La chiesa e ospedale di Santa Caterina in Santa Severina

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Santa Severina, in evidenza la chiesa di Santa Caterina.

La chiesa di Santa Caterina era vicina alla chiesa parrocchiale di Santo Giovanni Battista, alla chiesa di Santa Caterinella ed alla chiesa cattedrale di Santa Anastasia e presso le “ripas S.tae Caterinae”.

Il luogo
La sua posizione è ben descritta nella visita compiuta dal vicario Giovanni Tommaso Cerasia, cantore della chiesa cattedrale di Mileto al tempo dell’arcivescovo Ursini, il quale la mattina del 18 maggio 1559 dopo aver visitato con il suo seguito la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, che era “p(ro)pe et coniuncta cum archiep.”, entrò nella chiesa di Santa Caterina, che era “ex(tr)a archiep.lem eccl.am”, quindi si diresse alla chiesa di Santa Caterinella, situata p(ro)pe eccl.am metropolitanam”.

La descrizione delle due chiese
Il vicario Cerasia con il suo seguito, procedendo la visita, si recò fuori la chiesa arcivescovile nella chiesa di Santa Caterina, che apparteneva alla confraternita laica omonima. Trovò l’altare con un altare portatile e con un quadro, dove c’erano le immagini della Vergine Maria e Santa Caterina. Il quadro era piccolo, dorato e di legno. Vi erano una croce d’argento con il suo pomo d’argento, quattro candelabri di ottone, un altro era rovinato ed altri tre erano di peltro. C’era un calice d’argento con patena, uno di peltro con patena e corporali ed un altro calice era di peltro, quest’ultimo era rovinato e “dissazato”. La chiesa aveva sei tovaglie, una coperta con frange ed una di mayulo. Possedeva corporali, una pianeta nuova di damasco bianca con friso in mezzo, un cuscino di tela ed un campanello. Al campanile c’era una campana. Di qua e di là vi erano alcuni sedili di legno e due banchi di legno. Vi erano anche tre vestimenti completi, tre pianete, una paonazza e due di tela, due messali, una pianeta nera, una coperta nera, un’altra pianeta crestata e cinque cuscini. Dentro ad una cassa vi erano delle tovaglie, una lampada, un tombolo di ottone….In un’altra cassa vi erano trentasei tovaglie di filo dipinte di diversi colori, quattro amitti , otto tovaglie di mano, sette manipoli ed un piccolo campanello. Alcuni scanni erano situati in sacrestia e due altari nella chiesa.
Uno apparteneva a Minico Archimanno. Aveva la coperta, una cona con l’immagine della Vergine ed un altare portatile. L’altare poteva contare su una rendita di quindici carlini annui, provenienti da un lascito del fu Nicola Archimanno, il quale legò tale somma ai frutti di un di terreno con l’obbligo di dire una messa alla settimana. L’altare era servito dal sacerdote Don Fabio de la Piccola, il quale era anche il cappellano della chiesa.
Nell’altro altare c’era un dipinto murale della Beata Caterina. Vi erano quattro piccoli pomi, due occhi d’argento votivi ed un gonfalone, solito a portarsi per la città. In questa chiesa erano soliti radunarsi alcuni confratelli.
Il vicario ingiunse al cappellano di notificare agli appartenenti alla confraternita che entro il termine massimo di sei giorni essi dovevano comparire davanti a lui nel palazzo arcivescovile, per dimostrare la loro obbedienza e per informarlo sulla dote e sui privilegi della chiesa e ciò sotto pena di scomunica e di estinzione della confraternita. Ingiunse inoltre che i beni dovevano essere ben inventariati e conservati e che sotto pena di scomunica si doveva coprire la chiesa con tegole nei luoghi necessari.
Il vicario nella stessa mattinata visitò la chiesa di Santa Caterinella, che era situata accanto alla chiesa metropolitana nella quale trovò l’altare fabbricato. La chiesa era un beneficio di collazione papale. Il vicario la trovò pulita con scope e ornata senza cura, perciò fu assai contristato.Domandò ai sacerdoti ed ai canonici, che lo accompagnavano, chi era il rettore. Costoro risposero che era il Reverendo Abate Mario Barracca. Domandò quindi se la chiesa aveva qualche dote. Questi risposero che possedeva una casa ed una gabella a “Yofari” alla “Valle di la Votte”. Allora il vicario ordinò di sequestrare le rendite della chiesa e diede mandato al tesoriere ed al primicerio della cattedrale di obbligare i coloni, che avevano in fitto quelle terre, di consegnare i frutti delle stesse e di venderli. Essi dovevano poi utilizzare il denaro della vendita per rifare il tetto, già in rovina, e per far dipingere le immagini della gloriosa Vergine Maria e di Santa Caterina. Comandò inoltre di fare nuovamente i vestimenti ed i calici per il culto dell’altare, di intonacare la cappella. Qualora il denaro non sia sufficiente per eseguire tutte queste cose, spetterà al rettore aggiungere il mancante e ciò sotto pena della scomunica.

