Le chiese di Santa Maria del Mare e di San Leonardo Abbate di Crotone

Santa Maria del mare crotone

Piri Reis. In evidenza la chiesa di Santa Maria del Mare di Crotone (Walters Art Museum, Baltimore, W658)

La Chiesa di Santa Maria del Mare
La chiesetta o eremitorio di S. Maria delo Mare sorgeva sopra uno scoglio in mezzo al mare davanti al molo della città.
Essa compare già all’inizio del Cinquecento. Un breve di Clemente VII del 27 marzo 1525 provvede Bartolomeo Lucifero, arcidiacono della cattedrale di Crotone, delle chiese senza cura di Beata Maria delo Mare, di Sant’Antonio, della Beata Maria dela Scala e di Sant’Andrea, in diocesi di Crotone, vacanti per rinunzia di Alfredo Severio (1). Nell’aprile dell’anno dopo un altro breve inviato al vicario generale del vescovo di Crotone, lo incarica di immettere nel possesso della chiesa di Santa Maria de Mari, presso e fuori mura, il chierico crotonese Cesare de Alexandro, per rinunzia del rettore Bartolomeo Lucifero (2). Da questi primi documenti si ricava che la chiesa o cappella senza cura di anime era fondata su un semplice beneficio di collazione pontificia. Spettava cioè al papa nominare il rettore che avrebbe amministrato le rendite provenienti dai beni del beneficio. Così Paolo III il 15 gennaio 1544 invia un breve a Durante de Durantibus, vescovo di Cassano, dandogli la provvigione della chiesa della Beata Maria ad mare che era rimasta vacante per morte del rettore Rolando de Ritiis (3).
In seguito la chiesa unita ad altre farà parte di un insieme di rendite che verranno cedute o comprate, date in pegno o scambiate, passando velocemente da un rettore all’altro, previo l’assenso papale. Nel 1546 l’arcidiacono Camillo Lucifero possiede oltre alla chiesa parrocchiale di S. Maria del Prothospatariis anche il “pacchetto” di benefici semplici di Santa Cecilia, della Beata Maria Annunziata, di Santa Maria del Mare, di Santa Sofia e di San Giacomo (4). In pochi anni il beneficio di Santa Maria del Mare assieme ad altre rendite religiose passerà dal chierico romano Achille de Mapheis al chierico Francesco Brozzero che lo cede a Bernardino de Mapheis per poi essere di Luca Angelo de Aloysio ecc..
La chiesa o cappella è descritta all’inizio del Seicento come situata “super petras intra mare” (5) e “ aquis maris circundata distans a littore passus quatraginta” (6). Nel maggio 1612, essendo rimasta vacante di rettore per morte di Iosepho Oliverio, Paolo V la concedeva a Roberto Oliverio. Allora la rendita, di cui godeva, veniva stimata del valore di 24 ducati annui (7).
Alla fine del Seicento la cura era già stata trasferita nella chiesa di San Leonardo ed il beneficio semplice era stato unito a quello di San Leonardo e passato di collazione del vescovo di Crotone. La cappella manteneva tuttavia la sua antica funzione, che era oltre quella della patrona, di assicurare protezione divina alle navi ed ai marinai dai pericoli del mare durante la navigazione, anche quella di assicurare dalle tempeste le imbarcazioni ancorate al porto, fornendo con la sua materiale presenza un sicuro ancoraggio. Tale sua funzione si ricava chiaramente dalla testimonianza dell’equipaggio della nave del capitano Ignazio di Lauro di Sorrento. La nave partita da Napoli il 7 dicembre 1724 giunge a Crotone il 9 gennaio 1725 dopo un viaggio caratterizzato dal “molto travaglio sofferto di venti contrari e mari tempestosi”. Dal 12 al 16 gennaio imbarca grano per conto del mercante napoletano Barretta ma il 23 gennaio è ancora ferma al porto infatti “per li tempi che sono stati come presentemente sono tempestosi di greco e levante e scirocco e levante con acque continue di cielo non può partire ma l’hanno fatto correre pericolo di perdersi, non ostante di esser armegiata la nave con sette capi di mare, cinque d’essi con li cinque ancori che tiene, e due legati sopra la cappella sistente in detto porto fra le quali due capi vi era la gumena detta speranza di cantara quattordici e mezzo dove vi legati 14 ergiture per impedirlo qualche danno non però li detti tempi tempestosi sono stati tanti e tali che non ostantino detti ripari li han fatto molto danno in più luoghi come evidentemente apparisce et altri piccoli danni a tutte l’altre gumine et accortosi esso capitano del detto danno per riparare vi ha fatto stendere sopra detta cappella la seconda dove presentemente sta stesa” (8).
Lo scoglio su cui sorgeva la chiesa, i cui resti erano ancora visibili nella seconda metà del Settecento, fu inglobato nel nuovo porto della città.

