[La cattedrale di San Pietro a Cariati]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 35/2000)
La chiesa di San Pietro di Cariati era
anticamente una cappella di iuspatronato dei Ruffo, conti di
Montalto e feudatari della città.
Da cappella a cattedrale
Nel 1437 a preghiera della patrona Covella Ruffo, contessa di
Montalto, nota come duchessa di Suessa o Sessa, accolta da papa
Eugenio IV, fu eretta in cattedrale. Unito a quello di Cerenzia, il
nuovo vescovato ebbe per diocesi oltre a Cariati le due terre di
Scala e Terra Vecchia ed il villaggio di San Maurello, abitati che
prima facevano parte della diocesi di Rossano1.
Il nuovo vescovato di Cariati, unito a quello di Cerenzia, fu posto
sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Santa Severina. La
duchessa per maggior decoro del nuovo vescovato e per indulgenza per
sé e per i suoi progenitori concesse al vescovo ed ai suoi
successori una rendita annua di 10 once d’oro sui diritti di
passaggio, dogana e fondaco di Cariati. Il figlio di costei, Marino
Marzano Ruffo, principe di Rossano, per la difficoltà di esazione,
il 9 settembre 1448, accogliendo la richiesta del vescovo Giovanni
la trasferì sull’entrate del suo corso di Malapezza, posto in
tenimento di Rocca di Neto2.
Saccheggi turchi
Essendo situata su un colle ad un tiro di balestra dal mare, la
città fu durante il Cinquecento continuamente vessata dai Turchi, i
quali due volte la distrussero. Nel 1544 il Barbarossa con una forte
flotta assedia e mette a ferro e fuoco la città, facendo numerosi
schiavi tra i quali anche il vescovo Giovanni Carmuto, o Canuto, che
morirà in schiavitù3. La stessa sorte accadde nel 1557 quando fu
nuovamente data alle fiamme e molti abitanti furono rapiti. In tali
eventi la cattedrale subì le rovine e le fiamme, le scritture ed i
documenti della chiesa andarono persi, gli arredi distrutti ed il
campanile restò privo di campane4.
Tenendo presente i danni patiti il papa Sisto V nel settembre 1586,
essendo morto il vescovo Leonardo Fano, dava disposizioni che dallo
spoglio fossero “eccettuate le cose della sacrestia et anco li
paramenti che fussero rimasti del vescovo, come pianete et altre
cose simili”, affinché la chiesa non ne rimanesse priva5.
Tentativi di rinascita
Alla fine del Cinquecento l’edificio era in cattivo stato e
l’abitazione del vescovo “per terra che se poteva entrare per
tutto”. Il vescovo Propertio Resta di Tagliacozzo (1586 - 1602) nel
1588 vi fece i primi lavori di riparo e consolidamento dopo decenni
di incuria. La sacrestia si presentava “trista et poverissima” e
conteneva solo quegli oggetti di cui l’aveva provvista molti anni
prima il cardinale Crivelli, che aveva avuto il vescovato, ma
l’aveva quasi subito rinunciato. La città, priva di ogni comodità,
era abitata da poca gente indevota e povera, tra cui spiccavano
alcuni preti per la loro ignoranza e mala vita6.
Dopo i lavori fatti dal Resta passerà parecchio tempo prima che un
nuovo vescovo ci metta mano. Al tempo di Filippo Gesualdo (1602
-1619) la città contava circa 800 abitanti e la cattedrale, che ha
accanto la casa del vescovo “mediocremente comoda”, per la tenuità
dell’entrate e la povertà dei cittadini, “se ne sta fuor di speranza
di compiuta restauratione”, la sacrestia è poverissima, sia di
fabbrica che di paramenti e nel campanile al posto delle rubate
campane battono due campanelle7.
Perdurava il pericolo turco “più nell’inverno, perché non fanno
guardia, che nell’està”, e anche se al tempo di Maurizio Ricci di
Tortona (1619 - 1627) la città si è “alquanto ristorata di gente”,
il vescovo se ne stava lontano, perchè “non vi si dorme sicuro, et
per tal causa poco si risiede oltre che l’habitatione è puoco bona”.
Il Ricci fonda il seminario ma, per metterlo al riparo dalle
incursioni turche, esso viene istituito a Verzino8.
Il vescovo Laurentio Fei (1627 - 1633) trovò la cattedrale, situata
al centro dell’abitato. Essa era di antica e non grande struttura e
mostrava ancora i segni dell’incendio dei Turchi. Pur non
minacciando una rovina imminente necessitava però di grandi ripari.
Egli costruì il presbiterio, disponendovi l’altare maggiore, il
sedile vescovile ed il coro. La sacrestia, situata in un luogo
angusto ed oscuro, fu arricchita di sacre suppellettili e collocata
in un luogo più decente e luminoso. L’episcopio, adiacente alla
chiesa e quasi inabitabile, fu restaurato : cinque stanze furono
rifatte ed altre adattate ad officine e carceri. Il tutto assunse la
forma di una comoda magione, non senza grande spesa9.
