L’abbazia di Santo Nicola de Jaciano e la grangia di Santo Teodoro in territorio di Roccabernarda

iaciano

La località “Iaciano” in territorio di Roccabernarda (KR).

L’abbazia di Santo Nicola de Jaciano

Nei sinodi di Santa Anastasia sono richiamati gli abbati dei monasteri e grange presenti nella diocesi di Santa Severina. Essi sono nell’ordine che rispettava la loro origine e/o importanza: l’abbate di Santa Maria di Altilia, l’abbate di Sant’Angelo de Fringillo, l’abbate di S. Nicola de Frangiano, l’abbate di Santa Maria de Pesano, il priore di S. Pietro de Nimphis e l’abbate di S. Maria de Molera. Le abazie o grange di S. Nicola de Fragiano, e S. Maria de Molera erano in territorio di Rocca Bernarda, S. Pietro de Nimphis e Santa Maria di Altilia in territorio di Santa Severina, S. Angelo de Fringillo in territorio di Mesoraca e Santa Maria de Pesano in quello di Cutro.

Anticamente le abbazie erano autonome ma in seguito agli abbati subentrarono gli abbati commendatari. L’abbandono delle abbazie da parte dei monaci causò il deteriorarsi degli edifici. Col tempo le abbazie con le loro grange furono aggregate con altri benefici ecclesiastici, costituendo la rendita di una commenda di collazione papale.

 

L’abbate ai sinodi

L’abate, o meglio il suo procuratore, è presente nei sinodi di Santa Anastasia fin dall’inizio del Cinquecento.

Nell’elenco dei “Dinari reciputi ad lo sinido nello iorno de S.ta anastasia de lo II anno delo afficto  1546” da Roccabernarda: “Da S.to  nicola de frangiano per censo di due adnate libre di cira 0- 1 – 0. Lo stesso avverrà per i sinodi successivi. (AASS. 003A, f. 36v e sgg).

Nel sinodo generale di Santa Anastasia celebrato il 14 maggio 1564, al tempo dell’arcivescovo Gio Battista Ursino, essendo vicario metropolitano Don Nicola Gerardino U.J.D.,  nella cattedrale di Santa Severina fu chiamato il R.dus D.nus Abbas Sancti Nicolai de Fragiano per versare il cattedratico. L’abbate non comparve personalmente ma il suo procuratore, il venerabile don Dominicus Paparugerius. Non avendo costui presentato alcuna procura valida fu condannato dal vicario metropolitano a versare la terza parte delle rendite dell’abbazia. (Era commendatario del monastero S. Nicola de Flagiano, situato in diocesi di Nicastro, fin dal 17 gennaio 1562 il chierico napoletano Silvio Anisio, Russo, 21037).

Essendo arcivescovo Francesco Antonio Santoro, nel sinodo celebrato il 31 maggio 1579 comparve don Francesco Cosentino, il quale esibì un mandato valido.

(Il 30 maggio 1579 nella terra di Rocca Bernarda alla presenza di notaio e testimoni Michele Spanò di Rocca Bernarda, sostituto legittimo procuratore di Petro Antonio Mirabello di Squillace, incaricato dall’abbate dell’abbazia di S. Nicola de Fregiano a esigere le entrate e i censi dell’abbazia e a comparire a nome dell’abbate nel sinodo arcivescovile della città di  Santa Severina, nomina a sostituirlo il prete Francesco Cosentino, (AASS Sinodi, 006A, f. 7).

Nel sinodo del 1580 l’abate non comparve ma al suo posto per scusarlo si presentò il nobile Michele Spanò della terra di Rocca Bernarda con un mandato di procura.

 

L’abbate commendatario Giulio Antonio Santoro

Il 14 settembre 1580 per morte del commendatario Silvio Anisio il papa Gregorio XIII concedeva l’abbazia di S. Nicola de Fragiano in commenda al cardinale di Santa Severina Giulio Antonio Santoro (Russo, 23168).

