La chiesa di San Martino di Neto, obbedienza del monastero di Abate Marco

Localizzazione del monastero dell’Abate Marco (estr. da Cosco F., Le orme del Monachesimo nel territorio del Parco Nazionale della Sila, San Giovanni in Fiore 2014).

Il monastero di Santa Maria de Abate Marco e/o di Santa Maria di Monte Marco è già presente prima della fondazione dell’abazia florense,[i] di cui i primi documenti ci indicano chiaramente il luogo dove era situato. Esso è uno dei termini dei confini del vasto territorio silano dato dall’imperatore Enrico VI nel 1194 all’abate Gioachino: “… et ascendit terminus per alveum eiusdem fluminis Neti et vadit ultra flumen per fines monasterii Sanctorum Trium Puerorum et monasterii Abatis Marci usque ad viam que venit a civitate Acheronteae et vadit per portium, que vidilicet via manet in confinio a parte aquilonis usque ad locum qui dicitur Frassinitum …”.[ii]

Concesso tra alterne vicende ai Florensi dai vescovi di Cerenzia, nel  luglio 1208 fa parte dei possedimenti e privilegi che l’imperatore Federico II riconosce all’abazia di San Giovanni in Fiore.[iii] Anche il papa Onorio III nel 1218 ne riconosce l’appartenenza ai Florensi.[iv]

Secondo il Napolitano il monastero di Abate Marco “sorgeva a oltre 900 metri di altitudine, sul versante orientale di monte Gimmella, non lontano dal “Vallone di Lepore” ove un tempo sorgeva il 46° pilastro o termine della R.S. già 41° della confinazione di Valero, in luogo ancor oggi detto Petramarca … il sito, delimitato dalle contrade Patacchella, Repulicchio e Parpusa, abbonda ancor oggi di laterizi e pietrame diruto ed è attraversato dall’antica mulattiera, o “strada di Abate Marco”, che, salendo dalla chiesuola di S. Maria Trium Puerorum, per il vallone di Belladonna, “la scanzata delle Fontanelle esce alle castagne dette l’Abbate Marco”, e, per la Stragola, luogo ove un tempo sorgeva il 45° pilastro o termine della R.S. già 40° della confinazione di Valero, “va allo Cerchiaro e a S. Ioanne”. Il giudice Zurlo che vi fu di persona nel 1790, dice che ivi “erano molti piedi di castagne antiche che stavano alla destra del cammino nella falda della collina, ed a sinistra in un poco di piano vi sono li vestigi del Monistero detto dell’abate Marco”. Aggiunge però che nel 1755 non vi si trovarono più né “le reliquie del Monastero dell’Abate Marco, né gli alberi delle castagne che vi erano negli anni 1663 e 1721”.[v]

Anche per il Russo il monastero di Monte Marco “era in diocesi di Cerenzia, presso le sorgenti del fiume Lepre, affluente del Neto. Fu dato a Gioacchino, verso il 1198, dal vescovo Gilberto, suo amico. Ma, morti i due protagonisti, il vescovo Guglielmo annullò la concessione. Nel 1209 il vescovo Bernardo, succeduto a Gugliemo, reintegrò i Florensi nei diritti del monastero di Monte Marco. Se ne ebbe conferma con bolla di Onorio III del 22 gennaio 1218. Se ne vedevano ancora i ruderi nel 1663 e nel 1721, secondo lo Zurlo. Nel 1775 invece ogni vestigio era scomparso”.[vi]

 

La diocesi di Cerenzia

Nel pagamento delle decime alla Santa Sede al tempo di Giovanni XXII (1316-1334), compaiono in diocesi di Cerenzia i nomi dei casali di Verzino e Lucrò (“Viri et Lucrò”) ed il castrum di Caccuri. Dalle relazioni dei vescovi di Cerenzia dell’inizio del Seicento, sappiamo che in diocesi di Cerenzia vi erano due terre e due casali, cioè le terre di Caccuri e Verzino ed i casali di Montespinello e Belvedere. Il vescovo Maurizio Ricci ci informa che “Per la cura dell’anime vi erano cinque chiese parrocchiali cioè Santo Martino S.ta Maria della piacza, S.ta Marina S.ta Dom.ca et S. Nicolo le quali chiese sono destrutte et la cura è ridotta alla cathedrale sotto il tit.lo di S.to Theodoro, et ogni dignità tiene unita una di dette chiese curate, Come passa q.st’unione non si sa perche no vi è Archivio ne scrittura alcuna.”[vii]

