[L’abbazia di Santa Domenica in territorio di Policastro]
di Pino RENDE
(pubblicato su La Provincia KR nr. 39-43/2009)
Nel medioevo i monasteri di clausura femminili si
diffusero con lo scopo di assicurare una vita decorosa alle
fanciulle cadette della nobiltà che non potevano sposarsi senza
compromettere così il patrimonio delle loro famiglie. In questo modo,
risultavano messi a riparo anche il prestigio e l’onorabilità del
lignaggio mentre, attraverso il controllo delle cariche che
regolavano la vita monastica, i nobili potevano disporre di un ente
ecclesiastico che, amministrando beni spesso cospicui, garantiva
loro appoggio, accanto ad opportunità economiche significative.
Primi documenti
La presenza del monastero di S.ta Domenica di Policastro si
evidenzia già in periodo angioino, quando si rintracciano le prime
testimonianze documentali.
In una “Platea” che risale agli inizi del Trecento, compilata da
Johannes de Johiero e da altri su mandato del conte di Catanzaro, si
richiama la presenza del “castanetum Abatisse Monasterii S. Dominice”
individuabile presso il confine tra i territori di Mesoraca e di
Policastro (Arch. di Stato Catanzaro 158, 1634, 71) dove il toponimo
“Badessa” permarrà fino ai giorni nostri.
In questo periodo la “Abbatissa Sancte Dominice de eodem Castro
Policastri” compare negli elenchi relativi ai pagamenti della
“pecunie reintegrationis dictarum duarum decimarum” dovuta alla
Santa Sede per gli anni 1308-1310, pagando tari quattro e grana tre
(Siberene p. 287; Vendola D., Rationes Decimarum Italiae nei sec.
XIII e XIV, 1939 p. 204; Russo F. Regesto I, 2368) mentre,
successivamente, la badessa del monastero si ritrova tra i
“clericorum pulicastri” che versarono la decima alla curia romana,
pagando la somma di “tarenos sex” negli anni 1325 (Russo F. Regesto
I, 2368), 1326 (Vendola D. cit., p. 206; Russo F. cit. I, 5481) e
1327 (Russo F. cit. I, 5911-5913), segno evidente di una fase
evolutiva che caratterizzava ancora la vita del monastero.
La commenda
In seguito però le religiose lasciarono il monastero i cui beni
furono commendati ad ecclesiastici locali e forestieri, mentre la
chiesa rimaneva officiata da un cappellano. Il 3 novembre 1450 il
presbitero diocesano Nicolao Campano risulta incaricato di
provvedere alla “ecclesiae sine cura S. Dominicae extra muros oppidi
Policastri” che anticamente era stato “monasterium”, vacante per la
morte del suo rettore Petri Alamanno deceduto “extra R.C.” (Russo F.
cit. II, 11191).
Da alcuni documenti degli inizi del Cinquecento apprendiamo che la
rendita del monastero, unita a quella delle chiese di S. Iacobi e di
S. Mariae de Planis de Arena poste in diocesi di Mileto, dava un
frutto di 45 ducati annui di cui godevano i chierici napoletani
della famiglia Franco.
19 settembre 1529. “Bernardino Franco, clerico Neapolitan., qui
resignavit ecclesias S. Trinitatis (sic) de Policastro, S. Severinae
dioc., et S. Iacobi, ac S. Mariae de Planis de Arena, Militen. dioc.,
de quibus provisum est Io. Petro Franco, reservantur fructus.”
(Russo F. cit. III, 16779).
19 dicembre 1529. “d.nus Marinus de Ianuario, primicerius
Neapolitan., nomine d.ni Bernardini Franci, cl.ci Neapolitan.,
obligavit se pro annata S. Dominice de Policastro, S. Severinae dioc.,
et S. Iacobi, et b.te m(ari)e de Plano de Arenis, Militen. dioc.,
quarum fructus 45 duc., et reservantur hodie Bernardino, per
cessionem Io. Petri Franci.” (Russo F. cit. III, 16804).
19 dicembre 1529. “d.nus Marinus, nomine dicti Bernardini, obligavit
se pro annata regressus ad eccl.as S.te Dominice de Policastro, S.
Severinae dioc., et S. Iacobi, et B. Mariae de Plano de Arenis,
Militen. dioc., quarum fructusut supra et mandatur provideri eidem
B(ernardino), per cessionem Io. Petri predicti.” (Russo F. cit. III,
16805).
29 dicembre 1529. “d.nus Marinus, nomine Io. petri de Francis,
rectoris eccl.e S.te Dominice de Policastro, S. Severinae dioc.,
obligavit se pro annata par. ecclesiarum S. Dominice, necnon S.
Iacobi, et B. Mariae de Plano de Arenis, Militen. dioc., ratione
reservationis, et Bernardi etiam de Francis, quarum fructus insimul
45 duc., et providetur dicto Io. Petro.” (Russo F. cit. III, 16807).
Secondo la testimonianza del Sisca che cita il Registro dei fuochi
di Policastro del 1546 conservato presso l’Archivio di Stato di
Napoli, l’abate commendatario di S.ta Domenica Gian Pietro De
Francesco, possedeva nell’abitato di Policastro “una casa grande,
non ancora completata” che deteneva per l’uso suo e dell’abbazia. (Sisca
D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 262).
La chiesa
Alla metà del Cinquecento l’abbazia di S.ta Dominica di
Policastro, risulta tra i benefici della diocesi di Santa Severina
che corrispondevano la “Quarta” all’arcivescovo come si rileva
dall’entrate della Mensa Arcivescovile degli anni 1547 e 1566.
(Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 3A).
A questo periodo risale una descrizione della chiesa abbaziale. In
una “Antica Memoria per l’Abbadia di S.ta Dom.ca in Policastro” che
riporta gli atti della visita pastorale compiuta nel 1556 dal
primicerio della cattedrale di Santa Severina su mandato
dell’arcivescovo, si evidenziano lo stato della chiesa e gli
interventi ritenuti necessari al suo ripristino.