La chiesa di Santa Caterinella
La visita del cantore evidenzia che in Santa Severina vi erano due chiese dedicate a Santa Caterina ed erano situate in luoghi vicini, tanto che per distinguerle il cantore una la chiama Santa Catarina ed appartiene alla confraternita omonima e l’altra, più piccola, Santa Catarinella era un semplice beneficio di collazione papale . Quest’ultima, descritta come semplice beneficio “ et sine cura capella seu ecclesia Sanctae Catherinae.. sita in Civ. praedicta iux.a n.ram Metrop.”, verrà concessa con tutti i suoi frutti, rendite, proventi e oneri dall’arcivescovo di Santa Severina Francesco Antonio Santoro alla mensa capitolare in “vigore Decretorum Generalis Concilii”, come da atto del primo febbraio 1578, rogato “in carta pergamena” dal notaio Giacomo de Rasis. La chiesa senza cura, rimasta vacante per morte dell’ultimo possessore del beneficio Mario Baracha, era stata infatti incorporata dall’arcivescovo alla mensa arcivescovile. Lo stesso arcivescovo la aveva poi donata al Capitolo con le sue rendite ed oneri per aumentare la devozione divina, con la condizione di conservarvi il culto e di provvedere alla “fabrica ac necessaria reparatio”. Tutto ciò è anche descritto nella Platea del Capitolo del 1580: “Item d(et)to ven. Cap(ito)lo tiene et possede la ven(erabile) chiesa di S. Caterina muro coniunto con l’archivescoval chiesa, et palazzo con una gabella concessali da Mons. Ill.mo Francesco Antonio Santori arcevescovo di S(anta) S(everi)na dalla quale se ne percipe t(omo)la dieceotto di grano”. La chiesa di Santa Caterinella è richiamata anche nella relazione dell’arcivescovo Alfonso Pisano del 1603 (“Il Capitolo possiede un altro beneficio di docati dodeci incirca l’anno contiguo alla chiesa Arcivescovale detto di S.ta Caterina”) ed in una platea successiva del capitolo (“De più tiene un oratorio sotto il titolo di S. Caterinella consistente in una cabella nominata Percetta concessa in emphiteusim per tum.la dieceotto di grano l’anno portata in questa Città esistente vicino la terra di S. Mauro. Oggi posseduta da D. Nicolò Maria Godino e Francesco Antonio Visciglia. Vi è di peso una messa al mese”.) (Bona, iura et onera … dopo il 1663). La chiesa di Santa Caterinella col passare del tempo fu incorporata al palazzo arcivescovile, rimanendo un semplice beneficio, come risulta dalla “Nuova Platea “ del Capitolo dell’anno 1782: “ Dalla succennata massa delle Distribuzioni quotidiane annui D. 1.20 per dodeci messe l’anno per l’obligo del benef(ici)o sotto il tit(ol)o di S.a Catarinella sopra la gabella di Percetta giusta la unione fattane al Capitolo in aumento delle Distribuzioni dalla b.m. di m.s arciv.o D. Franc.o Ant.o Santoro..”
Ancora oggi a ricordo rimangono alcuni graffiti su parte dei muri perimetrali superstiti della chiesa in una stanza dell’odierno museo diocesano (… ANNO D.MINI MCCCCVIII … XXVI 10bre XI IND.e)

Lasciti all’ospedale di Santa Caterina
Nella visita del vicario Cerasia vi è una descrizione particolareggiata della chiesa ma non vi è alcun riferimento all’ospedale. Dobbiamo attendere alcuni anni per avere le prime notizie. Negli atti del notaio Marcello Santoro ci sono numerosi riferimenti alla presenza dell’ospedale.
Tanti piccoli lasciti in denaro, ma anche in tomoli di grano, con i quali i testatori beneficiarono l’ospedale con la condizione che i confratelli accompagnassero il defunto in processione all’ultima dimora, o per la celebrazione di messe in suffragio. Il primo luglio 1570 Luca Muscedera “lassa per l’elemosina di sua anima…. doi altri (carlini) all’hospitale di S.ta Caterina …” (Vol. I, 1570, f. 64-65); Il 26 settembre 1570 Donna Granata de Donato moglie di Antonino Novellisi dona all’ospedale di Santa Caterina e per esso al priore Francesco Baglione una casa situata in parrocchia di Santo Stefano. La casa faceva parte delle doti promesse al suo primo defunto marito. La donazione è motivata per la salute della sua anima e per quella del suo defunto primo marito. ( Vol. II, 1570, ff. 16-17). Il 4 gennaio 1571 Francesco Trayina di Policastro è “ad domos Hospitalis S.tae Caterinae”. In fin di vita egli fa testamento e vuole che “lo corpo suo sia sepellito nella ven. chiesa di S.ta Caterina con li funerali piacerà alli confrati di detto hospitale… dixit havere una bestia somerina.. et vole sia di s.ta Caterina et di dicto hospitale… dixit dovere recipere docati sette da fran.co filocamo.. vole ..siano di detto hospitale..” ( Vol. ii, f. 37). Il 10 novembre 1571 il reverendo Vincenzo deli Pira “lassa allo ven. hospedale di S.ta Caterina carlini cinque” ( 1571, f. 23); il 17 maggio 1574 Nardi de Martino “lassa uno carlino al hospedale di S.ta Cat.na ( 1574, f. 84v-85); il primo di luglio 1574 il nobile Alessandro Infosino stabilisce “che a morte sua sia tutta la robba alla q.le se trovera allo ospedale de S.ta Sev.na, alla santiss.ma annunziata et alla cappella de santo lorenzo iuspatronato dello detto mag.co alesandro et che si labbia spartire pro rata parte et since fosse alcun debbito che appare per scritture lo detto spitale santiss.ma anuntiata et s.to lorenzo hanno di pagare et che siano obligati far dire una messa lo di per lanima di esso alesandro da lo spitale quanto santa anuntiata et quanto santo lorenzo et mancando che di fatto sia di lo corpo di cristo con la midesima obricazione” ( 1574, f. 110 ); il 6 agosto 1574 Alexandro de Martino “lassa a santa chaterina per lanima sua ducati cinq… lo corpo suo vole che sia sepellito alla cappella di s.to marco suo iurepatronato vestitoli uno abbito di s.ta chaterina” ( 1574, f. 137); Il 23 luglio 1575 il m.co Scipione Angeriano “lassa allo hospitale di S.ta Caterina doi tumula di grano alla grossa l’anno in pp.um sopra le robbe sue…. vole che tanto li confrati del s.mo sacramento come di l’hospedale possano in pp.um esigersi lo sup.to legato sopra tutte le robbe sue mobili et stabili” ( in seguito il lascito di grano è ristretto ad una sola volta) ( 1575, ff. 133-134); Il 12 agosto 1577 Andrea de Casovono che è ammalato nell’ospedale fa testamento e ,poichè non ha alcun erede legittimo, istituisce suo erede l’ospedale di Santa Caterina “sopra tutte sue robbe mobili e stabili denari vocali suppellettili di casa …” inoltre “vole che s’habia di sepellire il corpo suo intro s.ta cat(eri)na cola ponpa funerale che piacerà alli confr(at)i dell’hospitale” ( 1577, f. 267); l’ 11 ottobre 1581 Matteo Leone “lassa all’hospedale de s.ta caterina uno tari” ( 1581, f. 38v); il 23 dicembre 1581 il nobile Jacobo de Martino “lassa.. all’ hospedale un carlino pur con li confrati che vengano con la processione” ( 1581, f. 67); Il primo settembre 1589 Il tesoriere Francesco Caruso lascia “al ven. Hospidale di Santa Caterina di d.a Città docati diece”… .