La diocesi di Cerenzia, da una parte, confinava con la diocesi di Umbriatico e dall’altra, con la diocesi di Santa Severina. Se nel Seicento il fiume Neto segnava uno dei confini tra la diocesi di Cerenzia e quella di Santa Severina, nel Medioevo le cose erano state diverse, in quanto uno dei confini era l’abazia di Calabro Maria che, per molto tempo, godette di un suo territorio e solo successivamente, entrò a far parte del tenimento di Santa Severina.[viii]

 

Alla ricerca della chiesa di San Martino

Nell’ottobre 1209 Gilberto, vescovo di Cerenzia, concesse “sub annuo censu” all’abate Gioacchino e ai suoi frati, il monastero di Abate Marco e la chiesa di Santo Martino di Neto con i loro privilegi e possedimenti. In seguito il vescovo di Cerenzia Guglielmo revocò la concessione e perpetrò delle distruzioni ai luoghi, ma il nuovo vescovo e successore Bernardo riconcesse nuovamente all’abate Matteo il monastero di Abate Marco “cum ecclesia S. Martini de Neto, quae in tenimenti Calabromariae confinio sita est et omnibus tenimentis suis”.

Il vescovo inoltre diede all’abate florense due altre chiese, cioè la chiesa di Santa Maria de Agradia e la chiesa di S. Lorenzo. Esse in passato erano state due piccoli monasteri, ma da anni erano desolate e ridotte “in reptilium excubas et ferarum”.  L’abate potrà così riedificare un unico monastero in monte Marco utilizzando i beni delle tre chiese “cum ista de Neto”. Il nuovo monastero poi non sarà soggetto al vescovo di Cerenzia.[ix]

La chiesa di San Martino, “obedientia” del monastero dell’Abate Marco (“… ecclesiam Sanctae Mariae de Monte Marcii cum obedientia S. Martini de Neto”),[x] come risulta dai pochi documenti nei quali è accennata, era situata in diocesi di Cerenzia vicino al fiume Neto, e ai confini del tenimento dell’abazia di Calabro Maria (“… ecclesia Sancti Martini de Neto, quae in tenimenti Calabromariae confinio sita est”).[xi]

Nel Medioevo, il tenimento dell’abazia di Santa Maria di Altilia, se da una parte confinava con il territorio di Roccabernarda e con quello di Santa Severina, dall’altra il fiume Neto ne segnava il limite anche con la diocesi di Cerenzia, e quindi, con i territori di Caccuri e di Belvedere Malapezza. Il fatto che nel documento di concessione rilasciata dal vescovo Bernardo si accenni al Neto, ci spinge a dirigere la nostra ricerca sulla riva sinistra del fiume. Il Neto, oltre a separare il territorio dell’abazia di Altilia dalla diocesi di Cerenzia, è spesso richiamato per le sue rovinose piene e per il mutamento continuo del suo corso, come documentano le liti per i limiti dei territori situati nelle sue vicinanze.

Il corso del fiume Neto presso Poligrone.

I possedimenti dell’abazia florense nella bassa valle del Neto

L’abazia florense oltre a possedere la grancia di Santa Maria de Terrate, in territorio di Rocca di Neto, ed il territorio di Iuca (o Fluce), situato presso la confluenza del Vitravo con il Neto, entrambi in diocesi di Santa Severina, aveva anche altri terreni nella bassa vallata del Neto, in diocesi di Cerenzia, come risulta dalla conferma dei beni del monastero florense fatta nel gennaio 1233 da Gregorio IX. Tra questi vi erano “tenimentum Miliae, Vallium quoque Policronii, quae prope Netum sunt”.[xii] Una parte di Poligrone era stata donata al monastero florense dal milite di Santa Severina Ioannes de Lacta.[xiii]

