[La cappella della Vergine del Capo delle Colonne in Cattedrale]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 4-7/2000)
Sul finire del Cinquecento, espandendosi il
culto, il canonico Giovanni Nicola Basoino raccolse nel 1598 in un
manoscritto i primi miracoli attribuiti alla Vergine del Capo delle
Colonne. Sempre in quel tempo si elaborò anche la natura e l’origine
sacra del dipinto.
L’origine dell’immagine
Secondo il cronista, il potere miracoloso della Vergine del Capo
si manifestò palesemente una notte dell’anno 1519 quando, nel pieno
di una furiosa tempesta “d’acqua e vento con tuoni e lampi”, apparve
sopra la chiesa del Capo delle Colonne “un lume ammirabile più
lustrante d’un raggio di sole, ed in mezzo detto lume videro una
Donna con un figliuolo in braccio”. La mattina seguente i contadini
del luogo si recarono a venerare l’immagine, che col tempo assunse
sempre più la fama d’essere sacra e miracolosa. Per il Basoino
queste qualità, oltre che per i numerosi miracoli, erano avvalorate
da inspiegabili e frequenti presenze luminose sull’immagine. Tali
fenomeni si manifestarono più volte. Dapprima quando i Turchi
tentarono invano di bruciarla ed essa, mentre era nel fuoco,
“buttava divini e risplendenti raggi”, poi in altre occasioni
apparvero sul dipinto una stella lucidissima nel petto e sulla
fronte e più stelle nella spalla e nella corona. Fu anche notato da
alcuni risplendere lo scintillio nella fronte di un lume bianco1.
Tale natura sacra dell’immagine sarà definita tra la fine del
Cinquecento e l’inizio del Seicento.
Il vescovo di Crotone Giovanni Lopez (1595-1598) così si esprime in
una sua relazione: in cattedrale c’è una certa immagine della
Vergine Maria detta del Capo, famosa per i molti miracoli2. Passano
alcuni anni ed il successore, il vescovo Tommaso de Montibus3,
all’inizio del Seicento afferma che per tradizione l’immagine fu
dipinta dal Beato Luca Evangelista. Il vescovo seguente Carlo
Catalano (1610-1622) aggiunge che l’immagine dipinta da San Luca
Evangelista fu poi portata da San Dionisio4 Areopagita che la lasciò
ai Crotonesi, quando di passaggio nel suo viaggio da Atene a Roma
venne a convertire la città alla fede cristiana.
La cappella in cattedrale
Secondo la copia settecentesca ricavata dal primicerio Raimondo
Torromino dal manoscritto del Basoino, l’introduzione dell’immagine
della Vergine del Capo in cattedrale sarebbe avvenuta durante il
vescovato dell’aristocratico crotonese Antonio Lucifero (1508
–1521). Così è narrato l’evento: nel 1519, tardando le piogge
autunnali, si diffuse tra la popolazione la convinzione che non ci
sarebbe stata pioggia, se prima non si fosse trasferita l’immagine
dal convento paolano, dove era stata dapprima collocata, alla
cattedrale. Molti cittadini perciò si recarono a supplicare il
vescovo, che acconsentì. Sempre lo stesso prelato, la mattina
seguente, ordinò di condurre l’immagine in processione alla sua
primitiva dimora a Capo delle Colonne, ottenendo la grazia della
pioggia5.
Per tutta la prima metà del Cinquecento non abbiamo altre fonti, che
attestano la presenza del dipinto in cattedrale, se non la già
citata copia. E’ certo, tuttavia, che la cappella fu fin
dall’origine di natura episcopale e, siamo sicuri, che essa esisteva
al tempo del vescovo Sebastiano Minturno (1565-1570). Fu lo stesso
vescovo ad ordinare al capitolo della cattedrale, che ogni sabato vi
si celebrasse il breve ufficio, composto da Sant’Agostino con le
sacre litanie di Loreto6. Risale sempre a questi anni la costruzione
della cappella. Di ciò n’è fede un memoriale dell’università di
Crotone inviato al re Filippo II. In esso si fa presente che
“L’ecclesia catedrale di essa città era prima molto antica et
minacciava royna ne era capace di populo di detta città per posser
intendere li divini offici. Per lo che per li vescovi passati fu
incominciata una nuova ecclesia conveniente a detta città et fatto
alcuno principio di fabriche però per la negligenza d’altri prelati
successori fu quella non continuata et li anni passati essendo
creato vescovo il R.do Minturno et ritrovando detta fabrica
incominciata et vedendo quanto era necessario continuare detta
fabrica si per il decoro della città come anco per comodità di
populo, proseguendo detta fabrica fe voltare la lamia sopra l’altaro
maggiore con uno arco dello coro et fatta molta fabrica in le ale et
mura di essa ecclesia et anco pigliati travi, tavole et altre
legname per lo coperimento de essa ecclesia”. Dopo la morte del
vescovo, per la mancanza di denaro, i lavori procedettero lentamente
per alcuni anni, poi si fermarono. Così una parte della cattedrale
fu rinnovata, la rimanente rimase vecchia7. Nella parte nuova fu
elevato l’altare della cappella dedicata a Santa Maria, che pochi
anni dopo divenne privilegiato in perpetuo per indulto di papa
Gregorio XIII, con bolla emanata in Roma presso San Pietro nel
giorno nono avanti le calende di Marzo (21 febbraio) dell’anno 1579.
Con essa si concedeva l’indulgenza per l’anima dei defunti, per ogni
messa celebrata in suffragio nell’altare8. Nella cappella avrà sede
il sepolcro dei vescovi di Crotone, dove troveranno dapprima
sepoltura Sebastiano Minturno e Claudio de Curtis (1592 –1595)9.
