La chiesa “Matrice” di San Nicola “de Policastro” nel luogo detto “la Piazza”

San Nicola Policastro

Petilia Policastro (KR), la chiesa matrice.

La prima testimonianza che documenta l’esistenza della chiesa di Policastro risale al periodo altomedievale, quando la diocesi di “Palaeocastri” (ὁ τοῦ Пαλαιοϰάστρου), suffraganea di Santa Severina di Calabria (Tῷ Ἁγίας Σευηρινῆς, Kαλαβρίας), compare nel rimaneggiamento della “Néa tacticà” o “Dispositio (Diatyposis)” pubblicata da Leone VI il Filosofo (886-911), che sembra potersi localizzare ad epoca anteriore al Mille, ma la cui redazione pervenutaci è del tempo di Alessio Comneno (posteriore al 1084).[i]

L’esistenza della diocesi non è più ricordata nei documenti successivi che, a partire dalla metà del sec. XII e per tutto il XIII, menzionano solo la χώρας o “terra” di Policastro (Παλαιοκάστρου).[ii] Secondo le affermazioni del Malaterra contenute nel libro I della sua cronaca, che si ritiene scritta negli ultimi anni del sec. XI, durante la spedizione condotta dal duca Roberto e da suo fratello Ruggero, che portò quest’ultimo ad espugnare alcuni “castra Calabriae”, nell’anno 1065 il “castrum” di Policastro fu distrutto e tutti i suoi abitanti furono condotti dal duca “apud Nicotrum, quod ipso anno fundaverat”.[iii]

 

Un’antica realtà

La scomparsa della diocesi di Policastro agli inizi dell’età feudale, a seguito, forse, delle trasformazioni esemplificate dai fatti traumatici ricordati dal Malaterra – fatti riconducili nell’ambito del processo di formazione del territorio della nuova “terra” – trova alcuni riferimenti nelle vicende della chiesa di San Nicola “de Policastro”, che ebbe un passato di monastero durante il periodo altomedievale.

Tale realtà emerge in parte, solo attraverso poche tracce presenti in documenti posteriori all’età medievale, che dimostrano, comunque, della sua esistenza in una fase precedente a quella feudale, quando i suoi possedimenti dovevano essere articolati in diversi tenimenti, non riconducibili ad un solo territorio. Una organizzazione propria dei monasteri del periodo altomedievale che, cancellata nei luoghi sottoposti al dominio vescovile, permarrà in seguito nella dimensione abbaziale, lontano da questa giurisdizione.

Una di queste tracce, si rinviene nella copia di un documento cinquecentesco che riporta la confinazione del territorio di Melissa, dove troviamo: “… e saglie fin alle timpe dette di Santo Nicola de Pulicastro terr.o di Strongoli, …”[iv] mentre, una seconda compare alla fine del Settecento, quando risulta che l’arcipretura di Policastro, dignità cui era annessa la parrocchiale di San Nicola della Piazza, deteneva ancora lo jus arandi sulle terre dette “li Cursi di Ginò” poste in territorio di Mesoraca, sulle quali esigeva, quando si seminavano, “un quarto” per ogni tomolata coltivata.[v]

La sua antica identità abbaziale, risulta ricordata ancora agli inizi del Seicento, quando la chiesa è menzionata in qualità di “Abatia di s.to Nicola della piazza”, ed a testimonianza di concessioni che discendevano da antichi diritti, esigeva alcuni censi perpetui di un carlino infissi su abitazioni e terre poste in Policastro.[vi]

Secondo una testimonianza degli inizi del Settecento, fatta dai parroci di Policastro, San Nicola della Piazza costituiva la “prima” parrocchia di Policastro ed in ragione della sua antica eccellenza, godeva il titolo di matrice, con un rettore insignito della prerogativa di arcipresbitero.[vii]

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Bari, piazza dell’Odegitria, San Nicola raffigurato nell’atto di benedire.

 

San Nicola dei Capparoni o Cipparroni

Agli inizi della dominazione sveva, la chiesa di San Nicola di Policastro, aveva già subito importanti trasformazioni. Essa, infatti, in relazione al nome della famiglia che, evidentemente, ne aveva costituito la dote di fondazione, compare con il titolo di S. Nicola de Tzagparanoi (Αγίον Νικωλάου του Τζαγπαράνων) o “s(anc)to nicolao de zapparuni”, in un atto atto del marzo 1196 (a.m. 6704), quando si segnala nelle vicinanze dell’akroterio pubblico (άκρωτήριον τώ διμωσιακών) di Policastro,[viii] luogo sommitale della “terra”, dove convergevano e s’incrociavano le due vie principali che attraversavano il territorio.

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Petilia Policastro (KR), in evidenza la localizzazione della chiesa matrice in rapporto alla viabilità principale.

La presenza della famiglia dei Capparone, a cui appartenne “Guillelmo Capparone”[ix] che, nel periodo a cavallo tra gli ultimi anni del sec. XII ed i primi di quello successivo, fu un personaggio di primo piano del regno, risulta documentata in Policastro da un atto dell’agosto 1190 (a.m. 6698), quando “Rogerios Tzapparanos” (‛Pωκέριoς Τζαππαράνoς), sottoscrisse un atto relativo alla vendita di un terreno.[x]

La loro presenza risulta documentata ancora attorno alla metà del Cinquecento, quando, durante l’annualità 1541-1542, Luca “Cipparrone” o “chepparroni”/“chepperroni”, ricoprì la carica di mastrogiurato e fu sindaco deputato dell’università di Policastro.[xi]

Successivamente, la famiglia andò estinguendosi. Da un atto dell’undici aprile 1578, relativo al testamento dell’ “honorabilis Cesaris cipparroni” fatto nella sua casa posta dentro la terra di Cutro, “in loco ditto la banda”, sappiamo che il testatore istituì eredi “don(n)a Dianora sua consorte” e suo “figlio (sic) berardino cipparrone” che, probabilmente, così risulta per un errore di genere da parte del notaro che scrisse il testamento.[xii]

Gli eredi del quondam Cesare Cipparrone, infatti, compaiono ancora in alcuni atti stipulati a Policastro agli inizi del Seicento, attraverso i quali emerge notizia relativamente ad alcuni beni che “Dianora Cipparone” e sua figlia “Virardina Cipparrone”, possedevano o avevano posseduto in Policastro e che, in questo periodo, erano detenuti dalla cappella del SS. Sacramento, confraternita annessa alla chiesa matrice di San Nicola.[xiii]

Le terre di “Cepparrone” o “Cipparrone” che, anticamente, avevano dovuto costituire la dotazione della chiesa matrice di Policastro, sono menzionate ancora alla fine del Settecento quando, diversi beni appartenenti agli enti ecclesiastici di Policastro, furono alienati.

Sappiamo infatti che il sacerdote D. Pietro Carvelli, aveva comprato per ducati 815, “la gabella Cipparrone”, appartenente alla chiesa matrice ed alla confraternita del SS. Sacramento,[xiv] come appariva da un atto del notaro Caliò stipulato il 24 ottobre del 1791, mentre, relativamente a tale vendita, la “Chiesa Madre” di Policastro percepiva al tempo l’annualità di ducati 32.60, come risulta dalla Lista di Carico dei Luoghi Pii di Policastro.[xv]

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, fonte battesimale.

 

San Nicola “de Plateis”

Agli inizi del dominio aragonese, la chiesa parrocchiale di “S. Nicolai de Policastro”, compare in un atto del 21 agosto 1443 riportato dai regesti vaticani, quando la sua rendita, assieme a quella della chiesa senza cura dei SS. Quaranta di Santa Severina, era annessa all’arcidiaconato di Santa Severina, prima dignità del capitolo dopo quella vescovile. Rendita che, in questa occasione, vacante per la morte dell’arcidiacono Nicolao Bartonio, fu confermata a Guillelmo de Lappadya, al quale era stata concessa precedentemente.[xvi]

Circa un decennio dopo, sempre nei regesti vaticani, la parrocchiale comincia a comparire con il titolo di San Nicola della Piazza, risultando affidata ad un presbitero in qualità di rettore.

Il 6 maggio 1455, il papa Callisto III ordinava al vescovo di Strongoli, di inquisire il presbitero Nicolao Cappa che, in qualità di rettore della chiesa parrocchiale di “S. Nicolai de Plateis”, era stato accusato di molti crimini. Si ordinava quindi che, nel caso ciò fosse stato corrispondente al vero, si procedesse alla sua rimozione, assegnando la parrocchiale al presbitero Antonio Contello di Policastro.[xvii]

In seguito troviamo che, oltre ad essere identificata con questo titolo, essa ricorre nei documenti anche con l’appellativo di “maiorem”, come si rileva già in un atto del 15 agosto 1519 stipulato nella terra di Policastro, quando risulta indicata come la “ecclesiam sancti nicolai maiorem”.[xviii] L’uso di questo appellativo continua ad essere documentato anche successivamente, quando troviamo che il beneficio era annesso all’arcipresbiterato del luogo.

 

L’arcipresbiterato

La chiesa di “S.to Nicola della piazza” di Policastro, compare in una copia compilata nel 1601, di un elenco riferibile a verso la metà del Cinquecento, relativo al pagamento della decima dovuta alla Santa Sede, da parte dei membri del clero della diocesi di Santa Severina, quando il benefecio era detenuto da “D: Colantonio Galete” (sic, Galeoto ?) di Policastro.[xix]

A quel tempo, la parrocchia risultava già annessa all’arcipresbiterato di Policastro, come rileviamo nel “Libro de tutte l’intrate de lo arcivescovado de’ s(a)nta Anastasia”, dal quale apprendiamo che, nel quadriennio 1545-1548 e nel 1566, l’arciprete di Policastro , ovvero la dignità maggiore posta a capo del clero del luogo,[xx] pagava annualmente 3 ducati a titolo di quarta beneficiale, per la “ec.a maggiore de polic.o s(an)cto Nic.a de’ la piacza”.[xxi]

Durante questo periodo, i documenti vaticani, evidenziano che la rendita relativa alla chiesa parrocchiale o “archipresbyteratus” di San Nicola della terra di Policastro, costituiva sovente merce di scambio, coinvolgendo ecclesiastici forestieri e locali che, favorendosi l’uno l’altro, la lucravano vicendevolmente. Come dimostrano alcuni atti del periodo compreso tra l’ottobre 1546 ed il novembre 1548 che, seguendo alla morte del rettore Stefano Apa, avvenuta nell’agosto del 1546, coinvolsero in una girandola di provviste, il clerico umbriaticense Federico Paltroni, il clerico cosentino Io. Bernardino Ioffredo, Ottaviano de Cittadinis “Litterarum aplrum Scriptoris” e Luca Antonio Callea di Policastro.[xxii]

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Petilia Policastro (KR), interno della chiesa matrice.

 

La chiesa alla metà del Cinquecento

Il giorno 8 di giugno del 1559, il cantore della chiesa di Mileto Giovanni Tommaso Cerasia, vicario dell’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Battista Ursini, essendo impegnato nella visita dei luoghi pii appartenenti alla diocesi, discendendo dalla terra di Roccabernarda, pervenne a quella di Policastro.

Giunto con il suo seguito “ante fores T(er)rae p.ti Polic.ri”, non trovò congregata ad accoglierlo alcuna “Comitivas Clericorum”, né fu ricevuto con quella solennità che, invece, gli sarebbe stata dovuta per antica e solita consuetudine.

Entrato nell’abitato senza essere accompagnato dalla croce e dalla consueta processione, il vicario arcivescovile giunse alla “m(aio)rem ecc.am” di Policastro, cui accedette per effettuare la sua visita.

Anche qui egli non trovò alcuna “Comitiva” né alcun “apparatu”, né trovò presente l’arciprete “Jo: ger.mo gallea” a rendergli omaggio ed obbedienza. Entrato nella chiesa aspergendo l’acqua benedetta, visitò la SS.ma Eucarestia e pregò.

Visitato l’altare maggiore e sedutosi, impartì un sermone al “populum” che, intanto, si era congregato nella chiesa. Prendendo la parola, egli disse che era sua intenzione visitare le chiese ed i presbiteri, conoscere quale fosse il governo spirituale e temporale delle chiese, di quali ornamenti disponessero e quali sacramenti e quali divini offici vi fossero amministrati. Egli disse, inoltre, che era sua intenzione conoscere quale fosse stata la condotta di “ministrorum et populi”, per cui avrebbe provveduto alle necessarie correzioni ed emendamenti, perseguendo “Concubinarios, et adulteros, Usurarios, fornicatores, sortilegos, Divinatores” e simili.

Egli, inoltre, in forza dei propri diritti e delle consuetudini, si dichiarava pronto ad ascoltare benignamente ogni “p(ro)testas plebi” e ad assolvere, ingiungendo la penitenza con misericordia. Quindi, dopo avere ammonito il popolo ed il clero alla penitenza, ed avere esortato gli astanti alle sante virtù, a sfuggire il male ed i vizi ed a fare il bene, senza fare agli altri ciò che non si sarebbe invece voluto subire, fece osservare un “intervallo”.

Si passò quindi alla celebrazione della messa, ma considerato che nessun presbitero di Policastro volle celebrarla né cantarla, questa fu celebrata dal canonico di Santa Severina D. Fabio dela Mendula, in presenza di diversi “Clericorum”, “Nobilium et aliorum dictae T(er)rae”.

Dopo tale celebrazione, accompagnato dal vicario foraneo di Policastro Battista Venturino, il vicario arcivescovile con il suo seguito, fu accompagnato in una casa del notaro Francesco de Venturo posta all’interno delle mura, dove aveva deciso di fare residenza durante il prosieguo della sua visita.

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, particolare degli archi della navata sinistra.

Dopo aver consumato la “Cenam”, quando era quasi l’ora decima nona, il vicario si recò nella “ecc.am s.ti Nic.ai de plateis m(aio)rem ecc.am dictae T(er)rae Archipresb(ite)ratus nuncupatam”, e pronunciata l’orazione innanzi al “S.mus Corpus Xpi”, si accostò  all’altare maggiore dove, assistito da alcuni presbiteri, compì gli offici della visitazione come si trovava scritto “in pontificali”.

Quindi passò a visitare il “S.mus Sacram.tus” che si trovava alla destra dell’altare maggiore, “p(ro)pem arcum lapideum” in una “fenestra lapidea” che, superiormente ed anteriormente, era dotata di una “Clausura lignea”, chiusa con un “Catenczo parvo” mentre, nella parte inferiore, era coperta da un “panno albo veterrimo et bructo”.

Sopra tale finestra si trovava la “imago salvatoris n(ost)ri”, con le “imagines” dei santi Pietro e Paolo. Davanti vi era un altare fabbricato di pietra con altare portatile, con tre tovaglie ed un “Coperim.to” di tela colorata. Il vicario trovò che davanti al SS.mo Sacramento non vi erano “lampas”, solo una si trovava “in me(dio) arci magni per directum altaris maioris Cum uno lamparo lign(eo)”.

Fatta aprire la finestra lignea, il vicario rinvenne al suo interno la Santa Eucarestia posta in una “bussulam depictam” con la pittura “q.asi ruinatam”, come si era già riscontrato durante la visita precedente. Aperta la bussola vi trovò quattro “particulas” con sopra una “Carta rotunda”.

Dentro la finestra il vicario trovò anche un “tabernaculum argenteum” con il piede di ottone dorato, usato per portare l’eucarestia agli infermi che, secondo quanto riferirono alcuni presenti interrogati allo scopo, apparteneva alla “Compag.ia de lo Corpus d(omi)ni”. Furono anche rinvenuti un “tabernaculum vitreum” usato durante la processione del “Corpus xpi”, un altro tabernacolo di vetro che dissero essere di “do. Mar.ni accectae” ed una “Cassiulam avolei parvulam” nella quale si trovavano riposte le reliquie di San Nicola e dell’apostolo Bartolomeo.

Il vicario arcivescovile, a questo punto, considerato anche che, in occasione della precedente visita del 15 gennaio 1556, l’arciprete era già incorso in sansioni e gli era stato ingiunto di rifare la “Cassulam”- ingiunzione alla quale non aveva ancora ottemperato – lo minacciò di scomunica e del pagamento di 25 once e lo precettò affinchè, entro quattro mesi, rifacesse una “Casciulam avolei vel ad minus deauratam” del valore di ducati cinque. Tale custodia doveva essere riposta non più all’interno della “fenest.a” che era in cattive condizioni, ma nella “Custodiam” posta sopra l’altare maggiore, che si sarebbe dovuta rifabbricare in pietra da parte dei “Confr(atr)es sacratis Corporis Xpi”.

Egli, inoltre, condannò l’arciprete al pagamento di 25 once perchè non aveva trovato la lampada accesa davanti alla “Imaginem dicti S.mae Eucharistiae” mentre, stando a quanto tutti dicevano, qualla che si trovava “in arco maiori” era mantenuta accesa dai confrati.  Le stesse pene il vicario minacciò nei confronti dell’arciprete anche per il futuro, qualora non avesse provveduto a tenere accese davanti il “S.mum Eucharistii” due lampade, una delle quali doveva essere mantenuta a carico del rettore della chiesa e, l’altra, a carico dei confrati.

Il vicario passò quindi alla visita del vicino altare maggiore, dove rinvenne una “arcam magnam” con abiti vecchi e “ubi dixerunt esse sacramenta ecc.ae”. Qui, infatti, in un “Vaseo piltreo”, furono rinvenuti gli oli sacramentali costituiti dal “sanctum Crisma, oleum sanctum et oleum CatheCumenorum”. Considerato che tali oli non erano stati conservati per come si doveva, il vicario condannò l’arciprete al pagamento di dieci ducati.

Inventariati gli altri beni presenti nell’arca, furono trovati: un calice d’argento con patena e piede di rame dorato, un altro calice d’argento con patena e piede di rame dorato che apparteneva al “S.mi Sacram.ti Corporis Xpi”, una “planetam” di velluto rosso anch’essa appartenente al “S.mi Sac.ti Corporis Xpi”, ed un calice di peltro con patena dello stesso materiale “diruta” che furono distrutti dal vicario arcivescovile, che ingiunse all’arciprete di rinnovarli entro il termine di 20 giorni.

Furono inoltre trovati: un vestimento completo con una “Casula” nera “sine amictu”, un’altra casula nera che dissero essere del “sanctss.i sac.ti eucharistie”, un vestimento completo con una pianeta di raso giallo, un “missale”, due “Polificatorii”, di cui uno dipinto di seta rossa che era del “s.mi sacram.ti”, una casula rossa di velluto, tre altre casule rosse di velluto figurate, un “Piviale” di raso turchino, un “antifonarium pergamilis parvum”, un “bactisterium pergamilis”, un “plumacium” con certi panni vecchissimi, un “graduali” ed un “antifonarium festivum” che appartenevano “de Communi et Clero”.

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, particolare degli archi della navata destra.

Procedendo nella visita, il vicario visitò l’altare maggiore di pietra, dove rinvenne anche un altare “ligneum” che avevano voluto erigere i confrati. Nel muro vi era una “Custodia aperta” e “tota Cap.la” era costruita in pietra. Sopra l’altare vi era la “imago glo(rio)siss.ae Virginis Mariae Cum imaginis salvatoris de Cruce depositi Cum duobus ang(e)lis hinc, inde, Cum toto misterio passionis d(omi)ni n(ost)ri Jh(es)u Xpi : est imago hinc inde s.torum glo(ro)siorum ap(osto)lorum Petri et pauli, de sup(er) imago s.ti sebastiani”.

Vicino l’altare era posto un “Campanellus parvus”. Nella “capp.la mag.a” vi era un “chorum” con “aliquibus scannis” ma privo di un “discolum” dove poter riporre i “libri” per i canti. Il vicario ingiunse all’arciprete che, entro il termine di un mese, facesse realizzare il “discolum ut honorificae possunt Cantari divinia off.a”.

La visita del vicario proseguì presso il “fontem baptisimalem” “lapideum” che fu trovato chiuso con un “Coperim.to tabularum”. Apertolo, il vicario trovò nell’acqua battesimale “unum ossum Crisomoli” ed interrogati alcuni presbiteri di Policastro a riguardo di chi avesse la “Curam baptizandi”, in fede questi asserirono che tale cura spettava al “vener.le do. Nic.m musianum” che per la sua negligenza, fu condannato al pagamento di ducati quattro.

Il vicario, inoltre, sotto la minaccia della scomunica e del pagamento di 25 once, ammonì i presenti affinchè durante il battesimo fosse posta sulla testa degli “infantes” una “vestem candidam”, escludendo categoricamente che il sacramento potesse essere amministrato “in domibus” ma solo in chiesa. Il vicario ordinò che si rifacesse la serratura della porta. Nella chiesa si rinvennero diverse travi ed un “p(er)gulum”.

La visita proseguì presso la “Cap.lam sub vocabulo o(mn)ium sanctorum” dove fu trovato un altare lapideo “non Consecratum” con tre tovaglie ed un “Coperim.to” vecchissimo, con sopra la “imago glo(ri)osae Virginis Mariae, S.ti jo: bact.s, et Confessoris Franc.ci”. L’altare possedeva: un vestimento di tela completo, un “missale”, un calice che per essere vecchissimo fu distrutto dal vicario con l’ordine che fosse rifatto, un’arca ed un campanello.

L’altare di jurepatronato della famiglia Campana e di cui era rettore D. Hieronimo Campana, era provvisto di “Certas T(er)ras loco dicto la sullaria”.

A questo punto il vicario chiese all’arciprete dove si trovasse la croce della chiesa e questi rispose che la deteneva la “Confraternitatis s.mi Corporis Xpi”. La croce fu quindi portata al suo cospetto. Questa era “argentea Cum aliquibus pomis Argenteis Circum Circa, unum pomum de rame aureatum” ed assieme a questa, furono mostrati al vicario gli altri beni della confraternita: due “Tonicelle” di seta verde, un “baldacchinum” di seta di diversi colori ed un piviale di seta rossa.

Il vicario ammonì l’arciprete e, dietro la minaccia di scomunica e del pagamento di 10 once, gli ordinò che, entro il termine di due mesi, dovesse far fare tre tovaglie per l’altare maggiore. Egli, inoltre, ordinò ai confratelli della confraternita che, entro il termine di due mesi, acquistassero sei tovaglie per il servizio del loro altare, sotto la pena della scomunica e del pagamento di cento libre di cera alla Camera Arcivescovile. A questo punto, dato che nella precedente visita era stato ordinato a Nardo de Cola di rifare un vestimento desunto, il vicario chiese che quello nuovo fosse portato alla sua presenza. L’ordine fu eseguito.

La visita proseguì presso l’“oratorium sive altare” sotto l’invocazione di S.to Bartholomeo,[xxiii] dove fu trovato un altare di pietra con sopra un altare portatile. L’altare possedeva tre tovaglie, un vestimento di tela completo ed una “Cona constructa in tela Cum tribus figuris” raffigurante la “imago glo(rio)siss.ae Virginis Mariae, et s.ti bartholomei et beati Franc.ci de paula”.

Il vicario ingiunse che entro il termine di quattro mesi, l’altare fosse provvisto di un “Coperimen.tum” di tela e che entro lo stesso termine, si provvedesse anche all’acquisto di un messale e di un calice.

Era cappellano dell’altare D. Hieronymo Campana, il quale affermò che l’altare era di jurepatronato della famiglia Blascho. Sotto la minaccia delle solite pene, il vicario ordinò al cappellano di esibire entro tre giorni, i suoi titoli di concessione, assieme a quelli di dotazione, fondazione ed erezione dei patroni. Successivamente, il cappellano fu abilitato ad esibire questi titoli entro il termine di un mese.

Quindi si passò alla visita della “Capp.lam” sotto l’invocazione della “glo(rio)sae Virginis Mariae de lo Rito” dove si trovò un altare “lapideum Cum duobus Columnis”, con sopra la “imago glo(rio)sae Virginis M.ae” che era dell’arciprete di Policastro, il quale affermò che l’altare era di jurepatronato della famiglia dela Mendulara. Il vicario ordinò che entro tre giorni fossero esibiti tutti i titoli che comprovassero i relativi diritti.

Sopra detto altare vi era la “Crux salvatoris n(ost)ri in Cruce pendentis quae est s.mae Eucharistiae”. L’altare possedeva una vigna “a miliati”.

Proseguendo la visita, fu visitato un altro altare dotato di due “Columnas lapideas”, sopra il quale si trovava la “imago salvatoris n(ost)ri in Cruce pendenti que (ae) est de ecc.a”.

Quindi si passò alla visita dell’ “oratorium sive altare” sotto l’invocazione di “s.tae M.ae de lo rito” nel quale fu rinvenuto un altare lapideo “cum duobus columnis” con sopra la “imago glo(rio)sae Virginis Mariae”, pulito ed ornato, che era di jurepatronato di Franc.o Nigro.

Successivamente, il vicario arcivescovile giunse alla “Cap.lam seu ora(torium)” “lapideum” sotto l’invocazione di “s.ti Andreae” di jurepatronato della famiglia Trahina e di cui era rettore D. Fran.o Canzonerio. L’altare possedeva un’arca che conteneva i seguenti beni: un vestimento sacerdotale di tela completo con pianeta di tela dipinta, un’altra casula di tela bianca, tre tovaglie, un coperimento d’altare di tela ed un “plumacium pintum”.

Alla fine della sua visita, rilevato che la chiesa si trovava ancora senza sacrestia e senza campanile, il vicario arcivescovile, considerate anche le numerose sollecitazioni prodotte nei confronti dell’università di Policastro, che sarebbe stata tenuta a contribuire alla riparazione dell’edificio, in virtù della sacra obbedienza e sotto pena della scomunica e del pagamento di cinquecento libre di cera alla Camera Arcivescovile, ingiunse all’università di contribuire alla spese di riparazione occorrenti con 12 ducati all’anno per tutto il prossimo triennio.[xxiv]

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, altare maggiore.

 

Convicino e parrocchia

Rispetto alla prima metà del secolo, caratterizzata da una fase espansiva, la seconda metà del Cinquecento fu contraddistinta da un generale involuzione dell’economia del territorio Crotonese. Volendosi così ovviare al generale impoverimento delle chiese, verso la fine del Cinquecento le parrocchie di Policastro furono ridotte di numero, in maniera che unendo le risorse economiche di quelle soppresse a quelle rimaste, furono costituite delle rendite adeguate per permettere ai parroci di vivere in loco una vita decorosa.

Alla fine del Cinquecento, la chiesa “matrice” o “Maggiore” di San Nicola della Piazza, appartenente all’arciprete, era una delle quattro parrocchiali che rimanevano nella “terra Regia” di Policastro, come illustra la relazione del 1589, prodotta dall’arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisani per la Santa Sede.[xxv]

A seguito di ciò, al posto dell’antica organizzazione cittadina, che ripartiva per famiglia la cura delle anime tra le diverse parrocchie, fu introdotta una nuova ripartizione, stabilita secondo confini territoriali determinati, che dividevano l’abitato tra le quattro parrocchiali rimaste.

Gli atti dei notari policastresi della prima metà del Seicento, testimoniano infatti che, a partire dagli inizi del secolo,[xxvi] accanto ad un criterio d’identificazione delle abitazioni secondo il loro vicinato (“convicino”) ad una chiesa o ad un altro elemento caratteristico del luogo, ne comincia a comparire anche uno per confini parrocchiali.[xxvii]

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Petilia Policastro (KR), il coro della chiesa matrice.

 

Ai tempi della crisi

Agli inizi del Seicento, la chiesa “Parochialem, et Arcipresbyteralem” di San Nicola “de Platea”,[xxviii] detta comunemente anche la chiesa del SS.mo Sacramento[xxix] dove, in relazione alla cura delle anime, si conservavano, tra l’altro, il “libro di battizati”[xxx] e quello relativo alla celebrazione dei matrimoni,[xxxi] continuava ad essere un beneficio curato che, essendo annesso all’arcipresbiterato di Policastro, era concesso dalla Santa Sede all’arciprete del luogo, che lo deteneva in qualità di rettore e di parroco.

