[L’abbazia di San Duca in territorio di Cotronei]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 48-49/2001; Cotroneinforma nr. 67/2002)
La badia di Calabro Maria, detta anche della
Vergine Maria de Calabro o di Altilia, situata in diocesi di Santa
Severina, fu una delle più antiche ed importanti abbazie di rito
greco esistenti nella vallata del Neto. Abbandonata ed andata in
rovina, risorse alla fine dell’Undicesimo secolo soprattutto per
opera del vescovo di Cerenzia Polycronio, il quale col consenso del
metropolita di Santa Severina Costantino, la riedificò e la
ripristinò, reintroducendovi i monaci, e le concesse molti beni tra
i quali un tenimento, situato nella regia Sila, denominato Sanduca
con la possibilità per i monaci di costruirvi un altro monastero.
Tale tenimento selvoso, che faceva parte del demanio regio, fu
concesso libero da qualsiasi servitù e con tutti i beni, che vi si
trovavano. Su supplica dello stesso vescovo l’abbazia fu
riconosciuta e confermata nel possesso e fu arricchita di privilegi
da Ruggero Borsa, duca d’Italia, Calabria e Sicilia, il quale in
Tropea il 31 maggio 6607 (1099) approvò la concessione del
territorio silano di San Duca, con i terreni, le acque e con ogni
altra cosa, che potrà avere e ricevere. In seguito l’abbazia fu
confermata ed ampliata nel possesso dal conte di Calabria e Sicilia
Ruggero (1115) e dal re Ruggero II (1149). Tali atti dimostreranno
la natura regia dell’abbazia di Calabro Maria, in quanto dotata ed
investita dal potere regio di un feudo detto la baronia di San Duca.
Il territorio di Sanduca, situato nel demanio regio della Sila e nel
quale i monaci costruiranno il nuovo monastero, che assumerà il nome
di abbazia di Sanduca, in questi primi documenti risulta così
confinato: “ incipit à Vallone quod dicitur de Graecis, et vadit ad
flumen Ampulini, et ascendit de ipso Vallone Tassiti, et vadit ad
locum quod dicitur Arenosa, et deinde vadit ad locum quod dicitur
Aqua frigida, et dat ad Vallonem de Miliareto, et deinde descendit à
Vallone quod dicitur de Nucelletta, et vadit inde recte per
costeram, et esit ad flumen Ampulini, et deinde ascendit de ipso
flumine Ampulini, et concludit faciem esitus”1.
La nuova abbazia di Sanduca avrà soprattutto funzioni di ospizio e
sorgerà ad oltre 1200 metri di quota in località Pasquale, su uno
degli antichi itinerari, percorso dalle mandrie, che dalle vallate
del Neto e del Tacina per Cotronei salivano sull’altopiano.
La labilità dei confini e la natura demaniale del vasto e selvoso
possedimento detto “L’Abbadia di San Duca e Pascale” saranno al
centro di varie liti, che costringeranno da una parte i monaci ad
ottenere di continuo la conferma del possesso e dei privilegi dai
regnanti di turno, dall’altra a presentare i documenti comprovanti
le loro prerogative nei vari tribunali contro gli usurpatori.
Il territorio, o tenimento, di Sanduca sarà confermato
dall’imperatore Federico II nel 1220, dal re Alfonso d’Aragona nel
14452 e successivamente da re Ferdinando, dapprima il 2 ottobre
1459, al tempo della sua discesa in Calabria, presso il ponte del
Crocchio all’abate de Moyo3 e poi nel 1471.
Il territorio dell’abbazia di Sanduca
L’abbazia di Sanduca dipese dagli abbati dell’abbazia di Calabro
Maria di Altilia, che fin dal Duecento era passata all’ordine
florense. Alla metà del Quattrocento con l’introduzione della
commenda fu amministrata dagli abati commendatari, i quali tramite i
loro procuratori la davano in fitto. Così avverrà per tutto il
Cinquecento, anche dopo che l’abbazia di S. Maria di Altilia sarà
passata all’ordine cistercense e per intervento papale alcune terre
ritorneranno ai monaci. Rimasero, infatti, al commendatario le vaste
tenute collinari e pianeggianti, situate in diocesi di Santa
Severina e di Crotone, sulle quali grano e pascolo si alternavano,
di Neto, La Menta, Caria, Mugunà, Caledusa, Santa Marinella,
Brasimati, Santa Marina, Altiliella e Manca di cane e la vasta
baronia silana, adatta soprattutto per il pascolo, di Sanduca 4 .
