[Capo Colonna: la chiesa di Santa Maria ed i “casini di villeggiatura”]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 49/1999-1/2000)
Le prime notizie sulla chiesa risalgono ai primi
anni del Cinquecento quando il promontorio fu soggetto alle
scorrerie turchesche1. Un manoscritto, che descrive i miracoli della
Vergine del Capo, compilato nel 1598 dal canonico Giovanni Cola
Basoino, fu “copiato” dall’originale nel 1741 dal primicerio
Raimondo Torromino, che diverrà poi arcidiacono. La “copia” fu in
seguito messa a stampa nel 1824 dal Decano Giuseppe Maria Sculco. Il
“Libro dei Miracoli” tramanda che nel 1519 esisteva a Capo delle
Colonne2 una chiesa, dove si venerava una sacra immagine della
Vergine detta del Capo. Nel giugno di quell’anno due galee di Turchi
approdarono al Marinello e saccheggiarono la vicina chiesa, tentando
invano di bruciare l’immagine che, buttata in mare dai pirati, fu
ritrovata sulla spiaggia “sotto l’Irto del Capo verso li Canalicchi”
da un vecchio coltivatore del luogo di nome Agatio Lo Morello.
L’immagine fu dapprima portata nel convento dei minimi di San
Francesco di Paola e poi in un altare della cattedrale, costruito
appositamente con le elemosine dei fedeli. L’originale manoscritto
del Basoino, copiato dal Torromino “molto patito .. così nel
carattere, come nelle pagine lacerate in molti luoghi”3, è andato
perduto4. Anche da una superficiale analisi il testo che ci rimane,
che si rifà alla copia settecentesca, mostra delle alterazioni
dell’originale, specie nella parte iniziale5. E’ sospetto anche il
fatto che la chiesa e la località del ritrovamento risultano nelle
proprietà dell’arcidiaconato.
Dal Cinquecento al Settecento
Durante il Cinquecento ed il Seicento la chiesa sul promontorio
fu meta di pellegrinaggi, soprattutto per chiedere la protezione
dalle calamità, in specie la grazia della pioggia. Infatti di solito
l’immagine, che si trovava nella sua cappella in cattedrale, era
portata in processione per l’abitato; ma in caso di eventi
particolarmente gravi veniva condotta alla sua antica dimora. In
tale occasione i governanti della città dovevano personalmente
recarsi dal vescovo a chiedere il permesso. L’ordinario,
riconosciuta la fondatezza della necessità, lo concedeva gratis, una
volta che ogni cosa era stata predisposta, affinché la processione
si presentasse con quella pompa e quel decoro che erano dovuti e si
fosse provveduto alla cera ed ad ogni altra cosa necessaria6. A
volte durante il percorso nascevano liti per la precedenza tra il
clero e le confraternite che dai diversi luoghi vicini si
associavano7.
Proprietario della chiesa e del luogo dove essa sorgeva era
l’arcidiacono, la prima dignità del Capitolo cattedrale di Crotone,
la carica religiosa più importante e prestigiosa dopo quella di
vescovo, di cui sovente era vicario. La dignità fu detenuta per
quasi tutta la prima metà del Cinquecento dai Lucifero8. In tale
periodo i celebri resti sul promontorio furono utilizzati come cava
per ricavare il materiale per la ricostruzione della cattedrale e
per le nuove fortificazioni della città9. In seguito l’arcidiaconato
passò in commenda e sul finire del Cinquecento e durante il Seicento
cominciò a deprezzarsi a causa delle pensioni che cominciarono a
gravarlo10. Se nei primi anni del Seicento la dignità era valutata
del valore di 160 ducati11, sul finire del secolo ne valeva quasi la
metà.
All’inizio del Settecento infatti la rendita con le distribuzioni
dell’arcidiaconato era valutata 90 ducati, essendo gravata da una
pensione di 60 ducati. Esso possedeva da tempo antico nel territorio
di Nao la gabella “Il Capo delle Colonne” su la punta di detto
Capo”, confinante con le gabelle Zappaturo e Furmisella, e la
gabella l’Irticello, confinante con l’Irto Grande. Questi terreni
erano affittati unitamente per tre anni a semina e per tre anni a
pascolo e davano rispettivamente nel primo caso 180 tomoli di grano
all’anno, nell’altro caso circa 90 ducati12. Era arcidiacono, fin
dal 1694, Diego Domenico Leone13. Tra i diritti e le prerogative,
che esso godeva dai tempi antichi, vi era anche la carica di rettore
e cappellano della chiesetta di “Santa Maria de Capite Columnarum in
dicto capite sita”14. La piccola chiesa era curata quotidianamente
da un eremita che abitava sul Capo15 ed era meta di devozione, come
dimostra la grande croce in legno, ancora oggi esistente, lasciata
nella primavera del 1701 dal cappuccino Antonio d’Olivadi, che la
trascinò da Crotone, andandovi in processione.