Dopo essere stata lungamente ricoperta da D. Hieronimo Callea per gran parte della seconda metà del Cinquecento,[xxxii] agli inizi del Seicento, la dignità di arciprete appartenne a Gio. Thoma Giordano. Per morte di quest’ultimo, avvenuta nel settembre del 1604, il beneficio di “S. Nicolai de Platea” del valore di 24 ducati di rendita, fu concesso a Marcello Monteleone della terra di Cutro il 5 dicembre di quell’anno. Provvista confermatagli il 29 maggio 1605.[xxxiii]

Il Monteleone, però, non la conservò per molto. Già all’inizio del 1608, infatti, D. Joannes Fran.co Guarano risultava in possesso del beneficio, in qualità di arciprete e di cappellano,[xxxiv] come compare anche in seguito.[xxxv] Successivamente, come comincia ad essere documentato dagli inizi del 1613, oltre a rivestire la carica di “Archipresbiter”, nonchè di “Cappellanus et Curator” della venerabile chiesa “matricis” di S.to Nicola “de platea”, D. Gio: Fran.co Guarano fu anche vicario foraneo in Policastro dell’arcivescovo di Santa Severina.[xxxvi]

Dopo la sua morte, per un breve periodo, la dignità di arciprete e la carica di parroco, ovvero di “economo della chiesa matrice”, fu detenuta dal R.do D. Gio: Filice Oliverio, che fu anche vicario foraneo di Policastro e di Roccabernarda.[xxxvii]

A seguire, troviamo D. Joannes Paulo Blasco, che risultava provvisto del beneficio nell’agosto del 1618[xxxviii] in qualità di arciprete e rettore, nonché di cappellano, come riferiscono numerosi documenti.[xxxix] Anch’egli, in seguito, divenne vicario foraneo di Policastro, come attesta un atto del 7 marzo 1645.[xl] Gio: Paulo Blasco, “Paroco” di San Nicola della Piazza,[xli] risultava ancora in vita in occasione del sinodo diocesano del 1651, quando offrì per sé stesso, all’arcivescovo, i soliti tre carlini che gli spettava pagare in relazione alla sua dignità di arciprete, ma da lì a poco morì.[xlii]

Come risulta dalla provvista vaticana del 28 gennaio 1653, l’arcipresbiterato di Policastro, la cui rendita era di 24 ducati, fu asseganto Joannes Vincentio Natale di Policastro[xliii] che, il 5 agosto di quell’anno, ne fu immesso in possesso, dopo aver ricevuto la relativa bolla pontificia. Quel giorno, infatti, alla presenza dei RR. Paride Ganguzza e Joannes Antonio Leuci, agenti in solidum in qualità di commissari del clero secolare di Policastro, delegati dal R. Joseph de Sindico, vicario capitolare di Santa Severina e delegato apostolico di papa Innocentio X, il notaro Francesco Cerantonio si portò nella chiesa parrocchiale ed arcipresbiteriale di S.to Nicola “de Platea”, posta in convicino delle case di Ippolita Zurlo, delle case di Vittorio Ritia “vijs mediantibus” ed altri fini, per immettere il suo “Archipresbytero” Joannes Vincentio Natale di Policastro, nel reale possesso del beneficio.[xliv]

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Petilia Policastro (KR), abside della chiesa matrice.

 

L’orologio pubblico

A quel tempo, dalla parte delle “Rupes dictae Civitatis”, la chiesa di San Nicola confinava, via mediante, con le case di Ippolita Zurlo che, a sua volta, confinavano anche con la casa degli eredi del quondam Marco Antonio Fanele ed i casaleni dell’olim Agostino Cavarretta.[xlv]

Dalla parte opposta, “la detta chiesa” confinava con una “continentia di case con orto contiguo” appartenenti alla dote di Julia Rizza, che si trovava “circondata di quattro parti di vie publiche” e confinava con la casa di Gregorio Bruno e la casa del chierico Gio: Gregorio Rizza.[xlvi]

Sempre da questa parte, nelle immediate vicinanze della chiesa, si trovava la “Campanacciam publicam”. Sappiamo infatti che la casa di Gregorio Bruno, posta in parrocchia della chiesa matrice, confinava con la casa degli eredi del quondam Joseph Caputo, vinella mediante,[xlvii] e quest’ultima confinava con la casa di Ferdinando Cappa e la casa di Fragostina Campana[xlviii] o Fragostina Ferraro “alias Campanacciam publicam”.[xlix]

Questa campana o orologio pubblico, oltre a fornire a tutti la misura del tempo legalmente riconosciuta, aveva anche la funzione di convocare il sindaco, gli eletti ed i cittadini, in occasione delle pubbliche deliberazioni quando, preceduti da “bannis, et pulsata Campana more solito pro conmitiis generalibus”, essi si congregavano nelle case o “sala” della corte di Policastro[l] posta nella piazza, che era il luogo pubblico della terra, alla presenza del capitano o governatore.[li] Piazza che era andata modificandosi nel tempo e che, a seguito della ricomposizione urbana dell’abitato, già evidente agli inizi del Cinquecento, dalle vicinanze della chiesa di San Nicola della Piazza, si era estesa fino al luogo dove sorgeva la chiesa di San Nicola dei Greci.

Dovendo assolvere a queste funzioni pubbliche nei confronti della cittadinanza, l’università era tenuta a contribuire alla riparazione dell’edificio dove era alloggiato l’orologio, come ribadiva l’arcivescovo già alla metà del Cinquecento,[lii] avendo l’onere di provvedere alle spese relative al suo funzionamento, come  riferiscono i conti universali del 1647, attraverso i quali sappiamo che l’università di Policastro, spendeva annualmente 7 ducati per la “manutenzione dell’orologio”,[liii] anche se, qualche anno dopo, risultava che questo si trovava fermo e non suonava.[liv]

La presenza della chiesa in questo luogo, destinato ad ospitare il mercato ed i mercanti con le loro botteghe,[lv] dove si facevano i bandi e le aste relative all’incanto dei beni dei debitori[lvi] e, più in generale, dove avvenivano tutte le pubbliche congregazioni, determinava, a volte, che queste ultime si realizzassero al suo interno, come risulta già agli inizi del Cinquecento,[lvii] essendo la chiesa comunque il luogo, in cui usualmente si riuniva il clero secolare di Policastro, per deliberare in merito alle questioni comuni che riguardavano gli affari ecclesiastici.[lviii]

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Petilia Policastro (KR), il campanile della chiesa matrice.

 

Le sepolture

Oltre a rappresentare il luogo in cui i cittadini svolgevano le principali attività pubbliche, lo spazio sacro su cui insisteva la chiesa di San Nicola della Piazza, era anche uno dei luoghi di Policastro destinato ad accogliere la sepoltura dei morti.

Incombenza per la quale era stabilito che si pagasse all’arcivescovo lo jus mortuorum, ovvero “la ragione chi li tocca”, “et Cossi al Cappellano la ragione della stola”.[lix]

In Policastro, come negli altri luoghi della diocesi, in occasione di ogni “mortizzo seu funerale”,[lx] la chiesa arcivescovile esigeva per antico diritto, il pagamento in denaro dello “jus mortuorum”[lxi] ed il pagamento dello “jus quarte” o “quarta luminarium”, esigendo la quarta parte delle luminarie realizzate durante i funerali.[lxii] La chiesa arcivescovile possedeva anche lo “jus sepolture”, esigendo sei tareni, tanto da quelli che si facevano seppellire nelle chiese della diocesi, legando per testamento, quanto da coloro che morivano “ab intestatis”.[lxiii]

Le entrate relative a questi diritti in Policastro, sono documentate già alla metà del Cinquecento, nel “Libro de tutte le intrate de lo arcivescovado de s(a)nta Anastasia”,[lxiv] ed alla metà del secolo successivo, come risulta il 18 maggio 1654, dall’entrate della Mensa Arcivescovile esatte da D. Tomaso Antonio Dardano, commissario apostolico.[lxv]

I testamenti contenuti nei protocolli dei notari policastresi di questo periodo, documentano ricorrentemente, la volontà dei testatori di essere seppelliti “nella venerabile chiesa matrice di santo Nicola della piazza”,[lxvi] ovvero nella chiesa del “SS. Sacram.to”,[lxvii] “ubi residet Sanctissimus”,[lxviii] dove si trovavano la “sepoltura delli Confrati”[lxix] e quella “delle Consoro”,[lxx] appartenenti alla confraternita del SS.mo Sacramento.

In alcuni casi, i testatori disponevano di essere seppelliti dentro il pavimento del coro,[lxxi] specificando, a volte, di volere essere sepolti nei luoghi della chiesa dove riposavano i loro antepassati,[lxxii] oppure, più genericamente, rimettendosi alla volontà dei propri congiunti.[lxxiii]

Deposizioni avvenivano anche nella cappella o oratorio “di tutti santi” appartenente alla famiglia Campana,[lxxiv] ed in altre sepolture particolari, come quella di Gregorio Bruno,[lxxv] quella di Sebastiano Grosso,[lxxvi] quella della famiglia Mendolara, posta nella cappella di Santa Maria delo Rito,[lxxvii] e quella della famiglia Callea[lxxviii] che possedevano la cappella di San Sebastiano.

In alcuni casi, i cadaveri erano seppelliti nella chiesa solo temporanemente (“loco dipositi”), in attesa di spostarli in altri luoghi sacri.[lxxix]

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Petilia Policastro (KR), sepolture rinvenute presso la porta della chiesa matrice.

 

Una fiorente attività

In occasione della stipula dei testamenti, la confraternita riceveva lasciti in denaro,[lxxx] in altri beni mobili[lxxxi] o stabili,[lxxxii] e comunque, parte dell’eredità, in cambio della celebrazione di messe di suffragio.[lxxxiii] Gli stabili, previa l’autorizzazione arcivescovile, erano posti all’incanto, pervenendo così a particolari che s’impegnavano a pagare alla cappella un censo annuale.[lxxxiv]

Questo compito, accanto all’attività amministrativa legata alla gestione economica della confraternita, era deputato ad un procuratore nominato annualmente con il beneplacito dell’arcivescovo, importante carica che, durante la prima metà del Seicento, ricoprirono: il R.do D. Joannes Dom.co Catanzaro,[lxxxv] Hijeronimo Scandale,[lxxxvi] Joannes Dom.co Falcune,[lxxxvii] Gregorio Bruno,[lxxxviii] il presbitero D. Joannes And.a Romano,[lxxxix] il R.do D. Prospero Meo,[xc] D. Fran.co Gardo,[xci] Joannes Berardino Accetta,[xcii] il R.do D. Parise Ganguzza[xciii] e Pietro Curto.[xciv]

Oltre a gestire questa consistente fonte d’entrata,[xcv] il procuratore aveva il compito di amministrare anche i diversi possedimenti della cappella, beni che appaiono indistinti da quelli appartenenti alla matrice: alcune case poste nella terra di Policastro,[xcvi] una bottega nella piazza,[xcvii] un “viridarium”, “seu giardino”, posto “sotto santa Caterina”,[xcviii] e “Celsi” e terre in loco “lo ringo”.[xcix] La cappella possedeva inoltre, alcune vigne nelle località dette “lo Zaccaleo”,[c] “Catrevari”,[ci] “chianetta”,[cii] e “S.to Dimitri”,[ciii] oltre ad alcune terre seminative: la gabella “de Zaccarella”[civ] e le terre o gabella “di galioti”,[cv] terre confinanti con le località dette “lo muscarello seu Andriuli”,[cvi] “Priolo”,[cvii] “la marina”,[cviii] e “Mangiacardone”.[cix] Altre terre della cappella si trovavano in località “pantano”[cx] e vicino alla località detta “Valle della fico”.[cxi]

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Petilia Policastro (KR), porta laterale della chiesa matrice.

 

I monti di maritaggio

In alcuni casi, volendo assicurare una dote alle discententi della propria famiglia, o a fanciulle povere che altrimenti non avrebbero potuto sposarsi, i benefattori istituivano un monte di maritaggio, dotandolo con beni fondiari lasciati ad una cappella. Con la rendita di tali beni, amministrati dal procuratore della cappella, quest’ultimo, attraverso una promessa formalizzata in occasione della stipula dei capitoli matrimoniali, concedeva ad un certo numero di queste spose, una somma di denaro che i coniugi avrebbero poi dovuto investire nell’acquisto di un bene stabile sicuro, posto a garanzia dello stesso monte in relazione al denaro ricevuto.

Gli atti dei notari policastresi documentano che, durante il corso della prima metà del Seicento, nella chiesa matrice di Policastro esistettero alcuni monti pii deputati a questo scopo.

A cominciare dai primi anni del secolo, quando troviamo quello istituito dal quondam notaro Antonino Amannito sopra “le terre seu gabella di galioti”, lasciate alla cappella del SS.mo Sacramento, con l’onere per questa, di concedere una somma di denaro per il maritaggio delle femmine della sua famiglia.[cxii]

In seguito, però, di questo monte istituito per dotare le discendenti del ramo femminile del notaro Antonino Ammannito, non si hanno più notizie mentre, nella chiesa matrice, compaiono due diversi monti di maritaggio: uno sempre nella cappella del SS.mo Sacramento, per l’elemosina di “Donne povere p(er) Causa di Maritaggi”, istituito su legato del quondam Alessandro Circhione, ed uno istituito nella nuova cappellania di San Gregorio Magno fondata da Gregorio Bruno nel 1633[cxiii] che, nell’anno precedente, aveva ricoperto la carica di procuratore della confraternita del SS.mo Sacramento, destinato, invece, a dotare le discendenti della sua famiglia. Una operazione che ricompensava ampiamente anche le promesse spose di casa Ammannito.[cxiv]

Numerosi documenti successivi attestano da parte della cappella del SS.mo Sacramento, l’assegnazione della somma di 15 ducati annualmente a “donne povere”, tra cui non mancano casi in cui la sposa ricevette, allo stesso tempo, anche la somma prevista dal monte di San Gregorio.[cxv]

 

In sinodo

Accanto alle consistenti entrate, rappresentate dalle rendite del beneficio e da quelle derivanti dall’investimento del denaro ottenuto, attraverso l’amministrazione del proprio ufficio e dei diversi enti ecclesiastici esistenti nella chiesa matrice, il suo rettore-cappellano doveva sopportare alcuni oneri.

Oltre al pagamento della quarta beneficiale all’arcivescovo di Santa Severina,[cxvi] l’arciprete di Policastro, in ossequio all’antico diritto vescovile, doveva comparire personalmente ogni anno, il giorno del sinodo diocesano, corrispondente a quello della dedicazione della cattedrale di Santa Anastasia, innanzi al trono del presule di Santa Severina, pagando per sé e per il clero di Policastro, nelle mani dell’arcivescovo, un censo in segno d’obbedienza.

L’importo di tale offerta, detta “presente” nei documenti più antichi, oppure semplicemente “censu” o “Cathedratico”, che spettava pagare al “R.dus Archipresb(ite)r cap(ito)lum et clerus terrae Policastri”, era di tre carlini, come comincia ad essere documentato già alla metà del Cinquecento,[cxvii] e come continua ad essere testimoniato in occasione dei sinodi successivi.[cxviii]

 

Il terremoto del 1638

Gli eventi sismici che interessarono la Calabria centro-settentrionale a cominciare dal 27 marzo del 1638,[cxix] proseguendo fino alle scosse verificatesi nella notte tra i giorni 8 e 9 del mese di giugno dello stesso anno, produssero danni ingenti a Policastro. In questa occasione, secondo quanto affermava Lucio de Urso, l’abitato fu distrutto “dalle fondamenta”,[cxx] risultando il centro più colpito tra quelli vicini, con 353 edifici rimasti abbattuti.[cxxi]

Come appariva da una relazione prodotta al tempo dall’avvocato fiscale della regia Udienza Provinciale, il sisma causò a Policastro danni per più di quarantamila ducati d’oro “per li quali danni, e rovine furno concesse à Cittadini cinque anni di franchezze”.[cxxii]

Secondo il Mannarino, l’area dell’abitato maggiormente colpita risultò la “parte orientale di detta Città” che, ancora ai tempi in cui scrisse la sua “Cronica” (1721-1723), si trovava “mal’abitata colle case ivi dirute”.[cxxiii]

In questa occasione la chiesa matrice subì danni consistenti, come evidenzia la data 1651 sul portale principale della chiesa, anche se, a quel tempo, i lavori proseguivano ancora, come si testimoniava durante la visita arcivescovile del 1660.

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Petilia Policastro (KR), particolare del portale principale della chiesa matrice.

 

La visita arcivescovile del 1660

Nell’ambito della visita agli “Oppidis, et Locis Suae Dioecesis”, l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella arrivò a Policastro la domenica del 3 ottobre 1660.

Annunciato otto giorni prima per iscritto, proveniente da Mesoraca, egli giunse “extra oppidi Portam”, accompagnato dal suo seguito dove, al suono delle campane, fu accolto dal popolo e dal clero con la croce. Smontato da cavallo e dismesso l’abito del viaggio, l’arcivescovo indossò la cappa pontificale sopra il “Rochetum”, genuflettendosi davanti alla croce portata dall’arciprete. Quindi, “sub Baldachino”, preceduto da tutto il clero che intonava l’inno “Veni Creator Spiritus”, si avviò in processione alla chiesa matrice.

Giunto “in Ecc.am S. Nicolai Policastri”, asperse l’acqua lustrale, genuflettendosi davanti all’altare maggiore e pregò mentre tutto il clero cantava.

A questo punto, dopo aver baciato l’altare, l’arcivescovo benedisse il popolo solennemente. Quindi, dopo essersi seduto indossando la “Mitra pretiosa”, ricevette l’obbedienza da parte di ogni singolo componente del clero policastrese, secondo l’ordine certificato dal notaro, che trovava al primo posto tra i “Sacerdotes”, il “Rev.s Archipresb.r Joannes Vincentius Natale Parochus Matricis Ecc.ae”.

Ricevuta l’obbedienza del clero, l’arcivescovo tenne un sermone al popolo circa la “materia” della sua visita quindi, impartì ai fedeli l’assoluzione generale “cum indulgentia”.

L’arcivescovo indossò un “Amictu” sopra il rocchetto con “stola, et Pluviale” di colore nero ed una “Mitra Simplice” sul capo, procedendo così alla visita del “SS.mum Eucharestiae Sacram.tum”, che si trovava “in Alt. Maiori sub Custodia lignea deaurata in duabus Pixidibus argenteis” destinatate a conservare le “particulae consecratae”: una grande dorata dentro e fuori con la quale si portava il viatico agli infermi ed un’altra piccola non dorata, che l’arcivescovo ordinò di dorare antro il termine di due mesi. Davanti all’altare ardeva di continuo una lampada, mentre all’olio e alle candele necessarie ai divini offici provvedeva il procuratore della confraternita.

L’arcivescovo ordinò a quest’ultimo di esibire entro tre giorni i singoli conti annuali degli ultimi dieci anni ed ai confrati di esibire i titoli di erezione del sodalizio. I redditi certi della chiesa ascendevano ad annui ducati cinquanta, mentre circa altri 10 provenivano dalle elemosine.

A questo punto la visita fu interrotta per il pranzo, riprendendo “post prandium” presso il “Fontem baptismalem”. Questo si trovava al lato sinistro della chiesa ed era posto “in Tabernaculo ligneo” decentemente ornato, anche se l’arcivescovo non vi rinvenne né l’ “oleum Cathecuminorum” né il “Sanctum Chrisma”, essendo entrambi conservati nella sacristia in una “Capsula lignea” assieme all’ “oleo infirmorum”.

L’arcivescovo ordinò che in maniera più comoda per i sacerdoti, i primi due olii fossero conservati nel tabernacolo del fonte battesimale, mentre l’olio degli infermi poteva essere tenuto in sacrestia. Egli ingiunse anche che fosse riadattato entro il termine di un mese l’ “Operculum” dello stesso fonte, provvedendolo di una “Cappa” di “tela ut d(icitu)r Sangalli” di colore rosso.

Passò quindi a visitare l’altare maggiore che si trovava posto “in Altiori, et nobiliori parte d.ae Ecc.ae”, nella parte orientale dell’edificio alla quale si accedeva salendo tre “grados”, trovandolo ornato con tre tovaglie, “Lapide Sacrato”, “Carta Secretorum”, due “statuas Angelorum cum Candelabris in manibus”, oltre a due candelabri dorati e a due di legno. L’arcivescovò ordinò di provvedere l’altare di altri due candelabri entro il termine di quattro mesi e di riadattare entro un mese, la cornice dorata della “Custodiae” nelle parti in cui aveva fatto movimento, ordinando, inoltre, di ornarla con un “pallio” di seta “auro contexto”.

Sopra l’altare vi era un “Baldachinum” di seta con la “Statua Sanctorum Petri et Pauli cum Columnis ex Calce et cimentis dealbatis”.

La confraternita aveva l’onere di celebrare tre ebdommade in favore di coloro che pagavano l’elemosina di 15 ducati annui alla stessa “societate”.

Nei singoli giorni festivi in cui i “Parochiani” erano tenuti ad ascoltare la messa, l’arciprete celebrava una “Missam Conventualem” cantata alla quale intervenivano sacerdoti, clerici e chierici.

Vi era inoltre l’“onus celebrandi” di quattro messe la settimana per l’anima di Gregorio Bruno in relazione al legato lasciato dallo stesso, altre due messe per l’anima di Adriana Melioca per un legato pio, altre due per l’anima di Laura Blasco, un’altra messa per l’anima della “sororis” Dianora Campana, altre due che riferivano essere per le anime di altri della famiglia Blasco, una messa per l’anima di Mutio Campana, le messe che dovevano essere celebrate con il reddito annuo derivante dalla vigna lasciata da Hieronimo Coco, tre altre ebdommade per l’anima del reverendo J. Thoma Caccuri, altre 20 messe all’anno per l’anima di Joannes Andrea de Strongoli ed altre settantacinque messe all’anno per le “Animabus Campanorum”.

Dato che l’arcivescovo non trovò le predette messe annotate in “Tabella perpetua” né da altre parti, minacciando l’eventuale sospensione dell’arciprete e degli altri ecclesiastici, ordinò che entro otto giorni, tutti tali oneri, assieme agli altri che fossero stati rinvenuti, venissero riportati “in Tabella” nella forma e nei modi che risultavano dai relativi testamenti e che questa tabella fosse appesa in un posto eminente della sacrestia. Egli ordinò, inoltre, “sub poenis arbitrio” che fosse predisposto un “libro” in cui, dopo ogni celebrazione, fosse annotata ogni messa di propria mano da parte di ogni singolo sacerdote.

All’arciprete D. Vincentius Natale, fu ingiunto di esibire entro tre giorni le “bullas suae collat.nis” assieme all’ “inventarium” di tutti i beni stabili e dei redditi della chiesa, cosa che lo stesso fece “in Visita(tion)e personali”.

Si passò quindi alla visita dell’ “Altare S. Sebastiani” posto “à latere dextro d.ae Ecc.ae” di iurepatronato della famiglia Callea, ai quali fu ingiunto di presentare entro tre giorni, i titoli di fondazione. L’altare fu trovato ornato con un pallio di seta di diversi colori, tre tovaglie “lapide Sacrato”, quattro candelabri, croce e “Carta secretorum”. Nella parete si trovava una “Icona depicta cum Imagine S. Sebastiani inter duas Columnas ex gipso dealbatas”. Sotto l’altare vi era uno “Scabellum Altaris” e la “Sepoltura” della famiglia Callea. Dato che ciò era proibito dalla Santa Congregazione dei Sacri Riti, l’arcivescovo interdisse il sepolcro, dando mandato che in futuro non si procedesse più ad altre deposizioni.

L’altare aveva l’onere di celebrare tre ebdommade che il clero celebrava grazie alle elemosine pagate da Joanne Baptista Callea, come asseriva quest’ultimo che era presente.

Il quattro di ottobre, ad “hora competenti”, la visita dell’arcivescovo Falabella proseguì presso la sacrestia della chiesa posta alla sinistra dell’altare maggiore, nella quale si conservavano i “Vasa Sacra” e le suppellettili. Qui furono rinvenuti: quattro calici “cum pedibus aeneis et Verticibus argenteis deauratis” dei quali, uno fu trovato “contusus” nella parte interiore e fu interdetto dall’arcivescovo che ordinò di riadattarlo e ridorarlo entro il termine di un mese. La stessa cosa l’arcivescovo ordinò in merito ad una patena della “Cappelae S. Sebastiani” che si trovava “in tribus partibus retorta”, come fu ordinato al procuratore della stessa Joanne Baptista Callea. Furono trovati anche tutti gli ornamenti necessari ed alcuni ornamenti “cum velis” di diversi colori.

Fu anche rinvenuto una “Pyxis argentea seu Tabernaculum” con “pede aeneo et Vertice cum radiis argenteis”, che si usava per portare processionalmente il SS.mo Sacramento dell’Eucarestia “in Festo Corporis Christi”. Dato che la pisside fu trovata rotta, considerato il pericolo che l’Eucarestia sarebbe potuta cadere quando si portava nelle processioni, essendo stata consolidata con il piombo, l’arcivescovo vietò di usarla ed ordinò di rifarla entro due mesi. Allo stesso modo, l’arcivescovo ordinò che venisse rinnovato un “Turribulum” d’argento senza piede.

In “Capsis ligneis” riposte in sacrestia, furono trovati: cinque “Casulae seu Planetae” di diversi colori, due rosse, una violacea, una verde ed un’altra bianca, assieme ad altre tre, una rossa, una violacea e l’altra bianca. L’arcivescovo ordinò di rammendarle nella parte anteriore ed altrimenti di non usarle. Si trovò ancora una “Planeta vulgo dicitur imbroccato” di colore bianco con “Dalmaticis” e cappa dello stesso tessuto e colore, ed un pallio d’altare con ornamenti d’oro che si usava nei giorni solenni. Furono trovate anche altre due pianete simili, una bianca e l’altra rossa, con cappa e dalmatici ed un’altra pianeta di seta “auro contexta” con le insegne dell’arcivescovo di Santa Severina Fausto Caffarelli (1624-1651) che l’aveva donata alla chiesa.

Sempre nella sacrestia furono ritrovati ancora: cinque “Albae seu Cammisi”, tre dei quali, risultando laceri in alcune parti, l’arcivescovo ordinò di risarcire entro otto giorni e due “Umbrellae” per accompagnare il SS.mo Sacramento, una bianca per le occasioni di maggiore solennità e l’altra rossa, ambedue usate per portare il viatico agli infermi.

Furono trovati conservati anche i “libri baptizatorum Confirmatorum Matrimoniorum Defunctorum Status Animarum”.

Considerato che il pavimento della chiesa si presentava in alcune parti “effossum”, a causa della sepoltura dei cadaveri dei defunti, l’arcivescovo ordinò che fosse riattato dove serviva, vietando di ampliare la superficie destinata alle sepolture, pena l’interdizione ecclesiastica.

La fonte dell’acqua benedetta era situata al lato sinistro ed era costruita “ex lapide diversorum colorum cum sustentaculis ferreis”.

Alla sinistra dell’altare maggiore erano state iniziate quattro cappelle, tutte appartenenti alla “Societatis SS.mi Sacram.ti”, due delle quali si trovavano “in bona for.a reductae” e le restanti due “designatae”.

Al lato destro della chiesa, era esistita nel passato una “Capella” sotto l’invocazione di “S. Gregorii Papa” la cui “Imago seu Icona depicta in tela” era ora conservata in sacrestia. Questa cappella era di iurepatronato di Gregorio Bruno e ne era rettore il Rev.s Dom.cus Gallo di S. Mauro, con l’onere di celebrare quattro ebdommade. Considerato ciò, si ordinava al rettore che rifacesse la cappella in una di quelle quattro iniziate dalla “Societas” del SS.mo Sacramento, pagando il competente prezzo per la fondazione. Disponeva, inoltre, il sequestro dei frutti del beneficio di quell’anno, assegnandoli per la instaurazione della detta cappella.

Nella stessa cappella esisteva un legato con un monte di circa novanta ducati, lasciato in favore di una “puella” della famiglia Bruno che fosse andata in sposa durante l’anno. L’arcivescovo ordinò che entro due giorni, sia l’attuale procuratore D. Ferdinando Riccio che gli altri suoi predecessori del decennio precedente, dovessero mostrare di aver adempiuto a tale onere, pena la scomunica “Latae Sententiae”.

Poiché fu accertato che per diversi anni, l’elemosina predetta era stata assegnata alle spose della famiglia Bruno “ante tempus percept.nis redituum dicti Montis nuncupati S. Gregorii” e che tale assegnazione anticipata aveva creato litigi e confusione, l’arcivescovo comandò che nel proseguo dell’anno non si facesse più alcuna assegnazione, cancellando ed annullando quelle già fatte. L’arcivescovo dispose, inoltre, che se negli anni a venire, si fosse presentata la situazione in cui più “puellarum nobilium” della famiglia Bruno si fossero sposate nell’arco dello stesso anno, il nome delle pretendenti alla dote, sempre che fossero state maggiori di quattordici anni, si sarebbe dovuto sorteggiare nel giorno della “Nativitatis B. Mariae”, attraverso “schedulis” riposte nell’ “Urna”, alla presenza del vicario foraneo, dell’arciprete e del procuratore pro tempore della chiesa, concedendo la detta dote alla prima estratta.