Le Indulgenze
La possibilità di commutare le penitenze in denaro ed in lasciti indussero i confrati a cercare di poter amministrare il privilegio delle indulgenze, per tale motivo “interessarono” e sollecitarono il vescovo di San Marco, il napoletano Gio. Antonio Grignetta, un loro vecchio conoscente che nel passato era stato vicario generale degli arcivescovi di Santa Severina, i fratelli Santoro.
Con una lettera da San Marco in data 15 novembre 1578, diretta al “procuratore e confrati di S.ta Caterina di Santa Severina, il vescovo Grignetta li informava del suo interessamento per ottenere quanto prima da Roma le indulgenze per la chiesa:
“Molto Mag.ci Sig.ri. La lettera delle SS.VV. mi è stata car.ma se ben non era necessaria per ricordarmi di procurare le indulgentie à cotesta chiesa di S. Catharina perche ne ho sempre havuto particolar pensiero, e sto tuttavia aspettandole di Roma, ove per ordinario li negotii non così presto si spediscono per il che non è da meravigliarsi se tardano a venire, subito giunte che mi saranno le invierò alle SS. VV. alle quali se in altro ancora voglio à far qualche servitio ne diano aviso che in ogni occorrenza loro sempre mi trovaranno prontissimo conche me li raccomando, e prego dal S.re ogni felicità, e contento.
Da S. Marco a XV di Novemb. 1578. Al serv.o delle SS. VV. Il vescovo di S. Marco.

La confraternita alla fine del Cinquecento
L’arcivescovo Alfonso Pisani nella prima relazione scrive: “Nella chiesa di S. Catarina si celebra ogni dì messa, et in certi giorni due. I fratelli essercitano l’hospidalità à poveri peregrini, et infermi, e si trovano pronti a portare i defonti in chiesa. Ha di entrada diece docati, ma con l’elimosine si supplisce al tutto. E’ aggregata all’archiconfraternita della SS.ma Trinità di Roma, e vi si fa in certi tempi l’oratione delle quaranta hore. I detti fratelli cantano ogni Domenica matino l’ufficio della Beata Vergine, ogni venerdì di Quaresima la compieta, e litanie del nome di Giesù, et il venerdì santo andando a visitare i santi sepolchri, vanno con le discipline battendosi. Ivi Mons. Arcivescovo ha istituita la compagnia della Dottrina Christiana, la qual si insegna conforme alli libretti fatti dal S.r Cardinal sudetto (Giulio Antonio Santoro) per uso di quella chiesa, e Provincia e l’istesso si fa per tutta la Diocese non solo tra latini, ma anco tra Greci con li libretti pur stampati in lingua greca per ordine del detto S.r Cardinale”( Rel. Lim. S. Severina., 1589). E ancora “tutti li venerdi di marzo escono per la Città in processione battendosine gran parte con discipline à sangue visitando le chiese di d.a Città, e massime il Venerdì Santo visitando li santi sepolcri. Nella d.ta chiesa Mons.r ha istituita la compagnia della Dottrina Christiana la quale se insegna conforme alli libretti fatti stampare p.a dall’ ll.mo S.r Card.le e poi ristampare da S. S. R.ma per uso di d.a chiesa Diocese e Provincia”. La confraternita e l’ospedale erano visitati dall’arcivescovo ”senza contradditione alcuna et a gli amministratori si vedono i conti anno per anno “ ( Rel. Lim. 1591).

