L’abbazia di Santa Maria di Molerà in territorio di Roccabernarda

pianta gabella Molerà Vecchio

Pianta della gabella di “Mulerà Vecchio” fatta dall’architetto Raimondo Singlitico de’ conti de’ Rocas (1843). AASS, 017C.

Presso l’abbazia di Santa Maria di Molerà si svolgeva la celebre fiera il giorno otto settembre di ogni anno, festa della Natività della Vergine. La fiera documentata durante il Quattrocento (1), in seguito subì uno spostamento; l’abbazia e la gabella dove anticamente si svolgeva presero il nome di Mulerà Vecchio, mentre il nuovo luogo e la chiesa, dove continuò a tenersi, quello semplice di Molerà.

Il primo luogo era situato alla destra del fiume Neto, l’altro alla destra del fiume Tacina. Questo spostamento avvenne dopo che la terra di Rocca Bernarda assieme a Santa Severina ed ad altre terre dal demanio regio passò in potere dei conti Carrafa. Nei documenti dell’inizio del Cinquecento l’abbazia è indicata ancora come Santa Maria di Molerà; solo successivamente essa è indicata come Santa Maria de Molera Veteri.

Non sappiamo quando e da chi fu fondata l’abbazia. Tra i pesi che gravavano le rendite della gabella, su cui era stata costruita, vi era l’obbligo di una messa alla settimana per i fondatori della Badia di Molerà sotto il titolo di Santa Maria. Anche se i loro nomi ci è sconosciuto, tuttavia non possiamo non avanzare l’ipotesi del legame tra l’abbazia edi feudatari di Rocca Bernarda, cioè i conti di Catanzaro, Loritello e Ruffo. Tra i feudatari di Rocca Bernarda ricordiamo Petro Ruffo che concesse il vicino territorio di Alimati all’abbazia di Calabro Maria.

Sappiamo inoltre che i feudatari di Rocca Bernarda conserveranno nel tempo “il Jus della fiera di Molerà con tutte le stanze coverte, territorio della medesima spettante” ed il “corso di Molerà Vecchio nel quale vi sono compresi diversi territori, cioè la Foresta, Moio, S.to Brancati …” (2). L’antica abbazia con le sue rendite era all’inizio del Cinquecento un beneficio semplice, cioè senza cura di anime, di collazione papale, che era concesso ad abati commendatari. L’abbazia era quindi esente dalla visita dell’arcivescovo di Santa Severina, mentre la nuova chiesa di Molerà fu soggetta alla visita dell’arcivescovo.

 

La gabella detta Molerà poi Molerà Vecchio

La gabella è citata già in documenti del Duecento. Herichetta Ruffa, Marchesa di Crotone, il 25 giugno 1439 “in castro Catanzarii” conferma un terreno concesso all’abbazia di S. M. de Calabro Maria da Petro Ruffo de Calabria conte di Catanzaro. Il tenimento che apparteneva alla curia del conte era situato in territorio della terra di Rocca Bernarda e confinava:

“incipit tenimentum a loco qui d.r Asterey à Burga videlicet quae d.r de Molerà, et ascendit per viam ad timpas forestae Starponis, et vadit per timpas ipsas ad locum qui d.r Cadrum, et vadit usq. ad forestam ipsius Monasterii et deinde descendit ad olicam per cristam S. Andreae et protenditur usq. ad Castellacium descendit usq. ad vallonem Cariae, descendens postmodum ad vallonem Salsum usq. ad flumen Neti, et deinde vadit per flumen versus usq. ad Magrum per priorem locum qui d.r Asterey” (3).

Ritroveremo gli stessi toponimi in documenti successivi.

Nel Cinquecento la gabella all’interno della quale era situata l’abbazia era costituita da un bassopiano circondato per tre parti da torrenti e confinava con la gabella detta Ratti, o Ratta, con la gabella La Foresta ed il fiume Neto (4).