Il Leone nel gennaio 1704 lascerà l’arcidiaconato per il Cantorato
che, pur essendo la terza dignità della chiesa crotonese, assicurava
una rendita maggiore e nuovo arcidiacono divenne Geronimo Facente16.
Quindici anni dopo, al tempo del vescovo Anselmo de la Pena, era
arcidiacono Pietro Paolo Venturi. Le cose non erano cambiate di
molto. La proprietà era immutata ma le due gabelle dette “Il Capo di
Nao” e “Erticello”se affittate a pascolo davano all’incirca la
stessa rendita, a semina invece, a causa delle sterili annate e del
luogo particolarmente soggetto all’aridità , la loro resa si era
ridotta di un terzo17. Morto il Venturi, alla fine del giugno 1741
subentrò nella dignità l’aristocratico Domenico Geronimo Suriano,
già tesoriere della cattedrale18.
Dal Catasto onciario di Cotrone del 1743 risulta che
l’Arcidiaconato, detenuto dal Suriano, conservava i due territori a
Nao, uno contiguo all’altro, detti “il Capo” e “L’Irticello”
dell’estensione di 240 tomolate d’annua rendita effettiva di ducati
9019, segno della prevalenza del pascolo sulla semina, ma anche di
una dichiarazione mendace che sottostimava di quasi la metà la
rendita, facendo risultare solo il pascolo. Pochi anni dopo la
località cominciò ad animarsi per l’arrivo dei forzati, addetti a
reperire il materiale per la costruzione del nuovo porto di
Crotone20. Con l’inizio dei lavori veniva riparata la vicina regia
torre di guardia del Marrello, detta anche del “Travaglio” ed
edificata all’inizio del Seicento, e si costruiva un piccolo
villaggio con abitazioni e chiesa dedicata a San Carlo Borromeo.
La costruzione dei casini
Nel settembre 1755 divenne arcidiacono, per morte di Domenico
Geronimo Suriano, Raimondo Torromino, già decano della chiesa
crotonese21. Egli fu così il nuovo cappellano della chiesa e da
alcuni documenti, che lo riguardano, si viene a conoscenza che a
fianco della chiesa era stata costruita dai precedenti arcidiaconi
una torre, per rifugio in caso di improvvise imboscate da parte di
corsari o banditi.
Con l’arrivo del quasi ottantenne Torromino le cose mutarono. Egli
infatti fece fare numerosi lavori. Restaurò la chiesa e la torre,
che già esistevano, e fece costruire un casino composto da tre nuove
camere e tre bassi attaccati alla torre. Frattanto le entrate della
dignità, già gravate da pensioni, cominciarono ad assottigliarsi per
il perdurare di una lunga crisi agricola, che sfocerà in una
devastante carestia. Fu in questi anni che il Torromino, essendo
vescovo il napoletano Mariano Amato (1757-1765), concesse dei pezzi
di terreno sul capo a degli aristocratici della città, che si erano
arricchiti con la speculazione ed il mercato nero, affinché essi
potessero costruire dei casini per godere “l’amenità dell’aere”22. I
terreni “sterili e infruttuosi” furono concessi in perpetuo, previa
autorizzazione vescovile, con la condizione del miglioramento, cioè
“per edificarvi e farvi edificare un casino e piantarci alberi”.
Essi erano tutti lunghi palmi 132 e larghi palmi 80, per
un’estensione di mezza tomolata di terra, ed il pagamento era
stabilito per ognuno in un annuo censo enfiteutico perpetuo di
carlini 10. La prima concessione fu fatta nell’ottobre 1763 a Pietro
Asturelli (5.10.1763)23 seguirono l’anno dopo quelle fatte a
Francesco Antonio Sculco24 ed al marchese Giuseppe Maria Lucifero
(9.1.1964)25 ad Annibale Montalcini (27.1.1764)26, a Raffaele
Suriano ed infine a Nicola Marzano (12.4.1764)27.