Nei successivi sinodi del 7 maggio 1581 e del 27 maggio 1582 si presentò il decano e disse che l’abbazia era in commenda al cardinale di Santa Severina. Nel sinodo del 13 maggio 1584 comparve il procuratore D. Francesco Cosentino. Nel sinodo del 10 maggio 1587, essendo arcivescovo di Santa Severina Alfonso Pisano, l’arcidiacono fu procuratore del Cardinale di Santa Severina, il 29 maggio dell’anno seguente  si presentò il decano. Il 22 maggio 1594 è la volta del procuratore Marcello Ballatore. L’arciprete della terra di Rocca di Neto, procuratore del Cardinale, si presentò anche nel sinodo dell’undici maggio 1603. L’abbazia rimarrà ancora per parecchi anni in commenda al Cardinale di Santa Severina. Durante questi anni l’abbate commendatario tramite il suo procuratore verserà ogni anno il cattedratico, che fu poi devoluto al procuratore del seminario di Santa Severina. (Il 31 luglio 1634 il prete Gio. Tommaso Beninicasa che ha in fitto la gabella di S. Sodaro appartenente all’abbazia di S. Nicola di Jaciano consegna 20 ducati e 12 grana dovuti al seminario dall’abbate in vigore del contibuto, AASS. 043A)

Il 18 marzo 1636 Urbano VIII concedeva in commenda l’abbazia di “S. Nicola de Iacciano, als de Franzano”,  al chierico Gio. Francesco Ginetti per cessione dell’arcivescovo di Cosenza Giulio Antonio Santoro (Russo, 32075).

 

L’abbazia di San Nicola di Jaciano nelle marine

In questi primi decenni del Seicento troviamo diversi procuratori. Furono procuratori dell’abbate commendatario Giulio Antonio Santoro: Attilio Pisani di Santa Severina (1628-1629) e Berardo Scigliano (1633); seguirono i procuratori del cardinale Ginetti: Lutio Antonio Arabia (1638) ed Emanuele Pelusi (1639). Durante il periodo in cui l’abbazia è in commenda al cardinale Ginnetti tutti possedimenti dell’abbazia situati presso la marina sono dati in affitto ad un unico conduttore, il quale poi subaffitta le singole parti a coloni ed a pastori.

Nel 1639 Gio. Thomaso Benincasa è “affittatore delle entrate nella marina” della Abbazia di San Nicola di Jaciano. Egli ha in affitto per la durata di tre anni le gabelle, i vignali, i censi, rendite ed ogni altro diritto spettanti all’abbazia nelle marine, cioè nella terra e distretto di Rocca Bernarda, nel castello e distretto di S. Mauro, nella terra e distretto di Cutro e San Giovanni Monagò e nella città e distretto di Isola.

Egli deve consegnare il grano ed il denaro pattuito per l’affitto al Rev.do Abate D. Emanuele Pelusi, agente e Procuratore generale dell’Ill.mo Gioseppe Ginnetti, nipote dell’abate commendatario Cardinale Ginetti, inoltre deve versare il contributo dovuto ai seminari di Santa Severina e di Isola. (Nell’aprile 1640 Gio. Tommaso Benincasa pagava ducati 75 in questo modo: ducati 10 e tari 2 e grana 16 al seminario di S. Severina, ducati 6 e tari 3 al seminario di Isola, AASS. 024A)

(Il 10 ottobre 1639 in Castro San Mauro il reverendo Gio. Tomaso Benincasa si obbliga con l’abate Emanuele Pelusi, agente e procuratore generale di Gioseffe Ginnetti, nipote del cardinale Ginnetti. Per l’affitto di tre anni dei possedimenti dell’abbazia nella marina egli consegnerà in Cutro tt.a 630 di grano bianco e ducati 225 in questo modo: il giorno della fiera di Molirà del 1640, 1641 e 1642 tt.a 210 di grano e ducati 75, AASS. 24A, f.45).

I possedimenti dell’abbazia nella marina come rileviamo dai catasti onciari erano: a) In territorio di Cutro. La gabella detta Pancalli nel corso di Feroluso di tt.a 280, Il Piano di Malandrino nello stesso corso, di tt.a 30, due terreni nel luogo detto il Franzojero e Piano del Re, la gabella detta Jaciano nel corso del Vattiato di tt.a 50 e la gabella detta il Piraino nel corso di S. Giovanni Minagò di tt.e 100. (Catasto di Cutro, f.173v, 1744, ASN.)