In una descrizione successiva: “limita da Oriente col Cavone Sant’Elia, che la separa dal fondo Valle Cupa appartenente al Clero di Roccabernarda, e col cavone Maddeo che la distacca dalla gabella Maddeo del Signor Barone  de’ Grazia, da occidente con la gabella detta Costanella del Signor Barone Barracco, e col vignale del clero di Cerva, da Settentrione con le gabelle nomate Foresta, Rizzuto e Iannino tutte tre appartenenti al Signor Barone Barracco, e da mezzogiorno con la gabella detta Stragorace dell’istesso Baracco e dalla quale è divisa mercé un vallone” (5).

La località alla fine del Cinquecento è coperta da un folto querceto ed è attraversata da trazze e vie particolarmente importanti.

Nella platea del 1583 della chiesa parrocchiale di Santo Nicola de Plastò di Roccabernarda sono annotate alcune terre della chiesa a Molerà Vecchio e a La Foresta. Tra queste una “arborata di cerque” in località Molerà Vecchio sopra le “Timpe de lo Falcone”, un’altra in località “La Foresta et proprie dove si dice Gioannino” “arborata di cerque iuxta la trazza dicta de Lostirei” e la via pubblica, e ancora  “in loco dicto la foresta proprie sopra la Valle di Palma, confine la cabella d’Alimari, trazza mediante che va a Crepari” (6).

Anche la chiesa di Santa Maria la Magna di Rocca Bernarda possedeva terre nella località. Nell’inventario dei suoi beni troviamo che aveva “una continenza di terre posite loco d.o Stragurace, iuxta la via publica per la quale si va al fiume Neto, alla Salina di Neto, iuxta lo vallone corrente di Stragurace”, un terreno “nella gabella di Molerà vecchio e proprio dove si dice La Serra di Scinà, iuxta la gabella di molerà vecchio, la gabella di S. Porancati e le terre di S.to Andrea” ed un pezzo di terra loco La Foresta iuxta la via che si dice di Sfadari, la gabella di Alimati” (7).

 

Molerà vecchio e Molerà

Durante il Medioevo la gabella mantenne il suo nome di Molerà. Ma già prima della metà del Cinquecento la gabella su cui era situata l’abbazia di Santa Maria de Molerà aveva cambiato nome. Infatti nel “ conto di quanto se have exacto de le mandre per conto de le decime de lo anno 1545 troviamo che “Da la mandra de mulera vecchio” erano stati riscossi cinque ducati e due tari.(8)

 

Primi documenti

L’undici luglio 1509 l’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Matteo Sertorio da Nonantola accoglieva la richiesta del Capitolo e del clero di Santa Severina riguardante il beneficio di Santa Maria de Molerà, incaricando il suo vicario generale di procedere.

Il 2 ottobre dello stesso anno il reverendo Domenico Linteolo spolentino, vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Matteo Sertorio, convocò al suono della campana nel palazzo arcivescovile il Capitolo ed il clero di Santa Severina.

Egli affermò che, obbedendo agli ordini ricevuti, aveva richiesto a tutti coloro, che godevano benefici nella sua diocesi, di mostrare le bolle, le collazioni e le cautele, che attestavano i loro diritti. Giovanni Bernardino de Rubo, possessore dell’abbazia o rettoria della chiesa di Santa Maria de Molera, non era comparso, né aveva mandato alcuno al suo posto. Per tale motivo il Rubo era stato scomunicato ed il beneficio confiscato. Il vicario generale, preso atto che le rendite del Capitolo e clero della chiesa arcivescovile erano carenti, decise di fare un atto di donazione, concessione ed unione al Capitolo dell’abazia “cum omnibus terris, arboribus, fructibus et proventibus et redditibus”.

Passato il beneficio di Santa Maria de Mulerà al Capitolo, il 27 ottobre dell’anno seguente 1510 in Rocca Bernarda il decano della cattedrale di Santa Severina Joanne Clasidonte ed il canonico Antonio de Luca, comuneri e procuratori del Capitolo, stipularono un contratto con il discreto Leofanto Granario di Rocca Bernarda. Come era stata in passato affittata l’abbazia dai procuratori del precedente possessore Giovanni Bernardino de Rubo, allo stesso modo essi affittarono a semina la gabella del beneficio di Santa Maria de Molerà. Il contratto prevedeva la durata di tre anni continui ad iniziare dal mese di gennaio 1511 per il prezzo di salme dieci di grano all’anno, da consegnarsi nella città di Santa Severina (9).

