[Il castello di Santa Severina al tempo dei Carrafa]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 10-16/2008)
Durante il tentativo di ribellione del marchese
di Crotone Antonio Centelles le truppe regie circondarono Santa
Severina, che si arrese a patti. Il re Alfonso d’Aragona il 29
novembre 1444 "in felicibus castris" presso Santa Severina approvava
i capitoli e le grazie dell'università. Tra le concessioni vi era
quella di liberare i cittadini da ogni spesa per un eventuale
recupero, o ricostruzione, del castello, che a causa dell’assedio
doveva aver subito gravi danni. I Santaseverinesi infatti
chiedevano: “Item supp.ca et pete la dicta un.ta che la maestà V.ra
oy altro de v.a p.te non inconstringha ad fare alcuna expesa allo
riparo del castello dela cita predicta volendose murare anse
implorano perdio sia de V.ra merce che dicto castello se derrupi
como comandao m.s Joanne de Ysare V.ro Vicere che se dirrupassi et
guastassi in tucto perche Santa Severina et tucta castello et nonce
bisogna altro castello che lo dicto castello e destructione dela
dicta citate si pervenesse la maesta V.ra ad volirla refare et pure
quando la maesta V.ra volesse refare lo dicto castello che sia
restuto ad dispesa tucta dela maesta p.ta nonce gravando la dicta
Un.tate, placet regie magestate in casu refacere dicti castri
propriis cur. expensis illud facere et reparare”.
Il castello aragonese
Il castello fu ripristinato, o rifatto, a spese della curia
reale, infatti il primo agosto 1447 lo stesso re concedeva la
castellania del castrum o fortillitium di Santa Severina a Pietro
Bucca de faro, ordinando nello stesso tempo al castellano, o
detentore dello stesso, di consegnarlo al beneficiato, o ad un suo
delegato, con le armi, viveri, munizioni ed ogni altra cosa di cui
era provvisto. Due anni dopo il Bocca di faro ne era ancora in
possesso. Un ordine del luogotenente del Gran Camerario, Innico
d’Avalos del 29 gennaio 1449 comandava al tesoriere del ducato di
Calabria, Gabriele de Cardona, di eseguire una disposizione reale,
già inviatagli fin dal passato novembre, che disponeva il pagamento
degli stipendi al Boccadefaro ed a quindici soci, addetti alla
custodia del castello di Santa Severina, e cioè 120 ducati annui per
il castellano e tre ducati al mese per ciascun socio.
Un mese dopo, il 27 febbraio, lo stesso luogotenente ordinava al
Viceré del Ducato di Calabria, al tesoriere, ai giudici ecc. di
rendere esecutiva un’altra regia disposizione emessa il 15 febbraio
1448. Con essa il re aveva nominato Pietro Boccadefaro governatore a
vita della città di Santa Severina e di tutto il suo distretto e
delle sue pertinenze. La presenza opprimente di un governatore a
vita, che assumeva in sé le cariche sia di capitano che di
castellano, è messa in evidenza dalle grazie richieste al re
Ferdinando dopo il fallito tentativo di rivolta sviluppatosi alla
morte di re Alfonso. Allora il Centelles era ritornato in possesso
dei suoi antichi feudi tra i quali la città di Santa Severina, che
assieme alle altre terre del marchese sarà assediata e si arrenderà
alle truppe regie nell’autunno 1459.
Tra i capitoli confermati dal nuovo re, il 25 febbraio 1460, vi era
la richiesta di non avere più governatori ma capitani di durata
annuale e che il capitano non potesse essere anche castellano. Tali
capitoli saranno riconfermati dallo stesso sovrano dopo la breve
parentesi in cui la città era ritornata in potere del Centelles.
Quest’ultimo infatti il 24 giugno 1462 era stato reintegrato nei
suoi antichi feudi, tra i quali Santa Severina, e nel giugno 1464
ebbe anche il titolo di Principe di Santa Severina. Con la scomparsa
del marchese, all’inizio del 1466, ritornava libera, ottenendo il 25
febbraio 1466 l'approvazione dei capitoli presentati dai sindaci a
nome dell'università. Il re si impegnava a non dare più in feudo la
città con i suoi casali e ad annullare ogni diritto e titolo che
potessero ancora vantare sulla città Antonio Centelles, i suoi
figli, fratelli e affini.
A testimonianza dei lavori fatti fare dal re Ferdinando, rimane
ancora oggi l’arme del sovrano, datata MCCCCLXI, rinvenuta in un
bassofondo.
La città ritornava in demanio, anche se alcune concessioni non
verranno rispettate. Troveremo infatti ad esercitare la carica di
governatore Lall Luise, milite e regio consigliere, e nel 1481- 1482
Carlo Borromei, maestro portulano di Calabria. Con l’affacciarsi del
pericolo turco anche le difese di Santa Severina furono rinforzate.
Ne abbiamo la conferma da un breve di Sisto IV. Il papa il 26
settembre 1482 permette di utilizzare ducati 200 delle rendite
lasciate per la morte dell’arcivescovo Antonio Cantelmi per la
fortificazione e l’armamento della città.
Il rinforzo dell’apparato difensivo costiero con le sue ingenti
spese ed il mutamento imposto dall’introduzione delle nuove armi da
fuoco, oltre a determinare l’abbandono delle fortificazioni interne
e delle rocche troppo esposte alle bombarde, causeranno anche la
perdita della demanialità della città.
Dal castello regio al castello baronale
Nell’ottobre 1496 re Federico vendeva la città di Santa Severina
con il titolo di conte e con altre terre e feudi ad Andrea Carrafa
della Spina; tuttavia il conte trovò l’opposizione degli abitanti.
Nonostante la promessa fattagli dal Paolo Siscar conte di Ayello,
allora viceré e governatore della provincia di Calabria, di “dare
opera cum effecto a fare conseguire ad esso Conte di Santa Severina,
la pacifica, integra et vera possessione della città di Santa
Severina con lo castello, et fortellecza et etiam della terra delle
Castelle.. per lo predetto Conte de Agello minime fu adimplita detta
promissione sincomo e publico noto et manifesto ad ogni persona et
signanter della provintia di Calabria”. La città, approfittando
della difficile situazione militare in cui si trovava il regno e
facendosi forte dei vecchi privilegi, resistette ai tentativi del
conte di entrarne in possesso e si schierò con i Francesi durante la
guerra franco- spagnola ( 1502 -1503). Il Carrafa ne entrerà in
possesso solamente con la vittoria degli Spagnoli ed in seguito
all’intervento di Consalvo Ferrante gran Capitano e Duca di
Terranova. La città resistette a lungo e strenuamente e si arrese
solo dopo che il Gran Capitano in nome del re aveva confermato alla
“università e suoi casali tutti i loro Privilegii, e franchitie,
immunità, e gratie”. Tra i vari privilegi della città vi era anche
quello concesso dai re angioini di rimanere sempre in regio demanio
e di non essere mai data in feudo( “La Citta pred.a havea per
privilegi de Re Carlo primo e secondo che la Citta pred.a non possa
esser donata a barone nullo”), per tale motivo solo nell’ottobre del
1506 era vinta la resistenza dei cittadini con l’ingresso delle
truppe del conte Andrea Carrafa. Tra coloro che con le armi si
opposero per diversi mesi alla presa di possesso da parte degli
Spagnoli c’erano Francesco Ferrari de Colle ed il figlio Ferdinando;
per tale motivo essi ebbero confiscato il feudo di S. Stefano, del
quale ne fu investito il conte Andrea Carrafa il 16 giugno 1504. Nel
1507 il re Ferdinando il Cattolico accoglieva le richieste
presentate dall’università di Santa Severina. Le grazie a causa
della partenza del sovrano da Napoli rimasero soltanto decretate e
dopo la supplica dei cittadini di Santa Severina furono rese
esecutive il 20 settembre 1507 dal vicerè Don Giovanni d’Aragona.
