Le Chiese di Santa Severina nella Visita del Vicario Generale del 1559

cattedrale S. Severina

La cattedrale di Santa Severina.

Il giorno quindici maggio del 1559, il vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina Giovanni Battista Ursino, con il suo seguito di canonici e presbiteri, iniziò la visita dei luoghi pii posti sotto la sua giurisdizione all’interno della città.

Tale visita aveva lo scopo di compiere una ricognizione dell’esistente, accertando l’effettiva titolarità dei beneficiati, la condizione degli edifici e la dotazione di beni mobili ed immobili d’ogni singolo ente ecclesiastico. Ciò al fine di stabilire le condizioni del clero cittadino e la consistenza dei beni da questo posseduti, assumendo i provvedimenti necessari. Una volta entrato all’interno degli edifici sacri aspergendo l’acqua benedetta, e dopo avere effettuato l’orazione, il Vicario visitò le cappella ed gli altari e/o oratori interrogando i rispettivi patroni[i], cappellani e rettori[ii] che, in tale occasione, erano tenuti ad essere presenti, esibendo i relativi titoli di fondazione, di concessione e di donazione. In mancanza o in difetto di ciò, il vicario, in genere, concedeva loro altri otto giorni, affinché potessero comunque dimostrare la loro titolarità ma, superato questo termine, poteva passare alla devoluzione del beneficio alla Camera Arcivescovile.

Per sua natura, quindi, tale documento rappresenta un resoconto analitico e circostanziato della struttura cittadina di Santa Severina, dal punto di vista che coinvolge la sua componente più importante ed autorevole che, attraverso il suo ruolo guida della vita cittadina, aveva determinato la nascita e la strutturazione in tutte le principali componenti economiche sociali e religiose del suo territorio. Tale documento, inoltre, focalizza un momento particolarmente importante, che ci permette di evidenziare ancora la realtà della città medievale, già interessata, comunque, da importati trasformazioni.

 

Cappella di S.ta Anastasia in cattedrale

Il documento intitolato “Liber Visitationis maioris ecc.e et aliarum ecc.arum civi.tis s.tae severinae[iii] scritto dal notaro apostolico donno Nicola Gulli e giunto a noi mancante del primo foglio, inizia al foglio secondo con la descrizione della cappella di S.ta Anastasia in cattedrale, riguardo alla quale, comunque, mancano la descrizione dell’altare e della “imago vero s.tae anastasiae”, verosimilmente descritti proprio nel foglio mancante.

Sappiamo comunque che tale immagine era corredata da una tovaglia lavorata di diversi colori e che, sopra l’altare, c’erano due candelabri di legno ai quali il vicario ordinò di aggiungerne altri due di ottone entro il termine di due mesi. All’interno della cappella, oltre all’altare principale consacrato, c’e n’era un altro, sempre consacrato, sopra il quale si trovavano tre tovaglie ed un baldacchino “violatum” utilizzato durante le festività, oltre a due cuscini laceri. La cappella era dotata anche di una vecchia cancellata lignea che il vicario ingiunse di rifare entro il termine di quattro mesi. Apparteneva alla cappella di S.ta Anastasia anche una tovaglia di filo rosso posta sopra la finestra della SS.ma Eucaristia. Nella cappella furono rinvenuti molti “vota Cerea” offerti quotidianamente dai fedeli ex voto alla Santa Vergine Anastasia, consistenti in “votis” ed in alcuni “toreis” che, al fine di essere bene conservati, furono riposti nella sagrestia su disposizione del vicario.

Santa Anastasia

Cattedrale di Santa Severina, statua di Santa Anastasia.

 

Cappella Magna

Nella cappella “magna seu Tribonam”, provvista d’intempiatura lignea con molte pitture e stelle dorate, superati tre gradini di pietra, si trovava l’altare maggiore consacrato “fabricatum diversis lapidibus”. Sopra di esso si trovava la “Cona mag[na]” con le immagini dipinte della Gloriosa Vergine Maria e della Gloriosa Vergine Anastasia, insieme ad altre tre vergini ed ai quattro Dottori della Chiesa, con in mezzo l’immagine del Salvatore in croce pendente. L’icona che “in calce” raffigurava anche i dodici apostoli, era provvista di una tela azzurra, era dorata, antica, molto bella e ben conservata. Sullo stesso altare si trovava un tabernacolo ligneo grande, molto bello con molti ornamenti dorati e dipinto di colore azzurro nella sua parte superiore, dove si conservava la SS.ma Eucaristia, e quattro candelabri di ottone, grandi, puliti e decenti.

L’altare si presentava coperto con tre tovaglie e vi era un baldacchino rosso vetusto, usato in occasione della festività del SS.mo Corpo di Cristo. Altre due tovaglie erano usate per coprire altrettanti “scabelli”. Al lato destro dell’altare vi era il seggio arcivescovile dotato di gradini e con il suo “scabello” davanti, adornato con un angelo dorato nella sua parte superiore. In mezzo alla cappella c’era una lampada che era mantenuta sempre accesa. Sempre alla destra dell’altare si trovavano diverse “Arcae”, una della sacristia ed un’altra “diruta” appartenente alla mensa arcivescovile, oltre a due candelabri grandi di ferro che servivano nei “diebus ferialibus pro ponendo luminarie”. Alla sinistra dell’altare c’era uno “scabellonum” di tavole con un “banco” dove usava sedere l’Ill.mo S.or Conte “cum sua comitiva”. Dietro l’altare maggiore c’era il “sacrarium”, ed il vicario ingiunse al sacrista che n’aveva cura, di tenerlo sempre ben pulito.

Proseguendo la sua visita, il vicario pervenne nella chiesa parrocchiale di S.to Giovanni Battista che si trovava presso e congiunta alla chiesa metropolitana. Qui fu trovata la fonte battesimale “de fabrica diversis lapidibus” ben chiusa con copertura lignea. Apertala egli constatò che vi era una gran quantità d’acqua secondo i Sacri Canoni, ma ingiunse ugualmente che fosse rifatto il “sasseum fontem” entro il termine di sei mesi[iv]. A questo punto la visita fu interrotta e la sua continuazione fu rimandata il giorno seguente.

All’indomani, giorno sedici di maggio, terzo giorno della festività di Pentecoste, dopo la celebrazione della messa, tutti gli ecclesiastici furono riuniti nella “sacristia magna”. Qui canonici, presbiteri, diaconi e subdiaconi, in silenzio, ascoltarono il “fraternali sermone” del vicario letto dal “Pontificali”, circa “reggimento et honestate del clero”. Il vicario ammonì tutti gli astanti a che, durante la celebrazione del Divino Ufficio, tutti i partecipanti alla funzione tenessero un contegno adeguato senza parlare o fare alcunché, in maniera che tutto potesse svolgersi in silenzio, con decoro e onestà. Prescrisse quindi che, in futuro, ogni giorno, tutti dovessero cantare l’ufficio della prima ora nel coro con “alta et intelligibili voce ad modum lectionis Martirologium”. A questo punto, considerato che era quasi l’ora nona, la riunione fu sciolta e la visita fu aggiornata a dopo il pranzo.

Santa Severina Portale principale

Cattedrale di Santa Severina, portale principale.

 

La sacrestia magna

Nel pomeriggio la visita fu ripresa. Ritornato alla porta della “sacristia magna” dotata di due serrature in custodia a donno Jo: Domenico de Gerardo tesoriere, il vicario entrò nel locale seguito dai R.di decano, tesoriere, primicerio ed arciprete, insieme ad altri ecclesiastici “associantibus et assistentibus”. Qui trovò tre vasi di peltro decentemente mantenuti, conservati in uno “stipeo” ligneo lavorato in buone condizioni.

Nel primo si conservava il SS.mo Crisma, in un altro l’Olio Santo e nel terzo l’Olio degli Infermi. Nello stesso stipo si trovavano anche un boccale di vetro, delle ampolline vitree ed alcuni vasi che l’arcivescovo usava per lavarsi le mani mentre celebrava.

In un altro stipo furono trovate una “cassulam” di avorio ed una “bossulam” di legno contenenti alcune sante reliquie[v]. Qui si trovavano anche un’immagine d’avorio raffigurante il Salvatore in croce pendente con la Gloriosa Vergine Maria e S.to Giovanni Evangelista, ed un tabernacolo d’argento grande, usato quando si portava la SS.ma Eucaristia all’esterno della chiesa.

Quindi il tesoriere aprì una grande cassa di noce con serratura e chiave che custodiva egli stesso, all’interno della quale si trovava una “cassula” coperta di seta verde dentro la quale, era custodito il braccio della Gloriosissima Vergine e Martire S.ta Anastasia diligentemente tenuto, ben conservato e ricoperto di argento. Attraverso una “fissuram argentatam” si potevano vedere le ossa e la carne che costituivano la reliquia. Nella stessa cassa furono anche rinvenuti: un calice grande con patena d’argento dorato che, nel mezzo, riportava l’immagine del SS.mo Salvatore in croce pendente molto bello, un altro calice d’argento dorato con patena, un altro calice piccolo d’argento dorato con patena, un altro calice d’argento con il piede d’ottone, una croce cristallina con nel mezzo, l’immagine di nostro Signore Gesù Cristo in croce pendente molto bella, un’altra croce con il piede d’argento che usava l’Arcivescovo quando usciva, una croce grande d’argento “cum relevi” e con “pomis” d’argento tutto intorno, ottima e senza alcun difetto, ed un’altra croce d’argento piccola e senza difetti. Sempre all’interno della suddetta cassa grande di noce fu rinvenuta una “bussulam” lignea, nella quale furono trovati diligentemente ben conservati: un “pectorale prelati” d’argento con una croce alla sommità e nove margherite d’argento, un anello grande pontificale con molte margherite d’argento dorato, un altro anello grande “cum lapide cristalli” e tre altri anelli d’argento dorati con certe margherite. In un’altra bussola, invece, era riposto un anello grande pontificale d’argento dorato con molte margherite ed una “perna” con la scritta: “Cristus vincit, Cristus regnat, Cristus [im]perat”.