La chiesa di S. Leonardo Abbate
La cappella o chiesa di San Leonardo era situata presso l’antica porta della città di Crotone detta di Milino. Con la costruzione delle nuove mura al tempo del viceré Don Pedro de Toledo la porta venne meno e la chiesa si trovò isolata sotto le nuove mura. In tale stato è segnalata durante il Seicento (9) quando essa è tra le cappelle fuori città dove si celebrano messe da sacerdoti del Capitolo. Le altre sono la SS.ma Pietà, la SS.ma Nunziata, San Marco, Santa Caterina e Santa Maria la Scala (10).
Il primo febbraio 1700 su incarico del vescovo Marco Rama il primicerio Geronimo Facente compie la visita alla chiesa fuori mura di Santa Maria del Mare e San Leonardo. Il visitatore ordinò al sacerdote Marco Antonio Benincasa, rettore della chiesa, che entro tre mesi dovesse curare di far fare una nuova immagine di Santa Maria e di San Leonardo e di appenderla all’altare, poiché quella che vi si trovava era indecente sia per decoro che per riverenza. L’arredo della chiesa era costituito da: cinque tovaglie d’altare, quattro usate et una vecchia. Tre avantaltari, uno di primavera fiorito novo, uno d’oropelle, ed uno di tela pittato usato. Dui candelieri, carta di Gloria, e crocifisso di legno. Una lampada grande di vetro. Campana e campanello. Uno armario di legno. Le proprietà della chiesa erano costituite dai beni del beneficio di S. Maria del Mare e San Leonardo Abbate che consistevano in una gabella detta Gramati di salme sette dalla quale ricavava, a seconda se veniva affittata a semina o a pascolo, in grano salme sette e in denaro ducati 15, un vignale nel luogo detto Milino sotto le muraglie del Cavaliero della città che dava un’entrata annua di ducati otto circa. Inoltre doveva pagare alcuni annui censi e precisamente al canonicato sotto il titolo di S. Maria della Scala di questa cattedrale sopra la prenominata gabella di Gramati secondo l’affitto d’una salma di grano o una salma di erbaggio (11).
La situazione non era mutata di molto vent’anni dopo. Il 14 agosto 1720 il vescovo di Crotone Anselmo dela Pena visitò la chiesa ed ordinò al rettore che entro quattro mesi provvedesse l’altare di sei candelabri decenti, di alcuni vasi con fiori e di indumenti sacri. Comandò inoltre che la messa settimanale del beneficio fosse celebrata nella chiesa nei giorni festivi. Il luogo sacro era arredato da “un calice usato con sua patena, da due corporali con loro palle, da una borsa ed un velo d’amuer, una pianeta di color mischio usato, un camice usato, 4 tovaglie una d’orletta nuova e l’altra di tela usata con suo merletto, due palliotti uno d’amuer nuovo e l’altro d’oropelle usato, 2 coscini uno d’amuer nuovo e l’altro ordinario, un messale usato, un apparato di candelieri , carte di Gloria Inprincipio e lavabo nuovi argentati, due candelieri corta di Gloria Impr. e lavabo usati, quattro fiori di altare con sue giarre argentate, un campanello. Il beneficio di collazione vescovile di S. Maria del Mare e S. Leonardo con altare e chiesa propria fuori mura, di cui era sempre rettore il sacerdote Marco Antonio Benincasa da Mesoraca, era gravato di una messa alla settimana e possedeva la gabella Gramati di salme 7, in grano grano sette, in denaro duc. 15 e da un vignale nel luogo detto Milino sotto le muraglie della città sempre in denaro duc. 8 circa. Pagava come peso di censo al canonicato sotto il titolo di S. Maria della Scala della cattedrale sopra la gabella di Gramati a seconda di come veniva affittata, o una salma di grano o di erbaggio (12).