Tra le condizioni poste agli enfiteutici vi era “che nell’affacciata
di detto casino a mare non possa il medesimo ne possano li suoi
eredi e successori farvi altre fabriche per non impedire il
passaggio e così ancora non si possa permettere ad altri fabricarvi
per non impedirsi né l’affacciata del mare né il passaggio. E dalla
via di terra che il passaggio si debba fare per la stessa via che
conduce alla cappella e da là condursi poi a detto casino”. Mentre
invece l’arcidiacono o i suoi successori non doveva “permettere
altro casino all’affacciata di terra” dei casini già costruiti, se
non in certa distanza, in modo “che non venghi ad impedire la vista
dei monti o altro”28. Le condizioni non verranno in seguito che in
parte rispettate, mentre l’estensione dei terreni concessi in alcuni
casi saranno raddoppiate, rimanendo il censo inalterato29. Alla sua
morte l’ultranovantenne Torromino lasciava di fatto parte della
gabella di Capo delle Colonne in mano a nuovi proprietari, mentre a
fianco della chiesa della B.V. del Capo, principale patrona della
città, e alla recente torre di difesa, si era aggiunto il nuovo
casino “per il servizio dell’istessa”30 ed alcuni casini degli
enfiteuti31. Le spese sostenute dall’arcidiacono per il
miglioramento e la costruzione delle fabbriche furono subito
rivendicate dagli eredi.
Il 21 novembre 1770 su incarico dei coeredi, cioè il canonico
Raffaele Asturelli ed i suoi fratelli, i sacerdoti Francesco e
Giuseppe, venivano incaricati i mastri fabricatori e muratori
Pascale Juzzolino e Giuseppe Gerace ed il mastro falegname Antonio
Sacco a valutare ed apprezzare i lavori fatti fare dal defunto
arcidiacono nella chiesa, nella torre e nella costruzione delle tre
nuove camere e tre bassi, attaccati alla torre, nella gabella detta
il Capo di Nao. Portatisi sul luogo, i mastri stimarono che il
valore degli interventi fatti fare dall’arcidiacono, in tempo che
era vita, ascendevano a ben 480 ducati32. Nel febbraio 1774
subentrava il primicerio Diego Zurlo, prete nobile di 63 anni, che
svolgeva anche la carica di vicario generale e capitolare, essendo
sede vacante per morte del vescovo Bartolomeo Amoroso33. Tre anni
dopo la chiesa rurale sotto il titolo della Madonna del Capo,
risulta curata dall’arcidiacono Diego Zurlo, che vi teneva un
eremita laico, mentre la vicina chiesa, fondata per ordine del re e
dedicata a S. Carlo Borromeo, era sotto la cura spirituale del
cappellano regio Francesco Antonio Riccio. Quest’ultimo era stato
scelto dal cappellano maggiore del Regno e si interessava ai
forzati, ai cinquanta soldati, che li custodivano, e “di tutti
l’altri individui asalariati a quel Regio Travaglio delle
Pietrere”34. Morto lo Zurlo, fu nominato arcidiacono nell’agosto
1778 il sessantenne Michele Messina, professore di teologia morale,
convisitatore ed esaminatore sinodale ecc. già arciprete e
penitenziere35.
Il nuovo arcidiacono nell’estate dell’anno dopo riprese i lavori di
restauro delle fabbriche della chiesa, della torre e del casino,
situate sul promontorio, spendendovi oltre duecento ducati. In
quell’occasione nella torre furono intonacate le tre stanze,
risanata la scala del basso e fu rifatto il ponte, al casino furono
riparati i pavimenti di due stanze, le finestre, le porte, i cinque
archi della scala, accomodati i tetti , fatto il forno ed il
focolaio per cappa alla cucina. La chiesa fu intonacata e fu
accomodato il tetto36.
Le proprietà dell’arcidiaconato non furono intaccate dalla Cassa
Sacra e la loro rendita risulta inalterata nel catasto del 179337.
Durante il vescovato di Ludovico Ludovici (1792-1797) la chiesa
passò sotto il governo e la giurisdizione del nuovo arcidiacono, che
dall’aprile 1795 fu Michele Labonia, il quale come i precedenti la
affidò alla cura quotidiana di un eremita38.
Liti e cessioni
Durante il Decennio francese, al tempo della ripartizione dei
demani nel 1811, si provvedeva al distacco della quarta parte di
ogni fondo ecclesiastico. L’arcidiaconato conservava le antiche tre
gabelle: le due gabelle a Capo Colonna e la gabella Farcusa, per un
totale di 370 tomola di terra. I due territori in Capo Colonna
tuttavia non furono intaccati dalla ripartizione, che interessò solo
parzialmente la gabella Farcusa39.