In un “morsapanu” sul quale era raffigurata una croce, erano conservate alcune sante reliquie con diversi pezzi d’argento tra cui alcune margherite, che il vicario raccomandò di conservare per bene.

Si passò quindi ad inventariare altri beni riposti nella sacrestia. Un “baculum” grande pastorale d’argento smaltato d’azzurro che, nella parte superiore, aveva raffigurata l’Annunciazione della Gloriosa Vergine Maria e, nella parte mediana, riportava scolpite le seguenti parole: “Ave maria gratia plena”. Un altro bastone pastorale dorato vetusto e rotto. Un altro bastone pastorale di avorio posto in una “cassulam”, un “amictum” di seta con margherite e “pernis”, una mitra vecchia “carmoscina” ornata tutto intorno “cum pluribus ciliis” d’argento, con lapilli, margherite ed altri ornamenti, con pendenti di seta rossa e d’argento dorato. Un’altra mitra di broccato e seta rossa con diversi lapilli, gemme e margherite con due corone e pendenti similmente di broccato e d’argento. Un’altra mitra tutta coperta di margherite, ornata con lapilli, con vari smeraldi ed altri lapilli veri e falsi e con pendenti similmente ornati. Un’altra mitra vecchia bianca con “friso aureo”, con molti smalti e lapilli con pendenti di seta e oro. Un’altra mitra senza ornamento con pendenti bianchi di seta. Tre altre mitre antichissime senza ornamenti con pendenti. Furono trovati anche alcuni ex voto d’argento, un turibulo d’argento con il piede rotto tutto consunto che il vicario ingiunse di rifare, e due “cassule” nelle quali si conservavano documenti e due “corporalia”, uno di seta rossa e l’altro di seta bianca con figure e frange di seta verde.

In tre “cassule seu morsapani” erano conservati alcuni “pallii jux.a solitii sante Romane ecc.e”. In una “cassula” un pallio con una croce nera in campo bianco coperto di raso rosso. In un’altra “cassula” un altro pallio simile. In un’altra “cassula” ancora un altro pallio simile.

All’interno di un’arca furono trovati diversi beni e panni. Ottantotto  tovaglie di diverso tipo: dipinte, di filo e venete, con diversi ornamenti e colori. Sette altre tovaglie di filo e venete. Dodici altre tovaglie dipinte, di filo e venete. Trentadue “velamina bambacig.a” volgarmente detti “mandile” dipinti di diversi colori. Altri quaranta “velamina” vecchi. Diciassette “ceppas” di seta. Venti altri “velamina” piccoli vecchi. Un “mandile cum pernis”. Tre “rigliera” lavorati di filo rosso ed un altro lavorato di seta. Sei “ammittos”. Alcuni “Cammisos ecc.e” forniti di stole, “manipulis”, “amictis et cingulis” di cui due “fimbriati”. Cinque tovaglie di seta rossa e nera, un “mandile” di cotone e molti altri panni che non ci si dilungò ad inventariare. Una “navicella” d’argento con “cucchiarella” che conservava il tesoriere. Un libro “pontificalis” dorato in coperta. Molti atti della predetta Curia. Tre paia di ferri per fare le ostie. Un turibulo piccolo d’ottone. Tre altri “Cammisis” che erano ad uso e servizio della chiesa come riferirono il R.do tesoriere e donno Jo: Pietro Ferraro, “sacrista in sacristia parva”. Due “Cammisi fimbriati” di seta uno bianco e l’altro “cum friso” aureo con stole, “ammictis, manipulis et cingulis”.

In un’arca “magna” ed in un’altra arca di abete furono rinvenuti: tre cappe di seta di diversi colori, una “casulam” nera con “tonicellis” nere di velluto, una “casulam” bianca di damasco con “frisis” d’oro e figure, un’altra “casulam” verde di damasco con “frisis” d’oro e figure, un’altra “casulam” di velluto bianco con “friso” semplici, un’altra “casulam” di broccatello con “frisis”, una “cappam magnam” di damasco bianco con “friso” dorato e frange, un’altra cappa di carmosino rosso figurata con “frisis” dorati e con “scappuccino”, con l’immagine della Beata Vergine Maria e con “pendaculis”, un’altra cappa di damasco figurata con “friso” dorato e con figure, un paio di “tonicellarum” di damasco bianco guarnito con fiocchi verdi, un altro paio di “tonicellarum de drubecto” di seta bianca con le sue “zagharellis” tutto intorno, quattro “piummazzia” di seta lacera consunta e vecchissima, una coperta verde stellata di seta, un’altra coperta d’altare di velluto bianco, un’altra coperta di damasco bianco figurata, un’altra coperta di seta viola, un’altra coperta di seta turchina con frange, un’altra coperta di damasco figurata, un “gremiale pontificale” di velluto “lionato” con frange, un “coperim.to” di seta nera lacero e vecchio, un panno di velluto nero nuovo, un candelabro di ferro ed un “palleum” di seta verde con bastone che fu riferito essere del SS.mo Corpo di Cristo.

Oltre a queste casse contenenti panni e beni, fu annotata la presenza nella sacristia di un’arca del R.do capitolo, di un’altra arca dell’università e di due altre arche vecchie e malridotte.

A questo punto furono portati “in presentia dominis visitatoris” i seguenti beni conservati nella sacrestia piccola: tre “coperim.ta altaris” di tela, un “linteamme datum Crucifisso Novum cum Candiotis” di filo rosso e bianco, quattro tovaglie lavorate di filo bianco e “maiuto”, tre tovaglie due con frange ed una con “maiuto”, otto “velamina” di cotone bianco volgarmente detti “mandila”, un turibulo vecchio, un paio di orcioli di stagno, una boccola di ferro per aprire i sepolcri, quattro tovaglie lavorate di tela conservate nella sacristia grande, una pianeta di velluto nero, una pianeta di tela nera, tre “casulas” di tela bianca, un “bagtisterum” e una “pacem” lignea, un calderone piccolo, due lanterne del Sacro Corpo di Cristo, diverse “luminaria” consunte che non si ritenne di inventariare, un arca di abete ed un’altra arca lacera, una tavola di legno, un “par forficum”, una “limbam” di creta, alcuni pezzi di marmo e molto legname.

Dopo aver ingiunto al tesoriere di avere cura dell’esistente tanto “in sacristia mag.a” che “in parva”, il vicario ritornò all’interno della chiesa dove, nel mezzo pendeva l’immagine lignea di Nostro Salvatore in croce, posta proprio sopra la “portam magnam” per la quale, salendo, si accedeva al coro. Qui, sopra la cappella detta “dele Cone levate”, si trovava un organo rotto ed in alto, alla destra del coro, c’era una campanella. Quando il vicario visitò il coro, trovandolo “in aliquibus locis dirutum”, ordinò subito di provvedere ai rifacimenti necessari, disponendo di riorganizzare la struttura realizzando due cori piccoli, affinché potessero essere cantati i salmi secondo le consuetudini di Santa Romana Chiesa. Fu ispezionato il “chorum parvum seu discolum” nel quale si cantavano “lechtiones et epistole, e quindi si passò all’apertura del “discolum magnum in choro”, nel quale erano conservati i seguenti libri: due “gradualia” uno in pergamena e l’altro simile “dominicale et aliud sanctorum”, due “antifonarios in carta regale unum dominicale et aliud sanctorum”, un altro antifonario piccolo in pergamena “dominicale et sanctorum”, due “psalteria” di carta, due “breviaria”, un “martirologium”, due “missalia” di carta, tre “missalia” in pergamena, un “breviarium” in pergamena, quattro “psalmisti” in pergamena, un altro “psalterium” in pergamena e tre “breviaria” in pergamena vecchissimi.

Nel “Campanili magno” si trovavano quattro campane.

Dopo avere ispezionato il coro, il vicario passò alla visita delle cappelle e degli oratori e/o altari posti nelle navi laterali. Cominciando dalla parte sinistra dell’altare maggiore egli visitò i seguenti dodici altari:

 

S.to Sebastiano

Altare “lapideum” consacrato di jus patronato di Joannello Susanna e di cui era cappellano Jacobo de Cerenzia, dove si trovava l’immagine vecchia ed “oscurata” di S.to Sebastiano che il vicario ingiunse di rifare entro il termine di un mese. L’altare era corredato da tre tovaglie e due “coperim.ta”, uno di tela e l’altro “giambellocti” rosso, un vestimento completo rosso ed una pianeta rossa. La dotazione dell’altare era costituita da una casa palaziata nella quale abitava lo stesso cappellano.

 

S.to Giuseppe

Altare di jus patronato della famiglia Puglise di cui era cappellano donno Jacobo Puglise. Possedeva tre tovaglie di tela ed un “coperim.to” di tela con “maiuto”, un campanello di ottone, due orcioli di creta, due candelabri di creta, un “missale” ed un cuscinetto.

 

Presentazione della Beata Vergine Maria

Altare di fabbrica di jus patronato di donna Portia Sacco di cui era cappellano donno Jo: Pietro Ferrari. Vi furono rinvenuti: un “coperim.to” di cotone, tre tovaglie, un vestimento sacerdotale di tela, un “missale”, un campanello, un candelabro rosso ed un calice con patena e corporali.