Da questo documento apprendiamo che la chiesa posta fuori le mura,
era fondata su un semplice beneficio di S.to Basilio di cui era
rettore V. Fabius Passalaquam, un chierico cosentino che compare
anche nei documenti vaticani:
23 agosto 1555. “D. Iulius (sic) Passalacqua, clericus Cusentin.,
necnon Io. Petrus Tormachellus, clericus Militen., presentes sponte
consenserunt resignationi perpetui beneficii S. Dominice de
Policastro, S. Severine dioc. ... Ipse Io. Petrus, cui eodem
beneficio, per resignationem eiusdem Iulii, aplca auctoritate,
provisum existit, consensit cessioni concessionis gratie huiusmodi,
litteris desuper non confectis ac non habita possessione, in manibus
S.mi D. N. ppe, in favorem tamen D. Ferdinandi Cortese, clerici
Cusentin. et non alias.” (Russo F. cit. IV 20358).
20 luglio 1556. “Iulio (sic) Passalacqua, clerico Cusentin.,
providetur de ecclesiis S. Dominicae, S. Severinae, et S. Iacobi ac
S. Mariae de Plano, terrae Amaroni, Squillacen. dioc., vac. per
resignationem Federici, tt. S. Priscae pbri Card.lis de Cesis, qui
in commendam, ex concessione aplca obtinebat”. (Russo F. cit. IV
20448).
La chiesa era comunque in uno stato di grave degrado, senza tetto e
con le pareti dirute, priva di un cappellano che vi celebrasse, come
denunciava lo stato “non consecratum” del suo altare maggiore, anche
se risultava ancora provvista di alcune suppellettili e dei
paramenti sacerdotali. Al suo interno si conservava una icona “de
tela in tabulis” con le immagini della Vergine e dei santi Domenica
e Lorenzo e nel suo campanile pendeva ancora la campana.
Considerate queste condizioni, il primicerio ingiunse al rettore del
beneficio, attraverso il suo procuratore, di realizzare entro sei
mesi tutte le riparazioni necessarie, provvedendo la chiesa anche di
un nuovo calice d’argento e di una casula di seta per celebrare
degnamente le due messe alla settimana che dovevano essere servite:
“In actis S.ae Visit.s Polycastrum de Anno 1556 / Idem R. D(omi)nus
Visitator Visitationem praedictam prosequendo, / volens visitare
Ecclesiam Sanctae Dominicae extra / muros Terrae Polycastri,
mandavit R. Archip(resbiteru)m et Pri / micerio S.ae Sev.ae nomine
Suo p(raese)ntibus q(uo)d ex quo ipse est fa / ticatus aliis
Ecclesiis, visitare Ecclesiam p(raedi)ctam San / ctae Dominicae unde
accesserunt Suprad.i cum aliis / Presbyteriis Terrae Polycastri, et
visitaverunt dictam / Ecclesiam Sanctae Dominicae et est Beneficium
/ Simplex Ordinis Sancti Basili, in qua Ecclesia est Rector V.
Fabius Passalaqua, et in ea non / est Cappellanus ad servimentum :
habet Altare majus fabricatum non consecratum cum Altare portatili /
et habet Ante Altarem lineum et aliud de Auribello / habet tres
tobaleas, duo Candelabra lignea, unum / Missale, unum Calicem
piltreum, unum vestimen / tum sacerdotalem telae, unum Candelabrum
de Auricalcho / fracto, habet unam Conam de tela in tabulis cum /
figuris B. M. V.s et Sanctae Dominicae et laurentii, / unum
thuribulum, unam Campanam in Campanili / mediocrem : habet multa
Bona Stabilia, habet / Servitutem hebdomadae, duas missas pro
qualibet hebdo / mada in ipsa Ecclesia : Et quia indiget
Reparationem / omnium rerum maxime quia est discoperta tota / et
parietes sunt diruti, fuit mandatum et in / junctum per R(everendu)m
D(omi)num Visitatorem dicto Rectori, et Procuratori / bus suis, quod
sub poena Unciarum XXV et Excom(muncatio)nis latae Sententiae/ infra
sex menses conficere debeat omnia sup.a necessaria in dicta
Ecclesia, et emere unum Calicem Argenteum et Casulam Sericam.”
(Arch. Arc. S.ta Sev. cart. 4D, fasc. 3).
Non abbiamo notizie riguardo all’esecuzione di tali interventi, come
non ci pervengono informazioni attraverso la visita compiuta a
Policastro nel 1559 da parte del vicario arcivescovile quando la
chiesa risulta solo menzionata: “Chiesa di S.ta Dominica ex.a muros”
(Arch. Arc. S.ta Sev. cart. 16B).
Siamo informati invece che alla data del 27 marzo 1560, il beneficio
era già passato nelle mani del chierico diocesano Gaspare Vembri che,
in questo modo, poteva corrispondere una pensione di 40 ducati al
suo predecessore cosentino: “d.nus Fabius passalacqua, clericus
Cusentin., civ. vel dioc., cui als pensio annua 40 scut. seu duc.,
super fructibus perpetui simplicis beneficii S.te dominice, terre
policastri, S. Severinae dioc., de consensu Gasparis Vembri, clerici
dicte dioc., reservata fuit, per d.num Alexandrum Merenda,
procuratorem suum, consensit cassationi et extinctioni dicte
pensionis, iuxta formam supplicatione desuper signare ...”. (Russo
F. cit. IV, 20780).
L’ospedale di S.ta Domenica
Seppure la chiesa ed il monastero di S.ta Domenica vivevano in
questa fase un’inesorabile declino preludio al definitivo abbandono,
alcune informazioni ci permettono di evidenziare che, nella seconda
metà del Cinquecento, gli antichi edifici furono almeno parzialmente
riattivati.
Sul finire del secolo, infatti, con lo scopo evidente di sfruttare
la sua vicinanza all’abitato, nel monastero fu eretto un ospedale,
della cui esistenza siamo informati attraverso la relazione
arcivescovile del 1589: “… vi è l’hospedale, qual si mantiene con
l’elemosine, ...” (Arch. Segr. Vat., Rel. Lim. 1589).
