[La cattedrale di Belcastro]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 20-22/2000)
Secondo alcuni storici “Kallipoleos”, una delle
primitive diocesi della metropolia di Santa Severina, altro non
sarebbe che Belcastro1.
Da Genitocastro a Belcastro
La città, così detta durante il periodo bizantino, avrebbe poi
mutato in Genitocastro, come appare in numerosi documenti di età
normanno- sveva2, quando era feudo dei Falloch.
Nella prima età angioina, poco prima della metà del Trecento, essa
assunse l’attuale denominazione3. Secondo alcune testimonianze la
città nel Medioevo era abitata da tre popolazioni : ebrei, greci e
latini4.
Nelle collette per la Santa Sede dell’inizio del Trecento oltre al
vescovo compaiono anche le quattro dignità, cioè il decano,
l’arcidiacono, il cantore ed il tesoriere5.
Le ritroviamo ancora alla metà del Cinquecento quando la cura delle
anime risiedeva nel capitolo6. In seguito a causa della diminuzione
della popolazione, essa fu assegnata al solo arciprete, che divenne
il parroco di tutta la città7, ed assieme al penitenziere portò a
sei le dignità della chiesa di Belcastro8, e tali erano ancora alla
fine del Seicento9.
La cattedrale intitolata all’arcangelo San Michele, la cui immagine
era impressa nel sigillo del capitolo, era l’unica parrocchia della
città e conservava tutti i sacramenti.
Secondo una tradizione locale riportata dal Fiore, essa era stata
fondata nell’Undicesimo secolo e dotata da un tale Angiolo Carbone,
patrizio della città, il quale, non avendo eredi, la istituì e le
lasciò in eredità tutto ciò che aveva e cioè “Palaggi, vigne, tenute
di terre, e singolarmente il feudo detto Spertuso”10.
Al tempo del vescovo Giovan Antonio di Paola (1577 – 1591) il papa
Gregorio XIII concesse nel 1583 un privilegio ad un suo altare, come
si rileva da iscrizione11.
Nel 1592, al tempo del vescovo Orazio Schipani (1591- 1596),
annoverava oltre alle dignità otto canonici e 25 preti12 ma a causa
di una pestilenza il vescovo Alessandro Papatodero nel 1597 vi
troverà solo 6 canonici e 15 preti13.
La diocesi compresa tra i fiumi Crocchio e Tacina giungeva fino alla
riva del mare e confinava con le diocesi di Catanzaro, Isola e Santa
Severina. Essa nel Seicento comprendeva oltre alla città di
Belcastro anche i due villaggi di Andali o Villa Aragona, abitato di
Albanesi, e di Sant’Angelo o Cuturelle.
Belcastro, città posta su un colle a circa tre miglia dal mare, nei
primi decenni del Cinquecento era ancora fiorente di cittadini e di
messi ma in pochi anni arrivò la decadenza. Nel 1542 la cattedrale
risultava completamente distrutta (“penitus collapsa”) tanto che il
papa Paolo III il 12 settembre di quell’anno concedeva ai visitatori
e a coloro che avrebbero contribuito a risollevarla nella festa di
S. Michele l’indulgenza per un giorno14. Ma le condizioni della
città peggiorarono ed a causa dell’insalubrità dell’aria molti
cittadini la abbandonarono15. Lo spopolamento e la malaria fecero
impoverire la mensa vescovile, lasciata in abbandono; infatti tra il
1595 ed il 1615 ben sette vescovi si susseguirono. La precarietà del
potere vescovile favorì l’usurpazione di alcuni terreni della
chiesa16 e la povertà si ripercosse sulla cattedrale. Di mediocre
struttura, essa all’inizio del Seicento era cadente e necessitava di
grandi restauri17. Anticamente era situata in mezzo alla città, ma
poiché gran parte dell’abitato era stato abbandonato, ora se ne
trovava del tutto al di fuori.
Vi si festeggiava solennemente due volte all’anno : l’otto maggio ed
il 29 settembre. Aveva fonte battesimale, campanile, con due
campane, alcune reliquie di santi e la sacrestia ma, sia per
l’incuria dei vescovi che per la diminuzione delle entrate, mancava
di paramenti adatti al culto e quelli che c’erano erano modesti18.