Tra esse vi era :
“Item supplicano V.C.M. si degni rimettere, indulgere e perdonare ad
essi supp.ti, et homini di detta Città di Santa Severina tutti
delitti, errori, offensioni, rebelli et ogn’altro eccesso etiam
crimen lesae maiest.s ex quocumq. capite commessi et perpetrati in
genere seu perpetrandi tanto dentro detta Città, e sue pertinenze,
quanto contro quelli in quocumq. loco et coram quocumq. sin al
tempo, che loro si riducessero alla fedeltà di V.C.M. et arborarono
la felicissima bandiera di quello etiam per tale cause siano liberi,
impuni et quat. obligati et non habbino ad esser modo aliquo vexati,
imputati, inquietati, ne molestati ullo unquam tempore in persona
neq. in bonis. Placet Regiae Maiestati”. In precedenza però il 18
maggio 1506 ( reso esecutivo il 30 maggio 1507) il re Ferdinando
aveva confermato al conte di Santa Severina Andrea Carrafa lo stato
di Santa Severina e gli aveva inoltre concesso “che li feudatarii,
che possedevano feudi segregati, esenti, et separati dal territorio
di d.o Contato, et Baronia di S. Severina fussero tenuti Adohare ad
esso Ill.e Conte suoi heredi , et Successori con pagarli il Jus
adohe tante volte quante l’Adoha g.n.l.r in Regno Indigetur sincome
a sua Regia Corte erano tenuti, et con pagarli anco il Relevio et
dimandare li Investiture Iusta il tenore delli suoi Privilegii”.
Ref. Quint. vol. 207, f. 86, Pellicano Castagna M., Storia cit.,
vol. IV, 39).
Fu così che per privilegio concesso dal re Ferdinando al conte di
Santa Severina Andrea Carrafa, i feudi situati all’interno della
contea di Santa Severina, da feudi divennero suffeudi e quindi i
possessori furono suffeudatari dei conti di Santa Severina.
Così la città di Santa Severina “cum eius castro et fortellitiis,
muro, fossatis et vallatis cum bombardis et aliis monitionibus,
variis artiglieriis et armis ad defensionem castri praedicti
necessariis”, passò in potere del conte anche se pochi anni dopo,
nell’aprile 1512, sparsasi la falsa notizia della morte del
feudatario nella battaglia di Ravenna, tenterà la via della
ribellione. Andrea Caraffa ritornato nel regno “spedì ordine da
Raymondo di Cardona VR del regno che fosse ritornato nel dominio,
qual’ordine non ubidito, hebbe facoltà di riacquistarselo armato”.
Ottenuti “due mila fanti e cento cavalli” da Bernardo Villamarino,
luogotenente del vicerè e conte di Capaccio, “tenne per alquanti
mesi in istretto assedio la Città ma, vegendo nulla profittare, si
studiò come sorprenderla per inganno e fu per mezzo d’alcuni suoi,
irritando la plebe contro la nobiltà”( Fiore G., cit., III, 206).
Ancora nel 1515 duravano le conseguenze della rivolta e per non
incorrere nella vendetta del conte “multi homini de Sancta Severina,
Cutro et Policastro vanno forosciuti et despersi per queste
provincie de Calabria, et signanter sono receptati in le infrascipte
terre; in la Rocca de Neto, Berzino, Caccuri, Strongoli, Casobono,
Corigliano, Cotronei, Mesoraca et Belcastro et in altri lochi” .
Altri catturati furono giustiziati come nel caso di Filippo della
Petra, che fu decapitato, e di Sipio Fusino. I beni di entrambi
furono confiscati e concessi ad Antonio Enriques de Cisneros ( De
Frede C., Rivolte cit. p. 10-11).
Domata la rivolta, il conte sospese gli usi civici, confiscò i beni
dei rivoltosi, che furono perseguitati per molti anni. Forte della
sua posizione di consigliere regio, con l’accusa che alcuni
cittadini approfittando degli eventi si erano impossessati di beni
feudali, nel 1521 ottenne dal vicerè Cardona un delegato parziale
per fare l’inventario e la reintegra del feudo, con l’intento di
usurpare alcuni diritti dei cittadini e della mensa arcivescovile.
Utilizzò poi parte dei terreni reintegrati e confiscati per favorire
coloro che nel passato si erano dimostrati devoti e fedeli alla sua
persona (In suburbio Carrafiano presso Napoli il 5 aprile 1521 il
conte essendo stato reintegrato di un pezzo di terreno di sei
salmate in semina, parte aratorio e parte incolto, in località
Grutti in territorio di Rocca Bernarda e di un terreno di una
tomolata e mezza in semina con alcune grotte contigue in mezzo alla
sua gabella di S.to Brancato, li concede, per la devozione e fedeltà
dimostrata, un terzo a Raynardo e Domenico de Pedagio, un terzo a
Jo.dominico di Giorgio ed un terzo a Loysio de Pedagio, Prot.
Santoro, 1577, ff. 274r - 276v) Solo dieci anni dopo la fine della
rivolta il Carrafa, il 16 marzo 1525, accolse la richiesta
dell’università di Santa Severina di approvare le costituzioni della
città. Tra i vari capitoli vi era la conferma degli usi civici
soliti e consueti, cioè di poter “tagliare, pernoctare, pascere,
glandare, spicare et aquare, seu beverare loro bestiame” in alcuni
territori del conte senza pagare. Essi “dal tempo dele rivolture de
dicta città, che sono circa anni undeci, alcuna volta son stati
evitati, et interrupti”. Inoltre il conte accolse la supplica di
“remittere, relaxare, et perdonare ad dicta Un.tà, et homini de
quella, li quali al p.nte stanno in dicta Città, e suoi casali ad la
fidelità, et obedientia de ipsa V. S. Ill.ma omne crimine, excesso,
et delicto per ipsi patrati quomodocumq., et qualitercumq. in li
tempi praeteriti ante dece anni de lo p.nte di in tempo dele guerre,
et revolture de ditta cittade contra qualsivoglia un.tà, et persona,
che per gratia, et indulto generale et speciale obtengano perdono,
et relaxatione de pene, etiam corporis afflictive, salvo jure partis
civilis proseguendo. Placet eidem D.no, concordata prius parte,
exceptis forjudicatis”.
La costruzione di un nuovo castello
Con la perdita dello stato demaniale al presidio ed al
castellano di nomina regia subentrarono un castellano, scelto dal
feudatario, e le sue guardie baronali che esercitarono
essenzialmente funzioni costrittive e repressive sulla popolazione.