A conferma di ciò, in occasione del pagamento delle decime nell’anno
1601 dovute alla Santa Sede da parte del clero della diocesi di
Santa Severina, figurano sia il pagamento da parte del “R.do Abate
di S.ta Domenica de Pulicastro” che quello del “Diacono fabio Rocca
di pulicastro per lo Hospitale di S.ta Domenica” (Arch. Arc. S.ta
Sev. vol. 2 A).
Successivamente però, l’ospedale di S.ta Domenica non compare più,
ed è quindi da ritenere che fu abbandonato a seguito dei danni
causati dal terremoto del 1638.
In tale frangente era abate commendatario del monastero Giovanni
Pietro Pedace che è ricordato a partire dal 31 ottobre 1628: “U.J.D.
I(oa)nnes Petrus Pedaci T(er)rae Roccae Bernardae Abbas S.tae
Dominicae, Policastrensis ... Die ultimo Octobris 1628 ...” (Arch.
Arc. S.ta Sev. cart. 4D, fasc. 3). Egli era ancora in carica nel
1639 quando, nel sinodo di quell’anno “Comparvit pro Rev.s Joannis
Petro Pedaci Rev.s Joannis Thomas Benincasa” (Arch. Arc. S.ta Sev.
vol. 26A).
La presenza del “R.dus Abbas S.tae Dom.cae de Polic.o” si rinviene
costantemente in occasione dei sinodi relativi al periodo compreso
tra le metà dei secoli XVI e XVII, di cui si conservano gli atti
presso l’Archivio Arcivescovile di S.ta Severina: 1564, 1579, 1581,
1582, 1584, 1587, 1588, 1590, 1591, 1593, 1594, 1595, 1596, 1597,
1598, 1634, 1635, 1636, 1637, 1638, 1639, 1640, 1642, 1643, 1644,
1645, 1646, 1647, 1648, 1649, 1651, 1653, 1655, 1656, 1658, 1661,
1663, 1664. (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 26A).
In tali occasioni l’abbate, era tenuto a presenziare personalmente o
attraverso un suo procuratore, per versare il “cattedratico”: la
somma attraverso la quale egli sottolineava la propria obbedienza
all’autorità dell’arcivescovo. Diversamente, questi poteva
intervenire sanzionando il trasgressore, come avvenne nel 1663
quando il procuratore dell’abbate Marco Antonio Bernardi non
comparve e fu condannato a pagare la terza parte dei frutti del
beneficio.
Nell’ottobre del 1640 “Francisco Capuccino, clerico Tiburtin.” fu
provvisto con la “ecclesia sive cappella, abbatia nuncupata, S.
Dominicae, terrae Policastri” il cui frutto di 50 ducati vacava già
dal mese di agosto per la morte di Io. Baptistae Pedace. (Russo F.
cit. VII, 33674).
Quasi quattro anni dopo, nel giugno 1644, con il beneficio relativo
alla “ecclesia sive cappella, abbatia nuncupata, S. Dominicae,
terrae Policastri, S. Severinae dioc.” vacante per la morte di
Francisci Capuccini, insieme ad “aliis beneficiis in dioc., Muran.”,
fu provvisto “Io. Baptistae Capuccino, clerico Tiburtin., presentato
a biennio”. (Russo F. cit. VII, 34488).
A seguito della morte di quest’ultimo, due anni dopo nel giugno del
1646 la “ecclesia seu cappella S. Dominicae, terrae Policastri” era
assegnata al chierico napoletano Octavio Pudorino (Russo F. cit.
VII, 34958).
A seguito della rassegnazione del beneficio effettuata da “Dominici
Salvetti”, il 20 gennaio 1650 troviamo la “ecclesia seu cappella,
abbatia nuncupata, S. Dominicae de Policastro”, provvista a
Francisco Bernardo. (Russo F. cit. VII, 36112). L’ “Abbas Fran.cus
Bernardus” si ritrova in occasione del sinodo del 1651, quando
intervenne pagando il cattedratico (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 26A)
mentre, quasi un decennio dopo, il 10 giugno 1660, rassegnò il
beneficio nelle mani del nipote Marco Antonio Bernardi (Russo F.
cit. VII, 38975).
Da questi, sempre “per liberam resignationem” il 7 aprile 1668 il
beneficio relativo alla “ecclesia, abbatia nuncupata, S. Dominicae,
prope et extra muros Policastri, S. Severina dioc.” passò nelle mani
di Stephano Sculco (Russo F. cit. VIII, 41415), ed ancora per
rassegnazione di questi, l’8 giugno 1676 pervenne a Mutio Giuliani
“cum reservatione pensionis annuae 12 duc.” in favore del rettore
Dominico Pasquali o Pasqualino. (Russo F. cit. VIII, 43645).
Il Settecento
Agli inizi del Settecento il luogo occupato dal monastero era
ancora ben riconoscibile nelle vicinanze dell’abitato di Policastro,
essendo caratterizzato dai ruderi delle antiche fabbriche, da una
sorgente e da un giardino circondato da mura. Così lo descrive il
Mannarino:
“Più vicino alle Mura della Città à luntananza d’un buon tiro di
scoppio, a lato sinistro, e Borreale per diametro del Castello era
un’assai ricco Monastero delle Monache di Santa Domenica,
dell’ordine anch’esso di San Basilio, retto dà Monaci di Cardopiano
coll’ospizio à lato, del cui Abbate, e della cui abbadessa trovasi
memoria, come si disse trecento quaranta anni incirca à noi. (…)
Della Chiesa, e chiostro di questo Monastero ancor vi si vedono in
mediocre altezza le Mura con una fontana bolla sorgente, e con arte,
e bizzarria adornata con tre Canali di Bronzo, ch’era comodissima à
Paisani, adesso e per l’uso del Giardino di detto Monastero, che
ancor si coltiva dall’affittuari, che corrispondono l’annualità
all’Abbate adesso non più si frequenta questa fontana, perche anno
l’acqua alle muraglia della Città, e le fontane magnifiche dentro.”
(Mannarino F.A., Cronica della Celebre ed Antica Petilia detta oggi
Policastro, 1721-1723).
