno di carità con li poveri nell’esercitio della sua professione medica, probbo, sincero e timoroso di Dio” mentre il Beltrani nei suoi confronti è un incapace, ANC. 614, 1732, 28- 32.
32. Il Beltrani impresta 100 ducati ai coniugi Vaccaro , che impegnano la casa, ANC. 1124, 1747,2 ; 1267, 1756, 158- 159.
33. Il regio cappellano Agostino Beltrani già alla fine del 1741 prende in fitto un palazzo che era di proprietà del seminario. Nel 1748 lo acquistò e nel 1770 lo vendette al comandante del castello, ANC. 911,1741, 6-7 ; 667, 1748, 32-34 ; 917, 1770, 63.
34. Il 6 gennaio 1714 vengono appaltati i lavori dentro il castello che prevedono anche “Nell’impennata della chiesa oltre delli duecento ceramidi necessari per la med.ma carl. 15 per calce e maestria, Nella chiesa una impennata di tavole , catene e traverse di farna”, ANC. 611, 1714, 77- 87 ,99-106.
35. Rel. Lim. Crotonen. 1760,1763.
36. Rel. Lim. Crotonen. 1774. Nel 1777 cappellano del castello era il sacerdote secolare D. Giuseppe Diaco, Nota delle chiese cit., 1777.

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