 

S.to Marco

Altare di jus patronato “antiquo” della famiglia de Martino, di cui erano cappellani donno Matteo Yascus e donno Jacobo Pugliese. Vi furono rinvenuti: un altare di fabbrica con altare portatile, tre tovaglie grandi ed altre due piccole, quattro “coperim.tis” uno di damasco bianco figurato, e tre di tela dipinti con “maiuto”, un vestimento sacerdotale completo, un calice di peltro con patena e due paia di corporali, due quadri raffiguranti l’immagine della Beata Vergine, due candelabri di ottone, un “missale”, una casula bianca di damasco figurata, un “amicto” ed un campanello piccolo. L’altare era dotato con una gabella ed i cappellani ricevevano la somma di quattro ducati annui per il loro “servime.to”. Il vicario ingiunse di provvedere entro tre mesi all’acquisto di un calice d’argento ed a far dipingere l’immagine dell’evangelista Marco sopra l’altare.

 

S.to Antonio

Altare di jus patronato della famiglia Infosino di cui era Cappellano il R.do donno Jo: Infosino decano della cattedrale[vi]. Vi furono trovati: altare di fabbrica con altare portatile, tre tovaglie ed una “copertura” gialla vecchia, un vestimento sacerdotale completo, due altri vestimenti di tela completi, una casula di velluto “lionato”, un calice d’argento dorato con la sua patena e corporali, un “missale” grande, un “piumazzo” di velluto rosso, un altro “coperim.to” di tela dipinto con filo rosso, due candelabri di ottone, due altri candelabri simili rotti, un campanello piccolo, un altro cuscino di tela dipinto di vari colori, in un’arca grande dodici tovaglie tra piccole e grandi, una icona lignea “cum figuris”. L’altare era dotato con due tomolate di terra poste a Yofari.

 

S.to Leonardo

Cappella di jus patronato della famiglia Sacco di cui era cappellano donno Jo: Antonio Caruso. Vi si trovavano: l’altare di fabbrica consacrato con sei tovaglie e “coperim.to” di seta vecchio, un altro “coperim.to” vecchio, un vestimento sacerdotale completo con due casule una di damasco figurato e l’altra di tela, un “missale”, un calice di peltro ed un calice d’argento dorato, due candelabri di ottone, due orcioli di stagno, un campanello piccolo, un cuscino di tela, un “missale” vecchio, altre tre tovaglie di tela ed una arca nuova nella quale erano riposti i detti beni. A questo punto la visita fu interrotta per essere ripresa all’indomani.

 

S.to Agazio

Giorno diciassette di maggio la visita fu ripresa iniziando dall’altare di S.to Agazio di cui era cappellano donno Minico Paparuggero. Vi furono trovati: l’altare di fabbrica con sei tovaglie ed un “coperim.to” di tela lavorata, un vestimento sacerdotale di tela completo, un calice di peltro con corporali, due candelabri, un campanello piccolo ed un arca dove erano riposti i detti beni. L’altare aveva in dote un casa. Il vicario ingiunse al primicerio di fornire l’altare di un “coperim.to” di tela “friso aureo” e di fare dipingere l’immagine di S.to Agazio sopra l’altare entro il termine di sei mesi.

 

S.to Geronimo

Altare di jus patronato della famiglia Susanna di cui era cappellano donno Battista Salvatore Susanna. Era allestito con un altare lapideo marmoreo sopra il quale c’era una figura lignea di S.to Geronimo. L’altare possedeva solo un “missale” ed un campanello ed aveva in dote una vigna.

 

S.to Andrea

Cappella che il R.do arciprete riferì essere di jus patronato dei conti di Santa Severina e di cui era cappellano l’Ill.mo e R.mo Nicola Carrafa[vii]. Vi furono rinvenuti: un altare di fabbrica consacrato con tre tovaglie di tela con un “coperim.to” di tela lacero, un calice d’argento e patena, due “missali” e due coperte di velluto di diversi colori, due candelabri di ottone, due orcioli di stagno, un campanello piccolo, una icona della Beata Vergine, cinque vestimenti sacerdotali completi, tra cui una casula di velluto nero ed un altra “cimbellotto” con figure, una coperta di seta di colore giallo e rosso quasi lacera, altri panni di tela colorati e figurati laceri ed un’arca di noce nella quale erano riposti detti beni. Il vicario ingiunse all’arciprete di provvedere a dorare il calice e a far scolpire una immagine di S.to Andrea entro il termine di sei mesi. La cappella aveva in dote una gabella alli Trichei, una gabella alla Colla di S.to Andrea, una gabella alla valle della Monaca, un capo di terreno di otto tomolate alla Valle delo Giardino ed altre otto tomolate di terreno nel loco detto Cappellino.

 

S.to Simone e Giuda

Oratorio di cui era cappellano donno Pasquale Germano che interrogato dichiarò di ricevere dodici carlini l’anno per celebrare una messa la settimana e che l’altare non aveva alcuna dote[viii]. Vi fu rinvenuto un altare di fabbrica con tovaglia bianca grande insieme ad altre sette, tre “coperim.ta” di tela, un vestimento sacerdotale, un calice di peltro con patena e corporali, un “riglieri”, un altro “riglieri”, un “missale”, una pianeta rossa, un campanello piccolo, un candelabro di pietra ed un paio di orcioli di creta.

 

S.to Jacobo

L’oratorio, di jus patronato della famiglia Palermo e di cui era cappellano donno Minico Paparuggero, possedeva in dote un oliveto a Lagani. Il vicario vi rinvenne: l’altare di fabbrica con altare portatile, tre tovaglie e “coperm.to” di tela lavorata, un calice di peltro con patena e corporali, un “missale”, due candelabri di ottone, un “quatretto” con la figura della Beata Vergine Maria “in tabula depitta et deaurata”, un campanello piccolo, una coperta di tela nera e tre tovaglie. Il vicario ingiunse al cappellano, entro il termine di quattro mesi, di rifare gli indumenti di tela della cappella, ed entro il termine di due mesi, di rifare l’immagine di S.to Jacobo sopra l’altare.

 

S.to Silvestro

Oratorio di jus patronato della famiglia Iaquinta di cui era cappellano donno Jo: Pietro Ferraro. Possedeva in dote una casa terranea “seu magazzeno” nella città nel loco detto lo Campo. Vi furono rinvenuti: l’altare di fabbrica con quattro tovaglie di tela “cum listis de maiuto”, un “coperim.to” di tela lavorato “de mayuto”, un “missale”, un calice di peltro con patena e corporali, un paio di orcioli di peltro ed un campanello di ottone piccolo.

 

S.to Antonio da Padova

Passato alla destra dell’altare maggiore, il vicario visitò quattordici altari, iniziando da quello di fabbrica “lapideum” consacrato, dedicato a S.to Antonio di Padova di jus patronato della famiglia Zurlo, di cui erano cappellani donno Battista Salvato e donno Martino Greco[ix]. L’altare era provvisto, da un lato, di una “figura lignea” dorata con l’immagine di S.to Antonio e nel mezzo, di quella della Beata Vergine Maria, di tre tovaglie e copertura di tela con croce rossa, di un vestimento sacerdotale completo, di due orcioli di stagno e di un campanello piccolo. Il vicario ingiunse al patrono, il magnifico Geronimo Zurlo, di rifare di sana pianta l’altare e di provvederlo con un calice con patena entro il termine di quattro mesi.

 

S.to Tommaso Apostolo

Altare o oratorio di jus patronato della famiglia Cosentino di cui era cappellano donno Battista Salvato che riceveva dodici carlini all’anno per il suo “servimento”. Vi furono trovati: l’altare di fabbrica con tre tovaglie di lino, un “coperim.to” di tela lavorata “de mayuto”, un vestimento sacerdotale di tela completo, due cuscini laceri, un “missale”, un calice d’argento con patena d’argento e piede di rame con i suoi corporali, una icona con la figura della Beata Vergine Maria, due candelabri di ottone ed un campanello piccolo.

 

S.to Matteo (Apostolo)

Altare di jus patronato della famiglia de Fiasco di cui era cappellano donno Matteo Greco alias Fiasco. Possedeva in dote quattro case terranee ed un altra palaziata, oltre a sei tomolate di terra poste alla Costa della Fontana. L’altare di fabbrica era corredato con otto tovaglie di tela tra grandi e piccole, due “velamina” di cotone, un “rigliero” di filo bianco dipinto, un “chiumazo” piccolo rosso “cum listis”, due “coperim.ta” di tela “cum mayuto” lavorato, un “coperim.to” di seta “cum frisis”, una casula “de cucullo” lacera, un vestimento sacerdotale completo, un “missale” in pergamena, un altro “missale” in carta “banbacina” ed un calice di peltro con patena e corporali. Dal vicario fu ingiunto al cappellano di far dipingere entro due mesi l’immagine di S.to Matteo sopra l’altare.

 

S.to Bernardino

Altare retto dal R.do decano che possedeva i necessari vestimenti ed ornamenti.

 

S.to Martino

Oratorio di cui era cappellano donno Anselmo Scuro. L’altare di fabbrica era corredato con tre tovaglie, due altre tovaglie, un “mandile” di cotone, un vestimento sacerdotale completo, un calice di peltro con patena e corporali, un “coperim.to” di tela con “mayuto”, ed un “missale”.