Alla metà del secolo, attraverso le informazioni del Catasto
Onciario (Arch. di Stato Napoli, Regia Camera della Sommaria,
Patrimonio Catasti Onciari, busta n. 6991), possiamo circoscrivere
meglio il luogo dove era stata eretta l’antica abbazia. Esso era
denominato “Santa Domenica” e si trovava nelle vicinanze di quelli
denominati “Canalicchio” e “La Colla”.
Il massaro Matteo Scalese o Scalise di anni 63 possedeva un vignale
nel luogo detto “S.ta Dom.ca” confinante con Leonardo Scalese (f.
189v). Il bracciale Antonio Romeo di anni 45 possedeva un pezzo di
terra nel luogo detto “Canalicchio” confinante con il vignale di
Matteo Scalise e con quello di Diego Venturino (f. 97r-97v). Il
chierico celibe o negoziante Giampietro Rossi di anni 59, possedeva
un vignale di due quartucciate nel luogo detto “La Colla” che
confinava con quello di Salvatore Maida e con quello di Antonio
Romeo (f. 170r).
A quel tempo, anche se la chiesa era stata ormai definitivamente
abbandonata, l’interesse per la carica di abate non era venuto meno,
in quanto la rendita sulla quale i beneficiati potevano contare
continuava a rimanere considerevole, in ragione dei “multa Bona
Stabilia” posseduti dal monastero.
Sempre attraverso i dati del Catasto Onciario, rileviamo che i beni
appartenenti alla “Badia di S.ta Domenica” erano rappresentati dalla
gabella “detta La Monaca”, da un castagneto “in Trentademone” e da
un vignale “in S.ta Domenica” (f. 75r) presso l’abbazia, mentre tra
le entrate della Mensa Arcivescovile di Santa Severina riguardanti
il territorio di Policastro, figura quella relativa alla quarta
beneficiale che, come in passato, era tenuto a pagare l’abbate della
“Badia di S. Dom.ca” (f. 76r).
Le informazioni contenute in questo documento, inoltre, confermano
le notizie relative alla dote originaria costituita dall’università
in favore del monastero. In riferimeto al castagneto, infatti, si
evidenzia che queste terre, essendo “comuni”, erano soggette allo
“sbarro” così da poter essere pascolate dal bestiame dei cittadini.
Il bracciale Gio : Battista Cosco possiede alcuni “piedi di castagne
nel luogo d.o S. Dom.ca soggette al Sbarro di tre giorni la
settimana” (f. 26r e f. 150r). Il “maestro di sedie di paglia”
Francesco Migale possiede un pezzo di terra con “alcuni piedi di
castagne nelli Comuni detti La Destra di S.ta Domenica conf.e le
castagne di Giovanni Manfreda soggette al Sbarro di tre giorni la
settimana nelle quale vi tiene la porzione Isabella Migale sua
sorella”. (f. 19r e ff.128v-129r).
Il grosso dei possedimenti del monastero erano comunque costituiti
dalla gabella o difesa denominata “Monaca” o “Monaca dell’Abbate”
che, ancora alla fine del Settecento, dava una rendita annua di
ducati 95 (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 72A).
Si trattava di un ampio territorio seminativo identificabile
nell’area dove oggi si riscontrano i toponimi “Monaca” e “Casella
Monaca”, anche se alcune notizie risalenti agli inizi del Seicento
testimoniano nel suo ambito la presenza del vigneto.
Tra i censi posseduti dall’abbazia di S.to Angelo de Frigillo “in
Terra Policastri” (1603), troviamo quello di grana 6 relativo ad una
pezza di vigna con terreno contiguo posseduti dagli eredi di Gio
Alfonso Mannarino in luogo detto “la monaca”, confinante con la
vigna di D. Matteo Rocca e le terre di Antonio Salise (Arch. Arc.
S.ta Sev. cart. 124B).
Dalle informazioni del catasto onciario apprendiamo che parte della
gabella era posseduta dal clero di Policastro (f. 69v), come si
riscontra ancora alla metà dell’Ottocento (1857) quando, tra i fondi
posseduti dalla Ricettizia di Policastro che erano dati in fitto,
c’era quello denominato “Monica” che assicurava una rendita di duc.
296.85 all’anno (Sisca D. cit.).
Porzioni minori di questo territorio vedevano la presenza di alcuni
possidenti locali. Il nobile Pietro Antonio Ferrari possedeva un
vignale “nella Monaca” (ff 52-52v). Il massaro sessantacinquenne
Carmine Portiglia possedeva in comune con suo fratello Ignazio un
pezzo di terra di oltre 30 tomolate nel luogo detto “la Monica”
confinante con le terre di Nicola Ceraldi di Roccabernarda ed altri
fini (ff. 14 e 110-111v).
La particolare importanza della rendita dell’abbazia di S.ta
Domenica agli inizi del Settecento è sottolineata dal Mannarino che
ci informa anche dei passaggi di mano che riguardarono il beneficio
dai tempi dell’arcivescovo Fausto Caffarelli a quelli di Carlo
Berlingieri:
“Le sue rendite, benche in buona parte occultate, specialmente
quelle d’annuo cenzo sopra le vigne delle Pianette, delle quali io ò
letto le scritture ragioni in autentica Platea; ed’altre disperse, ò
consunte dal tempo, quelle però che ora vi sono, son pur bastevoli à
mantener con decoro la sua abbatial dignità, che rende cento
cinquanta scudi, e questa sempr’è stata conferita à qualche
Cittadino, fuorche dà tempi dell’Arcivescovo Cafarelli che la
conferì al suo secretario D. Francesco Benardi Rocchesano dà cui fù
rassegnato al Nepote D. Marco, indi passò a D. Muzio Giuliano, e
morto questo, M. Sig.e Berlingieri ne investì il di lui fratello
Pompilio, che poi fù Vescovo di Bisignano e la rassegnò a D. Cesare
Nepote.” (Mannarino F.A., cit.).