Al tempo del vescovo Giuseppe Faraone (1581- 1588?), la cappella
della “Madonna del Capo” ha già un suo patrimonio ed
un’amministrazione distinta, che sono curati da un procuratore o
cappellano, scelto dal vescovo10. La gestione dell’immagine è ancora
strettamente sotto tutela episcopale. Sarà, infatti, il Faraone che,
non riuscendosi ad aver la grazia della pioggia nonostante le
processioni, i voti e le preghiere, nel dicembre 1583 decise di
portare l’immagine alla sua antica dimora, ottenendo così la
grazia11.
Dal Seicento in poi, la decisione di portare in processione
l’immagine al Capo sarà sempre di pertinenza vescovile o del suo
vicario, ma essa potrà avvenire solo dopo una formale richiesta del
governo cittadino. Così nel 1615, tardando la pioggia primaverile,
non essendo efficaci le preghiere e le processioni all’interno della
città, i governanti supplicano il vescovo Carlo Catalano di
permettere che l’immagine sacra fosse portata in processione al
Capo. Il vescovo stabilì che ciò dovesse accadere il primo giorno
dopo la sua festa, che era la prima domenica dopo Pasqua cioè “in
Domenica in Albis octava Sanctissimae Resurrectionis”, ed ordinò che
si promulgasse l’editto12. Sempre nel dicembre del 1623, sede
vescovile vacante, tardando la pioggia autunnale, avendo già fatto
invano il clero molte processioni, le 40 ore in cattedrale e più
volte cantate le lodi nella cappella della Vergine, i sindaci
chiesero al vicario generale di portare l’immagine alla sua chiesa
primitiva13. La stessa procedura sarà seguita nell’aprile di due
anni dopo al tempo del vescovo Diego Cavezza de Baca. Visto che con
le molte processioni per la città e la celebrazione delle 40 ore in
cattedrale non si era ottenuta la grazia della pioggia, i sindaci
chiesero al vescovo di portare l’immagine al Capo14. Da tutto ciò si
viene a conoscenza che il portare l’immagine in processione alla
chiesa nel Capo, era un fatto abbastanza eccezionale. Ciò avveniva
come “ultima possibilità” e solo dopo che tutti gli altri tentativi,
quali processioni, gli otto giorni di lodi, le 40 ore ecc. avevano
fallito lo scopo. Spettava comunque al vescovo, o al suo vicario,
stabilire se effettivamente era necessario, e quando, portare
l’immagine al Capo. Egli poteva indicare altre forme di devozione
per ottenere la grazia, come era anche sua facoltà disdire
all’ultimo momento la processione, se lo riteneva opportuno.
La processione nel Seicento
Di solito la processione al Capo avveniva il lunedì dopo il suo
giorno festivo, che rimase per tutto il Seicento la prima domenica
dopo Pasqua. Così avvenne nel 1607, nel 1625 e nel 1630. Il Basoino
registra anche altre processioni al Capo nel dicembre 1583 e nel
1623 ed una a fine Cinquecento, quando a maggio l’immagine fu
portata in processione nella chiesa dello SS.mo Salvatore di Cutro.
A volte l’immagine fu tolta dalla sua cappella e collocata e
venerata nell’altare maggiore della cattedrale, come in occasione
del terremoto del 1605; sovente fu portata in processione per la
città, accompagnata da gente scalza e con torce accese in mano, che
cantava le lodi e le litanie della Vergine. Prima di fare la
processione al Capo la curia vescovile promulgava l’editto e mandava
avvisi alle città ed alle chiese vicine. Di solito intervenivano le
congregazioni di Isola, Cutro e Strongoli con i rispettivi capitoli
e con ampia partecipazione popolare. Questi si associavano durante
il percorso o convenivano al momento della partenza o la sera
precedente. Cantate le lodi per otto giorni in cattedrale, la
mattina seguente pomposamente la processione usciva con l’immagine
dalla cattedrale, accompagnata dal clero e dalle confraternite15.
Lasciata la città s’inoltrava lungo la marina alla volta del
promontorio. Come giungeva alla chiesetta venivano celebrate le 13
messe della grazia e fatte altre devozioni ed orazioni. Al ritorno
l’immagine era portata nella chiesa del monastero di Santa Chiara,
dove rimaneva per tre giorni venerata ed adorata dalle clarisse e da
altri fedeli. Quindi veniva riportata nella sua cappella in
cattedrale “con molta luminaria e festa grande di sparatoria di
cannoni dalla città e dal castello”.
Il culto si espande
Il manoscritto del Basoino sarà ampliato successivamente dallo
stesso autore che aggiungerà altri miracoli fino al 1645. Dalla
lettura si evidenzia che il culto della Vergine, con il passare del
tempo, da individuale si fa collettivo. Festeggiata dapprima dai
pochi confrati dell’Annunziata e della Pietà e da uno sparuto numero
di fedeli, che una volta all’anno si recavano alla sua chiesa a Capo
delle Colonne, divenne, con la sua entrata in cattedrale, oggetto di
quotidiana venerazione di tutta la popolazione. La grazia che si
richiedeva alla Vergine non fu più solo diretta sui singoli ma
sull’intera comunità, anzi quest’ultimo aspetto diventerà col tempo
prevalente. Tra i prodigi richiesti ed attribuiti alla Vergine del
Capo spicca quello della grazia della pioggia. Evento molto
importante in una società la cui classe dominante traeva
sostentamento e ricchezza quasi esclusivamente dalla produzione e
commercio del grano, in un territorio esposto particolarmente
all’aridità, specie nei due periodi più delicati: quello autunnale,
dedicato all’aratura e alla semina, e quello primaverile, della
crescita e maturazione. Oltre che per la grazia della pioggia la
Vergine era invocata anche per la salute fisica, con preghiera
d’aiuto sia per il singolo sia per la comunità, in caso di
pestilenze. Infine era richiesta la protezione da eventi
catastrofici, quali terremoti e tempeste, dai nemici visibili,
specie i banditi ed i Turchi, ed invisibili, cioè i demoni. Tuttavia
con il passare del tempo la supplica della fertilità diverrà
preminente.