  1. b) in territorio di San Mauro. Alcuni vignali in località Ogliastretto, Passo della Liequia e Colla della Fata e le gabelle Barbariti e Feghicello. (Catasto di San Mauro, 1780, AASS 167A)
  2. c) In territorio di Rocca Bernarda. La gabella di Santo Sodaro, “soggetta al corso di Niffi, di capacità tt.a cinquanta di terra rasa, ed aratoria”, e la difesa di Iaciano, “atta al pascolo di animali, di sua estensione tt.a cento” (Catasto onciario Rocca Bernarda 1768, f. 270v.).
  3. d) in territorio di Isola. Il corso di Forgiano di tomolate 790. (Catasto Isola 1747, f. 59v).

 

La grangia di San Teodoro detta poi San Todaro e San Sodaro

Nel settembre 1261 in Mesoraca, regnando Manfredi, Adriano, abate del monastero di S. Nicola di Jaciano, poiché il suo monastero è così distrutto, sia spiritualmente che materialmente, “quod de eius restauratione per nos nulla spes haberi potest”, con il consenso dei monaci, che vi dimorano, lo dona con tutte le grangie, privilegi, diritti, consuetudini, uomini ed ogni altra cosa all’abbate Pietro del monastero cistercense di Sant’Angelo di Frigillo. L’abbate Adriano tuttavia si trattiene, soltanto per tutta la sua vita, la grangia di “Sanctus Theodorus de Niffi , sita in diocesis Sancte Severine cum omnibus iuribus, rationibus et pertinentiis suis” (Pratesi A., Carte, 431-434).

Ritroveremo dopo molto tempo la grangia di San Teodoro. I suoi possedimenti si estendevano sulla riva sinistra del Tacina tra i territori di Roccabernarda e San Mauro. Il luogo era attraversato dalla trazza detta di “Santa Maria de Niffi” o “trazza vetera”, dalla “via seu trazza” per la quale si va “allo corbo” e alla valle di Niffi, dalla via pubblica che va a Cutro e dall’ importante via che risaliva la riva sinistra del Tacina, come si legge nella descrizione dei confini del priorato di San Pietro di Niffi:

“… va a ferire alla valle di Mammì terre dell’Abbadia di S. Nicola di Jacciano territorio della Rocca Bernarda e li frunti frunti à bascio di d.a valle à bascio continuando d.o termine ferisce, e và alla via detta La Chiubica de Niffi in piedi detta valle per la quale via si và in Cosenza, e per tutto il marchesato di Cotrone, et in altri luoghi …” (AASS. 041A).

Da un documento del 1579 che descrive i confini della difesa “Le destre delle Collitelle” situata in territorio di Roccabernarda al limite con il territorio di San Mauro, si ricava la posizione della difesa di Santo Nicola de Yaciano che era situata vicino alla località di San Pietro de Niffi:

“… fere la crista crista dela timpa dela zita faccie fronte Santo Mauro, et discende lo fronte fronte dela Valle de Niffi nominata Le Manche delle Rose et fere alla difesa di Santo Nicola de Yaciano …”che poi confina con la“foresta delo R.do Priolo de Santo Petro de Niffi et fere allo cavone delo piano delo Re …” (ANC. 180, 1663, 39).

In una platea dei beni dell’abbazia di San Nicola de Jaciano, compilata su mandato dell’arcivescovo Giulio Antonio Santoro nell’ottobre 1592, si legge che l’abbazia possedeva terreni nei territori di San Mauro e di Rocca Bernarda: “in luogo detto la Canusa una gabella nominata S.to Todaro di tumulate circa ottanta limitata confinata come segue dalla parte dell’oriente e tramontana confina con le terre della Corte loco detto Terra rossa e da l’altra parte confina d’alto e basso con il fiume di Tacina e d.a gabella si contiene sotto la via publica e sopra, che va la Canusa … nello territorio della Rocca e dentro d’essa vi sono altre gabelle e pezzi di terra com’è Santo Todaro, la gabella detta Barberini e lo feudicello in Maganne” (AASS, 028A).

Documenti dell’epoca ci indicano i possedimenti della grangia di San Teodoro che erano le gabelle di S. Sodaro, Feudicello, Barbariti e li Vignali.

