La chiesa di Santa Caterina e il monastero dei Domenicani di Mesoraca

San Domenico (da astearcadia.com)

Secondo quanto riporta il Fiore alla fine del Seicento, il monastero dei Domenicani di Mesoraca fu fondato per volere dei cittadini nel 1490 sotto il titolo di “S. Catarina”,[i] risalgono invece a verso la metà del secolo successivo, le prime testimonianze che documentano l’esistenza della chiesa di Santa Caterina, presso la quale era un ospedale,[ii] posto fuori le mura.[iii]

Mesoraca (KR), in evidenza l’area in cui esistevano la chiesa di Santa Caterina e il convento dei Domenicani.

 

La confraternita

A cominciare dalla metà del Cinquecento, “s.ta catherina” risulta tra le chiese di Mesoraca tenute a pagare il cattedratico all’arcivescovo di Santa Severina nel giorno del sinodo di Santa Anastasia, offrendo un censo di dieci libre di cera,[iv] come si rileva anche in seguito, durante la seconda metà del secolo[v] e nel corso di quello successivo.[vi]

Risale anche alla metà del Cinquecento una prima descrizione della chiesa, quando nel giugno 1559, dopo aver visitato la parrocchiale di Sant’Angelo, il vicario arcivescovile si recò a visitare la “Ecc.am S.te Catherinae” de jure patronato dei confrati della detta chiesa, di cui era cappellano D. Francesco Tropiano.

Al suo interno fu trovato un altare maggiore consacrato di fabbrica, con un ante altare di tela lavorata e di sopra tre tovaglie e una immagine “in tela” della Gloriosa Vergine Maria con altri Santi, croce d’argento, due cuscini e due “Confalonos”. Sopra l’altare vi era un lintheamen “per Coperim.to suctus lamiam”.

La chiesa possedeva anche un calice d’argento con patena, un altro calice con patena dorati, un “thuribulum auriCalchi”, una “pacem” e una “Conam parvam”. In un’arca furono rinvenuti: 19 tovaglie, 5 “mandilia”, un missale e tre vestimenti sacerdotali di tela completi. La chiesa possedeva anche tre candelabri di ottone e quattro candelabri grandi di legno.

La cappella era “a lamia” e tutta la chiesa si presentava “dealbata”. Al primo arco entrando dalla sua “portam magnam” era appesa una “lampas”, mentre un crocifisso ligneo era davanti l’altare maggiore, vicino al quale, erano alcuni “scanna” oltre ad alcune travi per sedere. Due campane si trovavano “in Campanili”.

La visita del vicario proseguì presso l’altare della detta chiesa sotto l’invocazione di S. Paolo, corredato di tre tovaglie e di un “Coperim.to pictum ex filo rubeo”, con altare portatile, dove si trovava una “Cona parva D. N. in Colunna Flagellati”, due candelabri di legno, un candelabro di ottone, un “liber parvus” e un’arca “parva”.

Quindi passò a visitare l’altare sotto l’invocazione della “S.tae Crucis”, appartenente alla chiesa e alla confraternita, sopra il quale era una “imago” raffigurante S. Leone e S. Costantino “in tela”, corredato con tre tovaglie, un “Coperimentum altaris”, e due candelabri piccoli di legno.[vii]

Santa Caterina di Alessandria (da fondazionesantacaterina.it)

 

Il convento

In un memoriale scritto agli inizi del 1691, il priore e i padri del “Conv.to di S. Catarina Vergine e Martire dell’Ordine di S. Dom.co di Messoraca”, rivendicando la loro antica fondazione, precedente a quella degli altri due conventi cittadini, asserivano: “come nell’anno 1574 fu fondato in esso luogo d.o Con.to e da d.o tempo hebbe senza controversia alcuna la precedenza nelle Publiche Processioni”, tanto rispetto ai Riformati, quanto nei confronti dei Cappuccini, come appariva dalle deposizioni del sindaco e di altri cittadini di Mesoraca.[viii]

Anche se esistono testimonianze che riferiscono l’esistenza di un luogo detto “Santo Domenico” già a questa data,[ix] sembrano convalidare grosso modo queste affermazioni i primi documenti vaticani che, verso la fine del Cinquecento, menzionano il convento di Mesoraca tra i tre conventi domenicani esistenti in diocesi di Santa Severina,[x] mentre altra corrispondenza vaticana evidenzia la scadalosa condotta dei suoi frati, subito oggetto delle attenzioni della gerarchia ecclesiastica che fu costretta a ricorrere alla scomunica.

L’undici settembre 1584, in una lettera del cardinale Aless.no diretta al vicario arcivescovile di Santa Severina, a proposito di tale condotta, si suggeriva comunque di pervenire ad una “assolutione” delle persone coinvolte, considerata anche la diffusione “commune” di questo “male”, affermando che: “Nella terra di Mesoraca sono molte donne, le quali per essere entrate per diverse occasioni nel convento dei frati di S.ta Catherina dell’ordine de i predicatori si trovano illaqueate nella scomunica papale insieme con quei frati che le hanno introdotte o permesso che ci entrassero, et perciò essendo stato supplicato a questo miei ss.ri Ill.mi per la facultà di assolvere questi et quelle, si sono contentati, che in virtù di questa voi possiate fare concedere l’assolutione a tutte quelle persone che ne haveranno bisogno sino al dì d’hoggi, per la sud.ta causa con fare dare a tutte una penitenza salutare, perche per esser il male tanto commune non conviene per hora farne maggior resentimento.”[xi]

 

La soppressione del monastero

I documenti della prima metà del Seicento menzionano sia la confraternita di Santa Caterina con i suoi confrati ed il loro procuratore,[xii] sia il monastero che era retto da un “priore seu vicario”.[xiii]

