[Il castello di Santa Severina da imperiale a baronale]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 29-31/1998)
Il castrum di S. Severina compare come castello
imperiale al tempo di Federico II di Svevia. Esso allora era
amministrato da un castellano nominato dalla curia imperiale ed era
sottoposto alla sorveglianza di “magistri” e “provisores”, designati
dall’imperatore.
Questi ultimi avevano il compito di redigere un accurato rapporto
sullo stato della fortificazione, del suo armamento, dei viveri e
del personale. Si interessavano anche alle spese per la sua
riparazione, alle quali dovevano concorrere i feudatari e le abbazie
che avevano possedimenti nel “tenimento” di S. Severina.
Da una “carta” riguardante il monastero di S. Angelo de Frigillo,
rileviamo che durante la prima metà del Duecento il castello fu
sottoposto ad almeno due significativi interventi di riparo.
Una prima volta al tempo in cui l’imperatore era partito per la
crociata e cioè tra il giugno 1228 ed il giugno 1229. Allora furono
designati ad ispezionare ed ad interessarsi alla riparazione del
castello due “magistri” e “provisores”: il templare Burrello e
l’ospedaliere Rogerio.
Una seconda volta nel marzo 1240 quando la curia imperiale aprì
un‘inchiesta per stabilire se il monastero di S. Angelo de Frigillo
doveva concorrere alle spese. In quest’ultimo caso su mandato di
Giovanni Vulcano di Napoli, provisore dei castelli imperiali dal
fiume Salso a porta di Roseto, furono incaricati di indagare
Goffredo da Roccabernarda ed il giudice Stefano da Crotone, i quali
interrogarono testi oltre che della città di Santa Severina anche
dei casali di S. Mauro, Scuro Iohanne, San Giovanni Minagò e Cutro e
delle terre di Rocca Bernarda e di Mesoraca, abitati che
evidentemente erano soggetti a fornire prestazioni per il castello1.
Dagli Svevi agli Angioini
La città di Santa Severina godette con gli Angioini, tranne
brevi periodi, la condizione demaniale, per privilegi concessi sia
dal re Carlo I d’Angiò che dal figlio Carlo II d’Angiò2. Fu perciò
amministrata da propri rappresentanti con la presenza di capitani e
castellani di nomina regia. Durante la guerra del Vespro,
nell’estate 1296, sotto la guida dell’arcivescovo Lucifero
Stefanuzza oppose una lunga resistenza l’esercito di Federico II
d’Aragona. Il sovrano, vista l’impossibilità di prenderla con la
forza, la costrinse ad arrendersi a patti assetandola3. Un secolo
dopo, nella guerra tra Ladislao di Durazzo e Luigi II d’Angiò nei
primi anni del Quattrocento, seguì le sorti del marchese di Crotone
Nicolò Ruffo, che si era schierato con l’angioino. Stretta d’assedio
si arrese alle truppe di Ladislao, il quale nel giugno 1404 scese
con l’esercito in Calabria4. Rimasta in demanio fu amministrata da
capitani regi5 anche se dovette subire, prima di cadere nelle mani
di Antonio Centelles, la presenza degli esattori di Luigi Galeotta,
il quale dopo aver ottenuto la concessione delle entrate della città
da Luigi III d’Angiò ne ebbe anche la riconferma nel 1438 da Renato
d’Angiò6.
Al tempo di Antonio Centelles
Durante la conquista aragonese la città cadde in potere del
capitano catalano Antonio Centelles il quale nel 1440 concesse
moltissime grazie alla città7. In seguito all’unione con Herrichetta
Ruffo, la città andò a far parte del vasto complesso feudale del
novello marchese di Crotone, che fu ribelle al re. L’esercito di
Alfonso d’Aragona alla fine di ottobre 1444 giunse in Calabria per
soffocare la ribellione. Il Centelles si preparò a sostenere
l'assalto: fortificò e rifornì di armi e di viveri i castelli e
nello stesso tempo fece terra bruciata davanti al nemico, ordinando
l'abbandono degli abitati non difendibili, per impedire al nemico il
vettovagliamento. Entrato nelle terre del marchese, il re assaltò
Cirò, che quasi subito si arrese, poi proseguì per Crotone. Mentre
ad una ad una cadevano le terre del marchese ( Rocca Bernarda,
Belcastro ecc) le truppe regie circondarono Santa Severina, che si
arrese a patti. Alfonso il 29 novembre era ancora "in felicibus
castris" presso Santa Severina. In quel giorno il sovrano approvava
i capitoli e le grazie dell'università. Tra le varie concessioni vi
era, oltre all'incorporazione definitiva nel regio demanio, la
grazia di liberare i cittadini da ogni spesa per un eventuale
recupero del castello, che evidentemente per l’assedio doveva aver
subito gravi danni. I Sanseverinesi infatti affermavano, che era
meglio “che dicto castello dirrupi”, come era nelle intenzioni del
vicerè Giovanni de Yxar, il quale lo riteneva inutile, in quanto
Santa Severina “è tucta castello et non ce bisogna altro castello”.