 

S.to Luca

Altare o oratorio di jus patronato di messer Jo: Pietro e messer Cola Condopulo di cui era cappellano donno Jo: Antonio Caruso. L’altare di fabbrica consacrato era corredato con tre tovaglie di tela, una tovaglia di seta lavorata, un “coperim.to” di tela, un calice di peltro con patena e corporali, un vestimento sacerdotale di tela completo con casula di tela “celandrate”, un “missale, un candelabro di ottone, un campanello piccolo, un altro vestimento di tela con “suis fimbriis sine casula”, un’arca vecchia “cum sua clausura” nella quale si trovavano raccolti detti beni, un “manuale” in pergamena. L’altare era dotato con sette tomolate di terreno poste a Yofari.

 

S.to Benedetto

L’Altare o oratorio di fabbrica di S.to Benedetto di jus patronato della famiglia Modio fu rinvenuto senza tovaglie e senza vestimenti. Il suo rettore donno Domenico Paparuggero, dichiarò al vicario che l’altare era di Jo: Matteo de Modio e che costui deteneva i paramenti. Il vicario ingiunse al Modio di provvedere a tutto il necessario per la cura ed il decoro dell’altare e a fare dipingere sopra di questo l’immagine di S.to Benedetto.

 

S.ta Maria de Molerà

Altare di jus patronato della famiglia Meniscalco di cui era cappellano il presbitero Battista Tramonte. Vi furono rinvenuti: l’altare di fabbrica con tre tovaglie di tela, un “coperim.to” di tela, un vestimento sacerdotale completo, un “missale”, un cuscino ed una arca piccola dove si conservavano i detti beni. L’altare aveva in dote una casa terranea in parrocchia di S.ta Maria de Puccio. Il Vicario ingiunse, entro il termine di quaranta giorni, di far dipingere sull’altare l’immagine della Natività della Gloriosa Vergine Maria.

 

S.to Agostino

Altare o oratorio di jus patronato della famiglia Meniscalco che era stato detenuto da Jo: Francesco Meniscalco e, che dopo la sua morte, era passato a donno Nicola Meniscalco. Ne era cappellano donno Geronimo Cappellano. L’altare “lapideum” con altare portatile, era corredato da quattro tovaglie e tre “coperimentis”, uno di panno “de mirù” nero e gli altri due lavorati “de mayuto”, un vestimento sacerdotale di tela completo con tre “casulis”, una di seta rossa e le altre di tela, un altro vestimento sacerdotale, un “cammiso”, un “missale”, un calice di peltro con patena e corporali, due cuscini dipinti di seta rossa, un candelabro di ottone, un campanello piccolo e due candelabri di ferro. Il cappellano dichiarò al vicario di essere a conoscenza del fatto che l’altare aveva in dote la terza parte delle “robbe” del defunto Jo: Francesco ma che, al momento, egli riceveva solo il “servimento” di dodici carlini all’anno da parte del detto donno Nicola. Il vicario gli ingiunse di rifare le immagini della Beata Vergine e dei Santi presenti sopra l’altare.

 

S.to Francesco

Cappella di jus patronato della famiglia de Sindico[x]. Era cappellano sostituto donno Francesco Caruso che svolgeva tale ufficio al servizio del R.do Pietro de Sindico arcidiacono della cattedrale. L’altare di fabbrica con altare portatile possedeva i seguenti beni: tre tovaglie di tela, due “coperimentis”, uno di tela dipinta di colore rosso e l’altro “pellicceo” figurato di vari colori, un “fruntale” di velluto rosso, un vestimento sacerdotale completo ed un’altra casula di colore “leonati”, due calici uno d’argento ed uno di peltro con patene e corporali, due paia di candelabri uno di ottone e l’altro di legno, un altro vestimento sacerdotale senza casula, due “missalia”, un “manuale”, un altro “manuale” a stampa, un campanello ed un’arca. Il vicario ingiunse all’arcidiacono attraverso il suo sostituto, di far dipingere sopra l’altare l’immagine della Gloriosa Vergine Maria con i SS. Apostoli Pietro e Paolo da un lato e S.to Francesco dall’altro.

 

S.ta Lucia

Il vicario trovò l’altare o oratorio di fabbrica senza alcun ornamento, com’era avvenuto durante la visita precedente[xi]. Rattristato interrogò i componenti del suo seguito, i quali dissero che il cappellano era donno Pietro de Castro e che l’altare aveva in dote un loco o vignale a Cocina. Il vicario dispose di provvedere.

 

S.to Mattia

Altare o oratorio di jus patronato della famiglia Basoino detenuto da madama Margarilla de Basoino e di cui era cappellano donno Jo: Domenico de Gerardo. L’altare di fabbrica e “lapideum” aveva tre tovaglie, due “coperimentis” di tela, un vestimento sacerdotale di tela, un’altra casula di damasco carmoscino “cum friso” d’oro, un calice d’argento dorato con patena d’argento, un altro calice di peltro con patena e corporali, un missale, un campanello, un cuscino di seta, due candelabri di ottone ed un’arca nella quale erano riposti i detti beni. L’altare aveva in dote dodici tomolate di terra a Pantano.

 

S.to Bartolomeo

Altare o oratorio di jus patronato della famiglia Vicedomino detenuto dal magnifico messer Raffaele Vicedomino e di cui era cappellano donno Francesco Caruso che, per il suo “servimento”, riceveva uno “studio” e sei tari l’anno[xii]. L’altare di fabbrica era corredato con due tovaglie ed un’altra tovaglia lacera.

 

S.to Bernabà

Presso l’altare o oratorio di S.to Bernabà si trovava lo jus patronato di S.to Luca della famiglia Valente detenuto da donno Minico de Valente, di cui era cappellano donno Jo: Maria de Gerardo. L’altare di fabbrica aveva tre tovaglie, un “mandile”, due “coperimentis” di tela, un “coperim.to” dipinto con “mayuto”, un vestimento sacerdotale di tela completo con casula rossa di cotone e seta, un “missale”, un calice di peltro con patena e corporali, un campanello piccolo ed un candelabro di creta. La sua dote era costituita da due case palaziate in parrocchia di S.to Stefano ed un terreno in loco detto Umbro Cernuto.

 

A questo punto, completata la visita della metropolitana, il vicario passò a quella delle altre chiese della città, iniziando dalla parrocchiale di S.to Giovanni Battista che si trovava presso e congiunta a questa.

 

S.to Giovanni Battista

La chiesa parrocchiale di S.to Giovanni Battista, appartenente alla mensa arcivescovile, era detenuta dal R.do Pietro Gallo arciprete della cattedrale e ne era Rettore l’Ill.mo e R.mo donno Nicola Carrafa. L’edificio era a lamia con diverse colonne marmoree, ed al suo interno si trovava il fonte battesimale in precedenza visitato, costituito da un “vasum magnum marmoreum” concavato, vicino al quale si trovavano diverse sepolture. Al suo interno si trovava anche un crocefisso ligneo e nel campanile c’erano due campane.

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Santa Severina, chiesa di San Giovanni Battista.

L’altare maggiore consacrato, era corredato dai seguenti beni: una icona decente con l’immagine della Gloriosissima Vergine Maria e i SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista con un panno nero per “coperim.to”, un calice d’argento con patena che il vicario prescrisse di dorare affinché potesse ricevere degnamente il SS.mo Sacramento, un altro calice di peltro con la sua patena e corporali, due vestimenti con le rispettive casule, una nera e una rossa, due candelabri di ottone, un “tunhrinabulum” grande, quattro cuscini, trentuno tra tovaglie e “mandilia”, sei “coperim.ta”, una lampada posta davanti l’altare, dieci “ammictos”, una croce di ottone vecchio, una “cassulam” per “corporalibus” di cipresso, un’arca e due orcioli di creta.

La parrocchiale poteva contare sulle rendite derivanti da diversi possedimenti: una gabella a Corazzo, un’altra gabella detta il Piro Citrino, una casa all’interno del suo stesso ambito parrocchiale, due vigne alla Valle delo Giardino e riscuoteva diversi censi per complessivi quattro ducati all’anno, oltre alle decime dei suoi parrocchiani.

Pianta S. Giovanni Santa Severina

Pianta della chiesa di san Giovanni Battista di Santa Severina.

Oltre all’altare maggiore la chiesa ospitava al suo interno altri tre altari. L’altare di fabbrica “sub vocabulo” S.ta Croce di jus patronato della famiglia Protopapa, di cui era rettore l’Ill.mo e R.mo donno Nicola Carrafa, coperto da un “vetustissimo telamine”. Questo era corredato da tre tovaglie, un vestimento completo, un campanello grande ed un calice di peltro. La sua dote era costituita da due case in parrocchia di S.ta Maria Magna che erano state di Antonello Protopapa, confinanti con le case di Salvatore Yaseo, la via pubblica ed altri fini che però, al momento, non si trovavano in possesso di detto altare ma del R.do primicerio. A riguardo, il R.do Pietro Gallo riferì al vicario di ricordare che in passato, il vecchio cantore della cattedrale era stato cappellano di detto altare e che, a quel tempo, le due case facevano parte della dote dell’altare.

Seguiva a questo l’altare non consacrato di S.ta Maria de Conceptione della mensa arcivescovile con l’immagine della Beata Vergine, di cui era rettore l’Ill.mo e R.mo Nicola Carrafa ed a cui assicurava il proprio servimento l’arciprete Pietro Gallo. Esso possedeva in dote una casa in loco della Grecia in parrocchia di S.to Stefano ed utilizzava gli indumenti della parrocchiale che erano in comune.

