Le chiese parrocchiali di Santa Severina

sigillo S. Severina

Sigillo di Santa Severina.

Poche sono le notizie sulle chiese parrocchiali di Santa Severina durante il Medioevo. In un atto di donazione del 1256 a favore dell’abbate florense Orlando è citato un casaleno posto nella città di Santa Severina “in parochia S. Nicolai de Latinis” (1); in un breve del papa Nicolò V dell’ottobre 1447 si accenna alla chiesa parrocchiale di Santa Maria Magna che, essendo vacante, è concessa al sacerdote Antonio de Sindico (2).

Le parrocchie nel Cinquecento
Tra i primi capitoli delle costituzioni della città e stato di Santa Severina concessi dal conte Andrea Carrafa nel marzo 1525 vi l’accoglimento della richiesta dell’università di tenere in considerazione la cattedrale e le chiese parrocchiali della città e di ordinare provvidi interventi, affinché esse possano essere riparate delle “loro evidenti rovine” (3).
Si sa che nei primi decenni del Cinquecento all’interno delle mura vi erano undici chiese parrocchiali: Santa Maria Maggiore, Santa Maria de Puccio, S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista, S. Stefano, S. Nicola dei Greci, S. Pancrazio, SS. Apostoli, S. Pietro, S. Angelo e SS. Filippo e Giacomo (4) ma che alla metà del Cinquecento esse si erano ridotte a sette, cioè San Stefano, Santa Maria la Magna, Santa Maria de Puccio, San Giovanni Battista, San Nicola, Sant’Angelo e San Pietro. A loro riguardo ci sono alcuni documenti. Nell’aprile 1533 il chierico Alfonso del Tufo concedeva il rilascio del primiceriato della chiesa di Santa Severina e la chiesa parrocchiale di San Stefano della stessa città in favore del chierico santaseverinese Antonio de Luca, conservando tuttavia metà delle rendite (5). Nel settembre 1549 il chierico Marco Antonio Matteo Susanna, che detiene la cappellania della chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria de la Grande, la cede in favore del primicerio Fabrizio Infantino (6). Nel 1539 Dionisio, figlio del fu Bartolomeo de Molario de Cento, rettore della cappella nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, sita e fondata nella chiesa ossia accanto alla chiesa metropolitana di Santa Severina, rassegna la cappella nelle mani del papa in favore del sacerdote di Santa Severina Leonardo Sacco (7). Nell’ottobre 1557 Salvatore Fracsius, rettore e perpetuo cappellano della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, la cede in favore di Ettore Brancati (8) Gian. Domenico Santoro, che ha ottenuto nel 1560 l’oratorio di San Bartolomeo Apostolo, situato nella cattedrale, lo dota con un suo palazzotto situato in parrocchia di Santa Maria de Puccio (9).
Da una antica platea ricaviamo che nel 1582 nel luogo dove si dice e c’è la chiesa di Santo Nicola vi erano: la casa palatiata di Donato de Maro, le case del fu Martino Gatto e di Salomea de Basouino, il casalino e la casa di Jo. Vincetio Novellise. Nel luogo dove si dice la cappella di Santo Angelo vi erano: le case di Pietro Antonio Infosino, “lo lavinaro pubblico”, il casalino degli eredi di Jacono Scacciopparo,le due case palatiate del cantore Vincenzo La Padula, la casalza di Madamma Nicola Scaccioppara e le case di Gulielmo e Giulio Infosino (10).
Sappiamo che a causa della diminuzione della popolazione e delle poche rendite alcune parrocchie erano state soppresse, altre erano state unite insieme (11). La decadenza economica e lo spopolamento della città è così descritto: “da cinquanta anni in qua è andata decrescendo in modo che a pena vi si numerano quattro, o cinquecento anime” (12). La città risultava per tale motivo suddivisa in sette parrocchie, ognuna delle quali aveva la cura delle anime del suo ambito territoriale ben definito all’interno delle mura. Mentre nelle campagne del territorio ed in quelle del distretto della città la cura e la giurisdizione spettavano all’arcivescovo, il quale sceglieva le persone adatte per amministrarvi i sacramenti. Un ruolo preminente aveva la chiesa cattedrale, in quanto nelle chiese parrocchiali si celebrava solo la messa nelle domeniche e nelle feste e si amministrava il sacramento della penitenza. Per tutto il resto, cioè il Santissimo, il viatico e l’estrema unzione, i parroci dovevano far riferimento alla chiesa cattedrale, la quale sola conservava anche la fonte battesimale ed amministrava il battesimo a tutti coloro che nascevano (13).