Durante il periodo in cui la città fu sotto il dominio di Andrea
Carrafa e precisamente al tempo in cui egli ricoprì la carica di
luogotenente del Regno di Napoli, sostituendo nel governo il viceré
Carlo di Lannoy (1522 - 1524) partito per guerra in Lombardia, fu
edificato un nuovo castello secondo le moderne tecniche di difesa.
La nuova struttura militare fu costruita non più, come era stato uso
nel passato, nel luogo più elevato ed inaccessibile della città, ma
addossata alle timpe ( “una chiusa de vigne in la fontana alla
favata iux.a la via p.ca di doi para et le timpe delo castello),
parte delle quali inglobò al suo interno. (“...nella sommità è un
castello intagliato dentro l’istessa pietra, con fosso, e
contrafosso, con due ritirate, conforme il Castello Nuovo di
Napoli..”). Fu munita di quattro robusti baluardi ( Santo Nicola,
Carrafino, Santa Barbara e Santo Elia) ed un grande fosso la isolava
dalla città. Il castello precedente fu demolito ed in parte
inglobato, come evidenzia la sorte della chiesa di Santo Nicola. La
cappella, che era situata all’interno del vecchio castello, fu
demolita e per volontà del conte Andrea Carrafa ne fu costruita una
nuova con lo stesso titolo davanti alla porta della città detta
della Grecia. La chiesa di Santo Nicola , detta anche di Santo
Nicola di le donne, “ edificatam ad lamiam et ornatam”, era situata
fuori e presso le mura. Questo è quanto si ricava dalle visite ai
luoghi pii della città del 1559 e del 1696. A ricordo della cappella
rimarrà il baluardo omonimo ed il ricordo degli anziani: “ Visitavit
Ecclesiam S. Nicolai ante Portam Graeciae dictam et Astantes
dixerunt hanc Ecclesiam fabricatam fuisse per Comitem Andream
Carrafam primum ex translatione altarius Eccl(esi)ae S. Nicolai, ubi
iam adest Castrum Civitatis, ex traditione seniorum audivisse, et
p(rae)dictam Ecclesiam, quae in Castro d(ic)to erat, habuisse, et
possedisse terras, quae dicuntur La Solleria”. ( Copia di decreti di
santa visita fatta nell’anno 1696, Fondo Capit., 4D, fasc. 3). I
cittadini furono costretti a prestare la loro opera gratuitamente
come si legge nelle costituzioni delle città approvate dal conte il
16 marzo 1525. L’università supplicava il feudatario affinché nessun
abitante né della città né dei suoi casali fosse mai più costretto a
“servitio alcuno de persona ne con bestie, ne meno con robbe senza
conveniente pagamento”. Ciò era stato concesso in passato dal conte
ma poi questa “gratia fu interrupta per le fabriche et reparationi
del castello”. Sempre in tale occasione il conte, prendendo nota
delle indicazioni fornitegli nel 1521 dal regio reintegratore
Francesco Jasio, ordinò di procedere alla demolizione di diverse
“case, grutte, casalini, et mezolari siti, et positi circumcirca le
ripe de ditta Città” e di altre situate “prope castrum”, che
potevano essere di “praejudicium dictis moenibus, et fortellitiis” e
quindi nuocere alla difesa della città e soprattutto alla sicurezza
del castello. L’effetto di questa distruzione fu lo spopolamento di
una vasta area della città e di riflesso il venir meno delle decime,
che i parrocchiani versavano alle chiese parrocchiali situate vicino
al castello.
Una sentenza del Nunzio apostolico di Napoli a favore del capitolo
di Santa Anastasia del 1534, riguardante l’imposizione e l’esazione
delle decime apostoliche dai benefici semplici dei SS. Filippo e
Giacomo, S. Brancato ( S. Pancrazio), S. Luigi di Cava, S. Maria, S.
Geronimo, S. Bartolomeo, S. Leonardo e S. Antonio, ci fa intravedere
quanto vasta era stata la distruzione di edifici per fare spazio al
nuovo castello. Il commissario inviato dal nunzio per indagare
faceva presente che i benefici sui quali gravavano le decime erano o
estinti o privi di rendite, perciò da essi il capitolo di Santa
Anastasia non percepiva ormai più alcun utile. Le case appartenenti
alle chiese parrocchiali di Santo Filippo e Giacomo e di Santo
Brancato erano state demolite. Lo stesso era avvenuto per una casa
beneficiale che era situata “prope castrum”, per l’oratorio di Santo
Matteo apostolo “cuius domus potigha et bona ex quibus fructus
percipebantur prope castrum existentia demoliti apparent et
videntur”, per l’oratorio di Santo Antonio, il quale è carente di
beni “quia ea prope castrum habebat et postea ab eo demolita”, e per
i rimanenti benefici. Dello stesso tenore è quanto traspare dalla
visita effettuata nel maggio 1559 ai luoghi pii della città dal
cantore della chiesa cattedrale di Mileto D.no Joanne Thomasio
Cerasia al tempo dell’arcivescovo di Santa Severina Gio. Battista
Ursini. Dopo aver visitato la parrocchiale di S.Filippo e Jacopo e
poi quella di S. Maria de Puccio, fu la volta di quella di S.
Brancato dove il cappellano Matteo Castama affermò che la chiesa “ha
la X.ma benche poco sia che non ci sonno parrocchiani”. Proseguendo
poi per la vicina chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo trovò
il cappellano Matteo Greco che ugualmente disse “non habere nihil
nisi X.mas q(uam)vis parvi parrocchiani sunt”.Le due chiese
parrocchiali di S. Filippo e Giacomo e di S. Brancato ( S.
Pancrazio) saranno dopo poco soppresse.
La città nemica
Se nel passato il castello con le sue alte torri rappresentava
l’estrema difesa della città dai pericoli esterni, dopo i tentativi
della popolazione di ribellarsi alla condizione feudale, esso
divenne il simbolo concreto del potere repressivo del conte, il
quale contro di essa fece puntare le sue armi “attenta la notoria
rebellione de dicta Città in li anni passati”. Infatti oltre al
grande fosso, che separava il castello dalla città, davanti alla
cortina compresa tra due baluardi e situata di fronte all’abitato,
fu creato un grande largo ottenuto molto probabilmente utilizzando
parte del suolo lasciato libero dalla distruzione di parte
dell’abitato e dalla dismissione e distruzione del castello
costruito durante il periodo aragonese. Il largo, formato da una
ampia ed estesa piazza chiamata del Campo, privo di ogni ostacolo
permetteva così all’artiglieria dei baluardi di poter battere e
penetrare in modo migliore l’abitato. Mentre due baluardi erano
rivolti contro la città, altri due puntavano sulle sue vie di
accesso. Le porte della città infatti furono rifatte in altri
luoghi; esse furono ricostruite in modo da controllarne l’entrata
dagli spalti del nuovo castello.