Agli arcidiaconi Vincenzo Siniscalchi e Tommaso Bruno seguì Pietro
Bottazzi, il quale si impossessò della vicina torre di proprietà del
pubblico demanio, asserendo che era la torre del casino appartenente
all’arcidiaconato. Il tentativo risultò vano, infatti nel novembre
1838 su istanza della Generale Amministrazione della Real Cassa di
Ammortizzazione e Demanio Pubblico presso il tribunale di Catanzaro
si intimò all’arcidiacono di lasciare libera “una torre di antica
proprietà del demanio, quale senza dritto e utile alcuno si possiede
dall’arcidiacono della Cattedrale di Cotrone che l’ha addetto ad usi
proprii, si ne ha percepito li frutti e rendite fin’oggi orcome non
è giusto che il predetto arcidiaconato stia ulteriormente nel
possesso di ciò che suo non è..”40. Tale disputa nel 1841 proseguiva
ancora, infatti rifacendosi ad alcuni atti del 1764 il vicario di
Crotone chiedeva all’arcivescovo di Catanzaro di interessarsi per la
restituzione della torre, che secondo lui apparteneva
all’arcidiaconato ed era perciò occupata illegalmente
dall’amministrazione dei dazi indiretti. Il vicario affermava in
maniera erronea, scambiando cioè i proprietari delle torri, che a
Capo delle Colonne esistevano “due torri, una apparteneva al governo
ed è cadente e l’altra è vicino alla cappella ed è quella che è in
questione ed è occupata da circa 21 anni dalla direzione di dazii
indiretti. Il casino poi che si nomina nell’istrumento vicino alla
torre è caduto e si osservano ancora i ruderi vicino alla torre
attuale che è piccola ed edificata per garantire i custodi della
chiesa e gli arcidiaconi dai corsari. Vi prevengo pure che detta
torre fu come dicono riattata dalla direzione e forse esisteranno le
fatture ma non per questo è della direzione. La torre è occupata mi
si dice fin dal 1818 in qua”41. Sempre in questi anni, con atto del
4 giugno 1840, il marchese Francesco Lucifero, figlio di Giuseppe
Maria, trasferiva in favore di Nicola Berlingieri, vescovo di
Nicastro, “un tomolo di terreno nel promontorio Lacinio nelle
vicinanze della Colonna del tempio antico e dei ruderi esistenti ed
adiacenti”. Tale cessione doveva però intendersi “esclusivamente
relativa al nudo e semplice dominio utile mentre il dominio diretto
rimane integro a favore dell’arcidiacono di questa chiesa
cattedrale”42.
Trasformazioni ottocentesche
Dopo una interruzione ventennale, il vescovo Leonardo Todisco
Grande ripristinò nel 1844 la processione settennale.
In precedenza, alla fine di giugno del 1839, la chiesa era stata
visitata dal canonico Fabrizio Zurlo. Dall’inventario compilato
nell’occasione si evince che la chiesa era in buon stato ed oltre
all’altare maggiore vi erano gli altari dedicati a San Giuseppe e a
Sant’Anna. Tra gli oggetti vi erano un calice d’argento, quattro
banchi, la croce portata dall’Olivadi e sufficienti indumenti,
arredi e suppellettili sacri. Una piccola campana batteva sopra la
chiesa ai fianchi della quale erano situate due stanze con una
stalla per la comodità dell’eremita43.
Allora sul “Capo”, secondo la descrizione lasciataci dal Ramage,
“non vi era altro che la solitaria colonna… una o due case mal
costruite, abitazioni estive di qualche ricco crotonese, ed una
torre diroccata. Vi era pure una piccola cappella consacrata al
culto della Madonna del Capo”, custodita da un vecchio guardiano44.
Dopo l’Unità d’Italia, i fondi Nao e Irticello passarono dal
Capitolo all’Asse ecclesiastico e quindi in Demanio. Messi all’asta
furono aggiudicati nell’aprile 1868 a vil prezzo al barone Luigi
Berlingieri, il quale nell’occasione affrancò il canone che era
dovuto al Capitolo, che gravava il suolo del casino, che aveva
costruito alcuni anni prima a Capocolonna45. La chiesa allora era
congiunta alla città da una strada comunale che da Crotone arrivava
al cimitero da cui partiva una “strada viciniale” soggetta a servitù
pubblica, che si inoltrava lungo la marina per la Conicella di San
Leonardo, Marina di Sanda, Sandella, Donato, Erticello, Erto Grande,
Tenimento, giungendo al Capo alla cappella della Vergine (1868).