L’ultimo altare presente nella parrocchiale era quello non consacrato di S.ta Maria dela Neve della famiglia Telese, di cui era rettore donno Jo: Antonio Telese. Esso aveva una dote costituita da quattro tomolate di terra a Ferrato e venti tomolate di terra a S.to Mauro. Era corredato da altare portatile, tre tovaglie, un vestimento completo, un “coperim.to” di cotone ed un “missale”. Donno Battista Tramonte riferì al vicario di aver ricevuto l’incarico di dire una messa la settimana da parte di Delfino Telese e che, dopo la morte di questi, il patronato era passato al R.do capitolo. Il vicario ingiunse al Tramonte di provvedere al rifacimento dei sepolcri e della porta.

 

S.ta Caterina

Chiesa sede di una confraternita con diversi confrati, n’era cappellano donno Fabio dela Piccola. L’altare con altare portatile, era adornato con una immagine della Gloriosa Vergine Maria e di S.ta Caterina, piccola, di legno, dorata e coperta. Il suo corredo era costituito da una croce d’argento con il suo “pumo” di argento, quattro candelabri di ottone ed un altro rotto, tre candelabri di pietra, un calice di argento con patena, un altro calice di peltro con patena e corporali, un altro calice di peltro rotto e dissacrato, cinque tovaglie, un’altra tovaglia, un “coperim.to” con frange, un’altro “coperim.to de mayuto”, “corporalia magna”, una “planetam” di damasco bianca “cum friso in medio” nuova, due cuscini di tela, un campanello e nel campanile una campana, “circum circa” diversi sedili di legno, due banchi di legno, tre vestimenti completi, uno con “planetam paonazza” ed altre due di tela, due “missali”, una “planetam” nera ed una coperta nera, un’altra pianeta listata, cinque cuscini, undici tovaglie dentro un’arca, una tovaglia di seta, cinque “velamina” di seta una “pacem”, un’altra tovaglia, una lampada, una tovaglia dipinta di seta carmosina nuova, un turibulo di ottone, sei “mandili” di cotone ed uno di seta, un’altra tovaglia di seta, tre “riglieri” di tela. Dentro un’altra arca fu rinvenuto: trentasei tovaglie dipinte di diversi colori, due “linteamina” nuovi di tela, quattro “ammicti”, otto tovaglioli per le mani di cui diversi laceri, cinque “manipuli”, un altro “ammictus”, un altro “manipulum”, ed un campanello piccolo. La chiesa aveva una sacristia dove si trovavano diversi scanni. Il vicario ingiunge al cappellano di sistemare le tegole del tetto secondo necessità.

Oltre all’altare maggiore, al suo interno esistevano altri due altari. Un primo altare con altare portatile appartenente agli eredi di Minico Archimanno con un “coperim.to” ed una icona con l’immagine della Gloriosa Vergine. L’altare aveva una dote di quindici carlini lasciata per testamento da donno Nicola Archimanno obbligando un proprio pezzo di terreno, in maniera da consentire la celebrazione di una messa la settimana al cappellano donno Fabio dela Piccola. Il secondo altare era adornato da un’immagine della Beata S.ta Caterina dipinta sul muro, e vi si trovavano quattro “pumos piccoli” e due “oculos” d’argento ex voto insieme ad un gonfalone che, solitamente, si portava per la città.

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In evidenza la chiesa di Santa Caterina.

 

S.ta Caterinella

La chiesa si trovava “prope ecclesiam metropolitanam” ed apparteneva alla mensa arcivescovile, n’era rettore il R.do abate Martino Barracca. La sua dotazione era costituita da una casa e da una gabella a Yofari seu Valle della Botte che deteneva Alessandro de Martino. Il vicario la trovò con il suo altare di fabbrica pulita ed ornata ma senza cura. Egli pose la chiesa sotto sequestro, e non essendo presente il rettore, ingiunse al tesoriere ed al primicerio della cattedrale di recuperare le rendite e di provvedere a far dipingere l’immagine della Gloriosa Vergine Maria e di S.ta Caterina oltre a rifare i vestimenti ed il calice.

S. Severina Santa Caterinella

Santa Severina, resti della chiesa di Santa Caterinella inglobati all’interno del palazzo vescovile.

S. severina S. Caterinella due

Resti della chiesa di Santa Caterinella, iscrizione graffita.

 

S.ta Maria Magna

Chiesa parrocchiale appartente alla mensa arcivescovile. Alla richiesta di rito del vicario rispose donno Battista Tramonte, il quale dichiarò che il rettore della chiesa era donno Morgante Salvati assistente del R.mo arcivescovo donno Giulio Sertorio ed al suo servizio, dicendo anche che erano tredici anni che costui era assente dalla città. Il Tramonte dichiarò inoltre che, essendo consanguineo del Salvati, era stato posto da questi al servizio di detta chiesa come cappellano.

La chiesa aveva in dote una gabelluccia di 20 tomolate a Scandale, due pezzi di terra a Cerasia ed alcuni altri pezzi di terreno che si davano a censo, fruttando una rendita complessiva di quattro ducati l’anno, come potevasi rilevare dalla platea della detta chiesa.

L’edificio sacro però, si trovava in pessime condizioni e praticamente in abbandono. Nella chiesa non c’era né pavimento né intempiatura, mentre la porta era cadente e priva di chiavi. L’ala destra dotata di diversi archi, era scoperta senza tetto e piena di erbacce, la navata centrale senza porte, si trovava scoperta per la terza parte, senza alcuna tegola. Al suo interno si trovava diverso legname vecchio e diruto sparso circum circa .

Anche l’altare “sviolatum” denotava lo stato di generale decadimento. Esso era provvisto di altare portatile, di una icona “indecenter”, di tre tovaglie, un “coperim.to” di cotone di diversi colori, un altro “coperim.to” di tela, due cuscini, un vestimento di tela con casula di tela rossa, due altri vestimenti con due altre casule, un calice d’argento con patena rotto, un altro calice di peltro con corporali, una croce di rame, sessantadue paia di “occhialiorum argenteorum”, due anelli, un campanello, cinque candelabri di creta ed uno di ferro, un turibulo senza piede, due orcioli di piombo, dieci tovaglie di tela, tre “mandilia”, un “graduale”, una “bulla” di indulgenze con i sigilli dei R.di canonici, un “missale” in pergamena ed un altro “missale dirutum” in pergamena. Alla parete si trovava l’immagine lignea lacera di nostro Signore Salvatore in croce pendente, mentre alcuni panni vecchissimi si trovavano al muro alla destra dell’altare, davanti al quale vi era una lampada ed un’arca vecchissima.

Il vicario ingiunse al Tramonte, entro il termine d’otto giorni, di far pervenire alla curia arcivescovile notizia relativa all’esistenza in vita del Salvati e di esibire i titoli in suo possesso, al fine di potere recuperare le  rendite della chiesa e di provvedere alle riparazioni.

Nella chiesa, oltre all’altare maggiore e ad alcuni altari “diruti”, ne esistevano eretti altri cinque. Cominciando dalla sinistra dell’altare maggiore si trovava la cappella di S.to Donato di jus patronato della famiglia de Martino, di cui era rettore donno Jo: Jacobo Guardata. L’altare di fabbrica era provvisto di una pianeta verde, due vestimenti sacerdotali completi, tre tovaglie, tre “coperimentis” di tela, un calice di peltro con patena e corporali, un campanello, due “chumacciis”, due orcioli di creta ed un “missale” vecchio.

Il vicario ingiunse di provvedere a rifare la finestra verso il “palatium”, di rifare sepolcri e sepolture ponendovi sopra “tabulam lapideam” e di fare dipingere la Santa Croce sopra l’altare. A seguire si incontrava l’altare di S.to Lorenzo “suctus Letterium”, di jus patronato di Jo: Luigi e Jo: Martino Infosino e di cui era cappellano donno Jacobo de Cerenzia che era stato presentato nella visita di mons. Cruense.

L’altare di fabbrica sopra il quale erano dipinte le immagini di diversi santi, era provvisto con sei tovaglie di tela tra vecchie e nuove, un “coperim.to” di tela “pandiglie” ed un altro di cotone, un vestimento sacerdotale di tela completo con casula di tela “pandiglie”, un calice di peltro con patena e corporali ed un “manuale” vecchio. L’altare si manteneva con una rendita di diciannove carlini relativi a diversi censi infissi su cinque tomolate di terra. Seguiva l’altare della SS.ma Trinità di cui era rettore donno Matteo Macrì che, non essendo presente, fu rimesso al giudizio del R.do vicario che, per “osculum pacis”, decretò la presa di possesso (“capta possessio”) di detto altare devolvendolo alla camera arcivescovile.

Dopo di questo fu visitato l’altare del SS.mo Salvatore della mensa arcivescovile e quindi si pervenne all’oratorio “sub invocatione” S.ta Cruci di jus patronato della famiglia Pizzichino di cui era cappellano donno Jo: Pietro Ferraro. L’altare di fabbrica con altare portatile era provvisto di tre tovaglie ed un “coperim.to” di tela bianco, un vestimento sacerdotale di tela completo, un “missale”, un campanello, un calice con patena di peltro e un candelabro di ottone.

S. Maria Magna Santa Severina

Santa Severina, chiesa di Santa Maria La Magna.

 

SS. Pietro e Paolo

Chiesa parrocchiale posta nella Grecia appartenente alla mensa arcivescovile, di cui era rettore il R.do Fabrizio Infantino primicerio della cattedrale di Santa Severina.

La chiesa era dotata con due case e riscuoteva un censo annuo di cinque carlini sopra l’oliveto di mastro Silvio, oltre a ricevere tre carlini da parte di persone diverse per alcune terre a Turrotio, e le decime dei suoi parrocchiani. Essa possedeva, inoltre, due chiese che erano sue “grancie” poste all’interno della città, una sotto l’invocazione di S.to Nicola l’altra di S.ta Barbara.