Tale situazione è confermata dai documenti dell’Archivio
Arcivescovile di Santa Severina, dai quali apprendiamo che il 10
settembre 1702, l’arcivescovo Carlo Berlingieri, essendo vacante la
“Ecc.a seu Capp.a iam diu dicta Abb.a, / nuncupata S. Dom.cae in
Territ.o Oppidi Civit.s nuncupati Policastri n(ost)rae S. S.nae
Dioec.s aut in ea / seu alia d(ict)i Oppidi, vel eius territorij
Ecc.a perpetuum simplex benef.um Ecc.cum Abb.a pariter / nuncupatum
ad Altarem sui sub invocation.e eiusdem S. Dom.cae per obitum q.m D.
Mutij Juliani / illius ultimi Rectoris Abb.s nuncupati, et
possess.ris extra Romanam Curiam secututo de / p(raese)nti mense
sept.ris vacaverit, et vacat ad p(raesen)s, eiusque collatio,
provis(ion)e et omnimoda / disposit(i)o pleno iure ad Nos pertineat”
la concedeva a “Pompilio Berlingerio Cl.co Crotonen. J. U. D.r
n(ost)ro secundum carnem / germano Fr(at)i in Alma Urbe degenti”.
(Arch. Arc. S.ta Sev. cart. 4D, fasc. 3).
La prassi che vedeva tra i beneficiati chierici con solidi legami
presso la curia romana continuò anche in seguito. Il 3 luglio 1741
troviamo il presbitero bisignanese Pietro Pompilio Rodotà,
incaricato di provvedere “de ecclesia seu cappella S. Dominicae (de
Policastro), S. Severinae dioc., vac. per ob. bo. me. Felicis
Samuelis Rodotà, archiep.i Beroen. et Bibliothecae vaticanae
Scriptoris” (Russo F. cit. XI, 59996) mentre, meno di un anno dopo,
il 4 marzo 1742, è la volta del presbitero mesorachese abitante a
Roma Giovanni Andrea Fico di provvedere “de ecclesia seu cappella S.
Dominicae civ. Policastri, dictae dioc., vac. per resignationem
Petri Pompilii Rodotà” (Russo F. cit. XI, 60199).
Le pretese dell’università
In tale frangente però i beni del monastero stimolarono altri
appetiti. L’università di Policastro infatti, che in origine aveva
costituito la dote, chiese che si reintegrasse il nuovo monastero o
“Conservatorio” di monache eretto in Policastro sotto il titolo di
S.to Gaetano presso la chiesa di S.ta Caterina, con le rendite ed i
beni già appartenuti al monastero diruto di S.ta Domenica.
Al fine di dare forza alle proprie ragioni, l’università inviò
perciò una supplica alla Santa Sede che, per propria parte,
rivolgendosi all’arcivescovo di Santa Severina, chiese spiegazioni.
Con una lettera datata Roma 15 agosto 1752, infatti, si chiedeva
all’arcivescovo di riferire informando la Curia romana circa la
questione sollevata dall’università di Policastro attraverso un
memoriale che si allegava alla stessa lettera. (Arch. Arc. S.ta Sev.
cart. 24B fasc. 3).
Il 23 novembre di quell’anno l’arcivescovo rispondeva circa il detto
memoriale presentatogli “per parte dall’amm.re del Conservat.o de
Vergini di Policastro” il 25 ottobre, anche se la data risulta
corretta “dè 16 Corr.e”.
In questa lettera egli affermava che, avendo avuto modo di ascoltare
alcune persone del paese vecchie e degne di fede, aveva potuto
appurare che in passato, era esistito in Policastro un monastero di
monache sotto il titolo di S.ta Domenica a cui erano appartenuti i
beni rubricati nella supplica.
L’arcivescovo, comunque, affermava che queste persone erano a
conoscenza di ciò solo “p(er) tradiz.e di pochi” e attraverso la
lettura di “alcuni fragmenti di scritture informi”, “senz’altra
prova”. All’attualità invece, e “da tempo immemorabile”, i beni in
questione erano posseduti dall’abbazia di S.ta Domenica di cui era
rettore il sacerdote D. Giovanni Andrea Fico abitante in Roma, anche
se a far data dal 13 agosto 1729, questi beni erano stati uniti alla
prebenda Teologale ed alla Penitenzieria da parte dell’arcivescovo
Pisanelli suo predecessore.
Sempre all’attualità esisteva in Policastro un Conservatorio di
Vergini “senza legge di Clausura”, nel quale vivevano le “moniali
con tutto il rigore della Disciplina Regolare” (Arch. Arc. S.ta Sev.
cart. 24B fasc. 3).
Le monache Bizzoche
Le figure delle monache menzionate dall’arcivescovo, risultano
messe in luce nel catasto onciario cittadino (Arch. di Stato Napoli,
cit. ff. 9v-10v; 80r-80v; 91v-92r; 139v-140v; 149v-150r; 162r;
170r-170v; 210r-210v.), dove si ritrovano censite all’interno delle
rispettive famiglie ed appellate quali “Bizzoche” o “Vizzoche”
avendo abbracciato gli ordini minori.
In questo gruppo troviamo le appartenenti ad alcune famiglie nobili
ed a quelle più in vista di Policastro come suor Rosa Scandale di
anni 44, figlia del magnifico Giambattista, o come suor Agnese e
suor Teresa Scandale rispettivamente di anni 58 e di anni 50 che,
insieme a suor Maria Fanele, vivevano in casa del cognato, il notaro
crotonese Antonio Fanele.
Per l’accesso agli ordini maggiori, invece, la via seguita dalla
nobiltà locale sembra quella della vicina clausura in Catanzaro. Tra
i pesi che al tempo della compilazione del catasto gravavano il
nobile Antonio Tronca, troviamo quello di ducati 12 per il vitalizio
a suor Cecilia Tronca monaca professa in S.to Rocco di Catanzaro.
Le scelte operate dalla nobiltà appaiono seguite anche dalle classi
subalterne. Ritroviamo così tra le monache vizzoche Anna Prato
sorella del calzolaio Giuseppe Antonio, Francesca Mannarino di anni
34 figlia del mastro barilaro Giovanni, suor Rosa Curto di anni 55
cognata del chierico negoziante Giampietro Rossi, Chiara Cavarretta
di anni 25 e sua sorella Catarina di anni 18 figlie del mastro
calzolaio Stefano ed, infine, Teresa Grano figlia del “bracciale”
Antonio.