Aumentava anche la sensibilità verso i celebri resti: è del 1869 una
proposta del consigliere Vatrella avente per oggetto la manutenzione
della colonna a Capo Nao ed una lite accesasi tra il Berlingieri,
che reclamava il diritto di proprietà, ed il Ministero
dell’Istruzione che affermava il diritto dello stato sui resti del
tempio. La lite si concluse nel 1891 col riconoscimento che gli
avanzi del tempio erano Demanio Pubblico. Sul finire del secolo il
piccolo e “basso tempietto”46 fu dapprima arricchito da un altare in
marmo, fatto erigere da Gabriellina Berlingieri vedova Albani
(1882)47, ed in seguito a sue spese il nobile Anselmo Berlingieri
fece restaurare ed ampliare l’edificio (1897). Iniziava la
costruzione della strada comunale Crotone- Capo Colonna. Approvata
dal consiglio Comunale il 20 marzo 1890, il primo tronco da
Poggioreale a vignale Donno Cesare, prendeva il via nello stesso
anno. Di notte il nuovo faro, entrato in funzione nel 1872,
rischiarava il Capo con i suoi edifici, tra i quali le sei case che
vi si trovavano e che appartenevano al barone Berlingieri, al cav.
Filippo Eugenio Albani e a Cesare Albani, a Pasquale Messina, ai
fratelli Scicchitani, ai fratelli Morace ed a Riccardo e Nicola
Sculco.
Note
1. Nei primi giorni di luglio del 1517 “soldati et altri dela
cita andarono in lo capo deli colonni in far la imboscata per una
fusta grossa turchisca comparsa in lo mar in dicto capo”, Introyto
erario de Cotroni, Fs. 532/ 10, f.28, Arch. Stat. Nap.
2. “Capo delle Colonne, per la quantità delle colonne che vi sono
state e se ne conservavano due e nell’anno 1630 ne cadè una,
restando sola una in piedi”, Nola Molise G.B., cit., p.65 in n.
3. Juzzolini P., Santuario di Maria SS. del Capo delle Colonne in
Cotrone, Cotrone 1882, p. 6.
4. Il vescovo di Crotone Niceforo Melisseno Comneno in una sua
relazione dopo aver descritto il particolare culto di cui era
oggetto da parte della popolazione la cappella in cattedrale, dove
era situata la sacra immagine della Vergine del Capo, così si
esprime: “Miraculorum enim gloria corruscat, ut ex tabellis inibi
positis et ex libello sive miraculorum compendio inito per R.dum
Jo.em Nicolaum Basoinum olim canonicum Crotonen., nunc vero Parochum
SS.mi Salvatoris, ad pennam descripto sed non dum typis impresso est
videre”, Rel. Lim. Crotonen., 1631.
5. Il libro edito nel 1824 a cura del decano Giuseppe Maria Sculco,
fu poi ristampato nel 1882 dal canonico Pasquale Juzzolini e nel
1918 da Mons. Beniamino de Mayda.
6. Se il vescovo era assente bastava che si inviasse un memoriale
per il Segretario della città o per un suo rappresentante al
Vicario. Durante la processione al Capo, i parroci dovevano vigilare
affinchè i partecipanti procedessero con modestia e devozione e si
astenessero una volta giunti al promontorio da ogni
“commessationibus” o cose simili, Synodales Constitutiones et
Decreta ab Illustris. Et Reverendis. Domino D. F. Cajetano Costa de
Portu, Roma 1732, pp. 18-19.
7. Nell’aprile 1607 il capitolo ed il clero della cattedrale di
Crotone per chiedere la pioggia portano in processione alla chiesa
del promontorio l’immagine della Vergine del Capo. Durante il
percorso si associa dapprima il capitolo, il clero e le
confraternite di Cutro e poi sopravvennero il clero, il capitolo e
le confraternite della cattedrale di Isola, i quali reclamarono una
posizione più dignitosa di quelli di Cutro. Quest’ultimi, essendo
venuti per primi, rifiutarono di cederla e perciò sorse una non
piccola contesa. Per ovviare in futuro ad altre simili dispute il
vicario di Santa Severina si rivolse alla Sacra Congregazione dei
Riti, la quale rispose che la precedenza spetta sempre ai più degni
e poiché era fuori di ogni dubbio che il clero della cattedrale era
più insigne del clero della collegiata e della parrocchiale, era
evidente che spettava a quelli di Isola, Russo F., Regesto V, 26460.
