Tre chiese scomparse della diocesi di Crotone

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Crotone, alcuni resti inglobati in un magazzino nell’area in cui esistette la chiesa dell’Annunziata.

Chiesa dell’Annunciazione
La chiesa dedicata alla Beata Maria Annunziata, o alla SS. Annunciazione di B. M., sorgeva fuori mura lungo la strada che dalla città portava al ponte sull’Esaro, nel luogo detto comunemente “il Fosso”. Essa era di antica fondazione come dimostra un breve di Sisto IV, inviato al vicario del vescovo di Crotone. Il papa il 22 maggio 1472 ne concedeva il iuspatronato al canonico di Crotone Stefano Incoronato, il quale a sue spese e con il consenso del vescovo di Crotone Antonio Cafaro (1465–1472) l’aveva edificata o ripristinata (1).

La confraternita
Un manoscritto tramandava che all’inizio del Cinquecento era sede della confraternita omonima e che “li confrati della chiesa dell’Annunciata che in quella parte del fiume Esaro stà fondata, e della Pietà con i loro cappellani ed altri preti e gente infinita della città”, andavano in processione a festeggiare la chiesa di Santa Maria del Capo delle Colonne (2). All’inizio del Seicento la “Nuntiata”, oltre che sede della confraternita omonima, è uno dei luoghi dove si seppelliscono i defunti (3) ed in seguito assorbì la cura della vicina chiesa di San Sebastiano (4). La chiesa o cappella amministrata da procuratori, che gestivano un piccolo patrimonio, proveniente quasi sempre da legati testamentari per messe in suffragio (5). Sul finire di quel secolo il luogo cominciò a mutare ed ad animarsi per la costruzione nelle vicinanze della chiesa di alcuni magazzini per la conservazione del grano (6).
Dalla visita del primicerio Geronimo Facente, che su incarico del vescovo Marco Rama (1690-1709) all’inizio del febbraio 1700 visitò la chiesa, si rileva che l’edificio sacro era dignitoso, segno evidente e non disprezzabile della originaria devozione di coloro, che l’avevano costruita. I confrati indossavano un sacco con cappuccio di color bianco ed erano preceduti nelle processioni dal rettore o priore, rivestito con scapolare o almuzio biancheggiante, il quale reggeva una verga con le insegne della confraternita. Nelle processioni occupavano il quarto posto ed alzavano croce e vessillo. Celebravano sette messe alla settimana con cappellani scelti dal priore, che era eletto ogni anno nella chiesa il 25 marzo dopo la solenne festa della Annunciazione. Assisteva alla elezione fatta dai confrati un delegato del vescovo. La chiesa godeva allora delle entrate di tre case, di un vignale e di ben 12 censi. Essa era abbellita da un grande quadro, con cornice di legno indorato, raffigurante la SS.ma Annunziata, S. Sebastiano e S. Rocco; vi erano inoltre due candelieri, un calice con coppa e patena d’argento indorata, alcune pianete, un bacile grande di rame di fiandra con lettere gotiche, una campana, un campanello, un bacile di rame mezzano, un armadio di legno pitturato, un lampiero di ferro, due confessionali, due banchi di legno, un crocifisso da processione con panno di damasco rosso pendente, otto abiti di tela ed un campanello per la processione.
La chiesa di cui era allora rettore Francesco Turromino poteva contare su un’entrata annua di circa 60 ducati, provenienti quasi intieramente (85%) dai numerosi censi, frutto di una discreta attività creditizia, che si basava sul prestito di piccoli capitali al tasso variante dal sei all’otto per cento; capitali che andavano a gravare case, terreni, giardini e beni dei cittadini.
La chiesa ospitava inoltre una cappella con altare dedicata a Sant’Anna, che era di iuspatronato del fu Giovanni Francesco Catalano e godeva delle rendite provenienti da un legato del defunto sacerdote Giovanni Francesco Maneri, e del fu Vincenzo Maneri, suo padre, con l’obbligo di una messa perpetua da celebrarsi nell’altare con i proventi di una vigna e di un vigneto, che davano una rendita di cinque ducati annui.
Il primicerio, poiché questa cappella ed il suo altare non erano decentemente disposti ed ornati, ordinò al patrono, Hieronimo Catalano, di procurare un baldacchino ed un nuovo quadro (7).
Vent’anni dopo, il 9 agosto 1720, il vescovo di Crotone, il benedettino Anselmo dela Pena (1719-1723), visitò la chiesa, che gli si presentò malridotta e trascurata. Il vescovo ordinò al procuratore della confraternita Domenico Asturi di restaurare ed imbiancare la cupola, di riparare le finestre e la porta maggiore, di demolire due altari e di far aggiustare le lapidi sepolcrali dai possessori e se mancavano di proprietario di riempire di terra i sepolcri, tranne tre, che in casi eccezionali potevano servire. Il procuratore doveva inoltre comprare due nuovi corporali e riparare i vecchi. Il tutto doveva essere fatto entro quattro mesi. La confraternita in questi primi anni del Settecento aveva ampliato le sue proprietà, acquisendo altre tre case, che dava in affitto (8).