Luogo di assistenza e di culto
Nell’ospedale si accoglievano gli ammalati ed oltre ai pellegrini ed ai forestieri anche gli abitanti poveri della città, sia uomini che donne (“Habet hospitale in quo recipiuntur tam viri quam mulieres”, Rel. Lim. 1615). Nella chiesa di Santa Caterina si seppellivano non solo i poveri, gli indigenti ed i forestieri ma anche chi faceva parte della confraternita. Il 25 luglio 1570 Gio. Antonino Vaccaro fa testamento e stabilisce “che quando a Dio piacerà fossi morto.. che lo corpo suo sia seppellito in S.ta Caterina come confrate … lassa … carlini vinticinque allo ven. hospitale .. et vole che li confrati de dicta confrateria s’l’habino à recoglere … lassa allo ven. hospitale de S.ta S.na uno avante lecto di maiulo fatto a rosa per l’anima sua et de soi parenti et che i p.ti confrati di detto hospidale ci havino di donare uno habito per seppellirse così vestito” ( 1570, ff. 75v – 76). (“A diece di febraro 1595 morì stefano Iemmo e fu sepellito in S. Catarina..”; Adi 18 di febraro morì beatrice Iemma e si sepellì in S.Catarina..”; Adi 9 di Aprile 1602 morì Marsilio Marano .. e fu sepellito nella chiesa di S.ta Caterina”; “Adi 29 di Xbre 1606 morì Cornelia Iemma.. e fu seppellita nella chiesa di S. Caterina”; “Adi 16 di maggio 1608 morì Gio. Berardino Rizzo.. fu seppellito nella chiesa di S. Caterina”; “A 20 di 7bre 1620 morì Gio. Francesco la Padula… fu sepolto nella chiesa di S.ta Caterina dove era confrate”; “A 8 di marzo 1621 morì Giulia Leone.. fu seppellita nella chiesa di S. Caterina”; “A 25 d’Aprile 1621 morì Iacinto Carnopoli .. fu seppellito in S.ta Caterina”, Adi 12 di Agosto 1640 passò da questa vita fran.ca Coco dello zirò.. fu sepolta nella chiesa di S.a Catarina; A 3 Ap.le 1644 passò da questa vita Vittoria Scaccia di capistrano.. fu sepolta per l’amor di Dio nella chiesa di Santa Catarina”; A 24 settembre 1652 Filippo Sisca forestiero ..per esser morto subito fu sepolto christianamente nella cappella di S.ta catherina ; A 17 settembre 1653 Francesco Sisca di caccuri .. fu sepellito nella cappella di S.ta Catarina ecc. )
Nella chiesa si celebravano le messe legate ai lasciti. (“D. Fabritio Burdana tiene per obligo del Capitolo una messa in S.ta Caterina”, “D. Leonardo Coluccio .. due messe la settimana in S. Caterina da parte di D. Angelo de Luca “ ecc.)