8. All’arcidiacono Io. Matteo Lucifero (1508-1526) seguì Iacobo
Antonio Lucifero (1526-1531) che la lasciò ca Camillo Lucifero, che
la tenne tranne un breve periodo in cui ne fu privato perché
accusato di omicidio, dal 1531 al 1548, Russo F., Regesto, 16183
sgg.
9. “Tale fu quello a Giunone Lacinia dedicato…. Ne appaiono tuttavia
sopra Cotrone i vestigi in alcune rovine. E veggonsi ancora in piedi
alcune colonne di segnalata grandezza, superbissimi avanzi di
superstiziosa follia. E perché esse giacciono vicino al Promontorio
Lacinio, questo dal volgo marinesco vien detto Capo delle Colonne”.,
Mercati S. G. Calabria e Calabresi in un manoscritto del XVII
secolo, in Collectanea Byzantina, Bari 1979, V. II, p. 707.
10. Durante il Seicento furono arcidiaconi della cattedrale di
Crotone: Io Iacobo Vezza, Io Martino Vezza (1639-1654), Octavio
Vezza (1655-1656), Mutio Suriano (1656 –1674) , Girolamo Suriano
(1674- 1694), Russo F., Regesto, 26371 sgg.
11. Russo F. Regesto, VI, 29541.
12. L’arcidiaconato oltre alle due gabelle nel territorio di Nao
possedeva la gabella Falcusa ed esigeva alcuni canoni su case,
giardini, vignali ecc. Dai terreni ricavava annualmente se affittate
a semina 240 tomoli di grano se a pascolo circa 140 ducati, mentre
dai canoni incassava circa 13 ducati, Acta cit. 132v.
13. Cappellano della cappella in cattedrale sotto il titolo di S.
Maria di Capo delle Colonne era propriamente il vescovo, in
quell’anno Marco Rama, il quale sostituisce e nomina senza il
consenso del Capitolo il cappellano pro tempore, che era il
primicerio Geronimo Facente, Acta cit. f.91.
14. Tra i vari privilegi e diritti vi era quello di avere nel coro
lo stallo più onorifico, dove presiedeva e dava inizio all’ufficio.
Convocava il capitolo al suono della campana media, aveva la prima
voce nelle azioni capitolari, difendeva i diritti e le prerogative
del capitolo ecc. Acta cit., 20v.
15. Il 9 ottobre 1729 muore Dominicus N. eremita de Nao, Libro dei
morti Arch. Vesc. Crot.
16. Russo F., Regesto, IX, 50161,50162.
17. Anselmus cit. ff, 2, 19.
18. Russo F., Regesto, XI, 59989.
19. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f.206.
20. Il 15 novembre 1753 arrivano da Capo Colonna dei forzati che
sono rinchiusi nella torre Marchesana, Torri e Castelli, Vol. 47, f.
352, ASN.
21. Russo F., Regesto, XII, 63688.
22. Il promontorio Lacinio oggi delle Colonne ha dalla parte di
occidente un ancoraggio, dall’altra parte un porto… sarebbe
adattissimo per la popolazione, essendo abbondante di acqua sorgiva
e di ottima aria, Galanti G. M., cit. pp. 126 sgg.
23. Il 5 ottobre 1763 viene concesso a Pietro Asturelli “meza
tomolata di terra” per edificare un casino principiando di larghezza
proprio “nella parte laterale della torre colà sistente e casino
nuovamente ivi fattevi edificare da detto arcidiacono, la via della
colonna e principia la detta lunghezza “dalla cantoniera delle nuove
camere di detto casino edificate colà da detto Sign. Archidiacono
Torromino e va verso la colonna suddetta e larghezza si stende verso
questa suddetta la città..”, ANC. 915, 1763, 73-80.
24. ANC. 916, 1764, 7-13.
25. ANC. 916, 1764, 17 –22.
26. ANC. 916, 1764, 37v-44.
27. L’arcidiacono concede a Nicola Marzano mezzo tomolo di terra
“nel luogo detto la Colonna dalla parte di tramontana e propriamente
al suolo assegnatesi al Sig. Rafaele Suriano”, ANC. 862, 1764,
144-151.
28. ANC. 916, 1764, 41v.
29. Per atto del notaio Vitaliano Pittò del 20 giugno 1771 viene
ristipulato il contratto con il marchese Giuseppe Maria Lucifero.
L’estensione del terreno risulterà di un tomolo o moggio mentre
l’annuo canone rimane di carlini 10, AVC. 115.