A quel tempo la chiesa di Santa Caterina era sita fuori ma presso le mura di Mesoraca,[xiv] e nelle sue immediate vicinanze, ossia “in convicinio V(enera)bilis Ecclesiae Sanctae Catherinae”, si trovavano la casa e l’orto del chierico Joannes Thoma Iannici, che confinavano con la casa di Francisco Misiano, posta nel luogo detto “S.ta Margherita”,[xv] quella di Andrea Greco, e le case di Nicolai Benincasa,[xvi] che confinavano con la casa di Masi Morello anch’essa sita “in d.a t(er)ra ubi d.r S.ta Margarita”.[xvii]

La chiesa inoltre, non era molto distante dal “loco detto la Colla”, richiamato in seguito nella “grecia”,[xviii] dove passava “la via si và alla chiesa di S. Caterina” e dove si trovavano i gelsi che Vittoria Misiano aveva ricevuto da sua madre Caterina Misiano, i gelsi di Francesco Misiano e l’orto di Gio. Battista Arena.[xix]

Ben presto però il monastero fu soppresso non avendo una rendita sufficiente. In un elenco del 24 ottobre 1652 esso risulta tra i piccoli conventi da chiudere, non possedendo i requisiti necessari richiesti dalla costituzione di Innocenzo X.[xx] Continuò così a rimanere soltanto la chiesa con annessa la confraternita laicale.[xxi]

 

La chiesa alla metà del Seicento

In occasione della sua visita alle chiese di Mesoraca, il 27 agosto 1660 “post prandium”, l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella si recò “ad Ecc.am S. Catherinae sitam prope et extra moenia dicti Oppidi”, dove trovò l’altare maggiore posto nella parte orientale, coperto con un “pallio serico” bianco, con tre tovaglie, “lapide sacrato”, croce, “Carta secretorum” e sei candelabri di legno dorato. Alla parete di detto altare, ornato di stucchi e da quattro colonne, si trovava una “imago depicta in tela” raffigurante la B. Vergine S. Caterina tra due angeli, con a destra S. Domenico ed alla sinistra S. Pietro Martire.

Nel passato la chiesa era appartenuta ai Dominicani, i cui frati avevano abitato due case poste al lato sinistro della chiesa, ma il convento era stato soppresso a seguito della bolla di Innocenzo X. All’attualità la chiesa era governata dalla confraternita “sub invocat.e eiusdem Sanctae”, che esisteva già prima della soppressione del convento.

La chiesa aveva l’onere di cinque messe alla settimana pagate con le elemosine raccolte dal procuratore della confraternita, che all’attualità era Horatio Miglioli. Le sue rendite ascendevano a circa 60 ducati annui, assieme con le rendite del SS.mo Rosario, consistenti in censi infissi su alcuni pezzi di terra, dai quali si solevano percepire annualmente 10 moggi di frumento.

Al lato destro della chiesa si trovava l’altare della Circoncisione, con una cappella “extra Navem” dove era un arco di pietra, ornato con un pallio “auripellis”, tre tovaglie, “Lapide sacrato”, croce, e una “Carta Secretorum” lacerata, che fu dato mandato di rifare “cum Tabella Inprincipii”. Fu ordinato inoltre, di sostituire con quattro nuovi candelabri i due esistenti vetusti. Alla parete c’era una “Icona antiqua” raffigurante la Circoncisione del Signore. La cappella non aveva onere di messe ma vi si celebrava a devozione e nella festa della Circoncisione.

A seguire, l’arcivescovo visitò l’altare del SS.mo Rosario, posto al lato destro dietro la porta magna, ornato del necessario: un pallio “depicto” in tela, con l’immagine di S. Domenico, tre tovaglie, “Carta Secretorum” e sei candelabri lignei dorati. Alla parete era “apposita” una “icona” raffigurante l’immagine della B. V. del SS.mo Rosario “valde devote” dipinta su tela. L’altare aveva il peso di due messe alla settimana che celebravano i sacerdoti del R. Clero.

Al lato sinistro fu trovato un altare con l’immagine di “S. Hiacjnthi Confessoris” spoglio di ogni ornamento, che l’arcivescovo ordinò di demolire, facendo riporre l’immagine in un altro luogo della chiesa.

Dall’altro lato “prope Tribunam”, si trovava un altare con l’immagine di S. Paolo, spoglio di qualsiasi ornamento, relativamente al quale c’era la richiesta da parte del mag.co Giovanni Domenico Migale, medico di Mesoraca, di poter realizzare una sepoltura, dotando ed ornando la cappella.

Per quanto riguardava l’edificio, il pavimento fu ritrovato “effossum” in molte parti, mentre il soffitto si presentava ornato con tavole dipinte con fiori e altre pitture. Esisteva anche una sacristia posta alla destra dell’altare maggiore, ma era ancora allo stato “imperfecta”, con i muri edificati per metà, così le suppellettili sacre venivano conservate in una casa posta “in Claustro dicti Conventus suppressi”, dove furono rinvenuti due calici vetusti, quattro “Casulas” di seta vetuste, quattro “Albas” e un messale romano.