Il vescovo Girolamo Ricciulli , rivendicò i beni della chiesa19 e
restaurò dapprima la cattedrale nelle pareti, nel tetto e nel
pavimento. Ne riparò le scale di accesso, fece rifare il bastone
pastorale, il piviale e due pianete di seta e fornì di suppellettili
di legno l’altare20. In seguito rifece la porta maggiore in maniera
artistica, riparò il soffitto ligneo, quasi divelto dalla forza del
vento e acquistò e preparò il materiale sia per ricostruire la
sacristia in forma più ampia ed in un luogo migliore sia per rifare
l’altare maggiore.
Nella chiesa vi erano i cinque canonicati della SS. Annunciazione,
di San Pietro, di San Pietro e Sofia, di S. Giacomo e Lucia e di San
Marco. Il vescovo curò anche di rinnovare ed indorare il crocifisso
di legno21.
Morto Girolamo Ricciulli seguì Antonio Ricciulli (1626 – 1629) ed a
questo Filippo Crino (1629 –1631).
Se la chiesa era stata risanata, mancava ancora di organo e di molti
e vari arredi e suppellettili e quelli che vi erano vecchi. Così nel
1632 il sindaco dei nobili della città collocò una nuova sede per il
magistrato cittadino22 ed il papa Urbano VIII l’anno dopo diede la
possibilità al nuovo vescovo Bartolomeo Giptio di impiegare i
proventi delle pene della sua curia per l’acquisto delle cose sacre
necessarie23. L’edificio tuttavia continuò ad essere trascurato
soprattutto per l’assenteismo del presule a causa dell’inospitalità
del luogo24. Infatti esso era esposto d’inverno ai rigidi venti ed
all’umido e d’estate all’eccessivo calore e all’aria malsana.
Inoltre la cattedrale era in un luogo isolato, circondata da rupi
sassose e da case distrutte ed abbandonate25.
Proseguivano le usurpazioni delle proprietà e delle prerogative
della chiesa, facilitate dall’assenza del vescovo, il quale a volte
tentava la reintegra della mensa. Al centro delle contese fu il
diritto di esigere le decime a ragione di un tomolo di frumento su
ogni giogo di buoi, anche di estranei, da pagarsi sia sui terreni
feudali che burgensatici della diocesi26. Le liti si inasprirono
tanto che il vescovo ricorse all’arma della scomunica27. Scossa dal
terremoto del 1638, all’inizio del vescovato del messinese Francesco
di Napoli (1639 - 1651) era così cadente che, per ripristinarla, non
sarebbero bastate le entrate della mensa vescovile di più anni28.
Essa aveva l’altare maggiore rivolto ad oriente e la facciata, dove
si apriva la porta maggiore, guardava ad occidente. Non era molto
capiente ma sufficiente per la popolazione. Divisa in tre navate ;
la mediana, la più spaziosa, era posta tra le due ali laterali più
ristrette, che la completavano per tutto l’ambito. Nella parte
superiore della navata centrale il vescovo fece erigere un nuovo
altare maggiore, dedicato al patrono San Michele Argangelo, di forma
più grande del precedente (lungo e largo palmi 11, alto palmi 4 e ½
con lunghezza del piano palmi 3 ½) e costruito in maniera artistica
e dorato. Ai lati vi eresse delle colonne “cementizie” che fece
dipingere con varie figure. Nella parte superiore, a destra, c’era
la cappella dove era conservato in una custodia dorata lo SS.mo
Sacramento dell’Eucarestia, che godeva di grandissima venerazione
popolare. In essa le candele erano sempre accese. Sempre nella parte
superiore, però a sinistra, c’era la sacristia molto ristretta. Essa
era in grandissimo abbandono e fu rifornita di alcune suppellettili
sacre, tra le quali tre pianette, mentre quelle che c’erano furono
riparate o rifatte. Vi trovò anche quattro calici con patene dorate,
mentre i paramenti pontificali dovevano essere rifatti perché
completamente consumati. Dietro l’altare maggiore, che era
privilegiato per indulto di papa Gregorio XIII vi era il coro molto
piccolo e buio nel quale nei giorni festivi prendevano posto le
dignità ed i canonici. Vi era lo stallo vescovile, in mezzo a quello
dei canonici. All’arrivo del vescovo esso era in più punti cadente e
mostrava un aspetto modesto, ma ben presto fu trasformato in una
forma più gradevole, aggiungendovi varie opere plastiche di mirabile
candore ed ornandolo con statue ed insegne. Per rendere ogni cosa
più chiara e bella, vi aveva fatto aprire in alto anche una
magnifica ed ampia finestra. Esso era decorato con varie sculture ed
era adatto perché il vescovo potesse svolgere i divini uffici.