 

Concessione di terre a vigna

In passato una vasta parte dei possedimenti della grangia dell’abbazia abitata da monaci greci in località Niffi fu concessa in enfiteusi a coloni di Rocca Bernarda. Si trattava di strisce di terreno per lo più boscose concesse con la clausola “ad meliorandum”, che furono disboscate e coltivate a vigna.

Esse erano di estensioni uguali e poste una a fianco dell’altra sotto via e sopra via. Nella prima metà del Seicento ne erano proprietari Gio. Leonardo Rigitano, Tomaso Rizza, Gio. Lanzo, Leonardo Garetto, Nicola Scolerio, Michel’Angelo Bonaiuto, Ferdinando Pedaci, Petro Masca, Antonio Sollazzo, Vespasiano Bonofilio, Gesualdo Juliano, Marcello Guarani, Innocentio Accetta, Mutio de Rose, Marco Antonio Rizza, Antonio Camarda, Francesco de Aminò, Nicola Portilla, Francesco Taxitano, Petro Antonio Visciglia, Orlando Facente, Gio. Domenico Castagnino, Dionisio Martino ecc. I possessori delle quote versavano ogni anno all’abazia di S. Nicola di Jaciano il “solito censo”, che in genere era di grana due e mezzo, ma poteva variare. Nel tempo infatti molte quote erano state accorpate ed altre suddivise.

Con l’abbandono della grangia da parte dei monaci i terreni nelle vicinanze dell’abbazia non più coltivati si erano deteriorati.

Nei primi anni del Seicento le vigne conservavano solo il nome, esse erano “arborate” con “ficis, granatis et pomis”; vi erano anche “duobus pedibus sicomorum” e “uno pede olivarum”.

Il 24.4.1640 Francesco de Amino compra da Nicola Portilla una vigna sita a Niffi gravata da un annuo censo di grana 5 dovuto all’abbazia di S. Nicola di Jaciano, (ANC. 179, 1640, 12v); 9.4.1643 Gesualdo Juliano vende ai magistri Francesco Parisio e Perio Benincasa un vineale “cum unum pedem olivarum” in località Niffi. Il vignale è situato “iux.a viam seu trazzam” per la quale si va allo corbo e alla valle di Niffi. Esso è gravato dal censo di grana sei dovuto all’abbazia di Jaciano (ANC. 179, 1643, 19); 14.2.1644 Michel’Angelo Bonaiuto compera da Ferdinando Pedaci una vigna in località Niffi “ficis et granatis arboratam” gravata dal solito censo dovuto all’abbazia di S. Nicola di Jaciano (ANC. 179, 1644, 11); 13.3.1644 Gio. Leonardo Ricitano compra dal chierico Tomaso Rizza e fratelli una vigna “arborata ficis” in località Niffi gravata da un annuo censo dovuto all’abazia di S. Nicola de Jaciano. La vigna confina con la via pubblica che va a Cutro e che passa per il vallone, (ANC.179, 1644, 12) ecc.

 

Affitto e subaffitto

L’affitto della gabella di San Sodaro era messo all’asta al miglior offerente dal procuratore dell’abbate commendatario.

Il 7 gennaio 1633 in Rocca Bernarda Berardo Scigliano, procuratore dell’arcivescovo di Cosenza, mette all’asta l’affitto per tre anni della gabella di San Sodaro. Si aggiudica l’affitto Gio. Tomaso Benincasa di Santo Mauro, il quale offre per ogni anno, 1634 e 1635, tomoli 75 di grano alla raccolta, da consegnarsi in Cutro o Rocca Bernarda, mentre l’anno 1633 è “franco à maysare”. Alla scadenza del contratto le terre di S. Sodaro sono nuovamente affittate per tre anni al Benincasa, il quale il 5 gennaio 1635 in Rocca Bernarda si obbliga a consegnare tomoli 50 di grano alla raccolta nel 1637 ed altrettanti  nel 1638 mentre il primo anno è “franco à maysare”, (AASS. 024A).

Nel 1638 Santo Sodaro era affittato per tre anni, il primo a maysare e i successivi a semina per tt.a 50 di grano nella raccolta 1640 e altrettanto nel 1641; Feudicello solamente per un anno per tt.a 15 di grano alla raccolta del 1639; Barberiti per due anni per tt.a 20 alla raccolta 1639 e tta 20 alla raccolta 1640; Li Vignali non era stato dato in affitto, (AASS.024A).