Il canonicato di San Cataldo
Prima della metà del Settecento la confraternita venne meno e la chiesa con le sue proprietà fu accorpata dal vescovo Gaetano Costa (1723-1753) al canonicato della cattedrale sotto il titolo di San Cataldo, che unì il nuovo titolo divenendo quindi S. Cataldo e della SS. Annunziata.
Nel gennaio 1734 i beni della chiesa della SS. Annunziata sono già stati aggregati al canonicato. Infatti Domenico Rinaldi, canonico del canonicato sotto il titolo di San Cataldo e della SS. Annunziata, chiedeva al vescovo l’assenso all’affrancazione di un capitale della chiesa. I proprietari della casa, su cui gravava il capitale e l’annuo censo, volevano ritornare il denaro ed il canonico desiderava, che fosse designato un depositario (9).
Dal catasto onciario di Crotone del 1743 risulta che il canonico Domenico Rinaldi, oltre alle proprietà proprie del canonicato, cioè la gabella Pietro Negro, accumulava anche i beni che erano stati della chiesa della “S. Annunciata fuori le porti della città” (10). Sempre in tale periodo nel luogo detto il Fosso, proprio davanti al largo (11) e nelle vicinanze della chiesa, riprese con forza la costruzione di altri magazzini per conservare il grano (12), alcuni dei quali furono edificati anche attaccati alla chiesa stessa (13).

Da chiesa a magazzino
Cosicché l’edificio sacro venne quasi completamente circondato dai numerosi magazzini. All’inizio del vescovato di Giuseppe Capocchiani (1774-1788) fuori le mura della città vi erano sei chiese e tra esse vi era ancora quella della SS.ma Annunziata, che apparteneva al canonicato di San Cataldo della cattedrale, che era in possesso del canonico D. Antonino Morelli (14). L’edificio sacro, abbastanza ampio ma che aveva bisogno di grande lavori di restauro (15), che si trovava vicino al pozzo pubblico di Acquabona, alle terre dette “Il Giesù” e sulla via che andava dalla città al ponte sull’Esaro (16), fu prima della fine del Settecento trasformato in magazzini, che furono dati in locazione. Nel Catasto onciario di Crotone del 1793 risulta che il canonicato di San Cataldo, che apparteneva al canonico Francesco La piccola, tra i vari beni che possedeva, locava due magazzini nel luogo detto il Fosso (17) e due anni dopo la chiesa dell’Annunziata non è più citata tra le sette chiese fuori mura (18).

Chiesa di Santa Maria della Pietà
I confrati della Pietà sono citati assieme a quelli dell’Annunziata nel manoscritto del Basoino tra coloro che all’inizio del Cinquecento si recavano a Capo delle Colonne per festeggiare quella chiesa (19).