I circa sessanta confrati usavano vestirsi con sacchi di lino bianchi “cum suis Almutiis”, e possedevano un vessillo di colore rosso con la croce. In questo modo partecipavano alle processioni, “et litanies Maiores”, e seguivano i cadaveri dei defunti durante i funerali. La chiesa aveva un “Campanile” posto “prope Tribunam” con due campane.[xxii]

Da altri documenti apprendiamo che, pochi anni dopo, ne era procuratore D. Fran.co Ricciuto (1665), e che la chiesa possedeva 15 piedi di gelsi fra grandi e piccoli.[xxiii]

 

La reintegra

Considerato che dopo la sua soppressione, la cittadinanza di Mesoraca era rimasta ormai “priva dell’aggiuti spirituali e temporali” necessari, all’inizio dell’arcivescovato di Carlo Berlingieri (1679-1719) il convento dei Domenicani di Mesoraca fu reintegrato in tutte le sue “rendite, e raggioni”,[xxiv] ma considerato che queste non risultavano sufficienti a garantire il sostentamento di 6 frati, come prevedeva la bolla pontificia, attraverso l’intervento dell’arcivescovo di Santa Severina, nel 1681 l’università di Mesoraca gli assegnò la “Difesa nominata Pietronà, la quale è di puoco frutto alla detta Uni(versi)tà e suoi cittadini e di qualche commodo al detto Convento reintegrando.”[xxv]

Verso la fine del secolo, il Fiore menziona così il monastero dei Domenicani posto “in questa terra”, oltre ai due dei Cappuccini e Riformati posti “di fuori”,[xxvi] mentre il Mannarino, pochi decenni dopo, ci informa del recente popolamento della difesa di Petronà.[xxvii]

La rinnovata vitalità del convento è segnalata in questo periodo anche in occasione di un contenzioso che oppose i frati domenicani di Mesoraca ai loro confratelli di Cutro. Nella copia di un atto datato 1 agosto 1693, in presenza del molto reverendissimo padre provinciale frà Gregorio Romano, compariva il padre vicario frà Giuseppe di S. Mauro, odierno superiore del convento di S. Caterina Vergine e Martire dell’ordine dei Predicatori della terra di Mesoraca, facendo istanza in merito all’assegnazione di alcune robbe “ricadute alla Cappella del SS.mo Rosario di d.ta T(er)ra ed hoggi possedute dal Con.to di Cutro dell’istesso ord.e”, chiedendo che da parte del padre generale dell’ordine si determinasse a quale convento spettassero realmente detti beni. Questi risultavano costituiti da una casa palaziata e da un vignale posti nel territorio della Rocca Bernarda che, secondo i frati di Mesoraca, spettavano loro “di giustizia” perché, secondo “La voluntà della Testatrice”, alla morte del figlio frà Giacinto Venere, sarebbero dovuti passare nel perfetto dominio della cappella.[xxviii]

La particola floridità del convento dei Domenicani di Mesoraca in questo periodo, è messa in evidenza nella relazione del 1725 dall’arcivescovado Nicolò Pisanelli (1719-1731), il quale riferisce che ci vivevano 5 religiosi, affermando che, dopo la soppressione, il convento era stato reintegrato con una “Continentia Terrarum pinguis redditus” dall’università di Mesoraca al tempo del suo predecessore, rimanendo subordinato all’ordinario e con il patto che i religiosi avrebbero dovuto fornire l’istruzione delle arti liberali agli adolescenti del luogo.[xxix]

Le rivele del catasto cittadino del 1746 ci forniscono l’elenco dei numerosi beni che, a quel tempo, appartenevano al monastero dei Domenicani e alla chiesa di Santa Caterina.

Il “Venerabile Monastero de PP: Domenicani di q.esta Terra” possedeva un castaneto nel loco detto “la Caria” di capacità tt.a 20, un altro castaneto nel loco detto “Matonteo” di capacità tt.a 3, un vignale alberato con castagni nello stesso luogo di capacità ½ tt.o, un vignale con olivi e cerse nel luogo detto “il Vallone del Rosario” di capacità tt.a 2, un pezzo di terra nel luogo detto “l’Oliveto” con olivi e cerse di capacità tt.a 4, una vigna parte incolta loco detto “la Scala” di capacità tt.a 6, un vignale loco detto “l’acqua molla” con pochi piedi di cerse di capacità tt.a 2, un altro vignale nel loco detto “l’acqua salita” di capacità tt.o 1, un altro vignale con cerse nel luogo detto “la Perrera” di capacità tt.o 1, un vignale con olivi nel loco detto “Campizzi” proprio dove si dice “il Celso della Corte” di capacità tt.o 1, un altro vignale loco detto “Jenò” di capacità tt.a 8, un giardino con gelsi neri in loco detto “Virgari” di quarti 6, un vignale di terre ignobili dentro il comprensorio di “Brocuso” di tt.a 16, un vignale loco detto “Brocuso, Bolinaci, o sia Mammana”, di cui si esigevano in grano tt.a 6 e ½ ossia ducati 4 e grana 55, un vignale con pochi piedi di olivi loco detto “S. Vito” di capacità quarti 3, una gabella con cerse detta “le Canalette” in comune ed indiviso con il mag.co Felice Pirito e Tomaso Venneri di capacità tt.a 100, una casa nella “Grecia” affittata a Caterina Crupi per carlini 10, una difesa detta “Petronà” di capacità tt.a 1200, un vignale con gelsi neri e castagni in comune ed indiviso con la cappella di S. Francesco di Paola loco detto “li Reaci” di capacità tt.o 1, un pezzo di terra loco detto “li Reaci” con pochi piedi di gelsi neri di capacità ½ tt.o, una gabella di terre corse detta “d’Alessio” nel loco detto “Brocuso” di capacità tt.a 32, una casa palaziata diruta in parrocchia di S. Nicola da cui non percepisce nulla, un territorio alberato di quercie in loco detto “il Cancello di S: Lustro” di capacità tt.a 8, un pezzo di terra nel comprensorio di “Brocuso” loco detto “il Pauncello” di capacità tt.a 8, nello stesso luogo un altro pezzo di terra corsa dello “le Manche del Rosario” di capacità tt.a 16, pecore 90 affittate a Saverio Talarico di Petronà per ducati 6 e carlini 4, una vigna parte incolta di terra corsa loco detto “Gapriele” di capacità tt.a 2, un vignale nel loco detto “Santo Sosti” di capacità tt.o ½, esige da diversi cittadini per censi bullari ed enfiteutici annui ducati 41 e grana 60, possiede anche altri censi bullari ed enfiteutici inesigibili da diversi cittadini annui ducati 8 e grana 69. I pesi sopportati erano costituiti da alcuni censi enfiteutici, messe, cera, festività, processioni, olio per le lampade, e per visita e colletta al padre provinciale.[xxx]