Nel 1601 i Cistercensi introdussero la riforma e l’osservanza della
regola nell’abbazia di S. Maria di Altilia ed il commendatario
Tiberio Barracco per conservarla e promuoverla aumentò la mensa
conventuale, aggiungendo beni e terreni a quelli già dati, tra i
quali il vasto territorio, o difesa, dell’abbazia di Sanduca,
situato in Sila, “partim aratorium, partim incultum et nemoratum cum
omnibus juribus et pertinentiis franchumq. ab omni genere
servitutis”5. L’assegnazione del commendatario sarà confermata con
un breve da Clemente VIII due anni dopo6. Il monastero di S. Maria
di Altilia amplierà i suoi possessi in Sila nei pressi dell’abbazia
di Sanduca, procedendo all’acquisto di alcune terre già da tempo
oggetto di controversia. Nel 1672 acquisterà i territori Colla della
Spina, Infagello, Acqua di Pascale, Burga Seccagna e Marinella e nel
1677 la difesa detta L’acqua di Auzino7.
Usurpazioni e liti
L’abbazia di Santa Maria di Altilia sostenne numerose liti per
salvaguardare i suoi privilegi sul territorio di Sanduca. A seconda
della giurisdizione sul territorio, che col passare degli anni mutò,
dapprima si oppose al baglivo dei casali di Cosenza, poi a quello di
Policastro ed infine all’erario di Cotronei. Già nel Cinquecento
erano sorte alcune questioni riguardanti la giurisdizione sul
territorio di Sanduca. Il 23 dicembre 1574 veniva emanava una
sentenza per la spettanza della difesa S. Duca nei riguardi di
Pompeo di Maria, Scipione Benincasa ed altri. Sentenza che era
riassunta in forma pubblica il 26 giugno 1581. Seguiva nel 1592 una
convenzione tra il monastero e Matteo de Chiara ed altri; essa
riguardava i territori di Capito, Burga Seccagna ed Acqua di
Pascale8. Durante il Seicento ed il Settecento l’abbazia dovette
sostenere molti processi, per contrastare le sempre più frequenti
occupazioni di terre ed usurpazioni. E’ dei primi anni del Seicento
una protesta del cellerario del monastero, il quale fa presente al
priore che Gio. Tomaso di Chiara ha preso in affitto la difesa di
San Duca e vi ha fatto fidare le vacche di alcuni mandriani. Marco
di Arangi di Aprigliano, che ha in affitto la bagliva dei casali di
Cosenza, le ha fatte imprigionate e “l’ha rilasciati in plegeria, et
pretende farci pagare dalli padroni di tutte le vacche una somma di
denari per ragioni di disfida, et fida, imponendo per questo una
nuova impositione et gabella". Il baglivo è accusato di non
riconoscere i privilegi dell'abbazia e di perturbare la pacifica
possessione, impedendo a coloro che prendono in fitto le terre
dell’abbazia e ai fidati di quelli, di pascolare liberamente. Se
all’inizio del Seicento era stato il baglivo dei casali di Cosenza
ad infrangere i privilegi dell’abbazia, nel 1651 è il baglivo di
Policastro. Allora il priore Gregorio Ricciuto chiese l’intervento
papale contro il baglivo di Policastro, il quale “perturbava” la
giurisdizione del monastero sul territorio di San Duca. Il baglivo
tra l’altro aveva imprigionato 14 vacche di Andrea Scanello vicino
alla torre dei Di Chiara in territorio di Trepidò, appartenente
all’abbazia, ed aveva estorto denaro per liberarle9. Nel giugno 1693
il vicario generale dell’arcivescovo di Santa Severina, sollecitato
dai monaci, interveniva contro coloro che attentavano ai diritti sul
territorio o difesa di San Duca. La curia arcivescovile di Santa
Severina riconosceva al monastero il diritto di fida e disfida degli
animali di qualsiasi genere e numero, che vi pascolavano, e di
esigere sia l’estaglio, o l’affitto, dai forni della pece, che vi si
fabbricavano, che il terraggio dai seminati, che si raccoglievano10.