Il beneficio conteso
Ritornando alla questione sollevata in merito alla gestione dei
beni dell’antica abbazia rileviamo che, in un’altra lettera di
risposta datata 8 maggio 1753, ma poi annullata dall’arcivescovo in
quanto “contraria al voto dato non recedendum à peractis”, questi
affermava che con tali beni e rendite era stato fondato un semplice
beneficio ecclesiastico di libera collazione da parte dell’ordinario
del luogo e che, all’attualità, tale beneficio era posseduto dal
sacerdote D. Giovanni Andrea Fico per conferimento da parte della
Curia Romana “a cui era d.o Beneficio effett(ivo)”.
A seguito della sollecitazione ricevuta dalla Curia romana,
l’arcivescovo asseriva di aver assunto informazioni “in forma
estragiudiziali” per venire a conoscenza della veridicità o meno
delle affermazioni sostenute dall’università di Policastro.
Egli affermava così che rispondeva a verità che “in d.a Città di
Policastro” vi era stato un antichissimo monastero di monache sotto
il titolo di S.ta Domenica e che tale monastero possedeva un
“territorio” detto “la Monaca dell’Abbate”, un piccolo castagneto ed
un piccolo giardino “con terre aratorie adjacenti dette di S.a
Dom.ca” siti nel “distretto” della città, beni che costituivano il
semplice beneficio ecclesiastico posseduto dal Fico per collazione
della Sede Apostolica.
Il presule affermava di aver ricavato queste notizie “da molte
Persone degne di fede” come testimoniavano “una scrittura
antichiss.ma” e le “vestigj delle fabriche di d.o antico monastero”
che ancora a quel tempo apparivano evidenti.
L’arcivescovo riferiva inoltre che al presente si trovava edificato
in Policastro “un nuovo Monastero di Monache sotto il titolo di S.
Gaetano” che, quantunque fosse solo un “Conservatorio di Donne” era
comunque un luogo dove si viveva con molta osservanza e disciplina
regolare “che può dirsi che vivano a guisa di vero, e perfetto
Monastero”, dove le donne stavano “in perpetua Clausura”.
Ciò esposto, l’arcivescovo si dichiarava del parere, dopo la morte
del beneficiato, di incorporare i beni in questione al conservatorio
“per farsi monastero”, sebbene in vigore della Bolla di Benedetto
XIII sia lui che il suo predecessore, avevano provveduto ad
aggregare tale beneficio alla prebenda Teologale ed alla
Penitenzieria della cattedrale di Santa Severina.
Tale scelta secondo l’arcivescovo era motivata “si per esser di
rag.ne, e di dovere che quella Città (Policastro), la quale diede le
robbe, e gli effetti a costruire il monastero antico godesse la
reintegra dell’istessi beni a costituire nuovo monastero nel
Conservatorio sud.o”. (Arch. Arc. S.ta Sev. C. 24B fasc. 3).
“R(everendissi)mo P(ad)re.
La Communità di Polic.o Diocesi di S.a Sev.a umilm.e / rappresenta
alla S.V., come anticam.e essa oratrice fondò un monast.o di /
monache sotto il tit.o di S. Dom.ca, e lo dotò di molti Beni Stabili,
dè quali / presentem.e se ne trovano esistenti un Predio detto la
Monaca del Aba.e / di S. Dom.ca, un Castagneto, ed un Giardino in
vocabolo parim.e di S. Dom.ca. E / perche in occasione di Tremoto,
il sud.o monastero ruinò, fù perciò soppres / so, e dei Beni del
med.o se ne istitui un Benef.o Semplice col tit.o d’abbatia, / ne
mai si pensò alla readificaz.e del d.o monastero. In’oggi però il
med.o mo / nastero dalla Communità Oratrice è stato redificato nella
Chiesa di S.a Ca / terina Verg.e e mart., e desidererebbe la
reintegraz.e di d.i Beni Stabili, co / me quelli, che appartenevano
al monastero antico Roviata. E come / che li med.i Beni si
possiedono dal R. Sacerd.e Gio : And.a Fico, come Beneficia / to, ed
abb.e della pred.a Abazia eretta colli sup.i Beni, pertanto
l’oratrice / supp.a umilm.e la S.V. reintegrarli al d.o monastero,
almeno dopo la mor / te d’esso Beneficiato, riflettendo benignam.e
al mag.e vantaggio, che ne / deriva dall’essere i beni incorporati
ad un monast.o di Vergini / che in esso p(er) maggiorm.e servire
Iddio; che della grazia s.a.” (Arch. Arc. S.ta Sev. cart. 24B fasc.
3; In una copia di questo documento conservato nella stessa cartella,
si cita solo il predio e si omettono il castagneto ed il giardino).
Il ripensamento dell’arcivescovo
Tale soluzione della questione fu evidentemente contrastata. In
un nuova e successiva lettera di risposta datata 7 settembre 1753,
l’arcivescovo mutò il proprio parere, esprimendosi contro la
fondazione di un nuovo monastero, quantunque sottolineasse il rigore
e l’esemplarità della condotta delle monache che vivevano nel
conservatorio e mettendo in dubbio la legittimità delle pretese
dell’università di Policastro, basate su testimonianze vaghe e
documenti inattendibili.
Della presenza di tali documenti siamo informati attraverso la
Cronica del Mannarino:
“… e l’altro assai prima, cioè dell’anno mille trecento cinquanta
tre, in quel contratto che fa l’abbadessa di Santa Domenica di
Policastro, …”
“… autentica tutto ciò, un’altro antico Instrumento dell’anno mille
trecento è tredici sotto la Regina Giovana Prima sul primo anno del
Pontificato d’Innocenzio Sesto, che son pur duecento settanta tre
dopo a quel sopra citato, per una vendita, che fa d’un suo
Territorio D. Alessandra l’Abbadessa del Monastero di Santa Domenica
di Policastro, dà cui chiaramente appare in questo Territorio verso
l’oriente la Chiesa Vescovile Sitomese, la proprio dove pur adesso
chiamasi per Eccellenza La Chiesa del Vescovado di Santo Cesario, e
vi sono quantità di muri diruti à torno, che son segni e testimonij
certi dell’abitatori, e verso Borea anco il fondo di quel Monastero
donato alle Monache dal sudetto Vescovo Marco, sin dall’anno 1050, e
che di fatto confina (se non quanto à intermezza il fiume Cropa) con
quell’altro fondo, che fin or si dice la vigna del Vescovo.” (Mannarino
F.A., cit.).
