L’abbazia di Calabro Maria ad Altilia

Sigillo Abbazia di Altilia

Sigillo dell’abbazia di Calabro Maria (Altilia).

La badia di Calabro Maria, detta anche della Vergine Maria de Calabro o di Altilia, situata in diocesi di Santa Severina, fu una delle più antiche ed importanti abbazie di rito greco esistenti nella vallata del Neto.

L’abbazia
Abbandonata ed andata in rovina, risorse alla fine dell’Undicesimo secolo per opera del vescovo di Cerenzia Polycronio, il quale col consenso del metropolita di Santa Severina Costantino, la riedificò e la ripristinò, reintroducendovi i monaci, e la dotò di molti beni. L’abbazia su istanza dello stesso vescovo fu confermata nei possessi e arricchita di privilegi da Ruggero Borsa, duca d’Italia, Calabria e Sicilia, il quale in Tropea il 31 maggio 6607 (1099) concesse il territorio silano di San Duca, libero da servitù e con ogni bene esistente, affinché i monaci potessero aprirvi un altro monastero. In seguito i beni dell’abbazia, su richiesta dello stesso Polycronio, furono confermati dal conte di Calabria e Sicilia Ruggero che in Santa Severina il primo giugno 6623 (1115) aggiunse 12 once annuali da riscuotere dalle saline di Neto, col solo peso per il monastero di versare tre libbre di cera alla chiesa di Santa Severina, e dal re Ruggero II che in Messina il 18 ottobre 6653 (1149), su esibizione dei privilegi del convento da parte del vescovo di Isola Tasimeus, confermava il tenimento di Sanduca e le dodici once sulle saline di Neto, già concessi dal duca Ruggero, dal metropolita di Santa Severina Costantino e dal conte Ruggero, e concedeva ai monaci di usare l’acqua del Neto per animare mulini, la giurisdizione sul casale Caria ed il libero pascolo nei tenimenti di Santa Severina e Roccabernarda per il proprio bestiame e per quello forestiero, che vi pascolasse per conto del monastero (1).
Sul finire del Dodicesimo secolo il monastero greco si unì ai florensi, sotto l’abate Gioacchino da Fiore, ma impoverito e distrutto poco dopo i monaci revocarono la precedente decisione e si diedero ai cistercensi di Santa Maria di Corazzo, dai quali avevano ricevuto ampia assistenza ed aiuto. Tale decisione ebbe l’assenso dell’arcivescovo di Santa Severina, in diocesi del quale si trovava il monastero, e nel gennaio 1206 del re Federico. Contro le pretese dei cistercensi i florensi chiesero l’aiuto del conte di Santa Severina Pietro il Guiscardo, signore del feudo dove era situato. Il conte sentenziò in loro favore, ma il decreto, essendo la sede arcivescovile vacante, trovò l’opposizione del capitolo, composto dai canonici di rito greco, che però dovettero recedere perché Petro Guiscardo li minacciò di togliere a loro le mogli, con cui erano legittimamente congiunti (2). Sorse allora una violenta lite tra florensi e cistercensi per il possesso dell’abbazia. La lite alla quale parteciparono anche personaggi influenti come il gran cancelliere del Regno di Sicilia Gualtiero Palearia, Giovanni di Salerno, legato apostolico e poi cardinale, e Guglielmo Capparone, capitano del Regno, fu portata in Roma e quindi rimessa dal papa Innocenzo III ai vescovi di Squillace e Martorano e all’abate della Sambucina Bernardo. Non trovando essi l’accordo fu richiamata dal papa, che il 31 agosto 1211 decretò a favore dei florensi, e con un breve diede incarico all’arcivescovo Luca Campano, al cantore e al decano di Cosenza di difenderlo dalle pretese dei cistercensi (3).
Seguiva nel 1216 un documento papale a favore dell’abate florense affinché potesse visitare il monastero Calabro- Maria, dandogli la facoltà di correggere i monaci sia nella mente che nelle membra con pieno potere (4). Sempre nell’ottobre dello stesso anno avvenne una permuta tra l’abate Matteo del monastero florense e quello di Calabro Maria. Il primo concedeva in prestito libri, arredi sacri e bestiame, ricevendo in cambio due campane, una pentola ed altro (5). I diritti dei florensi sull’abbazia di Calabro Maria furono confermati nel 1220 dall’imperatore Federico II (6) anche se una dipendenza piena avverrà solamente in seguito, infatti nel dicembre 1225 lo stesso imperatore su preghiera dell’abate Milo di S. Maria di Corazzo ne aveva confermato i privilegi e tra questi compare anche il possesso della chiesa di Santa Maria di Calabro Maria “cum tenimento et proventibus suis” (7).
L’abate florense potrà, oltre che visitare e correggere i monaci, scegliere e nominare l’abate di Calabro Maria che, avuto la conferma papale, gestirà il monastero e sarà tenuto a comparire nel giorno della festa dell’abbazia di S. Giovanni a prestare obbedienza ; egli sarà tenuto a presenziare anche nei sinodi convocati dall’arcivescovo di Santa Severina ed a esibire “obedientiam et offerenda jura cathedratici” (8).
Durante il periodo svevo i privilegi dell’abbazia furono confermati all’abate Riccardo dall’imperatore Federico II in Bologna nell’ottobre 1220 ed in Brindisi nel 1221 (9). Anche il papa Gregorio IX , il 22 luglio 1227 confermava all’abate ed ai monaci, presenti e futuri, ogni bene e diritto. Tra essi vi era il luogo stesso in cui il monastero era costruito, la chiesa di Santa Maria, la chiesa di S. …, la chiesa di S. Maria de hearum Sofronio, la chiesa di S. Nicola de Ar…, la chiesa di S. Nicola de Maurononiata con la grangia, il casale di Caria, le case e i casalini nella città di Santa Severina ecc., tutti con le loro pertinenze (10). Nei privilegi vengono continuamente richiamate le concessioni dei regnanti normanni sul vasto territorio silano di Sanduca, l’annua riscossione di 12 once d’oro dalle saline di Neto, la possibilità di edificare un mulino sul Neto ed il libero pascolo nei tenimenti di Santa Severina e Roccabernarda. La ripristinata abbazia si arricchì anche di alcuni fondi in diocesi di S. Severina (11) e di Crotone (12). Nei primi decenni angioini, come risulta dalle decime versate dall’abate per la Santa Sede, essa risulta abbastanza florida, comunque alla pari delle vicine di Sant’Angelo de Frigillo e di S.Giovanni in Fiore (13).

Altilia

L’abbazia di Altilia in un disegno conservato all’Archivio Arcivescovile di Santa Severina.

 