La confraternita
La confraternita è ancora vitale alla fine del Cinquecento (20) e la chiesa era situata fuori, ma vicino alle mura, sulla strada che dalla città portava all’Esaro. Da un breve del papa Paolo V del febbraio 1615 veniamo a conoscenza che la chiesa o cappella di Santa Maria della Pietà, che godeva di un’entrata annua di 24 ducati, era vacante da una decina di anni e proprio in quell’anno veniva assegnata al prete Felice Celico (21). Verso la metà del Seicento la confraternita della SS. Pietà è una delle cinque confraternite esistenti a Crotone, come si rileva dall’ordine di uscita della processione dalla cattedrale: SS. del Carmine, SS. Pietà, Nunziata, S. Caterina e SS. Rosario (22); essa è amministrata da un procuratore o cappellano che amministra le proprietà, costituite quasi esclusivamente da case e da censi (23).
Dalla visita fatta all’inizio del Settecento dal primicerio Geronimo Facente, su incarico del vescovo Marco Rama, veniamo a conoscenza che il procuratore della chiesa era Isidoro Messina e che la confraternita godeva di una rendita annua di circa una trentina di ducati, provenienti per il 60% dall’affitto di tre case, dal 27% dal frutto di tre censi ed il restante 3% dall’affitto di una vigna. L’interno dell’edificio era arredato da un quadro grande della Vergine, da un’icona in legno raffigurante la dormizione della Vergine, da sei candelieri, quattro tovaglie d’altare, un calice con coppa e patena d’argento e piede d’ottone indorato, alcune pianete, dei messali, una campana, un campanello e due crocifissi grandi (uno veniva portato in processione assieme ad un campanello). Vi erano inoltre dodici abiti di tela bianca per i confrati.
La confraternita occupava il terzo posto nelle processioni ed i confrati indossavano un sacco bianco, mentre il procuratore o rettore oltre al sacco vestiva un almuzio color celestino, che gli copriva le spalle, ed in mano teneva una verga con le insegne. Innalzavano la croce con il velo pendente ed il vessillo e avevano l’obbligo di celebrare cinque messe alla settimana, alle quali soddisfacevano cinque cappellani scelti dal priore.
Festeggiavano il tre maggio, giorno di Santa Croce. In tale ricorrenza alla presenza di un delegato del vescovo eleggevano il priore. Dapprima il primicerio emise un decreto di sospensione delle sepolture, perché molte lapidi erano rotte, poi ordinò al rettore, sotto pena di dieci libbre di cera, di demolire quegli altari che si trovavano nella chiesa senza alcun onere di messe, di riparare la porta e di fare altri piccoli lavori ed acquisti per dare un maggior decoro alla chiesa (24).
Venti anni dopo, l’otto agosto 1720, il vescovo di Crotone , il benedettino Anselmo dela Pena, proseguendo alla visita ai luoghi pii sotto la sua giurisdizione, entrò nella chiesa della Vergine Maria della Pietà, posta fuori le mura e sede della confraternita omonima. Nell’occasione egli ordinò al rettore Fabritio di Perri di riparare entro due mesi l’arco maggiore, la porta e le finestre, di demolire un altare e di rifornire la chiesa di alcune suppellettili. La chiesa conservava gli stessi beni di vent’anni prima e più o meno lo stesso mobilio: si era aggiunto un bacile grande di rame usato coll’immagine della Pietà e non vi erano più i due crocifissi (25).

Il canonicato di San Carlo
Usata come cimitero soprattutto durante le epidemie, con il venir meno della confraternita nella prima metà del Settecento i beni della chiesa furono uniti a quelli del canonicato di San Carlo della cattedrale, che aggiunse anche il titolo (26). Così nel catasto onciario di Cotrone del 1743 risulta che il canonicato di S. Carlo e della Pietà in possesso del canonico Gio. Francesco de Silva possedeva i beni della chiesa della Pietà, situata fuori le porte della città (27). Nella seconda metà del Settecento in essa era uso seppellire quelli che morivano nel regio ospedale dei soldati ed i forzati addetti ai lavori di costruzione del porto (28). Ancora sul finire del Settecento la chiesa della Pietà esiste; essa è descritta come abbastanza ampia ma che ha bisogno di grandi lavori (29); i suoi beni ormai fanno parte del canonicato di San Carlo Borromeo e della SS.ma Pietà, che nel 1793 risulta in possesso del canonico Vincenzo de Vennera (30). Essa è una delle sette chiese esistenti fuori città, come risulta dalla relazione del vescovo Ludovico Ludovici (1792–1797): “Secunda sub titulo Sanctissimae Pietatis est canonicatui Sancti Caroli Borromei huius cathedralis ecclesia annexa” (31).