Davanti all’altare maggiore c’era il sedile vescovile che ornò.
Costruito in legno, lo fece spostare dal corno dell’Epistola e
quello dell’Evangelo e costruì vicino ad esso un nuovo pulpito, che
fece decorare con cornici ed ornamenti eleganti. Il vecchio infatti
era così malmesso che non era decoroso da esso annunciare ai fedeli
la parola di Dio. Il soffitto della chiesa e due pareti che per la
vecchiaia ed i terremoti minacciavano rovina, furono riparate. Per
dare maggiore luce all’edificio, fece aumentare il numero delle
finestre, aggiungendone due in alto nei muri laterali. La cappella
dello SS.mo Sacramento che era eretta a destra dell’altare maggiore,
internamente era trascurata ed la cupola di fabbrica, pur essendo
ammirevole, era stata consegnata completamente rustica e mostrava le
sue pietre tagliate lucide e semplici. Con le elemosine dei devoti,
con le entrate della cappella e col suo denaro il vescovo aveva
curato di rivestirla di opere plastiche da cima a fondo. Egli vi
aveva messo varie statue, insegne e sculture, così era divenuta più
bella ed importante, tale da indurre nel popolo una maggiore
devozione e considerazione. Inoltre l’aveva arricchita di due
dipinti di grandissima stima, che aveva fatto appendere alle pareti.
Dentro la cattedrale vi erano erette quattro cappelle che erano di
iuspatronato di particolari, con doti molto esigue, eccetto la
cappella del Sangue di Cristo della famiglia dei Ballatore. Nel lato
destro presso la porta maggiore vi era la fonte battesimale, fornita
di ogni cosa necessaria. Vi si trovavano inoltre varie sepolture,
sia davanti alla cappella dello SS. Mo Sacramento che all’altare
maggiore. La sacristia che era in grandissimo abbandono fu rifornita
di alcune suppellettili sacre, tra le quali tre pianette, mentre
quelle che c’erano furono riparate o rifatte. In essa trovò quattro
calici con patene dorate, mentre i paramenti pontificali dovevano
essere rifatti perché completamente consumati. La chiesa mancava di
organo ma completava la struttura il campanile sul lato sinistro con
tre campane, una delle quali, la maggiore, era spezzata. Al suo
arrivo il vescovo Napoli aveva trovato due croci di cui una
d’argento aveva l’immagine del Crocifisso e l’altra quella
dell’Arcangelo San Michele. Il vescovo aggiunse un nuovo sacrestano
ai quattro diaconi selvatici in modo da conservare la chiesa sempre
pulita e funzionante29.
Il nuovo vescovo Carlo Sgombrino (1652 - 1672) entrò subito in lite
con il vescovo di Isola Giovan Francesco Ferrari, accusandolo di
esercitare il potere temporale sulla città, violando la
giurisdizione e l’immunità ecclesiastica30. Di modica grandezza ma
adeguata alla popolazione ha campanile, campane e cimitero. Nella
sacrestia conserva un reliquiario di ebano, costruito con grande
maestria, con le reliquie degli SS. Aureliano, Venanzio e Pio
Martire31. Se a parere del vescovo Sgombrino l’edificio non aveva
bisogno di alcun riparo, la situazione prospettata dal nuovo vescovo
Carlo Gargano (1672 -1683) non era delle più rosee.
La città, feudo del duca Francesco Sersale, risultava provata
dall’epidemia che nell’anno 1672 l’aveva duramente colpita, causando
la morte di circa 300 persone e privandola così in pochissimo tempo
di quasi un terzo dei suoi abitanti.. Il palazzo vescovile, vicino
alla cattedrale, era in completo abbandono in quanto da circa venti
anni nessun vescovo l’aveva abitato e la cattedrale era talmente
rovinata e così carente di suppellettili che il vescovo aveva dovuto
subito mettersi all’opera e per renderla decente aveva dovuto
impiegare anche del suo32.