Dai Ruffo ai commendatari
I possessi saranno ampliati in età angioina da Pietro Ruffo, conte di Catanzaro, e dal figlio, il conte Giovanni, con la concessione del territorio detto di Neto o di Alimati, sito in tenimento di Roccabernarda. Nonostante la decadenza all’inizio del Quattricento la rendita annua del monastero era stimata ancora del valore di 20 ducati d’oro (14). Alimati verrà riconfermato successivamente da Herrichetta Ruffo “de Calabria”. La “Marchionessa Cotroni Dei gra. Catanzari ac Baroniarum Altavillae et Tabernae Domina”, “in castro nostrae civitatis Catanzarii”, il 25 giugno 1439 concedeva all’abate del monastero florense di Santa Maria de Calabro Maria, Benedetto de Teriolo, un territorio appartenente alla sua curia in territorio di Roccabernarda con l’onere da parte dell’abbazia di pagare ogni anno 15 tareni alla curia della terra di Roccabernarda nella festa della Beata Maria Vergine nel mese di agosto. Tale territorio, concesso in precedenza dai conti di Catanzaro, era stato mantenuto dal monastero fino al tempo della madre di Errichetta “D.na Margarita de Poytiers” e poi il monastero ne era stato privato (15).
Sempre allo stesso abate il re Alfonso d’Aragona, sceso in Calabria per stroncare la ribellione del marchese di Crotone Antonio Centelles, confermerà i privilegi ed i possessi dell’abbazia il 26 gennaio 1445, mentre assediava il castello di Crotone. Il sovrano quel giorno “in regiis felicibus castris prope civitatem Cutroni” aveva accolto la supplica di Benedictus, abate del monastero della Beata Maria de Calabro Maria di Altilia (16). Ai primi anni aragonesi risale una disputa sul diritto di nomina dell’abate tra il papa Nicolò V da una parte, che il 15 novembre 1451 aveva nominato abate commendatario Antonio de Genovisio, già vescovo di Martorano, e l’abate di S. Giovanni Jeronimo che, facendo leva sui diritti del monastero di S. Giovanni su quello di Calabro Maria, impose come abate il suo candidato, il monaco florense Enrico delo Moyo o Modio di Cropani. Il Genovisio dapprima sorretto dallo stesso re Alfonso, verrà in seguito allontanato per ordini dello stesso sovrano diretti all’arcivescovo di Santa Severina, al vicerè di Calabria Francesco di Siscar ed agli altri ufficiali della provincia. Il procuratore del Genovisio, il figlio Gabriele, sarà anzi perseguito con l’accusa di aver dilapidato i beni dell’abbazia (17).
Segue la conferma del tenimento di Sanduca fatta all’abate de Moyo da parte di re Ferdinendo, il quale al tempo della sua discesa in Calabria, il 2 ottobre 1459 presso il ponte del Crocchio, rinnoverà all’abate della badia di Altilia i privilegi già concessi dal padre Alfonso (18). Poco dopo sarà la volta dei privilegi concessi dai Ruffo, da parte del novello principe di Santa Severina Antonio Centelles. Il 21 aprile 1465 ormai vedovo “Antonius de Viginti Milles alias Centelles, Princeps Sancte Severine Marchio Cotroni Dei (gratia comes) Catanzarii et Bellicastri”, di passaggio per il monastero di Santa Maria di Altilia assieme al figlio primogenito Antonio e alle figlie, convalida al monastero il tenimento di Neto già concesso dal conte Petro Ruffo e dal figlio di costui Giovanni Ruffo e successivamente confermato dalla sua defunta “carissima consorte”, la marchesa di Crotone Enrichetta Ruffo, ed esenta l’abate Enrico de Moyo dal censo di tre ducati, che annualmente il monastero doveva pagare alla sua curia (19). Re Ferdinando, venuto meno il principe, all’inizio del 1466 accogliendo le richieste dell’università di S. Severina, riconoscerà i privilegi e le prerogative e le immunità del monastero (20) e farà presente all’arrendatore del sale che la Regia corte è obbligata ogni anno a versare al monastero 12 once d’oro sulle saline di Neto, in quanto esse sono dentro il territorio di Neto, che appartiene alla abbazia. Il re interverrà a favore del monastero anche nel 1471, quando riconoscerà tutte le concessioni fatte dai re Normanni, dall’imperatore Federico II e da re Alfonso e da una sentenza emanata dal vicerè di Calabria, che permetteva di fidare per l’erbaggi (21).
Risale al periodo aragonese l’introduzione dell’istituto della commenda. Enrico de Moyo, abate del monastero viene eletto nel 1483 arcivescovo di Santa Severina ma gli si dà la possibilità di trattenere il monastero. L’abate commendatario, eletto nella nuova carica, dovrà però versare un’annua pensione di 30 fiorini d’oro al familiare del papa, Quidone Lelio, traendola dai frutti, redditi e proventi dell’abbazia (22). Ad Enrico de Moyo seguirono altri abati commendatari: Carlo d’Aragona, Aloysio d’Aragona, Andrea de Valle, Ferdinando Branca, Antonio Sanseverino, Giovanni Domenico de Cupis, Mario Barracco, Rodolfo de Carpo ecc. (23). L’assegnazione delle entrate del monastero da parte dei papi ad abbati commendatari, quasi sempre chierici, cardinali, vescovi ecc. residenti lontano dall’abbazia ed il commercio della carica che ne seguì, con le liti e la corruzione ad esso legate, favorirono la rovina del monastero e dei suoi beni. Si assottigliò la parte lasciata ai monaci per il loro sostentamento e fu tolto all’abate claustrale o priore gran parte del suo potere. Gli abbati commendatari affittarono a speculatori l’abbazia, quest’ultimi affidarono l’amministrazione dei beni a procuratori, i quali si incaricarono di affittarli e di incamerarne le rendite (24). “Mancarno li monaci et per conseguenza il culto divino et l’habitazione e si rovinarno li stessi monasteri, fabriche et edificii per la multiplicità delli comendatarii si persero anco le scritture”. Alla metà del Cinquecento l’edificio claustrale era quasi distrutto ed abitato da un solo monaco (25). Tale situazione durò fino al 1577 quando il commendatario Tiberio Barracco, dando esecuzione alle bolle papali e alle costituzioni emanate dai papi Pio IV, Pio V, assegnò il monastero, la chiesa ed alcuni beni per “vitto, vestito, sustentatione” a quattro monaci ed ad un diacono (26).

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Santa Maria di Altilia.

 