Il suo altare era provvisto di un’immagine lignea grande di Nostro Signore Salvatore in croce pendente, due candelabri di ottone e due di creta, un campanello piccolo, una croce lignea, una “pacem”, un calice di peltro con patena e corporali, un “missale”, un vestimento di tela con pianeta di velluto rosso, un “coperim.to” di raso figurato turchino, un altro “coperim.to” di tela, tre tovaglie, un’altra tovaglia lavorata di seta rossa grande, un altro calice d’argento con piede senza coppa e patena, due altri vestimenti di tela completi, un “mandile” sopra il detto crocifisso, una lampada e due orcioli vitrei.

Alla destra dell’altare maggiore si trovava un altro altare con una tovaglia, una coperta vecchia ed un turibolo senza piede. Un altro altare si trovava alla sinistra dell’altare maggiore con una tovaglia e una coperta vecchia. All’interno della chiesa si trovavano alcuni sedili lignei ed alcune arche, all’interno delle quali, complessivamente, si trovavano novantotto tovaglie lavorate di diversi colori, diciotto “mandilia” di cotone tra grandi e piccoli, due “lintheamina” di tela, un “graduale”, una lanterna ed altri panni vecchi. Davanti la chiesa si trovavano due campane.

 

S.to Stefano

Chiesa parrocchiale di S.to Stefano appartenente alla mensa arcivescovile di cui era rettore e cappellano il R.do Jo: Domenico de Gerardo tesoriere della cattedrale di Santa Severina.

Era dotata con un vignale alle Gorna, un vignale a S.to Mauro e sei tomolate di terra a Yofari, mentre riscuoteva un censo di quattro carlini sopra le vigne locate a Nicola Guardata, un altro censo di cinque grana sul luogo detto Alebri, ed un censo di due carlini sopra la casa di Petruzzo Visanti, oltre alle decime dei suoi parrocchiani e ad altri diritti ad essa spettanti.

L’altare di fabbrica consacrato era corredato di un’immagine su tela della Gloriosa Vergine con ai lati altre due immagini una di S.to Giovanni Evangelista l’altra di S.to Stefano, una croce lignea, una icona piccola della Gloriosa Vergine Maria, una “pacem”, due candelabri di creta, un calice di piombo con corporali, un vestimento sacerdotale di tela completo, un “missale”, quattro tovaglie, un cuscino, alcuni “lintheamenam” neri per coprire le immagini predette, un campanello e due orcioli vecchi di peltro.

In mezzo alla chiesa si trovava l’immagine lignea di Nostro Signore Salvatore in croce pendente con diverse tovaglie vecchie sopra. Completavano il corredo dell’altare maggiore, nove tovaglie di tela, altre tre tovaglie di tela, due “pianettas” di tela, una rossa e l’altra bianca, un’altra pianeta di tela nera, tre “mandilia”, due stole di cui una rossa, due “manipulos”, due “chiumaccios”, un “manuale” vecchio, una cassula di cipresso per conservare il SS.mo Sacramento, una lampada e una campana. Alla sinistra dell’altare maggiore c’era un altro altare ligneo con altare portatile di jus patronato di Francesco Strati con l’immagine della Gloriosa Vergine con ai lati S.to Vincenzo e S.to Giovanni Battista con una copertura di tela nera. Il vicario ingiunse al cappellano di celebrare sempre con la lampada accesa, e allo Strati di dotare l’altare di un vestimento sacerdotale completo di un messale e di un calice.

 

S.ta Maria della Pietà

La chiesa “novam erectam” era di jus patronato di D. Nicola Meniscalco che la costruì con volontà e devozione, per la memoria del figlio morto Jo: Francesco che vi aveva seppellito. Per tale ragione egli dichiarò di fronte al R.do vicario ed al suo seguito, composto dai R.di donno Jo: Domenico de Gerardo tesoriere, donno Fabrizio Infantino primicerio, donno Pietro Gallo arciprete, donno Battista Tramonti, donno Minico Paparuggero, donno Fabio dela Piccola ed altri presbiteri, che faceva donazione alla cappella della dote e delle robbe sue e del figlio morto, consegnando i beni nelle mani del R.do vicario.

La chiesa si presentava con la porta serrata, con astraco, con intempiatura, con campanile, con “altari magno” di fabrica “bene aparato”, con altare portatile e con una grande icona che raffigurava la Gloriosa Vergine Maria con S.to Giovanni Battista da un lato e S.to Francesco di Paola dall’altro. Sopra di questa era dipinta la “exelavatio salvatoris nostri”,  e dentro la cappella si trovavano diverse immagini di Santi dipinte sui muri. Vi era,  inoltre, una lampada sempre accesa posta di fronte all’altare. Questo era corredato da un “coperim.to” di raso turchino e bianco con liste gialle ed altre tele usate sempre per coprire detto altare. Possedeva, inoltre, una casula di “broccatello” giallo, tre vestimenti lavorati di seta nera “circum circa”, quindici tovaglie ed un calice di peltro con patena e corporali. Sopra un altro altare, con davanti l’immagine di S.to Agostino, si trovava un quadro della Gloriosa Vergine Maria ed un’altra pittura di Nostro Salvatore in buone condizioni. Questo altare possedeva un “coperim.to” di tela, un’altro “coperim.to”, un’altra “planetam” di tela bianca ed un’altra di tela nera, quattro “riglieros”, due di tela e due lavorati di seta Carmosina. Appartenevano alla detta chiesa anche due coperte di tela nera per coprire l’icona grande, una campanella piccola ed un campanello piccolo.

 

S.to Marco

Chiesa senza cura di cui era rettore ed anche cappellano sostituto, donno Fabio dela Piccola per parte di donno Mercurio dela Fico che, al presente, abitava nella città di Strongoli e che deteneva lo jus patronato insieme al fratello.

La chiesa, cospicuamente dotata, possedeva una casa alla Sala Verde dalla quale ricavava annualmente due carlini e dieci grana, un’altro censo di dodici grana lo riceveva da donno Ville de Trayna, mentre riceveva dieci grana per una casa da Bernardo Salvato. Essa possedeva inoltre, una casa in parrocchia di S.to Stefano, un’altra casa alla Piazza, una grotta alla Sala Verde, un’altra grotta con ortale nelle vicinanze della chiesa che detenevano i della Padula pagando otto grana, un’altra grotta nello stesso luogo, un pezzo di terra con grotte a Scandale, alcuni terreni a Scandale per i quali i de Sindico corrispondevano un censo di tre grana, alcuni pezzi di terra a Lagani ed un’altra grotta occupata da Paolo de Leo alla Sala Verde.

La chiesa voltata a lamia ed “astracata”, aveva la porta diruta e possedeva una campana. All’interno si rinveniva l’altare consacrato con l’immagine sul muro del SS.mo Salvatore, corredato da tre tovaglie, sette “coperimentis” d’altare di diversi colori, un vestimento sacerdotale completo, una “planeta” di tela bianca, un calice di peltro con patena, un altro calice con patena vecchio e rotto che fu infranto completamente dal vicario, cinque cuscini, due candelabri “fictilibus”, una icona con l’immagine della B.V.M., due orcioli, un campanello piccolo di peltro ed un “missale”.  Il vicario ingiunse al La Piccola di esibire entro otto giorni i titoli in suo possesso e nel frattempo, dichiarò che doveva essere sospesa ogni celebrazione a meno di espressa licenza scritta.

 

S.to Nicola di le Donne

La chiesa, fabbricata a lamia, fu trovata pulita e ornata senza porta ed il vicario ordinò di provvedere.

 

S.ta Maria dela Latta

Chiesa “connexam” con la parrocchiale di S.ta Maria de Puccio di cui era “grancia”. N’era Cappellano donno Gregorio deli Pira. Al suo interno si trovava l’altare di fabbrica con altare portatile, tre tovaglie, una coperta dipinta “de mayuto”, due cuscini, un vestimento completo, un calice con patena e corporali, un “missale”, una lampada ed una croce con diverse immagini di santi. Il vicario ingiunge al cappellano di provvedere a far ricoprire il tetto, adattando le tegole affinché non ci piovesse dentro e di rifare le lapidi delle sepolture.

 

S.ti Filippo e Jacobo

Chiesa parrocchiale appartenente alla mensa arcivescovile di cui era cappellano donno Battista Salvato. Possedeva solo sei tomolate di terra a Yofari e riscuoteva un carlino di censo oltre alle decime dei propri parrocchiani. L’altare di fabbrica consacrato, era provvisto di un calice vecchissimo che fu spezzato dal vicario perché non considerato degno di ricevere il SS. Sacramento, di un altro calice dorato senza patena, tre tovaglie di tela, un vestimento completo con due cuscini, una icona “de relevo” della B.V.M., una “pacem”, una croce vecchia di rame, due candelabri di ottone, un campanello, trentadue tovaglie tra vecchie e nuove lavorate “fili” di diversi colori, una “cassupiam” di tela nera ed un’altra di tela leonata, un “breviarium”, un “missale” di pergamena, un “antifonarum”, due “bossulas” lignee, quattro campanelli, una coperta di tela nera vecchia ed una campana nel campanile. Constatata la povertà della chiesa, il vicario ingiunse al suo cappellano solo di provvedere a dotarsi di un calice nuovo senza dare altre disposizioni.

 

S.ta Maria de Puccio

Chiesa parrocchiale di cui era Cappellano donno Gregorio deli Pira, possedeva due grancie: una sotto il titolo di S.ta Maria de Latta e l’altra sotto il titolo di S.to Elia. Era dotata con sei tomolate di terra ad Ambroleo e riscuoteva quindici carlini di censo sopra alcune vigne a Yofari, oltre alle decime dei parrocchiani.