Dopo i brevi vescovati di Benedetto Bartolo (1684 - 1686) e di
Alfonso Petrucci (1686 -1687), i quali all’atto della consacrazione
si erano impegnati a riparare la cattedrale ed il palazzo vescovile,
a costituire la prebenda teologale e la penitenzieria ed ad erigere
il Monte di Pietà33, seguì Giovanni Emblaviti il quale dovette in
primo luogo trovare rimedio alla cattedrale quasi completamente
distrutta dal terremoto del 1689 ed a rifare il palazzo vescovile
rimasto in abbandono ed inabitato per quasi quaranta anni. Egli fece
aprire una nuova via piana, in modo da avvicinare la città alla
cattedrale, facendo scavare il sassoso monte che le separava. Poiché
la cattedrale era circondata da solide rupi, le fece togliere in
parte per erigervi una sacrestia più ampia. La spesa era grande e le
sue entrate non bastavano, perciò vi impegnò parte del denaro
concesso da papa Innocenzo XI (1676 -1689) alla città e che doveva
servire a riparare i danni del terremoto34. Fu perciò accusato da
molti di non avere distribuito il denaro ai terremotati ma di
averselo trattenuto ed usato a suo pro35.
Poiché la città pativa per la vicinanza di stagni, la risanò facendo
svuotare un lago profondo 16 palmi e più di cento lungo.
Alla fine del Seicento la cattedrale era stata restaurata .
Costruita presso l’antica rocca, aveva sette altari : altare
maggiore dedicato a San Michele Arcangelo, S. Giuseppe e l’antica
icona di S. Maria delle Grazie detta delli Greci, altare SS.
Sacramento privilegiato, S. Antonio da Paola di iuspatronato della
famiglia Gargano, SS. Sangue di Cristo di iuspatronato della
famiglia Ballatore, il Gloriosissimo Crocifisso di iuspatronato
vescovile nel quale c’era l’onere di una messa settimanale fondato
dal vescovo Napoli. C’era poi l’altare dei Santi martiri Vito e
Modesto e quindi l’altare di iuspatronato della famiglia Raimondo
che conservava diverse reliquie di martiri36.
Il vescovo Emblaviti afferma di continuo nelle sue ultime relazioni
di aver portato a compimento il palazzo vescovile e la cattedrale,
dal pavimento al tetto, rendendo il primo abitabile e la seconda
completa, con nuove cappelle e fornita di sacre suppellettili37.
Egli inoltre aveva costruito una conveniente sacrestia, rifatto il
grande campanile che stava cadendo, munendolo di campane, aveva
avvicinato la chiesa alla città, rompendo il monte ed aprendo una
via piana e breve, in modo che i cittadini facilmente potessero
frequentare la chiesa38.
Dopo quasi 35 anni di vescovato gli succedette Michele Gentile
(1722- 1729 ?), il quale descrive una situazione che non lascia
dubbi sull’operato del vescovo Emblaviti.
La cattedrale che ci descrive è sia formalmente che materialmente
“quassata”, senza trono, senza coro, senza sacre suppellettili, con
i confessionali a pezzi e mancante di qualsiasi oggetto necessario
al culto. Il palazzo vescovile è “diruto“ ed inabitabile. Il
predecessore non vi ha speso un soldo ed per tanti anni
indecorosamente ha abitato in una piccola parte. La cattedrale è
“diruta” ed in abbandono, è mancante di suppellettili e con il
campanile pericolante39.