La chiesa abbaziale
Alla metà del Cinquecento la chiesa di Altilia, che era parte del monastero, conservava ancora suppellettili sacre della metà del Quattrocento (27). Da una relazione dell’anno 1569 apprendiamo che le rendite del monastero, che fin dall’inizio del Cinquecento da florense era divenuto cistercense, si trovavano sequestrate. Per morte del cardinale Rodolfo de Carpo l’abbazia era stata concessa il 3 giugno 1564 in commenda dal papa Pio IV al cardinale Carlo Amulio ed erano stati incaricati di prenderne possesso l’arcivescovo Giovanni Battista Ursini, o il suo vicario, e l’arcidiacono di Santa Severina. Nel 1565 il commendatario, il cosentino Mario Barracco, veniva inquisito dalla Santa Inquisizione. Poco dopo per morte dell’Ursini subentrava sul soglio di Santa Severina, il 6 marzo 1566, Giulio Antonio Santoro. L’anno dopo l’abate Mario Barracco, sospettato di eresia, veniva condannato per definitiva sentenza emessa da 2 cardinali della Santa Inquisizione e per un triennio era sospeso dal comando e dalla amministrazione. Subentrava nella commenda l’arcivescovo di S. Severina Giulio Antonio Santoro, che era stato scelto da Alfonso Caraffa, arcivescovo di Napoli, come suo vicario generale e consigliere del Santo Uffizio dell’Inquisizione (28).
Amministratore dell’arcivescovo era nominato il vicario generale di S. Severina, Giovanni Francesco Modio, che aveva il compito di assegnare una certa parte delle entrate al commendatario, all’inquisizione ed ai poveri ed il rimanente doveva utilizzarlo sia per il sostentamento ed il vestiario dei monaci, sia per riparare gli edifici. Il visitatore tuttavia annotava che, pur essendo due anni che il vicario amministrava, non si era applicato alcun denaro nei restauri, sebbene il chiostro fosse distrutto, il dormitorio ed il capitolo rovinassero e la chiesa fosse scoperchiata in più parti (29). Evidentemente sollecitato, l’anno dopo (1570), il Modio procedeva ad alcuni interventi. Ne sono segno un contratto stipulato per la costruzione della sacrestia col mastro muratore Giovanni di Natale (30) e l’iscrizione su una campana, tuttora esistente, in cui compare il suo nome (31). L’anno seguente nell’ambito della riforma tridentina si cerca di rivitalizzare il monastero, ridando alla comunità una sua amministrazione economica. Così da parte del nuovo abate commendatario Tiberio Barracco di Cosenza (1577 ?- 1604) si tenta la rinascita della vita claustrale con l’assegnazione di alcuni beni che vanno a formare la mensa conventuale. I beni concessi ai monaci “per lor comodità et subsidio insieme con l’habitatione et edifitii et fabriche” erano nella maggior parte situati nelle vicinanze dell’abbazia : metà del bosco che la attorniava, la vicina gabella di Ardacuri, l’oliveto, il giardino, il vigneto, il frutteto, il pergolato e la sorgente. Oltre che su queste proprietà, i monaci potevano disporre della gabella a grano e pascolo di Alimati e di circa 50 ducati annui sulle saline di Neto, quest’ultimi di difficile riscossione. Rimanevano al commendatario le vaste tenute collinari e pianeggianti, situate in diocesi di Santa Severina e di Crotone, sulle quali grano e pascolo si alternavano, di Neto, La Menta, Caria, Mugunà, Caledusa, Santa Marinella, Brasimati, Santa Marina, Altiliella e Manca di cane ed inoltre la vasta baronia silana, adatta soprattutto per il pascolo, di Sanduca (32). Nel 1577 avviene la reintroduzione dei monaci il cui numero è fissato dal Barracco in 4 sacerdoti ed un converso. Sempre in quell’anno fu consegnato ai monaci il monastero, la chiesa ed i pochi ornamenti che ancora vi erano e furono dati alcuni beni per “vitto, vestito et sustentatione”. Si stabilì inoltre che le spese di riparazione della chiesa e della sacrestia sarebbero state sempre a carico dell’abate commendatario (33). Da un inventario compilato nel novembre 1579, era priore Benedetto Valente, si rileva che la chiesa aveva il campanile con una campana e vi era all’altare maggiore una Madonna con un tabernacolo. La chiesa era fornita di avanti altare, altaretto, quattro candelieri, due di ottone e due di legno, un incensiere d’ottone, un campanello, dei quadretti (con le figure della Madonna, di S. Francesco e di S. Antonio) due calici d’argento, alcune pianete, dei corporali, delle tuniche , una mitra dorata, delle tovaglie ecc. Davanti all’altare maggiore vi era un sepolcro ed a sinistra una porta (34).
Sempre a Tiberio Barracco si deve il ripopolamento del casale presso l’abazia, avvenuto nei primi anni di commenda con Albanesi e la concessione di capitoli “a li vassalli che sono venuti e che verranno ad habitare nel territorio e casale di d.a abbadia” che comprendevano tra l’altro la concessione del pascolo nell’altra metà del bosco vicino all’abbazia, di alcuni terreni per seminare ed il suo interessamento per ottenere dai monaci l’oliveto. In cambio i nuovi coloni si obbligarono a fornire gratis una giornata di lavoro con le loro bestie, a versare ogni anno due carlini ed una gallina per casalinatico, a pagare la decima sul bestiame e sul raccolto, a dare un carlino per ogni nuovo vitello, a prestare una giornata all’anno per la manutenzione del mulino, dove macineranno il loro grano , pagando “la giusta ragione”,ecc. Inoltre essi promisero di edificare la cappella e mantenere il cappellano a loro spese (35), promessa che tuttavia non sarà mantenuta, in quanto la chiesa del monastero rimarrà per molto tempo la chiesa del casale. Dopo avere il 15 luglio 1581 fatto trascrivere i privilegi dell’abbazia, nel maggio successivo il commendatario fece compilare una platea con i redditi, censi ed entrate di ogni bene dell’abbazia. Da essa risulta che di alcuni terreni si era persa la memoria, mentre altri erano stati di recente usurpati. Soprattutto parte della gabella “Manca di Cane”, alberata di querce e situata tra Crotone e Papanice, era stata trasformata in possessioni e vigne. Gli occupatori avevano proceduto alla rottura dei termini, avevano poi circondato il terreno usurpato con siepi e fossi nuovi e l’avevano zappato, costruendovi anche una casa ed una torre (36).
Alla fine del Cinquecento Altilia era un piccolo casale di circa 60 abitanti, la sua chiesa era quella della badia di S. Maria di Altilia, presso la quale si teneva mercato, e la cura delle anime era “commissa” ad un prete della Roccabernarda (37). I monaci avevano già iniziato ad avere una amministrazione economica distinta (38). All’inizio del Seicento per rendere esecutive le bolle in precedenza emanate dai papi Sisto V e Gregorio XIV che tendevano a dare maggiore vitalità ai monasteri, l’abate commendatario che poteva vantare su entrate superiori ai mille ducati annui (39), procedeva ad una netta separazione della mensa conventuale da quella del commendatario, così il priore ed i monaci potranno usufruire di un più comodo sostentamento e si potrà riportare la disciplina religiosa. Nel 1601 i Cistercensi introducono la riforma e l’osservanza della regola nell’abbazia ed il commendatario Tiberio Barracco per conservarla e promuoverla aumenta la mensa conventuale aggiungendo altri beni e terreni a quelli già dati, tra i quali il vasto pascolo di Sanduca e la possibilità per i monaci di usare gratuitamente il suo mulino. Così sollevati da ogni preoccupazione temporale i monaci potranno dedicarsi interamente al sacro senza andare in cerca di mendicare il cibo (40). L’assegnazione del commendatario verrà confermata con un breve da Clemente VIII due anni dopo (41). E’ di questi anni la donazione della seconda campana, nota come la campana del brigante, che è datata 1606 e porta il nome del donatore, un affittuario dei beni dell’abbazia, Marcello Barracco o Baracca (42).

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Santa Maria di Altilia.

 