30. Il 12 aprile 1764 l’arcidiacono concede a Nicola Marzano mezzo
tomolo di terreno in enfiteusi per costruire un casino a Capo delle
Colonne “nel luogo detto la Colonna dalla parte di tramontana e
propriamente vicino al suolo assegnato al signor Rafaele Suriano”,
ANC. 862,1764,144-151.
31. Nell’architrave del casino Sculco vi è murata un’iscrizione:
D.O.M. Qui fu il celebre tempio di Giunone e la celebre scuola
pitagorica,Fra Carlo Sculco Cav. Gerosolomitano allettato dalla
salubrità dell’aria edificò questo casino per sé e i suoi amici .
Anno 1767.
32. La stima fatta dai mastri fu per tutta la fabrica della chiesa,
torre, tre camere e tre bassi (cantoni, tegole o ciaramidi e
mattoni) ducati 362 3 grana 60; per il legname (travi, tavolati,
porte e finestre della stessa chiesa , torre, camere e bassi) ducati
117 e grana 40, ANC. 917, 1770, 66v-67r.
33. Russo F., Regesto, XII, 66679.
34. “Si esercita la cura delle anime da un cappellano regio nella
chiesa sotto il titolo di S. Carlo Borromeo esistente nel
promontorio detto il Capo delle Colonne per gli forzati ed altri
individui addetti al regio travaglio della costruzione del porto”,
Nota delle chiese cit. Cotrone 18 febbraio 1777.
35. Russo F., Regesto, XII, 67235.
36. Dal conto per le fabbriche della chiesa della torre e casino
appartenente all’arcidiaconato risulta che furono utilizzati i
seguenti materiali: Tavole di bosso grosse; Pedarelli per d.e
finestre n.° 34 ; Travi n.° 5 per li due bassi del casino; Tavole
d’abbeto per porte interne e anditi n.° 4; Tijlli per accomodare li
tetti n.° 100; Chiodi ordinari per porte e finestre n.° 1000; degli
ottantini per li pavimenti da 5; calce, arena,, acqua, mattoni,
pietra, tegole. Il tutto per una spesa di ducati 209 dei quali 92
ducati e trenta grana per i lavori di falegnameria ed il rimanente
per i lavori in muratura, Cotrone 8 agosto 1779, Cart. 160, AVC.
37. Catasto Onciario Cotrone 1793, f.139.
38. Sullo stesso promontorio vi era ancora la chiesa di San Carlo
Borromeo dove erano conservati il sacramento dell’eucarestia e
l’olio santo per gli infermi. Un prete scelto dal vescovo della
Regia Aula, previo l’esame del vescovo, si interessa alla cura
spirituale dei forzati, dei soldati e di coloro che colà lavorano
per scavare il materiale per la costruzione del porto, Rel. Lim.
Crotonen. 1795.
39. Un processo verbale ratificato dal corpo municipale di Cotrone
il 10 novembre 1811 stabiliva il quarto sui terreni
dell’arcidiaconato. Dalla gabella Farcusa di tt.a 130 venivano tolte
tt.a 70 che erano assegnate a 12 quotisti, Certificazione del
cancelliere archiviario del Comune di Cotrone del 22 ottobre 1838,
AVC.
40. Atto di citazione del tribunale civile di Catanzaro consegnato
al Sig. Pietro Bottazzi, Cotrone 26 9bre 1838. AVC.
41. Lettera del vicario di Cotrone a sua eccellenza Sig. Francesco
Frangipane, arcivescovo in Catanzaro, Cotrone … 1841.
42. Il marchese Francesco Lucifero, poiché suo padre voleva
edificare per la sua famiglia un casino nel promontorio lacinio
ottenne dall’arcidiacono del tempo la concessione enfiteutica del
suolo nelle vicinanze della colonna del tempio antico e de ruderi
esistenti della estensione di un tomolo o moggio dipendente dalla
Prebenda arcidiaconale per l’annuo canone di carlini 10. Il canone
fu pagato fino al 1824, ma poiché non vi si costruì lo cede al
Berlingieri il quale si impegna a pagare un canone di carlini 20,
che depurati della fondiaria rimangono 16, a partire “dopo l’anno
dal dì che i lavori saranno cominciati”, Cotrone 4 giugno 1840, AVC.
115.