La “V(enera)bile Cappella di S: Catarina”, possedeva un vignale nel loco detto “Carpitella” di tt.a 6 di capacità, un vignale corso nel loco detto “l’Agrillo” di tt.a 12 di capacità, un altro vignale detto “il Palumbaro” di terra corsa di tt.a 2 di capacità e un orticello con gelsi neri di capacità 1 quarto, che confinava con la suddetta cappella e la via pubblica. Per quanto riguardava i pesi, pagava annualmente di jus visitae alla Mensa arcivescovile carlini 32, e di “jus del Catedratico” alla stessa mensa carlini 20. In più pagava ai PP. Domenicani per la festa di S.ta Caterina e processione del Corpus Domini, annui carlini 13.[xxxi]

 

Verso la soppressione

Nella sua opera “Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo” (1760), Gio. Andrea Fico tesse le lodi dei Domenicani di Mesoraca, dediti all’insegnamento della filosofia e della teologia, oltreché “indefessi nella predicazione evangelica, ed in altre opere pie”,[xxxii] mentre la relazione arcivescovile del 1765, riferisce che il convento soggetto al diritto di visita da parte dell’arcivescovo, era posto presso le mura, ed era abitato da tre religiosi in possesso dell’ordine sacerdotale e da due laici.[xxxiii] Nel “parvo Conventu” reintegrato sotto il titolo di “S(an)ctae Cathariane”, i Dominicani convivevano con la confraternita del SS.mo Rosario, occupandosi della parte spirituale mentre, per quanto concerneva invece la parte temporale, questa era affidata ad un procuratore eletto dai confrati.[xxxiv]

In occasione delle visite arcivescovili compiute a Mesoraca nel periodo 1772-1779, “In Eccl(esi)a V(enera)b(i)lis Conventus PP. Praed: rum”, fu visitato il “Tabernaculum SS.mi Sacram.ti” e oltre all’altare maggiore, furono rinvenuti quelli di “S. Dominici”, di “S. Vincentii Ferrerii”, del “Sacratissimi Rosarii”, e l’altare di “S. Thomae Aquinatis” già da molti anni “devolutum et interdicto”. La chiesa in cui si conservavano i “vascula sacri olei infirmorum”, aveva un “Chorum” e una “Sacristiam”.[xxxv]

Al tempo del terremoto del 1783, “Mesuraca” che contava 993 abitanti, ebbe la “Chiesa, e case leggermente lesionate”. Oltre ai conventi dei “Cappuccini” e dei “Riformati”, vi era ancora il convento dei “Domenicani” con 3 monaci.[xxxvi] In seguito però, dopo l’istituzione della Cassa Sacra, rientrò tra i luoghi pii da sopprimere. Troviamo così il “Convento di S. Domenico” di “Mesuraca”, nelle “liste di Carico de Luoghi Pii Soppressi, e sospesi del Diparto di Mesuraca, e Policastro”, compilata il 6 febbraio 1790 dal “Prorazionale” Gian Fran.co Capurro, la cui rendita risultava così composta “Affitti di Case d. 4; Annui Censi, e Canoni d. 27.54; Affitti di Gabelle, e Vignali d. 124.51; Annui Censi, e Canoni in Petronà, e Jus di Bestiami d. 134.89; Canoni in Grano di Marcedosa più, o meno tt.a 7; Terratici in Grano della Difesa di Petrona tt.a 29; Terratici in Grano Germano della Difesa di Petrona più, o meno tt.a 20; Terratici in Orzo della Difesa di Petrona più, o meno tt.a 3; Racolto di Olio più, o meno Lit.a 30.”[xxxvii]

Una lista del 2 agosto 1790 relativa ai “Corpi Stabili d’affittarsi de’ Luoghi Pii abboliti della T(er)ra di Mesuraca”, per quanto riguarda il “Conv.to abbolito di S. Dom.co”, elenca i fondi “Acqua Molla, Cifero (?), La Divota, Tripona corso, Ciceraro, Lavaturo corso, vignali d.ti Scala corsi, Migliole corso, Monaci, Giardinello, seu Princivalle”.[xxxviii]

Alla fine del Settecento, risultava ancora esservi in Mesoraca “un monastero di Domenicani, che tiene la rendita di annui ducati 473.30”,[xxxix] anche se il vicario capitolare di Santa Severina, rivolgendosi al Marchese di Fuscaldo, per incarico reale visitatore generale della provincia, affermava che si sarebbero potuti assegnare al capitolo di Santa Severina i beni del convento dei Domenicani di Mesoraca “che già apparisce soppresso” (1797).[xl]

 

Note

[i] “Mesuraca, S. Catarina, fondato da’ cittadini l’anno 1490.” Fiore G., Della Calabria Illustrata, volume II, p. 615.