Mensa conventuale e mensa dell’abate commendatario
Durante la prima metà del Seicento la mensa conventuale si arricchì di “beni, emolumenti e animali”, sia per donazione di benefattori (43) sia per acquisto fatto dai monaci (44). Furono acquisite nuove proprietà non solo presso il monastero (un orto, delle vigne, molte case del casale, delle grotte per uso di capre, dei censi ecc.) ma anche a Mesoraca (mezza casa), a Roccabernarda (una casa palaziata e un vignale) ed a Montespinello (una chiusa).
I monaci svilupparono in special modo l’allevamento costituendo una mandria di oltre cento bovini, un gregge di trecento capre, numerosi maiali ed “animali di casa”. A queste rendite si aggiunsero quelle provenienti “per la fronda delli gelsi”, dai lasciti per funerali, messe ed altre elemosine, dagli interessi su un prestito concesso all’università del casale, che essendo abitato da “contadini poveri che vivono con le loro fatiche”, era spesso inadempiente verso il fisco, ecc. Così oltre al priore ed ai monaci prefissati il monastero manteneva alcuni vaccai, un massaro, dei garzoni e dei servi. Spesso dava alloggio e vitto a “operarii” e forestieri, sia religiosi che secolari, i quali “mangiano del medesimo pane che si fa da essi monaci nel monastero e bevono del medesimo vino”(45).
Lo sviluppo economico del monastero portò con sé quello del suo casale, che in pochi decenni raggiunse una popolazione di oltre trecento abitanti. I nuovi vassalli ottennero dall’abate commendatario l’uso del suolo su cui costruirono le loro povere abitazioni e l’affitto di alcuni terreni da coltivare.
Se durante il Seicento la mensa conventuale si incrementò, i beni del monastero rimasero pressoché inalterati. Infatti anche se sul finire del secolo furono acquistati una difesa ed alcuni territori in Sila (46) tuttavia il quadro economico non mutò anzi cominciò il declino, sia per la crisi economica dovuta alle pestilenze e ai raccolti scarsi, sia per le continue usurpazioni che dettero origine a lunghe liti, sia perché i monaci, vedendo che i loro terreni rimanevano incolti ed improduttivi, ne concessero parte in enfiteusi. Durante il Seicento furono abbati commendatari i cardinali Iacopo Sannesio (1604 – 1626), Bernardino Spada (1626 – 1654) e Fabrizio Spada (1654 – 1702 ?). L’abbazia con tutti i suoi beni, frutti , rendite, giurisdizioni, fabriche, corpi, territori, vigne, boschi, erbaggi, scannaggi, fide , diffide, immunità, privilegi, potestà, autorità e specialmente con la giurisdizione sopra tutti gli abitanti della terra di Altilia, di solito veniva affittata dai commendatari ad ogni uso per tre anni rinnovabili per ducati 1300 all’anno. L’affitto iniziava nel mese di settembre mentre il pagamento avveniva in Napoli in carlini d’argento in due rate annuali uguali : una nella terza domenica di maggio e l’altra l’otto settembre. Colui che prendeva in fitto l’abbazia, che di solito era un ricco possidente locale, o suo prestanome, si obbligava a tenere i beni con la cura che riservava per i propri “diligentemente trattarli conservarli difenderli e governarli di tutto il necessario e bisognevole” in modo che andassero sempre in aumento e non in detrimento. Soprattutto per nessuna ragione si dovevano tagliare, o permettere che si tagliassero, le querce e gli alberi da frutto (47). A loro volta coloro che avevano preso in fitto l’abbazia, subaffittavano, specie a coloni del casale o a mandriani dei paesi silani, parte dei terreni a pascolo ed a semina. Così alla metà del Seicento, al tempo dell’abate Bernardino Spada, l’abbazia era stata affittata a Giuseppe Mancini, il quale a sua volta aveva subaffittato parte dei terreni per il pascolo al barone di Caccuri e parte a semina ad abitanti di Altilia.
Al tempo dei commendatari Spada i vassalli dovevano pagare la decima sulle pecore, le capre ed i porci che allevavano e per ogni vitello che nasceva dovevano sborsare un carlino. Inoltre erano costretti a rifornire di paglia e legna l’abate commendatario o il suo rappresentante. Quelli che possedevano buoi dovevano lavorare con le loro bestie per una giornata all’anno gratuitamente mentre l’altra giornata annuale di lavoro e la gallina , dovute per casalinaggio, erano state commutate in carlini sei all’anno, che ciascuna delle 311 “bocche” dei 59 capi famiglia di cui era composto il casale, doveva versare nel mese di agosto al commendatario in segno di riconoscimento. Se i vassalli dovevano sopportare tutti questi pesi, l’unico onere che aveva l’abate commendatario era quello di versare ogni anno al seminario di Santa Severina ducati trenta, i quali di solito erano anticipati dall’affittuario dell’abbazia che poi se li scontava. Il monastero risentì della crisi economica che si sviluppò alla metà del Seicento. Allora le sue entrate diminuirono e furono affittate a prezzo inferiore (48).
Il priore ed i monaci parte gestivano in proprio le proprietà, mettendole a semina o facendovi pascolare i loro animali, parte le affittavano a semina o ad pascolo, riservandosi in quest’ultimo caso la condizione di pascolo per gli animali del monastero (49). Alcuni terreni piantati a vigna e l’oliveto erano stati concessi ad abitanti del casale, previo assenso apostolico, i quali pagavano perciò un censo annuo. I monaci, specie tramite i lasciti testamentari per messe in suffragio, erano divenuti proprietari di molte case del casale che locavano, affittavano alcune grotte per le capre e possedevano numerosi maiali e capre che affittavano. Essi esercitavano la cura su alcuni giardini e vigne vicine al monastero ed erano soliti “fare massaria seu l’arte del campo” in alcune gabelle. Il grano, il vino ecc. che ricavavano di solito non era mai sufficiente per il completo sostentamento “della fameglia e dell’operarii allogi di forastieri così religiosi come secolari et anco elemosina”. Vendevano il “cascio che suole accasare”, il sale “che si dona a religiosi dalla Maesta Cattolica” ed a volte anche parte del loro grano. Molto grano dato in prestito ai coloni a causa delle cattive annate, delle carestie, dei “travagli et altre angarie” non era più rientrato, in quanto i debitori non erano stati capaci di soddisfare agli obblighi. Con le entrate provenienti sia dalla loro attività, sia dagli affitti dei terreni che da altri introiti (censi sulla salina di Neto, su case, su terreni, su capitali; esercizio dei diritti di “portello” e di “cornata”ecc.), si doveva fornire il vestiario ai religiosi, ai servi, ai garzoni, ai massari e ai vaccai ; procurare il “cascio, oglio, vino” ecc. sia alla comunità monacale sia agli addetti al lavoro nei campi e alla cura del bestiame ; quest’ultimo era di solito custodito da capimandra di S. Giovanni in Fiore o dei casali cosentini (50). Molti ducati erano stati spesi per riparare le fabbriche del monastero e si era anche costruito una nuova cisterna, un refettorio, una cucina ed altre stanze.
Inoltre si dovevano celebrare le messe in suffragio dei benefattori (51) e quella in ricordo del commendatario Tiberio Barracco, rifornire la sacristia, pagare le medicine, il barbiere, la lavandaia, far fronte alle spese straordinarie di biancherie, mobili, utensili per la cucina ed il forno, riparare gli utensili da lavoro e le botti, acquistare l’orzo per nutrire gli animali di casa, pagare i pesi fiscali e le contribuzioni annue (al presidente della congregazione, al procuratore generale dell’ordine, alla corte di Roccabernarda) ecc.
Nel casale che aveva un territorio composto da alcune gabelle (Menta, Neto, Caria, Bosco ecc.) di solito risiedeva l’erario degli affittatori dell’abbazia, che spesso accumulava anche la carica di sindaco. L’abate commendatario al quale spettava la giurisdizione sul casale vi teneva il suo governatore che amministrava la giustizia civile, criminale e mista eccetto che nei casi di morte per uccisione e mutilazione di membra che spettavano al principe di Roccabernarda ed al suo governatore (52).
Le proprietà del monastero furono al centro di liti ed usurpazioni. Già Paolo V nel gennaio 1605 aveva accolto una richiesta dell’abate commendatario Sannesio. Quest’ultimo facendo presente che il monastero era stato amministrato da “poveri preti”, buona parte dei beni erano stati occupati. Chiedeva perciò l’invio di un breve papale, simile a quello inviato nel 1601 da Clemente VIII al monastero di S. Giovanni, così lui ed il priore potevano recuperarli (53). Per la stessa ragione interverrà alcuni anni dopo Urbano VIII a favore del successivo abate commendatario, il cardinale Bernardino Spada (54).

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Altilia di Santa Severina (KR), palazzo Barracco.

 

Dispute seicentesche
Numerose liti videro fronteggiarsi abati e priori con i vicini feudatari e abitanti. Nell’agosto 1609 il priore Mario Riccio protestava contro alcuni uomini di Caccuri, i quali, col pretesto di pescare, avevano deviato le acque del Neto, creando danni ai beni dell’abbazia. Tre anni dopo (1612) doveva intervenire il vescovo di Catanzaro per dirimere con una sentenza le controversie insorte tra l’arcivescovo di Santa Severina, Alfonso Pisani, da una parte ed il priore dell’abbazia ed il commendatario, il cardinale Sannesio, dall’altra. Pochi anni dopo nell’inverno del 1622 il fiume Neto mutava corso, così alcune gabelle dell’abbazia finirono dalla parte del territorio di Caccuri, alimentando i conflitti con barone Gio. Battista Cimino. In quell’anno Marcello Barracco, che aveva affittato l’abbazia, fece pascolare le sue vacche nelle “Volte di Neto”, ma ne fu impedito dal cognato del barone. Dovette intervenire il priore che, sollecitato un breve apostolico, minacciò la scomunica a chi impediva il pascolo al Barracco. Due anni dopo, nel luglio 1624, il barone otteneva un mandato dalla Regia Udienza di Catanzaro che gli permetteva di poter carcerare due coloni, che gli dovevano del grano. Inviato il mastrogiurato con due servi armati di scopette, focili e storte, vengono catturati i morosi nel territorio abbaziale di Neto e rinchiusi nel carcere criminale del castello di Caccuri. Il priore Stefano Bruno subito interviene protestando perché è stata violata la giurisdizione ed i privilegi dell’abbazia. Nel novembre 1640 è aperta un’inchiesta per l’uccisione di una vacca del monastero, avvenuta nel bosco presso la chiesa della salina, con un colpo di archibugio sparato dal forgiaro Andrea Morano. Nel 1649 è la volta dei frati agostiniani di Belvedere Malapezza. Fra Benigno, suddiacono del monastero, è mandato dall’abate a portare un’intimazione ai due agostiniani di S. Maria della Grazia di Belvedere Malapezza. L’abate li denuncia come perturbatori della sua giurisdizione, di aver percosso i suoi servi e portato via gli animali dell’abbazia. Ricevuta l’intimazione i frati la stracciarono e con il concorso di altri abitanti bastonarono brutalmente fra Benigno proprio davanti alla chiesa. Furono perciò scomunicati.
Nel 1651 il priore Gregorio Ricciuto chiede l’intervento papale contro il baglivo di Policastro, il quale “perturba” la giurisdizione del monastero sul territorio di San Duca. Il baglivo tra l’altro aveva imprigionato 14 vacche di Andrea Scanello vicino alla torre dei Di Chiara in territorio di Trepidò, appartenente all’abbazia, ed aveva estorto denaro per liberarle. L’anno dopo lo stesso priore interviene contro il mastrogiurato ed il baglivo di Roccabernarda che hanno incarcerato alcuni porci e puledri nel territorio delle Volte di Neto, sempre appartenente all’abbazia.
Nel settembre 1662 l’università di Santa Severina protesta perché senza chiedere l’autorizzazione una ventina di abitanti di Altilia hanno piantato vigne sul suo territorio e soprattutto non pagando mai la bonatenenza. Chiede perciò che si sequestrino tanto le proprietà quanto i frutti delle vigne, fino al totale pagamento delle somme dovute. Di rimando l’abate commendatario Fabrizio Spada si rivolge alla Gran Corte della Vicaria perché prima il duca di Santa Severina Gio. Andrea Sculco fa prendere le giumente del monastero, che pascolavano in territorio d’Altilia, e le incarcera a Santa Severina, poi nella notte del 25 maggio 1668 manda una cinquantina di uomini armati “con zaffiori, archibugi e cortelle a modo di banditi”, i quali usando violenza entrano nella vaccarizza di Neto dell’abbazia e portano via tutte le “bacche figliate, capre, giumente e bovi” e se li portano nei fossi di Santa Severina. Il cardinale chiede pertanto che siano puniti sia il mandante che i protagonisti del misfatto, in quanto “non è bene che passino li delinquenti impuniti”, specie trattandosi di beni della chiesa. L’anno dopo su sollecito del cardinale, a salvaguardia della mensa abbaziale, interviene l’arcivescovo di Santa Severina, Francesco Falabella, il quale riprende aspramente alcuni pecorai, che spinti dal duca e dal baglivo di Santa Severina, hanno pascolato per tre giorni nelle Serre, come se fossero terre comuni, cioè vi fosse lecito il pascolo per loro al pari dell’affittuari del corso. Dopo il richiamo energico dell’arcivescovo i pecorai non solo dichiarano che non entreranno più a pascolare nelle Serre, se non dopo che saranno sbarrati i pascoli, ma pagheranno il danno causato da tre giorni di pascolo abusivo. Nel 1671 sorse una controversia sulla giurisdizione civile e criminale del casale con la corte di Roccabernarda. Il feudatario di Roccabernarda, il principe della Rocca, aveva solo la giurisdizione criminale, che riguardava i casi di omicidio e di mutilazione di membri, mentre la rottura di strade spettava alla Regia Udienza di Catanzaro. Nonostante ciò il capitano di Roccabernarda aveva mandato più volte i suoi sgherri a carcerare uomini del casale per motivi fiscali ed a fare “transazioni seu composte”. Nel 1676 molti abitanti abbandonarono il casale e, sia in quell’anno che nel successivo, non affittarono a semina la gabella di Neto che così inselvatichì. La causa fu che l’affittuario del casale, Tommaso Massacaro, introducendo alcuni abusi, pretese di esigere il diritto di spica. Sempre il Massacaro è accusato di aver permesso che si tagliassero nel territorio dell’abbazia alcune querce ed altri alberi fruttiferi, arrecando danno al patrimonio abbaziale. Nel gennaio 1681 sorse una disputa tra i monaci e la mensa arcivescovile di Santa Severina, vertente sul fatto se l’arcivescovo, possessore del corso di Casalnuovo, aveva il diritto di far camera chiusa tutti i territori che vi erano all’interno, compreso il territorio di Ardacuri che era dei monaci, e se quando il corso veniva affittato, gli affittuari conservavano tale diritto. Inoltre era conteso il fatto se il territorio di Ardacuri fosse di natura sua camera chiusa, ossia fosse solito sbarrarsi prima di gennaio. Nel giugno 1693 il vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina, sollecitato dai monaci, interveniva contro coloro che attentavano ai diritti sul territorio o difesa di San Duca. Il monastero infatti aveva il diritto di fida e disfida degli animali di qualsiasi genere che vi pascolavano, esigeva l’affitto dai forni della pece, che vi si fabbricavano, ed inoltre il terraggio dai seminati, che si raccoglievano (55).