Poiché il suo mantenimento gravava sulla città e sui casali, se il
sovrano voleva ripristinarlo, doveva farlo a spese della regia corte
e non dell’università8.
Lavori al castello in età aragonese
Il castello fu riparato, infatti il primo agosto 1447 lo stesso
re concedeva la castellania del castrum o fortillitium di Santa
Severina a Pietro Bucca de faro, ordinando nello stesso tempo al
castellano o detentore dello stesso di consegnarlo al beneficiato o
ad un suo delegato con le armi, viveri, munizioni ed ogni altra cosa
di cui era provvisto9. Due anni dopo il Boccadi faro, robosterio e
familiare del re, ne era ancora in possesso. Un ordine del
luogotenente del Gran Camerario, Innico d’Avalos del 29 gennaio 1449
comandava al tesoriere del ducato di Calabria, Gabriele de Cardona,
di eseguire una disposizione reale, già inviatagli fin dal passato
novembre, che disponeva il pagamento degli stipendi al Boccadefaro
ed a quindici soci, addetti alla custodia del castello di Santa
Severina, e cioè 120 ducati annui per il castellano e tre ducati al
mese per ciascun socio10.
Un mese dopo, il 27 febbraio, lo stesso luogotenente ordinava al
Viceré del Ducato di Calabria, al tesoriere, ai giudici ecc. di
rendere esecutiva un’altra regia disposizione emessa il 15 febbraio
1448. Con essa il re aveva nominato Pietro Boccadefaro governatore a
vita della città di Santa Severina e di tutto il suo distretto e
delle sue pertinenze11. La presenza opprimente di un governatore a
vita che assumeva in sé le cariche sia di capitano che di
castellano, è messa in evidenza dalle grazie richieste al re
Ferdinando dopo il fallito tentativo di rivolta sviluppatosi alla
morte di re Alfonso. Allora il Centelles era ritornato in possesso
dei suoi antichi feudi tra i quali la città di Santa Severina, che
assieme alle altre terre del marchese verrà assediata e si arrenderà
alle truppe regie nell’autunno 1459.
Tra i capitoli confermati dal nuovo re, il 25 febbraio 1460, vi era
la richiesta di non avere più governatori ma capitani di durata
annuale e che il capitano non potesse essere anche castellano. Tali
capitoli verranno riconfermati dallo stesso sovrano dopo la breve
parentesi in cui la città era ritornata in potere del Centelles.
Quest’ultimo infatti il 24 giugno 1462 era stato reintegrato nei
suoi antichi feudi, tra i quali Santa Severina, e nel giugno 1464
ebbe anche il titolo di Principe di Santa Severina. Con la scomparsa
del marchese, all’inizio del 1466, ritornava libera, ottenendo il 25
febbraio 1466 l'approvazione dei capitoli presentati dai sindaci a
nome dell'università. Il re si impegnava a non dare più in feudo la
città con i suoi casali e ad annullare ogni diritto e titolo che
potessero ancora vantare sulla città Antonio Centelles, i suoi
figli, fratelli e affini12.
A testimonianza dei lavori fatti fare dal re Ferdinando, rimane
ancora oggi l’arme del sovrano, datata MCCCCLXI, rinvenuta in un
bassofondo.
La città ritornava in demanio, anche se alcune concessioni non
verranno rispettate. Troveremo infatti ad esercitare la carica di
governatore Lall Luise, milite e regio consigliere13, e nel 1481-
1482 Carlo Borromei, maestro portulano di Calabria14. Con
l’affacciarsi del pericolo turco anche le difese di Santa Severina
furono rinforzate. Ne abbiamo la conferma da un breve di Sisto IV.
Il papa il 26 settembre 1482 permette di utilizzare ducati 200 delle
rendite lasciate per la morte dell’arcivescovo Antonio Cantelmi per
la fortificazione e l’armamento della città15. Tuttavia il suo
castello cominciò a perdere d’importanza, rispetto a quello di
Crotone. Infatti il 7 maggio 1487, per fronteggiare il pericolo di
incursioni dal mare con il ritorno della bella stagione, Ferdinando
ordinava al condottiero delle genti d’arme del re Iacobo Castracane,
di recarsi nella provincia di Calabria e, radunati tutti gli armati
che vi sono, andare a stanziare fino al mese di luglio a Crotone ;
in modo da custodire e vigilare la città e le marine vicine con
cento uomini d’arme così da proteggerla “che non se arma per lo
turco o per altro”. Lo sollecitava inoltre a recarsi da Don Pietro
d’Aragona, figlio del Duca di Calabria, e “nostro nepote, al quale
da nostra parte dirrete che debba provedere de artigliaria per lo
castello di detta citta, togliendone da quelli castelli rocche so
dentro terra, dove non sono utili et importanti, in modo che decta
città stea ben provista16
Il rinforzo dell’apparato difensivo costiero con le sue ingenti
spese ed il mutamento imposto dall’introduzione delle nuove armi da
fuoco, oltre a determinare l’abbandono delle fortificazioni interne
e delle rocche troppo esposte alle bombarde, causeranno anche la
perdita della demanialità della città.