Il vescovo Francesco Gonzaga (1633 -1658) rinnovò le sacre vesti,
conservate nell’esausta sacrestia, aggiunse il coro, che mancava,
l’altare maggiore che era deforme fu ampliato e posto in un luogo
migliore. Costruì il pulpito per le prediche10 e rifece in marmo ed
in forma migliore la fonte battesimale11, l’unica che serviva tutta
la città. Dopo aver ampliato la dimora vescovile, aggiungendovi
altre due case, pochi anni prima della metà del Seicento ordinò di
abbatterne gli antichi muri e cominciò ad edificare dalle fondamenta
un palazzo vescovile molto più ampio12. Il nuovo edificio alla metà
del Seicento era quasi completo13. Similmente costruì il campanile e
restaurò ed ampliò la cattedrale, i cui lavori si prolungheranno per
parecchi anni, giungendo quasi alla completezza solo nel 165414.
Alla fine del suo vescovato la cattedrale si presentava restaurata
nelle fabbriche e nel soffitto ligneo, un coro la decorava ed un
decente campanile la ornava. Accanto si elevava il magnifico palazzo
del vescovo. La chiesa di Cariati aveva cinque dignità (arcidiacono,
decano, arciprete, cantore e tesoriere) e tre canonici e la cura
delle anime era esercitata da tutto il capitolo e da canonici
settimanali. Ciò durò fino al 1646 quando la città venne divisa in
otto parrocchie, la cui amministrazione fu assegnata all’arciprete,
al cantore, al tesoriere ed a cinque canonici, tra i quali quello di
S. Maria delle Grazie, di Santa Croce e di Sant’Antonio.
Geronimo Barzellino (1664 - 1688) la fornì di un nuovo organo e di
paramenti15. Completò il rifacimento dell’edificio : alcune parti
infatti erano rimaste incomplete e rustiche16 e dopo aver portato in
forma migliore ornandoli il presbiterio ed il coro, con solenne rito
la consacrò. Col consenso del capitolo eresse e dotò quattro nuovi
canonicati17 . Riparò il campanile ed una delle navate della chiesa
che il 10 agosto 1679 erano state rovinate da un fortunale ed
intervenne sulla sacrestia, restaurandola ed ornandola18, portò a
termine la costruzione del palazzo vescovile19.
Sebastano de Francis (1688 -1714) fece alcuni lavori alla cattedrale
dove si venerava l’immagine della Beata Vergine dell’Assunta con le
effigi dei santi Pietro e Paolo. Ingrandito il presbiterio, accomodò
la cappella a destra dell’altare maggiore dove mise il ciborio e
quella a sinistra dove collocò la statua della Vergine del Rosario.
Entrambe le cappelle con l’altare maggiore ed altre sei cappelle
furono anche ornate plasticamente. Il vescovo inoltre restaurò la
sacrestia, edificandovi un sacello per conservare le sacre reliquie,
e per maggiore comodità della chiesa dispose il cimitero fuori
dall’edificio ma adiacente alle pareti20. Il De Francis intervenne
anche nelle case vescovili che furono in parte rifatte. Esse
infatti, essendo costruite senza calce con sabbia ed argilla, erano
state rovinate nel 1704 dalle grandi piogge21. Al tempo del vescovo
Giovanni Andrea Tria (1720 - 1726) la città contava circa 1300
abitanti. La cattedrale di antica struttura necessitava di urgenti
ripari. Il vescovo fece venire da Napoli quattro statue : dei
titolari della cattedrale San Pietro e San Paolo e dei patroni della
città S. Cataldo, arcivescovo di Taranto, e S. Leonardo Abate.
Comprò inoltre un ostensorio nobile di argento per la cappella del
SS. Sacramento, fece fare sempre a Napoli un tabernacolo di marmo.
Costruì sopra il presbiterio il nuovo grande sepolcro per i vescovi,
dove con solenne pompa e rito fece seppellire insieme le spoglia dei
predecessori, che erano disperse in vari luoghi, ponendovi a memoria
una lapide22. La cattedrale aveva cinque dignità (arcidiaconato,
decanato, arcipretato, cantorato e tesorerato) e nove canonicati.
Ogni dignità e canonicato aveva una sua particolare prebenda ed
anche i semplici sacerdoti partecipavano ad ogni distribuzione ed
agli emolumenti e rendite. La cura delle anime era esercitata
dall’arciprete, dal cantore, dal tesoriere, dal penitenziere e dai
canonici di S. Antonio Abate, di Santa Maria de Plano, di Santa
Maria delle Grazie e di Santa Croce. Vi era l’unica fonte
battesimale, che tutti i parroci usavano per i loro parrocchiani, i
quali erano distinti non per famiglia ma per luogo23.