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Santa Maria di Altilia.

 

Vicende degli edifici
Il monastero e la chiesa subirono danni dal terremoto del 1638, che causò una profonda voragine nell’abbazia (56) ma fu ben presto ripristinata come risulta da una relazione della metà del Seicento. Sovrastante il casale, abitato dai suoi vassalli, il monastero era distante da esso circa un tiro di pietra. Tutto circondato da muri, aveva un chiostro “quatriangolato con suo pavimento”, la cantina, il forno, dei magazzini ed altre stanze, usate per dispensa ed altro. In mezzo al chiostro vi era la nuova cisterna e nella parte superiore erano situati i due dormitori composti da dieci camere per i monaci. Vi erano inoltre il nuovo refettorio, la cucina ed alcune stanze, costruite di recente, usate per dispensa, officine ed altro. “Have la chiesa il titolo et invocatione di S.ta M.a di Altilia et di nuova struttura cioè di longhezza ben proportionata con una sola ala lateritia vi è il soffitto ordinario di tavole e l’ala è coverta solamente di tegole senza soffitto. Vi è il coro anco ordinario et la sacrestia attaccata al coro la quale è un poco angusta et continuamente in d.a chiesa si celebrano li divini officii et si canta la messa conventuale conforme l’uso della religione et dentro di essa chiesa vi sono cinque cappelle nelle quali si celebra (57). Essa era anche ricca di molte reliquie tra le quali spiccavano “una costa di S. Lorenzo Martire, un pezzo di osso di S. Basilio, di S. Senatore e Cassatore e Dominatore, di S. Pancratio, di S. Sebastiano, di S. Trifone e di altri santi” (58). Per tutto il Seicento e fino alla metà dei Settecento la chiesa dell’abbazia rimarrà l’unica chiesa di Altilia. La mancanza di una parrocchiale era dovuta, secondo gli arcivescovi di Santa Severina, alla povertà dei pochi abitanti. Così la cura delle anime sarà esercitata da un vice parroco o economo scelto dall’arcivescovo, che celebrerà ed amministrerà i sacramenti per i parrocchiani nella chiesa del monastero, dove c’era la fonte battesimale (59).
La chiesa verrà nuovamente ripristinata alla metà del Settecento, come risulta dalla data 1750 sul portale, perché probabilmente scossa dal terremoto del 1744.
Sempre in questi anni della metà del Settecento grazie anche all’aumento della popolazione (60), tra il 1744 (61) ed il 1763, nell’abitato di Altilia verrà costruita una piccola chiesa parrocchiale dedicata a San Tommaso d’Aquino. Così si esprime in una relazione l’arcivescovo di S. Severina Antonio Ganini (1763 – 1795) : Ad Altilia c’è un’unica chiesa parrocchiale, eretta e fondata dal fu reverendo Tommaso Richetta, primo curato della stessa, con la dote dell’assegnazione è retta dal reverendo Gabriele Alessio, vicario curato destinato dal mio predecessore Giovanni Pignatelli (1759 -1763). Titolare è Tommaso d’Aquino. C’è un unico altare sotto lo stesso titolo nel quale l’economo addetto alla cura esercita e celebra le messe quotidiane ed in esso c’è la SS.ma Eucarestia. Parimenti c’è la fonte battesimale ed i sacri oli. Fuori mura e proprio nelle regie saline si trova la cappella di B. M. delle Grazie nella quale si celebra ogni giorno di festa e di domenica dal cappellano scelto dai ministri delle dette saline e dagli stessi si provvede del necessario (62).

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Santa Maria di Altilia.

 

Vita economica del Monastero nel Settecento
Durante il Settecento furono abbati commendatari i cardinali Spada, Giambattista Salerno, Francesco Antonio Fini e il vescovo di Antinopoli Carmine Cioffi. Liti secolari ebbero per protagonisti i commendatari come quella contro i feudatari ed alcuni vassalli di Caccuri. La lite, accesasi già all’inizio del Seicento al tempo del commendatario Sannesio e del barone Giambattista Cimino (63) , era ripresa e vertente ancora in Regio Consilio alla metà del Settecento tra il commendatario Cioffi ed il duca di Caccuri Cavalcante (64). Numerosi processi videro fronteggiarsi il monastero da una parte ed i feudatari, i loro governatori, le università ecc. dall’altra. Vertenze sorsero per l’usurpazione e per i confini di Sanduca (65) e del territorio su cui sorgeva l’abbazia, per l’uccisione o la carcerazione di animali, per il taglio o l’incendio doloso dei pini e di altri alberi, contro coloro che rubavano il legname per fare la pece nera, per l’occupazione di terre del monastero o sconfinamenti (66). Liti sorsero tra Luca Meluso, partitario di pece del monastero e Giuseppe Secreti, partitario di pece della regia Sila ; altre con Giovanbattista Filomarino, feudatario di Roccabernarda, possessore anche della giurisdizione criminale del casale di Altilia (67), il quale non riconosceva il diritto di sbarro e la promiscuità tra i terreni di Altilia ed di Roccabernarda (68). Sempre il Filomarino faceva esigere dai baglivi di Roccabernarda il diritto di pagliaratico sopra tutte le mandrie, che pascolavano sul territorio compreso tra i fiumi Tacina e Neto, e quindi anche su quelle dell’abbazia, diritto che invano gli abbati contestavano. Spesso venivano sollecitati i governatori delle vicine terre ad intervenire contro i debitori del monastero, altre volte scomuniche colpirono chi tagliava gli alberi o incarcerava animali nei territori dell’abbazia. Alcune terre con vari pretesti furono alienate (69), altre situate presso la salina di Neto persero di valore perché le querce “sogliono giornalmente devastarsi dai forestieri nella salina” ; i cui “travagliatori” erano inoltre soliti portarvi a pascolare il loro bestiame (70). Di certe i monaci persero il controllo, come di buona parte dell’antica baronia di Sanduca dell’estensione di 3000 tomolate, di cui 1750 fertili, che fu concessa in enfiteusi. I nuovi proprietari si impegnarono a pagare un censo perpetuo ai monaci, che annualmente assommava complessivamente a circa 20 ducati. Così ai monaci rimasero sulle difese di Tassito, Caprara, Caprarella e Trepidò Sottano (71) solo il ius picis ed il ius granetterie (72). Il mulino che era stato costruito nella gabella “Radicchia”, per mancanza di acqua sufficiente fu abbandonato (73).