L’immunità del luogo
La chiesa eremitica posta fuori le mura, ma nelle vicinanze del castello, fu sovente al centro di dispute tra il castellano ed il vescovo, in quanto vi si rifugiavano i prigionieri, che riuscivano a fuggire dalle carceri del castello, trovando in essa un sicuro rifugio, in quanto protetti dall’immunità del luogo sacro. La mattina del 30 dicembre 1722 Francesco Le Rose della terra di Cutro, che era carcerato nel castello, “col sotterfuggio di fare il beneficio del corpo, fu portato dalla guardia a luoghi comuni di detto castello da dove si precipitò, e venne in detta chiesa”. Immediatamente il castellano, il sergente maggiore Giovanni Ramirez y Arellano, invia alcuni artiglieri ed altri soldati, che circondano la chiesa in modo da non farlo fuggire. Quindi due soldati tedeschi su ordine del loro comandante penetrano nel luogo sacro ed estraggono con la forza il fuggitivo, che è ricondotto nelle carceri del castello. Venuto a conoscenza del fatto, il vescovo della città, Anselmo dela Pena, il giorno dopo scaglia un pubblico monitorio contro il castellano, intimandogli di restituire entro tre ore il fuggiasco in mani ecclesiastiche, altrimenti sarebbe stato fulminato dalle censure canoniche. Il castellano, poiché temeva molto, da fedel cristiano, le censure, ordina il giorno dopo, 31 dicembre 1722, agli stessi soldati, che avevano estratto dalla chiesa il Le Rose e l’avevano portato al castello, di prendere il prigioniero e di rifare il percorso all’inverso. Arrivati nei pressi del luogo pio, trovarono ad attenderli l’inviato del vescovo, il cancelliere della corte vescovile e canonico Vincenzo Foggia. Qui in presenza degli astanti il Le rose dichiarò che eleggeva per suo sicuro rifugio la chiesa di San Leonardo ed il cancelliere lo prese per mano e se lo portò via nella chiesa (13).

Verso l’Ottocento
Durante il rettorato del sacerdote Marco Antonio Benincasa sorse una controversia per il possesso di un pezzo di terreno, situato ai confini della gabella di Gramati del beneficio di San Leonardo. Dopo un primo accordo la lite fu riaccesa nel 1734 dal nuovo rettore, il canonico Gio. Francesco Albano, il quale cercò di impossessarsi di parte della confinante gabella Rejna, appartenente a Faustina Antinori. Nonostante un accordo tra le parti , che stabiliva dettagliatamente i confini tra le due proprietà, fatto da alcuni esperti massari, nel 1743 il canonico tentò nuovamente di annettere al fondo Gramati parte della confinante gabella. La nuova proprietaria di quest’ultima, l’educanda Laura Antinori, tramite il suo procuratore, rese vano il tentativo, presentando il testo dell’accordo di confinazione a suo tempo sottoscritto dalle parti e “per levare ogni futuro litigio” fece costruire in muratura tra i due terreni dei pilastri, segnando così in maniera evidente i confini (14). Nel catasto onciario del 1743 così è descritta la chiesa: Il beneficio di S. Maria del Mare e S. Leonardo colla chiesa propria situata sotto le muraglie della città al presente del beneficiato sacerdote Gio. Francesco Albani possiede un vignale di 4 tomolate ed il territorio di Gramati di 70 tomolate ed ha come peso quello di celebrare una messa alla settimana (15).
La situazione economica risulta immutata nel 1777 quando nella chiesa era fondato ancora il semplice beneficio di libera collazione del vescovo, di cui era rettore il canonico Gio. Francesco Albani (16). Alla fine del Settecento, come si rileva dal catasto onciario del 1793, il beneficio sotto il titolo di S. Maria del Mare e S. Leonardo con chiesa propria apparteneva al beneficiato il sacerdote D. Bernardo Alfì. Esso conservava il vignale unito alla chiesa ed la gabella di Gramati (17). Situazione rimasta immutata nel 1795 (18). Allora il luogo su cui era posta la chiesa rurale era particolarmente solitario, specie di notte quando le porte della città erano chiuse. La chiesa era infatti situata tra le mura della città, la chiesa di Santa Caterina, la spiaggia ed il porto. Nelle sue vicinanze passava una via utilizzata dai contrabbandieri. Col pretesto di impedire il contrabbando, il proprietario del vignale, attraverso il quale la strada passava, ottenne di impadronirsene e di poterla sbarrare con fossi e mura di pietra (19).

Note

1. Reg. Lat. 1568, ff. 208v-210v ( Russo F., Regesto (16508)
2. Reg. Lat. 1489, ff.37-38v (Russo F., Regesto (16580)
3. Reg. Lat. 1752, f.35v-39 (Russo F., regesto (18732)
4. Resignat. III, f.165. (Russo F., Regesto (19189)
5. Rel. Lim. Crotonen. 1614, 1617.
6. Rel. Lim. Crotonen. 1631.
7. Russo F., Regesto (27067)
8. ANC. 614, 1725, 8.
9. Rel. Lim. Crotonen. 1631, 1640.
10. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
11. Acta cit., ff. 158-159.
12. Anselmus cit., ff. 46, 55.
13. ANC. 661, 1722, 302-303.
14. ANC. 981, 1743, 27-28.
15. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 228.
16. Nota delle chiese e luoghi pii, 1777.
17. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 162.
18. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
19. Il vignale attraverso il quale passava la strada è descritto come un giardino alberato situato sotto il baluardo dette dei Sette Cannoni (Don Pedro) e precisamente tra il romitorio e le terre del beneficio di San Leonardo Abbate ed il baluardo. Esso si estendeva dalla punta del baluardo e finiva al muro del giardinetto reale detto Miranda, ANC. 1666, 1787, 33-39.

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