I lavori proseguirono durante il periodo feudale del nipote Galeotto
Carrafa come si rileva da una iscrizione murata “A D 1535 DIE/ 27
IUNI 8 INDI/CIONE” ma in seguito il castello cadde in abbandono. Una
relazione del tempo così descriverà la città di Santa Severina:
“l’eminenza del sito sovra cui sta collocata Santa Severina è tale,
che aggiuntavi la Rocca fondata sopra il sasso vivo di fabrica non
molto antica, ben’intesa e fiancheggiata da più rivellini e torrioni
opportunamente disposti riesce fortezza di molta considerazione. Ma
questa piazza pure è senz’acqua, né v’ha memoria, che nelle passate
rivoluzioni del Regno si sia mantenuta mai contro l’inimico: anzi a
rendersi fu sempre delle prime, a ciò forse astretta dalle
necessità, o indotta dall’incostanza naturale de l’abitatori. Il che
forse conosciuto dagli Spagnuoli, hanno di proposito trascurato di
mantenerla, trovandosi anche al presente in tutto sfornita di
presidio, e d’arme e la Rocca non ch’altro disabitata”( Mercati G.,
Calabria e Calabresi cit., II, p.704)
Anche se con il passare del tempo i Santaseverinesi si erano ormai
rassegnati alla condizione feudale, non mancavano le occasioni per
aspre liti con il feudatario, il quale pensò più conveniente che,
invece di difendersi con le armi, era più sicuro corrompere i
cittadini. Al tempo del conte Vespasiano Carrafa l’università di
Santa Severina intentò lite contro il conte per le nuove difese e
chiuse, che limitavano i diritti civici dei cittadini. La lite, che
fu portata nel Sacro Regio Consilio, ebbe termine nel novembre 1575
con un accordo. Se da una parte il conte era costretto a riconoscere
“che nel territorio de ferrato et camere non permetta che se lavori
et quello che si e lavorato si reduca ad pristinum conforme alli
ter.ni antiqui”. Dall’altra otteneva di poter fare “una defesa per
le giumente et pullitri proprii nel territorio dove piacerà” purchè
non nel corso di Ferrato e Torrotio; corso che però egli potrà
tenere chiuso per due anni “ permettendo pero che li citatini
possano coglere gliandre per li mandarini loro”. Ma se il feudatario
era costretto a riconoscere i diritti civici dei cittadini sul loro
territorio, dall’altra non perdeva l’occasione per insinuarsi nella
gestione del potere della città, scegliendosi tra i ventiquattro
nominati metà degli eletti del governo cittadino, che era composto
da due sindaci, uno dei nobili ed uno del popolo, e da 12 eletti ,
sei dei nobili e sei del popolo. Egli riconosceva ai nobili di
eleggere i loro eletti ed al popolo i propri, ma otteneva di poter
nominare il mastro giurato, confermare il catapano e due dei quattro
giudici : “ Item permetta sua Sig.ria Ill.ma delli dudici electi che
haverando da restare per lo governo della Univ(ersi)ta deli
ventiquattro nominati sei de quelli ne eliga sua Sig(ori)a Ill.ma
cioe tre delli nobili et tre del Popolo et sei altri lo sin(di)co
cioe tre delli nobili et tre del popolo”. Il controllo
sull’università metteva così al riparo il conte da ogni tentativo
dei cittadini di limitare il suo potere. Tuttavia altre liti e con
effetti più pericolosi opponevano il feudatario ai potenti
arcivescovi della città. Esse riguarderanno soprattutto la questione
delle decime e l’usurpazione dei beni e diritti della chiesa.
Contrasti che diverranno più aspri con l’avvento dell’arcivescovo
Giulio Antonio Santoro e soprattutto del fratello e successore
Francesco Antonio Santoro. L’ostilità verso il feudatario, sia da
parte dei cittadini che della chiesa, pur assopita e contrastata,
non cesserà ma continuerà a fare da sfondo alle vicende economiche e
sociali della città. La rivolta del 1648 riaccese il timore per una
città ostile. Nell’apprezzo della Città e stato di S. Severina fatto
nell’anno 1653 dal tavolario Onofrio Tango con l’intervento del
consigliere Gennaro Pinto così è descritta la parte del castello
rivolta verso l’abitato: “Continuando per detto recinto si trova il
3° Baloardo, dalla parte del detto largo all’incontro (della) Chiesa
maggiore dove e uno Cannone di Bronzo dal q(ua)le si difende la
Città da mezzo giorno e si pote battere parte della Città
continuando per detto recinto si trova il 4° Baloardo dove è
un’altro Cannone di Brunzo piccolo dal quale si può difendere la
Città dalla parte di tramontana et (si) può battere la restante
parte di detta Città in tempo de revoltura / li quali baloardi sono
tutti con sue difese che guardano le muraglie tra l’uno et l’altro
fatto Mathematicamente con architettura”.
La fiera di San Ianni Minagò
Nello stesso mese di maggio vi erano in Santa Severina due
fiere; una dell’arcivescovo, o della chiesa, detta di Santa
Anastasia e l’altra del feudatario, o della città, di S. Ianni
Minagò. La prima era stata concessa con privilegio del 20 settembre
1507 da re Ferdinando “ Supplicano V.C.M. si degni concedere ad ipsa
Università, che possa ogn’anno lo mese di maggio di costituire, e
fare l’Archiepiscopale Ecclesia di detta Città una fera seu mercato
franco duraturo per otto dì = Placet”.Questa fiera si teneva nella
piazza dove si dice il Campo. L’altra era stata concessa da re
Alfonso il 20 settembre 1444 : “ Item supplica et pete la dicta
un.ta che loro sia concesso de gratia che poczano fare onne anno uno
mercato durat.ro per octo jorni che sia franco et omne utilitate che
intrasse selo dicto mercato sia delo mastro jurato dela cita
predicta, Placet R.ie M.te”.Questa si svolgeva fuori le mura in
località “Lo Riyo”. La fiera della chiesa iniziava il primo sabato
successivo all’Ascensione mentre quella del conte la seconda
domenica di maggio. Essendo la prima legata ad una festa mobile, a
volte le due fiere si accavallavano, creando liti tra la chiesa ed
il feudatario. Per questo motivo dopo che nel maggio 1578 erano
sorte liti seguite da scomuniche e carcerazioni, il 28 maggio
dell’anno dopo l’arcivescovo di Santa Severina Francesco Antonio
Santoro e l’utile signore della città Vespasiano Carrafa stipularono
un accordo per regolare lo svolgimento delle due fiere. Tra l’altro
fu deciso che “ In p.s quando la fera della chiesa si farà et in un
med.o tempo occorresse quella della Città si possa cominciare otto
di innante quella della Chiesa et che il giorno che finisce si cacci
quella bandiera del castello secondo il solito; et occorrendo che il
giorno di S.ta Anastasia fosse la Dom.ca che intra la bandiera della
Città allhora la fiera di d.a Chiesa incominci entrata la bandiera e
duri per insino tutta la Dom.ca seg.te et che nissiuna delle due
fere se possa dare impedimento alcuno non obstante che fussero dì
festivi”.
La seconda domenica di maggio era inalberata la bandiera del
feudatario nel castello. Il mastro giurato della città assieme ad un
notaio si recava nel castello, dove in presenza di testimoni
riceveva dal castellano l’insegne ossia stendardo dell’Ill.mo Signor
Conte della Città”, per poter fare la fiera di San Giovanni Minagò.
Il mastro giurato si impegnava all’atto della consegna a tenere e
conservare diligentemente lo stendardo ed a riconsegnarlo la
domenica successiva al castellano sotto la pena di 1000 ducati.