Dato che la chiesa possedeva due campane di mediocre grandezza poste “supra Portam maiorem dictae Ecc.ae”, l’arcivescovo dispose che “quando fuerit completa fabrica d.ae Ecc.ae”, queste dovessero essere poste in un altro luogo designato allo scopo da parte dell’arcivescovo.[cxxiv]

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Petilia Policastro (KR), resti murati nella parete del campanile della chiesa matrice, forse identificabili con le statue dei SS. Pietro e Paolo esistenti sull’altare maggiore alla metà del Seicento.

 

Decadenza e spopolamento

La situazione di grave decadenza legata alla lunga crisi economica che interessò Policastro durante il corso del Seicento, determinò un grave spopolamento del luogo che, dai 713 fuochi del 1595, passò ai 674 del 1648, per giungere, infine, ai 356 del 1669. Ciò ebbe importanti ripercussioni anche sulla vita delle sue chiese, su cui riverberò “l’ingiuria dei tempi”.[cxxv]

All’epoca della visita dell’arcivescovo Falabella, oltre alla parrocchia della “Matricis Ecc.ae”, continuavano ad esistere in Policastro altre tre parrocchie: quella di “S. Petri”, quella di “S. Nicolai de Graecis” e quella di “S. Mariae de Magna”, il cui parroco, il Rev.o Dom.co Cepale, era anche vicario foraneo.[cxxvi] Tutte, comunque vivevano una situazione economica difficile, che rendeva poco appetibili questi benefici spesso vacanti, come risulta documentato per la chiesa matrice.

Alla morte dell’arciprete Gio: Vincetio Natale, infatti, la carica di parroco rimase vacante, mentre all’amministrazione della parrocchia fu deputato un economo vicario, come risulta da una nota che ricorda le patenti relative a questo incarico, rilasciate al Rev.o D. Dom.co Cepale il 20 novembre 1673.[cxxvii]

Attraverso la relazione del 1675 prodotta dall’arcivescovo di Santa Severina, il crotonese Muzio Suriano (1674-1679), apprendiamo che la chiesa “Archipresbyteralis sub titulo Sancti Nicolai Pontificis”, dove si trovava la cappella del SS.mo Sacramento, alla quale era annessa una confraternita laicale, come testimonia ancora oggi, l’iscrizione: “SIA LAUDATO IL SS.MO SACRAME.NTO P. / P. F. 1685”, a causa della scarsità del suo reddito, risultava vacante da tre anni, mentre la cura delle anime era esercitata da un vice parroco. In relazione a ciò l’arcivescovo meditava di unirla all’altra parrocchiale di San Pietro Apostolo, anch’essa vacante per la tenuità del suo reddito.

A quel tempo, la chiesa era servita da semplici presbiteri nei giorni festivi, che officiavano le celebrazioni solenni. Presbiteri che vivevano “in Communi”, dividendosi equamente tra loro gli oneri e gli stipendi delle messe legati dai fedeli.[cxxviii]

La difficile situazione economica, determinava però che la matrice non riuscisse più ad onorare tali impegni, e per porre rimedio a questo suo stato di sofferenza, nel 1681, si ricorse alla riduzione degli oneri delle messe che la gravavano. Succedeva, infatti, che le rendite dei beni che i benefattori avevano legato al tempo dei loro lasciti testamentari, tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, fossero ormai divenute inadeguate alla soddisfare la retribuzione dei cappellani che celebravano tali messe di suffraggio, mentre, sempre a causa della crisi, erano anche aumentati i casi degli insolventi.

Dalla documentazione prodotta in questa occasione, per poter ottenere dall’arcivescovo tale riduzione, sappiamo così che, al tempo, l’onere principale delle messe che si celebravano a tale scopo “in Eccl(esi)a Maiori”, era collegato ai lasciti di alcuni antichi benefattori: la famiglia Blaschi (1590) con un onere di 100 messe, relativamente al quale il clero possedeva un castegneto detto “delli Blasci”, un vignale loco detto “Bonaudo” ed un altro vignale loco detto “Andrioli”, fondi  dai quali il detto clero non riusciva ad esigere che soli annui ducati 7, la famiglia Campana (1592) con un onere di 75 messe, per il quale il clero possedeva un pezzo di terra detto “la Sulleria”, che rendeva annui ducati 3, ed un altro pezzo di terra loco detto “la pizzuta”, che rendeva annui carlini 20, Hieronimo Coco (1620) con un onere di 20 messe, per il quale il clero possedeva un vignale in loco detto “Paternise”, che rendeva annualmente circa carlini 10, e Andreana Milioti (1645) con un onere di 100 messe, per il quale quest’ultima aveva legato un anuo censo di ducati 10, relativamente ad un capitale di ducati 100 che, dopo essere stato affrancato, si trovava attualmente in deposito, per la difficoltà di collocarlo su mercato creditizio, perchè “nelli Tempi correnti non si troverà giamai al diece p(er) Cento”.

Oltre a queti oneri che riuscivano più ad essere soddisfatti, nella “Chiesa Matrice” vi erano poi le messe che da molti anni non venivano più celebrate, a causa del fatto che, i debitori “obbligati alle Elemosina”, non avevano “corrisposto” quanto invece sarebbe stato loro dovuto.

Si trattava di 15 messe per l’anima di Alfonso Riccio (1608), che avrebbero dovuto corrispondere gli eredi di Andrea Cavarretta, di Salvatore Spinello e del Rev.o D. Gio: Giacomo Aquila, possessore del “Mortilletto hipotecato alla sodisfattione”, e di 50 messe per l’anima di Scipione Romano (1645), per le quali il clero di Policastro possedeva 50 ducati in contanti. Di questo capitale, ne erano stati dati a censo ducati 35 al quondam Marco Mannarino ed al quondam Fran.co Giglio, ed altri ducati 15 al quondam Gio: Dom.co Caputo.[cxxix]

 

La cappella della Visitazione, ovvero di Santa Maria “Francorum”

Volendosi porre rimedio alla crisi della matrice, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, alcuni antichi benefici di Policastro furono uniti a quello di San Nicola della Piazza.

Secondo quanto riferisce il Mannarino, al tempo dell’arcivescovo Carlo Berlingieri (1679-1719), negli ultimi anni del Seicento, la chiesa “dell’Annunziata detta di Fuora” fu diroccata, e dal suo sito originario che si trovava “sotto le mura della Città in bocca alla Porta della Città”, fu trasferita in quello dell’antica chiesa di “Santa Maria delli Francesi”. Sempre secondo le affermazioni del Mannarino, quest’ultima fu completamente “smantellata”, così da poter essere rifabbricata “da fondamenti” in forma più vasta.[cxxx]

In questa occasione, il beneficio di “S. M. FRANCORUM” fu unito alla matrice, nella quale fu eretta la relativa cappella nell’anno 1704, come riferisce una epigrafe posta sulla porta laterale della chiesa di San Francesco di Paola.

Il primo gennaio 1705, infatti, dietro la richiesta dei fratelli D. Ant.o Ferrari, arcidiacono della cattedrale di Santa Severina, e Francesco Ferrari, chierico coniugato, l’arcivescovo Carlo Berlingieri approvava l’erezione di “un perpetuo Semplice Beneficio Eccl(esiati)co all’Altare della S.ma Vis.e sotto l’invocaz.ne di S. M.e delli Francesi posto dentro la V(enera)b(i)le Chiesa Matrice”, ovvero “ad Altare S.mae Visit.ae, seu S. M. Francorum positum intus V(enera)b(i)lem Ecclesiam Matricem in loco Policastri”, compreso di una messa cantata nel giorno della S.ma Visitazione della Vergine.

Come appariva dallo strumento di dotazione fatto in Policastro il 12 settembre 1704, il beneficio risultava dotato in annui ducati 25, provenienti da alcuni stabili posti nel distretto di Policastro: una continenza di terre in loco detto “la Valle delli Cancelli”, confine i beni della cappella di San Gregorio, del vignale di Santa Caterina, ed altri fini, dalla quale si percepiva la somma di d. 10, un’altra continenza di terre dette “S. Marco”, arborata di olive, dalla quale si percepiva la somma di d. 10, un orto posto “dentro d.o luogo di Policastro”, dal quale si esigevano annualmente d. 3, ed un annuo canone di carlini 28 per un capitale di ducati 40 alla ragione del 7 %, dovuto dal clerico Antonino Carcello.

Il 21 giugno 1705, nel palazzo arcivescovile di Santa Severina, lo stesso arcivescovo firmava l’atto mediante il quale, il “Clerico” Joannes Dominico Ferrari di Policastro, in qualità di cappellano, era immesso nel reale possesso della “Cappellaniam, seu Beneficio in Altare, seu ad Altare sub invocatione Sanctiss.mae Visitationis intrus Ecclesiam Matricem loci Policastri”, fondato “p(er) Rev.m D. Antonium, et Clericum Coniugatum Franciscum fratres de Ferrariis cum reservatione Juris patronatus, et praesentandi Rectorem”. Al sacerdote Joannes Dominico, il 10 giugno 1717, succederà, in qualità di cappellano, il “Cl.m” Nicolao Ferrari,[cxxxi] mentre, alla metà del Settecento, il semplice beneficio di “S. Maria de Francesi”, juspatronato della famiglia Ferrari, risultava provvisto al clerico Giuseppe Faraldi.[cxxxii]

 

La matrice agli inizi del Settecento

La chiesa parrocchiale di “S. Nicolai” di Policastro, il cui frutto ascendente ad annui ducati cinquanta, era vacante per la morte di Iacobo Curto, defunto nel mese di maggio del 1697, fu provvista al presbitero del luogo Ioannes Francisco Scandale nell’agosto di quell’anno.[cxxxiii]

Dopo la sua morte, avvenuta nel luglio del 1708, nel maggio dell’anno seguente, fu provvisto il presbitero Ioannes Paulo Grano,[cxxxiv] come ribadisce una lettera dell’arcivescovo di Santa Severina Carlo Berlingeri, data in Mesoraca il 23 agosto 1709, che conferma come questi fosse risultato abile ed idoneo a ricoprire la carica, attraverso l’esame fattogli dagli esaminatori sinodali.[cxxxv]

Ricevuto l’incarico, il nuovo arciprete si adoperò subito, per cercare di porre riparo alla grave crisi che affliggeva la sua parrocchia.

Accogliendo la sua supplica, il 16 luglio 1713, la Sacra Congregazione del Concilio chiedeva all’arciprete Jo: Paulo Grano, che esponesse una relazione dettagliata, riguardante sia la situazione economica, che quella delle anime, delle quattro parrocchie di Policastro. Relazione inviata il 20 settembre di quell’anno che, tra l’altro, descrive in maniera particolareggiata lo stato della matrice.

In questo “statu Parochialium Ecclesiarum loci Policastri”, leggiamo che “Policastrum”, luogo posto in diocesi di Santa Severina, assommava 2534 anime, con quattro chiese parrocchiali divise da confini definiti, all’interno dei quali ogni parroco amministrava la cura delle anime dei propri parrocchiani.

Oltre che su quelle delle decime e dei “parochialibus emolumentis”, le quattro parrocchie potevano contare su poche entrate, in quanto alcune possedevano qualche fondo, altre nessuno. La prima, in ragione della sua antichità, aveva il titolo di “Matricis” ed era affidata ad un “Rectorem Archipresbiteri”.

In questa relazione, le origini della lunga crisi della matrice, si facevano discendere dai tempi del terremoto del 1638, quando il “Districtu d.tae Matricis majori” era stato interessato da grandi rovine, che avevano costretto i parrocchiani a trasferirsi fuori dai termini della parrocchia: “Parochia diruta domus non reaedificare curantes in aliarum Paraeciam fines trasmigrarunt”.

Questa situazione aveva determinato che alla cura dell’arciprete, rimanessero solo circa 150 anime che gli assicuravano un tenue frutto. Si evidenziava ancora che, a partire dall’epoca del terremoto, la diminuizione dei parrocchiani e delle rendite, aveva reso poco appetibile la carica di arciprete che, per questa ragione, aveva ottenuto una “provisione” maggiore.

Escludendo la cura delle anime, l’arciprete non aveva altri oneri, ma doveva provvedere alla “fabrica” della sua chiesa ed alle suppelletili. Egli, inoltre, contribuiva con cinque ducati “pro professionibus Exterorum ad ipsam matricem Confluentium”. La matrice era l’unica chiesa a custodire il SS.mo Sacramento, di cui si servivano anche le altre parrocchie per somministrare il Viatico agli infermi.

Considerando questa situazione, l’arciprete Gio: Paolo Grano chiedeva, quindi, che si giungesse “ad novam terminorum definitionem” delle parrocchie, proponendo una soluzione che coinvolgeva, in particolare, la situazione della parrochia contermine di “S. Petri Apostoli”.

Tali considerazioni sono espresse dettagliatamente, in un memoriale prodotto dall’arciprete che accompagnava la sua relazione, nel quale questi così si esprimeva:

“… come si trova detta Citta divisa in quattro Parocchie, tra quali quella annessa all’Arcipretato, e come che nell’erettione al prefato arciprete non assegnorno rendite verune, ma solamente furono considerati l’emolum.ti provenienti dall’annessa Parocchia, ritrovandosi questa al presente per ingiuria del tempo ridotta a pochissime anime essendo colla mancanza degl’abitanti dirute l’habitazioni viene detto Arcip.e oratore à sostenere i pesi dell’Arcipretato senza emolumento veruno. Supplica intanto l’E.E.V.V. degnarsi ordinare si faccia la partitione di d.e Parocchie, ed unirsi all’Arcipretato portione dell’altre Parocchie, che oltre la giustizia si farà al d.o Arcip.e, e Paroco Orat.e, si provederà anco alla salute di quell’anime, che seguita d.a partitione di Parocchie saranno per l’avvenire con più attenzione assistite circa L’amministratione de Sagramenti, ed altro spirituale alimento cio, che al presente non puol succedere stante la numerosità dell’anime dell’altre Parocchie …”.

Rispetto alle ragioni ed ai conti presentati dall’arciprete di San Nicola delle Piazza, diverse erano le valutazioni del parroco di San Nicola dei Greci Antonino Venturi che, in una nota del 19 agosto 1713, si esprimeva nel merito delle affermazioni del suo collega, dicendo che “l’ammalato l’ha soprastimato” e che nella relazione dell’arciprete “vi è sbaglio grosso”, in primo luogo, riguardo all’importo delle decime percepite che, secondo il Venturi era maggiore, come testimoniava una “Aggiunta nota” relativa al pagamento di ogni singolo parrocchiano, e poi perché non erano stati computate altre entrate incerte, come il diritto di stola e le fedi matrimoniali e “d’ordinandi”. Egli aggiungeva inoltre, che l’arciprete non era gravato da pesi per il mantenimento della chiesa, nè doveva provvedere per i vestimenti, non pagava sacrestani e non doveva dire messe per i parrocchiani ma anzi, riceveva da parte del clero il pagamento de “L’honore”, in occasione di ogni funzione che si celebrava nella matrice.[cxxxvi]

 

Le anime

La parrochia di San Nicola che, secondo quanto riporta il Sisca, nel 1687 “era costituita di 225 anime, di cui 40 di età inferiore ai 7 anni”,[cxxxvii] agli inizi del Settecento aveva perso molti dei suoi parrocchiani.

Risale a questo frangente uno “Stato dell’anime” della parrochia, compilato il 14 agosto 1713 da Gio: Paolo Grano, arciprete e parroco di “S.to Nicolò della Piazza”, che elenca tutti i parrocchiani distinti per nucleo familiare, ossia 151 “anime” distinte in 38 “case” che, “secondo l’uso del Paese”,

“sene percipe l’anno, quando si quando no, dedotte le povere doc.ti 8”.

“Dianora Caparra V.a Fran.co Fanele d’anni 42 in C.a (ann. a marg.: e povera), Gio: Batt(is)ta figlio d’anni 22 in C.a, Ant.o figlio d’anni 15 in C.a, Berardina figlia d’anni 10 in C.a, Gerolima figlia d’anni 8 in C.a.

Aurelia Chiaromonta d’anni 28 in C.a, Paolo figlio d’anni 14 in C.a, Elisabetta figlia d’anni 6 in C.a.

V.a Laudonia Mannarino d’anni 40 in C.a, Fran.co figlio d’anni 17 in C.a, Marco figlio d’anni 14 in C.a, Giov.e figlio d’anni 11 in C.a.

Ant.o Cavarretta d’anni 47 in C.a, Elisabetta Zagaritano moglie d’anni 41 in C.a, Vittoria figlia d’anni 18 in C.a, Brancatio figlio d’anni 16 in C.a, Rosa figlia d’anni 11 in C.a, Anna figlia d’anni 7 in C.a, Cabella figlia d’anni 4 in C.a.

Tomaso Longo d’anni 51 in C.a, Isabella Ceraldi moglie d’anni 45 in C.a, Giulia figlia d’anni 21 in C.a, Genn.o figlio d’anni 15 in C.a, Gaetano figlia d’anni 12 in C.a.

Dom.co Spinello d’anni 46 in C.a, Ippolita Toscano moglie d’anni 36 in C.a, Dom.ca figlia d’anni 6 in C.a, Gaetano figlio d’anni 13 in C.a.

Catarina Poerio V.a Gio Dom.co Guid.o anni 65, Ant.o figlio d’anni 32 in C.a, Elisabetta figlia d’anni 25 in C.a.

Antonio La Chiave d’anni 45 in C.a, Ang.a Guzzo moglie d’anni 40 in C.a, Michel.o figlio d’anni 15 in C.a.

Dom.co Torchia d’anni 36 in C.a, Lucretia Montemurro moglie d’anni 17 in C.a, Rosa figlia di mesi 6 in C.a.

Michelang.o Torchia d’anni 43 in C.a, Elisabetta Conflenti moglie d’anni 41 in C.a, Gio: Tomaso figlio d’anni 11 in C.a.

Catarina Misiano d’anni 72 in C.a, Rosa figlia d’anni 46 in C.a, Anna figlia d’anni 43 in C.a.

Isabella Maratia d’anni 25 in C.a, Franc.o Ant.o figlio d’anni 7 in C.a., Serafina figlia d’anni 9 in C.a., Diego figlio d’anni due e mezzo in C.a.

D. Vitaliano Giordano d’anni 26 in C.a, Lucretia sorella d’anni 27 in C.a, Marcello fr(at)ello d’anni 20 in C.a, Muzio fr(at)ello d’anni 15 in C.a, Durania sorella d’anni 7 in C.a.

D. Ferrante Giordano d’anni 40 in C.a, Dianora so(re)lla d’anni 32 in C.a.

Sig.ri Franc.o Ferrari d’anni 45 in C.a, Felice Zurlo d’anni 42 in C.a, Ant.na figlia d’anni 21 in C.a, Nicolò figlio d’anni 15 in C.a, Michele Ang.o figlio d’anni 13 in C.a, Elisabetta figlia d’anni 12 in C.a, Tomaso figlio d’anni 7 in C.a, Rosa figlia d’anni 8 in C.a, Pietr’Ant.o figlio d’anni 6 in C.a, Alessandro figlio d’anni 4 in C.a, Muzio figlio d’anni 3 in C.a.

Filippo Lamanno d’anni 42 in C.a, Catarina Prato moglie d’anni 40 in C.a, Ang.a figlia d’anni 15 in C.a.

Fran.co Schipano d’anni 35 in C.a, Maria Caira moglie d’anni 25 in C.a, Salvatore figlio d’anni 15 in C.a, Rosa figlia d’anni 6 in C.a.

Laura Marra V.a Ant.o Licciardo d’anni 57 in C.a, Dom.co figlio d’anni 29 in C.a, Salvatore figlio d’anni 25 in C.a, Anastasia figlia d’anni 15 in C.a.

Lonardo Pinello d’anni 45 in C.a, Anna Tronca moglie d’anni 31 in C.a, Tomaso figlio d’anni 14 in C.a, Isabella figlia d’anni 5 in C.a.

Maria Giordano d’anni 62 in C.a.

Anna Poerio V.a Ant.o Sellitta d’anni 64, Gius.e figlio d’anni 38 in C.a, Felice d’anni 32 in C.a, Ant.o figlio d’anni 20 in C.a.

Giulio di Chiara d’anni 37 (in C.a), Elisabetta Capozza moglie d’anni …, Ant.o figlio d’anni 17 in C.a.

Ant.o M.a Rizzuto d’anni 22 in C.a, Laura so(re)lla d’anni 17 in C.a, Ang.a so(re)lla d’anni 14 in C.a.

Luca Schipano d’anni 39 in C.a, Anastasia Cimino moglie d’anni 36, Vitaliano figlio d’anni 10 in C.a, Dom.co figlio d’anni 7 in C.a.

Gerolimo Rizza d’anni 47 in C.a, Lucrezia Milea moglie d’anni 18 in C.a, Blasio figlio d’anni 3 in C.a, Ant.no figlio di mesi 4 in C.a.

Andrea Grosso d’anni 40 in C.a, Vincenza Apa moglie d’anni 36 in C.a, Gio: Berardino figlio d’anni 18 in C.a, Agata figlia d’anni 15 in C.a, Gennaro figlio d’anni 8 in C.a, Anastasia figlia d’anni 3 in C.a.

Carlo Guercio d’anni 66 in C.a, Agata Coppola moglie d’anni 53, Fenice Cavarretta nep.te d’anni 11, Domenico nep.te d’anni 9, Catarina nep.te d’anni 6, Tomaso nep.te d’anni 4.

Orazio Scandale d’anni 62 in C.a, Catarina Faraco moglie d’anni 39 in C.a.

Masco Toscano d’anni 40 in C.a.

Franceschina Virardo d’anni 39 in C.a, Fenice Curia figlia d’anni 10 in C.a.

Lucretia Nocera d’anni 64 in C.a.

Catarina Barbiero d’anni 70 in C.a, Maria Rizza figlia d’anni 32 in C.a.

Vittoria Pollaci d’anni 42 in C.a, Andrea figlio d’anni 43 in C.a, Gio: Dom.co figlio 21 in C.a, Catarina figlia d’anni 7 in C.a.

Anna de Curtis d’anni 29 in C.a.

Sig.r Lorenzo de Martino d’anni 18 in C.a, Beatrice de Curtis moglie d’anni 25, Faustina figlia di mesi 3.

Sig.a Felice Giordano V.a Lorenzo Martino, Gio: Dom.co figlio d’anni 20 in C.a.

Giovanna Rizza d’anni 40 in C.a, Gius.e figlio d’anni 12 in C.a, Genn. Figlio d’anni 3 in C.a.

Maria Iannici d’anni 70 in C.a, Clarizia Papaianni figlia d’anni 41, Santo figlio di Clarizia d’anni 11, Rosa figlia d’anni 12 in C.a, Antonia figlia d’anni otto in C.a.

Urzula Bruna d’anni 41 V.a, Teresa figlia d’anni 25 in C.a, Mario figlio d’anni 16 in C.a, Vittoria figlia d’anni 12 in C.a.

Livia Curto d’anni 57 in C.a.

Sig.r Gio: Matteo Maijda d’anni 53 in C.a, Anna Ammannato moglie d’anni 38 in C.a, Anastasia figlia d’anni 20 in C.a, Fenice figlia d’anni 14 in C.a, Franc.a figlia d’anni 10 in C.a, Salvatore figlio d’anni 6 in C.a, Tomaso figlio d’anni 2 in C.a.

Catarina Castagnino d’anni 44 in C.a.”.

Oltre alla rendita incerta di 8 ducati relativa a queste anime, l’arciprete possedeva anche un suo vignale che, tra le annate fertili e quelle infertili, rendeva 18 carlini l’anno, per una somma di ducati  9.4.0. Dedotte da queste entrate, le uscite relative al peso di ducati 4 e carlini 5, rimanevano in beneficio del parroco duc. 5.1.10.[cxxxviii]

 

La traslazione della cappella del SS.mo Sacramento

In tale frangente, la penuria di anime che affliggeva la chiesa matrice, determinò che l’antica cappella del SS.mo Sacramento, la cui erezione si asseriva risalisse all’anno 1500,[cxxxix] fosse traslata nella chiesa dell’Annunziata detta “di fuori”, dove già da qualche tempo, “li pochi antichi che si ritrovano in detta Confraternita del Ven(erabi)le”, avevano preso a congregarsi con altri cittadini in quella sede, dove si stava costituendo un nuovo sodalizio intitolato a San Francesco di Paola.[cxl]

Un passaggio riferito anche dal Mannarino, il quale c’informa che già nel 1714, nella “nuova Chiesa di San Francesco di Paola”, era stata eretta “una arciconfraternità, cioè l’istessa antica del SS.mo Sacramento”, alla quale avevano aderito numerosi i “fratelli del primo Ceto”.[cxli]

Le circostanze di questo passaggio, appaiono meglio descritte in un atto del 14 giugno 1715. In quella occasione, rivolgendosi all’arcivescovo di Santa Severina, il procuratore della confraternita del SS.mo Sacramento di Policastro, “d’antichissimo tempo canonicam.te eretta nella Chiesa Matrice di detto luogo”, faceva presente che, “per il poco numero de Confrati”, da molti anni la confratermita non aveva potuto esercitare le sue funzioni con il dovuto decoro. Faceva inoltre presente che, nella “Chiesa della SS.ma Annunciata detta di fuori”, si trovava la confraternita sotto il titolo “del Glor.o Patriarca S. Fran.co di Paola”, ed alcuni cittadini che inizialmente avrebbero voluto aderire alla “nova fondazione della detta Confraternità”, ora intendevano aggregarsi alla già detta “Confraternità del Venerabile per poter meglio applicarsi al culto della SS. Eucaristia ed all’associazione d’essa a moribondi, che viene prescritta negli statuti della prenominata radunanza nella chiesa della SS. Annunciata”.[cxlii]

Troviamo così in seguito, che la congregazione del SS.mo Sacramento si radunava nella “Chiesa di S. Fran.co di Paula”,[cxliii] risultando filiale dell’arcipretura.[cxliv]

013-policastro

Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, bassorilievo pertinente alla cappella del SS. Sacramento.

 

La chiesa agli inizi del Settecento

Dobbiamo al padre F. A. Mannarino, una descrizione della chiesa parrocchiale di “San Nicolò Maggiore delli Latini”, quando ad essa si trovavano unite le antiche “Parocchie” confinanti di “Sant’Angelo alla Piazza” e “Santa Maria delli Francesi”.

“Quattro son oggi le Chiese Parocchiali. La prima è l’Arcipretale di San Nicolò Maggiore delli Latini fra la Tramontana, e Levante, alla quale stanno unite le Parocchie contermini antiche di Sant’Angelo alla Piazza, e di Santa Maria delli Francesi; nuovamente Architettate due ale e più disposte nelli lati. Qui è la Chiesa Madre, e vi risiede il SS.mo Sacramento colla sua Arciconfraternita e avi a destra la Capella di San Sebastiano Martire primo Protettore della Città, fondata dalla nobilisima famiglia Callea ed arricchita di feudi con un Pio Monte, dove colla sicurtà de’ Pegni d’oro, argento, Rame, e mobili, s’improntano per un’anno danari, senza veruno interesse, lasciato così dal fundatore per aiuto, e sollievo de’ Poveri, Imagini di quell’infinitamente ricchissimo, che per amor nostro lasciò il suo eccelso Celeste Trono, e nacque in braccio alla povertà, e visse da mendico, e Pezzente. Onde io ricordo à Procuratori di detto Monte, che favorissero i Poveri, che rappresentan Cristo, e non facessero venale coll’uso profano il Palrimio de’ Poveri contro la mente del Testatore Pietoso. All’istesso destro Corno in ordine siegono le due Capelle della Visitazione la prima eretta dal Sig.r D. Francesco Ferrari, e l’altra dal fù Dionisio Curtis per legato di Giulio Cesare arciprete, ambedue magnifiche con le di lor Gentilie, e depositi. A sinistra poi vi è un’altra Capella di San Gregorio Papa col Monte delli Maritaggi per le Donzelle povere descendenti del suo Ceppo Mascolino, e Feminino dal fundator Gregorio Bruno, e un consimile monte mantiene la Capella del Venerabil Sacramento, che marita una donzella l’anno, a chi tocca per sorte. E poi siegue l’altra Capella del Santo mio Padovano, costrutta per legato del fù D. Antonio Cantor Riccio. Vi si conserva pure una Reliquia insigne della Pelle del Glorioso Apostolo Bartolomeo, che fù vivo scorticato dà sicarie mani, per cui si costuma fare ogn’anno solenne, e divota Processione e qui vi è un organo delli più nobili della Comarca.”[cxlv]

 

L’unione di San Pietro

Osteggiata dal precedente arcivescovo Carlo Berlingieri (1679-1719),[cxlvi] al tempo del suo successore Nicolò Pisanelli (1719-1731), trovò finalmente compimento l’unione della parrochiale di San Pietro alla matrice di San Nicola. La relazione di quest’ultimo datata 8 maggio 1725, segnala infatti, la presenza di tre parrocchie[cxlvii]  rispetto alle quattro che si evidenziavano in precedenza.