 

Ritornano gli abati commendatari

In seguito l’abazia ritornò in potere dei commendatari. Il 4 novembre 1532 il papa Clemente VII, essendo l’abbazia, o chiesa rurale, di Santa Maria, situata fuori ma vicino alle mura di Roccabernarda, rimasta senza commendatario per morte avvenuta, fin dal mese di ottobre, di Gio. Michele Condopoli, la dava in commenda al vescovo di Castellamare Petro Flores (10).

Non passerà molto tempo che il 25 aprile 1535, per cessione del Flores, l’abbazia, o chiesa rurale, di Santa Maria de Mulerà verrà concessa dal papa Paolo III a Numa Pompilio Condopuli,chierico della diocesi di Rossano (11). E’ del 27 aprile 1543 un mandato di Numa Pompilio Condopuli, rettore di Santa Maria de Molerà, a favore del procuratore Jo. Petro Condopuli, affinché possa esigere le rendite dell’abbazia (12).

Quindici anni dopo, il 22 maggio 1550, per rinunzia del Condopoli il papa Giulio III la assegnerà al chierico romano Gio. Paolo Mahè. Nello stesso giorno il papa ordina all’arcivescovo di Salerno o al decano di Santa Severina di mettere in possesso del beneficio il Mahè (13).

E’ del 21 luglio 1550 un mandato del Mahè a favore di Don. Leonardo de Amminò della terra di Rocca Bernarda, affinché prenda possesso della chiesa di Santa Maria de Molerà. Con un altro mandato dello stesso giorno, diretto a Don Leonardo de Amminò, Gio. Domenico Pedace e di Nicola Pondopuli, li incarica a comparire nel sinodo nella festività di Santa Anastasia. E’del marzo 1551 una quietanza di Gio. Petro Condopuli, abbate di Santa Maria de Mulerà, nella quale fa presente di aver ricevuto da don Leonardo de Amminò ducati 42.3.1 pervenuti dalla vendita del frumento (14).

Il 21 gennaio 1552 il Mahè incarica Gio. Petro Condopulo e Numa Pompilio Condopuli, padre e figlio, di esigere le rendite dell’abbazia (15). Segue un’altra quietanza simile in data 8 marzo 1552. Sempre di questi anni è un pagamento alla mensa arcivescovile (“R.to dall’Abate Gio. Paulo Romano per il benef.o de Molerà Vecchia per X.ma 1 – 1 – 0”)

In seguito il 16 marzo 1555 per rinunzia del Mahè, la chiesa rurale, o eremitorio, o abbazia di S. Maria “de Nativitate”, o “de Molerà Veteri”, per concessione del papa Paolo IV passerà in commenda al vescovo di Macerata Hieronimo de Melchioris (16), il quale l’undici settembre 1555 incarica Gio. Petro Condopuli di esigere le rendite dell’abbazia.

Essendo l’abbazia in diocesi di Santa Severina, l’abbate doveva comparire ogni anno nel sinodo di Santa Anastasia a versare il censo all’arcivescovo di Santa Severina. Censo stabilito anticamente in un porco ed in seguito concordato in ducati due. Nel sinodo del 14 maggio 1564 comparve il prete Nardo de Amminò, il quale come procuratore dell’abbate si impegnò a versare il censo.

Il 27 novembre 1569 per rinunzia del Melchioris il papa Pio V la concederà a Gio. Tommaso Condopoli, maestro di medicina e nelle arti (17).

 

Dagli abati al Capitolo

Il 15 gennaio1571 per ordine dell’arcivescovo Giulio Antonio Santoro iniziava il processo per l’unione della abbazia alla mensa capitolare.

Nella curia arcivescovile della città di Santa Severina in presenza del vicario generale Gio. Antonio Grignetta comparve Scipione Boninsegna, procuratore fiscale della stessa curia, il quale dichiarò che, considerato il numero dei canonici, delle dignità e dei sacerdoti della chiesa arcivescovile e la tenuità delle rendite e delle distribuzioni quotidiane della mensa capitolare, bisognava unire delle rendite di qualche chiesa o beneficio al Capitolo.