Con l’attivarsi del commercio cominciavano ad espandersi le terre a
pascolo ed a semina ed aumentavano i disboscamenti e le sottrazioni
di terre con lo spostamento dei confini. Nel 1708 si celebrava un
processo contro Filippo Quattromani ed altri, i quali avevano
occupato delle terre dell’abbazia in Sila11. L’anno dopo, nel 1709,
si processano coloro che avevano incendiato i pini e Giuseppe
Secreto ed altri piciari, i quali avevano sottratto legname nel
territorio della “Caprarella” per fabbricare pece nera12. Per porre
un freno ai continui danni e sottrazioni di terre nel 1716 il
fiscale D. Raffaele Tauro fu delegato dalla Regia Camera a definire
i confini dell’abbadia di San Duca e Pascale 13. Essi risultarono in
parte modificati rispetto ai termini originari: “incipit a vallone
Tassiti quod vocatur de Graecis et vadit ad flumen Ampulini et
ascendit per ipsum vallonem Tassiti et vadit ad Arenosam, et deinde
vadit ad Aquam frigidam et ferit ad vallonem de Migliaretis et
descendit inde ad Sanctum Nicolaum Vetranum et agreditur ad vallonem
de Nucilletta et vadit inde recte de costera et exit ad flumen
Ampulini et concluditur”. Nonostante gli interventi dei funzionari
regi e le scomuniche papali le usurpazioni non cessavano. Pochi anni
dopo, nel 1727, fu celebrato il processo contro Francesco Mazzei,
che attentava ai beni della abbazia di Sanduca14. In questo periodo
molte terre andarono perse. Da una protesta presentata dal
procuratore dell’abbazia nella corte principale di Cotronei risultò
che Nicolò Cervino di Cotronei, non solo si era impossessato delle
due terre dette Macchia di Tacina, seu S. Nicola di Vitrano, e
Macchia della Castagna ma, approfittando del fatto che esercitava
l’ufficio di erario, “con una quantità di persone armate si conferì
in detta Abbadia di S. Duca e Pascale e volendo dilatare li confini
delli luoghi, che occupati avea, impose a quelli che avessero
confusi alcuni fini e proprio nel luogo, che si dice il Pino
Intronato Timpone della Selona ed altri fini”. A nulla valsero né la
scomunica, né le sentenze dei tribunali. Un’altra usurpazione era
denunciata dall’abbate Tommaso Gervasio: l’arcidiacono della città
di Cerenzia Francesco Mascaro aveva occupato una terra detta “Colla
della Spina”, che apparteneva alla difesa di Pascale, nel tenimento
dell’abbazia di Sanduca e propriamente nella difesa di Trepidò. Il
Mascaro nel 1726 vi aveva fatto seminare frumento, che l’anno
seguente aveva raccolto, senza versare niente. Per tale motivo
l’abbate ottenne nel 1727 l’intervento di papa Benedetto XIII; ma la
lite ebbe termine solo nel 1734 quando si addivenne ad una
convenzione che di fatto premiava l’usurpatore, il quale rimaneva
nel possesso delle terre usurpate in cambio del pagamento al
monastero di un lieve censo annuo 15. Invano i monaci tentarono di
opporsi al disboscamento, che stava investendo l’intera Sila e che
produrrà effetti disastrosi sulla pianura sottostante. Nel 1751
denunciarono danni ai pini in località Trepidò Soprano16 e fecero
istanza alla corte di S. Giovanni in Fiore, che intervenne contro i
“cesinari” del Principe della Rocca17. Una lite, che aveva per
oggetto le terre della “Marinella”, fu agitata nel Sacro Regio
Consilio. Alla metà del Settecento buona parte dell’antica baronia
di Sanduca dell’estensione di 3000 tomolate, di cui 1750 fertili, se
ne era già andata. I monaci infatti non la amministravano più
direttamente, in quanto la avevano concessa in enfiteusi e si
accontentavano del censo perpetuo di circa 20 ducati, che versavano
annualmente gli enfiteuti. Ai monaci era rimasto sulle difese di
Tassito, Caprara, Caprarella e Trepidò Sottano solo il ius picis ed
il ius granetterie18.