Secondo il Sisca, a seguito di questa unione, alcuni quadri ed altri arredi sacri appartenenti alla chiesa di San Pietro furono trasferiti nella chiesa matrice mentre, ancora ai suoi tempi, il titolo di abbate relativo alla chiesa di Santa Maria di Cardopiano, che era stato trasmesso al parroco di S. Pietro, risultava conferito all’arciprete “pro tempore”.[cxlviii]

In quello stesso anno, poi, la chiesa matrice fu consacrata. Come ricorda una epigrafe posta “nella prima colonna a destra di chi entra” nella chiesa,[cxlix] il 17 giugno, quarta domenica dopo la Pentecoste dell’anno giubilare 1725, tempo in cui era arciprete Jo. Paulo Grano, l’arcivescovo Pisanelli, consacrò la chiesa e l’altare dedicato a San Nicola, includendovi le reliquie dei SS. Martiri Placido e Placida, decretando di celebrare ogni anno, nella stessa domenica, il giorno dedicato alla consacrazione.

014-policastro

Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, epigrafe che ricorda la consacrazione della chiesa e dell’altare maggiore da parte dell’arcivescovo Nicola Pisanelli.

I. M. I. / DIE 17 M.S JUNII DOM.CA IV. POST PENT:EN / ANNI JUBILARIS 1725 IL(LUSTRISSI)M(U)S D(O)M(INU)S D. NI / COLAUS PISANELLI ARCHIEP(ISCOP)US S. SE(VERI)NAE HANC ECCLESIAM, ET ALTARE SUB / TIT.O S. NICOLAI CONSECRAVIT, ET IN / EO SS. MM. PLACIDI, ET PLACIDAE RELIQ.AE / INCLUSIT, CUIUS ANNIV(ERS)ARIUM CONSE / CR(ATI)ONIS EADEM DOM. IV QUOLIBET AN / NO CELEBRARI DECREVIT. / ABB.E D. JO. PAVLO ARCHIP.O GRANI.

Qualche anno dopo nell’altare maggiore della matrice risultava eretto il beneficio di San Domenico della famiglia Venturi, come comincia ad essere documentato in occasione del sinodo del 1730, quando fu chiamato il “Rector Beneficii S. Dominici de Fam.a Venturo in ara majori Ecc.ae matricis cum lib. cerae albae elaboratae”.[cl]

Come riporta il catasto universale di Policastro del 1742,[cli] verso la metà del secolo, la “Chiesa Madre” poteva contare su diverse entrate relative al possesso di alcune terre: la gabella detta “il Corpo di Xpo seu Galeoti”, la gabelluccia detta “Zaccarella”, la gabella detta “li Cancelli”, la gabella nominata “Galtieri”, la gabella detta “il Salito”, la gabella detta “S. Evaristio”, metà della gabella detta “S. Cesario”, la “Rata” sopra le terre dette “Le volte di Leuci”, un vignale in “Manciacardone”, il vignale di “Marra[rello]”, il vignale “in Cro[pa]”, la chiusa di “Cap[uto]”, il vignale detto …, il vignale detto …, la quinta parte …, il vignale “nelli fer[rarelli]”, il vignale in Can[narozza], metà del castagneto “[Fossa di] Natale” ed il vignale “nel Ringo”.

Esigeva inoltre alcuni censi: duc. 4 dal m.co Pietro Antonio Ferrari, duc. 8 dal Rev.do D. Nicola De Martino, duc. 00.72 dal rev.do D. Salvatore Maida, duc. 04.60 dal m.co Fabrizio Scandale, duc. 00.90 per la locazione di una casa e duc. 00.30 per un vignale “nelle Carite”.

I “Pesi” che, invece, gravavano il suo bilancio, erano rappresentati, per larga parte, dagli oneri relativi alla celebrazione di messe, da un canone annuo dovuto al Monte dei Morti e dai diritti che dovevano essere corrisposti all’arcivescovo ed all’arciprete: duc. 10 per n. 100 messe “per l’anima di D. Favaro”, duc. 17,50 per n. 175 messe per l’anima di Tomaso Caccuri, duc. 10 per n. 100 messe “pro benefactoribus”, duc. 5 per n. 50 messe per l’anima di Andrea Ammannito, annui duc. 2 al “pio Monte de morti”, duc. 10 all’arciprete “per il jus al med.mo spett.e”, duc. 4 all’arcivescovo “per la visita”, duc. 2 al “Sacerdote che celebra la messa dell’alba”, ed altri.[clii] L’arciprete era soggetto al pagamento della quarta beneficiale (duc. 9) e del cattedratico all’arcivescovo.[cliii] Sempre attraverso le informazioni contenute nel catasto del 1742, apprendiamo che la “Cappella di S. Antonio eretta dentro la Chiesa Madre”, possedeva: un vignale “nel Molinello”, un vignale “nelle Grofficelle”, la terza parte della gabella detta “La valle della Medica” e le “Castagne del Monacello,[cliv] mentre la “Cappella di S. Sebastiano” possedeva: la gabella di “Comito”, la gabella della Pizzuta per metà, incluso il vignale, il vignale detto “La Destra di Callea”, il vignale detto “L’orto di Callea” ed un vignale “nell’Olivano”.[clv]

 

Una nuova cappella

L’otto febbraio 1742, per la sua devozione verso San Vincenzo Ferreri, il sacerdote D. Gio: Vincenzo Grossi di Policastro, come aveva già richiesto con una sua istanza il 15 novembre 1740, supplicava l’arcivescovo di Santa Severina, affinchè gli fosse concesso di fondare una “Cappellania Manuale, ò sia Benefizio Semplice”, “nel Corno destro della V(enera)b(i)le Chiesa madre di d.a Città, e p(ro)p(ri)o sotto la Cappella di S. Antonio di Padova”, dotandola con le annue rendite di alcuni propri beni stabili ed altro. Data l’avanzata età, chiedeva che si desse l’assenso alla richiesta prima della sua morte.

Come evidenziano i documenti successivi, tale assenso tardò. Il 28 settembre 1743, infatti, il sacerdote era costretto a comparire nella curia arcivescovile, lamentando che, nel passato mese di novembre, erano trascorsi già due anni da quando aveva fondato una “Cappellania Manuale” sotto il titolo di San Vincenzo Ferreri nel “Corno destro” della “Chiesa Mad.e”, vicino la cappella di “S. Ant.o Patavino”, chiedendo che si procedesse alla spedizione dell’editto ed all’erezione dell’altare.[clvi] Quello stesso giorno, l’arcidiacono Joannes Dominico Fiorini, “Provicarius” “cum speciali facultate”, dell’arcivescovo di Santa Severina Nicola Carmine Falconio, emanava l’editto relativo all’erezione della cappellania.

A seguito di ciò si sollevarono i creditori del Grossi, evidenziando così la natura degli ostacoli che si frapponevano alla volontà del sacerdote.

Il 4 ottobre 1743, nella corte arcivescovile, comparivano l’arciprete Gio: Paolo Grano e Nicolò Pancalli di Policastro, esibendo una copia dell’atto con il quale, il 21 agosto 1646, D. Santo de Pace aveva concesso ad Ippolita Cavarretta, vedova del quondam Geronimo de Pace, un capitale di ducati 20 al 10 %, mentre quest’ultima aveva ipotecato tutti i suoi beni ed in specialmodo, un pezzo di terra sito nel distretto di Policastro nel luogo detto “Le Scalille”, come appariva dall’atto stipulato quel giorno dal regio notaro Francesco Cerantonio. Dato che, come erede pronipote, l’attuale possessore dei beni obbligati al suddetto censo annuale, era D. Gio: Vincenzo Grosso, e che costui non aveva mai curato di onorare il debito, i comparenti reclamavano volendo essere soddisfatti del capitale e degli interessi maturati, e chiedevano alla corte di costringere il Grossi al pagamento, concedendo ad essi il possesso del terreno ipotecato e togliendolo dal patrimonio della erigenda cappella di San Vincenzo Ferreri, perché il terreno “non è suo ma d’essi Comparen.ti creditori”.

Lo stesso giorno, nella corte arcivescovile, compariva anche D. Vitaliano Giordano, procuratore della venerabile cappella di San Giacomo di Policastro. Egli, infatti, avendo appreso attraverso l’editto, della fondazione della cappella di San Vincenzo Ferreri da parte di D. Vincenzo Grossi, reclamava i diritti dell’ente amministrato.

In questa direzione gli esibì alla corte una copia dello strumento censuario, attraverso il quale si evidenziava che, fin dal 1667, la cappella di San Giacomo possedeva l’annualità di ducati sette per un capitale di ducati 70, prestato a Gio: Battista Grosso, avo di D. Gio: Vincenzo Grossi, per il quale costui, come erede e possessore dei beni ipotecati in occasione del prestito, era stato più volte sollecitato al pagamento che però non aveva mai voluto onorare, nonostante che, in precedenza, suo zio, il quondam Arcangelo Grossi, al tempo in cui possedeva i suddetti beni, avesse sempre pagato quanto dovuto fino alla sua morte. Il procuratore reclamava quindi, la soddisfazione del debito, sia relativamente al capitale, che agli interessi maturati dal giorno della morte del quondam Arcangelo fino al tempo presente.[clvii]

Nello stesso frangente, nella corte arcivescovile di Santa Severina, compariva anche Sejano Grossi, figlio ed erede del quondam Arcangelo che, avendo appreso attraverso l’editto, della fondazione della cappella di San Vincenzo Ferreri da parte di D. Vincenzo Grossi, suo zio per parte di padre, reclamava i propri diritti. Egli infatti asseriva che i beni con cui si dotava il beneficio, gli spettavano per metà, in quanto costituivano l’eredità di Gio: Battista e Domenico Grossi. Anzi, la possessione del Catuso sita in territorio di Cotronei gli spettava interamente, in quanto era stata comprata dal quondam Arcangelo suo padre.

A questo punto, il fronte dei creditori del sacerdote s’incrinò. Il 14 ottobre 1743, sempre nella corte arcivescovile, comparivano l’arciprete Gio: Paolo Grano, assieme al procuratore D. Giandomenico de Martino, dichiarando di voler donare il proprio consenso affinchè D. Vincenzo Grossi potesse, con il consenso della curia, erigere dentro la chiesa matrice di Policastro una cappella intitolata a San Vincenzo Ferrerio. Ciò “a tenore” dello strumento di fondazione fatto dallo stesso D. Vincenzo, tanto più che il medesimo “per modum elemosinae” e “per una vece”, si era impegnato a pagare alla chiesa matrice ducati 20.

Fermo sulle proprie posizioni, rimaneva invece il procuratore della cappella di San Giacomo. Il 16 ottobre 1743, quest’ultimo compariva nella corte arcivescovile, affermando che, avendo appreso dell’intenzione di D. Vincenzo Grossi di dotare la cappella di San Vincenzo Ferreri, solo con i beni stabili da lui acquistati e non più con quelli ereditari, gravati dalle pretese dei creditori, reclamava opponendosi e chiedendo che la cappella di San Giacomo fosse risarcita del capitale di ducati 70 e degli interessi maturati fin dal 1698 che, fino a quel momento, uniti al capitale, ammontavano a ducati 389, come appariva dal “libro maggiore de conti”.

 

Le condizioni

Nel novembre del 1743 il progetto di D. Vincenzo Grosso non aveva ancora trovato compimento. Dalla copia estratta dagli atti del notaro Marcello Martino di Policastro, apprendiamo che il 15 novembre 1743, presso lo stesso notaro, si costituiva D. Vincenzo Grossi per redigere uno “stromento”. Considerato il fatto che, “da più tempo”, era sua volontà fondare una “Cappellania, seu beneficio semplice come sotto erigenda”, di iurepatronato laicale della sua famiglia e della famiglia Tronca discendente dal Sig. Carlo Tronca, sotto il titolo di San Vincenzo Ferreri, verso il quale nutriva una particolare devozione.

In questa occasione egli stabiliva che la suddetta fondazione, sarebbe dovuta avvenire “con prop.o e particolare Altare, e Cappella costruenda”, dentro la chiesa matrice di Policastro, accanto la cappella di S.to Antonio di Padova, oppure in un’altra chiesa, dove meglio avrebbe avuto piacere, fintanto che fosse rimasto in vita.

Nel documento si specificava che, nel caso la cappella non fosse stata costruita prima della sua morte, sarebbe spettato al primo cappellano da lui stesso nominato, fare questa scelta. Risultano quindi descritti i “Beni Stabili, Semoventi, Case e Crediti” con cui si dotava il beneficio, attraverso un elenco che ricalcava quelli descritti precedentemente. Si passava quindi ad elencare i pesi e le condizioni “senza le quali non avrebbe esso D. Vincenzo eretta e fondata detta Cappellania”.

Tra di essi, in primo luogo, il sacerdote stabiliva che egli stesso sarebbe dovuto essere il primo rettore del beneficio, con il solo peso di celebrare, o far celebrare, dieci messe all’anno per la remissione dei suoi peccati, e che i beni assegnati sarebbero restati nella sua piena disponibilità vita natural durante.

Al secondo punto stabiliva che alla sua morte, sarebbe dovuto diventare rettore D. Tommaso Tronca e, dopo la morte di questi, il chierico D. Ignazio Tronca, suo fratello germano. Sopravvenuta la morte anche di quest’ultimo, la carica di rettore sarebbe dovuta rimanere in perpetuo alla famiglia Tronca discendente da D. Carlo Tronca “suo stretto Amico”. Stabiliva quindi che, essendoci stati in futuro discendenti da leggittimo matrimonio appartenenti alla famiglia Grossi, tanto da parte del Mag. Gio: Battista Grossi, suo fratello, quanto da parte del Mag.co Sejano Grossi, suo cugino, anche questi avrebbero potuto assumere la carica, a patto di essere stato in possesso degli ordini necessari e rimanendo escluso chi fosse già stato rettore al tempo. Solo nel caso che le famiglie Tronca e Grossi si fossero estinte, la nomina del rettore della cappellania sarebbe rimasta nelle mani degli ufficiali della congregazione del SS.mo Sacramento, che si radunava nella chiesa di San Francesco di Paola.

Secondo la volontà del fondatore, nel caso fosse sopraggiunta la sua morte prima del completamento della cappella, D. Tommaso Tronca si sarebbe dovuto preoccupare di finire la costruzione, attingendo alla rendita del beneficio, oppure ai crediti non descritti nello strumento ma che fossero nel frattempo maturati. Oltre a quelli descritti, egli lasciava al beneficio anche tutti i suoi beni che si fossero ritrovati nella sua casa all’atto della morte. Disponeva inoltre, che si dovessero pagare 10 ducati all’anno, vita durante, a Sejano Grossi e che, sempre vita durante, suo fratello Gio: Battista potesse dimorare nella casa d’esso Vincenzo continuando a far uso del “vaso della Spezeria”.

Per la celebrazione della messe in suffragio della sua anima, lasciava cinque ducati all’anno alla chiesa che avrebbe in futuro ospitato la cappella, disponendo che, non ritrovandosi altra sepolura dopo la sua morte, questa si facesse da parte della famiglia Grossi e servisse per sé, suo fratello Gio: Battista ed i suoi leggittimi eredi. Lasciava anche al beneficio la propria parte dell’eredità di sua sorella Elisabetta Grossi, morta “ab intestato”, eredità che al momento si trovava in potere di suo fratello Gio: Battista.

 

L’erezione della cappella

Agli inizi dell’anno seguente, i tempi cominciavano ad essere ormai maturi, affinchè fosse eretta la nuova cappella. Il 23 gennaio 1744, nella corte arcivescovile, compariva D. Vincenzo Grossi, riferendo che “sendosino formati p(er) essa R.ma Curia tutti l’atti necessarii per l’erez.ne della Cappella sotto il titulo di S. Vincenzo Ferrerio”, ed essendosi proceduto, “servatis servandis”, alla pubblica informazione dei beni che costituivano la sua dote, faceva istanza di “devenirsi alla sentenza p(er) ponersi in asecoz.ne ciò che da più tempo hà desiderato, e desidera”. Il 27 gennaio seguente, tale atto veniva notificato all’arciprete Gio: Paolo Grano, a Sejano Grossi ed al procuratore della cappella di San Giacomo che, come controparti, si chiamavano a comparire nella curia arcivescovile, al fine di poter dare esito alla richiesta di erezione.

Il giorno seguente, tutte le controparti comparvero. In relazione ai propri crediti, l’arciprete D. Gio: Paolo Grano chiese che gli si desse termine da parte della stessa corte per comprovare il proprio diritto.

Il procuratore della venerabile cappella di San Giacomo, che aveva già chiesto che si sospendesse l’erezione della cappella fino al soddisfacimento del proprio credito, chiese, inoltre, che alcuni di questi beni non entrassero nella dote e che se anche il detto D. Vincenso, ne avesse alienato alcuni gravati dal detto censo, egli fosse comunque considerato sempre soggetto al suo debito con tutti i suoi averi, anche in considerazione dell’importo della somma dovuta.

In una fede, Sejano Grossi rivendicò la metà dei beni ereditari che suo zio deteneva illegalmente senza titolo alcuno e che gli provenivano da Gio: Battista Grossi comune avo. Egli, quindi, chiedeva che gli fosse restituita la propria metà dell’eredità di suo nonno Gio: Battista, insieme ai frutti maturati, non consentendo che tali beni entrassero a far parte della dote della cappella.

Il 18 marzo 1744, il vicario generale di Santa Severina O. Pitò, intimava a D. Vincenzo Grossi, nonchè all’arciprete Gio: Paolo Grano, a Sejano Grossi ed al procuratore della cappella di San Giacomo, di comparire il 24 marzo seguente in udienza nella curia arcivescovile, al fine di pervenire al decreto di erezione del detto beneficio.

A seguito di ciò, si giunse alla data del 27 aprile 1744, quando D. Vincenzo Grossi comparve d’innanzi al notaro Marcello de Martino di Policastro. In tale occasione, fu stipulato un atto attraverso il quale, il sacerdote, “or che si ritrova vivente”, intese spiegare meglio alcune cose contenute nell’atto di fondazione, aggiungendo alcune condizioni come era sua volontà da più tempo.

In primo luogo, egli ribadiva che la sua fondazione era una “Cappellania manuale de jure patronatus laicorum” delle due famiglie Grossi e Tronca, e che “senza che giammai possa metterci mano, ne l’ordinario del luogo, ne il Sommo Pontefice. Di modoche non si possa prendere abbaglio, se in detta fondaz.ne l’avesse chiamata ancora Beneficio Semplice de jure patronatus laicorum”. A tale precisazione aggiungeva la condizione che, qualora fosse stata eretta in Policastro una colleggiata, la cappellania manuale sarebbe stata ridotta in un canonicato, sempre di “jure patronatus laicorum” delle suddette famiglie, che avrebbero mantenuto il diritto di nominare il canonico. Stabiliva quindi, che seppure avesse precedentemente gravato la cappellania del peso di ducati 10 annui, in favore del magnifico Sejano Grossi sua vita durante, “non dimeno per essersi portato il sud.to mag.co Sejano con atti d’ingratitudine verso esso D. Gianv.o”, revocava ed annullava tale disposizione.

Lo stesso giorno, accogliendo tutte le richieste e le precisazioni di D. Gio: Vincenzo Grossi, il vicario generale di Santa Severina O. Pitò, visto lo strumento di fondazione e di dotazione redatto dal notaro Marcello de Martino, nonché la contumacia delle parti avverse, gli concedeva come fondatore, nonché futuro cappellano e canonico, il patronato relativo alla cappellania manuale di San Vincenzo Ferreri fondato nella chiesa matrice di Policastro, con tutti i privilegi, gli onori e le prerogative, fatti salvi i diritti arcipretali e parrocchiali.[clviii]

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, tela appartenente alla cappella di S. Vincenzo Ferreri.

 

Il terremoto del 1744

A causa delle scosse di terremoto che colpirono i paesi della vallata del Tacina nel marzo del 1744,[clix] la chiesa matrice di Policastro subì danni considerevoli ed in seguito, fu ricostruita in forme più ampie.

Relativamente a ciò, il 30 giugno 1747, attraverso un breve diretto all’arcivescovo di Santa Severina Nicola Carmine Falcone, Benedetto XIV, considerato che Petro Ant.o Ferrari di Policastro, aveva dato una parte della sua casa per favorire la ricostruzione ed il rifacimento della chiesa dopo il terremoto, gli concedeva la facoltà di detenere e di potere aprire una finestra che affacciava all’interno della chiesa, così da poter ascoltare la messa con la propria famiglia. Risultava però stabilito, che la finestra dovesse essere munita di grate, con la dichiarazione che la casa del Ferrari non godeva della immunità ecclesistica.[clx] Precisazione ribadita da una epigrafe che attualmente si conserva frammentaria e parzialmente mutila.

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Petilia Policastro (KR), epigrafe che ricorda la finestra aperta nella chiesa matrice, dalla casa di Petro Antonio Ferrari (foto di Francesco Cosco).

DOMVS HAC D. PETRI AN[TONI] / FERRARI, QVAMVIS ECCLESI[AE] / CONTIGVA EST AD EAM EX / FENESTRAE APERTIONE / ASPECTVM HABEAT, AT [T]AMEN / ECCLESIASTICA IMMVNITATE / NON GAVDET, EX BREVI APOST.CO / A. D. 1747.

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Petilia Policastro (KR), arme della famiglia Ferrari posta all’esterno della chiesa matrice.

In occasione di questi importanti lavori che interessarono l’edificio della matrice, risulta che la disposizione delle cappelle fu mutata.

Nel giugno 1751, Carlo e Tommaso Tronca di Policastro, in qualità di rettori della cappellania manuale di San Vincenzo Ferreri di ius patronato delle famiglie Grossi e Tronca, fondata dal fu Rev.do D. Vincenzo Grossi, si rivolgevano al vicario generale di Santa Severina, chiedendo l’assenso ed il suo beneplacito, affichè il procuratore della chiesa matrice potesse vendere loro la cappella posta in “Cornu Evangelii” della detta chiesa, proprio sopra la cappella di San Sebastiano, per potervi collocare il quadro del santo. Infatti, i richiedenti facevano notare che, “come frà l’altre opre di stucco che si stanno perfezionando dentro la v(enera)bil(e) Chiesa Matrice di d.a Città”, in relazione a quanto stabilito tra il procuratore D. Gio: Domenico de Martino e mastro Gaetano Artesio “stucchiatore”, si stava lavorando sia in “Cornu Evangelii”, sopra la cappella di San Sebastiano, che in “Cornu Epistolae”, sopra la cappella di San Gregorio.

Essi s’impegnavano a pagare in tutto ducati 80, di cui 20 per il luogo e 60 per i lavori necessari, facendo notare che la loro cappella portava alla chiesa madre un’entrata annua di ducati 5, con i quali si pagava la celebrazione delle messe per l’anima del fondatore.

Il 25 giugno 1751, il vicario generale P. Casoppero, disponeva di procedere appena avuto il consenso del procuratore Gio: Domenico de Martino, ed avendolo ricevuto il giorno dopo, concedeva ai richiedenti la cappella per il prezzo convenuto.[clxi]

Pochi anni dopo, nella sua relazione arcivescovile del 1756, lo stesso Nicola Carmine Falcone, riferiva che, grazie alla sollecitudine indefessa del suo procuratore già defunto, il sacerdote D. Joannes Dominico de Martino, la chiesa matrice di Policastro, danneggiata dal sisma, era stata restaurata, ed in ragione della sua frequentazione da parte dei cittadini, era stata ampliata con la costruzione di due nuovi “sacellis” in opera plastica, ornati di marmi e volte. La chiesa era stata dotata anche di un nuovo coro con stalli in forma elegante, mostrando un decoro che la rendeva la degna casa di Dio.[clxii]

La relazione arcivescovile del 1765 prodotta dall’arcivescovo di Santa Severina Antonio Ganini (1763-1795), riferisce che, la chiesa matrice della terra di Policastro, sotto il titolo di “S. Nicolai de Platea”, circa la cura delle anime, definita in una parte dell’abitato circoscritta da confini precisi (“pro districtu ad eam pertinenta”), era retta da D. Salvatore Mayda,[clxiii] arciprete curato e capo di tutto il clero di Policastro, mentre la cura delle cose secolari (“temporalia”) era affidata ad un sacerdote eletto annualmente dal clero.

La chiesa era quindi retta a simiglianza di una collegiata ed in essa convenivano tutti i componenti del clero locale per svolgere le sacre funzioni ed i parroci, che pur amministrando i sacramenti alle loro plebi nelle rispettive parrocchie, in occasione delle celebrazioni solenni, dovevano tutti convenire con gli altri nella matrice. In essa si trovavano sette altari, oltre quello maggiore nel quale si conservava la SS.ma Eucarestia, ed il fonte battesimale con i sacri oli.[clxiv]

Questi ultimi, consacrati in Santa Severina durante un’apposita funzione, erano consegnati ai diversi rappresentanti del clero della diocesi, affinchè potessero essere riposti nelle chiese per servire ad amministrare i sacramenti.[clxv]

A quel tempo, nella chiesa matrice esistevano anche due monti di pietà. Il primo, come riferisce ancora oggi l’iscrizione nella cappella di San Sebastiano, era stato fondato dal quondam reverendo D. Annibale Callea, ed era retto da amministratori ecclesiastici scelti dall’arcivescovo, prestando denaro agli indigenti con la sola cauzione di pegni. Il secondo era quello fondato dal quondam Gregorio Bruno, che dotava le fanciulle oneste del luogo e particolarmente, quelle discendenti dalla famiglia del fondatore. Anche quest’ultimo era retto da un procuratore scelto dall’arcivescovo.[clxvi]

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Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, cappella di San Sebastiano.

“D. ANIBAL CALLEA HVIVS CIVIT. PATRITIVS HANC CAPELLAM CVM PII MONTIS ERECTIONE PROPRIIS REDDITIBVS FVNDAVIT / AB.S SALVAT. ARCHIP. MAIDA NICOLAVS PAR. DE MARTINO ET D. VITVS ROSA PROC. AD HANC FORMAM CONSTRVIRE FECERVNT.”

 

La “Cassa Sacra”

A seguito della morte di Salvatore Maida, defunto nel mese di maggio del 1780, nel febbraio dell’anno seguente, la chiesa arcipretale di Policastro, il cui frutto ascendeva a 24 ducati annui, fu provvista al presbitero Hieronimo Carvelli.[clxvii]

Al tempo in cui questi era in carica, la Calabria centro-meridionale fu colpita dal terremoto del 1783, quando Policastro “fu in gran parte distrutta, e nel resto conquassata”, risultando “parte distrutto, e parte cadente”[clxviii] dopo le scosse del 28 marzo di quell’anno, anche se non sembra che, in questa occasione, abbia subito vittime.[clxix]

A seguito di ciò, per provvedere al riparo dei danni ingenti provocati dal sisma, il 4 giugno 1784, il governo borbonico istituì la “Cassa Sacra”, fondo che incamerò i beni di numerosi enti ecclesiastici che, nell’occasione, furono soppressi allo scopo. Attraverso le liste predisposte in questo periodo che, accanto a tutta una ricca documentazione, si conservano presso l’Archivio di Stato di Catanzaro, dove ebbe sede la Giunta di Cassa Sacra, possiamo conoscere qual era al tempo lo stato dei possessi di diverse chiese del territorio.