La chiesa di cui si chiedeva l’unione era Santa Maria di Molerà vecchio, situata in territorio di Rocca Bernarda in località Molerà, che allora era posseduta da Gio. Pietro Condopulo di Santa Severina (18). Secondo alcuni testimoni l’abbazia era stata già unita al Capitolo all’inizio del Cinquecento ma poi questo ne era stato privato ed il Condopulo, secondo alcuni testimoni, la deteneva concretamente da circa trenta anni.

Dopo aver celebrato il processo, il 13 febbraio 1571 il vicario Grignetta emanava un editto, che il 13 febbraio 1571 era affisso alle porte della cattedrale ed il 28 febbraio a quelle della maggiore chiesa di Rocca Bernarda, con il quale rendeva pubblica l’intenzione di unire il beneficio della chiesa rurale, o abbazia, di S. Maria de Molerà Vecchio, al Capitolo della chiesa arcivescovile di Santa Severina. Ma l’atto di unione tardava e l’otto settembre 1571 il Capitolo inviava una lettera di sollecito all’arcivescovo, dove tra l’altro faceva presente “ch’ogni prete ogni mattina continuamente celebra et si serveno le hore canoniche de maniera che non semo più preti ma monaci et quando tornamo in casa non ci trovamo da mangiare et li monaci hanno pur vitto et vestito”; chiedeva quindi che, qualora non fosse possibile unire alla mensa capitolare le rendite dell’abbazia Santa Maria de Molerà, si optasse per l’abbazia di S.ta Domenica di Policastro.

L’arcivescovo Giulio Antonio Santoro, detto il Cardinale di Santa Severina (1566-1572), facendo presente che il Capitolo di Santa Severina non aveva rendite sufficienti per svolgere un adeguato quotidiano servizio divino, frattanto otteneva dal papa Pio V il permesso di aggregare l’abbazia alla mensa capitolare, con le sue rendite, valutate circa settanta ducati annui con bolla spedita da Roma il 13 novembre 1571 (19).

Il 31 marzo 1572 il Capitolo con atto del notaio Marcello Santoro approvava la concessione ed il giorno dopo i due comuneri, il cantore don Gio. Vincenzo Padula ed il decano Nicola Gulli, si recavano assieme al notaio in località Molerà Vecchio e prendevano concreto possesso della chiesa, che era situata all’interno della gabella appartenente alla stessa chiesa, aprendo le porte, pregando presso l’altare maggiore, sedendo ed aprendo e chiudendo le porte (20).

Secondo alcuni testimoni le rendite della gabella nel tempo erano diminuite:“anticho tempo et proprie a tempi mei e stato ditto benefitio de la mensa capitulare de questa chiesa et da trenta o trentacinque anni in qua si è posseduta e possede per m.s Jo. Per.o condopulo di questa città de s.ta S.na io non so in che modo et  per quanto ho inteso a tempo l’havea lo capitolo si soleva vendere deceotto et vinti salme de grano l’anno ma al presente so come prattico in detta terra dela rocca bernarda che non rende più de tridici o quattordici salme de grano alla piccola l’anno che sono tomola sei per salma” (21)

Assieme all’abazia passarono in amministrazione del Capitolo anche la gabella di Molerà Vecchio in territorio di Rocca Bernarda, “dentro la quale vi è una chiesa dove vi è fundata un’Abbadia”, e lo “jus arandi” nel triennio di semina della gabella Cafaro, situata in territorio di Roccabernarda;quest’ultima con il peso di un anniversario con un notturno e messa cantata per i benefattori.

 

Il Capitolo

Per cattedratico l’abbate di Santa Maria di Molerà doveva versare ogni anno alla mensa arcivescovile nel giorno della Dedicazione della cattedrale ducati due. Nel sinodo del 30 maggio 1579, essendo l’abbazia unita al Capitolo, comparve a versare il censo Joanne Antonio Telesio, comunerio del Capitolo.