[ii] “R.to da D. francisco tropeani per l’hospitale di s(an)ta Chaterina per x.a d. 0.1…”. AASS, 2A, f. 105v.

[iii] 24 dicembre 1540. “Petro de Conticellis providetur de parochiali ecclesia S. Nicolai de Papaleonis, clericis saecularibus in titulum assignari solita, et de Hospitali S. Dominicae, (sic) extra muros Mesuracae, S. Severinae dioc., vac. per resignationem Adae de Conticellis.” Russo F., Regesto IV, 18347.

[iv] 1545: “De s.ta catherina de misoraca libre dece de cera” (AASS, 3A, f. 25). 1546: “Da s.ta catherina  libre dece de cera” (Ibidem, f. 37). 1547: “Da s.ta catherina  per censo libre dece de cera” (Ibidem, f. 45).

[v] 1564: “Rector sante catherine de mesoraca cum censu cere librarum decem”, comparve e pagò le dieci libre di cera (AASS, 6A, f. 4). 1579: “Rector et Capp.s s.te Catherinae eiusdem T(er)rae Cum Censu librarum cerae decem” comparve Troianus Mautise “pro.or Confratum” che pagò le dieci libre di cera (Ibidem, f. 13v). 1581: “Rector et Capp.s S. Catharinae de Mesoraca cum censu cerae librarum decem” comparve Franciscus Garganus “Confrater” che fu ammesso e pagò (Ibidem, f. 26). 1582: “Rector et Capp.s s.te Caterine de Mesoraca Cum Censu librarum decem Cere”, comparve e pagò le dieci libre di cera (Ibidem, f. 29v). 1584: “Rector et capp.s sanctae Catherinae de misoraca cum censu lib. decem cerae”, fu condannato. (Ibidem, f. 41). 1587: “Rector et Capp.s S.tae Caterinae eiusdem Terrae cum censu librarum cere decem”, non comparve, quindi fu condannato alla pena debita (Ibidem, f. 46v). 1588: “Rector et Capp.s sanctae Caterinae de Mesuraca”, chiamato in sinodo nel modo solito, comparve e pagò il censo solito. (Ibidem, f. 53). 1590: “Rector et capp.s Sanctae Caterinae de Mesuraca cum censu cerae lib. decem”, comparve Minicus Migliolus “nomine p.ris et Capp.ni” e pagò (Ibidem, f. 58v). 1591: “Rector et Capp.s S.tae Caterinae de Misoraca cum censu librarum decem cerae”, non comparve e fu condannato (Ibidem, f. 66v). 1593: “Il Cappellano di S. Caterina di detta T(er)ra con diece libre di Cera” (Ibidem, f. 72v). 1594: “Il Capp.no di S. Caterina di d.ta t(er)ra con dieci libre di cera”, comparve e pagò. (Ibidem, f. 79). 1595: “Il cappellano di S. Caterina di d. t(er)ra con lib(re) X di cera”, comparve il procuratore e pagò (Ibidem, f. 75). 1595: “Il capp.no di S. Caterina di detta t(er)ra con lo Censo di dece lib(re) di Cera”, pagò (Ibidem, f. 92). 1596: “Il capp.no di s. caterini di detta t(er)ra con lo censo di dece lib(re) di Cera” (Ibidem, f. 100v). 1597: “Capp.nus seu Confraternitas Sanctae Catherinae Terrae Mesoracae cum Cathedratico cerae librarum decem”, fu condannato a pagare la terza parte dei frutti (Ibidem, f. 108v). 1598: “Cappellanus seu Confraternitas S. Catherinae Terrae Mesoracae cum cathedratico cere librarum decem” (Ibidem, f. 110v).