Attività censuaria
Fin dalla seconda metà del Cinquecento i confrati della chiesa e ospedale di Santa Caterina esercitarono una florida attività creditizia. Si tratta di prestiti di somme modeste a piccoli proprietari del luogo. Il denaro proveniente dalle indulgenze, dai lasciti e dai censi era investito in tanti piccoli prestiti, al dieci per cento nel Cinquecento e all’otto alla fine del Seicento, ai coloni, che le ricorrenti carestie, causate dai frequenti raccolti scarsi spingevano verso il fallimento e la fame. Il capitale dato a censo era infisso su chiuse, orti, oliveti, vignali, vigne, gabelle, case ecc.. Il debitore si obbligava al momento del prestito a versare un annuo canone alla metà di agosto al procuratore della chiesa e ospedale. A volte i beni ipotecati per insolvenza dei debitori erano confiscati, ricadendo in proprietà dell’ospedale. Spesso il bene acquisito, previo il consenso dei confrati e della curia arcivescovile, era messo all’asta in pubblica piazza “ad exstinctum candelae” ed i procuratori pro tempore si incaricavano di stipulare il contratto di cessione con l’ultimo licitatore, quasi sempre un proprietario terriero del luogo. L’attività creditizia già presente nel Cinquecento diventò l’attività economica predominante nel secolo successivo. Il 10 agosto 1570 Gio. Domenico de Girardo per testamento stabilisce “che dicta thomasa se possa tenere durante sua vita una casa sua posta à s.to petro.. dove habita al p.nte esso testatore et che ne paghi lo censo che rende à S.ta Caterini..” ( Santoro 1570, ff. 83 -84). Il 26 settembre 1570 Mario Infosino, essendo malato e trovandosi in difficoltà per procurarsi gli alimenti e le medicine per curarsi, si accorda con i procuratori dell’ospedale e confraternita di Santa Caterina, Francesco Baglione e Giovanni Bernardino Sacco. L’Infosino dà in pegno due case terrane, che egli possiede vicino alla sua casa palaziata in parrocchia di S. Giovanni Battista in “loco dicto la scalilla”, ed ottiene dai procuratori dieci ducati di carlini d’argento ( Santoro, 1570, ff. 18 -19). Il 20 ottobre 1573 il diacono Antonino dela Mendula dichiara di possedere una casa in parrocchia di Santo Giovanni Evangelista gravata da un censo dovuto alla chiesa di Santa Caterina ( Santoro, IV, 26v-27). Il 3 gennaio 1585 il chierico Giovanni Cosentino afferma che l’anno prima ebbe a censo dal procuratore dell’ospedale di Santa Caterina Minico L’Abbate ducati sessanta al 10 per cento, i quali erano pervenuti all’ospedale dalla vendita dei beni lasciati dalla fu Giubilia Nigro ( Santoro, X, 63). Il 5 aprile 1589 il chierico Giovanni Cosentino ottiene un prestito di ducati 25 al dieci per cento da Antonio L’Abbate, procuratore dell’ospedale di Santa Caterina. Il Cosentino si obbliga a pagare un annuo censo di carlini 25 sui primi frutti delle sue proprietà, che consistono in un territorio in località Turrotio ed in un vigneto a Laghane ( Santoro, 1589, ff. 88-89). Il 26 giugno 1686 il chierico Giovanni Domenico Mancuso afferma di essere debitore verso la confraternita di Santa Caterina per ducati 20 per le terze decorse dall’anno 1683 a tutto agosto 1685. Il debito è così ripartito: ducati 8 e mezzo sopra la sua casa in località Santa Maria la Grande per un capitale di ducati 100 ed annui tomoli otto di grano, cioè tomoli 3 sopra la gabella “Li Catusi” e tomoli 5 sopra la gabella “Il Visciglietto”. Non avendo denaro contante per estinguere il debito, il Mancuso si accorda con Giuseppe La Manna, “procurator V.lis confraternitatis S.tae Chatarinae erectae intus Civitatem et proprie ubi dicitur il Campo”, e per i ducati 20, che la confraternita deve avere, si impegna a pagare ogni anno carlini 19, che egli deve riscuotere dagli eredi di Mutio Curcio e che gravano sopra una casa “ubi dicitur la Piazza”. (Ceraldi, 1686, ff. 4 – 5). Il 15 febbraio 1688 Il chierico Giovanni Gerardi ottiene da Antonio Tigano, procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina e previo l’espresso consenso e beneplacito della curia arcivescovile, un prestito di ducati 25 all’otto per cento. A cautela del capitale il Gerardi obbliga i primi frutti del suo viridario, che tra annata fertile ed infertile frutta annui ducati venti ( Ceraldi, 1688, ff. 5v-6). Il 19 maggio 1688 Giuseppe Melea ottiene dal procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina un prestito di ducati 25 all’otto per cento. Il Melea si obbliga a versare i carlini venti annualmente nel mese di agosto ed obbliga le entrate di tutti i suoi beni, consistenti in un oliveto a “Grottari”, una vigna a Monastria, un vignale a Le Carra ed una casa palaziata dentro città in località Porta Nova, che rendono annualmente ducati dieci (Ceraldi, 1688, ff. 15-16). Il 2 febbario 1691 Antonino Ungaro, figlio ed erede di Gio Battista Ungaro, poiché non ha pagato diverse annualità e non ha i soldi per saldare il debito, deve cedere al procuratore dell’ospedale e chiesa di Santa Caterina, il chierico Petro Catanzaro, la sua chiusa alberata con alberi fruttiferi detta “l’impisi”. L’ospedale vantava un credito di ducati 30 all’otto per cento con numerose annualità pregresse, concesso a suo tempo al padre Gio. Battista Ungaro, che aveva obbligato la chiusa . Nello stesso giorno il procuratore dell’ospedale rivende la chiusa al regio giudice Rocco Podino per ducati 44. Il Podino consegna subito al procuratore 14 ducati, mentre per i rimanenti 30 si impegna a consegnare annualmente nel mese di agosto carlini 30. Obbligando la chiusa acquistata ed i suoi beni. (Ceraldi 1691, ff. 10 – 12). Il 22 agosto 1691 Filippo del Piris, già indebitato con il capitolo, deve ricorrere ad un altro prestito. Egli ottiene da Petro Catanzaro , procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina, ducati 15 all’otto per cento ipotecando il suo viridario in località “Il Passo”. Il De Piris si impegna a versare al procuratore ogni anno nel mese di agosto carlini 12 (Ceraldi , 1691, ff. 50- 51). Si mette all’asta nella pubblica piazza “ad estinctum candelae” un vignale alberato con alberi fruttiferi in località “Armo seu Favatu” della chiesa e ospedale di Santa Caterina. Esso è aggiudicato come ultimo licitatore e maggiore offerente a Geronimo Borrello. Il 24 gennaio 1692 il procuratore della chiesa e ospedale, il chierico Petro Catanzaro, e Geronimo Borrello stipulano l’atto di cessione. Il vignale è venduto per il prezzo di ducati 25 all’otto per cento ed il Borrelli si impegna a versare carlini 20 sopra tutti i suoi beni alla metà di agosto di ogni anno. ( Ceraldi, 1692, ff. 4v – 6). Il 17 febbraio 1693 i figli e la vedova di Giovanni Mancuso ottengono un prestito di ducati 25 all’otto per cento dal procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina Petro Mancuso. I Mancuso si impegnano a consegnare ogni agosto carlini 20 gravando le entrate dei loro beni, costituiti da due oliveti uno in località “Serretta” e l’altro “sotto le timpe della Grecia”. ( Ceraldi, 1693, ff. 15 -17). Anna Cartuccio, moglie di Leonardo Gangale di Policastro, e Claudio Vecchio, indebitati, si rivolgono al chierico Pietro Catanzaro, procuratore della chiesa e ospedale di Santa Caterina, per ottenere un prestito. La Cartuccio possiede un oliveto in località S. Nicolò, gravato da un censo di carlini sette annui, ed il Vecchio una vigna a Grottari, gravata da carlini quattro dovuti alla chiesa e ospedale di Santa Caterina, ed una casa palaziata nel luogo detto la Piazza. Il 15 aprile 1694 è rogato l’atto notarile col quale il procuratore concede il prestito di ducati 10 all’otto per cento ed i due debitori si impegnano a versare annualmente carlini 8 alla metà di agosto, ipotecando tutti i loro beni ( Ceraldi 1694, ff. 9 – 11). Il canonico Filippo de Peris possiede un “viridario” in località “Favatu seu della Conicella” ed un vignale a “cerasia”. Egli deve pagare un annuo canone di ducati nove , quattro al Capitolo per aver avuto in prestito ducati 50 e cinque al beneficio di S. Antonio di Vienna per un capitale di ducati sessanta. In difficoltà economiche egli ottiene, come da atto notarile in data 15 giugno 1696, un prestito di ducati 15 all’otto per cento sulle sue proprietà dal procuratore della chiesa e ospedale di S. Caterina, il chierico coniugato Petro Catanzaro. Il capitale sarà affrancato il 29 settembre 1751 dal nipote, il canonico D. Bartolo di Rosa (Ceraldi, 1696, ff. 13 – 14).