All’atto della consegna tutti i presenti gridavano “Viva il Re,
Carrafa Carrafa”. Quindi il mastro giurato, portando la bandiera e
accompagnato “con molti genti armati con scopette a focile”, passava
per il Campo e si recava sul luogo dove doveva svolgersi il mercato.
La bandiera era inalberata ed aveva inizio la fiera, per tutta la
durata della quale la bandiera era guardata notte e giorno da gente
armata.
Dagli atti del notaio Marcello Santoro stilati per l’occasione
possiamo ricavare alcuni nomi di castellani e di mastri giurati.
Domenica 14 maggio 1570 nel castello di Santa Severina il mastro
giurato Hieronimo Angeriano prende in consegna lo stendardo dal
castellano Gio. Thomaso Campana sono presenti Alexandro Infosino,
Manilio de Viza, Philippo Campana, Fabio Mangione, Fernando
Perrecta, Johannes Thomaso Ferraro e Johannes Bernardino Marturano.
Domenica 13 maggio 1571 nel castello di Santa Severina il mastro
giurato Antonino Longo riceve lo stendardo dal castellano Francesco
Baglione.
Domenica 13 maggio 1582 nel castello di Santa Severina il mastro
giurato Antonio Susanna prende in consegna il vessillo da Gio.
Battista Garraffa, governatore della città, essendo assente il
castellano.
Da questi e da altri atti risulta che di solito sia il castellano
che il mastro giurato rimanevano in carica un anno. Tra i castellani
ricordiamo oltre ai già citati Gio. Thomaso Campana (1570) e
Francesco Baglione (1571) anche Nicola Maria de Parisio ( 1577).
Il carcere
La presenza nelle carceri del castello di Santa Severina di
molti prigionieri provenienti anche dalle terre vicine è attestata
da diversi documenti. Quasi sempre essi sono imprigionati per frode
e per evasione ai pagamenti fiscali.
Il 5 agosto 1570 Francesco de Martino protesta contro il sindaco
della città Lucantonio de Moio. Essendo l’università di Santa
Severina debitrice, la Gran Corte della Vicaria ha mandato un
commissario per riscuotere. Per tal motivo ha messo in prigione suo
padre, sequestrandogli anche alcuni beni. Pertanto il figlio chiede
al sindaco della città che “voglia levare indenne a dicto suo padre
de dicta pena essendo cose universale et accomodare dicto mag.co
com(issari)o per cavarlo de dicto castello et restituisca dicti soi
pegni.. et se protesta ancora che essendo vechio dicto patre et
malsano non venga a morire retrovandose carcerato di tal modo..”.
Il 17 settembre 1570 dal vice castellano Giovanni Th.o Ferraro in
presenza del commissario del regio collaterale consilio, il nobile
Claudio Bonetti, che è stato inviato da Jo. de Martino per esigere
le collette dall’università per il debito che vanta Antonio Bona
Vides, dichiara che “in dicto castello se retrovano molti et molti
carcerati tanto ad instantia sua come del R(egi)o Thes(orier)o de la
Provintia de Calabria et perche dicto vice castellano se retrova in
la guardia de dicto castello senza compagni et guardiani et dubita
per tanti prigioni che ci sono in dicto castello non havendo
compagni non si ne venga a fugire alcuno perchè non può guardarli”.
Il 2 dicembre 1573 alcuni amministratori di Rocca Bernarda ( Petro
Carsilio, Michele Spon, Salvatore Accompane, Insiglio de Juliano,
Thomaso Castagna, Antonio Marinaro e Matteo Syllano) dichiarano che
si trovano carcerati nel castello di Santa Severina per mandato di
Giovanni Angelo Lauria, destinato per la Regia Camera della Sommaria
per la revisione dei conti del loro sindacato.
Il 22 giugno 1577 il sindaco dei nobili Petro Antonio del Sindico
protesta in quanto il commissario della Regia Camera della Sommaria
Gio. Battista Gattula, incaricato e verificare i conti dei sindaci,
gli ha richiesto i conti di quando egli era stato sindaco nel
passato. Anche se i conti sono già stati verificati e trovati
validi, il commissario ha ordinato di farlo carcerare nel castello.
Pertanto il sindaco protesta e si appella alla Regia Camera ed ai
superiori del commissario chiedendo di non essere mandato in carcere
nel castello “loco suspetto”.
Il 12 ottobre 1577 Giovanni Paolo Canale, commissario deputato e
sostituto del commissario del regio collaterale consiglio Giovanni
Francesco Stanganello, consegna nel castello di Santa Severina “per
mano e chiave” al castellano Nicola de Parisio alcuni prigionieri
della terra di Hypsigro. I carcerati che il castellano dovrà tenere
ed avere in buona custodia sono: Giovanni Pietro Curiano, Antideo
Curto, Giovanni Mazeo di Giovanni, Carlo Cesare Bonaiuto, Giovanni
Tommaso Crasiglio, Francesco de Paris, Cesare de Vienna, Anselmo
Pandari, Filippo de Andreus de Acri, Fabio Barbusia e Federico de
Amato. Sono presenti il regio giudice “ad contractum” Jacopo de
Martino, il governatore della città, Vespasiano Marsano, Barnaba
Novellisio, Gio. Domenico Manella, Gio. Jordano de Mesoraca e Gio
Dominico Fiasco.
Castellani e guardiani
La guarnigione del castello era composta dal castellano, dal
vice castellano e da alcuni aiutanti o soci. Essi erano scelti e
pagati dal conte ed erano immuni ed esenti da ogni dazio e gabella
della città. Il castellano aveva diritto allo “ius portelli” che
esigeva dai forestieri carlini 15 e dai cittadini uno tari ed era
esente dal pagamento del dazio della carne e del pesce che si
vendevano in città, però solamente quando comprava per uso proprio.
(Nel marzo 1525 la gabella della carne fu confermata dal conte
Andrea Carrafa al convento di S. Domenico di Portanova, che doveva
utilizzarla per le spese di riparazione del convento, rimanevano
salvi però i diritti che su di essa avevano i castellani ed i soci
del castello e coloro che erano al servizio del conte) Aveva inoltre
diritto ad una parte delle fiaccole di legno resinoso vendute da
forestieri, che egli doveva conservare per uso del castello.
Per il suo mantenimento ed armamento il castello poteva contare
sulle entrate provenienti dai fidatori dei corsi di Fota, Crepacore,
Cromito, S.Leone, Vituso e Pantano. Essi erano costretti a pagare,
“pro honoratico” dovuto al castello per antica e vetusta osservanza,
complessivamente ogni anno ducati 32 e tari 2 e 142 pezze di
formaggio ed altrettante ricotte. Inoltre per ogni ovile costruito
nei corsi, i fidatori dovevano versare due tari, oppure un montone
ed un capretto. I pagamenti si esigevano in due rate uguali: una a
Natale e l’altra a Pasqua. Il montone ed il capretto si esigevano a
Pasqua.