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Santa Maria di Altilia, particolare dell’altare.

 

La fine del monastero e dei suoi beni
Il monastero e la chiesa dei Cistercensi ed alcune case del casale furono lesionati dal terremoto del 1783 (74) che determinò anche, l’anno dopo, la soppressione del monastero, che era abitato da sette monaci cistercensi. I beni furono gestiti dalla Cassa Sacra. Esso conservava ancora quasi tutti i suoi antichi e vasti possessi fondiari, che continuarono ad essere affittati: quelli a giardino e pascolo in denaro, gli altri a semina con pagamento in “grano bianco” o in “grano germano”. Tra gli immobili, oltre all’edificio del convento, vi era il casino o ospizio nella difesa o feudo di Pasquale, con magazzini, camere e chiesa, alcune case nel casale, date in fitto, ed il mulino sul Neto, in abbandono. Esigeva numerosi censi e canoni, che gravavano vigne e case dei cittadini. Non conservava invece molti animali: il suo patrimonio si era ridotto ad un piccolo gregge. Godeva però della giurisdizione baiulare, che permetteva di carcerare gli animali che recavano danno ai fondi dei cittadini. L’animale, condotto nel vaglio del convento, era rilasciato previo il pagamento di due carlini (75). L’edificio del monastero, rimasto vuoto, restò di proprietà del demanio e l’archivio, costituito da pergamene, libri e carte, fu inventariato e preso in consegna su incarico della Cassa Sacra dal tenente Vincenzo Millelli. Parte di esso, su richiesta della Suprema Giunta di Corrispondenza al capo della giunta di Catanzaro, nel settembre 1788 prenderà la via di Napoli. La chiesa del monastero divenne la nuova parrocchiale di Altilia, essendo la vecchia “chiesiola” parrocchiale, situata nell’abitato, in abbandono e mancante di “alcune tegole, la porta vecchia ed il suffitto anche vecchio” (76). Dedicata alla Purificazione di Maria rimarrà da allora la sede della parrocchia di San Tommaso, il cui parroco Vincenzo Verzina ebbe assegnati, come aumento della congrua, alcuni censi enfiteutici e delle vigne, che appartenevano al soppresso monastero (77). Si deve all’opera del Verzina, parroco e cittadino di San Giovanni in Fiore, l’opera di abbellimento della chiesa con la costruzione del nuovo altare maggiore, della fonte battesimale, della pala d’altare ecc. (78). La chiesa illuminata da quattro vetrate era attaccata nella parte di tramontana del monastero dal quale vi si accedeva per tre porte. Dopo una perizia fatta dall’ingegnere Claudio Rocchi nell’estate 1790, alla fine dell’anno successivo i lavori di riparo furono aggiudicati al mastro Domenico Artese di Mesoraca, il quale si impegnò a condurli a termine entro tre mesi dal giorno di versamento del primo anticipo da parte della Cassa Sacra. Dalla relazione del Rocchi si ricava che “essendosi distaccata la fabrica dalla prospettiva di d.a chiesa necessitava nuovamente concatenarla con le fabriche laterali giacché non è sortita fuori piombo, e perciò fare, vi necessita scuscire e cucire parte di essa fabbrica e con pezzi lunghi rifabbricarla e concatenarla”. Si dovevano rimpiazzare due travi della copertura, murare le tre porte che davano nel convento disabitato per impedire ai ladri di entrare in chiesa, costruire quattro vetrate, rifare gran parte della copertura con nuove tegole ed imbiancarla. Se il terremoto aveva scosso la chiesa, aveva causato danni ben più gravi al monastero. Si entra nel monastero attraverso il portone che si apre nel frontespizio che è rivolto ad occidente. Nell’entrata ci sono due magazzini laterali :uno a destra ed uno a sinistra. Dall’entrata si accede al chiostro, in mezzo al quale c’è la cisterna. A sinistra c’è una piccola stalla e, seguendo il corridoio sempre a sinistra, c’è un’entrata ed attraverso una scalinata di severi scalini di pietra zissara e con cupola si sale al piano superiore. C’è il cellaro ed una stalla grande. A destra c’è un magazzino composto da due stanze che serve per mettervi il grano. Nel quarto vecchio rivolto ad oriente vi sono dieci camere collegate da un corridoio, una delle camere serve per luogo comune. Il quarto rivolto a sud è caduto a causa del terremoto. Il quarto nuovo che guarda ad occidente è composto da sette camere, quattro dell’abate(in una delle quali si trova il focone) e una serve per il priore. Sotto questo quarto c’è una stalla che serve per il carcere degli animali e un magazzino per il grano (79).
Durante l’amministrazione della Cassa Sacra il monastero perse alcune proprietà. Dapprima nel 1788 fu venduta una casa matta situata ad Altilia nella contrada Rupa di S. Tommaso, poi alcuni censi e vigne furono assegnati come aumento della congrua del parroco di Altilia ed in seguito con atti notarili stipulati dal notaio Saverio Mannella di Catanzaro il 14 agosto 1793 passarono in proprietà di Gaetano Giulianetti di Belvedere Malapezza l’oliveto di Ardavuri, le due gabelle seminative di Le Serre e Femmina Morta ed il vignale Pantana, adatto al solo pascolo. L’acquirente si impegnò a pagare in 10 anni in due rate uguali “quandocumque”, all’interesse sul capitale da versare al quattro per cento (80).
L’11 settembre 1791 l’abbazia, essendo vacante, fu conferita al vescovo di Lecce Monsignor Spinelli, il quale si impegnò a versare alla Cassa Sacra il quarto delle rendite annue (81).

Arme Barracco

Arme della famiglia Barracco.

 

I Barracco ad Altilia
Nel Decennio francese, il 13 febbraio 1807, il monastero verrà definitivamente soppresso (82) e le sue proprietà andranno ad ingrossare quelle dei latifondisti. Già nel 1811 il commissario del re Angelo Masci invitava i signori Barracco e Lucifero ad esibire gli atti di acquisto dalla Regia Corte di alcuni terreni (Brasimato Grande, Manca di Cane ecc.), che erano stati della badia di Santa Maria di Altilia, per rendersi conto delle condizioni dei contratti e l’estensione dei fondi (83). In seguito il barone Barracco acquisterà in più occasioni dal regio demanio vari fondi appartenenti al soppresso monastero e dagli assegnatari di Altilia tutti i terreni della stessa abbazia, che erano stati quotizzati durante il Decennio francese (84). I Barracco, Il barone Alfonso e poi il figlio Luigi, costruirono in territorio di Altilia una fabbrica o concio per la lavorazione della liquirizia. Essa occupava numerosi operai (85) ed i proprietari la potenziarono con importanti miglioramenti tecnici, tra i quali “un pressoio di ferro fuso di molto costo della dimensione più grande che siasi fusa nel regno, e di gran profitto tanto pel prodotto che per la economia del combustibile” (86). Mentre venivano definitivamente chiuse le antiche saline di Neto (87), il barone estendeva la coltivazione del gelso e dell’olivo e metteva a frutteto ed ad orto numerosi terreni (88). L’abbazia fu trasformata dai nuovi proprietari in un moderno palazzo. Da esso i Baracco amministravano la fabbrica di liquirizia e le tenute di Altilia e di Caccuri ; essi manterranno il possesso dei terreni e del palazzo fino alla riforma agraria degli anni Cinquanta, quando i fondi verranno dati agli assegnatari e nel palazzo troveranno alloggio alcune famiglie del luogo. La chiesa, divenuta fin dalla fine del Settecento parrocchiale, andrà soggetta ad alcuni restauri non proprio felici, come l’ultimo degli anni Ottanta, che le toglieranno alcuni segni del suo antico e splendido passato. Gli abitanti di Altilia, dopo aver coltivato con profitto per alcuni anni le terre assegnate, dovettero fare i conti con la mancanza di capitali, necessari per riconvertire in modo produttivo il loro piccolo podere. Cominciò quindi negli anni Sessanta quell’esodo a catena verso la Germania, che porterà numerose famiglie della frazione ad insediarsi nella ricca città della Renania chiamata Ludwigshafen (89).