Amministrazione dell’ospedale
Nei “Memoriali di scomunica di particolari publicati in diversi tempi dal m.co R.do Cantore” troviamo una supplica presentata alla fine del luglio 1622 all’arcivescovo Alfonso Pisano dai procuratori della chiesa di Santa Caterina, che fa luce sulla cattiva amministrazione dei beni, sui furti e sullo stato precario dell’ospedale. La supplica inoltre ci informa che in quello anno nella chiesa e nell’ospedale erano in corso lavori di riparazione del tetto degli edifici, ma che una parte dei “ciaramidi” e dei legnami era stata trafugata.
“Molto Ill.e e R.mo Sig.
Li procuratori della venerabile chiesa di S.ta Caterina di q(uest)a Città di S.ta Severina supp(lica)no V.S.Ill.ma e Rev.ma di concedere loro monitione di scomunica contro chi da d(ett)ta Chiesa e suo hospitale havessero pigliato robbe mobili come scritture publiche e private, tovaglie, lenzoli et altri pannamenti, significatorie, o che havendoli pigliate tanto in bona fede quanto in mala e non l’hanno restituite vogliano rivelare ò restituire. Item chi sapesse ò tenesse occupati terre ò vignali, censi non pagati, legnami, ciaramidi, et ogni altra cosa occupata vogliano quelle restituire ò rivelarlo in scriptis che oltre esser giusto et opera di carità si riceverà a gra(tia) Da V. S. Ill.ma Rev.ma. ut Deus.”
A metà Seicento l’ospedale ha rendite più che sufficienti ed oltre ai pellegrini ed agli infermi forestieri cura anche i cittadini, anche se sono poverissimi.(Rel. Lim. 1685)La crisi economica favoriva l’accumulazione, tanto che secondo l’apprezzo del 1687 la confraternita può giovarsi delle rendite di un capitale di ducati. 200, dei quali metà è infisso sopra beni stabili e metà sopra territori, che il procuratore concede in fitto ai coloni con pagamento in grano alla raccolta.
La fiorente attività speculativa, a volte condotta in maniera fraudolenta ed evasiva, era favorita dal fatto che i procuratori rimanevano in carica più anni; è questo il caso di Pietro Catanzaro che fu procuratore almeno dal 1691 al 1696. Spesso le frodi a danno dell’ospedale erano commesse dai procuratori con la complicità dei priori, i quali si accordavano con coloro ai quali era venduto un bene o dato un prestito. Essi non facevano comparire negli atti di vendita la somma pattuita ma una di molto inferiore, intascando la differenza.
L’undici agosto 1686 il procuratore della confraternita e ospedale di Santa Caterina, Giuseppe La Manna, si accorda con Leonardo Sagace, figlio ed erede di Giuseppe Sagace di Rocca Bernarda. Giuseppe Sagace ed altri presero in prestito dalla confraternita ducati 200 per annui ducati 20 sopra tutti i loro beni. Poiché mancarono di pagare diverse annualità, il procuratore della confraternita Antonino Curcio fece sequestrare i beni sui quali gravava il debito. Essi furono sequestrati e messi all’asta ma l’asta rimase deserta ed essi rimasero alla confraternita. Allora il procuratore si accordò con Leonardo Sagace e cedette i beni sequestrati al padre per ducati 40 all’otto per cento. Il sagace si impegnò a consegnare ogni agosto carlini 32 gravando tutte le sue proprietà. ( Ceraldi 1686, ff. 8-10).
Il capitale di cui godeva la confraternita era molto superiore a quello dichiarato nella platea, che era annualmente presentata all’arcivescovo, e continuerà a crescere anche quando il tasso di interesse calerà. Infatti nel catasto onciario del 1743 l’ “ospedale sito nella Città di S. S.na sotto il titolo del SS.mo Salvatore et S. Catarina, retto dal cl.co Rocco Godano” dichiarava una rendita annua di circa 100 ducati, che equivalevano a circa 500 ducati di capitale. Di questi il 57% proveniva da censi enfiteutici e redimibili, il 33% da affitto di terreni ( una gabella e tre vignali) ed il rimanente 10% da affitto di case.

Trasferimento dell’ospedale
Ancora alla metà del Seicento: “Accosto il Seminario vi è l’Hospitale dove si Ricettano Peregrini infermi forastieri e Cittadini a spese di detto Hospitale quale tiene d’Intrata annui d.ti 80 nell’quale e la Cappella sotto titolo di Santa Catherina Vergine e Martire con la confraternità nella quale si Celebrano quattro messe la Settimana dal Cappellano eletto da detta confraternita” (Apprezzo del 1653).
Pochi anni dopo l’arcivescovo Francesco Falabella (1660 – 1670) trasferì ed ampliò l’ospedale amministrato dalla confraternita di Santa Caterina, utilizzando il piccolo convento dei minori conventuali, situato appena dentro la porta della piazza, che per bolla di Innocenzo X era stato soppresso nel 1652. Lo spostamento dell’ospedale avvenne poco dopo l’insediamento dell’arcivescovo come mostra questa particola: “ Die 21 Xbris 1662 fr. Jo. Batt.a Belvedere Cariaten. Dioecesis, eremita hospitalis huius Civitatis Sanctae Severinae omnibus ecc. Sacram.tis refectus, ultimum clausit diem eiusq. corpus humatum fuit in ecc.a SS.mi Salvatoris”.
Il Falabella così descriverà alcuni anni dopo lo spostamento ed i lavori, che “ampliarono” la capienza dell’ospedale da uno a tre letti: “Reperitur in d.a Civitate Hospitale pro recipiendis Peregrinis, et curandis aegrotis sub administrat(io)ne confraternitatis S.tae Catharinae, quae domum profanam ad hunc usum conducebat, fuit translatum ad parvum convenctum suppressum ordinis Minor. Conventualium, annexum eccl.ae S. Salvatoris in quo erant tria cubicula, quae minabantur ruinam cum uno tantum lectulo, quae curavi reaptanda, et tribus lectis provideri” ( Rel. Lim. 1666).
Nell’occasione anche la chiesa di Santa Caterina, che era di proprietà della confraternita, fu dalla stessa abbandonata ed i confratelli si trasferirono nella chiesa del SS. Salvatore presso l’ospedale. La chiesa di Santa Caterina, rimasta priva della confraternita, fu annessa dallo stesso arcivescovo al vicino seminario. Così lo stesso presule si esprime: “ Ac etiam adiuncta per me ecc.a S.tae Catherinae contigua d.o Seminario, destituta a Confratibus, qui se transtulerunt ad mentionatam ecc.am S.ti Salvatoris cum Hospitale, in qua ecc.a d.i Alumni quotidie recitant officium, et tertiam partem Rosarii B.tae Mariae” (Rel. Lim. S. Severina., 1666). La chiesa fu in seguito utilizzata dai seminaristi e dai convittori: “Li clerici… si esercitano ogni sera per mezz’hora all’esercitii spirituali nella cappella sotto il titolo di Santa Caterina Vergine, e Martire, attaccata a detto seminario, quale è contigua alla chiesa cathedrale” ( Rel. Lim. 1678). L’ospedale rimase nel soppresso convento dei conventuali: “Extat Hospitale in Civitate pro infirmis egenis et peregrinis, cuius redditus sunt valde tenues…. ad praesens situm est in ecc.a SS.mi Salvatoris conventus suppressi sancti francisci conventualium in ingressu Civitatis, translatum ex alia domo et ecc.a p.tta S. Catarinae, cuius antiqua confraternitas laicalis fuit etiam anneza cum hospitali dictae ecc.ae SS.mi Salvatoris”. (Rel. Lim. S. Severina., 1675).