Nella Platea del Capitolo del 1580 così è descritta l’unione: “In p.s detto ven. Cap(ito).lo et Clero di S. S(everi)na tiene et possede per titulo di concessione fattali da S. S.tà per gra. di Mons. Ill.mo Giulio Antonio Santorio Card.le di S. S.na l’ Abbatia di S. Maria di molerà vecchio con tutte le terre et giurisditioni ad essa Abbatia spettanti dalla quale se ne percipe salme di grano alla piccola diecesette et q.n dieceotto et piu, et meno secondo l’annate per qualsivoglia anno, et è posta nel terr.o della Rocca Ber.da iux.a suoi confini”.

La gabella comparirà anche in platee successive: “Tiene e possiede esso R.do Capitolo di questa Chiesa Cathedrale di S.ta Severina una gabella esistente nel terr.o di Rocca Bernarda detta Molerà Vecchio confine la gabella nominata Ratti, la gabella d.a la Foresta et il fiume di Neto dentro la quale vi è una Chiesa dove vi è fundata una Abbadia, quale fu concessa dal Em.o Sig.r Cardinale Giulio Ant.o Santoro come per Instrum.to stipulato per mano di N.r Marcello Santoro nell’anno 1572.

Si suole affittare in grano tumoli cento vinti . In erba docati settanta in circa.

Vicino della cabella Molerà Vecchio vi è un’altra Cabella di d.to Capitolo il Cafaro, nella quale ci ha il jus arandi tantum boscosa, e si suole affittare per tumulate quindeci di grano l’anno col peso d’un ann.o e me.sa cantata quando s’affitta pro benefactoribus” (22).

Nel 1634 l’abbazia di Santa Maria de Molerà Vecchio apparteneva ancora al Capitolo di Santa Severina, che ne era rettore e commendatario. Per tale motivo, trovandosi in diocesi di Santa Severina, doveva prestare obbedienza e offrire “jura cathedratici” all’arcivescovo Fausto Caffarello. Il cattedratico era stabilito in un porco o in venti carlini; quest’ultimi furono versati il 28 maggio 1634 durante il sinodo dal canonico Antonino Carpenterio (23).

 

L’abbandono della chiesa abbaziale

All’inizio del Seicento, Prospero Leone U.J.D., arcidiacono e vicario dell’arcivescovo Alfonso Pisano, la mattina del 15 giugno 1610 visitò la chiesa di Santa Maria de Mulerà vecchio che apparteneva al Capitolo della cattedrale ed annotò che mancava di ornamenti e l’altare era spoglio. Allora aveva l’immagine della Natività della Beata Vergine dipinta su tela decentemente conservata “cum tabulis de foris” con le quali si chiude e si apre. Essa era stata nuovamente costruita per voto a spese e per devozione del reverendo canonico Giovanni Francesco Greco. Il visitatore ordinò al Capitolo di curare l’altare e di farvi celebrare nel giorno della festa della chiesa, di munirla di nuove porte e di provvedere a riparare con tegole il tetto in modo da non farvi entrare la pioggia (24).

Il Capitolo affittava la gabella sulla quale era costruita la chiesa a rotazione triennale, tre anni a semina e tre anni ad pascolo (25) ed il prezzo variava a seconda delle annate. Dalla semina di solito ricavava 120 tomoli di grano, dal pascolo circa ducati 70. Ma in certe annate il prezzo poteva variare anche di molto: “nel 3nnio d’erba si corrisponde da quella P.npal Cam.a duc. 40 e nel 3nnio della semina si suole affittare duc. 80 c.a che alla rag.ne di carlini 15 coacervato il prezzo sud.o unito alla somma del 3nnio in erba viene a rendere annui duc. 80” (26).

In seguito la chiesa fu abbandonata.

Nel dicembre 1636 il Capitolo di Santa Severina faceva presente alla Sacra Congregazione del Concilio che aveva l’obbligo di dire alcune messe nella chiesa di Santa Maria Molerà. Poiché la chiesa “al presente è diruta di modo che non vi si pol comodamente celebrare” chiedeva ed otteneva di poter celebrare le messe nella chiesa cattedrale. In seguito a questa decisione il Capitolo, oltre a versare ogni anno il cattedratico di carlini 20 alla mensa arcivescovile, aveva il peso di dire una messa la settimana in ogni altare della cattedrale “pro fundatoribus” della abbazia di Santa Maria de Molerà.