[vi] 1600: “Cappellanus seu confraternitas S. Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum decem”, comparve (AASS, 6A, f. 128v). 1601: “Cappellanus seu Confraternitas S.tae Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum Decem”, comparve il procuratore con la solita cera (Ibidem, f. 137). 1602: “Cappellanus seu confraternitas S(anc)tae Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cere librarum decem”, non comparve. (Ibidem, f. 145). 1603: “Cappellanus seu confraternitas s(anc)tae Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cere librarum decem”, comparve (Ibidem, f. 149v). 1604: “Cappellanus seu confraternitas s. Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae lib(rarum) decem”, comparve Octaviano Campanaro. (Ibidem, f. 155v). 1605: “Cappellanus, seu confraternitas S(anc)tae Catherinae terrae Mesuracae cum cathedratico cere librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 166v). 1605: “Cappellanus seu confraternitas s(anc)tae Catherinae terre Mesuracae cum cathedratico cere librarum decem”, comparve (Ibidem, f. 170v). 1606: “Cappellanus seu confraternitas S. Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico Cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 175). 1606: “Cappellanus seu Confraternitas S. Catherinae t(er)rae Mesoracae cum cathedratico cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 187). 1607: “Cappellanus, seu Confraternitas Sanctae Catherinae terrae Mesuracae cum cathedratico cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 198). 1608: “Cappellanus seu Confraternitas S.tae Catherinae Terrae Mesoracae cum Cathed.co cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 207v). 1609: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Catherinae terrae Mesuracae Cum Cathedratico cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 219v). 1610: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Catherinae Terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 227v). 1611: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Chaterinae Terrae Mesuracae cum Cathedratico Cerae librarum decem”, comparve e pagò. (Ibidem, f. 237v). 1612: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Chaterinae Terrae Mesuracae cum cathedratico cerae librarum decem”, comparve e pagò. (Ibidem, f. 246). 1613: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Chaterinae Terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 255v). 1614: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Chaterinae terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 263v). 1615: “Cappellanus seu Confraternitas Sanctae Chaterinae terrae Mesuracae Cum Cathedratico Cerae librarum decem sol(vit) cum confr.s car.nos viginti” (Ibidem, f. 278). 1616: “Cappellanus seu confraternitas Sanctae Chaterinae terrae Mesuracae Cum Catredatico Cerae librarum decem”, comparve e consegnò libre 8 e ½ e per la parte restante pagò carlini 3 (Ibidem, f. 287v). 1617: “Cappellanus seu confraternitas Sanctae Chaterinae Terrae Mesuracae Cum catredatico Cerae librarum decem”, comparve e pagò (Ibidem, f. 301v). 1618: “Cappellanus seu confraternitas Sanctae Chaterinae Mesuracae Cum Catredatico Cerae librarum decem”, comparve con la cera. (Ibidem, f. 309v). 1619: “Cappellanus seu confraternitas Sanctae Chaterinae Mesuracae cum catredatico cerae librarum decem”, pagò in cera (Ibidem, f. 315v). 1634: “Rector S. Cathariane cum decem libris cerae – Petrus Ioannes Lauretta Procurator obtulit. (Scalise G. B., a cura di, Siberene, p. 30). 1635: “Rector S. Catharinae cum decem libris cerae”, offrì (AASS, 26A, f. 3). 1636: “Rector S. Catharinae cum decem libris cerae”, comparvero gli stessi “Communeris” (il R.s Archipresbiter Julio Ant.o Giglio ed il Presbyter And.a Misiano) ed offrirono per la cera 20 carlini. (Ibidem, f. 9v). 1637: “Procurator S. Catharinae cum decem libris cerae”, i Communeri offrirono per lui le dieci libre di cera (Ibidem, f. 15). 1638: “Procurator S. Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì il presbiter Fran.co Avarelli (Ibidem, f. 23v). 1639: “Procurator Ecc.ae et Confraternitatis Sanctae Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì Joannis Paulus Giurlandinus “modernus” procuratore (Ibidem, f. 34). 1640: “Procurator Ecclesiae et Confraternitatis Sanctae Catharinae cum decem libris cerae” comparve Marius Caputus “Procurator”, e offrì (Ibidem, f. 43). 1642: “Procurator Ecc.ae seu Conf.tis S.tae Catharinae cum decem libris Cerae”, per sè Marius Caputus procuratore offrì. (Ibidem, f. 52v). 1643: “Procurator ecclesiae seu Confrat.tis Sanctae Catherinae Cum decem libris Cerae” comparve Marius Caputus procuratore ed offrì (Ibidem, f. 64v). 1644: “Procurator Ecc.ae seu Confrat.tis Sanctae Catharinae cum decem libris cerae”, lo stesso offrì per esso (Ibidem, f. 80v). 1645: “Procurator Ecclesiae seu Confraternitatis Sanctae Catharinae cum decem libris cerae”, comparve per esso il Rev. arciprete ed offrì. (Ibidem, f. 91). 1646: “Procurator Ecclesiae Confraternitatis S. Catharinae cum decem libris cerae”, offrì. (Ibidem, f. 101). 1647: “Procurator Ecc.ae Confraternitatis S. Catharinae cum decem libris Cerae”, comparve ed offrì (Ibidem, f. 111). 1648: “Procurator Ecc.ae Confraternitatis S.tae Catharinae cum decem libris Cerae”, offrì lo stesso arciprete (Ibidem, f. 120). 1649: “Proc.r Ecc.ae Confraternitatis S.tae Catharinae cum decem libris Cerae”, offrì per sè stesso. (Ibidem, f. 130v). 1651: “Proc.r Ecc.ae Confraternitatis S.tae Catharinae cum decem libris Cerae”, per esso offrì il presbitero Thomas Ant.s Dardano. A margine: d. 2.0.0 (Ibidem, f. 140). 1653: “Procurator Ecc.ae Confraternitatis Sanctae Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì. (Ibidem, f. 149v). 1655: “Proc.r Ecc.ae Confraternitatis S.tae Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì (Ibidem, f. 159v). 1656: “Proc.r Ecc.ae Confrater.tis S.tae Catharinae cum decem libris Cerae”, comparve ed offrì (Ibidem, f. 169v). 1658: “Proc.r Ecc.ae Confraternitatis S. Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì dieci libre di cera (Ibidem, f. 178). 1661: “Proc.r Confraternitatis S. Catharinae cum decem libris cerae”, comparve ed offrì d. 2.0.0 (Ibidem, f. 187). 1662: “Procurator Confraternitatis S. Catharinae cum decem libris Cerae”, comparve ed offrì (Ibidem, f. 209v). 1663: “Proc.r Confrat.tis S. Catharinae cum decem libris Cerae”, comparve e pagò d. 2.0.0 (Ibidem, f. 211v). 1664: “Proc.r Confr.tis S. Catharinae cum decem libris cerae”, comparve e pagò d. 2.0.0. (Ibidem, f. 223v).

[vii] AASS, 16B, ff. 66-66v.

[viii] AASS 47A, f. 29.

[ix] Tra i territori burgensatici posseduti dal Principe della Scalea feudatario di Mesoraca, elencati nell’apprezzo cittadino fatto il 14 maggio 1574, troviamo: “Olive à Santo Domenico che foro de Diacono Gregorio Canzoniero di salmate 2 a la piccula, che a la grossa sono salmate una, e mezza”. AASS, 7A, f. 42.