L’ospedale e la chiesa del SS.mo Salvatore
L’ospedale fu così accorpato alla chiesa del SS.mo Salvatore ed in esso si seppellivano soprattutto i forestieri, quasi sempre pecorai che svernavano con le mandre nel territorio intorno alla città . Yta quelli che trovarono sepoltura nella chiesa del SS.mo Salvatore ricordiamo : Il 22 dicembre 1662 “Franc.cus Antonius Fignanelli à Sancto Jo. in Flore”; Il 4 gennaio 1664 “Fran.cus Stefanizzi à figline”; L’otto gennaio 1664 “Fran.cus Ant.s Drami a Belvedere.. sepultus fuit in ecc.a hospitalis Sanctae Sev.nae”; Il 21 gennaio 1666 “Antonius Passanisi à Cirò”; Il 5 aprile 1666 “Dominicus Brizzi à zimbario ..in ecclesia hospitalis huius Civitatis”; Il 6 novembre 1667 “Gregorius Altomare à Coriolano”; Il 24 settembre 1668 “Magister Antoninus de Antonio civ. Oppidi”; Il 19 marzo 1669 “Philippus Caruso a Dipignano”; Il 21 giugno 1669 “Salvator di Pirro casalis feruci”; Il 5 marzo 1670 “Gio. Iacino di San Giovanne in fiore e morto nella chiesa del SS.mo Salvatore hospidale di d.a Città e ivi sepolto”; “ Matteo di Puccio del casale di Gagliano passò da questa a meglior vita con essersi solamente confessato con me D. Fran.co Catalano Paroco et per la morte improvvisa non fu refetto dall’altri sac.ti fu sepellito nel SS.mo Salvatore Hospidale di questa Città di S.ta Sev.na hoggi li 6 Xbre 1671”. “Adi 23 Xbre 1671 Livia Lifreti di Belcastro e morta di fora la d.ta Città e portata nella chiesa del SS.mo Salvatore dove è sepellita …”.
La chiesa del SS.mo Salvatore con l’ospedale e la chiesa di Santa Caterina sono così descritti alla fine del Seicento: “… chiesa sotto il titolo del Salvatore … ed accosto a detta chiesa vi sono quattro stanze che servono per uso di ospedale, tanto per cittadini quanto per forestieri … Segue vicino detta chiesa (arcivescovile), e proprio all’incontro ad uno di detti palazzi (arcivescovili) il Seminario … e attaccato a detto seminario vi è la chiesa di S. Caterina Vergine e Martire, della quale si servono i seminaristi per oratorio. Detta chiesa è coperta con l’intempiatura e vi è un altare con ornamento, e colonne di ordine composto, e cona con l’immagine di S. Caterina …”( Un apprezzo cit., p. 104).
L’ospedale al tempo dell’arcivescovo Antonio Ganini (1763 – 1795) utilizzava ancora il soppresso convento dei conventuali : “Hospitalis domus in hac Civitate sita in loco ubi olim conventus fuit P.P. minor. Conventualium Sancti Francisci postea suppressus ob redituum tenuitatem visitata per me fuit, et quae ad commodum peregrinorum, ac infirmorum necessaria visa sunt, salubriter decrevi”. Nella Lista di carico della Cassa Sacra ( 1790, f. 617) così la chiesa dell’ospedale è descritta: “Vicino la porta della Città vi è la chiesa dell’ospedale, in cui vi sono due porte, una picciola che si serra con chiave di ferro, e l’altra grande che si serra con legno atraverso. Le stesse sono vecchie. Vi è l’altare con quadro dell’Immacolata, ed una finestra con vetriata e senza vetri. Vicino la stessa vii è la sagrestia, in dove vi è uno stipo che serviva per gli arredi sacri. La portella mediante è fracida ed aperta ed una finestra picciola. Lo suffitto di d(ett)a chiesa è buono”.
In seguito la chiesa dell’ospedale mutò il titolo ed oggi è conosciuta come chiesa di Santa Lucia.