Dal castello regio al castello baronale
Nell’ottobre 1496 re Federico vendeva la città di Santa Severina
con il titolo di conte e con altre terre e feudi ad Andrea Carrafa ;
tuttavia il conte trovò l’opposizione degli abitanti. Nonostante la
promessa fattagli dal Paolo Siscar conte di Ayello, allora viceré e
governatore della provincia di Calabria, di “dare opera cum effecto
a fare conseguire ad esso Conte di Santa Severina, la pacifica,
integra et vera possessione della città di Santa Severina con lo
castello, et fortellecza et etiam della terra delle Castelle.. per
lo predetto Conte de Agello minime fu adimplita detta promissione
sincomo e publico noto et manifesto ad ogni persona et signanter
della provintia di Calabria”. Il Carrafa ne entrerà in possesso
solamente con l’arrivo degli Spagnoli ed in seguito all’intervento
di Consalvo Ferrante gran Capitano e Duca di Terranova17.
Così la città di Santa Severina “cum eius castro et fortellitiis,
muro, fossatis et vallatis cum bombardis et aliis monitionibus,
variis artiglieriis et armis ad defensionem castri praedicti
necessariis”18, passò in potere del conte anche se pochi anni dopo,
nell’aprile 1512, sparsasi la falsa notizia della morte del
feudatario nella battaglia di Ravenna, tenterà la via della
ribellione. La città fu assediata lungamente e poi devastata dalle
truppe regie di Bernardo Villamarino, conte di Capaccio,
luogotenente del vicerè Raimondo de Cardona. Molti cittadini
salvarono la vita, ma non i loro averi, con la fuga ; altri
perseguiti e catturati furono messi a morte, mentre i superstiti
dovettero subire le atroci rappresaglie e sopportare il giogo
feudale, reso più duro dalla sospensione, più che decennale, delle
costituzioni della città, in precedenza concesse dal feudatario.
Con la perdita dello stato demaniale al presidio ed al castellano di
nomina regia subentrarono un castellano, scelto dal conte, e le sue
guardie baronali che esercitarono essenzialmente funzioni
costrittive e repressive sulla popolazione. Da un inventario del
1521 veniamo a conoscenza che ancora al tempo di Andrea Carrafa il
castellano baronale di Santa Severina godeva di prerogative
antichissime, già riscontrabili all’inizio del Dodicesimo secolo,
quando lo stratego di Santa Severina, per l’importanza militare
della città, esercitava la sua giurisdizione anche su Crotone19.
All’antico “castellano regio”, per la custodia e sorveglianza che
faceva fare delle campagne dalle genti d’arme, “pro honoratico solvi
debito dicto castro vetusta et antiqua observantia”, i fidatori
delle mandre, che d’inverno prendevano in fitto il pascolo a Santa
Severina ed a Crotone, dovevano corrispondere per ciascun corso fino
a 12 ducati, a 60 pezze di cacio, a 60 ricotte e sempre comunque un
montone ed un capretto. All’inizio del Cinquecento, pur non
esercitando più la vigilanza armata delle campagne, il castellano
baronale di Santa Severina non aveva però perso il diritto di
riscuotere, anche se nel 1608, al tempo della vendita del feudo alla
famiglia Ruffo, tutte queste prestazioni erano già state abolite20.
Durante il periodo in cui la città fu sotto il dominio feudale di
Andrea Carrafa e precisamente al tempo in cui egli ricoprì la carica
di luogotenente del Regno di Napoli, sostituendo nel governo il
viceré Carlo di Lannoy (1522 - 1524) partito per guerra in
Lombardia, il castello fu rifatto e potenziato21. Se ne ha una eco
nelle costituzioni delle città approvate dal conte il 16 marzo 1525.
Infatti l’università supplicava il feudatario affinché nessun
abitante né della città né dei suoi casali fosse costretto a
“servitio alcuno de persona ne con bestie, ne meno con robbe senza
conveniente pagamento”. Ciò era stato concesso in passato dal conte
ma poi questa “gratia fu interrupta per le fabriche et reparationi
del castello”22.