Relativamente a tale o tali documenti, l’arcivescovo si esprimeva
però in maniera chiara e molto critica:
“… che per quanto rilevato avevo / dal detto di pochi vecchi, e
degni di fede, vi fù un tempo, di cui / non si hà memoria, in
Polic.o il monastero di donne sotto il titolo / di S. Dom.ca, al
quale appartenevano li Corpi rubricati nella Supp.ca / annessa, mà
quei vecchi lo dicevano per senza render causa della loro scienza,
affermavano ciò per la lettura di alcuni fragmenti / di scritture
informi, dalle quali poi ne ho scoperto l’impostore, che / si fù un
tal Prete di Casato Coco. Questi registrando alcune no / tizie nel
secolo passato appartenentino à quel Clero, e Chiese, frà / le molti
altri enti chimerici, serisce che in Policastro statovi / era il
monastero di Santimoniali, e poi suppresso, senza sapersine / ne il
tempo, ne il Pontificato; anzi ebbe l’abiltà d’ideare un / istrom.to
di locazione ad triennium del Predio detto la monaca, e farlo /
stendere coll’intervento della Badessa del supposto monastero, e del
/ Clero tutto di Policastro, decorando quei Preti chi col titolo di
/ Decano, chi di Cant.re, e chi di Can.co, quando che mai in
Policastro / vi è stata Catedrale, o Collegiata, e poi
sottoscriverli buona / parte in carattere nostro, e porzione in
carattere greco. / Tale scrittura benche di niun valore fu sotto il
mio occhio presentatami dalli / amministratori dell’attuale
Conservatorio di donne di d.o luogo / credendono di provare con
quello il di loro esposto, mà io che / compresi l’impostura,
l’accliusi ancora a V.S. Ill.ma per rendersi / meglio persuasa della
verità di mia ingenua Relazione. Onde toc / cante à ciò non hò altro
da riferire.
Che le donne, le quali convivono nel Conservatorio, che present.e
esiste / in Policastro, osservino con ammiraz.e, ed edificaz.e di
tutto il Pae / se, e luoghi circonvicini, tutto il rigore della
Clausura e disciplina / Regolare, e verissimo, ed io med.o ne vivo
tanto contento, perche / in verità sono lo specchio di esemplarità à
tutti l’altri mona / steri di queste vicinanze.
Gli effetti descritti nella supplica, presentem.e si possiedono
dall’ab / bazia di S.a Dom.ca, di cui n’è Rettore il Sacerd.e D. Gio
: And.a Fico com / morante in Roma; e dalla fel. m.a di m.e
Pisanelli mio Predecessore fatto / il di 13 ag.o del 1729 furono
uniti alla Prebenda Teologale da lui Eretta, ed alla Penit.a di
questa Cattedrale, per costituire all’uno, e all’altro / Can.co la
Congrua à tenore della Costituz.e Bened.a. Ma poiché / in tempo di
d.a unione, si possedeva la succennata Badia da m.e Rodotà Fam.re /
del Papa, non ebbe perciò il suo effetto; quindi mi convenne sotto /
il di 4 aprile dell’anno già scorso 1750 rinovare con altro mio
Decreto / l’unione sud.a; acciò in questa maniera si potesse
mantenere l’erezz.e / della Teologale, ed obligare il Can.co Teologo
all’adempim.to de pesi, per qua / li è stata dal S. Conc. di Trento,
ed ultim.e dalla S. m.a di P.a Bened.o / XIII inculcata.
Attesa dunque l’unione spressata, sarei di sentimento, non
recedendum / esse à peractis, costando bene a V.S. Ill.ma l’utile,
che dalla frequente lezzione / della S. Scrittura ne ricava il Clero,
ed il Popolo; ed altresì di quanto / peso siano le fatighe del
Confessionale riguardo al Can.co Penitenz.o / che vi sta tempore
fisso per sodisfare à bisogni spirituali della Dio / cesi intiera;
maggiorm.e che non costa ne con scritture valide, ne / con soda
tradiz.e, ne con altro legitimo documento, l’erezzione e fondaz.e
dell’ / ideato monastero, nettampoco se la Communità di Policastro ò
pure alcun particolare / (qualora veram.e vi fusse stato) ne fù la
fondatrice, e molto / meno se li Beni ora della Bad.a di S.a Dom.ca,
erano veram.te del / monastero sud.o; Mà qualora la Paterna Provid.a
di N.ro S.re vo / lesse provedere a bisogni dell’attuale
Conservatorio, ed alla futura / durata del med.o; essendo egli un
Principe tanto potente, può aliun / de farli godere gli effetti di
sua munificenza.” (Arch. Arc. S.ta Sev. cart. 24B fasc. 3).
L’ultimo rettore
In seguito i fatti testimoniano che le argomentazioni
dell’arcivescovo furono accolte e che le sue disposizioni trovarono
applicazione.
Nella “Platea di tutti i Benefici Semplici, tanto Eccl(esiasti)ci
quanto di Jus patronato laicali fondati in questa Città, e Diocesi
di S.a Sev.a” del 1788, troviamo “Il Semplice Eccl(esiasti)co
Beneficio o sia Abbazia di S. Domenica” di Policastro (Arch. Arc.