La decadenza della città
Così è descritta la situazione religiosa in un documento del 1586: “In detta chiesa cathedrale di S. Severina tra canonici, et altri preti sonno da vinti cinque incirca che celebrano messe/ connumerate le dignità, ma clerici semplici ve ne sonno più de quaranta, et quanto alli beneficii, vi sonno pochi beneficii semplici/ e curati ne sonno molti che sonno le parroche, che sonno da sette/ ma per la diocesi ce ne sonno beneficii curati più di sette … La cura dell’anime spetta alli curati che sonno in questa città dove sonno sette parrocchie”. Tra le parrocchiali “dietro la chiesa cathedrale vi è una parrochia nominata San Gio. batt.a, dela quale ne è curato D. Gio. batt.a gramonte” (14).
L’arcivescovo Alfonso Pisano dopo aver descritto nella relazione del marzo 1589 la precaria situazione economica e religiosa, tre anni dopo ritornava sull’argomento, richiedendo un intervento della Santa Sede “acciò questa chiesa, e Diocese non resti à fatto senza clero”. Egli infatti faceva presente che “vacano in essa otto canonicati, che per esser senza rendita non è chi voglia imperarseli in Roma, giachè per la lunga vacanza son devoluti alla S(an)ta S(ede) vacano anco tutte le parrocchie di questa città, che per la tenuità di frutti non è chi si sottoponga all’essamina, e tra questo si serveno per economi, solo due hanno il vero, e proprio Rettore. Di più per il rigore della Bolla della fel. memoria di Sisto Quinto si fanno pochissimi preti, poiché vi è quella letteratura che si riceva, e quelli pochi che hanno qualche intelligenza son poveri di patrimonio, e beneficii ve ne sono pochissimi di qualche frutto, onde ne segui la diminutione del servitio della chiesa Metrop.na e di tutte l’altre parocchiali” (15).

sigillo S. Severina due

Sigillo di Santa Severina. (Ughelli F., Italia Sacra, VIII, 473).

 

La crisi seicentesca
La città subì le scosse dal terremoto del 1638. In seguito alle quali alcuni edifici furono riparati, altri abbandonati. Tra questi ultimi due chiese parrocchiali, che dovevano essere interamente ricostruite (16). Cosa che evidentemente non avvenne. Infatti in seguito troviamo nominate solo cinque chiese parrocchiali: Santa Maria La Magna (17), San Pietro Apostolo alla Grecia (18), San Nicola dei Greci (19), San Giovanni Battista in Fonte (20) e Santa Maria de Puteo (21). Si sa inoltre che a causa delle distruzioni causate dal sisma la cura della chiesa parrocchiale dedicata a San Stefano Protomartire, venne unita a quella vicina di San Pietro, entrambe le chiese erano situate nel rione particolarmente devastato della Grecia (22).
Al tempo dell’arcivescovo Francesco Falabella (1660- 1670) ormai all’interno delle mura ci sono solo cinque parrocchie (23). Di queste due per le loro tenui rendite esercitano la cura delle anime con economi, in quanto non si trova alcun sacerdote, che voglia sostenere un concorso per ottenerle ed intenda sopportare le spese per farsi spedire le bolle dalla Santa Sede (24).
La situazione rimarrà inalterata per molto tempo. L’arcivescovo Muzio Suriano (1674 -1679) in una sua relazione faceva presente che delle cinque parrocchie, in cui era divisa la città, tre erano amministrate da parroci nominati per autorità apostolica e dell’ordinario mentre le due rimanenti, a causa della tenuità delle loro rendite, erano state date in commenda a due sacerdoti, idonei per vita e dottrina (25). Alla fine del Seicento Santa Severina conta 991 abitanti. Un apprezzo ci fornisce un’idea sull’importanza e la vastità dell’ambito di ciascuna parrocchia. Primeggia S. Maria la Grande, “chiesa antichissima”, che ha la cura di 405 anime, segue quella di S. Nicola con 277, quindi San Giovanni Battista, “chiesuola piccola antichissima.. coperta a lamia con un intercolunnio circolare con colonne di granito orientale d’ordine toscano, dentro la quale chiesa vi è il fonte battesimale”, con 150 anime, quindi S. Maria de Pucci, “seu S. Biase”, con 87 ed infine S. Pietro con 72 (26).