 

Note

1. I privilegi saranno tradotti dal greco in latino a Crotone su richiesta dell’abate Nicola dai due giudici Nicola à Iudice e Michele de S. Mauro, come rilevasi nell’atto redatto il 2 dicembre 1253 per mano del pubblico notaio Giovanni di Pietra Paula, Ughelli F., Italia sacra, t.IX, 475 – 478.
2. Taccone Gallucci D., Regesti dei romani pontefici per le chiese della Calabria, Roma 1902, p. 108.
3. Russo F., Regesto, I, (504) sgg.
4. L’inventario del monastero florense, in Siberene p. 267.
5. Napolitano R., S. Giovanni in Fiore monastica e civica, Napoli 1981, p. 130.
6. De Leo P., “Reliquiae” florensi, in Storia e messaggio in Gioacchino da Fiore, S. Giovanni in Fiore 1980, p.401.
7. Vat. Lat. 7572, f.44, Bibl. Apost. Vat.
8. Acta synodi S. Anastasiae in Siberene p.24
9. S. C. Stat. Regul. Relationes, 16, Riformati San Bernardo (Cistercensi), ff. 68 -74, Arch. Segr.Vat.
10. Privilegi della abbadia di S.ta Maria de Altilia dello Eminenti.o et Reverend.o cardinal Spada abate di detta Abbatia in Calabria, Archivio Ruffo di Scilla, inc. 697, Arch. Stat. Nap.
11. L’abbazia possedeva in località Bitauro delle terre donate da Malagenea, Trinchera F., Syllabus cit., p.385.
12. Vat. Lat. 7572 cit.
13. Nel 1275 – 1279 l’abate “Frater Nicolaus” versa once 1 e tari XII, nel 1310 l’abate versa tar. XX, nel 1325 unc.unam, tar. Unum, gr. septem e nel 1326 l’abate, il Frater Nicolaus de Royata, versa unc. Unam et tar. Unum et gr. Septem, Vendola D., Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Città del Vaticano 1939, pp 204 sgg.
14. Russo F., Regesto, (9915).
15. Privilegio di Errichetta Ruffo per il tenimento denominato Alimati in Regia Sila, scritto in carta comune, che porta la data de 25 giugno 1439, Atti relativi alla rimessa de’ libri ed altre carte originali appartenenti al monastero de cisterciensi di Santa Maria di Altilia, C.S. – S.E. Cart. 60, fasc. 1333 Arch. Stato Catanzaro. Errichetta Ruffo, contessa di Catanzaro, aveva concesso al monastero le tenute di Neto, Caria, Menta e Bosco “libere et immuni, eccetto solo con il peso di pagare 15 tari l’anno, che sono tre D.ti ogn’anno all’università.. della Rocca Bernarda per riconoscimento”, Platea del monastero di S.ta Maria di Altilia, 1661, ff.21-22 in Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579-1782), 529, 659, B8, Arch. Stat. Cz.
16. Privilegi della Badia di Altilia, cit., ff. 12- 13.
17. Mazzoleni J., Codice Chigi, cit., pp.172 sgg.
18. “In nostris felicibus castris prope Pontem Crochi” il 2 ottobre 1459 re Ferdinando conferma all’abate Enrico de Modio i privilegi della badia di Altilia tra i quali il possesso del tenimento di Sanduca, Privilegi della badia cit. f.14.
19. Il privilegio fu concesso “in dicto monasterio die 21 mensis Aprilis XIII Ind. 1465, Privilegi della Badia di Altilia cit. ff.11 sgg.
20. Siberene cit., p.160.
21. Privilegi della badia cit.; Notamento di Tutt’i Libri e Carte relativi alla Badia di S.ta Maria di Altilia, 1788, ASCZ .
22. Russo F., Regesto ,II, (12761), (12803).
23. Russo F., Regesto, III, (13172) sgg.
24. Quaterno per .. Matheo Palaczo procurator de labatia de Sancta Maria de Altilia nome et parte .. Francisci de Allegro de Neapoli delo introyto de lo a. VIII .. de la predicta abbatia. a. 1490, Economi Regi, 306, fs. 5, ASN.
25. Status monasteriorum Cist. Ord. Ex visitatione an. 1569, Conc. Trid. 2, f. 119 Arch. Segr. Vat.
26. S .C. Stat. Regul. cit.
27. Da un inventario del 1579 vi era nella chiesa “un avanti altare di raso bianco con l’arma demoyo”. Enrico de Moyo di Cropani era stato abate del monastero fin dalla metà del Quattrocento, Platea della abbazia di S. Maria di Altilia, 1579, Arch. Vesc. S. Severina ; Mazzoleni J., Codice Chigi, Napoli 1965, pp 172 e sgg.
28. Russo F., Regesto, IV, (21494), (21754)
29. Status monasteriorum Cist. Ord. cit, f.119.
30. Caridi G., Uno “stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi 1988, p.107.
31. La campana sospesa ad un ceppo di legno inciso A.D.D.P.M. 1867 reca l’iscrizione : + VICARII GENERALIS, SANCTE MARIA AR ALTILIA FRANCISCI MODII ARCHIDIACONI EIUSSR M. S.A.D. + IULIUS ANTONIUS SANTORIUS ARCHIEPISCOPUS SANCTE SEVERINE, in Barone P., Santa Severina : la storia e le sue campane, Due Emme 1991,p.116.
32. Istrumento scritto in carta comune relativamente all’assegnazione di alcuni corsi alla mensa monacale o sia conventuale de 17 maggio dell’anno 1571 ; Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli di d.a abazia scritta a foliate n.29.
33. S. C. Stat. Regul. Relationes, 16 cit.
34. Copia di Platea cit.
35. I capitoli sono sottoscritti dai capifamiglia Antonio Intornicchia, Matteo Papaianne, Morchia Basti, Antonio Naso, Pietro Menza, Antonio Schureri, Federico Seven, Andrea Basta, Dima Instegneri, Marco Antonio Russo, Jo. Maria Lafredi, Luca Butero, Stefano de Richetta, Minico Stupparo, Pietro Cordapoli, Ger.mo Pisano e Marco Aurelio Andirano, Copia di Platea cit. , f.3 in Miscellanea cit.
36. Copia di Platea cit.
37. Rel. Lim. S. Severina., 1589.
38. A. Facente nell’ottobre 1598 dichiara di essere debitore verso il priore Victoro Giacco di ducati 30 per la vendita del ghiandaggio ed erbaggio delle Serre, cioè dalla porta del Mercato sino alla Scalilla e Femina Morta, da pagarsi in due rate, metà a S. Janni e metà a Molerà, Miscellania cit.
39. Nenz. Nap. 25, f. 158, ASV.
40. Istrumento scritto in carta comune de 16 dicembre dell’anno 1601 per la donazione di una difesa alla mensa conventuale, Cassa Sacra Segreteria Ecclesiastica, Cart. N.60, fasc. 1333, ASCZ.
41. Secr. Brev. 334, ff. 122 – 124, ASV.
42. La campana reca l’iscrizione : + VERBUM CARO FACTUM EST ET ABITAVIT IN NOBIS A.D. MDCVI S.M. DE ALTILIA MARCELLO BARRACCO, in Barone P., cit., p. 118 ; Marcello Barracco di Cosenza è ricordato nell’atto di dotazione del dicembre 1588 della sua futura sposa Geronima Modio di Santa Severina, figlia di Polissena Susanna e di Luca Antonio Modio, Caridi G., Uno “stato” cit., p. 115 ; Esso è anche ricordato in due brevi papali. In uno del 5.5.1597 Clemente VIII concede la dispensa sull’impedimento di secondo grado di parentela tra Marcello Barracco e Innocenza Modio di Santa Severina. Nell’altro del 26. 2. 1616 Paolo V concede a Marcello Barracco di Santa Severina l’indulto per un oratorio privato nel castello di Roccabernarda, nel quale sono custoditi dei prigionieri, Russo F., Regesto, V, pp.257, 477.Grande proprietario, affittò più volte i beni dell’abbazia, Miscellania cit..
43. D. Tersigna, possessore di una casa palaziata, di un vignale e di una massaria di 20 tomolate di grano, per la devozione che porta al monastero, li dona nel giugno 1629 all’abate Nicolò Tagliaferro con la condizione che gli vengano celebrate 150 messe, alla ragione di 50 messe all’anno, Miscellanea cit.