Dalla “Lista di Carico Luoghi Pii di Policastro”, sappiamo che appartenevano alla “Chiesa Madre” di Policastro: “Galioti” (d. 106), “Cancelli” (d. 38.00), “Leuci” (d. 36.00), “S. Cesaro” (d. 35.00), “Gualteri venduto d. 946.16”, “Salito” (d. 30.68), “Cepparrone” (d. 32.60), “Marrarelli”  (d. 9.60), “Sebaresti” (d. 18.00), “Mangiacardone” (d. 12.01), “Cannarozza” (d. 0.68), “Chiusa di Caputo” (d. 7.92), “Ferrarelli” (d. 1.50), “Carita” (d. 0.36), “Cervellino” (d. 5.60), “Basilea” (d. 0.36), “S. Caterina vecchia pagati d. 179” e “Pantano (d. 16). Appartenevano alla matrice anche una “Bottega pagato d. 18.50”, ed alcuni censi (d. 28.35), per il totale di una rendita di d. 362.10.[clxx]

Il 6 febbraio 1790, il “Prorazionale” Gian Fran.co Capurro asseriva “che avendo riscontrato le liste di Carico de Luoghi Pii Soppressi, e sospesi del Diparto di Mesuraca, e Policastro”, aveva trovato le seguenti rendite relative alla “Chiesa Madre” di Policastro: d. 1.00 per affitti di bottega, d. 12.85 per censi bullari, d. 14.50 per censi enfiteutici e d. 291.53 per affitti di gabelle.[clxxi]

I “Luoghi e Terreni d’affittarsi, che appartenevano alla Chiesa Mad.e di d.a Città” alla data del 2 agosto 1790, risultavano: “Li Cancelli, Salito, Marrarello, Mangia Cardone, Cannarozza, Carite, Cervellino, S. Catarina vecchia, Pantana”, ed una “bottega sita sotto la casa di D. Carlo Tronca”.[clxxii]

 

La “congrua” dell’arciprete

Le annue rendite “dell’Arcipretura” che si esigevano ancora al tempo dell’arciprete Girolamo Carvelli, sono descritte nello “Stato attuale dell’Arcipretura della Città di Policastro in Calabria ultra colla nota distinta de beni stabili, ed annue rendite di essi, e dell’Emfiteusi che esigge annualm.e”.[clxxiii]

In seguito, tali rendite furono sostituite da una “congrua” con pagamento nel mese d’agosto che, come risulta da un ricorso presentato il 17 dicembre 1793, dallo stesso arciprete, ascendeva a ducati 150, mentre la rendita della sua parrocchia, già dal 22 ottobre 1790, era stata “situata” in ducati 42.31.[clxxiv]

L’arciprete di Policastro continuava a pagare la quarta beneficiale spettante alla Mensa Arcivescovile di Santa Severina, ma per l’anno 1797 tale pagamento era stato bonificato ai parroci ed agli arcipreti della diocesi, in ragione del fatto che dovevasi ancora liquidare loro la “Congrua”.[clxxv]

Questi dati risultano confermati nel “Piano de’ Luoghi Pii, e loro rendita, formato per ordine di Sua Ecc.a Sig.r Marchese di Fuscaldo dal Sig.r Archid.no D. Diodato Ganini Vicario Generale Capitolare di questa Diocesi di S.ta Severina”, redatto il 7 agosto 1796, dove la congrua assegnata al curato della matrice, oltre a comprendere i detti ducati 42:31.1 “in beni stabili propri dell’Arcipretura”, “che attualm.te possiede”, assommava anche ducati 46:86 in “tanti cenzi”[clxxvi] e ducati 60:82.11 in contanti.

A quel tempo, Policastro risultava il “Paese più grande della Diocesi” con i suoi 3459 abitanti, dove esistevano tre parrocchie, tra cui la “Chiesa Matrice” che aveva la cura di 1056 anime, una quota inferiore a quella che detenevano, rispettivamente, San Nicola dei Greci/l’Annunziata (1152) e Santa Maria Maggiore (1251). Essa rimaneva comunque, la chiesa più importante del luogo, dalla quale uscivano “tutte le Processioni di rito” e dove si celebravano “tutte le Feste mobili”, con una rendita di d. 263.06 che, tra i luoghi pii di Policastro, poneva la “Chiesa Madre” solo dietro al monastero degli Osservanti.[clxxvii]

In base alle disposizione del Marchese di Fuscaldo, dalle rendite di questi Luoghi Pii, si sarebbero dovute prelevate le somme necessarie ai lavori di riparo dei danni provocati dal recente sisma, che includevano le seguenti voci di spesa: “Per mantenimento della Cappella del SS. Sacramento d. 50.00. Per la costruzione del Campanile della Chiesa Madre, fintantocchè sarà terminato, annui d. 100.00.”[clxxviii]

 

Affitti e vendite

Come rileviamo dall’inventario dei beni appartenenti ai Luoghi Pii del “Diparto di Policastro e Mesoraca”, compilato il 29 agosto 1796, oltre ad alcuni affitti che maturavano l’otto settembre, giorno della fiera di Mulerà, la “Chiesa Madre” di Policastro esigeva le annualità relative ad alcuni fondi venduti[clxxix] ed un censo enfiteutico:

“Affitti

D. Fran.co Ant.o Venturo per affitto della Gabella d.a Cancelli deve nel dì 8 7mbre d. 28.50

D. Fran.co Poerio per l’affitto del Vignale d.o Ferrarelli deve in d.o dì d. 01.50

D. Pietro Paraco Grani per l’affitto del Vignale d.o Casolino deve in d.o dì d. 05.00

Il sud.o per l’affitto di Sambererati deve in d.o dì d. 18.00

D. Gio: Battista Portiglia per il vignale Pantano deve in d.o dì d. 00.16

Pier Angelo Naturile per Sacco 1 ½ di Fronda del vignale Basilea comune col Conservat.ro deve d. 00.30

Annualità de Fondi venduti

D. Francesco Antonio Venturo per annualità sul Fondo Galeoti venduto per D. 2670 come per Istrumento di N.r Caliò di Catanzaro in data de 24 8bre 1791 deve in d.o dì d. 106.80

D. Nicola Scalise per annualità sul Fondo Salito, come per Istrumento di N.r Lerose a 28 Gen.io 1792 deve in Agosto d. 30.60

D. Pietro Carvello di Nicola per annualità sul Fondo Cipparrone venduto per D. 815 come per Istrum.to di N.r Caliò de 24 8bre 1791 deve in d.o dì d. 32.60

D. Gaetano de Martino per annualità sul Fondo Marrarello venduto per D. 240 come per Istrum.to di N.r Caliò a 3 Marzo 1792 deve in d.o dì d. 09.60

Il sud.o per annualità sul Fondo Mangiacardone, venduto per D. 325 come per Istrum.to di N.r Sgrò di Catanz.ro a 3 marzo 1792, deve come sop.a d. 12.01

D. Michele Ferraro per annualità sul Fondo Cannarozzo venduto per D. 17.29.2, come d’Istrum.to di N.r Caliò a 9 Aprile 1792 deve in d.o dì d. 00.96.6

D. Gio : Battista Portiglia per annualità sul vignale d.a Chiusa di Caputo venduto per D. 198 come per Istrum.to di N.r Caliò a 22 Aprile 1792, deve in d.o dì d. 07.92

Censi Enfiteutici

Salvad.e Rizza per canone sul vignale Cropa deve in’ogni Agosto d. 08.00.”

Sempre relativamente ai “Corpi Stabili Affittati”, la “Chiesa Madre” esigeva anche la metà dell’affitto della gabella “S. Cesario”, comune con la chiesa dell’Annunziata, ed ancora in ragione del possesso comune con la detta chiesa, ma relativamente alle “Annualità de’ Fondi venduti”, la metà della rata annuale che pagava D. Gio: Battista Portiglia, sopra la gabella denominata “Volta di Leuci”.[clxxx]

 

I beni delle cappelle alla fine del Settecento

Alla fine del Settecento, i benefici semplici presenti nella matrice, risultano elencati nella “Platea di tutti i Benefici Semplici, tanto Eccl(esiasti)ci quanto di Juspatronato laicale fondati in questa Città, e Diocesi di S.a Sev.a” (1788).

A quel tempo, la “Semplice laical Cappellania di S. Ant.o de Padua della Fam.a Riccio”, possedeva: “la 3.a parte della gabella di Valle di Coppola, la 3.a parte delle terre di Cursì, seu Volta delli Landri, Valle del Cantore, la destra, e Vignale di Gallari, la destra dell’Olivella, la 3.a parte di Molinello, Grofficelle, e di due Vignali nell’Olivano. Un Castanetello alla Santa Spina” e due capitali, uno di d. 12 ed un altro di d. 6. Sopportava il “Peso di Messe iuxta Redditus alla Rag.e di g(ra)na 15 l’una”.

La “Semplice Cappellania laicale sotto il tit.o della S.ma Visitazione de Jurepatronatus Familiae Ferrari”, ovvero il “Semplice laical Benef.o olim Cappellania della S.ma Visit.e di Iuspatronato della Fam.a Ferrari fondato nell’Anno 1705”, possedeva alcune entrate che gli provenivano: “dalla Manca di Turboli” (d. 07:00), “dalle terre di S. Marco” (d. 06:00), “dal forno” (d. 01:00), “dall’Orticello” (d. 01:00), e da un annuo censo bullare per capitale di d. 50 (d. 02:50), per un totale di ducati 17.50. Sopportava pesi “di messa Cant.ta, e Festa m:e piazza”, pagava un censo di dieci carlini all’arciprete ed il cattedratico alla mensa arcivescovile.

La “Capp.a di S. Vincenzo Ferrerio di Juspatronato della delle famiglie di Grosso, e Tronca”, possedeva: “Una Chiusa di Quercie, e castagne nel luogo d.o Gurrufi”, un “Vignale d.o l’Annunciata di fuori”, “Un altro Vignale nel Ringo, ed un altro nelli Porcili”. Possedeva ancora “due altri Vignali nel luogo d.o le Scalille”, “Quattro Castanetelli nel luogo d.o trentademoni, e Crocetti”, ed “Un altro olivetello venduto alli S.ri Rizzuti, per cui corrispondono Annui Carlini 3:15.” Il beneficio possedeva anche “due Cap(ita)li, uno di d: 15; e l’altro di d: Cinque”, “Una Vigna in Catrivari, ed un’altra nelle Pianette, e di vantaggio tutta l’Eredità del q.m D. Gio: Vincenzo Grosso”. I pesi erano rappresentati dalle “Messe juxta Redditus.” La “Semplice laical Cappellania di S. Greg.o Magno della Fam.a Bruno”, possedeva: “Una Gab.a d.a Vaudino, che rende ogni anno d. 70:00”, mentre i suoi oneri erano rappresentati dal “Peso della Messa Cotidiana d. 36:00”.

La “Semplice laical Cappellania sotto il tit.o di S. Giuseppe de Jurepatronatus Familiae Carvelli”.[clxxxi]

018-policastro

Petilia Policastro (KR), chiesa matrice, tela appartenente alla cappella di San Giuseppe.

 

Notizie ottocentesche

Nel 1810 appartenevano ancora alla “Chiesa Madre”, i fondi: “Cancelli”, “S. Cesario”, “Samberesti”, “Ferrarelli”, “Chiusa di Romei”, “Umbro di Fiorillo” e “Pantano (porzione)”, mentre, in precedenza, erano stati venduti quelli denominati: “Galioti”, “Leuci”, “Gualtieri Cipparrone”, “Marrarello”, “Mangiacardone”, “Cannarozzo”, “Chiusa di Caputo” e “S. Caterina Vecchia”.[clxxxii]

Alla morte di Hieronimo Carvelli, avvenuta nel novembre del 1818, l’arcipretura curata del Comune di Policastro “sotto i titoli di S. Pietro Apostolo e S. Nicolò Pontefice”, il 27 settembre 1820, fu provvista a Nicolò Luchetta, già arciprete della terra di Cotronei, a tenore del real decreto dell’undici gennaio 1820.[clxxxiii]

Nello “Stato de’ Sacerdoti, ed altri Ordinati in Sacris appartenenti all’Arcidiocesi di S. Severina”, compilato il 21 maggio 1826, tra i 18 ecclesiastici di Policastro, che “Sono incardinati tutti alla Chiesa Matrice, ch’è Chiesa parocchiale”, risultava l’arciprete Nicolò Luchetta di anni 47. Parimenti, erano parrochiali anche la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella della SS.ma Annunziata, dove esisteva “in qualità di Economo Curato Domenico Giordano, per essere la stessa divenuta Succursale della Chiesa Matrice”.[clxxxiv]

A quel tempo, alcuni degli antichi benefici semplici eretti nella matrice sussistevano ancora, accanto ad altri di più recente istituzione.

Nello “Stato de’ benefici vacanti, e legati pii che si trovano dentro la Chiesa Madre del Comune di Policastro Arcediocesi di S. Severina distretto di Cotrone Provincia di Catanzaro” (1820), questi risultano così descritti:

La cappellania laicale di iuspatronato, sotto il titolo di “Gesù, Giuseppe, e Maria”, fondata il 13 luglio 1773 dal fu D. Giuseppe Carvelli ed ora detenuta dai Sig. D. Francesco Carvelli[clxxxv] ed Antonio Le Rose, che possedeva un castagneto nel luogo detto “li Napoli”.

La cappellania di “S. Gregorio”, detenuta dal Sig. Flavio Bruno, possedeva il fondo detto “D. Prospero” che attualmente era affittato al Sig. D. Vitaliano Venturi. La cappella era stata abbandonata dal detto Bruno “per cui è sprovista di tutto”.

La cappellania laicale di iuspatronato della famiglia Tronca sotto il titolo di “S. Vincenzo Ferreri”, detenuta dal Sig. D. Pantaleone Tronca, possedeva “olivi pianette”, “Più olivi”, “Gelsi Ringo”, “Olivi S. Vincenzo”, “Ort.e Cug.o”, “Querce ed orto”, “Casa Rurale”, “Orto, ed olivi”, “Casa rur.e, querce” e “Castagne” per una rendita totale annua, al netto della Fondiaria, di lire 352.82.

La cappellania laicale di “S. Ant.o di Padova”, detenuta dal sacerdote Sig. D. Filippo Martino, possedeva i fondi “Umbro Polito” in territorio di Mesoraca, “Grofficelle”, “Papardella”, “Castaneto”, “Vignale Olivano” e “Vignale Catrivari”.

La cappella gentilizia sotto il titolo di “S. Dom.co” detenuta dal Sig. D. Bruno Martino, possedeva il fondo detto “Destra S. Dom.co”.

La cappella sotto il titolo della “Madonna delle Grazie”, detenuta dal Sig. D. Francesco Ferrari, con il peso del “Vespero, e Messa solenne ogni due Lug.o giorno della Visitaz.e della Vergine”. Il curato Giuseppe Caruso affermava che “di detta cappella della Madonna nulla ho potuto sapere”.[clxxxvi]

Policastro sigillo arcipretura

Sigillo dell’Arcipretura Curata di Petilia Policastro.

 

Il terremoto del 1905

Agli inizi del Novecento, al tempo in cui era arciprete Salvatore Venneri, assieme a “S. Maria Maggiore” ed alla “S.S. Annunziata”, la “Chiesa Matrice” era una delle tre parrocchie di “Petilia Policastro”, cui apparteneva un territorio definito da confini che abbracciavano anche lo spazio extraurbano.[clxxxvii]

Anche se sappiamo che Policastro fu colpita dal terremoto del 8 marzo 1832, quando ebbe 29 morti,[clxxxviii] non possediamo informazioni circa i danni che questo sisma produsse alla matrice, mentre alcune informazioni emergono relativamente al periodo successivo al terremoto dell’otto settembre 1905, quando risulta documentato che la chiesa si trovava danneggiata, particolarmente nella parte sovrastante il coro.

Il 15 settembre 1910, l’arciprete Salvatore Venneri, scriveva all’arcivescovo in merito ai relativi restauri e “Visto che questo Signor Sindaco non vuole saperne, se non a parole, di procedere ai restauri di questa chiesa matrice” e “non potendo io più sostenere il malcontento del paese”, chiedeva un rapido intervento, attraverso l’erogazione delle L. 500 già assegnate dalla curia, in maniera da scongiurare almeno il pericolo imminente. Egli, inoltre, riferiva che il 27 e 28 agosto scorso, aveva avuto modo di far presente la situazione al prefetto di Catanzaro, evidenziando il “pericolo che sovrasta, specialmente il coro, se dovesse sostenere ancora un altra invernata”, il quale aveva risposto all’arciprete, di procedere ai lavori rimettendo alla prefettura la nota spese in maniera da ottenere “le lire mille già stabilite dal ministero”.

Il 14 marzo 1911, riunitasi l’apposita commissione arcidiocesana e letta la domanda del sindaco di Policastro sig. Luigi Ferrari, dell’arciprete don Salvatore Venneri e del Sig.r Raffaele Sestito, relativa alla spedizione del sussidio di L 500 aggiudicato alla matrice di Policastro, deliberava di inviare la somma per le riparazioni più urgenti.[clxxxix]

 

La chiesa matrice alla metà degli anni Sessanta

Al tempo in cui scrisse il suo volume sulla storia di Petilia Policastro, il Sisca inserì nella sua opera una descrizione dell’interno della matrice:

“In questa Chiesa, che negli atti civili fino al 1808 è detta del Santissimo, oltre alla navata centrale che termina con un’ampia ed artistica abside, furono costruite due navate laterali; quella a sinistra inizia con un altare di marmo di epoca recente della cappellania di S. Vincenzo Ferreri sotto il patronato della famiglia Tronca; segue la cappella di S. Sebastiano con un bell’altare, pure di marmo, e un quadro del Santo Protettore; poi sono altre due cappelle dedicate alla SS. Vergine: l’una della Visitazione, eretta da D. Francesco Ferrari con tomba gentilizia, l’altra della Pietà a cura di Dionigi De Curtis per legato di suo fratello l’Arciprete Giulio, come ancora oggi si legge in un’iscrizione a fianco della scultura: “Iulius et Caesar fixit me / Sanguine Curtis / Qui Praesul Cleri hac / Fulsit in Aede Caput / Me Dionisius en Haeres / Fratrisque superstites / Perficiens auxit mox / Pietate fide.” Nella navata a destra di chi entra, vi era la cappella di S. Giuseppe con un quadro che ora è posto sulla porta della Sagrestia, mentre nella nicchia è stata di recente collocata una statua della Madonna del Carmine. Subito dopo veniva la cappella di S. Gregorio Papa officiata per conto della Civica Comuneria con un Monte di maritaggi (anch’esso finito con la Congregazione di Carità) per le fanciulle povere discendenti dal ramo mascolino e femminile del fondatore Gregorio Bruni. Purtoppo l’altare fu demolito e vi rimane il solo quadro con una sola tela di un certo valore artistico, come anche gli altri di S. Pietro e del Carmine, tutti però, inferiori alla tela raffigurante S. Sebastiano che si ritiene della scuola di Mattia Preti. L’ultima cappella di S. Antonio di Padova, fu fondata per legato e Cantore D. Antonio Riccio ed è finita col cappellano D. Giuseppe Carvelli che fu, poi, parroco dell’Annunziata.”.[cxc]

Ai tempi del Sisca, l’antica “torre campanaria” che sorgeva a fianco della cappella di S. Antonio di Padova, risultava in rifacimento e si stava ricostruendo l’arco “a tutto sesto”, su cui poggiava la sua massiccia struttura quadrata.[cxci]

 

NOTE

[i] Parthey G., Hieroclis Synecdemus et Notitiae Graecae Episcopatuum, 1866, p. 126. Russo F., La Metropolia di S. Severina, in Scritti Storici Calabresi, C.A.M., Napoli 1957, pp. 43 e sgg.

[ii] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 51-53; 60-62; 63-65; 66-70. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Biblioteca Apostolica Vaticana 1958, pp. 348-350; 354-356. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 146-147; 152-154.

[iii] “Caput  Trigesimo Sextum. Guiscardo apud Regium remanente, Rogerius castra Calabriae expugnat. (…) XXXVI. (…) Dux itaque digressus, in Calabriam veniens, expeditionem solvit: Bugamenses, quos captivos adduxerat, Scriblam, quam desertaverat, restaurans, ibi hospitari fecit. XXXVII. – Anno vero Dominicae incarnationis MLXV Policastri castrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundaverat, adducens, ibi hospitari fecit. Antequem iret versus Panormum, (…) dux et comes Rogerius prius in provincia Cusentii castrum quidem Rogel expugnaverunt et pro libitu ordinaverunt. Eodem anno castrum quoddam, quod Ayel dicitur, in provincia Cusentii, dux oppugnare vadens, per quattuor menses obsedit.”. Goffredo Malaterra, De Rebus Gestis Rogerii Comitis, in Muratori L. A., Rerum Italicarum Scriptores, Zanichelli N. Bologna s.d., tomo V parte I, p. 47.

[iv] ASN, Fondo Pignatelli Ferrara di Strongoli, fas. 1, inc. 51, f. 1v.

[v] “Ha parimenti il jus arandi nelle terre dette li Cursi di Ginò in territorio di Mesoraca, dalle quali terre, quando si seminano, tanto si percepisce quante tumulate se ne seminano alla raggione di un quarto per ogni tumulata di robba. In quattro anni altro non si è introitato, che solo tumula due di grano, e mezz.o tum.o di orzo, che in danaro sono docati 3:00.” AASS, 24B fasc. 3.

[vi] 04.08.1604. Nel suo testamento, Minica o Minicella Scavino di Policastro, nominava sua erede universale e particolare la nipote Caterinella, figlia di Salvatore Levato, alla quale, tra le altre cose, lasciava una casa terrana posta nella terra di Policastro “che rende alla Abatia di s.to Nicola della piazza un carlino l’anno” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78, prot. 286, ff. 26-27). 24.09.1626. I coniugi Joannes Dom.co Conmeriati e Caterina Cavarretta di Policastro, permutavano una loro continenza di terre posta in loco detto “li grandinetti”, territorio di Policastro, che rendeva un carlino all’anno al SS.mo Sacramento di Policastro (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 296, ff. 071v-073). 15.02.1638. Tra le robbe che erano appartenute al quondam D. Gio: Fran.co Rocca, vi era una casa consistente in più membri con una “Sala”, quattro “camere” ed uno “loco per il furno”, “con gisterna et orto”, gravata dalla rendita di un carlino all’anno alla chiesa di S.to Nicola “della piazza” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 305, ff. 017v-020). 18.10.1643. Il Rev.o D. Jo: Antonio Leuci di Policastro, vendeva a Marco Nicotera di Policastro, la “Domum dirutam Causa terremotus” che era appartenuta all’olim Gregorio Bruno, posta dentro la terra di Policastro nel convicino della chiesa “Parocchialis” di S.to Nicola “de Platea”, confine il “casalenum” del Rev.o Joannes Thoma Caccurio, la domus degli eredi del quondam Thoma Caruso, la domus di Jo: Dominico Trochani, “Muro coniuncto”, ed altri fini, gravata dall’onere di un carlino all’anno alla “Cappellae Sanctissimi Corporis Cristi” (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 085v-086v). 22.11.1644. Joannes Bernardino Accetta di Policastro, aveva ricevuto dal Rev.o D. Prospero Meo del castro di San Mauro ma, al presente, “incola” “cum Domo” in Policastro, ducati 50 per il prezzo di vendita di una casa posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa parrocchiale di S.to Nicola “della Piazza”, confine le case che erano appartenute ai Corigliani, le case di Lorenzo Larosa, l’orto degli eredi dell’olim Francischello de Cola, vinella mediante, ed altri fini che, a quel tempo, risultava “deteriorata” a causa “dell’antepassati terremoti”, e che era gravata “imperpetuum”, dall’annuo peso di un carlino alla chiesa parrocchiale di S.to Nicola “della Piazza” (ASCZ, Notaio G.M . Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 124-125). 22.07.1645. Il Rev.o D. Prospero Meo di San Mauro, “hic Policastri Beneficiatus”, vendeva al Rev.o D. Paris Ganguzza di Policastro, la domus posta “in convicinio, et Parocchia” di S.to Nicola “de Platea”, consistente “in tribus divisa membris, cum Cisterna”, confine la domus di Laurensio Derosis, i “Casalena” che erano appartenuti a quelli della “familia de Corigliano”, l’orto di Francisco de Cola, vinella mediante ed altri fini, “cum Onere tantummodo” annuo, di un carlino alla detta chiesa parrocchiale in perpetuo (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 091-093).

[vii] “Que prima caeteris forma, et vetustate praestantior, Matricis titulo gaudet suumque habet Rectorem Archipresbiteri praerogativa insignorem.” AASS, 24B, fasc. 1. Il primato di San Nicola della Piazza, a volte fu contrastato da altri parroci. Il 24 marzo 1655, D. Lelio Scandale di Policastro, parroco e rettore di Santa Maria Magna, faceva istanza e protestava, minacciando di rivolgersi al papa, perché alla detta chiesa non erano stati assegnati, come invece era stato solito nel passato, “Preiti, e Clerici” in numero sufficiente per gli uffici della Settimana Santa e per fare “li sepolcri”, così come invece era in uso alla chiesa arcipretale. In questa occasione, il vicario foraneo rispose al parroco, che i preti ed i clerici avrebbero potuto officiare nella sua chiesa, solo dopo averlo fatto in quella “Matrice” di San Nicola “della Piazza”. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 063-064.

[viii] Nel marzo del 1196, Gimarka, vedova di Johannes Mélèta, assieme ai figli Andrea e Bonos Phèllèos, vendevano a mastro Guillelmo, figlio del quondam mastro Martino, una casa di legno ereditata dal detto Johannes, posta nella terra (άστεως χώρας) di Policastro, in convicino (ένωρίαν) di S. Nicola de Tzagparanoi (Αγίον Νικωλάου του Τζαγπαράνων), ovvero “in s(anc)to nicolao de zapparuni”, confinante ad est con la casa del quondam Leone Koupellos, a ovest con la casa dell’acquirente, a nord con l’akroterio pubblico (άκρωτήριον τώ διμωσιακών) ed a sud con l’abitazione di Marotta Phousara. Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 66-70.

[ix] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, Abbazia di San Giovanni in Fiore, 2001, pp. 047-049.

[x] Guillou A., Les Actes Grecs, cit., pp. 63-65.

[xi] 18.08.1541. “Alla uni.ta de pulic.o et per essa luca Cipparrone sindico have venduto alla regia Corte per ser.o dela regia frabica tt.a 6000 de Calce ad ragione de ducati sedechi lo migliaro condutta in ditta regia frabica per tutto lo mise de ottobro p.imo deli quali have receputo manual.r in parte de quella ducati sexanta sey et tari uno Como appare Cautela fatta per mano de not.o ant.no xillano de Cotroni d. 66.1.0.” ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 49v. 03.04.1542. “Ad luca chepperrone m(ast)ro jurato de polic.o have receputo scuti dece, et sono in parte delo legname neces.o delo ponti et porta delo castello de cotroni d. 11.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 12. 03.04.1542. “Ad Luca chepparroni mastro jurato de pulic.o consignati scuti deche q.ali so in parti de lo ligname necessario per lo ponte del castello de Cotroni d. 11.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 235v. 02.05.1542. “Alla uni.ta de polic.o et per essa luca chepperroni deputato u(nive)rs(ali) deve dare tt.a 4000 de calce et c.i 30 de pet.a alla p.a r.e conducta ut s(upra) per tutto lo misi de junio.” ASN, Fs. 196 fslo 4, f. 4. 02.05.1542. “Alla uni.ta de polic.o, et per essa luca chepperroni deputato sindico deve dare tt.a Quatt.o mila de calce, et canne trenta de pet.a alla alla retroscritta r.e, condutta ut ret.o per tutto lo misi de junio p.mo, have receputo in parte de pagam.to como appare cautela in potere de not.o gregori melle de Cotroni d. 50.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 5, f. 45. 02.05.1542. “Alla Uni.ta de pulic.o et per essa luca chepparroni deputato sin.co deve dari tt.a 4000 de Calce et Canni 30 de petra alla ditta ragione condutta ut s.a. per tutto lo mese de junio p.o have recep.to in parte de pagam.to Como appare Cautela in potere de not.o gregorio mele de Cotroni d. 50.0.0.” ASN, Fs. 196 fslo 6, f. 278.

[xii] ASCZ, Notaio Ignoto, Cutro, busta 12, prot. 32 ff. 151-152.

[xiii] 23.01.1607. Joannes Fran.co Circhiono e sua moglie “Virardina Cipparrone”, assieme a “Dianora Cipparone”, madre di detta Virardina, vendevano a Joannes Fran.co Schipano di Policastro, il “casalenum” posto dentro la terra di Policastro, “in convicinio s.te Marie Nove ditte terre” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 007-007v). 12.03.1608. Per consentirgli di pervenire all’ordine sacerdotale, Joannes Fanele di Policastro donava al chierico Marco Ant.o Fanele, suo figlio, la “possessionem arboratam” posta nel territorio di Policastro loco detto “gorrufi”, che era appartenuta a Joannes Fran.co Circhiono “et Berardina Cipparune” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 063v-064). 08.07.1608. “d. Virardina Cipparrone”, vedova del quondam Joannes Fran.co Circhione, assieme a “d. Dianora Cipparrone”, sua madre vedova, vendevano a Joannes Fran.co Schipano, un “Casalenum” posto dentro la terra di Policastro, in convicino della chiesa della “s.me Annuntiate nove” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 088v-089v). 06.03.1609. Nel suo testamento, Fran.co Amannito dichiarava di essere debitore di ducati 7 nei confronti di “dianora Cipparrune” per l’affitto di “Zaccarella” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 161-162v). 26.12.1625. Julia Circhiune di Policastro, vedova del quondam Joannes Faraco, donava a Filippo Faraco, suo figlio, un vignale posto nel territorio di Policastro loco “scardiati”, confine il notaro Jacinto Richetta, i beni di Gio: Fran.co di Rose e “le terre ditte di cipparrone”. Inoltre, donava a detto Filippo, i frutti delle “terre delli chiane di scardiati ditti di cipparrone”, durante la vita di detta Giulia (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 186v-187v). 01.05.1632. Davanti al notaro comparivano Vicensa Amannito di Policastro e Berardino de Franco di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Tra i beni appartenenti alla dote, la futura sposa prometteva anche i ducati 25 concessi da Gorio Bruna, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, che il futuro sposo avrebbe dovuto investire comprando uno stabile sicuro. Di tali ducati 25, ducati 20 li dovevano a detta cappella Gio: Battista Pinello e Gio: Fran.co Fanele, per l’affitto della gabella di “Zaccarella”, appartenuta alla quondam “Dianora Cipparrone” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 299, ff. 049v-051). 24.07.1645. Mario Tronga di Policastro, prendeva in prestito dal Rev.o D. Prospero Meo di San Mauro, al presente “incola” e “Beneficiato, cum Domo” in Policastro, 60 ducati al 10 %, cedendo al detto reverendo la propria “parte, et portione” della “Continentia Terrarum” di circa 5 salmate, posta in “districtu” di Policastro loco detto “Zaccarella”, che egli possedeva in comune ed indiviso con Scipione e Marcello Tronga suoi nipoti, confine le terre del dottore Mutio Jordano dette “de Ciarvellino”, le terre del SS.mo Sacramento di Policastro “quae fuerunt de Dominio Cipperronis” ed altri fini (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 093v-096).