[x] “… à Misuraca dui conventi uno di predicatori, e l’altro di Capuccini, et un altro fora misuraca di Zocculanti, …”. ASV, Visitatio ap.lica Sanctae Severinae 1586, S. Congr. Concilii Visit. Ap. 90. “… vi sono tre Conventi, uno di Frati Predicatori, uno di Capuccini, et uno di Frati Minori Riformati dell’Osservanza, …”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1589, f. 24v. “Mesoraca è terra di tremilia, e cinquecento anime. (…) Vi sono tre conventi, Uno di Fr(at)i Predicatori, Uno di cappuccini, et Uno di Fr(at)i Minori Reformati dell’osservanza, nel quale hebbe principio in Calab.a la d.ta Riforma.” (1591). AASS, 19B, ff. s.n..

[xi] AASS, 18A, f. 121.

[xii] Mesoraca, 12 febbraio 1595. Gli “Hon.les” Antonius Migliolus, Fabritius Cansonerium, Joannes Dominicus Giorlandinus, Paulus Carcellus, Troianus Mautise e Franciscus Grecus de Antonello, tutti di Mesoraca, “confratus” della “Ven.lis confraternitatis Sancte Caterini” di Mesoraca, nominano procuratore della detta confraternita il magister Ottaviano Campanari. AASS, 6A, ff. 94-95. In una lista di spese sostenute dall’arciprete di Mesoraca dal 20 dicembre 1618 al 24 gennaio 1619, si menziona: “datto per elimosina a S(an)ta Catarina d. 0.1-”. AASS, 2A f. 169.

[xiii] 1 giugno 1629. Nel proprio testamento, il C. Gio: Thomaso Campana di Policastro, dichiarava di aver pagato al “priore seu vicario” del monastero di S.ta Caterina di Mesoraca, ducati 4 per il funerale del quondam Gio. Gregorio Campana suo fratello. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 36-37v.

[xiv] AASS, 37 A, f. 18v.

[xv] 24 agosto 1646. Francesco Misiano vende a Portia Avarello la domus sita e posita “intus t(er)ram p(redi)ttam ubi nuncupatur S.ta Margarita”, confine la domus di detto Fran.co, la domus di Paride Misiano la via pubblica e altri fini. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1646, protocollo 434, ff. 35v-36.

[xvi] 17 aprile 1643. Prudentia Greco di Mesoraca, vedova del quondam Francisco Prospero, insieme al figlio Jo: Leonardo Prospero, vendono al chierico Joannes Thoma Iannici, la domus con orto “conticuo”, sita e posta “intus dictam terram Mesoracae in convicinio V(enera)bilis Ecclesiae Sanctae Catherinae”, confine la domus di Francisco Misiano, la domus di Andrea Greco, le domos di Nicolai Benincasa via mediante e altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 56v-57v.

[xvii] 13 dicembre 1617. Il notaro si porta nella domus di Masi Morello sita “in d.a t(er)ra ubi d.r S.ta Margarita”, confine la domus di Antonello Cortise, la domus di Nicola Fran.co Benincasa e altri fini, per stipulare il suo testamento. Il detto Masi disponeva di essere sepolto nella chiesa di S. Nicola di detta terra. ASCZ, Notaio Basile G. A., 1616-1617, protocollo 433, f. 19.

[xviii] Dom.co Macri bracciale, possiede un orticello “nella grecia d: la Colla” con pochi piedi di gelsi neri, di capacità ½ tt.o, confine il SS.mo Sacramento e la strada pubblica. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6979, f. 154.

[xix] 20 agosto 1639. Alla dote di Matteo La Mantia e Vittoria Misiano, appartiene un orticello di gelsi posto dentro la terra di Mesoraca “loco detto la Colla”, confine l’orto di Gio. Battista Arena, “la via si và alla chiesa di S. Caterina”, i gelsi di Fran.co Misiano di Sibio, e altri confini, ricevuto da Caterina Misiano madre di detta Vittoria. ASCZ, Notaio Biondi G. F., 1639, Busta 654, ff. 46v-47v.

[xx] Russo F., Regesto VII, 36845.

[xxi] “Praeter supradittas tres ecclesias parochiales sunt in ditta terra aliae decem ecclesiae, quarum tribus SS.mae Annunciationis, Purificationis B. Mariae Virg. et Sanctae Catarinae Virg., et Mart., sunt annexae tres confraternitates laicales.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina 1675. Da un conto fatto da Marco Ant.o Biondi, erario dello Stato di Mesoraca, riguardante il periodo dal 12 settembre 1656 al 4 maggio del 1657, risulta: “A 11 8bre pag.to a Dieco Nicastro proc.re di S. Caterina car.ni 21, e gr(an)a 6 per saldo di tutte l’annate di Cenzi, che dovea la Corte a d.a Chiesa sop.a la posses.ne detta lo Gigliato, Manche di Pilato, e saldo di Cenzo sop.a le robbe del q.m Scip.e Misiano d. 2.0…”. AASS, 34A, f. 31.

[xxii] AASS, 37 A, ff. 18v-20v.

[xxiii] 30 marzo 1665. D. Fran.co Ricciuto di Mesoraca, possedeva 16 piedi di gelsi tra grandi e piccoli in più e diversi luoghi. Lo stesso Ricciuto come procuratore della chiesa di “S.ta Catarina Vergine, e Martire”, attestava che questa possedeva 15 piedi di gelsi fra grandi e piccoli. AASS, 6D, fasc. 4, f. s.n.

[xxiv] “nell’anno 1650 fu soppresso d.o Conv.to ma dopo nel 1680 fu reintegrato in tutte le rendite, e raggioni”. AASS 47A, f. 29.