Il vescovo tentò subito di ottenere il permesso per trasferirsi
altrove “al fine di potersi curare” e “perché i Calabresi devono
essere governati da Calabresi”40. Poi entrò in conflitto con il
barone del luogo, Alfonso Poerio, che scomunicò41, con il capitolo
della cattedrale e con i regolari. La situazione precipitò tanto che
la chiesa di Belcastro fu oggetto di una lunga visita da parte
dell’inviato papale Giuseppe Perrimezzi, vescovo di Oppido42, che
tentò di conciliare gli animi ed indagò sulla reale entità delle
rendite della mensa vescovile43. Specialmente la sacrestia aveva
bisogno di grandi restauri. Il Gentile con lo spoglio del suo
predecessore, completò il restauro del campanile che minacciava
rovina, riparò i muri di tutta la chiesa, costruì un nuovo coro,
l’altare maggiore e la sede pontificale. Fornì inoltre un nuovo
bacolo d’argento con due calici e patene ugualmente d’argento,
preziose dalmatiche e suppellettili, messali e libri. Rimanevano
ancora circa 440 ducati e questa somma fu impiegata nella
riparazione della chiesa. Intervenne infatti il visitatore
apostolico, il quale curò stipulare un contratto con mastri muratori
ed altri artefici, i quali si obbligarono al restauro integrale
dell’edificio per la somma di 550 ducati44. Il vescovo se ne morì
“non senza sospetto di veleno”, lasciando appena 460 ducati45. I
lavori dopo poco si fermarono, anche se il capitolo della cattedrale
curò prima dell’arrivo del nuovo vescovo, Giovan Battista Capuano
(1729 - 1748 ?), di procedere nella costruzione utilizzando i soldi
dello spoglio. Il nuovo presule “poco o nulla oprò”. Se ne stette
quasi sempre lontano dalla diocesi, entrò in contrasto con i laici,
tanto che fu minacciato con la pistola e fu accusato di molti
abusi46. Lasciò la diocesi in mano ai suoi ministri, ed ufficiali
che “commisero molti delitti ed eccessi” , tanto che il papa
Benedetto XIV, accogliendo le proteste dei diocesani, dovette
inviare il visitatore apostolico47 . Finiti i soldi dello spoglio.
La cattedrale ed il palazzo vescovile, avendo questi bisogno di
restauro fin dalle fondamenta, rimasero imperfetti, occorrendo altri
sussidi, perché le rendite della chiesa di Belcastro sono tenui48.
Scossa e lesionata dal terremoto del dicembre 1744 che aveva
danneggiato i luoghi sacri “ita ut in pluribus locis ecclesiae
aedificia appellari possunt maceriae”. Il vescovo pochi mesi dopo
affermava di aver tutto restaurato e che la cattedrale era
decentemente ornata e provvista di ogni cosa e così tutte le chiese
della città e della diocesi, soggette alla sua giurisdizione49 .
Dopo il breve vescovato di Giacomo Guacci (1748 - 1754), salì sul
trono vescovile di Belcastro Tommaso Fabiani (1755 - 1778).
A metà Settecento la diocesi si estendeva per 50 mila passi in
latitudine ed in longitudine, comprendeva oltre alla città di
Belcastro, in continuo degrado, i tre villaggi di Castrum de
Aragonia, detto anche Andali, abitato da 550 Albanesi, S. Angelo in
Cuturella con 206 e La Cerva con 340 abitanti. Il vescovo dovette
subito risanare la sede vescovile che minacciava rovina, sia per il
soffitto ligneo, che era marcio, sia per le pareti che rovinavano. A
sue spese, poiché dallo spoglio del suo predecessore niente ricavò,
cominciò a ricostruire il coro dalle fondamenta più ampiamente, più
degno, e più alto, comprendente tre ordine di sedili.
Nel 1761 esso era completato e gli stalli erano già stati ornati.
Eresse inoltre tre nuove edicole dedicate all’Immacolata, a S.
Tommaso D’Aquino ed a San Francesco D’Assisi. Così è descritta la
cattedrale nella sua relazione del 1758. La cattedrale ha la porta
maggiore rivolta ad occidente, mentre la minore è sul lato
settentrionale. Un breve spazio la separa dal palazzo vescovile. Il
vescovo la congiunse all’episcopio ed al seminario. Essa è divisa in
tre navi, la maggiore centrale e due laterali, tutte ben costruite,
ornate e coperte con soffitti lignei a cassettoni.
La navata maggiore è illuminata da finestre che sono situate, tre
per ogni lato, il resto è rischiarato da un’altra finestra di
maggiore ampiezza, che si apre sulla parete del coro.
Le navate laterali ricevono inoltre luce anche da due altre
finestre. L’altare maggiore dedicato a San Michele Arcangelo è
situato davanti al coro, il quale è sotto un’arcata troppo
opprimente. Perciò affinché i canonici non patissero disagi e la
casa di Dio rispecchiasse la sua potenza, mi sembrò opportuno
allargare il coro ed innalzare la volta. Così ogni parte
dell’edificio avrebbe assunto una forma più conveniente e razionale.
Tale opera con passo celere sta ora per essere conclusa. Nel corno
dell’Evangelo davanti al detto altare maggiore, si eleva il trono
vescovile, al quale si accede per tre gradini di legno. Esso è
dotato di ombrella di seta ed il sedile è coperto con un panno di
seta dai colori banco e rosso.