44. Nell’ottobre 1607 S. Benincasa vende ai monaci per 2 carlini una grotta nel luogo detto “sotto lo casali”, Miscellanea cit.
45. Nel 1650 il monastero era costituito dall’abate Giacomo Gagliano di Scigliano e dai padri Filippo Bruno di Luzzi, Felice Benincasa di Mesoraca, Ludovico Necastro di Mesoraca e Marcantonio Secreto di S. Giovanni in Fiore, inoltre vi erano fra Guglielmo Russo cornuto di Fiumefreddo, fra Ludovico Banincasa obllato di Altilia (custode di vacche), fra Aurelio Sproveri di Caccuri (servo), Vitaliano Gualtiero di Scigliano (servo), Giallo di Tiano di Altilia (garzone), Domitio Angotto di Scigliano (massaro), Giterno Stocco di Altilia e fra Mercurio Le Chianche (custodi), S.C. Stat. Regul. cit.
46. Istrumento scritto in carta pergamena de 30 agosto dell’anno 1677 continente la compra di una difesa nella regia Sila detta l’Acqua di Auzino ; Istrumento scritto in carta pergamena che contiene la compra di alcuni territori nomati Colle della Spina, Infagello, Acqua di Pascale, Burga Seccagna e Marinella, stipulato nel 1672, in Notamento cit.
47. Durante la seconda metà del Settecento l’abbazia fu affittata quasi sempre al marchese di Apriglianello Giuseppe Lucifero, ANC. 862, 1764, 180 -185 ; 1344, 1773, 123v- 124.
48. Il 12 ottobre 1661 presso il notaio Isidoro Galatio le entrate dell’abbazia furono affittate per tre anni a Giuseppe Mancini di Pietrafitta per il prezzo di ducati 1000 all’anno, Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli di d.a abazia scritta a foliate n.29, f.19, in Miscellanea cit.
49. Nel settembre ( ?) 1724 alcuni abitanti del casale di Altilia prendono in fitto dal priore Stefano Bruno il “bosco delle Serre” per un anno, fino a Mulerà prossimo venturo, per ducati 30 da pagarsi entro la fiera di Mulerà. Essi potranno pascolare i loro animali ed avranno la possibilità di affittare e fidare ogni sorta di bestiame sia proprio che forestiero o cittadino con la condizione di non dare fastidio alle giumente ed agli animali del monastero, Miscellanea cit.
50. Bernardo di Simone di S. Giovanni fu per cinque anni capomandria delle pecore dei monaci, ANC. 1126, 1757, 123- 124.
51. Donazione di Diego Tersegna di un vignale, casa e massaria per cento cinquanta messe fatta nel 1679, Notamento cit.
52. Processo e sentenza di scomunica contro Gio. Dom.co e Michel Angelo Ortale della Roccabernarda,1716, in Miscellanea cit.
53. Secr. Brev. 402, ff. 193 – 196.
54. Il breve di Urbano VIII è del 5 gennaio 1633, in Miscellanea cit..
55. Miscellanea cit.
56. Utius De Urso, Terremoti nella Calavria, in Boca G., Luoghi sismici di Calabria, Decollatura 1981, p.221.
57. S. C. Stat. Regul. cit.
58. Nola Molise G.B., Cronica, Napoli 1649, p.83.
59. Rel. Lim. S. Severina., 1675, 1725.
60. Dai 191 abitanti del 1735 Altilia passa ai 224 del 1744, Rel. Lim. S. Severina., 1735, 1744.
61. L’arcivescovo Falcone nel 1744 affermerà che nel villaggio di Altilia vi erano 224 abitanti sotto la cura di un economo e non vi era alcun sacerdote o chierico, Rel. Lim. S. Severina. 1744.
62. Rel. Lim. S. Severina., 1765 ; Le saline di Neto vennero chiuse nel 1826, Caldora U., Calabria napoleonica cit., p.300.
63. Processo contro il Barone di Carcudi D. Giambattista Cimini fatto nel 1624, Notamento cit.
64. Copia della Provisione contro alcuni di Caccuri per La Volta di Mezzo ,1745, Notamento cit. ; ANC. 862, 1764, 180 -185.
65. Nella prima metà del Settecento Nicolò Corvino di Cotronei non solo aveva occupato i territori di Macchia di Tacina, seu S,Nicola Virrano, e di Macchia di Castagna, che facevano parte del comprensorio detto L’abbadia di S. Dica e Pascale, ma con altre persone armate cercò di allargare i confini delle terre che aveva occupato, Miscellanea cit.
66. Cassa Sacra S.E. Cart. 60, cit.
67. La giurisdizione criminale del casale di Altilia faceva parte dello “stato di Cutro” che alla morte di Francesco Filomarino fu messo all’asta ed acquistato nel 1686 da Ippolita Maria Muscettola ma ritornò ai Filomarino, che lo mantennero per tutto il Settecento, Ref. Quint. Vol. 207, ff.78 – 122, ASN.
68. Il capomandra delle pecore dell’abbazia afferma che ogni 8 aprile sbarrava i terreni di Altilia e quelli di Roccabernarda per la promiscuità che i due paesi avevano e pascolava liberamente e pacificamente con le pecore senza alcun ostacolo sia da parte degli affittuari che del feudatario, ANC. 1126, 1757, 123 -124.
69. Il commendatario dell’abbazia, il cardinale Fabrizio Spada, dona una vigna, ridotta in pessimo stato perché malamente coltivata in quanto distante, al sacerdote Antonio Mancino. Il Mancino è senza proprietà e deve mantenere la famiglia numerosa del fratello e numerosi nipoti, ANC. 497, 1702, 31 – 33.
70. Cassa Sacra S.E Cart. 60 cit. ; Lista di carico, Altilia, Monastero de PP. Cistercensi , ASCZ.
71. L’arcidiacono Mascaro ottiene dai monaci la difesa di Trepidò Sottano di tomolate 600, di cui 500 fertili, impegnandosi a pagare un censo perpetuo di ducati sei all’anno, Istrumento della convenzione tra il monistero e l’arcidiacono Mascari, fatto a 29 aprile dell’anno 1734 per ducati sei l’anno, in Notamento cit.
72. Catasto Onciario di Cotronei, 1753.
73. Lista di carico cit., f. 33.
74. Vivenzio G., Istoria cit., p.329.
75. Gio. Domenico e Michelangelo Ortale sono scomunicati per cedolone del 18 gennaio 1716 perché hanno carcerato alcun vacche che stavano rovinando i loro seminati, presi in fitto dall’abbazia, portandole nelle carceri secolari di Roccabernarda invece che in quelle dell’abbazia, Processo, sentenza di scomunica cit.
76. Lista di carico, cit., ff. 27 -31.
77. Lista di carico cit. ff. 689 -692.
78. Iscrizione sulla pala “D. Vincentius Verzina/ Parrochus et concivis/ S. Gio. Fio. ( ?) Fecit Anno D.ni/ 1790.
79. Chiesa parrocchiale di Altilia, C.S.- S.E. Cart. 46, fasc. 968, ASCZ.
80. Lista di carico cit., ff. 8 sgg.
81. Lista di carico cit., f. 681.
82. Caldora U., Calabria napoleonica, Napoli 1960, p.219.
83. Nota del commissario del Re Angelo Masci, Catanzaro 8.6.1811, Arch .Vesc. Crot.
84. Petrusewicz M., Latifondo, Marsilio, Venezia 1989, p.41 sgg.
85. Nel 1815 la fabbrica del barone Barracco occupava 300 operai, Caldora U., cit., p.295.
86. Grimaldi L., Studi statistici sull’industria agricola e manifatturiera della Calabria Ultra II°, Napoli 1845, p. 29.
87. Le saline di Neto furono chiuse con decreto del 13 aprile 1826, Caldora U., cit., 300.
88. Grimaldi L., cit., p.138.
89. Schipani R., Da Altilia a Ludwigshafen, in Italia Due, n.6, 1977, pp. 17 -21.

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