Nel Relevio presentato da Galeotto Carrafa dopo la morte di Andrea
Carrafa, avvenuta nell’ottobre 1526, si legge che la spesa per il
mantenimento annuo della guarnigione del castello di Santa Severina
ascendeva a ducati 468, mentre quello per il castello di Le Castella
era di ducati 396. Le due spese erano necessarie in quanto nel primo
caso “attenta la notoria rebellione de dicta Città in li anni
passati”, nel secondo caso “perche è exposto ad la marina ed ad
invasione de turchi et altri pyrati”.
Allora la guarnigione del castello di Santa Severina era composta da
un castellano con una provvigione annua di ducati 70, un bombardero
di ducati 36 ed dodici “compagni” con un salario di ducati 30 annui
ciascuno. Mentre per quanto riguardava il castello di Le Castella il
castellano riceveva ducati 60 annui, il bombardero 36 ed i 10
compagni 30 ducati ciascuno. ( Reg. Cam. Som. Relevi 346, f. 357v,
ASN). Cinquanta anni dopo la situazione del castello sarà ben
diversa. Esso risulta in stato di abbandono e la sua funzione
ridotta a quella di carcere.
Nella nota delle entrate e dei pesi della città di Santa Severina e
dei suoi casali, presentata il 24 gennaio 1571, dal conte Vespasiano
Carrafa, unico figlio ed erede di Hieronima Carrafa,( Geronima
Carrafa, moglie di Andrea Carrafa, figlio ed erede di Galeotto, era
subentrata al marito nel 1564 nel possesso del feudo) si trova:
“..et più ce pagano a doi homini che guardano lo castello di detta
città et al vicecastellano, d.ti quarantotto alli doi homini et al
vicecastellano d.ti trentasei dico 84” ( Copia di vendita de intrate
Santa Severina et soi casali, 1571; Regia Cam Som. vol 355, f. 571v)
Il 29 agosto 1577 nel castello di Santa Severina, il feudatario
Vespasiano Carrafa dichiara di essere debitore di Gio. Stefano
Circhione al quale deve ducati 30 “pro salario et mercede” del suo
servizio per il presente anno quinta indizione . Non avendo denaro
contante o altro modo migliore per soddisfare il debito dà al
Circhione un cavallo di pelo morello “sfaciato balsano”. Nello
stesso giorno e luogo e per lo stesso motivo dà a Vespasiano Massaro
al quale deve cinquanta ducati un pulledro.
Nella “Liquidazione del Relevio de Don Vincenzo Ruffo principe di
Xilla morto il 3 di giugno 1616 presentata l’anno dopo dalla figlia
Giovanna Ruffo nei pesi relativi all’anno 1615 per tutto agosto 1616
si nota: Per concio del ponte del castello d.ti 40; Provisione del
castellano d.ti 15. Provisione del Bombardero d.ti 15. Per tanta
polvere per servizio del castello d.ti 40”.
Tra i “Pesi soliti pagarsi dal P.rone utile Sig.re dello stato di
Santa Severina” presentato nel 1657 da Gio. Andrea Sculco, erede del
fratello Carlo Sculco: “Soldati del Barigillo n°. sei a d.ti sei il
mese per ciascuno d.ti 432. All’artegliere per lo sparatorio della
arteglieria del castello nelle feste solenni d.ti 15. prov.e a
Stefano Cavanaro castellano d.ti 50. ( Cam. Som. Relevi, vol. 359,
f. 436, ASN)
Nel Castello
L’undici settembre 1573 nel castello di Santa Severina il
feudatario Vespasiano Carrafa, figlio del conte Andrea e di Geronima
Carrafa, riceve dai coloni Salvatore , Romano e Giovanni Battista de
Romano e da Bernardo de Bona, abitanti a San Giovanni Minagò tomoli
1200 di frumento a compimento dell’affitto della gabella di Gullo
appartenente alla curia comitale.
Nel castello di Santa Severina il 18 ottobre 1573 si reca Domenico
de Orangia de Abrigliano per rivendicare il rispetto dei capitoli
matrimoniali, stipulati con il conte di Santa Severina Andrea
Carrafa, riguardanti lo sposalizio tra il figlio Vittorio ed
Hippolita Carrafa, figlia del conte. Il conte Andrea ed il figlio
Vespasiano si erano impegnati “in solidum” a consegnare ducati mille
ai due sposi “nel dì dell’affidare”. Il denaro doveva essere così
ripartito: ducati cento in denaro contante o in animali, ducati
trecento “per il valore di una veste di velluto palumbano, una
guctunera del medesimo et uno spolveri di tela lavorato di seta
car(mosi)na telimari” ed il rimanente in sei rate dall’affitto del
fondo Turrotio. Sono presenti Antonino Lepira, il castellano
Francesco Baglione, Colella Focuso, Geronimo Cirigiorgio, Camillo
Puglisio di Mesoraca ed altri.
Il 20 giugno 1575 nel castello di Santa Severina Vittorio de Orangia
de Aprigliano dichiara di aver ricevuto ducati duecento dal nobile
Costantino di Todaro e Marco Antonino Simione di Belvedere. Sono
presenti Jo.nes Carolo Lepira, Jo. Cosentino, Cola Gravà e Jo.nes
Ganguza di Cutro ed altri.
L’otto gennaio 1577 nel castello di Santa Severina l’utile signore
della città Vespasiano Carrafa vende ad Annibale Tirioti 180 capre
per il prezzo di ducati 126 a ragione di ducati 70 il centinaio.
Sono presenti Jacobo Martino, Gio. Thi de Mirante dela Cava Pho de
Martino, Joanne Cosentino e Gio. Stefano Circhione.
Il ventisei luglio 1577 nel castello di Santa Severina, presente il
conte di Santa Severina Andrea Carrafa, i coniugi Vespasiano Marsano
e Hyppolita Carrafa dichiarano di aver ricevuto dal conte ducati 115
come parte della somma promessa in dote dal conte. Sono presenti
Jacobo de Martino (Iudex ad contractum) Franco Caracciolo, Fabio
Mangione , Antonino Longo , Fabio Longo ed altri.
L’undici novembre 1577 su richiesta di Andrea Carrafa, conte di
Santa Severina, il notaio Marcello Santoro si reca nel castello dove
procede all’inventario di tutti i beni e le munizioni del castello.
Compilato l’inventario, i beni inventariati con le chiavi delle case
della munizione sono consegnati al castellano Nicola Maria de
Parisio il quale giura di conservarli e di essere fedele al conte ed
al re. Sono presenti Jac.o de mart(i)no judex R.io ad contractum, il
m.co jo ant.o infos(in)o, i due spagnoli m.co jo dorado hispano m.co
Michael de aniva hispano, abitanti nel castello di Crotone, m.co
julio Cava, m.co Jo dorado jac.to, Joseph de renda m.co pet.o Ant.o
jnfosino m.co vesp(asian)o marsano.
Essendo debitore il conte Vespasiano Carrafa verso la Regia Corte,
su ordine della regia camera della Sommaria è inviato a Santa
Severina il regio commissario Petro Iacono Spata per costringere il
conte a pagare al regio tesoriere. Poichè il conte “non have un
quatrino per satisfar la Regia Corte” è sospesa la sua giurisdizione
e le entrate del feudo sono confiscate. Il 22 maggio 1586 lo Spata
in presenza del governatore della città Marco Antonio Ferraro, del
sindaco Gio. Bernardino Sacco piglia il corporale possesso della
città, delle entrate, feudi e giurisdizioni. Al momento della
confisca nel castello vi erano Jo. Hieronimo e Vespasiano Marsano,
Nardo Basoino , Jo. Paulo Calavita ed altri. In quello stesso giorno
fu ordinato al castellano Nicola Maria de Parisio di custodire il
castello in nome del re.