La riduzione delle parrocchie
La situazione con il passare del tempo non migliorava, anzi peggiorava. Delle cinque parrocchiali, due quelle di S. Maria del Pozzo e di S. Pietro Apostolo continuavano ad essere vacanti ed erano amministrate da economi (27). Nel gennaio 1692, dopo quaranta anni che erano vacanti, finalmente fu nominato parroco di entrambe il sacerdote Gio. Domenico Galterio, già economo di Santa Maria del Pozzo (28). Ma il tentativo ebbe vita breve.
Fu così che all’inizio del Settecento l’arcivescovo Nicolò Pisanelli (1719 -1731), prendendo atto del degrado in cui versava la chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo, situata nel quartiere in spopolamento della Grecia ed affidata fin dal 1692 ad un economo, decise di interdirla al culto.
All’interno delle mura rimasero così solo quattro parrocchie, (Santa Maria la Magna (29), San Nicola (30), Santa Maria del Pozzo e San Giovanni Battista) che però continuavano a vivere una esistenza precaria. Ognuna con il suo ambito ma con poche rendite, per cui spesso erano senza curato. Tra queste la chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria del Pozzo era senza parroco da oltre trenta anni e perciò era amministrata da un economo ed a quella dedicata a San Nicola Pontefice solo dopo molti sforzi l’arcivescovo era riuscito fornire un nuovo parroco. Per la maggior parte gli edifici erano fatiscenti e minacciavano imminente rovina. Poiché sia i parroci che i parrocchiani erano poveri, l’arcivescovo pregava la Sacra Congregazione di dargli il permesso di unirne alcune e di utilizzare dei semplici benefici vacanti, per incrementare le rendite delle chiese parrocchiali (31).
Permesso che evidentemente venne concesso. Pochi anni dopo l’arcivescovo Aloisio D’Alessandro (1732 -1743), anche se cercherà invano di risollevare le sorti della chiesa di S. Pietro, dandone l’incarico al canonico Serafino Jona, poteva affermare che oltre alla metropolitana in Santa Severina erano rimaste solo due chiese parrocchiali, nelle quali vengono amministrati i sacramenti al popolo e dove i parroci dispensano la parola di Dio (32). Rimanevano solo oltre alla metropolitana le due parrocchiali di Santa Maria la Magna, detta anche Santa Maria in Cielo Assunta, e quella dedicata a San Nicola vescovo di Mira. La cura della parrocchiale di San Giovanni Battista era infatti stata unita a quella di San Nicola Vescovo e quella di Santa Maria del Pozzo, detta volgarmente “de Pizzoleo”, a quella di Santa Maria dela Magna. Veniva meno definitivamente la chiesa parrocchiale di San Pietro, alla quale in passato era stata unita la parrocchiale di San Stefano. La chiesa già da molto tempo interdetta era definitivamente soppressa. Il promotore fiscale della Curia infatti ne richiedeva il 20 gennaio 1744 la soppressione, che avvenne con decreto del 17 febbraio seguente del nuovo arcivescovo Nicola Carmine Falconio (1743 -1759), su delega della Santa Sede (33). Le rendite della distrutta parrocchiale di San Pietro, unite a quelle della distrutta e vicina San Stefano, andarono a formare per volontà dell’arcivescovo un semplice beneficio, che aveva l’onere di sostenere le spese delle messe cantate nei giorni festivi di San Pietro e di San Stefano protomartire (34).