Più in basso è situato uno scanno per gli eletti del governo
cittadino di Belcastro e ci sono pure altri scanni necessari per
ascoltare la predica.
Presso la porta maggiore da una parte c’è la fonte battesimale,
costruita in pietra verde. Essa è rinchiusa in una cappelletta di
modesto graticcio ligneo.
Nella parte superiore della navata laterale destra è situata la
cappella dello SS.mo Sacramento, di aspetto elegante e decorata con
un tabernacolo ligneo dorato. Vi ardono sempre due lumi e nei giorni
più solenni si accende il fuoco in un altro lume d’argento, che io
assieme ad una sfera feci ripristinare da un bravo artigiano
napoletano, spendendoci 150 ducati.
I ricchi censi di questa cappella sono amministrati da un idoneo
procuratore ecclesiastico. Dapprima nella parete laterale troviamo
l’altare dedicato a Sant’Antonio da Padova, al quale è annesso il
beneficio di iuspatronato della famiglia dei Gargano ; il frutto di
questo beneficio assomma a 90 ducati annui con l’onere di 200 messe.
Più sotto nella stessa navata si trova l’altare dello SS.mo Sangue
di Cristo di iuspatronato della famiglia dei Bellatori, al quale è
congiunto e fondato un beneficio di 30 ducati di rendita.
Quarto ed ultimo altare di questa navata è quello dedicato
all’Immacolata, la cui sacra icone è venerata e curata dal popolo.
Questo altare fu trasferito dalla chiesa di San Francesco, che fu
soppressa al tempo della sua visita da Nicola Abbate, vescovo di
Squillace. In seguito vi fu fondato sotto tale titolo il beneficio
laicale della famiglia dei Sillano, che gode di un piccolo censo.
Nella parte superiore della navata sinistra, che è di forma non
dissimile, c’è la cappella dello SS.mo Crocifisso, che si sostiene
con le elemosine. Subito dopo segue nella parete laterale, l’altare
di San Tommaso d’Aquino, nostro protettore, col beneficio di
iuspatronato della famiglia dei De Laudari. Tale beneficio gode 24
ducati di rendita. Nello stesso altare c’è la statua del santo
“Dottore” che è tenuta in grande devozione e pietà non solo dai suoi
concittadini Belcastresi, ma anche dalle innumerevoli genti che da
luoghi vicini e lontani, qui vengono in pellegrinaggio nel giorno
della sua festa per assolvere i voti.
In tale giorno e quando le calamità colpiscono questo popolo c’è
l’usanza di portarla solennemente in processione per la città.
Infine c’è l’altare consacrato a San Francesco d’Assisi, altare che
fu traslato qui dalla sua chiesa sempre dal vescovo di Squillace.
Resta da dire solo di un altro luogo che c’è in questa navata. In
esso per devozione di Sant’Anna, patrona della mia famiglia,
istituii e dedicai alla Madre della Vergine un altro altare e vi
curai far costruire un santo simulacro, perché sia tenuto in
maggiore devozione.
All’ingresso della chiesa cattedrale, sopra la porta maggiore, si
trovano gli organi pneumatici, i quali secondo l’antichissimo rito,
nei giorni prescritti dal nuovissimo cerimoniale di Benedetto XIV,
pulsano per opera di un valente organista.
Da una delle navate laterali si accede alla sacrestia, che ha una
elegante volta, due finestre con vetri ed armadi le ornano le
pareti.
Vi erano appena le suppellettili necessari di seta e di quei colori,
che le rubriche prescrivono. Vi trovai solo due paramenti
pontificali preziosi, confezionati in seta dorata, che curarono far
fare due miei predecessori.. Prima di giungere a questa chiesa,
comprai con mio denaro tutte le suppellettili pontificali di tutti i
colori e tutti i libri pontificali ; cioè paramenti solenni tessuti
con seta dorata e feriali, confezionati con seta d’argento e
violacea. Comprai inoltre una pianeta, una mitra ecc.
All’esterno della chiesa si innalza il campanile, nel quale ci sono
tre campane : la maggiore, la mediana e la minima. Esse producono un
ottimo concerto50.
Nel 1761 esso era completato e gli stalli erano già stati ornati.
Eresse inoltre tre nuove edicole dedicate all’Immacolata, a S.
Tommaso D’Aquino ed a San Francesco D’Assisi51.