Gio. Tomaso Benincasa “affittatore delle intrate nella marina della abbatia di S.to Nicola di Jaciano” poi subaffittava le singole gabelle ai coloni del luogo.

Il 27 novembre 1639 in S. Mauro Gio. Andrea Scaccia si obbliga a consegnare 64 tomoli di grano in S. Mauro o in Cutro per tre anni continui “cioè d’hoggi innanzi finiendi all’ultimo d’agosto 1642” per l’affitto della gabella Barbariti (il primo agosto 1640 tt.a 22, tt.a 22 nel 1641 e tt.a 20 nel 1642) (AASS. 024A).

Per la difesa di Jaciano l’abbate commendatario, o il suo procuratore, doveva versare ogni anno carlini 15 alla mensa arcivescovile di Santa Severina per ragione di decima (Catasto Rocca Bernarda, 1768, f. 270v).

 

Una lunga lite

Da una relazione dell’arcivescovo di Santa Severina Francesco Falabella (1660-1670) si sa che Francesco Filomarino, barone di Cutro, Roccabernarda e San Giovanni Minagò, aveva occupato alcuni terreni che appartenevano parte alla mensa arcivescovile di Santa Severina e parte alle abbazie di San Nicola de Iaciano e al Priorato di San Pietro de Ninfis, dei quali erano commendatari i cardinali Ginetti e Odiscalchi (Rel. Lim. S. Severina., 1666).

Aveva in affitto l’abbazia di San Nicola de Jacciano Gio. Tommaso Benencasa ed alla sua morte, avvenuta nel 1660, subentrerà Francesco Sculco.

Dai documenti di quella lite sappiamo che alla metà del Seicento erano ancora evidenti i ruderi della chiesa di Santo Sodaro.

Il feudatario aveva occupato circa otto tomolate di terreno della gabella di San Sodaro, gabella che confinava con il fiume Tacina e le gabelle di Docime e Serra Rossa, e le aveva aggregate al suo territorio di Serre Rosse, “con farvi piantare novi limiti” ed aveva occupato e fatto pascolare dalle sue giumente, dal mese di ottobre 1661 fino ad aprile 1662, un pezzo di terreno della gabella delle Fosse della Mensa Arcivescovile, della gabella di Docime e tutta la gabella di San Pietro di Niffi. Su istanza di Andrea Godino, procuratore del cardinale Odiscalchi e di Paulo di Pirro, fiscale della corte arcivescovile e della abbazia di S. Nicola di Jaciano, l’arcivescovo di Santa Severina ordinò al suo vicario generale di prendere informazioni.

Per tale motivo il vicario il 26 settembre 1662 si recò “proprie in ecc.a diruta S.ti Sodari”, dove interrogò alcuni testimoni, i quali confermarono le occupazioni fatte dal feudatario, tra le quali l’occupazione e la semina di parte della gabella S. Sodaro dell’abbazia di S.to Nicola de Jacciano “nella parte inferiore vicino al fiume Tacina”.

La gabella è descritta di circa tomolate 60 ed i suoi confini “cominciano dal fiume di Tacina et saglie per direttura il rivolo rivolo dell’acqua ch’esce allo acquaro, et dal d.o acquaro donde princpia d.o rivolo si transversa acquaro acquaro da cento passi in c.a  sino allo passo del passaturo, dove di nuovo cominciano li termini”. (“Fatto et summario per la Mensa Arcivescovale di S.ta Severina, Abbatia di S.to Nicola de Jacciano, Priorato di San Pietro di Niffi con il Sig.r Principe della Rocca d’Aspide sopra l’occupatione di alcuni terreni di dette chiese”, A.A.S.S. 041A, ff. 60 -63).

 

Usurpazioni

Numerosi saranno gli interventi papali per reintegrare i beni sottratti all’abazia.

Il 13 agosto 1682 Innocenzo XI incaricava l’arcivescovo di Santa Severina affinchè siano restituiti al commendatario Ginetti i beni appartenenti e sottratti all’abbazia (Russo, 44829).