Così sono descritte le due chiese parrocchiali superstiti poco dopo la metà del Settecento. La chiesa parrocchiale dedicata a S. Maria in Cielo Assunta, volgarmente detta La Magna, è retta dal parroco Carmine Benincasa. Essa oltre all’altare maggiore ha un altare in marmo dedicato alla Vergine dei Sette Dolori, che è retto da un procuratore scelto dall’arcivescovo. Vi è anche eretta una confraternita ed un monte pio intitolato alla “buona morte”. I confrati assolvono una mensile contribuzione per la funzione solenne ed il suffragio dei confratelli defunti. Essi devono rendere conto alla curia arcivescovile. Tale altare ha l’onere di dodici messe all’anno a favore dell’anima di Maria Ferrari, di una messa cantata per quella del duca Pietro Mattia Greutther ed un’altra da celebrarsi nel giorno di S. Francesco di Paola per il canonico Francesco Casoppero. Vi è inoltre un altro altare dedicato a S. Giuseppe che è senza rendite e si mantiene per un procuratore.
La chiesa parrocchiale di S. Nicola arcivescovo di Mira è unita a quella di S. Giovanni Battista. Essa è retta dal parroco Leonardo Scalise (35), che esercita la cura delle anime e provvede alle cose necessarie. Ed ancora: “Presso la navicola del corno destro della metropolitana, quasi allo stesso aderente c’è la cappella di S. Giovanni Battista. Essa fu parrocchia separata, ora da molto tempo unita all’altare di San Nicola arcivescovo di Mira, nella quale c’è la fonte battesimale, che usano ambedue i parroci della città” (36). Alla fine del Settecento a Santa Severina rimanevano ancora le due parrocchie, entrambe vacanti, una di San Giovanni Battista e San Nicola de’ Greci e l’altra di S. Maria la Magna e del Pozzo (37). In seguito rimase una sola parrocchia.
Così all’inizio del giugno 1801 descrive la situazione religiosa l’arcivescovo Pietro Fedele Grisolia: “…Contigua alla metropolitana c’è una piccola chiesa parrocchiale, già da tempo soppressa, di greca struttura, nella quale è eretto l’altare dedicato a S. Giovanni Battista, al quale la chiesa stessa era dedicata. In essa c’è l’unica fonte battesimale, la quale serve tutta la popolazione, non essendocene altre nelle altre chiese della città … . Delle molte chiese parrocchiali, che anticamente esistevano nell’ampio ambito della città, ridotta ormai la popolazione a circa novecento abitanti, delle undici parrocchiali ne rimane una sola sotto il titolo di San Nicola Pontefice. Priva già da molto tempo del suo pastore, poiché nessuno ha voluto concorrere per esercitarvi la cura delle anime, essa si trova per tale motivo retta da un economo curato amovibile”(38).
In seguito durante il Decennio Francese per decreto le rendite della vacante parrocchia di S. Nicola e S. Maria Maggiore vennero unite all’arcipretura (39). Con la Restaurazione gli effetti del decreto furono annullati. All’inizio del Novecento rimaneva la sola parrocchia di Santa Maria La Magna e San Nicola. Al parroco della quale era stato concesso di amministrare i battesimi nella metropolitana per facoltà ottenuta dalla Santa Sede dall’arcivescovo Carmelo Pujia (40). Ancora oggi esiste solo la parrocchia di Santa Maria Maggiore.