Rifece poi il capellone dell’altare maggiore, l’organo e
l’orchestra52. Nonostante i buoni propositi, giorno dopo giorno,
come tutti gli edifici della città, la situazione va peggiorando,
come se una pestilenza col tempo tutto pervada e corroda53. Il
vescovo interviene di nuovo e rifà la cappella dello SS. Corpo di
Cristo che era completamente deturpata.La restaura e la riduce in
forma più elegante, costruendovi una nuova volta in gesso. Vi erige
in essa un nuovo altare con tabernacolo ed ostensorio e la decora
magnificamente con marmi, arricchendola di croce, fiori, candelabri
ed altri ornamenti, spendendovi oltre 800 ducati54. Alla sua morte
la sede vescovile rimase vacante per 14 anni55. Essa fu amministrata
da Giuseppe Fragale di Andali, un semplice canonico che era stato
elevato dal Fabiani ad arcidiacono56.
Alla fine del Settecento la diocesi di Belcastro si arricchisce del
nuovo villaggio agricolo di Botricello. Il vescovo Vincenzo Greco di
Crotone (1792 - 1807) descrive la cattedrale come un edificio
abbastanza elegante e sufficientemente ampio e adatto per la
popolazione. Egli nel 1794 fa rifondere due delle tre campane e
restaura il campanile. Fornisce inoltre la chiesa di molte sacre
suppellettili57. Dopo la sua improvvisa morte, avvenuta in Crotone,
si avvicendarono nell’amministrazione della diocesi Luigi Maiorana,
Luigi Gimigliano, Giovan Francesco d’Alessandro e da ultimo il
vicario apostolico Carmine de Grazia, il quale resse l’ufficio fino
al 1818, quando la diocesi passò sotto l’amministrazione
dell’arcivescovo di Santa Severina58. Infatti dopo il Concordato del
16 febbraio 1818 tra Pio VII e Ferdinando IV, una bolla pontificia
del 27 giugno di quello stesso anno stabiliva la nuova
organizzazione ecclesiastica della Calabria. Il titolo vescovile
della chiesa di Belcastro fu soppresso e la città e la diocesi
furono aggiunte ed aggregate alla chiesa arcivescovile di Santa
Severina. Soppresso il titolo di cattedrale, la chiesa di San
Michele Arcangelo fu ridotta ad insigne collegiata.
Note
1. Russo F., Storia della chiesa cit., I, pp.200 sgg.
2. Siberene, p.16.
3. La città avrebbe mutato nome al tempo di re Roberto d’Angiò,
quando nel 1330 fu infeudata come contea ai d’Aquino, Russo F.,
Regesto, I, pp.87 sgg. ; Rel Lim. Bellicastren., 1699, 1703.
4. Della presenza degli Ebrei ancora nel Settecento rimanevano
rilevanti tracce del loro insediamento nella città, Rel. Lim.
Bellicastren., 1703.
5. Russo F., Regesto, I, 173, sgg.
6. Tracce di questa organizzazione la ritroviamo ancora nel
Settecento. Allora l’arcidiacono aveva unita la cura della chiesa di
Santa Maria delle Grazie, il cantorato quella di S. Maria Maddalena,
l’arciprete quella di S. Nicola, il canonico degli SS. Jacobo e
Lucia la chiesa dedicata ai santi, i canonici della SS.
Annunciazione, di S. Maria de Sanitate e di S. Paolo avevano solo il
titolo senza più le chiese e così il canonico di S. Pietro che aveva
la cappella dentro la chiesa di S. Maria della Pietà, Rel . Lim.
Bellicastren. 1707, 1758.
7. L’arciprete era stato istituito nel 1578 e poi confermato nel
1597, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
8. Rel. Lim. Bellicastren., 1597.
9. Fiore G., Della Calabria Illustrata, II, 334.
10. Fiore G., Della Calabria Illustrata, II, 334.
11. Epigrafe : “S. D. GREGORII XIII/ PRIVILEGIO QUOT/ MISSAE
DEFUNCTOR./ IN HOC ALTARE OFFE=/ RUNTUR TOTANIMAE PUR=/ GATORII
PENIS LIBERAN/ TUR IO. AN. D.P. EPUS/ BELLICASTREN. 1583”
12. Rel. Lim. Bellicastren., 1592.
13. Rel. Lim. Bellicastren., 1597.
14. Russo F., Regesto, IV, (18618)
15. Rel. Lim. Bellicastren., 1603 ; Dai 593 fuochi del 1545 nel 1561
era scesa a 221 e nel 1595 veniva tassata per 246.