All’inizio del Seicento il culto si era già espanso fuori città.
L’effetto taumaturgico dell’immagine dal luogo primitivo, cioè dal
Capo delle Colonne, si era ampliato beneficiando, a dire del
cronista, dapprima coloro che erano più prossimi, cioè il clero ed i
loro familiari, poi si era esteso a quelli che ne erano venuti a
conoscenza e si erano rivolti alla Vergine. Seguendo il cronista si
avverte il passaggio dell’azione benefica dal ceto propriamente
ecclesiastico a quello secolare. Così troviamo dapprima che i
miracoli interessano il figlio di un confrate della Pietà, che poi
diventa sacerdote, un canonico ed il fratello di un sacerdote. In
seguito ne traggono beneficio una partoriente, un contadino,
l’arciprete, lo stesso Basoino, il patrone di una nave , un capitano
spagnolo, il principe di Strongoli ecc. L’azione benefica
travalicava ogni limite sociale, sessuale e spaziale. Si rilevava in
tutti i ceti ed in ogni luogo, sanando qualsiasi parte del corpo e
dell’attività umana. La sua invocata presenza era segnalata sul
promontorio di Capo delle Colonne, nelle foreste sopra
Roccabernarda, nella città di Santa Severina, nelle campagne di
Cutro, nel castello di Strongoli, nel mare in tempesta ecc. Ne
beneficiavano donne e uomini di qualsiasi condizione sociale
(contadini, ecclesiastici, feudatari, soldati, marinai ecc.), non
solo del luogo ma anche forestieri, come i mercanti di grano, i
patroni di nave, i soldati spagnoli residenti o di passaggio per la
città. Abbiamo certezza della vasta estensione del culto, oltre che
dalla testimonianza del Basoino, anche da un decreto della Sacra
congregazione dei Riti del primo settembre 1607. Da tale atto si
viene a conoscenza che nell’aprile 1607 il capitolo ed il clero
della cattedrale di Crotone, per chiedere la pioggia, portarono in
processione alla chiesa del promontorio l’immagine della Vergine del
Capo e che, durante il cammino, si associarono sia il capitolo, il
clero e le confraternite di Cutro, sia il clero, il capitolo e le
confraternite della cattedrale di Isola16. Tale dimensione extra
urbana ed extra diocesana del culto è evidenziata, spesso con
meraviglia, anche dalle relazioni dei vescovi di Crotone.
La Vergine del Capo era diventata famosissima in tutta la provincia
per il numero di miracoli, che le si attribuiva. Essi erano
evidenziati dalle molte tabelle dei voti esauditi, dalle offerte e
dagli oggetti d’argento, che erano esposti ed ornavano e riempivano
la cappella (Rel. Lim. 1610). Essa era meta continua anche da parte
di fedeli provenienti da fuori provincia, specie nel giorno della
sua festa (Rel. Lim. 1603,1606). Aumentavano le donazioni, le
elemosine ed i legati per messe in suffragio17.
La sua cappella con altare privilegiato, la seconda per importanza
dopo di quella dello SS.mo Sacramento, era situata nella parte nuova
della cattedrale nell’ala sinistra dalla parte del corno
dell’Epistola. Essa era di iuspatronato vescovile e vi confluivano
numerosi fedeli non solo dai luoghi vicini ma anche da quelli
lontani per assolvere ai voti e per chiedere la grazia della
pioggia, quando vi era siccità. Nella stessa cappella si conservava
anche il sacramento della SS.ma Eucarestia, poiché non aveva ancora
una sua cappella, che doveva essere costruita nella parte della
chiesa ancora da completare. (Rel. Lim. 1631) (Niceforo Melisseno
Comneno, 1628 –1632). Copie dell’immagine su oggetti preziosi di uso
personale e quadri della Madonna del Capo erano presenti e venerati
nelle abitazioni del Marchesato18 e del Regno; essi erano ritenuti
capaci di miracoli al pari dell’originale ed erano ritenuti dal
possessore una sicura protezione dai molteplici pericoli della vita
quotidiana. Una copia, che era nella casa di Ferrante Milelli in
Strongoli, nel 1638 è portata, con grandissima partecipazione di
popolo ed autorità, dal vescovo del luogo, Giulio Diotallevi nella
chiesa cattedrale degli SS. Pietro e Paolo, dove è conservata e
venerata, perché ritenuta prodigiosa19. Con le pestilenze e le
siccità della seconda metà del Seicento il culto si espanderà, tanto
che nella cattedrale degli SS. Pietro e Paolo di Strongoli il
principe, Domenico Pignatelli, erigerà una cappella dedicata a Santa
Maria del Capo20.
Interventi seicenteschi
La cappella fu restaurata e decorata all’inizio del Seicento,
infatti, nel novembre 1621 l’immagine sta “con nuova pompa in talamo
fregiato d’oro” e pochi anni dopo è “in seggio d’oro assisa”.
Nel 1632(?) su iniziativa degli aristocratici Gio. Battista e
Fabritio Suriano e del tesoriere e vicario generale Gio. Francesco
Bombino il dipinto su tela fu ritoccato e “ravvivato” da un valente
pittore in modo tale “che par che pigliato avesse il candor del
Cielo, dell’alba le rose e l’argento della luna, e spirandone anco
gli occhi Divine fiamme e Maestà la fronte”21. L’anno dopo (1633)
per interessamento d’alcuni devoti e del vicario capitolare Gio.
Pipino fu deciso di far appoggiare l’immagine su una lastra di rame,
togliendo la tela dalle tavole marce su cui era stata in precedenza
incollata. A compiere tale opera fu chiamato un esperto mastro di
Catanzaro22.