S.ta Sev. vol. 72A) mentre, nell’elenco delle “Abbadie situate in
q.a Diocesi di S.a Sev.a” si rinviene la “Abbadia di S. Dom.ca
fondata in Ter.o di Policastro, ove eravi l’Antica Chiesa” (1794) la
cui rendita, a quel tempo, si trovava annessa alla prebenda
Teologale ed alla Penitenzieria anche se, per quando riguarda ancora
gli anni 1796 e 1797, Giovanni Battista Fico, ancora in vita,
continuava a detenere il beneficio, mentre la Mensa Arcivescovile
continuava ad esigere da quest’ultimo ducati sei a titolo di quarta
beneficiale (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 82A).
A quel tempo la rendita del beneficio assommava ad annui ducati 112
così ripartiti: ducati 95 “sopra la difesa d.a la Monaca”, ducati 11
“sopra Un Castaneto d.o S.a Dom.ca” e ducati 6 si ricavavano da un
annuo canone che pagava la Camera Principale di Cotronei, mentre i
pesi che la gravavano erano costituiti dalla celebrazione di 50
messe e dal pagamento della Bonatenza e del Cattedratico alla Mensa
Arcivescovile di S.ta Severina. (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 72A).
S.to Gaetano
Anche il nuovo Conservatorio seguì il percorso delineato
dall’arcivescovo di S.ta Severina.
La relazione arcivescovile ad Limina del 1765 evidenzia “Jn Terra
Policastri” la presenza di un “Conservatorium piarum faeminarum”
annesso alla chiesa di S.ta Caterina Vergine e Martire, retto da un
procuratore “ab ipsis eligendum, e à me confirmandum.” La stessa
relazione sottolinea che in questo “Conservatorium Mulierum”
vivevano religiosamente 10 monache che osservavano spontaneamente la
regola della clausura, anche se si trattava di una “clausura minima”
(Arch. Segr. Vat., Rel. Lim. 1765).
Il “Conservatorio di donne di Policastro” si segnala ancora nel 1780
(Arch. di Stato Napoli, fondo Cappellano Maggiore), ed al tempo del
terremoto del 1783 ospitava 17 monache (Vivenzio, G., Istoria e
Teoria de Tremuoti in generale ed in particolare di quelli della
Calabria e di Messina del 1783, Napoli 1783). Tale evento, comunque,
non ne pregiudicò la sopravvivenza. Sul finire del secolo troviamo
ancora il “Conservatorio di S. Gaetano per donne” al quale sono
destinati ducati 200. (Arch. Arc. S.ta Sev. vol. 86A).
In questo periodo i suoi edifici furono ristrutturati, attraverso
l’edificazione di un “piano superiore” e l’ampliamento del “piano
terreno”, in maniera da pervenire così ad una “Nuova pianta” dei
locali che si conserva insieme al nuovo “Prospetto esteriore”,
presso l’Archivio di Stato di Napoli (Arch. di Stato Napoli, Suprema
Giunta di Corrispondenza con quella della Cassa Sacra di Catanzaro).
Il “Conservatorio, o sia chiesa di S.a Caterina” si segnala ancora
agli inizi dell’Ottocento (Arch. Arch. S.ta Sev. cart. 24B fasc. 2).
Così il Sisca ne riassume le vicende fino alla sua soppressione:
“Accostato alla chiesa di S. Caterina era eretto un Ospizio per
pellegrini poveri; in seguito fu ampliato e trasformato nel
Conservatorio di S. Gaetano con un prosperoso educandato femminile,
diretto da suore e fondato dalla Priora Suor Caterina Scandale. Dopo
un secolo di vita regolare e arricchito di molti legati, fu
soppresso. Nel 1860 oltre ad un gruppo di giovinette delle famiglie
più agiate, il Convitto, pur avendo una rendita di 300 lire,
ospitava 8 monache e 5 converse. L’ultima monaca fu Suor M. Giuliana
Bilotti da Zagarise morta il 18 gennaio 1888.” (Sisca D., cit., p.
251).
Come ricorda una lapide di marmo posta dall’Amministrazione Comunale
in occasione del centenario della loro venuta a Petilia Policastro,
nel 1896 per iniziativa del parroco G. Carvelli e del sindaco L.
Giordano, giunsero in Policastro le Suore Francescane di Gesù
Bambino. Ancora alla metà degli anni Sessanta le suore francescane
avevano un fiorente educandato, mantenendo la scuola di lavoro nel
Palazzo che era stata la residenza estiva degli Arcivescovi di Santa
Severina, l’asilo infantile nel palazzo Giordano e l’oratorio estivo
nella trasformata chiesetta del Rosario. (Sisca D., cit., p.
251-252).
La legenda della Serpe
A ricordo delle monache di clausura di Policastro, rimane ancora
oggi nel paese un’antica leggenda legata al luogo chiamato “Timpa
della Serpe”. Questa, riferendosi all’empia condotta sessuale delle
donne, da cui poteva trarre giustificazione la loro segregazione, ne
evidenzia il martirio: la pena attraverso cui si rende possibile
espiare la loro colpa. Significati messi in luce dalla Cronica del
Mannarino quando egli provvede a fornire una spiegazione della
leggenda:
“Evvi oltre ciò relazione molto antica, che la Rupe per essere così
di figura Aretta, e fluttuosa à drittura del lato destro di quel
Castello verso il Meriggio, fusse continente col Monte della Città,
à cui corrisponde di più coll’Altezza è sito, e che fosse stato in
quel vacuo un’altro Monastero famoso di donne, sprofondato ancor
esso per causa di terremoto, à cui sempre fù soggetta la Città, per
esser quel luogo più di tutti arenoso. Altri poi riferiscono, e
vogliono, che nabissò miracolosamente in pena delle loro
scelleragini. In prova di ciò aggiongono, da una tall’Abbadessa,
qual per giusto Castigo di dio, trovossi appicata di notte ad’un
albero di Castagna, che sin ora chiamasi apposta il Colle
dell’Abbadessa, dove divide verso la Montagna, il Territorio di
Policastro, e quel di Mesuraca alle vigne dette dalla nostra parte
dell’Abbadessa, e da quella, Campizzi suvrano, che viene ad’essere
fra il Monastero della Spina, e di quello di Sant’Angelo delli
Monaci di Cisterzio oggi la sù supresso, e fattovi un’Abbadia
Cardinalizia.” (Mannarino F.A., cit.).