Vicende demaniali
Dopo il terremoto del 1783 il monastero di S. Maria di Altilia
fu soppresso ed i suoi beni amministrati dalla Cassa Sacra.
Nell’elenco dei beni dell’abbazia, formato a quel tempo, così è
descritto il fondo Pasquale e l’edificio dell’antica abbazia:
“Feudo, o sia difesa nella Regia Sila, dell’estenzione di tum(ola)te
cinquecento settanta di terre nobili, delle quali tum.te
centosettanta sono boscose, e scoscese, e tum.te quattrocento atte a
semina di grano germano, e ad ogni uso. Confina da tramontana colla
Fiumara di Ampulino, da occid.te colla Difesa Trepidò della mensa
vescovile di Cerenzia, da mezzogiorno colla Fiumara di Migliariti, e
da oriente colla Difesa Mauro di questo Monastero istesso. Vi esiste
un Casino, seu un ospizio, composto di otto camere superiori delle
quali ne sono cadute tre, di cinque magazeni, una stalla, ed un
altro basso per uso di Chiesa; attaccato a quale ospizio vi esiste
un orto con due piedi di cireggi”. La difesa di Mauri e casella, che
era contigua alla difesa di Pasquale, allora si trovava in demanio.
Essa era “dell’estensione di tumolate settanta, delle quali tumolate
trenta sono sterili, e tumolate quaranta atte a semina di grano
germano e questa difesa non può affittarsi ne in semina ne ad uso di
erba, perche soggetta al commune, giacche è permesso a ciascheduno
di seminarne quella parte, che più li piace, pagandone solo il
terraggio, che suole fissarsi a mezza covertura con equità,
facendosene l’apprezzo in ogni mese di luglio da periti, che si
devono sciegliere dall’Amm.re. Non si può stabilire la quantità di
d.i terraggi, dipendendo l’istessi dalla minore, o maggiore quantità
della semina, ed oltre a ciò vi è la controversia con i soldati
della Reg.a Sila”. Il monastero nella difesa del feudo di Pasquale
esercitava la giurisdizione bajulare che consisteva nell’esigere le
pene dei danni dati alla difesa ed “in far la fida degl’animali de
forastieri nella difesa medesima” 19.
Essendo il monastero di Santa Maria di Altilia, possessore fin dal
1099 della baronia di Sanduca, cioè di un feudo, fu riconosciuta di
regio patronato. Per tale motivo i beni, sia feudali che allodiali,
una volta soppresso il monastero, ritornarono e furono reintegrati
nel regio demanio, al quale anticamente appartenevano. In regio
demanio rimasero finché nel 1811, al tempo della ripartizione dei
demani, un terzo della difesa Pascale con il membro annesso di Mauri
fu assegnato al comune di Cotronei.
Note
1. Ughelli F. Italia Sacra cit, t. IX, 476 –478.
2. Copia autentica del processo formato nell’anno 1716 dal fiscale
D. Rafaele Tauro delegato della Regia Camera per li confini di S.
Duca della Badia di S. Maria di Altilia, Notamento di tutt’i Libri e
Carte relativi alla Badia di S.ta Maria di Altilia, Cassa Sacra-
Segreteria Ecclesiastica, Cart. 60, fasc. 1333 AS.CZ.
3. "In nostris felicibus castris prope Pontem Crochi" il 2 ottobre
1459 re Ferdinando conferma all'abate Enrico de Modio i privilegi
della badia di Altilia tra i quali il possesso del tenimento di
Sanduca, Privilegi della abbadia di S.ta Maria de Altilia dello
Eminenti.o et Reverend.o cardinal Spada abate di detta Abbatia in
Calabria, Archivio Ruffo di Scilla, inc. 697, f. 14, Arch. Stat.
Nap.
4. Istrumento scritto in carta comune relativamente all’assegnazione
di alcuni corsi alla mensa monacale o sia conventuale de 17 maggio
dell’anno 1571 ; Copia di Platea antica con i pesi de’ vassalli di
d.a abazia scritta a foliate n.29, in Notamento cit.