Da chiesa a magazzino
In seguito sarà trasformata in magazzino. L’edificio era situato a circa un miglio dalla città vicino al pozzo pubblico di Acquabona (32). Lo Sculco annotava tra le chiese scomparse quella della Pietà della quale ancora sul finire dell’Ottocento rimaneva “un avanzo di due dipinti murali nei magazzini di Giglio, ora Cammariere” (33).

La chiesa di Santa Caterina
La chiesa di Santa Caterina, Vergine e Martire, era situata fuori le mura della città, in riva al mare tra il convento dell’Osservanza e la chiesa di San Leonardo, vicino al vignale ed alla marina detta di Santa Catarina.

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In evidenza la chiesa di Santa Caterina in due carte della seconda metà del Settecento conservate all’Archivio di Stato di Napoli (foto di Bruno Mussari).

La confraternita
Già esistente all’inizio del Seicento, essa è sede della arciconfraternita omonima (34). Venuta meno l’arciconfraternita sul finire del Seicento (35), il beneficio di Santa Caterina Vergine e Martire con chiesa propria ed altare risulta di collazione della mensa vescovile.
Il primo febbraio 1700 il primicerio della cattedrale di Crotone Geronimo Facente, su incarico del vescovo Marco Rama, dopo esser stato nella chiesa fuori mura dedicata a Santa Maria del Mare e San Leonardo, si recò nella vicina chiesa di Santa Caterina Vergine e Martire. Dopo averla visitata egli ordinò al rettore della chiesa, il sacerdote Leonardo Villaroya, di curare l’altare e di riformare il soppedaneo per comodità del celebrante. Nell’occasione il visitatore fece annotare il mobilio e le rendite. Il primo era costituito da una cappella di legno, un quadro di S. Caterina, sei candelieri, una carta di Gloria, un lavabo et In principio di legno argentato, un calice con coppa e patena d’argento e piede d’ottone indorato con tutti i suoi paramenti, nove tovaglie d’altare, una pianeta di damaschello rosso con trena d’oro falsa, una pianeta di damasco paonazzo con trena di seta usata, una pianeta di raso cremesino antica, un avantaltare di velluto cremesino usato con punti di seta, un camiso, due missali usati, un lampiero di ferro con lampade d’ottone , campana e campanello. Le rendite erano costituite da tre censi che gravavano due gabelle ed una casa e davano un’entrata annua di circa 15 ducati. Il primicerio visitò anche i due altari che vi erano nella chiesa: uno dedicato a San Biagio e l’altro ai santi Silvestro, Eligio e alla Vergine Domenica. Il primo era stato eretto da molti anni dalla devozione dei fedeli. Poiché non aveva alcuna dote, per conservarne la devozione, il rettore della chiesa di Santa Caterina, il 3 febbraio di ogni anno, giorno consacrato a San Biagio, ornava a festa a sue spese l’altare e vi faceva recitare le messe. Il primicerio ordinò di riparare l’icona e di mettere il baldacchino.
Il secondo era stato eretto da poco dalla devozione dei conducenti di muli, detti volgarmente “burdunari”. Anche questo era senza dote e mancava dei dovuti ornamenti anche perché il procuratore, Giuseppe Francesco Lettera, che doveva averne cura lo trascurava. Il primicerio ordinò al Lettera che con le elemosine , che ammontavano a circa 30 ducati, entro tre mesi curasse di provvedere l’altare di ogni cosa necessaria cioè di baldacchino, candelabri, tabella, croce, tovaglie , pallio, ecc. (36).
Venti anni dopo, quando la chiesa fu rivisitata dal vescovo Anselmo dela Pena, ben poche cose erano mutate. Allora era rettore il parroco Teofilo Varano. Le entrate erano costituite sempre da tre censi che davano un eguale importo anche se nel frattempo il capitale di due di essi era stato affrancato e reimpiegato (37).
Dal catasto onciario del 1743 rileviamo che il beneficio di S. Caterina con chiesa propria nella marina di collazione della mensa vescovile, amministrata dal sacerdote Felice Cavaliere, poteva contare sulla rendita proveniente da tre piccoli censi che gravavano una gabella e due case (38).