L’altare fabbricato con altare portatile era corredato con tre tovaglie, un’altra tovaglia sopra il crocifisso, un crocifisso ligneo sopra l’altare, due “cornule” piccole, una della Gloriosa Vergine Maria e l’altra di Nostro Signore Gesù Cristo, due calici, uno d’argento e l’altro di peltro, “cum suis patenis corporalibus et purificatoriis”, due candelabri di ottone, due altri candelabri di ottone, un altro paio di candelabri di legno dipinto di nero e rosso, due orcioli vitrei, un altro paio di orcioli, un ante altare dipinto di seta ed in mezzo di “seta stellata”, una casula simile, tre cuscini, un “missale”, una croce piccola lignea, una “pacem”, una “casulam per corporalibus”, sei altre coperte di tela, cinque vestimenti sacerdotali completi, trentasei tovaglie di tela di diversi colori “et fili”, cinque “mandilia”, due “ammictos”, due altri cuscini, una cassa di cipresso con due “mandilibus” di cotone, due “spalleriis” e quattro libri in pergamena, un turibolo di ottone ed un campanello.

Sopra l’altare si trovava una cappella lignea “seu Tripona” dove era sistemato un altro campanello e dove era riposta un’arca nella quale si conservano i detti panni. La chiesa era intempiata con tavole e vi erano due campane nel campanile. Aveva un “astraco”, alcune sepolture, per due delle quali il vicario ingiunse al cappellano di rifare le pietre sepolcrali, una “bocculam” per aprire le dette sepolture, uno “scabello” ligneo e due “bossulas” antiche di legno. Al suo interno si trovava anche un altro altare fornito di tre tovaglie di tela, una coperta “de mayuto” e due “scabelli” di tavole grandi.

 

S.to Brancati o S.to Pancratio

Chiesa parrocchiale appartenente alla mensa arcivescovile, di cui era cappellano donno Matteo Castania. Era dotata con un vignale posto di fronte le vigne di mastro Antonello Ysolfo che le rendeva un carlino l’anno, e possedeva il diritto di decima, benché da poco non avesse più alcun parrocchiano.

L’altare era corredato da tre tovaglie, una coperta di tela, un ante altare, due “plumacios” ed altri vecchi, un vestimento sacerdotale completo, due candelabri lignei, due orcioli di peltro, un calice di peltro con patena e corporali, un “missale”, un “manuale” vecchio, un campanello, un’arca piccola di cipresso dove si conservano “extergituris et corporalibus”, un “baptisterum”, una lampada, una coperta vecchia di tela, una immagine di carta del Crocifisso ed altri Santi, venti tovaglie tra vecchie e nuove, un ante altare vecchio, una coperta di tela nera, una casula di tela nera, una arca vecchia per conservare i detti beni, ed una campana. Constatato lo stato di povertà della chiesa, il vicario raccomandò al cappellano di tenere ben conservati i pochi beni della chiesa senza ingiungere altro.

Pozzoleo

Santa Severina, chiesa di San Giuseppe e della Immacolata Concezione che fu di san Pancrazio.

 

S.to Michele Arcangelo o S.to Angelo

Chiesa parrocchiale di cui era cappellano donno Matteo Greco. Si trovava in stato di grave povertà non possedendo alcunché e le sue entrate erano costituite solo dalle decime dei suoi pochi parrocchiani.

Al suo interno si rinveniva un altare con altare portatile, corredato di tre tovaglie, due vestimenti sacerdotali completi, una coperta “de mayuto”, due “ammictis”, una casula rossa, tre “plumaciis”, sette tovaglie, due coperte lacere di tela, un “plumacio cum certis peliis”, alcune tovaglie ed altri panni vecchi, un “missale”, un candelabro di ottone, due calici di peltro con patene e corporali vecchi ed inutili per la celebrazione, una icona con l’immagine della Beatissima Vergine di legno, un’altra simile di legno e due “mandilia” piccoli. Sopra l’altare si trovava un crocefisso con l’immagine di nostro Signore in croce pendente lignea con un panno nero dietro. Anche in questo caso, considerato lo stato di povertà della parrocchiale, il vicario raccomandò al cappellano solo di tenere ben conservati i pochi beni della chiesa senza ingiungere altro.

San Michele

Cattedrale di Santa Severina, statua di san Michele Arcangelo.

 

SS.mo Salvatore

Chiesa nella quale si trovavano i frati dell’ordine dei Conventuali di S.to Francesco di Assisi che abitavano alcune “casicelle” vicino alla chiesa. Le sue entrate erano costituite dall’elemosina che i frati ricevevano da parte dell’università e dal possesso di una vigna alla Catuna. Al suo interno si trovava l’altare consacrato con tre tovaglie, un “coperim.to altaris” dipinto “de mayuto”, due candelabri di creta, un vestimento sacerdotale completo, una casula di seta nera, due cuscini, due calici con le loro patene e corporali, un “discolum” piccolo, un campanile con una campana, un “missale”. Alla destra ed alla sinistra dell’altare maggiore si trovavano altri due altari, mentre in mezzo alla chiesa, davanti l’altare maggiore, c’era una “lamparium Cartae” dove erano le “lampas”. Il Vicario al quale i frati avevano in precedenza dichiarato di occupare il convento su disposizione del loro “ministro”, ingiunse loro di presentare entro il termine d’otto giorni, i titoli comprovanti le ragioni della loro presenza nel convento.

Santa Severina S. Salvatore due

Santa Severina, chiesa del SS. Salvatore.

 

S.to Nicola de Grecis

Chiesa parrocchiale all’interno della quale si trova l’altare di S.to Ambrosio, di cui era cappellano donno Antonio dela Mendula e suo sostituto donno Fabio dela Mendula, canonico della chiesa di S.ta Severina, il quale fu lodato dal vicario per il buono stato in cui si trovava la chiesa. Essa possedeva quattro tomolate di terra a Yofari ed un altra “mezzaluratam” ad Armirò, mentre riscuoteva censi per complessivi tre carlini, oltre alle decime dei suoi parrocchiani.

L’altare consacrato, era corredato con tre tovaglie ed un “coperim.to” di seta di colore rosso e giallo e sopra di esso, si trovava l’immagine del crocifisso in croce pendente di legno, con “uno mandile” bianco sopra ed un panno d’avanti. Vi erano ancora: un’icona della Beata Vergine Maria dipinta e dorata, quattro orcioli, una croce piccola “de relevo”, un’altra croce di legno, un candelabro di ottone e tre altri di creta, un “baptisterium”, un “missale” antico, un calice d’argento dorato con la sua patena e corporali, una casula di seta rossa e gialla, tre vestimenti completi di cui uno con una casula sacerdotale di tela, dieci “plumaccios” di tela, due altri vestimenti sacerdotali completi di tela, due casule di tela ed un’altra “casula cuculli” rossa lacera, due stole e due “manipulos”, otto “ammictos”, una casula nera con stola e “manipulis”, un ante altare nero di tela, due ante altare di seta rossa, un ante altare di seta gialla e rossa, una coperta di seta vecchia, una lampada, due campane, trentatre tovaglie tra grandi e piccole di diversi “fili”, trenta tovaglie “seu stuyavucchas”, due ante altare dipinti di seta rossa ed altri colori con frange, sei “mandilia” di cotone, una tovaglia ed altri quattro “cippas” di seta, due “bossulas”, una cassa di cipresso con sei “velis” dentro, quattro libri in pergamena, due stole, un “manipulus”, un turibolo, un campanello, una “bocculam sepulture”, un altare portatile, una immagine piccola e lacera, due arche, due porte, due scanni fatti di tavole ed una immagine dello Spirito Santo alla destra dell’altare. Il vicario ingiunse al cappellano di rifare l’intempiatura e la porta della chiesa.

 

S.ta Maria dela Grazia

Chiesa di jus patronato del magnifico Jo: Vincenzo Infosino che, in occasione della visita del vicario, presentò suo fratello Jo: Bernardino Infosino. N’era Cappellano donno Jacobo Cerenzia. Possedeva tre case ed un pezzo di terra al Timpone delli Giudei.

Al suo interno si trovava l’altare consacrato di fabbrica sopra il quale c’era un crocefisso “relevo” piccolo. Il suo corredo era composto da una immagine della Beata Vergine, tre tovaglie, due coperte di tela, due cuscini, uno di pelle dipinto ed uno semplice, un vestimento sacerdotale completo nuovo con una casula o “saye” verde, un calice d’argento dorato con patena, corporali e “purificatoris”, quattro altri cuscini di tela, un calice di peltro con patena, dieci “coperim.ta” di tela, un’altro “coperim.to” antico dipinto, un vestimento sacerdotale completo, una casula di seta rossa, una casula di tela bianca, due orcioli di ottone, due candelabri, due “coperim.ta” di tela con frange, dodici tovaglie di diverso tipo, nove “mandilia” e nove “spalleri”, tre “cippe” antiche, tre “anmitti”, un “riglierius”, un “missale” a stampa, un “quaternum” di canti per la messa.

Alla destra dell’altare si trovavano una cancellata lignea posta davanti l’immagine della Beata Vergine, due altari ed una croce lignea. Alla sinistra dell’altare c’erano alcuni “vela corea” ed una piccola porta per la quale si accedeva all’oratorio di S.ta Maria della Catena, nel quale si trovavano una coperta, tre tovaglie ed una immagine della Gloriosa Vergine. Nella chiesa c’era un campanello grande.