Il 13 novembre 1730 il papa Clemente XII interveniva a favore del cardinale e commendatario Giacomo Boncompagno, ordinando all’arcivescovo di Cosenza, ai vescovi di Nicastro e Martirano, o ai loro vicari generali, di intervenire per far reintegrare l’abbazia dei beni usurpati. (Russo, 57288).

 

Nel Settecento

A Giacomo Boncompagno seguì il cardinale Pier Luigi Caraffa, che divenne abbate e perpetuo commendatario dell’abbazia di S. Nicola di Giacciano in territorio di Scigliano della provincia Citra e Ultra. Di solito l’abbazia era affittata per tre anni a partire dal primo gennaio con “tutti i beni stabili, censi, possessioni, annue entrade e emolumenti, frutti, uso de pascoli et altri qualsivoliano beni e raggioni spettanti e pertinenti alla detta ven.le Badia siti e posti in qualsiv.no luoghi e tenimento di detta Badia una con tutte loro ragioni … ed anco con tutti i pesi d’accomodaz.ni reparaz.ni ed altre che forse saranno necessarii nella ven.le cappella di detta Badia”.

Dopo che era stata data in fitto per tre anni dal 1730 al 1732 a Michele Giglio del Sorbo e Vincenzo d’Addario, venne concessa per altri tre anni a partire dal primo gennaio 1733 e a finire al 31 dicembre 1735 a Francesco Cesare Berlingieri.

Il contratto di fitto fu stipulato in Napoli dal principe di Sirignano Giuseppe di Gennaro, come rappresentante del cardinale Carafa, e da Annibale Pipino come rappresentante del Berlingieri. Con tale atto il Berlingieri si impegnò a pagare ducati 635 all’anno in due rate metà alla fine di agosto e l’altra metà alla fine di dicembre ed a rispettare ed a far rispettare alcune condizioni da coloro, ai quali avrebbe poi subaffittato i terreni ed i beni dell’abbazia: ” In primis si conviene che tutti gli avanzi si faranno durante d.o triennio d’affitto a caosa di ritrovarsi corpi occupati o rendite, de quali sin ora non se nè avuta notizia, vadino a beneficio del d.o Em.mo S.r Cardinale in detto nome per due terze parti, e per l’altra 3.a parte a beneficio de pred.ti SS.ri conduttori. Di più si conviene doversi dar nota distinta da d.ti SS.ri Cond.ri di tutti gli affittatori, censuarii e rendite di d.a Badia, una colla nota di tutti i territorii e luoghi di essa, colli fini e confini. Di più si conviene, che siano tenuti d.ti SS.ri Cond.ri in s.m siccome d.to S.r D.no Annibale in d.ti nomi ed in s.m si obliga aumentare e far aumentare tutti li territorii di d.a ven.le Badia d’ogn’aum.to necessario, ed opportuno, di modo che più presto venghino in aum.to che in detrim.to per loro colpa e difetto. Di più si conviene, che siano tenuti d.ti SS.ri Cond.ri, siccome il d.to D.n Annibale in detti nomi ed in s.m promette e s’obliga consignare nota distinta delli corpi occupati, o rendite spettanti e pertinenti a d.a V.le Badia al d.o S.r Prin.pe nel nome sudetto. Di più d.to S.r D.n Annibale in d.ti nomi ed in s.m promette dare al d.to S.r Prin.pe nel nome sud.o notizia delli corpi di d.a Badia che stanno censuati, e da chi si possedono e con qual titolo e colli loro confini a fine di poter esiggere li laudemii e quindemii spettanti al d.to Em.mo S.r Cardinale in detto nome. Di più si conviene, che tutto quello s’esigerà di quindemii e laudemii, due terze parti d’essi vadino a beneficio di detto Em.mo S.r Cardinale e l’altra 3.a parte a beneficio di d.ti SS.ri Conduttori. Di più si conviene, che tutti li laudemii, che da oggi avanti si doveranno dur.te d.to affitto, vadino a beneficio di detto Em.mo Sig.r Cardinale. Di più si conviene, che siano tenuti d.ti SS.ri Cond.ri dare al d.to S.r Prin.pe nel n.e sud.to: scritture valide della sodisfa.ne delle messe, q.nus si dovessero, ed ogn’altro obligo della Badia sudetta. Di più si conviene, che siano tenuti essi Cond.ri e ciasched.o d’essi in s.m nel primo anno di d.to affitto rinovare tutti gl’istrum.ti d’affitti e l’obligo personale de censuarii, e far nota come possedono d.te robbe e qualla mandare qui in Nap.i al d.to S.r Prin.pe nel nome sud.o. Di più debbiano li medemi dar notizia di tutti li laudemii, o quindemii, da riscotersi e da chi, e quella similmente inviare al d.to S.r Prin.pe nel nome sudetto, a fine di potersi intentare le liti. Di più che siano tenuti d.ti SS.ri cond.ri di dar nota distinta al d.o S.r Prin.pe in d.to n.e di tutte le robbe usurpate alla detta Badia per intentare il giudizio di reintegraz.ne qui in Nap.i un’insieme con altra nota de debitori non pontuali. Di più che siano tenuti d.ti Cond.ri dar nota distinta al med.mo S.r Prin.pe in d.to n.e di tutte le possessioni, censi e rendite della marina di Cutri, e dell’affittatori, censuarii e rendenti. Di più si conviene per patto espresso che nelle montagne della detta Badia non possano d.ti SS.ri Cond.ri tagliare alberi fruttiferi di qualunque specie si fussero; e chenon possano affittare per uso di massarie di semine li boschi delle montagne della medema Badia che con fare d.ti affitti conviene sboscare i medemi in disservizio della medema Badia. Di più si conviene che siano tenuti d.ti SS.ri Cond.ri di far fare tutte l’accomodaz.ni delli granari di d.a ven.le Badia delli quali si servono dur.te d.to affitto …” (ANC. 614, 1729, 44-49).