All’inizio del vescovato di Giovanni Pastor (1638 –1662) la cappella
si presentava elegantemente costruita e decentemente ornata. Il
vescovo tuttavia aveva intenzione, entro breve tempo, di renderla
ancora più bella, facendola ornare con marmo nobilissimo, mescolato
con vari colori23. E’ proprio in questi anni che essa è arricchita
dal principe di Strongoli Francesco Campitelli il quale, colpito da
una grave malattia, fece un voto pubblico. Dopo aver fatto celebrare
le solite laudi per otto giorni nella cappella, il principe guarì ed
offrì i doni promessi tra i quali “una cappella, con suo innanto
altare ed innante cona di tela d’oro di grande valore, che si
conserva e serve per le feste solenni”24. Lo stesso vescovo Pastor
abbellirà la cappella con “un Bambino di legno colorato a carne…
vestito d’una camisella e due pulsate d’ambricelle con tadema
d’ottone indorato in testa…”25.
Negli anni a cavallo della metà del Seicento la cappella fu
rinnovata. Ai lavori contribuirono alcuni patrizi della città con
lasciti ed offerte26.
Nel 1653 l’altare completamente rifatto sarà consacrato
dall’aristocratico crotonese Annibale Sillano, elevato proprio in
quell’anno alla cattedra vescovile di Castro27, il quale donerà tra
l’altro “una anticona di terzanello undato rosso guarnito di trena
d’oro” e “uno avantaltare d’armosino undato rosso guarnito con trena
d’oro”28.
Durante il vescovato di Geronimo Caraffa (1664- 1683) nella festa
della Madonna del Capo, che si continuava a celebrare ogni anno
nella Domenica in Albis, la cappella era meta di una moltitudine di
persone che convenivano, anche da luoghi lontani, per devozione
verso la Vergine. Nell’altare quotidianamente si celebravano messe
con le elemosine dei fedeli e per i legati dei defunti. La cappella
era amministrata da un procuratore o cappellano, il canonico Antonio
Cirrello29, che alla fine d’ogni anno dava conto al vescovo delle
elemosine percepite e se rimaneva qualcosa, dopo aver soddisfatto le
messe, lo erogava per le spese dell’altare, come cera, olio,
ornamenti e simili. Ospitava ancora il sacramento della SS.ma
Eucarestia perché il luogo che doveva accoglierlo, la cappella
situata nell’ala destra dalla parte del corno del Vangelo, era di
iuspatronato della famiglia Lucifero, che negava la concessione.
Sempre nella stessa cappella erano conservate le reliquie
consistenti in due corpi santi , uno di Sant’Aurelio e l’altro di
San Feliciano30. La cappella, che era mediocremente ornata, fu tra
il 1679 ed il 1681 ulteriormente impreziosita. In tali anni infatti
prima la siccità e poi le locuste ed i bruchi rovinarono i raccolti,
riducendo tutta la provincia in uno stato miserevole, specialmente
il territorio crotonese. Le ricche e numerose offerte per chiedere
la grazia permisero di rendere la cappella splendente e sfavillante.
Essa fu talmente abbellita, che stupiva i visitatori. Infatti per un
intero anno un mastro cesellatore prestò la sua opera e la plasmò
completamente. Il vescovo poi si interessò ad indorarla, in modo
tale che finita non potesse avere eguali nelle vicinanze. Per
aumentare il decoro la ornò infine a sue spese con quattro statue
lignee colorate31 e fece dono di numerose e preziose suppellettili
sacre32. Il vescovo successivo Marco Rama (1690- 1709) troverà la
cappella plasticamente modellata e ricoperta interamente d’oro.
Nella parte anteriore stavano i due piccoli scrigni cristallini
dorati dove erano esposte ai fedeli le reliquie dei due santi:
Aurelio, la cui festa si celebrava il 3 settembre, e Feliciano,
festeggiato il 20 ottobre. All’ingresso della cappella erano situate
due statue lignee colorate in nicchie con apertura vitrea, una
rappresentava San Francesco da Paola e l’altra Sant’Antonio da
Padova. Nell’altare della stessa cappella, dove continuava ad essere
conservato lo SS.mo Sacramento dell’Eucarestia, si innalzava il
tabernacolo dorato e ornato con un decente cappuccio. Tale
situazione tuttavia, a parere del vescovo, non creava impedimento a
coloro che veneravano l’immagine della Vergine, che continuava a
festeggiarsi ogni anno nella Domenica in albis. In quel giorno
l’altare, che era privilegiato per indulgenza apostolica, veniva
particolarmente ornato ed abbellito ed era visitato da moltissimi
devoti sia di Crotone sia dei paesi vicini33. Nell’altare ogni
giorno si celebravano messe e tutti i sabati dopo il vespro si
cantavano le litanie della Vergine34.
La cappella diventa ricca
Durante il Seicento la cappella fu arricchita ed abbellita oltre
che per l’intervento vescovile, specie di Giovanni Pastor e Geronimo
Caraffa, anche e soprattutto dalla nobiltà cittadina.
Tra i primi i Suriano, con Detio, Ciccio, Scipione e Livia, poi gli
Sculco, i Susanna, i Presterà, i Pipino, i Montalcino, i Lucifero, i
Berlingieri, i Gallucci, i Leone ecc.
Non mancarono tuttavia anche doni di forestieri, residenti in città
o di passaggio, la cui presenza era legata al commercio del grano.
Così Antonio Boffa di Catanzaro, residente il città dove esplica la
carica di console francese e di grande mercante di grano35 offre
“due fila di perle”, il patrone Gio. Antonio Cafiero del Piano di
Sorento fa voto di cento messe alla Vergine del Capo per essere
riuscito a sfuggire ai vascelli turcheschi36, il mercante Diego
Casanova obbliga per testamento gli eredi a fargli celebrare 100
messe in suffragio nell’altare della Vergine del Capo37 ecc.