I ruderi della abbazia erano ancora visibili all’inizio dell’Ottocento. Nella Platea del Capitolo  compilata dall’architetto Raimondo Singlitico nel 1843 così è descritta: “La Gabella chiamata Mulerà Vecchio sita in territorio di Roccabernarda fu donata al Reverendissimo Capitolo di Santa Severina … nei vetusti tempi vi esisteva una chiesa, di cui ora se ne ravvisano i vestiggi, eretta in Abadia”.

 

Oneri e obblighi

Secondo quanto è annotato in un estratto del catasto onciario di Rocca Bernarda del 1743, i pesi che gravavano le rendite della gabella di Molerà Vecchio erano costituiti dalla celebrazione di 50 messe per i fondatori dell’abbazia annui duc. 5, dal cattedratico alla mensa arcivescovile car. 20, da una contribuzione al seminario duc. 3:03, dalla decima dovuta ai dignitari, canonici e maestro di cerimonie duc. 9 e dalle distribuzioni ai capitolari duc. 37 e grana 72.

Vi era poi la consuetudine che, quando si affittava in grano la gabella di Molerà vecchio, spettava ad ogni sacerdote del clero un tomolo di grano ed ognuno “in Sacris” mezzo tomolo. Quando invece la gabella era affittata a pascolo, ad ogni sacerdote spettava tre carlini ed ad ognuno “in Sacris” grana 15. “Quando in herbaggio si distribuisce alli sacerdoti carlini tre ciascheduno”.

Inoltre la mensa arcivescovile esigeva la finaita sulla “mandra di molerà vecchio” che consisteva nel pagamento annuo di 24 carlini, 12 pezze di caso, 12 ricotte, 1 montone ed 1 ciarvello (27)

 

Una gabella ad estensione variabile

Nel catasto di Rocca Bernarda del 1743 il Capitolo di Santa Severina possiede la gabella di Molerà Vecchio, ossia Badia, di tt.e 100 incirca di terre aratorie dentro il Corso di Molerà Vecchio di rendita annua di ducati 56 e la gabella il Cafaro di tomolate 40 di terre aratorie, confine la gabella della Foresta della Principal Camera dentro il Corso di Molerà vecchio di annui ducati 7.

Nel catasto del 1768: “il Capitolo possiede un comprensorio di vignali nomato Il Cafaro sopra il quale per esser sotto posto al Corso di Molerà Vecchio, assolutamente il Capitolo tiene il suo giusse di seminarci, di capacità ducati sessanta, cioè 20 atte alla semina e 40 inutili, per esser boscose e scoscese, sicondo la … per ducati diece.” (“La gabella nomata Cafaro quando resta ad uso d’erba nulla se ne percepisce, perché viene pascolata dagl’armenti di quei cittadini; quando è il 3nnio della semina si suole affittare tt.a 20 c.a che alla rag.ne di carlini 15 il tt.o per un sessennio viene a rendere annui duc. 15”).

Di più una gabella della Molerà vecchio soggetta al corso, di terra seminatoria e con quercie confinante con quella di Stragorace “di estensione tt.e trecento novanta, cioè tt.e 350 atte alla semina, 40 boscose ed essendosi prodotto il gravame, iorni dietro fu riapprezzata per tt.e trecento, tra quali ve ne sono cento montuose e boscose e di ren. Franca a duc. novanta, atteso il primo apprezzo fu duc. centodiece”.

Dalla misurazione effettuata nel 1843 dall’architetto Raimondo Singlitico la gabella Mulerà Vecchio risultò di tumolate 296 e quattro ottavi così ripartite: Aratorio di 1a classe tumolate dieci, aratorio di 2a classe tumolate cento 150, tumolate di 3a classe tumolate 72, pascolo frattoso tumolate 48 e quattro ottavi, sterile, strade e burroni tumolate 16.