Tentativi di rinascita
Già in decadenza il vescovo Bartolomeo Amoroso (1766-1771) volendo aumentare le rendite del semplice beneficio sotto il titolo di S. Caterina, “eretto con special cappella fuori le porte di questa città e propriamente vicino mare tra il venerabile monastero dell’Osservanza e la chiesa rurale di S. Leonardo”, depositò ducati 70 del proprio denaro (39) coll’incarico al rettore di impiegarli in annui censi e coll’impegno che i beneficiati dopo la sua morte dovessero ogni anno fare celebrare quattro messe basse di suffragio nell’anniversario di essa (40).
E’ rettore della chiesa il napoletano Francesco Palella, il quale tuttavia non risiede in città, perciò l’amministrazione è delegata al canonico Francesco Torrone il quale si impegna a nome del titolare nell’amministrazione e a collocare il capitale del beneficio, stipulando contratti di censo (41).
Sempre in questi anni si unì al beneficio di Santa Caterina quello di San Dionisio Areopagita (42) ma la decadenza della chiesa risultò inarrestabile.

Scomparsa
Dopo il terremoto del 1783 il beneficio di Santa Caterina e S. Dionisio “con chiesa propria sebbene scoperta e di nessun uso” risulta amministrato dalla Cassa Sacra e l’edificio è così descritto: “ In essa vi esistono le sole mura, senza copertura e minaccia rovina” (43).
Dopo pochi anni la chiesa è “diruta” e del tutto abbandonata. Dal catasto del 1793 risulta che il “Beneficio sotto il titolo di S. Catarina Vergine e Martire con chiesa propria sebbene scoperta e di nessun uso, vicino al soppresso convento de P.P. Osservanti d’elezione della vescovile mensa …” conservava ancora i tre censi ed era ancora del beneficiato Francesco Palella di Napoli (44).

 