Anche in seguito i beni dell’abbazia furono affittati dai comendatari a conduttori i quali a loro volta tramite procuratori in loco affittavano le singole gabelle e vignali ai coloni. Nel 1755 il conduttore e parroco Felice Minervini, tramite il suo procuratore, il reverendo  Giovanni Battista Pizzigna di San Mauro, stipula contratti di fitto con coloni. Tra questi ultimi vi è il cutrese Bruno Grattalà, che prende in fitto per tre anni ad uso semina il vignale “Il Piano del Re”, impegnandosi a consegnare trenta tomola di grano, cioè dieci tomola ogni agosto.

Nel settembre 1757 Bruno Grattalà protesta perchè, essendo andato con i suoi buoi a lavorare per fare i maggesi nel vignale, viene impedito da Serafino Sirijanni, il quale ha in fitto la vicina gabella della Petirta. Il Sirijanni, affermando che il vignale fa parte della gabella, fa intervenire il governatore della baronia di Tacina e Massanova, il quale minaccia il Grattalà di incarcerarlo nella torre di Steccato (ANC. 1070, 1757, 34.).

Con il passare del tempo i possedimenti dell’abbazia diminuirono. Durante il periodo nel quale fu commendatario il cardinale Pier Luigi Caraffa, il 4 maggio 1743 l’abbazia perdeva il vasto corso di Forgiano in territorio di Isola, che fu concesso in enfiteusi perpetua al marchese di Perrotta, Francesco Cesare Berlingieri, “per se stesso, suoi eredi, e successori, anco estranei” (ANC. 1342, 1765, 65-68).

Il 14 maggio 1756 per morte del commendario Pietro Luigi Carafa, l’abbazia sarà concessa da Benedetto XIV al suo familiare Nicola Rigante (Russo, 63810). Morto il Rigante, il primo ottobre 1766 diveniva commendatario il vescovo Celestino Orlando, vescovo di Melfi. L’abbazia era stimata di una rendita di 300 ducati annui, in quanto era gravata di due pensioni per il valore di 200 ducati: una di di 150 ducati a favore di Gio. Benedetto Barba e l’altra di 50 ducati in favore di Gaetano Lamanna. Essa era stata gravata ancora di una nuova pensione di 130 ducati a favore del vescovo di Melfi, di una pensione di 130 ducati per persona da nominare, 30 ducati a favore di Nicola D’Ambrosio e 30 ducati a favore di Gio. battista d’Aragona. (Russo F., 65856).

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