Note

  1. Il 3 settembre 1451 avvicinandosi il tempo nel quale è solito tenersi la fiera detta di Mulera, il re Alfonso concede a Bernardo Escarer, fratello del vicerè Martino, di poter nominare il magister nundinarum de Mulerà per l’anno corrente, Fonti Arag., II, 104 – 105.
  2.  Ref. Quint. Vol. 207, 83v, ASN
  3. Privilegio di Errichetta Ruffo per il tenimento denominato Alimati in Regia Sila, scritto in carta comune, che porta la data de 25 giugno 1439, Atti relativi alla rimessa de’ libri ed altre carte originali appartenenti al monastero de cisterciensi di Santa Maria di Altilia, C.S. – S.E. Cart. 60, fasc. 1333 Arch. Stato Catanzaro.
  4. Bona autem Jura , et Onera dicti R.di Cap.li, 006D, fasc. 5 A.A.S.
  5.  Platea Generale de’ fondi tutti appartenenti al Reverendissimo Capitolo Arcivescovile di Santa Severina fatta dall’architetto Raimondo Singlitico nel 1843, A.A S.S. 017C , Tav. XVI.
  6.  Platea Bonor. Stab. Ac reddit. Parochiae Sancti Nicolai de’ Plasto Roccae Bernardae Diocesis Sanctae Severinae, facta in anno D.ni 1583, existente Rectore et Parocho R. D. Carlo Ammino dictae Terrae, A.A.S.S. 080A.
  7. Inventario dei beni della chiesa di S. Maria la Magna, A.A.S.S. 080A.
  8. Libro de tutte le intrate de lo arcivescovado de Santa Anastasia, A.A.S.S. 003A.
  9. Affitto di S.ta Maria Mulerà, A.A.S.S. 004D, fasc.1. Copia processus super unione et applic.ne ruralis eccl.ae seu abbatiae Beatae Mariae de Molerà de Rocca Bernarda, facta mensae Cap.lari S. Sev.nae. 1571. Cum decreto originali unionis, A.A.S.S. 001D.
  10. Russo F., Regesto, III (17139).
  11. Russo F., Regesto, III (17474).
  12. Summarium scripturiarum et bullarum pro .. confidentia in .. Sanctae Mariae de molerà di Rocca Bern.da, A. A. S.S. 002A
  13. “Summarium” cit.
  14. Summarium cit.
  15. Summarium cit.
  16. Russo F., Regesto, IV (20249), (20279), (20292).
  17. Russo F., Regesto, IV (22183).
  18. Scalise G.B., L’archivio arcivescovile di Santa Severina, Catanzaro 1999, p. 43.
  19. Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa Severina, S.ta Severina 22 martii 1589; Relatione ecc. 1603.
  20. Not. M. Santoro Vol 3 (1571 -1572), ff.77v -81.
  21. Testimonianza di Cesare Infosino in Processus cit.
  22. Bona autem Jura cit.,
  23. Nell’autunno 1626 i communeri del Capitolo affittano la gabella di Molerà Vecchio ad Aloise Scoleri, erario di Rocca Bernarda, per prato d’agnelli per il prezzo di ducati 28, “et con patto espresso che in d.a gabella si ci facci la mandra, si è mancato il prezzo ordinario per rispetto , che l’herbaggi non si vendono conforme al solito, ma molto meno, et per la comodità di haverci la mandra, per il che s’affittarà facilissimam.te per l’anno seguente”.
  24. Visitatio T.rae Roccae Bernardae anno 1610 .
  25. L’otto gennaio 1604 i communeri del Capitolo affittano a D. Carlo Aminò della Rocca Bernarda la gabella di Molerà Vecchio per tre anni per farci massaria. Il primo anno “ci possa fare mayisi et seminare tutti li stazzi senza pagar niente et li doi anni seguenti: l’anno 1605 et 1606 habbia di pagare per ogn’anno salme dicessette di grano alla misura Napolitana et detto grano l’habbia da consegnare nella Rocca Bernarda”,
  26. Rendite dell’arcidiocesi, 1807, A.A.S.S. 092A).
  27. Platea mensa arcivescovile 1576 -79, f. 31, A. A. S. S,013B.

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