[xiv] “… il sacerdote D. Pietro Carvelli comprò per ducati 815 la gabella Cipparrone della medesima Chiesa e Confraternita.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 256. Prima del Decennio Francese, risultavano venduti: “della Chiesa Madre: Galioti, Leuci, Gualtieri, Cipparrone, Marrarello, Mangiacardone, Cannarozzo, Chiusa di Caputo, S. Caterina Vecchia”, Ibidem, p. 257.

[xv] AASS, 24B fasc. 3.

[xvi] 21 agosto 1443: “Per alias litteras mandatum fuit Guberto, Episcopo Sancti Leonis, ut de Archidiaconatu ecclesiae Sanctae Severinae, quae est dignitas maior post pontificalem et cui canonice adnextae sunt parochialis ecclesia S. Nicolai de Policastro et s.c. ecclesia SS. Coronatarum Sanctae Severinae, vac. per ob. Nicolai Bartonii Archidiaconi, provideret Guillelmo de Lappadya. Sed cum ipse Guillelmus dubitet de forma canonica suae provisionis, Papa ab omni irregularitate eum absolvit et dictam provisionem apostolica auctoritate confirmat.”. Russo F., Regesto II, 10741.

[xvii] 30 aprile 1455: “Alexandrinen. et Umbriaticen. Episcopis ac Officiali Sanctae Severinae mandat ut parochialem ecclesiam S. Mariae de Francis, S. Severinae dioc., vac. per liberam resignationem factam coram Mattheo de Parisio, laico Cusentin. dioc., Notario, a Nicolao Coppa, Rectore ecclesiae S. Nicolai de Plateis de Policastro conferant Johanni Bovario, dictae dioc. S. Severinae presbytero.”. Russo F., Regesto II, 11377. 6 maggio 1455: “Episcopo Strongulen. mandat ut inquirat de Nicolao Coppa (cfr. 11377), qui se gerit pro presbytero et rectore parochialis ecclesiae S. Nicolai de Platea, terrae Policastri, S. Severinae dioc., et de pluribus accusatur et, si res ita se habeant, ipsum amoveat et dictae parochiali ecclesiae provideat de persona Antonii Contello de Policastro, presbytero dictae S. Severinae dioc.”. Russo F., Regesto II, 11380.

[xviii] ASN, Fondo Ferrara Pignatelli di Strongoli, Prima Parte n.o Busta 51. Il documento è segnalato in Mazzoleni J., Fonti per la Storia della Calabria nel Viceregno (1503-1734) esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, p. 377.

[xix] “R.to da D: Colantonio Galete de Policastro per S(an)to Nicola della piazza di detta t(er)ra per x.a d. 1.1. …”. AASS, 2 A.

[xx] “… questo Clero di Policastro distinto in tutta la diocesi per virtù, per ritiratezza, e portamento sacerdotale ancor’à due dignità; quella dell’Arciprete come capo di tutti; e del Cantore …”. Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723.

[xxi] AASS, 3A.

[xxii] 2 ottobre 1546: “Octavianus de Cittadinis, litterarum aplcrum scriptori, providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai de Policastro, S. Severinae dioc., vac. per cessionem Io. Bernardini Ioffredi, clerici Cusentin.” Russo F., Regesto IV, 19166. 1 dicembre 1546: “Io. Bernardino Ioffredo, clerico Cusentin., providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai, terrae Policastri, S. Severinae dioc., vac. per resignationem Federici Paltroni, clerici Umbriaticen., cui collata fuerat, per ob. Stephani Apa rectoris, de mense augusti ex R.C. def.” Ibidem, 19186. 6 dicembre 1547: “Io. Bernardinus Ioffredus, clericus Cusentin., cui nuper de parochiali ecclesia, archipresbyteratu forsan nuncupato, S. Nicolai de Policastro, S. Severinae dioc., tunc c.m. vac., aplca auctoritate, provisum fuit, presens consensit cessioni gratie huiusmodi in favorem Octaviani de Cittadinis, Litterarum aplrum Scriptoris, cui de illa, cum forsan annexis, provideri conceditur, per supplicationem …” Ibidem, 19304. 16 agosto 1548: “Lucae Antonio Callaia de Policastro providetur de parochiali ecclesia S. Nicolai de Platea de Policastro, S. Severinae dioc., vac. per cessionem Io. Bernardini Ioffredi, clerici Cusentin., cui reservatur annua pensio 15 duc. super fructibus eiusdem.” Ibidem, 19412. 9 ottobre 1548: “Io. Bernardinus Ioffredus, clericus Cusentin. consensit cessioni ecclesiae S. Nicolai de Platea de Policastro, S. Severinae dioc., in favorem Lucae Antonii Callaia de Policastro, qui per Io. Petrum Grandopolum laicum S. Severinae dioc., procuratorem suum, consensit reservationi pensionis annue 15 scut. super fructibus eiusdem ecclesiae praedicto d.no Io. Bernardino, prout in supplicatione …” Ibidem, 19430. 5 novembre 1548: “Io. Bernardinus Ioffredus, clericus Cusentin., cui als annua pensio 15 scut. super fructibus archipresbyteratus S. Nicolai de Policastro S. Severinae dioc., quem Lucas Antonius Callia obtinet, reservata fuit, consensit cassationi et extinctioni dictae pensionis, prout in supplicatione …” Ibidem, 19438.

[xxiii] Ancora durante la prima metà del Seicento, risultano documente le terre o vignale di “Santo Bartolimei”. 15.07.1633. D. Peleo Scillano di Policastro, vendeva al Cl.o Ottavio Vitetta di Policastro, il pezzo di terra della capacità di una tomolata, posto nel territorio di Policastro loco “Andriuli, seu lo muscarello”, confine la gabella detta “de Catanzaro”, le terre degli eredi del quondam Joannes Berardino Blasco, le terre di “Santi Bartoli mei” ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 300, ff. 042-042v). 11.08.1636. I coniugi Joannes Petro Rizza e Hijeronima Scalise di Policastro, vendevano al presbitero D. Parisio Ganguzza di Policastro, la “Continentiam terrarum” della capacità di circa 13 tomolate, posta nel territorio di Policastro loco detto “lo passo delli Straneri”, confine la gabella di Polita Zurla via mediante, “la terra della pizzuta” di detto D. Parisio, il vignale di “San Bartoli Mei”, la gabella detta della Mensa Arcivescovile della città di Catanzaro ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 303, ff. 095v-096v). 22.03.1638. Il R.o D. Parisio Ganguzza di Policastro, vendeva al R.o D. Propsero Meo di San Mauro, il “petium seu continentiam terrarum” di 5 salmate, posto nel territorio di Policastro loco detto “la pezzotella”, assieme alle terre che detto D. Parisio aveva acquistato da Joannes Petro Rizza e figlio, confine il “vallonem qui dicitur di Comito”, le terre di Ippolita Zurlo, “via delli straneri” mediante, il vignale di “Santo Bartolimei”, le terre del Cl.co Ottavio Vitetta dalla parte superiore, la gabella di Camillo Campana, terre volgarmente dette “l’umbro di salusto”, il vignale della R.ma Mensa Episcopale di Catanzaro ed altri fini (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 305, ff. 035-036v).

[xxiv] AASS, 16B.

[xxv] “Policastro è terra Regia, qual’essendo stata venduta dal Conte di S. Severina fù fatta di demanio con l’opra, e patrocinio del Cardinale di S. Severina, è habitata da tre milia anime incirca vi sono quattro chiese parocchiali, e nella matrice è l’Arciprete, e Cantore con venti altri preti, quali per il più vivono delloro patrimonio, et elemosine che ricevono dal servitio delle chiese, e confraternità, …”. ASV, Rel. Lim. 1589. “Policastro è terra Regia habitata da tre milia anime incirca. Vi sono quattro chiese Parocchiali, e nella Maggiore è l’Arciprete il Cantore e vinti altri Preti, quali p(er) il più vivono di loro patrimonio, et elemosine che ricevono dal serv.o delle chiese, e Confratie …”. AASS, 19B.

[xxvi] 09.09.1617, ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 040-041.

[xxvii] In alcuni casi, gli atti riportano anche la dizione “in convicinio, et Parocchia” di S.to Nicola “de Platea”, ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 091-093.

[xxviii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 048-050.

[xxix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78, prot. 286, ff. 57-58.

[xxx] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 185-186.

[xxxi] 16.08.1617. Dietro la richiesta di Gianni Pettinato, il R.do D. Gio: Filice Oliverio esibiva “uno libro in quarto foglio dove stanno notati le parrocchiani di essa matrice di lui desponsate”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 035v-036.

[xxxii] 08.06.1559: “R.do Arciprete d. Jo: ger.mo gallea”, AASS, 16B. Attraverso un atto del 12.11.1623, sappiamo che il 14.02.1593, D. Gerolimo Callea era ancora l’arciprete di Policastro, ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 117-118.)

[xxxiii] 5 dicembre 1603 (sic, ma 1604): “Marcello Monteleone, de terra Cutri, providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai de Platea, terrae Policastri, S. Severinae dioc., vac. per ob. Io. Thomae Giordano.” Russo F., Regesto V, 25966. Dicembre 1604: “De parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai de Platea, terrae Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus XXIIII duc., vac. per ob. Io. Thomae Iordani, de mense Septembris def., providetur Marcello Monteleone, clerico diocesano.” Ibidem, 26115. 29 maggio 1605: “Pro Marcello Monteleone, de terra Cutri, confirmatio provisionis de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai de Platea, terrae Policastri, S. Severinae dioc., a Clemente VIII, sub dat. Nonis Decembris an. XIII, per ob. Thomae Giordani, ei concessae.” Ibidem, 26138.

[xxxiv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 058-059.

[xxxv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 073v-074v, 184-185, 188v-189v, 189v-191.)

[xxxvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 061 e 071; prot. 289, ff. 033v-034v.

[xxxvii] 16.08.1617. Il R.do D. Gio: Filice Oliverio, vicario foraneo di Policastro ed “economo della chiesa matrice di essa” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 035v-036). 23.09.1617. Tra i Testimoni dell’atto figura D. Gio: Filice Oliverio vicario (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 053-054v). L’undici febbraio 1618, “Jo(ann)es Filix oliverius Vicarius for.s Policastri, et dico Roccabernarde”, scrisse l’albarano relativo ai capitoli matrimoniali tra Joannes Laurentio Corigliano di Policastro e Feliciana Scoleri, nel quale risulta tra i testimoni: “D. Jo(ann)e Felice oliverio Capp.no, Vicario, et Archipresbitero” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 081v-083).

[xxxviii] Agosto 1618. “Io. Paulo Blasco providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai della Piazza, oppidi, civ. nuncupati, Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus XXIIII duc.” Russo F., Regesto VI, 28030.

[xxxix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 292, ff. 008v-009v; Busta 79 prot. 295, ff. 040v-054, 059-060; 093v-094, 154v-155v, 155v-156v; Busta 79 prot. 296, ff. 173v-174v; Busta 79 prot. 297, ff. 025-025v, 135v-136v, 170-172v, 185-186; Busta 79 prot. 298 ff. 046v-047v, 059v-060, 060v-061; Busta 79 prot. 300, ff. 042v-043v, 047v-048, 057-058; Busta 80 prot. 302, ff. 105-106; Busta 80 prot. 303, ff. s.n., 093v-095v, 134-138v; Busta 80 prot. 304, ff. 057-058v; Busta 80 prot. 305 ff. 017v-020, 056-061, 062-062v. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 043v-044, 094v-096; Busta 182 prot. 802, ff. 026-027. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 046v-048. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 805, ff. 046-053. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 874, ff. 064-067v.

[xl] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 038v-043v.

[xli] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 063-063v.

[xlii] AASS, 26A.

[xliii] 28 gennaio 1653: “Io. Vincentio Natali providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai della Piazza, civ. Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus 24 duc., vac. per ob. Franc. Pauli Blasco.” Russo F., Regesto VII, 36931.

[xliv] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 048-050. L’assunzione della carica di arciprete da parte di Joannes Vincentio Natale, risulta documentatata da altri atti di questo periodo. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 055-055v; Busta 196 prot. 880, ff. 142-150 e 177-178.

[xlv] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 088v-089v e 108-109v. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 048-050.

[xlvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 042v-043.

[xlvii] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 802, ff. 078v-084.

[xlviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 288, ff. 008-008v.

[xlix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 143v-144.

[l] ASN, Tesorieri e Percettori Fs. 550/4154 ff. 121-123v.

[li] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 171-17.

[lii] AASS, 16B.

[liii] “per manutenzione dell’orologio D.i 7.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 137.

[liv] Ibidem, p. 138.

[lv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78 prot. 286, ff. 59v-60v; Busta 78 prot. 287, ff. 013v-015, 201-201v, 167v-168; Busta 78 prot. 289, ff. 023v-024v; Busta 78 prot. 291, ff. 101-102, 119-119v; Busta 78 prot. 292, ff. 053v-054; Busta 79 prot. 293, ff. 061v-069; Busta 79 prot. 294, ff. 071-072; Busta 79 prot. 296, ff. 055v-056v, 058-059, 126-127v; Busta 79 prot. 300, ff. 002-002v; Busta 80 prot. 302, ff. 020-020v; Busta 80 prot. 304, ff. 050v-052; Busta 80 prot. 305, ff. 043v-045v; Busta 80 prot. 306, ff. 135-135v. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 100-101v; Busta 182 prot. 806, ff. 021-023. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 071-073v; Busta 196 prot. 877, ff. 052v-053; Busta 196 prot. 879, ff. 003-005.

[lvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78 prot. 286, ff. 117v-119v, 119v-120v, 144v-145v, 155v-156, 158-158v, 189-190v; Busta 78 prot. 287, ff. 019v-020, 027-028, 031v-032v, 034v-035, 063-063v, 085-086v, 093-094v, 104v-105, 106-107, 107-107v, 108-108v, 176-178; Busta 78 prot. 288, ff. 009-011v, 087v-088, 097v-098, 103v-104, 104-105; Busta 78 prot. 289, ff. 002v-002(bis)v, sciolti s.n., ff. 027v-028; Busta 78 prot. 290, ff. 023-025v, 029-030, 102v-103, 120v-121v, 135v-136v; Busta 78 prot. 291, ff. 064-065, 068-073, 092-093, 093-093v, 097v-098; Busta 78 prot. 292, ff. 032-032v, 063-064, 064-064v; Busta 79 prot. 293, ff. 004-006v, 021v-022v; Busta 79 prot. 294, ff. 017v-018, 019-019v; Busta 79 prot. 295, ff. 013v-014v, 040v-054, 058v-059, 167v-168; Busta 79 prot. 296, ff. 017v-018v; Busta 79 prot. 297, ff. 012v-013v, 029-032; Busta 79 prot. 299, ff. 010-011, 011-011v, 044v-045v; Busta 79 prot. 300, ff. 010v-011, 048-049; Busta 80 prot. 302, ff. 041v-043, 044-045; Busta 80 prot. 303, ff. 037v-042, 042v-048; Busta 80 prot. 305, ff. 077-078, 107v-108v; Busta 80 prot. 306, ff. 084-085, 119v-124v. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 023-032v, 044-045, 052-053v, 125v-128v; Busta 182 prot. 802, ff. 029v-031; Busta 182 prot. 803, ff. 065-066v; Busta 182 prot. 804, ff. 175v-179. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 874, ff. 009-011v, 046-047, 051-052, 059-060v, 085v-086v; Busta 196 prot. 875, ff. 043-045; Busta 196 prot. 876, ff. 019v-020v, 080-081.

[lvii] ASN, Fondo Ferrara Pignatelli di Strongoli, Prima Parte n.o Busta 51.

[lviii] Il 30.09.1630, davanti alla chiesa matrice, si congregavano i confrati della confraternita di Santa Caterina (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 170-172v). Come apprendiamo da un atto del 11.04.1644, il giorno precedente, al suono della campana, i componenti del clero secolare di Policastro, tra cui l’arciprete D. Gio: Paulo Blasco, si erano congregati all’interno della chiesa matrice, alla presenza del M. Rev.o D. Gio: Antonio Leuci, vicario foraneo di Policastro, per deliberare in merito ad un capitale di ducati 500 dato in prestito ad alcuni particolari (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 031v-043v). Il 12.04.1646, al suono della campana, i RR. preti del clero secolare di Policastro, si erano congregati “in publico parlam.to” nella chiesa “Matrice” di S.to Nicola “della Piazza”, per discutere e deliberare in merito al legato lasciato per testamento dal “già” chierico Gio: Francesco Cerasari (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 805, ff. 046-053).

[lix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 113v-115.

[lx] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 119v-120.

[lxi] “Prefata Archiep(iscopa)lis ecc.ia habet tam in Civi.te s(anc)tae s(everi)nae que in omnibus aliis t(er)ris et locis sue diocesis jus mortuorum tam denariorum que luminarium et candelarum”, AASS, 18B.

[lxii] “habet que dicta Archiep(iscopa)lis ecc.ia jus quarte in omnibus aliis ecc.iis et monasteriis quibus sepelliuntur mortui luminarium faciendorum super eis”, AASS, 18B.

[lxiii] “Et habet dicta archiep(iscopa)lis ecc.ia jus sepolture tam de legantibus in sepultures Archiep(iscopa)lis ecc.ie que de decedentibus ab intestatis tarenorum sex”, AASS, 18B.

[lxiv] 17.05.1545: “Da donno Jacobo faraco vic.rio de policastro p(er) dicto Conto ducati cinque tari quatro et grana diece d. 5.4.10”, “Dalo Cap.lo de policastro d. 0.1.10”. 1545: “De donno tonno de pol.tro d. 1.3.0”, “Da lo vic.rio de policastro per iure mortuorum d. 2.0.0. Da lo Sup.a dicto vic.rio per iure mortuorum in alia d. 2.0.0”, “Da donno nicola coriglano de policastro per iure mortuorum d. 0.4.4 ½”. “Dinari reciputi de iure mortuorum de lo predicto anno 1546”: “17 maii Dalo vic.rio de policastro per iure mortuorum d. 2.0.0. 22 junii Da donno nicola curiglano per iure mortuorum d. 1.0.0. 25 sectembris Da donno fran.co curiglano per iure mortuorum et candile d. 1.3.0”. “De lo vic.rio de policastro per iure mortuorum d. 3.0.0”. “Dinari reciputi de iure mortuorum del retroscripto anno 1547”: “Da lo vic.rio de policastro d. 2.0.0”. 1566: “Lo Jus mortuorum de policastro si fa per la ec.a quanto frutta”. AASS, 3A.

[lxv] “1654 Ius mortuorum Policastro sol(vit) per l’Arcip.e carl. 10, per d. Callea carl. 9, per li Communeri carl. 23, e per d. Parisi”. “Da D. Parisio Ganguzza per la rottura dell’Astraco per seppellire il P(ad)re dell’Arcip.te di Polic.o nella Matrice di d.ta Terra d.ti tre d. 3.0.0”. 1654: “Ius sepulturae. Policastro d. 3 per la rottura dell’astraco nella matrice, dove fù sepellito il padre dell’Arciprete”. AASS 035A.

[lxvi] 22.09.1604. Testamento di Minica Cepale di Policastro, nel quale stabiliva che dovesse essere seppellita “nella venerabile chiesa di santo nicola della piazza”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78, prot. 286, ff. 54v-55). 03.10.1604. Testamento di Elisabetta Corigliano di Policastro, nel quale stabiliva che dovesse essere seppellita “nella venerabile chiesa matrice di santo Nicola della piazza”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 57-58). 27.11.1604. Testamento di Diana Caccurio della terra di Mesoraca, moglie di And.a Caruso, abitante in Policastro, nel quale disponeva di essere seppellita nella chiesa di “santo nicola della piazza” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 223v-224). 18.03.1605. Testamento di Gloria Massa di Policastro, nel quale disponeva di essere seppellita nella chiesa di “santo nicola della piazza” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 231-231v). 28.12.1605. Testamento di Petro Pipino di Policastro, nel quale stabiliva di essere seppellito nella venerabile chiesa di “s.to Nicola della piazza” (ASCZ, Notaio Ignoto Policastro, Busta 81, ff. 2-3). 11.01.1609. Testamento di Laura Taranto di Policastro, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa matrice di S.to Nicola “della piazza” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 159v-160). 15.05.1610. Testamento di Caterina Gerardi di Policastro, nel quale disponeva di essere seppellita nella chiesa matrice di S.to Nicola “della piazza” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 203-203v).

[lxvii] 07.12.1640. Testamento della “Sororis” Laurae Guarano, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, nella sepoltura che avrebbe scelto Delia Callea sua “Cognata” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 002-003). 01.10.1645. Testamento di Anastasia Priola, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del SS.mo Sacramento (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 079-080). 05.02.1652. Testamento di Salvatore Carcello nel quale disponeva di esse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” di Policastro (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 002v-003). 15.03.1652. Testamento di Joannes Dom.co Lamanno de Berardino, nel quale disponeva di essere seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” di Policastro (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 003-004). 21.09.1654. Testamento della vedova Ippolita Cavarretta, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 121-122). 16.01.1655. Testamento di Isabella Schipano moglie di Jo: Dom.co Poleo, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 005-006).

[lxviii] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 043v-045.

[lxix] 07.12.1640. Testamento di Joannes Vittorio Fanele, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa di S.to Nicola “della Piazza”, “nella sepoltura delli Confrati” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 001-002). 03.05.1641. Testamento di Isabella Campana di Policastro vedova del quondam Jo: Dom.co Luchetta, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito “nella chiesa dello SS. Sacram.to” nella sepoltura “delli Confrati” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 010v-012). 23.05.1641. Testamento di Fran.co Lomoio, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa di S.to Nicola “della Piazza” nella sepoltura “delli Confrati” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 012-013). 27.01.1645. Testamento di Joannes Dom.co Lamanno, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” nella sepoltura “delli Confrati” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 063-063v).

[lxx] 16.12.1640. Testamento di Julia Lanzo di Policastro, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” nella sepoltura “delle Consoro”. Lasciava al procuratore della Cappella del SS.mo Sacramento grana 25 per la sepoltura (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 004-005). 03.05.1644. Testamento di Feliciana Cavarretta di Policastro moglie di Philippo Schipani, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, nella “sepoltura delle Consoro” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 048v-050). 19.04.1645. Testamento di Narda Calendino, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, nella sepoltura “delle Consoro” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 066-066v). 09.09.1653. Testamento di Lucretia Caruso, nel quale disponeva di essere sepolta nella chiesa del SS.mo Sacramento nella sepoltura delle “Consoro” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 067-067v). 18.01.1655. Testamento della vedova Julia Mazzuca, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, nella sepoltura delle “Consoro” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 007v-008v). 18.05.1655. Testamento della vedova Catharina Coco, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, nella sepoltura delle “Consoro” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 073-073v).

[lxxi] 17.08.1604. Testamento di Rosa Bianchi di Policastro, nel quale stabiliva che dovesse essere seppellita “nella venerabile chiesa di santo nicola della piazza dentro lo coro”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 41-41v) 12.11.1604. Testamento di Andriana de Conte di Policastro, nel quale disponeva di essere seppellita “nella Chiesa del s.mo sacramento dientro lo coro” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 220-220v) 20.05.1605. Testamento di Hijeronimo Zidattolo di Policastro, nel quale disponeva di essere seppellito “dentro lo coro” della chiesa matrice di S.to Nicola della Piazza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 234-234v).

[lxxii] 12.08.1604. Testamento di Vittoria Palatio di Policastro, nel quale stabiliva che dovesse essere seppellita “nella venerabile chiesa di santo Nicola della piazza dientro lo coro dove è sepolta sua nanna”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 40-41). 27.08.1604. Testamento di Vespesiano Zupo di Policastro nel quale stabiliva che, dopo la sua morte, dovesse essere seppellito “nella venerabile chiesa di santo Nicola della piazza et che l’abbiano de sepellire nella sepoltura che se sepelli suo patre”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 45v-46v).

[lxxiii] 17.12.1630. Testamento di Portia Nicotera di Policastro, moglie del q.m magister Filippo Schipano, nel quale disponeva di essere sepolta nella matrice di S.to Nicola “della piazza”, nella sepoltura che avrebbe scelto suo marito (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 188v-189v).

[lxxiv] 19.08.1604. Testamento di Berardina Campana di Policastro, nel quale stabiliva che dovesse essere seppellita “nella venerabile chiesa di santo Nicola della piazza nella Cappella di tutti santi”. Lasciava a monsignore ed al cappellano la loro spettanza (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 42-42v). 09.11.1627. Il Cl.o Joannes Thoma Campana di Policastro, deteneva un suo “benefitio seu Cappella”, “seu oratorio”, posto dentro la matrice di S.to Nicola “della piazza” ed “intitolato sotto il nome di tutti santi”, con il peso di 2 messe la settimana, dotato dagli “antiCessori di esso di Campana” con i seguenti beni: un pezzo di terra posto nel territorio di Policastro loco “la sulleria”, ed un altro pezzo di terra posto nel territorio di Policastro in loco “la pizzuta”, il cui “serv.to” era stato affidato al presbitero D. Joannes Thoma Caccurio. Al presente, non essendo detto Cl.o Gio: Thomaso pervenuto agli ordini sacerdotali e non potendo quindi servire egli stesso le dette ebdommade, le intitolava “per Cappellano di detta Cappella” al detto D. Gio: Thomaso, in maniera che questi potesse affitare le dette terre e disporne di sua volontà, corrispondendogli i frutti e pagando il solito peso annuale al procuratore del Seminario di Santa Severina e “la decima papale” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 296, ff. 168-169).

[lxxv] 30.09.1630. Testamento di Hijeronimo Amannicto di Policastro, nel quale disponeva di voler essere sepolto nella sepoltura di Gorio Bruna posta nella matrice di S.to Nicola “della piazza”. Se questi, invece, non avesse acconsentito, disponeva di essere sepolto nella chiesa di S.ta Caterina, nella sepoltura dei confrati (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 174-175). 05.10.1644. Testamento di Joannes Dom.co Launetto, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa di S.to Nicola “della Piazza”, nella sepoltura del quondam Gregorio Bruno (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 055v-057). 25.10.1655. Testamento di Catharina Accetta, moglie di Michel’Angelo Benevento, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS.”, nella sepoltura del quondam Gregorio Bruno (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 177-178).

[lxxvi] 24.08.1646. Testamento di Sebastiano Grosso, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa di S.to Nicola “della Piazza” nella sua sepoltura (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 098v-099v).

[lxxvii] 02.07.1616. Dietro consiglio dell’arcivescovo di Santa Severina, Vespesiano Pantisano confermava, con le stesse condizioni, la donazione nei confronti di D. Gegnacovo de Aquila fatta negli anni passati, quando aveva donato post mortem, con il peso di una ebdommada la settimana, alla cappella del suo “avo” Giulio Lamendolara, intitolata a “Santa Maria dello Reto”, posta dentro la venerabile chiesa matrice di S.to Nicola “della piazza”, la “possess.ne arborata” con più e diversi alberi fruttiferi, posta dentro il territorio di Policastro loco detto “Commeriati”. Possessione che aveva acquistato da diversi particolari con il proprio denaro. Il detto Vespesiano stabiliva che, durante la sua vita, la possessione sarebbe dovuta permenere nel possesso di donno Gegnacovo Durante. Stabiliva inoltre, che se dopo la morte di detto D. Gegnacovo de Aquila, non si fosse ritrovato nessun prete o chierico discendente da Cassandra e da Lica “dellamendolara”, avrebbero dovuto provvedere ad eleggere il nuovo cappellano, i suoi parenti discendenti dalle dette Cassandra e Lica (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 290, ff. 107-109). 15.07.1644. Testamento di Camilla Carcello, vedova del quondam Joannes Antonio Puglise, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to”, “nella sepoltura di mendolara” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 052-053).