Nella maggior parte dei casi le offerte riguardano suppellettili di
uso quotidiano per la cappella come “avanticone”, tovaglie,
“avantaltari”, pianete, cuscini ecc. oppure oggetti cultuali come
una croce d’argento, sei candelabri d’argento ecc. La cappella
tuttavia cominciò ad arricchirsi anche di preziosi che col tempo
formarono un “piccolo tesoro”, composto da ornamenti di uso mondano;
come il filo di perle dono di Aloisia Pipino, le otto fila di perle
inconocchiate a fiannacca con otto partituri d’oro di Francischella
Petrolillo, la fiannacca d’oro a pezzi di Livia Suriano, le due fila
di perle di Antonio Boffa, il gioiello di filigrana d’oro di Mattia
Leone38, una frasca di corallo, una cannacca di oro a pezzi con
pietre verdi, rosse, smalto e granatini, un paro di pendenti di oro
alla genovese, un cuore di turchina con pietra, un cuore di
filograno di argento con in mezzo una medaglia di argento, un
anelluccio di oro con pietre in mezzo ecc.
Da alcuni atti mentre si rileva la devozione verso la Vergine,
traspare la diffidenza verso gli amministratori della cappella. Così
Domenico de Labrutis lascia per testamento due case alla Vergine
senza alcun obbligo ma con la condizione che non si possano vendere,
ma rimangano sempre di proprietà della cappella39. Il capitano
Nicolas de Vergas promette un grande candeliere d’argento, se
guarirà da una grave malattia. Tornato sano, portò il candeliere ma
il cappellano lo rifiutò, perché non era come espresso nel voto.
Riammalatosi rinnovò il voto. Tornato sano portò nella cappella un
candeliere d’argento del valore di ducati trenta e, finché rimase in
città, s’impegnò a fornire i candelieri di candele bianche; ma a sua
tutela fece fare da un notaio un atto pubblico, dove dichiarò: la
grazia avuta ed il voto espresso e mantenuto40. In altri casi la
cappella fu usata come minaccia per chi non rispettava le ultime
volontà del testatore. E’ il caso della vedova Tadea Caparra che
morendo lasciò ogni bene al nipote. Essendo questi assente, pregò un
conoscente di interessarsi ai suoi funerali, cautelandolo con la
condizione che se al ritorno il nipote non avesse saldato subito le
spese, l’eredità sarebbe stata devoluta alla Madonna SS.ma del
Capo41.
Numeroso denaro confluì nelle mani degli amministratori soprattutto
dai legati testamentari per messe in suffragio42 e dalle elemosine.
Parte di esso servì per l’acquisto di terreni. Così con denaro
proveniente da un legato di Guglielmo Berlingieri unito a quello
della vendita di due casette donate da Francesco Rosa e a denaro
della cappella si comperarono nove salmate di terreno a Lavaturo.
Parte fu imprestato ad interesse ipotecando case, terreni, vigne
ecc.; altro rimase per più o meno tempo in deposito presso gli
amministratori del tempo che lo impiegarono per i loro scopi
privati, altro ancora incrementò una piccola mandria che alla fine
del Seicento contava ventitré animali vaccini43.
Durante tutto questo tempo i cappellani pro tempore che si
avvicendarono nell’amministrazione della cappella, ritenendo che le
case che la cappella otteneva in dono o in lascito davano una
rendita incerta e spesso rimanevano sfitte, sia per lo spopolamento
sia per la povertà degli abitanti, ed avevano di continuo bisogno di
ripari, procedettero alla loro vendita e tramutarono la proprietà
immobiliare in capitale liquido che fu dato in prestito, ipotecando
con un censo le proprietà dei beneficiati.
Amministrazione dei beni
Sovente i lasciti alla cappella erano utilizzati per scambi di
favori tra il clero. Gio. Paolo Basoino fa un lascito alla cappella
per la celebrazione di una messa la settimana. Il denaro, ducati 62
e mezzo, viene consegnato nel luglio 1662 dal reverendo Francesco
Facente al cappellano della cappella della Vergine del Capo Carlo
Bonelli, affinché sia investito in una compra o in un censo a favore
della cappella. Dopo cinque anni il denaro è ancora nelle mani del
Bonelli, il quale afferma che non gli è stato possibile farlo
fruttare e lo consegna al nuovo cappellano della cappella della
Vergine del Capo, il canonico Antonino Cirrello. Quest’ultimo a sua
volta afferma che, fatte le debite ricerche, non ha trovato nessuno
stabile da acquistare né alcuno che voglia un prestito. Chiede
perciò di trattenere il denaro. Frattanto il 3 giugno 1667 davanti
al vicario generale compaiono il canonico Antonino Cirrello,
cappellano della cappella, ed il parroco dello SS.mo Salvatore Carlo
Bonelli, i quali affermano che Gio. Domenico Marino lasciò per
testamento due case alla cappella ed alla parrocchia, ma non si
trovò né un compratore né chi le prendesse a censo. Essi chiedono ed
ottengono che le due case vengano concesse al reverendo Dionisio
Pelusio. Il giorno dopo il Pelusio, su incarico del vescovo Caraffa,
accoglieva la richiesta del cappellano Antonino Cirrelli ,
concedendogli di trattenere i 62 ducati e mezzo44.