La confraternita
La chiesa di Santa Caterina rimase unita al seminario ed era amministrata e mantenuta dal procuratore dello stesso, che aveva l’onere di far celebrare due messe alla settimana. (Rel. Lim. 1765). La confraternita, sotto il titolo di Santa Caterina, lasciata la chiesa omonima, continuò ad esistere. Essa era composta da un priore, eletto annualmente, da fratelli, da un procuratore, che stipulava i contratti, e da confrati, i quali si riunivano per deliberare sulle cose riguardanti la vita della confraternita.
“Li confrati di Santa Caterina accompagnano sempre i defonti in chiesa e li portano sopra le spalle caritativamente, tengono anche un hospedale, in cui raccolgono i poveri ammalati cossi huomini, come donne, e li governano per amor di Dio” (Rel. Lim. 1678).
Passata la chiesa di Santa Caterina al seminario e il convento soppresso dei conventuali all’ospedale, la confraternita che all’inizio era nella chiesa del SS. Salvatore, in seguito si trasferì nella chiesa dell’Immacolata Concezione.
Di tale spostamento ne fa fede una delibera della confraternita: “Hoggi che sono li 18 settembre 1691 S. S(everi)na. Congregati a sono de campana la magiore e seniore parte delli confrati e fratelli di d(ett)a Chiesa di S.ta Caterina et ospedale, dentro la chiesa della Concettione ut moris est per vedere se rende commodo à d(et)ta chiesa et ospedale la vendita di detto pezzo di terra quale unanimiter et pari voto risposero essere commodo et utile alla chiesa et ospedale la vendita di detto pezzo di terra appretiando da esperti persone. D. Francesco Ant.nio Tigani Priore. Clerico Antonino Melea fratello. Clerico Mutio Le Pera fratello. Clerico coniugato Piero Catanzaro procuratore. Gio. Andrea Amese confrate. Lupo Sapia confrate. Io. Leonardo Melea confrate. Fabio Vecchio confrate. Segno di croce Andrea Telese confrate.
La chiesa della Concezione era quindi alla fine del Seicento utilizzata normalmente come luogo di riunione della confraternita.

La chiesa della Immacolata Concezione
La chiesa dell’Immacolata Concezione è già presente nel marzo 1637, come evidenzia una supplica presentata da D. Gregorio Orlandi al vicario generale dell’arcivescovo Fausto Caffarelli Giuseppe de Valle. L’Orlandi aveva portato da Messina due statue di stucco, una raffigurante San Giuseppe e l’altra Santo Antonio di Padova. Egli chiedeva di donarle a certe condizioni alla “chiesa sotto il titolo di S. Pancratio sita dentro la Parocchia di Santa Maria del Pozzo”, che era in stato decadente. Dalla supplica si ricava che la chiesa era costituita da due membri, uno era la chiesa di San Pancrazio e l’altro la chiesa o cappella dell’Immacolata Concezione. L’Orlandi infatti era interessato “alla parte e membro superiore che sta sopra la parte et il corpo inferiore dedicato all’Immacolata Concettione e S. Thomaso Cantuariense” (4D fasc. 3, f. 36). A causa di questa donazione la chiesa di S. Pancrazio cambiò titolo: “Nel quartiero detto Pizzileo … vi è la chiesa di Santo Gioseppe e S(an)to Ant(oni)o … sotto di essa nel piano inferiore e un’altra chiesa della Congettione nella quale si celebra a devotione..” (Apprezzo 1653, f. 20v)
L’apprezzo del 1687 enumera oltre alle cinque chiese parrocchiali altre sette chiese: Chiesa dell’Ospedale, chiesa della congregazione del Santissimo, S. Caterina del seminario, S. Maria la Medica, S. Maria della Grazia, S. Anna e S. Giuseppe. (Siberene, p. 110) La chiesa dell’Immacolata Concezione e la confraternita di Santa Caterina sotto la chiesa di San Giuseppe è così descritta nell’apprezzo:
“Situata nel largo in un piano detto il Campo…. avanti a detto largo vi è una chiesa detta la congregazione della Concezione coperta a lamia con un altare con l’immagine della Cena di Nostro Signore. Si mantiene detta chiesa con l’elemosine,e tra confrati e fratelli sono numero 50, tiene di capitale doc. 200, cioè 100 di censi sopra li beni stabili; e 100 altri sopra territori, che si affittano; tiene una campanella piccola, una fonte di marmo, un’immagine della SS.ma Concezione e li stipi per tenere li suppellettili e le spallere, che servono per comodità de’ fratelli… Poco più avanti a destra vi è la chiesa arcivescovale..” ( 1687). (Siberene, Un apprezzo cit. p. 99). L’undici maggio 1695 l’arcidiacono Gio. Vincenzo Infantino procuratore del duca Antonio Gruther presentava una supplica all’arcivescovo Carlo Berlingeri chiedendo il permesso di fondare un semplice beneficio “sotto l’invocazione della SS.ma Concettione della B.M. sempreVergine nella venerabile antica cappella chiamata dell’Audienza seu della Concettione construtta sotto la chiesa di S. Gioseppe della Città di S. S.na”. La supplica sarà lo stesso giorno accolta dal vicario generale Didaco Berlingeri.(4D fasc. 3, f. 121). Al tempo dell’arcivescovo Ganini ( 1763 – 1795) la confraternita non c’era più e la chiesa dell’Immacolata Concezione e l’ospedale erano amministrate dal procuratore del seminario. “Ecclesia Immaculatae Conceptionis B.V.M. cum onere missarum quatuor in qualibet hebdomada. Regitur per Procuratorem Seminarii, cui reperitur unita una cum Hospitali adnexo eidem eccl.ae pro infirmis, et peregrinis, cui providetur per eumdem Procuratorem. Adsunt alia duo altaria Sactae Luciae, scilicet, et Sancti Antonii Patavini absque reditu et onere” ( Rel. Lim. 1765).

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