16. Rel. Lim. Bellicastren., 1612.
17. Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
18. Rel. Lim. Bellicastren., 1603.
19. Il vescovo trovò alcune terre della chiesa occupate ed lo “jus
vendendi spicas” usurpato, Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
20. Rel. Lim. Bellicastren., 1620.
21. Rel. Lim. Bellicastren. 1625.
22. Epigrafe: “ QUAM./ NICOLAUS. ANTONIUS./ SCARRILLO./ NOBILIUM.
SINDICUS. HIC./ ANNO (I) (I CXXXII./ MAGISTRATUS. SEDEM. LOCAVIT./
VETUSTATE. COLLAPSAM./ D. NICOLAUS GIMIGLIANO CIVITATEM GERENS./
PERILLUSTREM./ SPLENDIDIOREM. HANC. IN. FORMAM./ CURUS.
PLAUDENTIBUS. INSTAURAVIT./ NONIS. MARTII (I)(ICCLXXIX”
23. Russo F., Regesto, VI, 315.
24. Il vescovo Bartolomeo Gizio chiede al papa di potersi assentare
dal 15 luglio al primo ottobre e dal 15 dicembre al 15 febbraio di
ogni anno, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
25. La città era abitata da circa 900 abitanti dei quali 28 preti, 3
suddiaconi e 43 chierici, Rel. Lim. Bellicastren., 1634.
26. Il vescovo Giptio mosse lite ad alcuni cittadini di Catanzaro e
di Belcastro i quali fin dal 1633 pagavano le decime non al vescovo
ma ai parroci dei luoghi in cui i beni si trovavano, Rel. Lim.
Bellicastren., 1637.
27. Il vescovo Giptio poiché alcuni cittadini, protetti dal
feudatario di Magliacane, Cesare Maricola di Catanzaro, non volevano
pagare le decime , li scomunica, Rel. Lim. Bellicastren., 1637.
28. Rel. Lim. Bellicastren., 1641.
29. Rel. Lim. Bellicastren. 1645.
30. Russo F., Regesto, VII, 316.
31. Rel. Lim. Bellicastren., 1665.
32. Rel. Lim. Bellicastren., 1673.
33. Russo F., Regesto, IX, (45182), (45483).
34. Rel. Lim. Bellicastren., 1692.
35. La comunità di Belcastro aveva avuto dal papa per riparare le
rovine duc.600 che dovevano essere applicate con il consenso del
vescovo e dei sindaci ed il parere dei cappuccini di Cropani. La
somma consegnata dal nunzio al vescovo dopo quattro anni non era
stata ancora spesa, Nunz. Nap. 112, f.297.
36. Rel. Lim. Bellicastren., 1699.
37. Rel. Lim. Bellicastren., 1703.
38. Rel. Lim. Bellicastren., 1707, 1718.
39. Rel. Lim. Bellicastren., 1726.
40. Russo F., Regesto, X, 286,350.
41. Russo F., Regesto, X, 328.
42. Russo F., Regesto, X, 364.
43. Russo F., Regesto, 368, 369.
44. Rel. Lim. Bellicastren., 1727.
45. Capialbi V., La continuazione dell’Italia Sacra dell’Ughelli per
i vescovadi di Calabria, Arch. Stor. Della Calabria, II, 1914,
p.196.
46. Il vescovo fu minacciato con la pistola da due laici, ed è
accusato di starsene a Napoli e di abusi sulle ordinazioni, Russo
F., Regesto, XI, 36, 238, 339, 355.
47. Capialbi V., cit., p.197.
48. Russo F., Regesto, X, 404.
49. Rel. Lim. Bellicastren. 1745.
50. Rel. Lim. Bellicastren., 1758.
51. Rel. Lim. Bellicastren., 1761.
52. Capialbi V., cit., p.198.
53. Rel. Lim. Bellicastren., 1771.
54. Rel. Lim. Bellicastren, 1775.
55. Capialbi V., cit., p. 198.
56. Rel. Lim. Bellicastren., 1768.
57. Rel. Lim. Bellicastren., 1795.
58. Capialbi V., cit., p.199.