La decadenza della città
Già al tempo del conte Andrea Carrafa, come si legge nelle
costituzioni del 1525, “molti cittadini son carcerati per pagamenti
fiscali ordinari, seu extraordinari, et alcuni che son exactori de
d(ett)i pagamenti, et alcuni per debiti comitali et un(iversa)li”.
Il 27 aprile 1584 il vicerè accoglieva la supplica inviata
dall’università di Santa Severina e la sollevava dal fornire due
carri per la fabrica di Crotone. L’università aveva fatto presente
lo spopolamento e la povertà della città. Veniva così accolta la
richiesta fatta il primo settembre 1581 dall’università di essere
“disgravata deli carra de Cotroni”. Infatti il 21 giugno 1578 la
città di Santa Severina, in quanto contava 414 fuochi, era stata
tassata per la costruzione del baluardo del castello e di una parte
delle mura della città di Crotone a fornire due carri, che dovevano
“portar la frasca dalli boschi alle carcare et per portar la petra
da far calce et per altri servitii”.
“Ill.mo et Ecc.mo S.re la povera Citta de S.nta Sev.na supp.do fa
intendere a v.ra ecc.ia come e stata tassata per la reg.a cam.a a
contribuire nella fabrica di Cotrone in dui carra lo hano finche si
finera detta fabrica, q.le carra ultra di quello pagha la reg.a
corte li contribuiscia essa Citta sei ducati per carro il mese che e
uno interesse grande et detta contribu.ne have fatta molti anni sono
et perche al p.nte se retrova quasi distrutta et dispopulata che
appena po pagare li pagam.ti fiscali supp.ca percio v.ra ecc.ia
resti servita ord.re che sia levata di detto peso inansi che del
intutto dissabiti et che detto fallim.to sia vero” .
Sempre in questi anni l’università è indebitata per 3300 ducati con
Antonio Bona Vides. Per tale motivo arrivano in città i commissari
regi i quali, per sanare il debito, costringono l’università a
mettere collette, imprigionano i cittadini che non pagano,
sequestrano i loro beni e li mettono all’asta.
Oppressa dalla fiscalità sia regia che comitale la città si spopola
e decade. Dai 747 fuochi contati nel 1545 scende ai 414 del 1561 e
arriva ai 307 nel 1595. All’inizio del Seicento ormai è in pieno
declino: “La Città oltre che è fortissima di natura è anco munita
d’un fortissimo castello. Il sito di essa Città è capace di più di
cinquemilia anime, ma per li debiti universali, et per il mal
governo di Conti p(ad)roni d’essa Città, et delli officiali
temporali da cinquanta anni qua è andata decrescendo in modo che à
pena vi si numerano quattro, o cinquecento anime..” ( Rel. Lim.
1603)
Il castello alla metà del Seicento
Così nell’apprezzo compilato nel 1653 dal tavolario Onofrio
Tango e dal consigliere Gennaro Pinto è descritto ed apprezzato il
castello di Santa Severina, “il quale per essere una machina cossì
grande come si è detto sopra et tutto quello che si può considerare
ad una magnificenza un Castello di ogni meraviglia per essere quello
stato fatto dal Ill.e qm. Andrea Carrafa olim Luoc.te e Cap.o a
Guerra del Regno di Napoli. L’apprezzamo per quella comodità
solam(en)te che può dare de Abitat(ion)e ... d’essa d.ti novemilia
dico d.ti 9000”.
“Possede l’utile S.re uno Bellissimo Castello il q(ua)le ... sta nel
posto Eminente della Città de sopra la porta di Pon... Edificato
sopra petra forte con fosso intorno da tutte ... dentro d.a pietra
forte con quattro Baloardi parte di detta pietra col complimento di
fabrica e per una ritirata si trova il ponte di legname lungo
sostentato da quattro pilastri di fabrica con il ponte con le Catene
di ferro per Calarlo et alzarlo dal quale si trova la p.ma porta con
porta di legname con Catenaccio dentro e fuora, dalla quale si entra
ad uno Cortile alla Sinistra e una stanza Abitabile con uno vacuo
scoverto dietro, sopra uno baloardo alla destra e la Cappella dove
si può Celebrare con Cona di N.ra S.ra dell’Assunta appresso
un’altro Baloardo dentro del quale sono tre stanze per stalla,
ritornando in detto Cortile si trova un altro Ponte di legname
sostentato nella mittà da uno pilastrone di fabrica dall’quale si
entra nella seconda porta dove e mezza porta di legname et l’altra
sta interra disfatta dal q.le si entra nell’recinto attorno detto
Castello da tre parte alla destra dell’intrare in detto recinto si
trova una stanza appr.o per una Salita inselicata di fab.a s’ascende
s.a d.a stanza ch’è un’altro Baloardo dall q.le si defendono le d.e
due porte Caminando per d.o recinto si trova la porta dell’Abitat.ne
di detto Castello Continuando per detto recinto si trova il 3°
Baloardo, dalla parte del detto largo all’incontro ... Chiesa
maggiore dove e uno Cannone di Bronzo dal q.le si difende la Città
da mezzo giorno e si pote battere parte della Città continuando per
detto recinto si trova il 4° Baloardo dove è un’altro Cannone di
Brunzo piccolo dal quale si può difendere la Città dalla parte di
tramontana et ... può battere la restante parte di detta Città in
tempo de revoltura li quali baloardi sono tutti con sue difese che
guardano le muraglie tra l’uno et l’altro fatto Mathematicamente con
architettura sotto detto Recinto vi è uno vacotto dove sono dui
piedi di fico, uno piede de granato Et ritornando nella porta
dell’Abitat.ne di detto Castello si trova l’intrate grande coverto
con lamia con Cortiglio grande Scoverto tutto mattonato il pavimento
alla destra sono due Camere Abitabile con una stanza per Tinello e
Furno appresso è uno Caracò secreto per il quale si ascende allo
appartam.to Superiore e sopra l’astrichi a Cielo ... sinistra di
detto Cortiglio sono due altre camere ... Cisterna Senza acqua
intesta è una Camera per Carcere accosto è una Cam.a appr.o e la
Cocina et ad uno lato ... cortiglio è la bocca della Cisterna la
quale e grande piena d’acqua vecchia di molti anni et da detto
Cortiglio (per) due scale di grade Scoverte si ascende ad una
logetta ... dalla quale si entra alla Sala alla destra sono sette
Camere singole et alla sinistra di detta Sala si entra ad un altro
quarto di tre Cam.e et uno Camerino in giro tutte Camere con lamie
le quale stando esposte a tutti quattro Venti nelli Cantoni sono
quattro Torre con suoi finimenti parapetti pretere e sopra sono due
Cam.e abitabile e soppindi da detta habitat.ne si gode parte della
Città Terre piani Colline Giardini Vigne oliveti montagne la Marina
di Cotrone lo Castiello di Santo Mauro la terra di Cutri la Marina
di Squillace con altre terre dalla parte di Tramontana è il fiume
Neto. Il quale Castello fu fatto dall’Ill.e Conte Andrea Carrafa in
tempo che fu luco.te dell’Regno di Napoli che fu l’anno 1523”.