[xxv] “Il Sindico, et Eletti della Terra di Mesuraca in Prov. di Cal. Ult. Con supp.ne humilm.te rappresentano a V. E., come in virtù della bolla ponteficia fu suppresso nell’anni passati un Convento de’ Padri Domenicani posto in detta T(er)ra sotto il titolo di S.ta Catarina Ver., e Mart., il tutto per l’insufficienza dell’entrade, et perché la Cittadinanza di essa Terra, con la suppressione di d.o Convento, s’è vista priva dell’aggiuti spirituali, e temporali have costituito in particolare diverse annue rendite al detto Convento reintegrando, quali non essendo sufficienti per la manutentione de’ Padri stabilita in detta Bolla. L’Uni(versi)tà di detta Terra, e suoi Cittadini, previo publico regimine, l’have assegnato una Difesa nominata Pietronà, la quale è di puoco frutto alla detta Uni(versi)tà e suoi Cittadini, e di qualche commodo al detto Convento reintegrando.” ASN. Prov. Caut. Vol. 245, f. 193.

[xxvi] “Vi sono tre nobilissimi, e degni monasterii, de rr. pp. Domenicani l’uno in questa terra; e due di fuori, cioè della mia religione Capuccina l’altro, e de’ padri Reformati, con un’antichissimo, e forte castello.” Fiore G., Della Calabria Illustrata, 1691 I, p. 451.

[xxvii] “… che oggi con due Casali Marcedusa, e Rietta, anche con aggiongervi il Terzo, ch’è feudo de’ Padri Domenicani di detta Terra chiamato la difesa di Petronà, che in atto si sta populando”. Mannarino F. A., Cronica della Celebre, ed Antica Petilia detta oggi Policastro, manoscritto 1721-1723, f. 100v. “E pur vi sono tre Celebri Monasteri, Uno del Patriarca San Domenico, e l’altre due de’ PP. Reformati e Cappuccini (…) Oltre a tre Celebri Monasteri uno de’ Padri Domenicani l’altro de’ Padri Capuccini con Noviziato, e il più antico, magnifico, silvestre, lontano dall’abitato, e delizioso è de’ PP. Reformati …”. Ibidem, ff. 101-101v.

[xxviii] ASCZ, Fondo Miscellanee, Busta 26, f. s.n.

[xxix] “3.m ex familia S. Dominici cum Religiosis quinque competenti redditu, quod licet alias fuerit suppressum ob tenuitatem Censuum, moderno tempore mei Praedecessorii Berlingerii, postremo fuit redintegratum, assignata prius monasterio ab Universitate quadam Continentia Terrarum pinguis redditus, hac conditione, ut Religiosus inter caeteros idoneus ad instruendos artibus liberalibus adolescentulos Communeri eiusdem semper ad esset, ut ex Instr(ument)o Donationis; Et cum subordinatione Ordinario toties supprimendi, quoties conditiones de essent, ut ex Diplomate etiam Redintegrationis. Pluries apud me instante Universitate p(redi)ttam, se suosque cives apposita conditione fraudari, cum nullum in Caenobio videant Religiosum destinari ad iuvenes saeculares erudiendos, ac proinde monasterium supprimendum, nil decernere hactenus dum, sed EE.VV., et SS.mi D.ni Oracula enputare.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1725.

[xxx] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, ff. 221-226v.

[xxxi] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Catasti Onciari, 6980, ff. 243-244.

[xxxii] “… ha il primo luogo il convento dell’inclito Ordine Domenicano, a cui presiede col titolo di Vicario un religioso qualificato, ed in esso furono, e presentemente sono molti religiosi di rara esemplarità di costumi, e dottrina, amanti della vera religiosa osservanza non meno, che dell’acquisto delle scienze, vivono sempre impiegati in pie opere, ed in esercizi letterari, ed eruditi, comunicando ancora alla gioventù con insigne carità la filosofia, e teologia. Assidui sono nell’ascoltare le confessioni sagramentali, indefessi nella predicazione evangelica, ed in altre opere pie, di modo che quell’anime se giuste sono, hanno ben campo di santamente perseverare, e se malvage, con somma cura, e dolcezza vengono ridotte da que’ religiosi alla via della salute.” Fico G. A., Notizie Storiche della Patria di S. Zosimo, 1760, p. 110.

[xxxiii] “Conventus Sancti Dominici olim suppressi, et postea restituti, cum tribus Religiosis Sacerdotibus, et duobus Laicis, qui meae subest visitationi, est prope moenia.” ASV, Rel Lim. Santa Severina 1765, f. 10v.

[xxxiv] “Confraternitas SS.mi Rosarii erecta in parvo Conventu olim suppresso, postea restituto sub titulo S(an)ctae Cathariane, in quo convivunt P(at)res Praedicatores, qui circa spiritualia eam regunt, quo ad temporalia vero Procurator per Confratres eligendos.” ASV, Rel Lim. Santa Severina 1765, f. 7.

[xxxv] 18 agosto 1772 (AASS, 77A, ff. 40v-41). 6 luglio 1773 (Ibidem, f. 54v). 13 aprile 1774 (Ibidem, ff. 63-63v). 24 gennaio 1775 (Ibidem, f. 83). 22 giugno 1776 (Ibidem, ff. 97-97v). 8 febbraio 1778 (Ibidem, f. 124). 10 febbraio 1779 (Ibidem, f. 141v).

[xxxvi] Vivenzio G., Istoria e Teoria de Tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del 1783, Napoli 1783, Indice Generale in fine al volume (14).

[xxxvii] ASCZ, Cassa Sacra, Segreteria Pagana, Busta 50, fascicolo 784.

[xxxviii] ASCZ, Cassa Sacra, Atti Vari 308/3.

[xxxix] AASS, 86A, f. 32v.

[xl] AASS, 86A, f. 34.

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