43. Visita eseguita da Fabrizio Can.co Zurlo il 25 giugno 1839,
AVC.115
44. Ramage Craufurd T., Viaggio cit., p.267.
45. All’atto della aggiudicazione avevano una rendita lorda di L.
1190, fondiaria 364,15, rendita netta 835,85. Il barone se li
aggiudicò per L. 36.000, Quadro dei fondi comprati dal Barone Luigi
Berlingieri dal Demanio, Cotrone 22 marzo 1885, AVC.
46. Juzzolini P., cit., pp. VI-VII.
47. Iscrizione in un altare murato a sinistra entrando: “A
DIVOZIONE/ DI GABRIELLINA BERLINGIERI VEDOVA ALBANI/ 1882”. Un’altra
iscrizione ricorda Bonaventura Sculco “ D.O.M./ CARITATE PAUPERIBUS
IUSTITIA AEQUALIBUS COGNITUS/ BONAVENTURA SCULCO/ EQUES
HIEROSOLIMITANUS ET DUCIBUS S. SEVERINAE/ PATRICIUS CROTONENSIS/
INTER SUORUM PATRIAE Q. LACRIMAS/ HIC MARIAE AUSPICIIS OBIIT/ ET HAC
AEDE IN PACE QUIESCIT/ DIE IV KAL. OCT. MDCCCXXXIV”.
A di 26. Giugno 1839.
Visita eseguita alla Chiesa della B. V. di Capocolonna da me
Convisitatore Fabrizio Can.co Zurlo.
Altare Maggiore in ottimo stato, con un nuovo parato di fiori
in n.° 18 di stagno. Croce di Ottone indorato, Candelieri di
cartapesta indorati, e Carte di Gloria nuovi con guarnizione di
stagno. Due coscini di madramma, e tre tovaglie, una sotto un po’
vecchia, e l’altre due in buono stato tutte di lino. Il Quadro della
B. V. con lastra in quattro pezzi, e cornicia di ceraso.
Un’avanticona di drappo color lattino rosato e fraschiato d’oro e
d’argento.
Altare di S. Giuseppe con avanticona del medesimo drappo di
quello della B. V. Dodici fiori di carta con corrispondenti
candelieri e croce, le carte di gloria un po’ vecchie. Due tovaglie
una di lino e l’altra di cottone fatta da moltissime anni addietro.
Altare di Santa Anna. La statua in buono stato. Un mediocre
avanticone di seta rossa fraschiato. Fiori di cartapesta indorati e
candelieri e Carte di Gloria corrispondenti in buono stato. Tre
tovaglie, due di lino ed una di cottone, anche fatta da molti anni,
ed una di lino un po’ consumata.
Una tovaglia per sopra i gradini dell’Altare Maggiore di
cottone senza pizzo.
Conservati nel cassone vi sono cinque tovaglie di cottone con
riccio, in buono stato. Due tovaglie di lino nuovi.
Nella Cassa della Sagristia. Una sottana di scottino nuovo.
Un camice con ammitto e cingolo in buono stato. Una pianeta color
rosso fraschiata bianca, con borza, velo, stola, e manipolo
corrispondente in mediocre stato.
Una Pianeta di tutti colori nuova, con manipolo, stola,
borza, e velo corrispondente. Similmente una pianeta nera nuova con
manipolo, stola, borza, e velo corrispondente.
Un Calice d’argento con piede d’ottone e patena d’argento
indorata in buono stato.
Due missali in mediocre stato. Una tovaglia per astergere le
mani. Purificatoji num.° Cinque. Una copertella di Madramma con
riccio per sotto il quadro della B. V. Corporali n.° 3. Palli n.° 4
ed una ceretta.
Quattro Banchi per sedere senza spallieri, altri due con spalliera
nuovi. Due cassoni d’abeto per commodo degli Eremita. Un
confessionile in buono stato.
Una Croce grande di legno con esservi dipinto il Crocefisso
essendovi scritto sotto di essere stata portata dal Venerabile Servo
di Dio Padre Antonio d’Olivadi nell’anno 1701.
Una Campana sopra la Chiesa un po’ picciola, ed un campanello
per la messa.
Tutta la chiesa in ottimo stato.
Due cassette per la cerca, una delle quali è guarnita d’argento.
Tre avanticone di madramma in mediocre stato.
Due stanze a due lati della chiesa, con la stalla per commodo
dell’eremita, e Divoti. La stalla però è distante dal muro della
Chiesa palmi sette, con un muro divisorio lungo la mangiatoia.
Fiori di altari usati n.° 18 ed altri candelieri usati. Un
genuflessorio.
Visto
Leonardo Vescovo di Cotrone