[lxxviii] 05.10.1625. Joannes Baptista Callea di Policastro, essendo debitore nei confronti dell’arciprete D. Joannes Paulo Blasco di Policastro, per il “servim.to” di una ebdommada lasciata dal q.m D. Aniballe Callea suo zio che, per 3 anni continui, era stata servita nell’altare maggiore della chiesa di S.to Nicola “della piazza”, cedeva al detto arciprete, il vignale in loco “Santo Cesario” “seu porcili”, territorio di Policastro, che possedeva come erede di suo zio Aniballe, a cui era stato venduto da Andriana Venturio (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 155v-156v). 10.04.1644. Testamento di Joannes Baptista Callea, nel quale disponeva che il suo corpo fosse seppellito nella chiesa del “SS. Sacram.to” nella “sepoltura delli Callei”, dove stava sepolto Aniballe Callea suo zio. Confermava le ebdommade lasciate dai suoi “antecessori di Casa Callea”, lasciate ed ipotecate sopra tutte le sue robbe. Disponeva che subito dopo la sua morte fossero dati ducati 20 al R. Arciprete, ma se fosse comparsa scrittura da parte di detto Arciprete contro il testatore ed i suoi eredi, disponeva di non dargli il denaro. Disponeva che nel caso ci fosse stato impedimento ad essere seppellito nella chiesa del SS.mo Sacramento, fosse seppellito nel monastero di S.ta Maria della Spina nella sua sepoltura (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 046v-048).

[lxxix] 05.04.1633. Il dottor Marco Ant.o Guarano di Policastro, essendo morto suo figlio Fran.co Maria, lo faceva seppellire “loco dipositi”, dentro la chiesa di S.to Nicola “della piazza”, avendo in animo di traferire successivamente il “Caldavero” in un’altra chiesa. L’atto è stipulato “inanti” la detta chiesa di S.to Nicola (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 300, ff. 020). 30.12.1642. La sig.a Ippolita Zurlo, madre del quondam Flaminio Blasco, “inansi la Parochiale Matrice Chiesia di Santo Nicolò della Piazza”, dichiarava che, seppure al presente il “Cadavero” di suo figlio entrava in detta chiesa accompagnato dal clero, “non ostante la detta entrata”, voleva che dopo aver ricevuto i divini offici, fosse seppellito nel monastero di Santa Maria delle Manche, “nella sepoltura di suoi antepassati” (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 131v-132).

[lxxx] 14.05.1604. Nel suo testamento, Minico Pollizzi di Policastro, lasciava carlini 5 al SS.mo Sacramento con la Confratria (ASCZ, Notaio G.B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 7-8). 01.06.1629. Nel suo testamento, il C. Gio: Thomaso Campana di Policastro, dichiarava di dover ricevere ducati 18 da Gio: Fran.co Carnalevare della Roccabernarda e li lasciava al procuratore del SS.mo Sacramento (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 036-037v).

[lxxxi] 06.10.1604. Nel suo testamento, Julia Gerardi di Policastro lasciva al SS.mo Sacramento una tovaglia di tela “accattatizza” bianca lavorata. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78, prot. 286, ff. 58v-59.

[lxxxii] 01.09.1634. Camilla Fimia di Policastro, vedova del q.m Joannes Matteo de Falco, donava a Ferdinando Cappa di Policastro, durante la vita di detta Camilla, la domus palaziata posta dentro la terra di Policastro nel convicino di S.to Nicola “de platea”. Dopo la sua morte il bene sarebbe andato al SS.mo Sacramento. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 301, ff. 136-136v.

[lxxxiii] 27.08.1604. Nel suo testamento, Vespesiano Zupo di Policastro nominava erede universale e particolare di tutte le sue robbe mobili e stabili “al figlio ò figlia che nascerà”. Disponeva che morendo l’erede senza figli, l’eredità dovesse andare metà a sua moglie Vittoria Grandinetto, mentre l’altra metà si sarebbe dovuta dividere tra “la nuntiata de fora, et il santiss.mo sacram.to” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78 prot. 286, ff. 45v-46v). In un suo testamento successivo del 15.10.1604, lo stesso Vespesiano Zupo disponeva che suo fratello facesse celebrare in vita, una hebdommada sopra tutte le robbe dell’eredità nella cappella del SS.mo Sacramento. Disponeva inoltre che, dopo la morte del fratello, l’eredità passasse al SS.mo Sacramento che così gli avrebbe fatto celebrare una messa la settimana (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro Policastro, Busta 78 prot. 286, ff. 59v-60v). 14.08.1645. Nel suo testamento, Hijeronimo Romano istituiva erede sua figlia Rosa Romano, assieme a Gianni, Catarina e Diana Misiano suoi nipoti, in eguale porzione. Morendo gli eredi senza discendenti, sarebbero successi la Cappella del SS.mo Sacramento e Giacomo Romano suo nipote. (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307 ff. 072v-074; foto 326-327). 17.12.1630. Nel suo testamento, Portia Nicotera di Policastro, moglie del q.m megister Filippo Schipano, istituiva eredi il Cl.o Lupantonio e Isabella Schipano suoi figli. Disponeva che, morendo entrambi senza figli, sarebbe succeduta la Cappella del SS.mo Sacramento che avrebbe dovuto provvedere a far servire una ebdommada la settimana in perpetuo. Lasciava a detta Cappella la metà del suo orto con “gisterna” posto dentro la terra di Policastro, nel convicino di “s.to petro” che possedeva in comune ed indiviso con Paulo Nicotera suo fratello. Lasciava ducati 5: metà alla Cappella del SS.mo Sacramento e metà “alla Cappella della nativita di N. Signore Jesu Cristo altare privileggiato” posto dentro la chiesa della SS.ma Annunziata “nova” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297, ff. 188v-189v).

[lxxxiv] 14.06.1618. Hijeronimo Scandale di Policastro, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, cautelava il notaro Joannes Fran.co Accetta di Policastro al quale, “in platea publica”, mediante l’atto del vicario generale di Santa Severina del 05.03.1618, aveva incantato per la somma di 30 ducati, la “possesionem seu vineam et vinealem” lasciata alla detta cappella dalla quondam Laura Condopoli. Beni posti nel territorio di Policastro, nel loco detto “la petra insellata”. Il detto notaro s’impegnava a pagare alla detta cappella un censo annuo di carlini 30 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291 secondo ff. 097v-098; foto 012). 16.02.1621. Joannes Dom.co Falcune di Policastro, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento nel presente anno, previo l’assenso arcivescovile, provedeva a mettere all’incanto la domus palaziata del quondam Thomaso Taranto che l’aveva lasciata a detta cappella (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293 ff. 006v-008). 27.06.1635. Il presbitero D. Joannes And.a Romano, procuratore della cappella del SS.mo Sacram.to, previo assenso della Corte Arcivescovile di Santa Severina, vendeva ad annuo censo al Cl.o Joannes Berardino Accetta di Policastro, il casaleno posto dentro la terra di Policastro, nel convicino di detta Cappella “loco nuncopato vitilli” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 302, ff. 060-061).

[lxxxv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 289, ff. 012-013.

[lxxxvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 097v-098.

[lxxxvii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293, ff. 006v-008.

[lxxxviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 299, ff. 049v-051.

[lxxxix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 302, ff. 060-061; Busta 80 prot. 303, ff. 111v-112v; Busta 80 prot. 305, ff. 068-069v.

[xc] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 306, ff. 058v-059v.

[xci] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 117-121v.

[xcii] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 117-121v; Busta 182 prot. 803 primo, ff. 026v-030.

[xciii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 874, ff. 049-050v; Busta 196 prot. 876, ff. 021v-023; Busta 196 prot. 877, ff. 015v-017v; Busta 196 prot. 878, ff. 002-003v, 014-015v, 059-060; Busta 196 prot. 879, ff. 057-058v, 075-077v, 139-141.

[xciv] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 064-065v.

[xcv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 007v-008v e 039v-040v; Busta 79 prot. 297 ff. 062-062v e 167v-168v; Busta 80 prot. 303 ff. 025v-026V; Busta 80 prot. 305 ff. 074v-075v. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 163v-164v.

[xcvi] ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 117-121v; Busta 182 prot. 802, ff. 109v-111; Busta 182 prot. 806, ff. 016-017.

[xcvii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 286, ff. 59v-60v; Busta 78 prot. 287, ff. 167v-168.

[xcviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 291, ff. 026-027; Busta 79 prot. 295, ff. 013v-014v; Busta 79 prot. 298, ff. 077-077v; Busta 80 prot. 304, ff. 099v-100v.  ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 077-079.

[xcix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 294, ff. 072-073; Busta 79 prot. 295, ff. 071-073; Busta 79 prot. 296, ff. 165v-166v; Busta 80 prot. 302 ff. 104v-105.

[c] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 064-065; ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 086-087.

[ci] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 290, ff. 062v-063v.

[cii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 295, ff. 111v-112v.

[ciii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 068v-070.

[civ] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 290, ff. 017v-018v; Busta 80 prot. 306, ff. 058v-059v. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 093v-096 e 181-185v.

[cv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 287, ff. 037-037v; Busta 78 prot. 289, ff. 012-013; Busta 78 prot. 290, ff. 081-082v; Busta 79 prot. 295, ff. 133v-135; Busta 79 prot. 297 ff. 165-166. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 047-049v; Busta 182 prot. 806, ff. 135-137v. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 039v-041; Busta 196 prot. 876, ff. 015-015v e 057-058v; Busta 196 prot. 877, ff. 050v-052.

[cvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 305, ff. 009-011; Busta 80 prot. 306, ff. 021v-022; e 025v-027v.

[cvii] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 071-073v.

[cviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 297 ff. 039-040.

[cix] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 201v-202v.

[cx] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 290, ff. 005v-009; Busta 78 prot. 291, ff. 062-062v; Busta 79 prot. 293, ff. 075v-076v; Busta 79 prot. 296 ff. 162-163; Busta 80 prot. 301, ff. 009-010 e 144v-146; Busta 80 prot. 306, ff. 028-029.

[cxi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 298, ff. 041v-042; Busta 80 prot. 302, ff. 044-045.

[cxii] 23.04.1614. Davanti al notaro ed alla presenza del parroco, si costituivano Isabella Ammannito di Policastro, vedova del quondam Silvestro Commeriati e Scipio Lanso di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. La futura sposa prometteva al futuro sposo i diritti che gli competevano relativamente ai ducati 40 sopra “le terre seu gabella di galioti” del SS.mo Sacramento, lasciati dal quondam notaro Antonino Amannito, “Zio Carnale” della futura sposa, così come gli era stato promesso nei capitoli matrimoniali relativi al suo primo matrimonio, dal reverendo donno Joannes Dom.co Catanzaro, a quel tempo procuratore di quella venerabile cappella (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 78 prot. 289 ff. 012-013; foto 257-259). 30.08.1621. Davanti al notaro compaiono Dianora Ammannito, “Virgine in capillo” di Policastro, figlia del quondam Marco Ammanniti, assieme a Joannes Caccurio di Gio: Luise, di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Tra le altre cose, la detta Dianora prometteva al futuro sposo ciò che le spettava in relazione al legato fatto dal quondam notaro Antonino Amannito, per la gabella lasciata alla cappella del SS.mo Sacramento, circa il maritaggio delle femmine della sua famiglia (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 293 ff. 051-052).

[cxiii] AASS, 72A.

[cxiv] 01.05.1632. Davanti al notaro comparivano Vicensa Amannito di Policastro e Berardino de Franco di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Tra i beni appartenenti alla dote, la futura sposa prometteva anche i ducati 25 concessi da Gorio Bruna, procuratore della Cappella del SS.mo Sacramento, che il futuro sposo avrebbe dovuto investire comprando uno stabile sicuro. Di tali ducati 25, ducati 20 li dovevano a detta cappella Gio: Battista Pinello e Gio: Fran.co Fanele, per l’affitto della gabella di “Zaccarella”, appartenuta alla quondam Dianora Cipparrone (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 79 prot. 299, ff. 049v-051). 01.04.1634. Davanti al notaro comparivano Isabella Anmannito di Policastro, vedova del q.m Scipione Lanzo, assieme a Joannes Dom.co Berardo di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detto Joannes Dom.co e Minica Lanzo, figlia di detta Isabella e del detto q.m Scipione. La detta Isabella prometteva i ducati 20 del legato del q.m Alessandro Circhione che doveva ricevere dal SS.mo Sacramento, dei quali ducati 15 per adornare la futura sposa e ducati 5 sopra la casa che aveva comprato da Gianni Caccurio (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 301 ff. 054-056).

[cxv] 16.08.1638. Davanti al notaro comparivano il R.do D. Joannes And.a Romano di Policastro ed Antonio de Strongolo di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detto Antonio e Camilla Romano, nipote del detto reverendo. Appartenevano alla dote, ducati 15 relativi al legato del quondam Alessandro Circhiune che assegnava la cappella del SS.mo Sacramento di cui il detto reverendo era procuratore (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 305, ff. 068-069v). 21.06.1642. Nel suo testamento, Berardina Vallone di Policastro, dichiarava che ducati 15 le erano stati promessi nei capitoli matrimoniali dal procuratore del SS.mo Sacramento (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciro, Busta 80 prot. 307, ff. 020-021v). 27.11.1642. Joannes Berardino Accetta di Policastro, procuratore della venerabile cappella del SS.mo Sacramento di Policastro nel presente anno, vista la copia del decreto della corte arcivescovile di Santa Severina, secondo cui, dietro la richiesta presentata da Caterina Caira, madre di Lucretia Grano, ai coniugi Antonio Cozza della terra di Zagarise e Lucretia Grano, dovevano essere pagati i ducati 15 che, ogni anno, la detta cappella donava “à Donne povere p(er) Causa di Maritaggi”, in virtù del legato di Alessandro Circhione, assegnava ai detti coniugi la detta somma. Considerato però che la cappella non disponeva di denaro “p(er) causa delle fabriche, et spese fatte da essa, et suoi Procuratori p(er) Causa di terrimoti”, ma possedeva soltanto, in virtù di un legato pio fatto dal quondam C. Francesco Cerasaro, “Una Casa, seu Vascio di essa terrana”, posta dentro la terra di Policastro “nel convicino di detta Cappella”, assegnava loro detta casa. Essendo questa stata stimata da “Mastro” Francesco Bruzzise e da Aloisio Vallone, del valore di ducati 18, i detti coniugi s’impegnavno a restituire la differenza di ducati 3 alla cappella (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 801, ff. 117-121v). 10.04.1644. Ai capitoli matrimoniali stipulati tra Julia Mingaccio “Virginis in Capillo”, figlia Marco Mingaccio di Policastro e Vincentio Jerardo de Thoma di Policastro, risulta allegato l’atto dell’11.04.1644, attraverso il quale, Jo: Berardino Accetta, procuratore della venerabile cappella del “ss.mo”, avendo appreso dell’effettuazione del matrimonio, assegnava alla sposa ducati 15 in qualità di “donna povera”, come soleva fare ogni anno (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 803, ff. 026v-030). 16.04.1645. Davanti al notaro comparivano i coniugi Leonardo Greco e Adriana Russo di Policastro, assieme a Lupo Mauro di Policastro, figlio dell’olim Marcello, per la stipula dei capitoli matrimoniali tra Anastasia Greco “Vergine in Capillo, et povera”, figlia di detti coniugi ed il detto Lupo. I genitori della futura sposa le promettevano i ducati 15 che le erano stati assegnati dal procuratore della cappella del “santiss.mo di detta Città” Gio: Berardino Accetta. La somma doveva essere impiegata per l’acquisto di un bene stabile in maniera che, venendo a morire la detta futura sposa senza figli, il Monte dei Maritaggi sarebbe potuto rientrare in possesso del denaro rivalendosi sopra il bene (ASCZ, Notaio G. M. Guidacciro, Busta 182 prot. 804, ff. 052-057). 03.01.1647. Davanti al notaro comparivano Julia Lanzo di Policastro, madre di Catherina de Maijda, assieme a Salvatore Faraco di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detta Catherina e detto Salvatore. Apparteneva alla dote di ducati 40, la somma di ducati 15 che soleva assegnare la Cappella del SS.mo Sacramento per il lascito del quondam Alessandro Circhione (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 874, ff. 005v-007). 16.12.1648. Davanti al notaro comparivano Leonardo Levato, fratello di Marta Levato “Virginis in Capillo”, assieme a Joseph Ammannato di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detta Marta e detto Joseph. Oltre alla dote, il detto Leonardo prometteva anche ducati 15 che soleva dare la Cappella del SS.mo Sacramento per elemosina e “maritaggi di povere” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 124v-126v). 21.03.1649. Davanti al notaro comparivano la vedova Julia Garrapecta madre di Catharina Sicilia, assieme a Laurenso Caruso di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detta Catharina e detto Laurenso. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della venerabile cappella del SS.mo Sacramento, prometteva ducati 15 per l’elemosina dei maritaggi che detta Cappella soleva fare ogni anno (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 021v-023). 25.02.1652. Davanti al notaro comparivano la vedova Elisabetta Jerardo, madre di Dominica Polla “Vergine in capillo”, assieme a Dom.co d’Adamo “delli Cotronei”, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detta Dominica e detto Dom.co. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, prometteva ai futuri sposi ducati 15 che soleva assegnare la detta Cappella “per maritaggio de poveri” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 015v-017v). 05.01.1653. Davanti al notaro comparivano Prospero Cepale di Policastro e Hyeronimo Poerio, padre di Innocentia Poerio, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detto Prospero e detta Innocentia. Il detto Hyeronimo prometteva a sua figlia “il Jus che li tocca de maritaggi del Pio monte di S.to Gregorio lasciato dal q.m Gregorio bruno a tempo, che li toccherà”, mentre il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento prometteva ducati 15 per il lascito del quondam Alessandro Circhione, che soleva fare detta Cappella ogni anno “quando li toccherà” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 002-003v). 03.02.1653. Davanti al notaro comparivano la vedova Catherina Suprano, madre di Anastasia Grosso “virginis in Capillo”, assieme a Joannes Dom.co Cavarretta de Masi, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detta Anastasia e detto Joannes Dom.co. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, prometteva ducati 15 che soleva assegnare per maritaggi detta Cappella per legato del quondam Alessandro Circhione (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 014-015v). 01.09.1653. Davanti al notaro comparivano Catharina Ponteri “Virgine in capillo” di Policastro e Dom.co Lombardo di Policastro, per la stipula dei capitoli relativi al loro matrimonio. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, per il legato lasciato dal quondam notaro Alessandro Circhione, prometteva ai futuri sposi lo jus dei maritaggi che soleva fare ogni anno la detta cappella, senza pregiudizio per coloro a cui era stato promesso prima (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 878, ff. 059-060). 08.06.1654. Davanti al notaro comparivano Joannes Vittorio de Mauro, padre di Ippolita de Mauro “Virginis in Capillo”, assieme a Thomaso Caruso, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detti Ippolita e Thomaso. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del “SS.”, prometteva ai futuri sposi “l’elemosina” che soleva dare la detta cappella (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 057-058v). 02.08.1654. Davanti al notaro comparivano da una parte, i coniugi Alfonso Vallone e Catarina de Martino e, dall’altra, Marco Tuscano della terra di Mesoraca, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detto Marco e Maria Venuto “Vergine in Capillo”. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del “SS.”, prometteva ducati 15, in relazione al lascito del quondam Alessandro Circhione (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 075-077v). 19.10.1654. Davanti al notaro comparivano la vedova Marta Converiati, madre di Elisabeth Rotella, assieme a Stephano Ven’incasa della terra di Cutro, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detti Elisabeth e Stephano. Il R. D. Parise Ganguzza, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, prometteva ai futuri sposi ducati 15 che soleva assegnare detta Cappella in relazione al legato lasciato dal quondam Alessandro Circhione (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 139-141). 01.04.1655. Davanti al notaro comparivano la vedova Francesca Traijna e suo figlio Andrea Schipano, rispettivamente madre e fratello di Catharina Schipano “Virginis in Capillo”, assieme ad Anbrosio Vercillo del casale di “Paterni” ma “habitante in montespinello”, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detti Catharina e Anbrosio. Pietro Curto, procuratore della cappella del “SS.”, prometteva ai futuri sposi i ducati 15 che soleva assegnare ogni anno detta cappella (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 064-065v). 31.10.1655. Davanti al notaro comparivano Joannes Parente di Policastro e la vedova Livia Castagnino, madre di Vittoria Lopinazzo, per la stipula dei capitoli relativi al matrimonio tra detti Vittoria e Joannes. Pietro Curto, procuratore della cappella del SS.mo Sacramento, in relazione al legato del quondam Circhiune, prometteva i ducati 15 che soleva assegnare annualmente detta cappella per il maritaggio di povere (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 179-180v).

[cxvi] Il pagamento annuale della quarta beneficiale all’arcivescovo di Santa Severina, da parte del parroco di San Nicola di Policastro, risulta documentato anche durante la prima metà del Seicento, come compare il 16 ottobre 1630 dall’“Introito di danari essatti dal Rev.do D. Marco Clarà delle rendite della Mensa Arciv.le”, quando “Il Paroco di Santo Nicola della Piazza di Policastro”, pagò i 3 ducati dovuti e come comapre relativamente alle annualità dei pagamenti degli anni 1654 e 1655. AASS, 035A.

[cxvii] Alla metà del Cinquecento, tra le entrate della chiesa arcivescovile risulta: “Rx.s Archipresbiter … policastri tenetur Comp(arere) personaliter Cum presente Carlenorum tribus d. 0.i.i0”. AASS, 18B.

[cxviii] Sinodo 1564: “R.dus Archipresb(ite)r cap(ito)lum et clerus terrae Policastri cum p(rese)nti carolenorum trium comparvit p(ro) eo et pro cap(ito)lo et solvit presb(iter)o”. Sinodo 1579: “R.s Archip(res)b(ite)r Clerus et Cap(ito)lum T(er)rae Policastri Cum Censu car(olenorum) trium”, comparvero l’arciprete e D. Joannes Pet.o Papaianni “pro Clero”, pagando d. 0.1.10. Sinodo 1581: “R.s Archipresb(ite)r Clerus, et Cap(ito)lum T(er)rae Policastri cum p(rese)nti carolenorum trium”, comparvero l’arciprete e D. Antonuccio Papasodero “pro Clero” e pagarono. Sinodo 1582: “R.s Archipresb(ite)r Cl. et Cap(ito)lum T(er)rae policastri Cum Censu Car.m trium”, comparve e pagò i tre carlini. Sinodo 1584: “Rev.s Archipresb. et clerus Polycastri Cum Censu Carolenorum Trium”, comparve. Sinodo 1587: “R.dus Archipresb. clerus et cap(ito)lum Terre Polycastri cum censu carolenorum trium”, comparve detto arciprete e pagò assieme con D. Joanne Thoma Caccurio “Comunerio”. Sinodo 1588: “R.s Archipresb. clerus et cap. Terrae Polycastri”, comparve e pagò carlini tre. Sinodo 1590: “Rev.s Archip. clerus et cap.lum Terrae Polycastri cum censu Car. trium” comparvero il R.do Hier.o Callea “Archip.” e D. Joannes Pet.o Crogliano “Comuneris”. Sinodo 1591: “R.dus Archipr.s clerus et cap(ito)lum T(er)rae Policastri cum censu carolenorum Trium”, comparve e pagò. Sinodo 1593: “L’Arciprete e clero di Polic.o col p(rese)nto di tre carlini”. Sinodo 1594: “L’Arcip.te et Clero di Polic.o col p(rese)nto di tre carlini” comparve e pagò. Sinodo 1595: “Il R.s Arcip(re)te et Clero di Polic.o con lo prisento di tre Carlini”, comparve e pagò. Sinodo 1596: “Il R.do Arcipreite et Clero di Polic.o con lo prisento di tre Carlinj”, pagò. Sinodo 1597. “R.s Archipresbyter et Clerus t(er)rae Policastri cum Cathedratico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1598: “R.s Archipresbyter et Clerus t(er)rae Policastri cum Cathedratico Carolenorum trium”. Sinodo 1600: “R.dus Archipresb(yte)r et Clerus terrae Policastri cum cathedratico carolenorum trium”, comparve. Sinodo 1601: “R.s Archipresb(yte)r T(er)rae Policastri cum cathedratico carolenorum trium”, comparve con tre carlini. Sinodo 1602: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri cum cathedratico carolenorum trium”, non comparve. Sinodo 1603: “R.dus Archipresbyter t(er)rae Policastri cum cathedratico carolenorum trium”, comparve. Sinodo 1604: “R.dus Archipresb(yte)r terrae Policastri cum cathedratico carolenorum trium” comparve. Sinodo 1605: “R.dus Archipresbiter terrae Policastri cum cathedratico carlenorum trium”, comparve. Sinodo 1606: “R.s Archip(res)b(ite)r t(er)rae Policastri cum cathedratico carulenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1607: “R.s Archipresbyter terrae Policastri et clero Cum Cathedratico Carlenorum trium”, comparvero e pagarono. Sinodo 1608: “R.s Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum Cathedratico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1609: “R.s Archipresbyter Terrae Policastri et clerus Cum Cathedratico Carlenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1610: “R.s Archipresbyter Terrae Policastri et clerus Cum Cathedratico Carlenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1611: “R.s Archipresbyter Terrae Policastri et clerus Cum Cathedratico Carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1612: “R.s Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum cathedratico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1613: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum cathedratico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1614: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum cathedratico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1615: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum cathedratico Carolenorum Trium”, comparve e pagò. Sinodo 1616: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus Cum Catedratico Carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1617: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum catredatico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1618: “R.dus Archipresbyter Terrae Policastri et clerus cum catredatico carolenorum trium”, “Comp.t cler.” e pagò. Sinodo 1619: “R.s Archipresbyter et clerus Terrae Policastri Cum Catredatico carolenorum trium”, comparve e pagò. Sinodo 1634: “Ex Policastro. R.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis – Comparvit Io. Paulus Blascus Archipresbyter et obtulit”, Scalise G.B. (a cura di), Siberene cit., p. 24 e sgg. Sinodo 1635: “Ex Policastro. R.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, offerti da Jo: Paulo Blasco archipresbitero. Sinodo 1636: “Ex Policastro. R.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, comparve il R.o Joannes Paulo Blasco archipresbitero ed offrì tre carlini. Sinodo 1637: “Ex Policastro. R.s Archipresbyter et Clerus cum tribus car.nis”, comparvero il R.o Joannes Paulo Blasco, archipresbitero, ed il presbytero Fran.co Gardo “Com.s”, ed offrirono tre carlini. Sinodo 1638: “Ex Policastro. R.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, comparvero il R.o Joannes Paulo Blasco archipresbitero ed il presbytero Fran.co Gardo “Com.s” ed offrirono tre carlini. Sinodo 1639: “Ex Policastro. R. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, il R.o archipresbitero Blasco offrì detti tre carlini. Sinodo 1640: “Ex Policastro. R. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, non comparvero. Sinodo 1642: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus Carolenis”, il Rev.o Jo: Paulo Blasco “modernus” archipresbitero comparve ed offrì . (26A, parte prima, foto 051). Sinodo 1643: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum Tribus Carolenis”, comparve e non offrì . Sinodo 1644: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus Carolenis”, comparve per esso e per detto Clero lo stesso con mandato. Sinodo 1645: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus Carolenis”, comparve l’archipresbitero Blasco ed offrì. Sinodo 1646: “Ex Policastro. Rev.s Archipresb.r et Clerus cum tribus Carolenis”, comparve per sé stesso ed offrì. Sinodo 1647: “Ex Policastro. Rev.s Archipresb.r et Clerus cum tribus carolenis”, comparve ed offrì l’archipresbyter Blasco. Sinodo 1648: “Ex Policastro. Rev.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, comparve ed offrì. Sinodo 1649: “Ex Policastro. R.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, per sé stesso il R.o Joannes Paulo Blasco. Sinodo 1651: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbiter et Clerus cum tribus carolenis”, per sé stesso offrì l’archipresbitero Joannes Paulo Blasco. Sinodo 1653: “Ex Policastro. Rev.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, il Rev.o Salvatore de Mayda “Comm.rius” offrì. Sinodo 1655: “Ex Policastro. R.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, comparve per sé stesso ed offrì. Sinodo 1656: “Ex Policastro. Rev.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis” comparve per sé stesso ed offrì. Sinodo 1658: “Ex Policastro. R.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”. Sinodo 1661: “Ex Policastro. R. Archipresbiter et Clerus cum tribus carolenis seu librae Cerae”, comparve ed offrì d. 0.1.10. Sinodo 1662: “Ex Policastro. Rev.s Archipresbyter et Clerus cum tribus carolenis”, comparve ed offrì tre carlini d. 0.1.10. Sinodo 1663: “Ex Policastro. Rev.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, non comparve e fu condannato alla terza parte dei frutti del suo beneficio, “jnst.e comparvit, et solvit d. 0.1.10”. Sinodo 1664: “Ex Policastro. Rev.s Archip.r et Clerus cum tribus carolenis”, comparve e pagò d. 0.1.10. AASS, 6A e 26A.