L’armamento del castello di Santa Severina in un inventario del
1577
a cura di Pino RENDE
(foglio 38r)
Inventarium Monitionis Castri S. S.nae
Die Vig.o nono mensis Novembris sextae ind.s 1577 in Castro
Civi.tis S.te S.ne Ad preces “Nobis” factas per parte Ill.mi
D.ni Andrea Carrafa Comitis p.tae Civ.tis nos accessimus ad
dictum castrum et ass.t Coram nobis ipsum Ill.mm D.num de
pre... se discessurum per ser.o R.io citra dicta Civi.tis et suo
valde interesse conputum inventarium omnium bonorum et moni
tionis dicti Castri et roba ad suam requisitionem
factum in p.um inventarium infra.ti bonorum reperta in
dicto Castro:
Jn p.s In lo spontone de detto Castello quale si dice s.to Nicola
Vi è uno pezo di artigleria nominato sancro de dece palmi
in circa con sua Cascia rotta con una Rota jn terra
(foglio 38v)
Item in lo spontone n.to lo Carrafino vi e uno falconetto
di palmi dece et mezzo in terra con sua Cascia rotta
Item la Casa quale si dice la monitione sotto lo spon
tone detto de s.ta Barbara vi sonno le fr.e robbe:
In p.s Doi quasti cannoni di palmi sette l’uno in terra senza
cascie.
Item tre smirigli di palmi sei l’uno con l’arme di Casa Carrafa
Item Cinque moschecti di palmi quatt.o l’uno
Item quatt.o maschi de artigleria piccoli et doi grandi
Item Vinti tre Arcabusci con loro Cascie et tre altri arca
busci senza Cascia seu tileri
Item una Cascia vecchia dentro la q.le sono quattro
forme di palloctere di petra
Item una palloctera grande de brunzo et quattro altre
piccole di brunzo
Doi partisane larghe grandi et una piccola
sei piastre di ferro sottile
Unaltra cascia vecchia dentro la q.le sonno l infr.e robbe:
In p.s trenta nove para di ferri di pica lustri et belli
Item doi ronconi una lobarda et una parasana
Item Vintuno palle grosse di ferro per artiglieria
item quattordeci palle di ferro mezzane.
Item cento et tridici palle più piccole di ferro di artigleria
Item trenta altre palle simile de ferro.
Item Cento Vinti doi palle de petra de artiglieria
Item Quattro Cento et Vinti quattro palle di ferro piccole
di artiglieria.
Item uno mezo barrile grosso de dece de ferro per artiglieria
Item Vinti sette fiaschi vecchi di ligno per polvere.
Item tre staffe diverse l’una dilaltra
(foglio 39r)
Doi Criva vecchi di polvere. Uno Masco di ferro grande
de porta. Una spata et uno serrambrio vecchiss.mi.
Due tileri di arcabuscio ad reparo.
Item Vinti Cinque altre palle di petra di artigleria.
Uno pede di Centimulo quale si dice Conocchiula
Item quattro mezi tinelli pieni di solfora et doi altri
barrili grossi puro pieni di solfora.
Quindici palloctere de ferro per arcabuscio.
Item sidici altre palloctere di ferro de arcabuscio et
sette serpentine de arcabuscio
Una pactisana et un altro masco piccolo di petra
Item Nove petie Grosse di piombo di le quali ci ni è una
Piccioletta inconmensata.
Dece barili Vacanti di salnictro Doi palloctere doctone
Uno sportone pieno quasi di armi vecchi di ferro
fracidi
octo Cucchiare di artiglieria con li ferri et manichi
Uno Cistone vecchio con Certi pezi di ferro vecchi
Una branca seu banda di Catina di ferro di Ponte
Item octo pezi di octone di Capo foco
Doi pezi di brunzo di bocca de artigliaria
Una fermatura et una granda doi pedi di Candeleri
Una bucte ... Doi Canne di mantici di ferro
Una serra grande di ferro per ligname Cinque Cascie de
artiglieria et uno sechielo de ligno
Jtem in unaltra Camera seu Casa matta sotto lo spon
tone di s.to Elia che pur si dice la monitione
sono l’infr.e s.te Robbe:
In p.s Vinti tre arma.ti sani Nove Celate
(foglio 39v)
Item una Cascia con certi arma.ti disfacti et una Celata
Cinquanta quattro bottiglie
Item unaltra Cascia piena di ferri di arma.to disfatti
Uno sportone con uno mazzo di scritture
Una Bucte piena di solfore in cannelli
Una tina sotta rase di solfore in cannelli
Item quattro bucte di Carvoni sotta rase
Una testa tina di solfore pistato
Una Butte piena di stalli di ferro et vironi
Una bucte con uno poco de salinitro de Circa un barrile
Cinque vucti vacanti
Tre Casciotte pieni di scritture vecchi
Uno monsillo di Pica
Cinque mezi tagliagli con loro ferro
Doi barili pieni di Carvoni et doi vacanti
Una sella alla antiq.a vecchia
Unaltro Cascione pieno di scritture e certi altri pezi
di ligname che non servono
Quae quidem sup.ta bona omnia ut s.a inventariata fuerunt
consig.ta una cum clavibus dictarum domorum de la mo
nitione m.co Nicolao Maria de Parisio Castellano
dicti Castri qui quidem m.s nic.s m.a Castellanus promisit
et se oblig.t cum iur.to tactis ... et hipoteca omnium bonorum
suorum
et sup.ta bona ut s.a inventariata tenere et conser.re ad istantiam
ipsius ill.mi D. Comitis et ad honorem et fidelitatem Sac. et Cath.
N. P.re.
Quo quidem Inventario ut s.a facto p.tus Ill.us D. Comes
req.t nos ... p.tum co... debet essere
.... Nobili
Jac.o de mart(i)no judex R.io ad contractum, m.co jo ant.o
infos(in)o
(foglio 40r)
m.co jo dorado hispano m.co Michael de aniva hispano
habitantibus in Castro Crotonis m.co julio Cava m.co Jo dorado
jac.to
Joseph de renda m.co pet.o Ant.o jnfosino m.co vesp(asian)o marsano
Eodem die ad preces dicti D. Comitis perseverando
dictum inventarium p.tum accessimus cum dicto Castellano
in ...bus in ... ad Cam.am supra scalam dicti Castri
dove se dici l’astrachi invenimus in eodem Cam.a
Infra.i bonorum:
In p.s una mayilla piena di pignati pieni di artifitio
di foco
Item Uno Barile con uno poco de polvere di scopecta
da circa quattro rotula
Un altro barrile grande con uno poco di polvere da
monitione
Uno sportone et quattro tileri d’arcabuscio
Uno rifrascanturo di Creta rutto al presente Conse
gnato a detto Castellano. Presentibus
Not. Jac.o de mart(i)no iud(ex). Re(gi).o ad contractum, Joannes
Augustino dela terra de policastro et Andrea
de mart(i)no et joannello Liveri.