5. Istrumento scritto in carta comune de 16 dicembre dell’anno 1601
per la donazione di una difesa alla mensa conventuale, In Notamento
cit.
6. Secr. Brev. 334, ff. 122 - 124, Arch. Segr.Vat.
7. Notamento cit.
8. Notamento cit.
9. Processo contro Carlo Scandale ed altri di Policastro per Sanduca
fatto nel 1651; Processo contro alcuni di Policastro, che
pretendevano poter carcerare dentro il territorio di Sanduca, In
Notamento cit.
10. Il 12 agosto 1744, su richiesta dell’abbate Filippo Cuda, il
massaro Pietro Paolo Laratta si reca nella difesa di Pascale per
apprezzare i seminati fatti in alcuni luoghi e precisamente a
Marinella, casella delli Mauri, Pietre del Tilono, Macchia di S.
Nicola, Macchia di Tacina, Serra delli Bruna e Cuntataro. L’apprezzo
fatto dei seminati dei dodici coloni risultò di circa 54 tomoli
Miscellanea. Monastero di S. Maria di Altilia (1579-1782), 529, 659,
B8, Arch. Stat. Cz.
11. Processus contra Philippum et alios Quattromani pro occupatione
Terrarum in Sila, 1708, in Notamento cit.
12. Processo contro alcuni che aveano brugiati pini nella Caprarella
fatta nel 1709, In Notamento cit.
13. Nella prima metà del Settecento Nicolò Corvino di Cotronei non
solo aveva occupato i territori di Macchia di Tacina, seu S,Nicola
Virrano, e di Macchia di Castagna, che facevano parte del
comprensorio detto L’abbadia di S. Duca e Pascale, ma con altre
persone armate cercò di allargare i confini delle terre che aveva
occupato, Miscellanea cit.
14. Processus contra D. Franciscum Mazzei per la Badia di Sanduca
fatto nel 1727, in Notamento cit.
15. L’arcidiacono Mascaro ottiene dai monaci la difesa di Trepidò
Sottano di tomolate 600, di cui 500 fertili, impegnandosi a pagare
un censo perpetuo di ducati sei all’anno, Istrumento della
convenzione tra il monistero e l’arcidiacono Mascari, fatto a 29
aprile dell’anno 1734 per ducati sei l’anno, in Notamento cit.
16. Fede di danno delli pini in Trepidò Soprano, 1751, In Notamento
cit.
17. L’erario del Principe della Rocca faceva presente che alcuni
cesinari di S. Giovanni in Fiore, fidatori della bagliva del
Principe, erano impediti di “far cesine nelle Manche di Infagello”,
in quanto il procuratore della badia di Altilia, che ne rivendicava
il possesso, aveva fatto istanza nella Corte di S. Giovanni in
Fiore. L’erario faceva presente che, pur essendo i cesinari di S.
Giovanni in Fiore, le terre contese si trovavano in territorio di
Cotronei e pertanto spettava alla Corte di Cotronei esaminare la
causa, Miscellanea cit.
18. Gli enfiteuti erano: Pietro Paolo d’Elia di Scigliano (difesa
del Tassito di 550 tomolate), Gaetano Parise di S. Stefano ( difesa
Caprara, tom. 900), Antonio Ciambrone di Motta di Scigliano (difesa
Trepidò Sottano, tom. 850), Anna Mascaro e Domenico Greco di
Cerenzia (difesa Trepidò, tom.600), Catasto Onciario di Cotronei,
1753.
19. La difesa con l’ospizio e l’orto fu affittata a Saverio Aloisio
di S. Giovanni in Fiore per tutto agosto 1792 per l’estaglio di
ducati 159 e grana 50 ed un giornale di latticinio in ogni mese di
luglio, consistente in otto forme di cascio pecorino, che suole
vendersi a grana 20 la pezza. In seguito dal 1793 al 1798 fu
affittata assieme alle terre della difesa Mauri e Casella a Saverio
d’Urso e Paolo Oliverio per l’annuo estaglio di ducati 240, Altilia.
Monastero de’ PP cisterciensi, Lista di carico, Cassa Sacra ff. 2-3,
15, 25.