La cappella nel Settecento
Durante il vescovato di Marco Rama (1690- 1709) il culto
s’incrementò. L’immagine conservata nella sua cappella risplendente
d’oro e di decorazioni, era sempre curata da una dignità
ecclesiastica, o da un canonico, di scelta vescovile. Egli aveva il
compito di amministrare le ricche elemosine e le rendite. Le
elemosine consistevano per lo più in frumento, che veniva donato dai
coloni al tempo delle messi, e in denaro, che veniva offerto dai
devoti ogni sabato e nella domenica in albis, giorno di festa della
Vergine. Il denaro raccolto serviva per l’acquisto di cera, olio,
incenso e per pagare il chierico che serviva la cappella. Inoltre si
doveva far fronte alle spese per l’apparato della cattedrale in
tempo di festa; in tale occasione si faceva anche un dono in denaro
al cappellano. Bisognava anche pagare le messe votive cantate, se
erano senza diacono e suddiacono si dava grana 32 e mezzo , con
diacono e suddiacono dieci grana in più; in esse convenivano sei
sacerdoti a scelta e nomina del cappellano. Per le lodi si dava
un’elemosina di tre carlini ed erano presenti dieci sacerdoti, ai
quali in quel giorno competeva recitare l’ufficio in coro. Dalle
stesse elemosine, sia per la messa cantata che per le laudi,
spettava al cappellano cinque grana per ognuna, oltre alla porzione
che gli si doveva di diritto per l’assistenza. A volte accadeva
inoltre che nella stessa cappella ed altare si esponesse lo SS.mo
Sacramento per il compimento delle 40 ore, durante le quali venivano
anche cantate le lodi alla Vergine. In tale caso si suddividevano in
parti uguali, tra il priore dello SS.mo Sacramento ed il cappellano
della Vergine, le elemosine e la cera rimasta. Quando l’immagine con
grande processione doveva essere portata alla chiesetta di Capo
delle Colonne, i governanti dovevano chiedere l’assenso del vescovo,
il quale indiceva per otto giorni continui le lodi. Il trasferimento
avveniva a spese pubbliche. Era comprata la cera per ogni membro del
capitolo, quindi la sacra immagine veniva posta nella bara e portata
sulle spalle, dapprima dai canonici, quindi dai governanti e poi dai
religiosi delle confraternite. Una volta deposta, di continuo a cura
dei parroci ardevano intorno alla bara dodici torce di cera bianca e
le altrettante lanterne portatili degli accoliti. Esplodevano le
bocche da fuoco con continui proiettili luminosi sia dalla città sia
dal castello, richiamando tutti gli abitanti del luogo e dei paesi
vicini45. Al ritorno l’immagine era collocata dapprima nella chiesa
delle monache di Santa Chiara. Qui veniva esposta e si recitavano le
quaranta ore. Poi veniva portata in processione attorno alla città e
quindi era posta nella sua cappella46, dove era fatto oggetto dei
doni e delle elemosine con grande devozione popolare47. Nella
cappella vi era ancora il tabernacolo dello SS. Sacramento e alle
reliquie dei santi Aurelio e Feliciano si era aggiunta quella di S.
Margherita48. Durante il vescovato del successore Michele Guardia
(1715- 1718) la cappella subì dei rifacimenti ed il tabernacolo
dello SS. Sacramento fu spostato nella cappella di S. Maria delle
Grazie di iuspatronato dei Lucifero. Il vescovo pochi giorni prima
della morte, avvenuta nel convento dell’Osservanza il 9 ottobre
1718, nel suo testamento espresse la volontà di essere seppellito
“nella sepoltura de’ vescovi entro la V.le Cappella della Mad.a
SS.ma del Capo”49.
Il 2 maggio 1720 il vescovo di Crotone, il benedettino Anselmo de la
Pena (1719- 1723), visitò l’altare della patrona e protettrice del
popolo crotonese e lodò l’ornamento dell’altare e la struttura della
cappella che trovò “symmetrice constructa, plastice exculta, et auro
superficie tenus exornata”. Nel palazzo vescovile, fin dal tempo del
vescovo Caraffa50, vi era un altro quadro della Madonna del Capo
“con la cornice negra e l’estremi dorati in grande” e nella
sacrestia della cattedrale ad una immagine della Vergine, già
segnalata al tempo del vescovo Rama, si erano aggiunti tre ritratti
che ne illustravano i miracoli51.
Il vescovo Gaetano Costa de Portu (1723-1753) ricostruì nel
1727,all’inizio del suo vescovato, il sepolcro dei vescovi,
facendovi scolpire le sue armi gentilizie ed il breve epitaffio “
SEPULCRUM . EPISCOPORUM/ CROTONENSIUM/ ANNO . DOMINI . MDCCXXVII”52
. Devotissimo al culto della Madonna del Capo nel 1749 fece laminare
d’argento la tela, “lasciando vedere la sola effigie”53. Nella
cappella il suo corpo troverà ultima dimora dopo la morte avvenuta
il 27 gennaio 1753. Per testamento lasciò un legato a favore del
Capitolo della Cattedrale, dandogli la possibilità di utilizzo
dell’usufrutto della rendita di 600 ducati, con l’unico peso di
celebrare in perpetuo ogni sabato una messa nella cappella di S.
Maria del Capo per la sua anima. Dal testamento del vescovo traspare
l’interessamento verso la cappella, infatti egli aveva anticipato
denari al procuratore, il canonico Alessandro Albani54, ed aveva
sostenuto le spese per una lite insorta tra la cappella ed il nobile
Gregorio Montalcini55.
Nella seconda metà del Settecento l’immagine su tela continuò ad
essere venerata specialmente il giorno della sua festa con fiera,
che fu la seconda domenica di maggio, essendo la Domenica in Albis
festa di prima classe privilegiata che escludeva ogni altra
festività. La Vergine divenne protettrice principale della città56 e
continuò ad essere invocata soprattutto per la pioggia57.
Le proprietà della Cappella
Il 3 dicembre 1699 l’altare fu visitato dal vescovo Marco Rama e
nell’occasione il segretario e notaio che lo accompagnava, il
canonico Leonardo Cirrelli, annotò tutti i beni della cappella, che
erano amministrati dal cappellano e rettore il primicerio e
luogotenente generale Geronimo Facente58.
La cappella sarà successivamente visitata il 2 maggio 1720 dal
vescovo Anselmo dela Pena.