[cxix] “… nell’anno trent’otto del caduto centinaio che successe la sua rovina per quel terribil Terrimoto di tutta la Calabria, accaduto à 27 Marzo nella Domenica delle palme à 21 ora.” Mannarino F. A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi Policastro, 1721-1723.

[cxx] “… la notte seguente, verso le cinque in sei ore, da più orribile terremoto furono abbatute alcune Città, Terre e Castelli (…) Policastro città fu abbattuta dalle fondamenta”. Boca G., Luoghi sismici di Calabria, 1981, p. 220.

[cxxi] “… che Policastro per essere d’alto sito, ed arenoso, fosse il più danneggiato nella Comarca in trecento cinquanta tre tra Templi, Palaggi, e Case atterrati, secondo il Conto di Luzio Orsi.” Mannarino F. A., cit.

[cxxii] “… nell’anno mille seicento trent’otto sol nelle fabriche fu daneggiata in più di quaranta mila docati d’oro, il che appare dalla Relazione che nè fà l’Avvocato Fiscale della Regg.a Provinciale Audienza, delegato della Camera per tall’effetto, e da Sua Eccellenza di Napoli; per li quali danni, e rovine furno concesse à Cittadini cinque anni di franchezze …” Mannarino F. A., cit.

[cxxiii] “… nella parte orientale di detta Città demolita dal Tremuoto del 38.” Mannarino F. A., cit.

[cxxiv] AASS, 37A.

[cxxv] Pesavento A., Clero e società a Petilia Policastro dal Cinquecento al Settecento, www.archiviostoricocrotone.it

[cxxvi] AASS, 37A.

[cxxvii] “Die 20 m.s 9bris 1673 relaxatae fuerunt l(icte)rae Pat.les pro deput.ne Vicarii sive oeconomi Archipresbiteralis Ecc.ae Policastri in personam Rev.s Parochi D. Dom.ci Cepale.” AASS, 4D, fasc 3.

[cxxviii] “In Civitate Policastri est Ecc.a Archipresbyteralis sub titulo Sancti Nicolai Pontificis, quae tribus ab hinc Annis vacat propter tenuitatem reddituum, Curam Animarum exercet Vice Parochus, sed, Deo adiuvante, curabo, ut eidem Ecc.ae Archipresbyteralia uniatur alia Ecc.a Parochialis sub titulo Sancti Petri Apostoli dictae Civitatis; quae propter tenuitatem reddituun etiam vacat. Presbyteri simplices inserviunt dicte Ecc.ae in sollemnioribus diebus festivis tantum; Vivunt in Communi, et inter eos aequali parte distribuuntur onera, et stipendia Missarum pro fidelibus qui legaverunt. (…) Intus Ecc.am Archipresbyteralem est Cappella SS.mi Sacramenti, cui est annexa alia Confraternitas laicalis.” ASV, Rel. Lim. 1675.

[cxxix] AASS, 29A.

[cxxx] “È questa chiesa appunto situata dentro il Circulo della stessa Parocchia immediatamente Posta à mezzo giorno, à differenza dell’altra chiesa dell’Annunziata detta di Fuora, che diroccatasi l’anni passati proprio nel fine del caduto secolo con tutte le sue pertinenze per ordini di Monsig.r Berlingieri è stata mutata di sito, e dà sotto le mura della Città in bocca alla Porta della Città è stata trasportata nell’antica di Santa Maria delli Francesi, che smantellata tutta la vecchia, con nuovo è più bel modello refabricatasi da fondamenti, apparisce più vasta.” Mannarino F. A., cit.

[cxxxi] AASS, 011D fasc. 6.

[cxxxii] AASS, 72A.

[cxxxiii] Agosto 1697: “De parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai, loci Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus 50 duc., vac. per ob. Iacobi de Curtis, de mense Maii def., providetur Io. Francisco Scandale, pbro oriundo, approbato in concursu.” Russo F., Regesto IX, 47700.

[cxxxiv] Maggio 1709: “De parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, S. Nicolai, loci Policastro, S. Severinae dioc., vac. per ob. Ioannis Francisci Scandalis, de mense iulii praeteriti anni def., providetur Ioanni Paulo Grano, pbro.” Russo F., Regesto X, 51323.

[cxxxv] AASS, 011D fasc. 6.

[cxxxvi] AASS, 24B, fasc. 1.

[cxxxvii] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 200.

[cxxxviii] AASS, 24B, fasc. 1.

[cxxxix] Come risulta evidenziato in un breve di papa Pio VI del 10 settembre 1777, mediante cui fu elevata alla dignità di arciconfraternita: “Confraternitas SS. Sacramenti de anno MD in matrici ecclesia S. Nicolai de Platea oppidi Policastri, S. Severinae dioc., canonice, ut asseritur, erecta et subinde in ecclesia S. Francisci de Paula, eiusdem oppidi, translata, ob eius antiquitatem et bonorum operum exercitium, titulo Archiconfraternitas cum omnibus gratiis et privilegiis, decoratur.”. Russo F., Regesto XII, 67117. Il Sisca riferisce che la confraternita del “SS. Sacramento”, “fu aggregata all’Arciconfraternita del SS. Sacramento di S. Maria sopra Minerva in Roma, ad istanza dell’Arcivescovo Santoro”, informandoci che “Resistono ancora all’ingiuria del tempo due pergamene del 1577 in cui si elencano le indulgenze e i privilegi concessi dalla Primaria di S. Maria sopra Minerva alla nostra Arciconfraternita.”. Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 225.

[cxl] AASS, 011D fasc. 6.

[cxli] “In questa chiesa si è posta in piedi una arciconfraternità, cioè l’istessa antica del SS.mo Sacramento eretta nell’anno mille settecento, e quattordici in tempo del mio primo Corso Quaresimale, contribuendovi io le Patern’esortazioni dal Pulpito, à congregarsino con bella unione, e ferverosa Carità sotto il vesillo dell’altissimo umiliato nell’azzomi; e loro l’opra, mentre fur bastevole dette insinuazioni a movere gli animi de’ nobili inclinatissimi ad’opre di splendida Pietà; sicchè con felicissimo riuscimento si trova numerata di fratelli del primo Ceto, e dà loro insignemente beneficiata.” Mannarino F. A., cit.

[cxlii] AASS, 011D fasc. 6.

[cxliii] AASS, 24B, fasc. 1. “Confraternitas SS.mi Sacram.ti, seu Corporis Xpti erecta in dicta Ecclesia S(an)cti Francisci de Paula cum suis sacris, insignibus, et ministris.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1765.

[cxliv] “la Congregaz.ne del SS.mo Sacram.to ch’è Filiale dell’Arcipretura”, AASS, 086A.

[cxlv] Mannarino F. A., cit.

[cxlvi] Pesavento A., Clero e società a Petilia Policastro dal Cinquecento al Settecento, www.archiviostoricocrotone.it

[cxlvii] “Policastrum 2820 Animarum Parochi tres gubernant…”, ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1725.

[cxlviii] “Ai giorni nostri di questa chiesa (parrocchia di S.to Pietro nella chiesa di S.ta Caterina ndr.) non rimane che il ricordo in quanto abbattuti i ruderi, l’area è servita per ampliare il Palazzo Municipale con vari uffici. I grandi quadri di S. Pietro e della Vergine del Carmelo, con altri arredi sacri, erano stati portati alla Chiesa Matrice; l’artistico pulpito di noce intarsiato (e forse anche l’organo) alla chiesa di S. Francesco. Il titolo (solamente onorifico) di Abate, trasmesso dalla badia cistercense di S. Maria di Cardopiano al parroco di S. Pietro, è ora conferito all’arciprete «pro tempore»”. Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 201.

[cxlix] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 200.

[cl] AASS, 25A.

[cli] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991.

[clii] ASN, Catasto cit., ff. 70v-71.

[cliii] ASN, Catasto cit., f. 76.

[cliv] ASN, Catasto cit., f. 73v.

[clv] ASN, Catasto cit., f. 70.

[clvi] Nel documento sono elencati i beni stabili e non, sulla cui rendita si fondava il beneficio. “In prius Una Chiusa alborata di quercie, e Castagne nel luogo detto Gorrufi. Più un V(i)g(na)le alborato di Celzi neri sotto le Rupi di q.ta Città nel luogo detto l’Annunciata di fuori. Più un altro V(i)g(na)le alborato di Celzi neri nel luogo detto il Ringo. Più un V(i)g(na)le alborato di Celzi neri, ulive ed altri alberi fruttiferi nel luogo detto li Porcili. Più due altri V(i)g(na)li anche alborati di Celzi neri nel luogo detto le Scalille. Più due altri V(i)g(na)li alborati di Celzi neri ed altri alberi fruttiferi nel luogo detto le Scalille, li med.mi che comprò dalla Ved.a di Tomaso Ceraldi. Più quattro Castanitelli, cioè tre nel luogo detto Trentademone, altro nel luogo detto li Crocetti, uno delli q(ua)li è comune col R.do D. Salvat.e Maijda. Più un olivetello nel Terr.o delli Cotronei comprato da Salvadore Pascale, e poi venduto a Vespasiano Rizzuti, il q(ua)le del prezzo ne corrisponde annui carlini trent’uno, e mezzo. Più un Cap(ita)le di d.ti quindeci colla sua annualità di carlini quindeci sop.a le case di Vespasiano Vivacqua che present.e si possedono da Lucrezia Rizza vedova d’Ant.o Rizza. Più un’altro Cap(ita)le di d.ti cinque colla annualità di carlini cinque sop.a li beni si Salvad.e Grano Colletto, e Sorelle, quali ora si possedono da Gennajo Caruso. Più una Vigna nel luogo detto Catrivare. Più una casa palaziata con casaleno contiguo dove al p(rese)nte abbita il Comp.e. Più una vigna con terre adjacenti pervenuta dall’Eredità Paterna, e Materna, alberate d.e terre di quercie, di olive, nel luogo detto le Pianette. Più alcune terre nel luogo detto le Scalille pervenute come Sop.a. Più una chiusa nel Terr.o delli Cotronei pervenut’anche dall’Eredità come Sop.a, alberata di quercie, olive ed altri alberi fruttiferi, nomata S. Vennera. Più un pezzetto di terre entro il Terr.o di questa Città, nel luogo detto Cerratullo pervenuto dall’Eredità come Sop.a. Più una Camera, e mettà di casa, contigua un’all’altra con alto e bassi, e trappetto di fare oglio, pervenute dall’Eredità come Sop.a. Più un Vaso di Spezeria consistente in tanti Barattoli di Fajenza, lambicco di rame, e due mortari di bronzo a morte però del Mag:o Gio: Batt(ist)a Grossi germano F(rate)llo del Comp.e. Più un Credito di d.ti cinquanta sette deve conseguire il Comparente dall’Eredi del q:m D. Alfonzo Campitelli Seniore per tante messe celebrate nella sua Cappella. Più tutti l’altri beni, che si troveranno esistenti in tempo della morte del Comp.e, inclusi tutti li mobbili, grani pannam.ti, oro, danari, argenti, vini, ogli, ed ogn’altro che vi si trovasse. Finalm.e Capre al num.o di cento cinquanta, le med.e che presentem.e tiene in affitto Pietro La Vigna.” AASS, 24B, fasc. 1.

[clvii] Dalla copia dell’atto in questione, estratta dal suo originale dal notaro policastrese Leonardo Prospero, possiamo leggere che, il 5 giugno 1667, si erano costituiti presso il notaro Francesco Cerantonio, il presbitero Leonardo Riccio, procuratore della venerabile cappella di San Giacomo di Policastro da una parte, e dall’altra, il chierico coniugato Gio: Battista Grosso, Petro Joannes Rizia e Jo: Andrea Morano, tutti di Cotronei, agenti in solido. In tale occasione i beni oggetto dell’ipoteca risultavano così descritti. Gio: Battista Grossi, possedeva due chiuse arborate con sicomori, viti ed altri alberi fruttiferi, poste nel territorio di Cotronei. La prima nel luogo detto “Santa vennera”, la seconda nel luogo detto “lo catuso”. Egli possedeva anche un ortale arborato di sicomori, posto nel territorio di Cotronei “in loco ubi dicitur sotto la taverna”, ed una casa terranea posta nella terra di Cotronei. Pietro Giovanni Rizia possedeva una vigna posta in territorio di Cotronei “in loco ubi dicitur fontana”, mentre Gio: Andrea Morano possedeva una vigna posta in territorio di Cotronei “in loco ubi dicitur la carusa”, ed una continenza di case posta nella terra di Cotronei. AASS, 24B, fasc. 1.

[clviii] AASS, 24B, fasc. 1.

[clix] “… ex ultimis Calabriae Terraemotibus …”, ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1744. Russo F., Regesto XI, 60660, 60674. Scionti V., Galli P., Nuovi dati sulla sismicità della Calabria nei secoli del Viceregno, in Rogerius, anno VIII, N. 2 anno 2005, pp. 65-76.

[clx] 30 giugno 1747: “Archiep.o S. Severinae. Petro Ant.o Ferrari civ. Policastri, S. Severinae dioc., conceditur facultas aperiendi et retinendi fenestram corrispondentem in matrici ecclesia civ. de Policastro, pro cuius constructione et refectione, post terraemotum anni praecedentis, unam partem suae domus concessit, ut ipse et eius familia Sancti Sacrificii Missam audire possit, appositis tamen in ea cratibus lignae et ferrea et cum declaratione quod domus eius contigua immunitate ecclesiastica minime gaudeat.” Russo F., Regesto XI, 61570.

[clxi] AASS, 24B, fasc. 1.

[clxii] “Matricem Ecclesiam oppidi Policastri, à praeteritis pariter terrae quassationibus attritam, sollecitudo indeficiens sacerdotis D. Joannis Dominici de Martino Procuratoris jam defuncti, nedum instauravit, sed oppidani Populi frequentiae illam ampliando exaequavit, duobus novis sacellis plastico opere, lapideisque fornicibus, ornatis adauxit, novumque chorum testudinata, elegantique forma vel ab ipso extructum, stallis expolivit affabre elaboratis, adeo ut eniteat nunc in ea debitus decor domus Dei, ipsaque Caelesti Regi tanquam sponsa cernatur compte parata.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina., 1756.

[clxiii] Il 14 dicembre 1743, Benedetto XIV aveva concesso a Salvatore Maida, la dispensa per l’esercizio degli ordini, relativamente al “defectu” del dito pollice della sua mano sinistra. “14 dicembre 1743. Archiep.o S. Severinae. Pro Salvatore Maida, pbro terrae seu loci de Policastro, S. Severinae dioc., dispensatio super defectu digiti pollicis manus sinistrae, ad exercitium ordinum.” Russo F., Regesto XI, 60552.

[clxiv] “Ecclesia Matrix T(er)rae Policastri sub titulo S. Nicolai de Platea regitur circa curam Animarum pro districtu ad eam pertinente per R(everen)dum D. Salvatorem Mayda Archipresbyterum Curatum, et Caput totius Cleri Policastrensis, circa vero temporalia per sacerdotem quotannis deputandum à Clero, eo quia ad instar Collegialis regitur, et in ea conveniunt pro Sacris functionibus peragendis omnes de Clero, etiam Parochi, qui tantum sacramenta administrant suis respectivis plebibus in propria unusquisque Paroecia, sed prò solemnitatibus celebrandis ad Matricem cum aliis accedunt. Septem sunt Altaria in ea erecta praeter majus, in quo SS.ma asservatur Eucharistia, et fontem Baptismalem cum Sacris oleis.”. ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1765.

[clxv] Nel 1697, D. Dom.co Rocca e D. Ferrante Giordano, andavano a Santa Severina per assistere alla funzione della consacrazione “dell’ogli Santi” “quali serbono p(er) la Chiesa Parochiale”. Oli che gli erano consegnati dal R.do tesoriere di Santa Severina. AASS, 010D fasc. 5.

[clxvi] “Mons pietatis pro mutuanda pecunia quibuscumque indigentibus cum sola cautione pignorum. Fundatus per q.m R.dum D. Annibalem Callea, regitur per Administratores Eccl(esiati)cos à me eligendos. Mons pietatis pro Collocandis honestis puellis, et praecipue propinquioribus sanguine q.m Gregorio Bruno fundatori, regitur per Procuratorem à me eligendum.” ASV, Rel. Lim. Santa Severina, 1765.

[clxvii] “febbraio 1781. De parochiali archipresbyteratu nuncupato, oppidi Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus 24 duc., vac. per ob. Salvatoris Maida, de mense Maii anni praeteriti def., providetur Hieronimo Carvelli, pbro, I.U.D., in concursu approbato.” Russo F., Regesto XII, 67482.

[clxviii] Vivenzio G., Istoria e Teoria de Tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del 1783, Napoli 1783, p. 326.

[clxix] “Policastro, che fu in gran parte distrutta dal temuoto del dì 28 e il restante fu fracassato, ma non morì alcun cittadino”. De Leone A., Giornale e Notizie dè Tremuoti accaduti l’anno 1783 nella provincia di Catanzaro, 1783.

[clxx] AASS, 24B fasc. 3.

[clxxi] ASCZ, Cassa Sacra, Segreteria Pagana, Busta 50, fascicolo 784.

[clxxii] ASCZ, Cassa Sacra, Atti Vari 308/3.

[clxxiii] “Possiede un territorio alberato di quercie nel luogo detto L’Insarco, di circa tumulate otto confinante dalla parte inferiore colle terre delli Sig.ri Martino, e dalla parte sup.e colle terre delli Sig.ri Cajvano, e da di rendita cioè, Oggi che si ritrova dato in semina annui d. 9:00 Quando si da in erba annui d. 3:00 Tra fertile, ed infertile da d. 6:00. Vi sono le gliande le quali non sempre danno frutto, e si pagano annualm.e durante il p(rese)nte affitto ad un carlino il tumolo, e tra fertile, ed infertile giusta la carica donano annualm.e circa d. 1:00. Possiede un altro territorio aratorio nel luogo detto il Feudo Grande, sito entro il Feudo del Sig.r Principe della Rocca d’Aspidi, di circa tt.e tre, e tanto in semina che in erba dona di rendita annui d. 3:00. Possiede un altro pezzo di terra aratoria nel luogo detto la Salinara, confinante alle terre del Sig.r Mannarino dalla parte superiore, e dalla parte inferiore colle terre del Sig.r Portiglia, di capacità di tum.e tre circa, e tanto in semina, che in erba da di rendita annui d. 3:00. Più un altro pezzo di terra aratoria nello stesso luogo della Salinara, sito dentro le terre dello stesso Sig.r Mannarino, di circa tt.e due, e così in semina che in Erba dona di rendita annuale d. 1:50. Possiede un altro pezzo di terra aratoria nel luogo detto lo Salito, di tum.e due circa confine dalla parte superiore colle terre dette di S. Ant.o, e dalla parte inferiore colle terre della Camera Principale, e da di rendita, cioè Oggi che si è dato in erba d. 2:50 Dall’anno venturo che stà dato in semina da in grano tt.a 3 q: 2, in danaro d. 4:20 Tra fertile ed infertile da d. 3.35. Possiede tre altri vignali di terre aratorie nel luogo detto S. Elia, o sia Cropa della capacità di tt.e sei, confinanti dalla parte superiore colle terre del Sig.r Cantore Coco, e colle terre di S. Giacomo, e del Sig.r Rotella dalle parti laterali, da di rend.a cioè Oggi che stanno affittati in Erba d. 3:00 Quando si donano in semina d. 6:00 Tra fertile ed infertile donano d. 4:50. Ha parimenti il jus arandi nelle terre dette li Cursi di Ginò in territorio di Mesoraca, dalle quali terre, quando si seminano, tanto si percepisce quante tumulate se ne seminano alla raggione di un quarto per ogni tumulata di robba. In quattro anni altro non si è introitato, che solo tumula due di grano, e mezz.o tum.o di orzo, che in danaro sono docati 3:00. Enfiteusi. Diviso in anni quattro sono per ogni anno d. 00:75. Esigge dal Sig.r D. Carlo Tronca per Emfiteusi annuale sopra l’Aricella d. 04:60. Dal Sig.r D. Michelangelo Ferrari per Emfiteusi annuale sopra la Gabella di Campana d. 00:50. Dalli Sig.ri Scandale per Emfiteusi annuale sopra la Gabella delli Jeni d. 01.20. Sono in tutto d. 29:40 Decima e jussi di stola 36:00 totale 65:40. Possiede d.a Arcipretura un altro pezzetto di terra nel luogo detto Sabaristi sito entro la terra del Sig.r D. Michelangelo Ortale della capacità di tumolate tre, della quale in anni quattro, niente si è percepito dal presente Arcip.e anticam.e dava di rendita carlini diece annui. Possiede un altro pezzetto di terra nel luogo detto Attalione confine alle terre delli Sig.ri Cajvano per una parte, ed a quella del R.do Clero dall’altra, della capacità di tumolate tre, le quali da più tempo si sono ritrovate occupate, ed attualm.e niente si esigge; anticam.e davano di rendita annui carlini sette. Vi è poi un Abbadia annessa a d.a Arcipretura sotto il Titolo di S. Maria di Cardoplano, e possiede un Territorio alberato di castagne di circa tum.e quattro, la terra è libera, ed ogni cittadino può seminarla perché comune, e dalle castagne ne percepisce il d.o Arcip.e come Abbate annui d. 4:50.” AASS, 24B fasc. 3.

[clxxiv] AASS, 24B fasc. 3.

[clxxv] “dovrebbe anche la Menza esigere le quarte beneficiali da seg.ti Par.ci, ed Arcip.ti, ma si è sospesa l’esaz.ne, dovendosi liquidarese nell’assegnam.to della Congrua à Parrochi stessi fatta siano state loro tali quarte beneficiali bonificate” “Dall’Arcip.te di Policastro d. 9”. AASS, 82A.

[clxxvi] Le partite di censi assegnati all’arciprete di Policastro “dalla Cassa Sacra in oggi abbolita”, ascendevano a d. 46:18, mentre altri ducati 31:00, “furono assegnati sopra alcuni vignali propri della Parocchia di S. Pietro, unita all’Arcipretura” (AASS, 086A.): Da Bruno Donato, e per esso d’Antonino Caccuri di Policastro per canone “sopra li casaleni contigui alla chiesa di S. Fran.co”, oggi si pagano da Antonino Pace, annui d. 3:50; Da D. Ant.o Coco ed Elisab.a Pasquale per canone “sopra altri casaleni in d.o luogo” annui d. 1:50; Da Vito, figlio ed erede di Luca Ierardo per canone sul “casaleno nel luogo detto il Palazzo” annui d. 0:84; Da Paolo figlio ed erede di Dom.co Milea per canone “sopra un altro casaleno in d.o luogo” annui d. 1:24; Da Dom.co di Paola e per esso da Tomm.o Curto, per canone sopra “un altro casaleno in d.o luogo, oggi da D. Pietro Ierardo” annui d. 0:60; Da Fran.co Raymondi e per esso da Gaetano Gangale per canone “sopra un altro casaleno in d.o luogo” annui d. 0:60; Da Vittoria Rotella per canone sopra il vignale detto “Spinello” annui d. 2:10; Da Ant.o Madia per canone sopra “i celsi del Ringo” annui d. 5:40; dalla cappella di “S. Giacomo” per canone sopra “la destra del Mortilletto” annui d. 4:00; Da D. Carlo Tronca per capitale di ducati 200, annui d. 5:00; Dallo stesso per capitale di ducati 80, annui d. 4:00; Dallo stesso per capitale di ducati 35, annui d. 1:75; Da Onofrio Mannarino per capitale di ducati 20 “pagava 1:68 poi li fu bassato d.o censo, paga oggi” annui d. 1:00; Da D. Clemente Madia ed altri eredi di Angelo Madia per capitale di ducati 40, annui d. 2:00; Dal Sig. Antonino per capitale di ducati 90, annui d. 4:50; Dallo stesso per capitale di ducati 43, annui d. 2:15; “vignali liquidati dalla Cassa Sacra, propri della Parocchia di S. Pietro” annui  d. 31:00” (AASS, 24B fasc. 3).

[clxxvii] AASS, 086A.

[clxxviii] AASS, 24B fasc. 3.

[clxxix] Alcune di queste vendite sono ricordate anche dal Sisca: “Il 12 luglio 1791 D. Domenico Galati, di Belcastro, quale amministratore della Cassa Sacra, vendette al Sig. G. B. Portiglia due porzioni (40 tomolate) del fondo Volta di Leuci, appartenente alla Chiesa Madre (cappella del SS. Sacramento) per il prezzo di ducati 1233, grana 35, cavalli 6; più un vignale detto di Caputo (estensione tre tomolate) appartenente alla Confraternita del Sacramento per il prezzo di D.i 125.” “Il 9 aprile 1792, per rogito del notaro Caliò di Catanzaro, D. Michelangelo Ferrari” comprò alcuni fondi, tra cui “Cannarozza (porzione della Chiesa matrice) per ducati 17.29.” “Il 17 luglio 1795, per il medesimo Notaro, D. Antonio De Martino acquistò … la gabella Galioti della Chiesa Madre (o cappella del Sacramento) per ducati 2670; il sacerdote D. Pietro Carvelli comprò per ducati 815 la gabella di Cipparrone della medesima Chiesa e Confraternita.” Sisca D., Petilia Policastro, 1964, pp. 255-256.

[clxxx] “S. Cesario Gabella comune con la Chiesa Madre per la metà di q.o Luogo Pio, affittata a D. Leonardo Carvello per d. 75 che maturano in mulerà d. 37.50.” “Il Sud.o per annualità sop.a la Gabella d.a Volta di Leuci, venduta per ducati 1800, che tiene detto Luogo Pio comune colla Chiesa Madre per rata spettante a q.o sud.o Luogo Pio deve nel venturo Aprile d. 36.00.” AASS, 24B fasc. 3.

[clxxxi] AASS, 72A.

[clxxxii] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 257.

[clxxxiii] 27 settembre 1820: “Nicola Luchetta, I.U.D., archipresbytero terrae Cotronei, providetur de parochiali ecclesia, archipresbyteratu nuncupato, oppidi Policastri, S. Severinae dioc., cuius fructus 23 duc. cum incertis 60, vac. per ob. Hieronimi Carvelli, de mense novembri 1818 def.” Russo F., Regesto XIII, 71651. 02.02.1831: L’ “Arcp.e Curato” Niccolò Luchetta, certificava di trovarsi nel pacifico possesso della “Arcipretura Curata di Policastro sotto i titoli di S. Pietro Apostolo e S. Nicolò Pontefice” del Comune di Policastro, a tenore del real decreto dell’11.01.1820. AASS, 053A.

[clxxxiv] AASS, 24B fasc. 2.

[clxxxv] 8 marzo 1854. “Archiepiscopo S. Severinae. Francisco Carvelli, terrae Policastri, S. Severinae dioc., conceditur ad decennium administratio beneficii iurispatronatus suae familiae, ex rescripto Congr. Conc.” Russo F., Regesto XIV, 77744.

[clxxxvi] AASS, 24B fasc. 2.

[clxxxvii] “Chiesa Matrice. Dalla parte di nord-est a partir dalla porta Giudaica, la parte di sinistra scendendo su la rotabile che va Cutro fino al ponte di Tacina. Anche comprende la parte di sinistra seguendo la strada rotabile che mena a Mesoraca, fino a contrada Santo Francesco inclusive. Dal ponte di Tacina della strada rotabile (estremo limite) risalendo verso Nord, giunge all’altro ponte del detto fiume Tacina presso Cotronei. Di là, ritornando verso il paese, comprende tutte le contrade chiuse nei su detti limiti avvertendo che appartengono alla Chiesa matrice tutte quelle che si trovano dalla parte sinistra della rotabile fino al Ponte Gallina dove l’una e l’altra parte appartiene alla Chiesa Matrice.” AASS, 034B.

[clxxxviii] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, p. 247.

[clxxxix] AASS, 034B.

[cxc] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, pp. 199-200. La chiesa attuale è descritta da Filottete Rizza: Un patrimonio d’arte nella chiesa di Petilia, Il Crotonese n. 71/1998.

[cxci] Sisca D., Petilia Policastro, 1964, pp. 200.

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