I lavori proseguirono durante il periodo feudale del nipote Galeotto
Carrafa come si rileva da una iscrizione murata “A D 1535 DIE/ 27
IUNI 8 INDI/CIONE” ma in seguito il castello cadde in abbandono.
Se il Nola Molise affermava che Santa Severina era “fortissima di
sito, per essere una Rocca come una pigna di pietra fortissima, dove
si saglie per stretti sentieri, e nella sommità è un castello
intagliato dentro l’istessa pietra, con fosso, e contrafosso, con
due ritirate, conforme il Castello Nuovo di Napoli, che la rende
inespugnabile”23, un anonimo ben conoscitore del luogo aggiungeva :
“l’eminenza del sito sovra cui sta collocata Santa Severina è tale,
che aggiuntavi la Rocca fondata sopra il sasso vivo di fabrica non
molto antica, ben’intesa e fiancheggiata da più rivellini e torrioni
opportunamente disposti riesce fortezza di molta considerazione. Ma
questa piazza pure è senz’acqua, né v’ha memoria, che nelle passate
rivoluzioni del Regno si sia mantenuta mai contro l’inimico: anzi a
rendersi fu sempre delle prime, a ciò forse astretta dalle
necessità, o indotta dall’incostanza naturale de l’abitatori. Il che
forse conosciuto dagli Spagnuoli, hanno di proposito trascurato di
mantenerla, trovandosi anche al presente in tutto sfornita di
presidio, e d’arme e la Rocca non ch’altro disabitata”24.
Note
1. Pratesi A., Carte cit., pp. 399 - 402.
2. Nel dicembre 1346 Santa Severina e Crotone sono ricordate tra le
poche università demaniali, Minieri Riccio C., Notizie storiche
tratte da 62 registri angioini dell’archivio di Stato di Napoli,
Napoli 1877, p.31.
3. Speciale Niccolò, Historia Sicula, Lib. III, cap. X., in Muratori
L.A., Rerum cit, t.X, pp.975-976.
4. Pacella F., Un barone condottiero della Calabria del sec. XIV -
XV : Nicolò Ruffo marchese di Cotrone, conte di Catanzaro, in ASPN,
III, 1964, p.66
5. Capitani della città di Santa Severina nominati da Luigi III
d’Angiò : 2.1.1425 Roberto de Marano di Cosenza, 13.9.1425 Paolo de
Ammirato di Salerno, 1.3.1431 Luigi Galeotta di Napoli, Orefice I.,
Registro della Cancelleria di Luigi III d’Angiò per il Ducato di
Calabria 1421 -1434, ASCL. 1977/1978, pp. 326, 343, 368.
6. Campanile F., Dell’armi overo insegne dei nobili, Napoli 1680, p.
287.
7. Bernardo S., Santa Severina nella vita calabrese, Napoli 1960,
p.70
8. Caridi G., Un privilegio inedito di Alfonso il Magnanimo alla
città di Santa Severina, in Nuovi Annali della Facoltà di Magistero
dell’Università di Messina, n. 2, 1984, p.157.
9. Fonti Arag., I, 61 -62.
10. Fonti Arag., I, 72.
11. Il Boccadefaro aveva avuto anche l’incarico di custodire la
torre del casale di San Mauro, Fonti Arag., I, 72-73.
12. Un prezioso documento del secolo XV in Siberene p.172 ;
13. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, In
Arch. Stor. Cal., 1916, p.268.
14. Maone P., San Mauro Marchesato, Catanzaro 1975, p.101.
15. ARM. XXXIX, 15, f. 38v, Arch. Segr. Vat.
16. Capialbi H., Instructionum Regis Ferdinandi Primi Liber, in
Arch. Stor. Cal., 1916, p.261-263.
17. Processo Grosso ff. 451v- 452, Arch. Vesc. Crot. La città fu
venduta al Carrafa con privilegio di Federico d’Aragona concesso in
Castello Novo Napoli il 14 ottobre 1496 e fu riconfermata al conte
da Ferdinando D’Aragona, da Salamanca il 18 gennaio 1506 e da
Castello Novo Napoli il 20 maggio 1507, Reintegra delli territori e
robbe del vesc.to dell'Isola di carte trenta sei nell'anno 1520,
f.6, Arch.Vesc.Crot.
18. Bernardo S., cit., p.187.
19. Nell’aprile 1121 in un atto interviene Costa “notarium et
strategum S. Severinae et Crotonis”, Trinchera F., Syllabus cit.,
p.114.
20. Diritti feudali a Santaseverina, in Siberene pp.562, 569.
21. Bernardo S., cit., p.187.
22. Costituzioni della città e stato di Santaseverina, in Siberene
p.292.
23. Nola Molise G.B., Cronica, cit., p. 87.
24. Mercati G., Calabria e Calabresi in un manoscritto del XVII
secolo, in Collectanea Byzantina, Bari 1970, II, p.704.