Dall’analisi dei resoconti delle due visite risulta che tra il 1700
ed il 1720 mentre la proprietà terriera rimane invariata nel
possesso di due fondi rustici (la terza parte della gabelluccia
detta della Madonna o Conicella di Sanda e nove salmate di terra
nella gabella Lavaturo) e gli armenti svaniscono, prende vigore
l’attività creditizia. I censi da 12 passano a 15 e aumenta il
capitale impiegato in maniera tale che la sua rendita annua passa
dai circa 46 ducati del 1700 ai 64 ducati di vent’anni dopo59. La
cappella in seguito costituirà un suo patrimonio immobiliare (case,
bottega, magazzino) anche perché non sarà più conveniente procedere
alla vendita degli immobili per investire il denaro ottenuto in
prestiti, spesso di difficile esazione60. Tuttavia l’attività
creditizia pur subendo un ridimensionamento a causa della
diminuzione dei tassi e della difficoltà di investimento, risulterà
ancora prevalente al momento della soppressione della cappella
avvenuta dopo il terremoto del 1783.Allora il patrimonio della
cappella consisteva nei due soliti fondi rustici, in tre case con
basso, una bottega, un basso, un magazzino, tre censi enfiteutici e
otto censi bollari. In quest’ultimi la cappella aveva impiegato
oltre 1800 ducati, che davano una rendita annua di circa 82 ducati e
rappresentavano più della metà dell’entrata annua della cappella,
stimata del valore di circa 150 ducati. (Principali beneficiari
erano Francesco Antonio Zurlo con 825 ducati ed il barone Nicola
Piterà di Cutro con 400 ducati). Il tutto con la soppressione della
cappella passò sotto amministrazione della Cassa Sacra, che nel
maggio 1785 procedeva alle prime alienazioni, vendendo un basso a
Francesco e Gennaro Lopez, una casa con basso a Bernardino Milelli
ed un magazzino ad Antonio Stricagnolo61.
Note
1. Juzzolini P., Santuario di Maria SS. del Capo delle Colonne
in Cotrone, Cotrone 1882, pp. 13 sgg.
2. Rel. Lim. Crotonen., 1597.
3. Rel. Lim. Crotonen., 1603, 1606.
4. Rel. Lim. Crotonen., 1610.
5. Juzzolini P., cit., pp.17-19.
6. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 387; Fiore G., cit., II, 304.
7. L’università di Crotone chiese al re di utilizzare parte del
denaro della mensa vescovile, finché rimaneva sede vacante, per
finire i lavori. Fu concesso di poter spendere ducati 200 ogni anno
da due persone elette dall’università con l’intervento del vicario,
Conto del m.co Giulio Cesare de Leone, 1570 et 1571, ff. 70-72, Dip.
Som. 315/9, ASN.
8. Russo F., Regesto, V, 23124.
9. Ughelli F., cit., IX, 388.
10. Adi 14 di marzo 1586 al mag.co Horatio Nigro per far fare et
fare autenticare tre fede che servino al detto S.r Lelio (Lucifero)
per portarsili in Nap. Cio è una del capitolo di Cotrone, un'altra
delli monbaci di S.ta Maria della Gratia et l’altra del procuratore
della Madonna del Capo”, Conto di Gio. Andrea Puglise, ANC. 108,
1614, 92.
11. Juzzolini P., cit., p.27.
12. Juzzolini P., cit., p.36.
13. Juzzolini P., cit., p.39
14. Juzzolini P., cit., p. 41
15. Nell’uscita della processione dalla cattedrale doveva essere
rispettato l’ordine delle confraternite a seconda dell’anno di
istituzione. Prima veniva la confraternita del Carmine, poi quella
della Pietà, quindi quelle della Nunziata, di Santa Caterina e dello
SS. Rosario, Anno 1659, AVC. 78.
16. Russo F., Regesto V, 26460
17. Hieronimo de Sanda lascia i suoi beni ai nipoti con la
condizione che essi “habbino da pagare carlini 10 annui in perpetuo
alla Madonna del Capo o suo cappellano di questa città per la
celebrazione di dieci messe privilegiate per la sua anima et soi
defunti. Se poi i suoi eredi moriranno senza figli succeda la
Madonna del Capo con lo pato che s’habbino da celebrare due messe la
settimana in detta capella per la sua anima et soi defunti”, ANC.
117, 1620, 2-3r.
18. Al tempo del vescovo Guardia nell’anticamera del palazzo
vescovile vi era un quadro con l’immagine della Madonna del Capo,
ANC. 707, 1718, 46.
19. Juzzolini P., cit., p. 63.
20. Vaccaro A., Fidelis Petilia, Palermo 1933, p.126.
21. Juzzolini P., cit. pp. 37, 45, 52-53.
22. Juzzolini P., cit., pp. 55-57.
23. Rel. Lim. Crotonen., 1640.
24. Tra i doni del Campitelli rimaneva alla fine del Seicento “uno
avantaltare di lama d’argento torchino con punto bianco e negro” e
“una pianeta di lama d’argento a color torchino foderata di tela
celendrata con punto bianco e negro”, Acta cit. f. 97v.
25. Acta cit. f. 97v.
26. Il 30 gennaio 1647 il barone di Apriglianello Gio. Dionisio
Suriano fa un lascito testamentario di ducati 50 alla “cappella di
Nostra Signora del Capo per farse li gradini e colonnette, seu
balaustri nell’altare di d.a cappella”, ANC. 229, 1655, 146.
27. Acta cit., f.4v; Russo F., Regesto, VI, p.132.
28. Acta cit., f. 96v.
29. Al cappellano e procuratore della cappella della Madonna del
Capo Carlo Bonelli (1662) seguì il canonico Antonino Cirrello che fu
cappellano della cappella dal 1667 al 1672, ANC. 313,1667, 76, 87;
333, 1672, 31v.
30. Rel. Lim. Crotonen. 1667.
31. Rel. Lim. Crotonen. 1681.
32. A ricordo della devozione del Caraffa rimanevano ancora
all’inizio del Settecento alcune suppellettili con l’armi del
vescovo: “Una avanticona di damasco falso di color bianco e rosso,
un avantaltare di damasco rosso con guarnimento di pizzillo d’oro
attorno e gallone per lungo e uno avantaltare d’asprolino con
strataglio di raso bianco di sopra con punte d’oro per alto e per
lungo”, Acta cit. ff. 96-97.