S. Maria della Grazia S. Severina

Santa Severina, campanile della chiesa di Santa Maria della Grazia.

 

S.to Apostolo

Chiesa parrocchiale di cui era cappellano donno Antonio Caruso. Possedeva quattro tomolate di terra a Turrotio, oltre a riscuotere censi per complessivi quattro carlini e mezzo e le decime da parte dei suoi parrocchiani.

Al suo interno esistevano un altare di fabbrica con altare portatile con sopra un crocifisso ligneo. Costituivano il suo corredo una croce lignea, un calice di peltro con corporali e patena, un vestimento sacerdotale di tela completo, tre tovaglie, un “coperim.to” di tela dipinta, un altro “coperim.to” di tela, due candelabri, due orcioli “fictili”, un “missale”, un cuscino dove si riponeva la SS.ma Eucaristia ma senza l’Eucaristia, ventidue tovaglie, quattro “coperim.ta” vetusti di tela, quattro “manipulos”, due stole, due cuscini, un “coperim.to” antico, una lampada, una campanella grande e quattro “velamina” di cotone.  La chiesa aveva anche un altro altare e possedeva un’arca d’abete e due banchi. Il vicario ingiunse al cappellano di rifare la porta entro il termine di tre mesi.

 

S.to Giovanni Evangelista

Chiesa parrocchiale di cui era cappellano donno Domenico Paparuggero. Le sue entrate erano costitute da “censuali” per un carlino e dalle decime corrisposte dai propri parrocchiani.

Al suo interno esistevano un altare di fabbrica con altare portatile ed al muro, sopra l’altare, era dipinta l’immagine della Vergine Maria con i santi Michele Arcangelo e Giovanni Evangelista. Sempre sopra l’altare, si trovava un’icona “de relevo” della Beatissima Vergine mentre, alla destra dell’altare, vi era un crocifisso ligneo.

Il suo corredo era composto da un altro crocifisso piccolo “de relevo”, tre candelabri di ottone ed uno di pietra, tre tovaglie, un “coperim.to” di tela, un vestimento di tela completo, un cuscino di pelle figurato, altri cinque cuscini dei quali uno dipinto di seta carmosina, una icona, un calice con patena di peltro e corporali, un “missale”, due veli di cotone, una coperta di “tela celandrate”, un’altra coperta nera ed un’altra ancora bianca, un panno di tela nera al crocifisso, una casula gialla “cum forra”, una coperta “cum listis de mayuto” e tre tovaglie su un altro altare, cinquanta tovaglie di tela ed un’altra ancora dipinta di seta, una lampada, due “mandili” di cotone, ed un altro sopra il crocefisso, un turibulo, un campanello ed una campana, un’arca usata, e tre scanni per sedere disposti “circum circa” la chiesa. Il vicario ingiunse al cappellano di rifare entro cinquanta giorni, l’astraco diruto presso l’altare e le sepolture davanti l’altare ponendovi le lapidi.

 

S.ta Anna

Chiesa di jus patronato della famiglia Sfalanga di cui era cappellano donno Vittorio Sfalanga. Possedeva in dote cinque “domus”, una proprio sotto la chiesa, una alla Grecia, una in parrocchia di S.to Giovanni Battista e due in piazza, oltre ad un vignale a Lagani dentro le terre di Tesidio Oliverio.

Al suo interno c’era l’altare consacrato con tre tovaglie, un “coperim.to” vecchio, un vestimento completo, quattro candelabri “fictili”, un “missale”, un calice con patena di peltro, una casula di tela alba, un campanello e due orcioli. Il vicario ingiunse al cappellano di riparare il tetto e di far dipingere presso l’altare l’immagine di S.ta Anna.

S. Anna Santa Severina

Santa Severina, chiesa di San’Anna.

 

SS.ma Annunziata

Completata la visita delle chiese cittadine, il ventisette maggio 1559 il vicario intraprese quella della chiesa posta “extra muros” della “Sanctae gloriosae Virginis Mariae”, volgarmente detta l’Annunziata, nuovamente eretta, sede di una confraternita in continuo aumento, e di cui era cappellano donno Jacobo de Cerenzia eletto dai confrati. Il suo “edificium seu fabrica” veniva realizzato attraverso le elemosine ed al momento della visita, fu trovato dal vicario senza porta, discoperta e con una lamia nella cappella maggiore sopra l’altare. Essa era comunque già provvista di un campanile con due campane.

Note

[i] Lo Jus Patronato concesso dal vescovo e ratificato dalla Santa Sede, consisteva nel diritto da parte di un patrono di proporre allo stesso vescovo la nomina del cappellano. In cambio di ciò il patrono dotava la cappella con propri beni immobili la cui rendita, in parte, serviva a sostentare il cappellano ed in parte, ad amministrare il culto del santo presso la cappella stessa.

[ii] Il cappellano che era sempre un ecclesiastico, in ragione del suo ufficio rappresentato dalla celebrazione di una messa la settimana, percepiva il “Servimento” consistente, generalmente, in una somma di dodici carlini annui. A volte egli si occupava anche di amministrare le rendite della cappella in altri casi, invece, esse erano affidate ad un rettore che poteva essere anche un laico.

[iii] Cartelle del Fondo Arciarcivescovile, 16B. Archivio di Santa Severina.

[iv] Il lavoro fu effettivamente realizzato, come conferma la platea della mensa Arcivescovile redatta dal notaio Francesco Santoro nel 1576, nella quale si descrive la presenza di un “uno fonte novo bactismale di marmore co la conca di rame dentro stainata nova co lo suo cappilletto di tavola coperto di tela celendrata verde nella parte sinistra della chiesa”. Una platea del secolo XVI, in Siberene p. 331.

[v] Nel 1576 sono ricordate, oltre a quella “de brachi S. Anastasiae”, le seguenti reliquie: de ligno Crucis, de Vestim.to Virginis, S. Laurentii, S. Stefani martiris, S. Cristofari, S. Petri martiris, S. Victorii martiris, S. Januarii martiris, S. Blasii martiris, S. Thomae apostoli, S. Ioannis Bap.e, S. Fabronii martiris, S. Calisti papae, S. Procopii martiris, Sancta Brigide et Donati, S. Felicitatis martiris, S. Rumite et Inlute (?), S. Columbe, S. Sinforose, S. Elisabet, S. Margarite, S. Hilarii, S. Patriti, S. Astasii, S. Gallii abbatis, S. Gregori, De brachio S. Donati, de massilla S. Sebastiani. Una platea del secolo XVI, in Siberene p. 313.

[vi] S. Antonio Abate, cappella seu oratorio della famiglia Infosino. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 143.

[vii] La cappella, anticamente fondata dalla famiglia Stefanizzi, fu trasferita in altro luogo della chiesa il 15 maggio 1487 al tempo dell’arcivescovo Enrico del Moyo con il consenso del capitolo. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 123.

[viii] La cappella o oratorio dei SS. Apostoli Simone e Giuda della famiglia Abenabile, posto nell’ala sinistra della chiesa, fu concesso il 25 settembre 1454 dall’arcivescovo Simone Biondo a Pellegrino Abenabile di Aversa ed a donna Antonia sua moglie, i quali gli corrisposero un’oncia d’oro per il rifacimento della cattedrale “allora di total rovina”. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 186.

[ix] Fu concesso anticamente dal predecessore dell’arcivescovo Jo: Matteo Sertorio al nobile Cesare Zurlo nell’ala destra della chiesa. Successivamente, il detto Cesare nel 1525, supplicò detto Sertorio che gli confermasse la concessione dello jus patronato per fare il sepolcro dei suoi eredi, dandogli licenza di rompere il muro per ampliare la cappella. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 143.

[x] Secondo il “Sommario delle fondazioni, concessioni, doti, obblighi et pertinenze alle loro famiglie di tutti i jus patronati diruti et esistenti dentro la chiesa Arciarcivescovile…”, compilato da Francesco Sotyra su incarico dell’Arcivescovo Pisanelli nel 1724, quello di S.to Francesco era uno dei più antichi patronati eretti nella chiesa arcivescovile. La cappella era stata eretta nel 1468 su richiesa di Antonio, Francesco e Ruggero de Sindico all’arcivescovo Antonio Cantelmo nel luogo dove, in precedenza, era esistita una cappella antica diruta dedicata a S.to Basilio che, per lo stato di abbandono in cui versava, si era resa luogo di immondizie. I de Sindico promisero di corredarla con un vestimento sacerdotale di tela completo, un apparato d’altare, un calice di peltro ed un manuale. Promisero, inoltre, di assegnare alla cappella tanti beni quanti fossero stati necessari a costituire una rendita annua di dodici carlini, in maniera da permettere ai cappellani di “divinare et celebrare” una volta la settimana. Essi inoltre, diedero dodici ducati all’arcivescovo per la riparazione della chiesa Metropolitana, e si offrirono di rifare una nuova scala al campanile e di restaurare un arco della chiesa posto proprio di fronte la porta della cappella. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 156.

[xi] Era uno dei più antichi patronati eretti dentro la chiesa arcivescovile, dato gratis col sepolcro il 27 giugno 1492 dall’arcivescovo Alessandro de Marra al nobile Antonio de Cicho della terra delle Castella abitante in Santa Severina.

[xii] Il 27 ottobre 1560 lo jus patronato dell’oratorio in quel momento senza patrono, fu concesso dall’arcivescovo Jo: Battista Orsini al nobile Jo: Domenico Santoro, il quale lo dotò con un suo palazzotto in parrocchia di S.ta Maria de Puccio. Le Cappelle di Patronato nella Metropolitana, in Siberene p. 143.

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