La presenza dell’abazia florense è anche documentata da una lite che oppose la grancia di Sant’Elena dell’abazia di Santa Maria del Patire al monastero florense. Nel 1246 il vescovo di Strongoli Guillelmus fu giudice ed arbitro di una lite che opponeva l’abate Mattheus del monastero di San Giovanni e l’archimandrita Nymphus del cenobio del Patire di Rossano. La questione oggetto di contesa era il diritto di presa d’acqua e di passaggio di un acquedotto che, attraverso le proprietà dei florensi, alimentava il mulino della fattoria della grancia di Santa Helena del monastero di Santa Maria del Patire. Il vescovo riconobbe il diritto del monastero del Patire alla presa e al passaggio dell’acqua per alimentare il mulino e allo stesso tempo, concesse ai florensi il diritto di potervi macinare.[xiv]

Il Neto, il “Piano di Marrio” e Poligrone in una carta della fine del Seicento.

Da San Martino a San Mario a Marrio

Dal Relevio presentato per conto del principe di Cerenzia Vincenzo Rota alla morte del padre Tomaso, nella “Nota dell’entrate feudali della terra di Belvedere, e feudo di Malapezza”, dal febbraio 1726 al febbraio seguente, troviamo citato più volte le vigne di Neto, la difesa e volta di Neto e soprattutto, le vigne del “Piano di S. Mario”. Le entrate erano calcolate in ducati 1030 annui, dai quali dovevano dedursi alcuni pesi, tra i quali quelli dovuti al vescovo di Cariati, che ammontavano a ducati 60 di censo enfiteutico e ducati 60 per decima.[xv]

Veduta della località Poligrone.

Le località Neto e Giardino di Neto

Dagli “Atti preliminari e Rivele ecc.” del Catasto Nociario del 1743 di Belvedere Malapezza,[xvi] sappiamo che nel territorio di Belvedere Malapezza vi erano due feudi nobili, uno chiamato Marrio seu Agromoletto e l’altro Polligrone.

Marrio di circa 300 tomolate “fra terre fertili boscose ed inculte”, confinava con il feudo Polligroni e le difese Barretta e Malapezza[xvii], mentre Polligrone limitava “con le pertinenze della terra di Rocca di Neto, della terra di Casabona e il feudo di Marrio”. I due feudi dell’estensione di tomolate 850, avevano come limiti “le pertinenze della Rocca, fiume Nieto e territorio di Casabona”.[xviii]

Nello stesso catasto sono elencati i numerosi abitanti di Belvedere ma anche di Altilia, che possedevano vigne nei luoghi detti “Neto” (Pietro Arcuri, Diano Montefusco, Leonardo Coverà, Antonio Legname, ecc.) e “Giardino di Neto” (Casimiro Labbruti, Carmine Carvello, Giacinto Amminò, ecc.).

Il luogo detto “Neto”, come appare dalla descrizione di una chiusura di terre appartenente a Giacomo Amminò, confinava con il feudo di Marrio della Camera Principale di Belvedere Malapezza.[xix]

 

Note

[i] De Leo P. (a cura), Documenti florensi, Rubbettino 2001, p. 7.

[ii] De Leo P., cit., p. 9.

[iii] De Leo P., cit., p. 30.

[iv] Russo F., Regesto, 606.

[v] Napolitano R., S. Giovanni in Fiore monastica e civica, Napoli 1981, pp. 137-138.

[vi] Russo F., Gioacchino da Fiore e le fondazioni florensi in Calabria, Napoli 1959, pp. 147-148.

[vii] ASV, SCC. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1621.

[viii] Un prezioso documento del secolo XV, Siberene p. 160.

[ix] De Leo P., cit., p. 36.

[x] De Leo P., cit, p. 74.

[xi] De Leo P., cit., p. 36.

[xii] De Leo P., cit., p. 125.

[xiii] De Leo P., cit., pp. 099-101 e 102-103.

[xiv] Ughelli F., Italia Sacra IX, 517-518.

[xv] ASN, Relevi, B. 398, f. 7.

[xvi] ASN. Catasto Onciario Belvedere Malapezza, n. 6941.

[xvii] ASN. Catasto cit,. f. 255.

[xviii] ASN. Catasto cit,. f. 276.

[xix] ASN. Catasto cit,. f. 236.

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