33. Rel. Lim. Crotonen. 1692.
34. Rel. Lim. Crotonen. 1693.
35. Acta cit., ff. 88v, 143.
36. Cotrone, 23 ottobre 1689.Gio. Antonio Cafiero del Piano di
Sorrento, patrone della tartana “Santa Maria del Lauro e San
Giuseppe”, noleggia la sua barca al mercante napoletano Paolo
Antonio Uberti. Partito da Napoli, il 22 luglio 1689 approda a Capo
di Caro e consegna la lettera d’avviso alla persona che deve
fornirgli il grano. Il tempo di consegna, stabilito in 15 giorni,
non è rispettato e solamente mercoledì 17 agosto il patrone riesce a
salpare per Finale. Dopo essere stata spinta da un leggero vento di
greco la tartana rischia il naufragio per l’arrivo improvviso di
venti “grechi et levanti con tempesta di mare”. Superato il
fortunale a circa venti miglia da Ancona arrivano i venti di
“tramontana e grechi” e così domenica 21 di agosto la tartana è a
venticinque miglia dal capo di Santa Maria dentro il golfo di
Taranto. All’improvviso apparvero cinque vascelli turcheschi. La
capitana corsara con le vele gonfie comincia a darle la caccia. Per
sfuggire all’inseguimento i marinai gettano a mare parte del carico
ma i corsari non cessano di tirare cannonate, anzi una di queste
spezza la gabbia che si “sgarrò et si perdì”. Vedendosi già persi
allora “si voltarno con li santi”. Il patrone fece voto di cento
messe alla Vergine del Capo delle Colonne ed altre messe si impegnò
a far celebrare al suo paese. Frattanto la tartana era giunta a
circa quaranta miglia da Crotone ed i marinai pensarono di alzare la
maestra così forse avrebbero “scapulato di mano di quelli cani”, i
quali non cessavano di bersagliarli con cannonate, moschettate ed
archibugiate ma i proiettili pur arrivando alla poppa non facevano
danno. Alzata l’antenna della maestra con la vela sciolta, avvenne
il gran miracolo. La tartana veloce scivolava con gran facilità. I
Turchi li inseguirono fino quasi a tiro dei cannoni del castello ma
“come volle Dio si voltarno li tempi alle maestrale” e così “tirarno
dentro questo porto tutti quasi illesi et digiuni per non haver
possuto haver tempo di pigliar un boccone”. ANC. 336, 1689, 32-34.
37. ANC. 337, 1694, 41.
38. Acta cit., ff. 98-99.
39. ANC. 497, 1701, 77-79.
40. Juzzolini P., cit. pp. 64-65.
41. ANC. 334, 1675, 35v.
42. Alla fine del Seicento vi erano 5 legati con un onere
complessivo di 253 messe all’anno, Acta cit. f. 92v.
43. Acta cit., 99v.
44. ANC. 333, 1667, 75-76, 86-87.
45. L’università di Crotone festeggiava i due protettori San
Dionisio e La Madonna del Capo. Nel 1705 si spesero ducati 40 per la
polvere per la festività di San Dionisio e per quella della Madre
SS.ma del Capo Colonne con “essersi fatti diversi artificii di fuoco
ed apparati di altari al seggio con copie di lumi di cera e dentro
la cattedrale e ancora con salve reali dell’artiglieria di questa
città”, Provv. Caut. 315, f. 320 (1705), ASN.
46. Le feste principali erano S. Maria del Capo (Domenica in Albis),
S. Dionisio, patrono Principale (9 ottobre), ed i due patroni meno
principali: S. Aurelio (3 settembre) e S. Feliciano (20 ottobre),
Rel. Lim. Crotonen., 1700.
47. Acta cit., f. 93.
48. Rel. Lim. Crotonen., 1700-1709.
49. ANC. 707, 1718, 33.
50. ANC. 335, 1683, 44v.
51. Acta cit., f. 78v; Anselmus cit., f. 59.
52. Capialbi V., La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per
i vescovadi di Calabria. Cotrone e Isola, Arch. Stor. Cal., 1914, p.
511.
53. Juzzolini P. cit., p. 7.
54. Prima dell’Albani era stato cappellano il decano Filippo
Suriano, ANC. 854, 1740, 142; Prima ancora nel 1717 era stato
cappellano il canonico Raimondo Torromino, Anselmus cit, f. 25v.
55. Copia del testamento di Mons. Fra Gaetano Costa vescovo di
Cotrone, 1753; Platea del R.do Capitolo 1758 e 1759, f. 28, AVC.
56. Nel 1777 era procuratore della cappella il canonico Raffaele
Astorelli, Nota delle chiese cit., 1777.
57. 3 Decembre 1760. Cotrone. Lista delle 40 ore per la grazia
dell’acqua, ed in mancanza si dovrà portare la B.ma Vergine del Capo
in Nao, AVC. 107 bis.
58. Acta cit., ff. 4v, 91 sgg.
59. Acta cit., ff. 91-92; Anselmus cit., ff. 65-66.
60. Vittoria Petrolillo possiede metà dei vignali delli Cudi gravati
da annui ducati 12 per il capitale di ducati 150 dovuti alla
cappella della Madonna del Capo in più deve anche delle annate
passate. Per recuperare sia il capitale che le annualità il
procuratore della cappella, il vicario generale Domenico Geronimo
Suriano minaccia di rescindere il contratto. Perché ciò non
accadesse la Petrolillo vende nel 1727 all’arciprete Gio. Domenico
Zurlo la quarta parte dei vignali e con il prezzo di 280 ducati paga
il procuratore e toglie l’ipoteca, ANC. 663, 1731, 48-49.
61. Lista di carico cit. ff. 1-3, 49.