Note

1. L’inventario del monastero florense, in Siberene p. 273.
2. Russo F., Regesto, 11073.
3. Documenti di archivi, Siberene p. 278.
4. Caridi G., Uno “stato” feudale nel Mezzogiorno spagnolo, Gangemi Ed. 1988, p. 105.
5. Russo F., Regesto, 17190.
6. Russo F., Regesto, 19545, 19550.
7. Russo F., Regesto, 18097.
8. Russo F., Regesto, 20491, 20534.
9. Le cappelle di Patronato nella Metropolitana, Siberene p. 143.
10. Copia di Platea antica con i pesi de vassalli, f. 15, in Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia, 529,659, B. 8, ASCZ.
11. “Le chiese parochiali nella città erano molte, ma per la loro povertà alcune ne furono unite insieme, e ridotte a sette, e da due infuori, quali hanno qualche poca rendita certa, tutti si mantengono con poche decime, et elemosine”, Relatione dello stato della chiesa metropolitana di Santa Severina, S.cta Severina 22 martii 1589.
12. “Il sito di essa città è capace di più di cinquemilia anime, ma per li debiti universali, et per il mal governo di Conti padroni d’essa città et delli officiali temporali” la città sarebbe spopolata completamente, “se non fusse stata d’alcuni anni qua protetta dalla pietosa mano del R.mo Mons. Alfonso Pisani”, Rel Lim. S. Severina., 1603.
13. Le Parrocchie di Santaseverina, in Siberene p. 150.
14. Visitatio ap.lica Sanctae Severinae, 1586, S.C.C. Visit. Ap. 90; Gio. Battista Tramonte era divenuto parroco di San Giovanni Battista nel 1572, Russo F., Regesto, 25721.
15. Rel. Lim. S. Severina., 1592.
16. Rel. Lim. S. Severina., 1645.
17. Nel marzo 1645 la chiesa parrocchiale di S. Maria Maggiore, detta La Grande, vacante da oltre un anno, in quanto Geronimo Germano, che la possedeva, aveva ottenuto un canonicato, è affidata al sacerdote del luogo Francesco Carpenterio, Russo F., Regesto, 34650.
18. Nell’ottobre 1653 al sacerdote Marco Aloe è assegnata la chiesa parrocchiale di S. Pietro Apostolo, che è vacante da oltre due anni, Russo F., Regesto, 37150.
19. Nel dicembre 1658 a Giulio Pisano è assegnata la chiesa parrocchiale di S. Nicola, vacante per libera remissione di Luca Mascaro, Russo F., Regesto, 38568.
20. Nel dicembre 1646 la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, vacante per morte di Giacomo del Gaudio è affidata al sacerdote Andrea Cozza, Russo F., Regesto, 35145.
21. Nel febbraio 1663 la chiesa parrocchiale di S. Maria de Puteo, vacante da oltre dieci anni veniva concessa al sacerdote Marco Antonio Infosino, Russo F., Regesto, 39813.
22. Siberene, p. 241.
23. Rel. Lim. S. Severina., 1660.
24. Rel. Lim. S. Severina., 1666.
25. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
26. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene , pp. 104 sgg.
27. Nel giugno 1699 erano parroci: Francesco Catalano di S. Nicola della Piazza, Tomaso Difazio di S. Giovanni Battista, Andrea Gioannini di Santa Maria La Magna, Lodovico Garba era economo della vacante S. Maria del Pozzo, Giacinto Melca economo della vacante S. Pietro Apostolo, Le Parrocchie di Santaseverina, in Siberene p. 150.
28. Russo F., Regesto, 46419, 46421.
29. Nel luglio 1711 essendo morto in febbraio Andrea Iannini, parroco di S. Maria La Magna, è nominato Marco Antonio Germinara, sacerdote approvato in concorso, Russo F., Regesto, 51799A.
30. Essendo morto da oltre due anni Francesco Catalano, parroco di S. Nicola, nel luglio 1711 è nominato Aloisio Lamanna, Russo F., Regesto, 51800.
31. Rel. Lim. S. Severina, 1725.
32. Rel. Lim. S. Severina., 1735.
33. Una triste pagina, in Siberene, pp. 240 -241.
34. Nel 1765 il beneficio era amministrato dal canonico Giuseppe Mirante, Rel. Lim. S. Severina., 1765; Nell’aprile 1777 il beneficio semplice di S. Pietro e S. Stefano vacante per morte di Giuseppe Mirante era concesso a Giuseppe Capozza, Russo F., Regesto, 67060.
35. Nel maggio 1754 Leonardo Scalise era stato nominato parroco delle parrocchiali unite di S. Giovanni Battista e di S. Nicola, vacanti per traslazione di Nicola Cizza alla chiesa parrocchiale di Scandale. Morto nell’agosto 1772 Leonardo Scalise, dapprima nel novembre 1776 era nominato parroco Domenico Torchia e successivamente nel novembre 1776 Domenico Borghese. Alla morte di Domenico Borghese veniva nominato parroco nel settembre 1792 Tommaso Maraieni, Russo F., Regesto, 63417, 67632, 67009, 68529.
36. Rel. Lim. S. Severina., 1765.
37. Cassa Sacra, Lista di Carico S. Severina (1790), n. 37, A.S. CZ.
38. Rel. Lim. S. Severina., 1801.
39. Napoli 26 agosto 1812, Il Gran Giud. Ministro della Giustizia e del Culto al Sig. Vicario Capitolare di S. Severina, in Siberene, p. 174.
40. Siberene, p. 150.

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