Note

1. Russo F., Regesto, II ,(12125).
2. Juzzolini P., Santuario di Maria cit., pp. 12- 13.
3. I luoghi dove si seppellivano i defunti all’inizio del Seicento sono: Alla Pietà, Gesù Maria, S.ta Catarina, Santa Maria della Gratia, Nuntiata, S.to Francesco d’Assisa, Carmino, Observantia, S.to Sebastiano. Hospitale, Chiesa S,ta Clara, S. ta Margarita, S.to Dionisio del Castello e Vescovato, Libro de morti cit.
4. Rel. Lim. Crotonen., 1600 –1640.
5. Onofrio de Sanda lascia per testamento ducati 30 alla cappella della SS. Annunziata per la celebrazione di alcune messe per la sua anima. Il nipote Paolo de Sanda nel novembre 1668 esaudisce il legato ad Antonino de Monte ed a Carlo Terranova, procuratori della cappella, ANC. 313, 1668, 280.
6. Nell’aprile 1696 i mastri fabricatori Gio. Antonio Mazzeo e Giuseppe Jerace si impegnano con Pietro Albani a costruirgli due magazzini fuori le mura vicino la chiesa della SS.a Annunciata, ANC. 337, 1696, 59.
7. Acta cit., ff. 45, 162-163.
8. Anselmus cit.ff. 48v 49r.
9. ANC. 664, 1734, 6.
10. Catasto Onciario Cotrone 1743, f. 215.
11. Nel 1731 Francesca Barricellis dona al figlio Fabrizio Suriano due magazzini per conservare il grano posti nel luogo detto il Fosso e proprio dinanzi il largo della venerabile chiesa della SS.ma Annunciata e confinanti con i magazzini del fu Francesco Cesare Berlingieri, ANC. 913, 1752, 133.
12. Gli Zurlo nel 1740 possiedono tre magazzini fuori mura a lato della chiesa della SS.ma Annunciata, ANC. 666, 1740, 130v.
13. Il canonico Felice Messina, rettore del canonicato di San Cataldo e della SS.ma Annunziata, nel 1749 vende una casa che apparteneva alla chiesa dell’Annunziata ed impegna il denaro ottenuto nella costruzione di due magazzini attaccati al muro della chiesa da una parte e dall’altra ad un magazzino appartenente al Capitolo della cattedrale, ANC. 1268, 1760, 175.
14. Nota delle chiese e luoghi pii, 1777.
15. Rel. Lim. Crotonen., 1774.
16. S. Pipino vende a V. Grimaldi “un comprensorio di terre detto il Giesù, consistente in due vignali di terre rase con giardino, terre per uso d’orto, vigne, torre, magazzini vaglio murato, giardinello serrato di fabbrica, pozzo con siena, pila ed altre commodità all’intorno detto comprensorio di terre serrato di fossi confine d’una parte il pozzo universale detto l’acquabona, la chiesa della SS.ma Annunciata, ed il Ponte d’Esari, via mediante colla vigna detta il Giesù, Maria …”, ANC. 666, 1740, 13; 666, 1744, 45-46.
17. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 147.
18. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
19. Juzzolini P., Santuario cit., p.13.
20. 23 giugno 1586. A di pagato a Ger.mo Varano carlini dui como a priore della chiesa di S. Maria della pietà per havere imprestata una scala grande di detta chiesa, ANC. 108, 1614, 209.
21. Russo F., Regesto, V, (27529)
22. Uscita delle confraternite dalla cattedrale nel 1659, AVC. 78.
23. Il 5 dicembre 1680 la confraternita della SS. Pietà e per essa il reverendo Paolo Negro, procuratore e cappellano della stessa, vende a Bernardo Ernandes una casa, ANC. 336, 1689, 45.
24. Acta cit., f. 44v, 164-165r.
25. Anselmus cit. ff. 47v-48
26. Rel. Lim. Crotonen., 1775.
27. I beni della chiesa annessi al canonicato erano costituiti da quattro case, un vignale ed alcuni censi, Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 214.
28. Ne era in possesso il canonico Domenico Terranova, Nota delle chiese cit.
29. Rel. Lim. Crotonen., 1774.
30. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 146.
31. Rel. Lim. Crotonen., 1795.
32. L’università di Crotone cede a V. Grimaldi “un pezzo di terra inutile dirimpetto all’acquabona e la venerabile chiesa della Pietà”, ANC. 1550,1780, 8-12.
33. Sculco N., Avanzi di Cotrone, Pirozzi 1905, p.33.
34. Libro dei Morti, AVC., Rel. Lim. Crotonen., 1614, 1617, 1640.
35. Ordine di uscita delle confraternite, 1658, AVC. 76; Acta cit., f. 42v.
36. Acta cit. ff. 157v, 160- 161r.
37. Anselmus cit. f. 45v.
38. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 223.
39. ANC. 1129, 1768, 243-244.
40. Nel 1768 Francesco Palella di Napoli era rettore del semplice beneficio di Santa Caterina, eretto con special cappella fuori città, ANC. 1129, 1768, 243-244. Nella chiesa di S. Caterina V. M. e S. Biagio era eretto un semplice beneficio di libera collazione del vescovo di cui ne era rettore il sacerdote D. Francesco Palella di Napoli, Nota delle chiese e luoghi pii, 1777.
41. Nel gennaio 1768 Elisabetta Arcuri ottiene dal rettore del beneficio un capitale di ducati 70 al 5%, ANC. 1129, 1768, 244.
42. Elenco dei luoghi pii dopo il terremoto del 1783, AVC. 117.
43. Stato attuale delle fabbriche de Monasteri, conventi e luoghi pii cit. (1790).
44. Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 1

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