Poiché per la vecchiaia nel mese di marzo 1737 una parte della
cattedrale aveva ceduto, il vescovo Carlo Ronchi (1732 - 1764)
decise di rifarla in forma migliore e moderna. Fattala demolire, la
ricostruì dalle fondamenta e la fornì di preziosi paramenti. Nel
1761 il presule completò l’opera, ornando anche il tavolato
superiore, che fu fatto dipingere con varie effigi, rappresentanti i
protettori della città e della chiesa24.
La cattedrale che già nel Seicento aveva mutato titolo aggiungendo a
quello originario di San Pietro quello di San Paolo, dopo la
ricostruzione fu dal vescovo Ronchi dedicata a San Michele
Arcangelo25 ed agli apostoli Pietro e Paolo; essa agli occhi del
viaggiatore inglese Henry Swinburne apparirà, il 10 maggio 1777,
come “una costruzione gotica assai pesante”.
Ampliamento e unificazione
Dopo il concordato del 1818 tra la Santa Sede e Ferdinando I° di
Borbone, per bolla di Pio VII del 27 giugno dello stesso anno, la
diocesi di Cariati si ingrandì, aggregando la diocesi di Cerenzia la
cui cattedrale fu ridotta a collegiata insigne ed i due soppressi
vescovati di Strongoli e di Umbriatico. Con l’aggiunta di tali città
e dei loro paesi il vescovo di Cariati assunse anche i titoli dei
vescovati soppressi, portando il titolo di abate dei Santi Pietro e
Mauro e di barone di S. Nicola dell’Alto, Maratea, Motta e Santa
Marina. Cariati con tale atto diveniva anche l’unica diocesi
suffraganea dell’arcidiocesi di Santa Severina.
Nonostante la maggiore importanza assunta dalla chiesa di Cariati,
il vescovo Nicola Golia (1839-1873), succeduto a Gelasio Serao
(1819- 1838), trovò la cattedrale trascurata ed in completo
abbandono. La maggior parte degli atti e dei documenti, riguardanti
la storia ed i beni della chiesa, erano stati distrutti o
risultavano dispersi e gli oggetti sacri avevano seguito lo stesso
destino.
Si deve al Golia la ricostruzione della cattedrale, il cui edificio
fu completamente rifatto. Dopo circa dieci anni di lavori egli la
consacrò la domenica del 25 ottobre 185726.
Lo stesso vescovo la fornì di molti arredi e suppellettili sacri e
la abbellì di un coro ligneo intagliato e decorato, opera della metà
del Settecento di Geronimo Franceschi da Serra, proveniente dal
convento dei Liguorini di Corigliano. Posta sotto la protezione di
San Michele Arcangelo, essa allora era uffiziata da un capitolo
composto da 14 canonici, tra i quali erano comprese le dignità cioè
l’arcidiacono, il decano, l’arciprete, il tesoriere ed il cantore;
mentre la cura delle anime era esercitata dall’arciprete e dal
tesoriere27.
L’opera di rinnovamento proseguirà sul finire soprattutto per
interessamento di Giuseppe Antonio Virdia (costruzione dell’altare
maggiore marmoreo, della fonte battesimale e del pavimento del coro)
e di Giuseppe Barillari ( altari minori in marmo)28.
Ricostruita e portata a perfezione la cattedrale, essa si conservò
nella sua nuova forma di tempio in stile “neoclassico” con interno
trinavato fino ai nostri tempi. Mutò invece la situazione
amministrativa della diocesi di Cariati. Nel 1979, per decreto di
Giovanni Paolo II la città di Cariati con i soli comuni di Scala
Coeli e Terravecchia, tolti cioè tutti i comuni ricadenti nella
provincia di Catanzaro, che andarono a far parte della diocesi di
Crotone, fu unita all’arcidiocesi di Rossano.
Note
1. Primo vescovo della diocesi di Cerenzia- Cariati fu nel novembre
1437 Bernardo Faiardo, Russo F., Regesto, II (10355) ; Rel. Lim.
Cariaten. Geruntinen., 1621.
2. Siberene p. 376 sgg.
3. Tra i molti fu fatto schiavo anche Alexandro de Artesa,
dell’ordine dei frati eremitani di San Agostino per la liberazione
del quale fu richiesto dagli infedeli un riscatto di 300 ducati,
Reg. Lat. 1785, (1547), f. 232, ASV.
4. Rel. Lim. Carianten. Geruntinen., 1605.
5. Russo F., Regesto, V (23894A)
6. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1589.
7. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1602, 1605.
8. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1621.
9. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1628, 1631.
10. Il vescovo Gonzaga nel 1635 trasferì a Cariati il seminario
fondato dal vescovo Maurizio Riccio a Verzino, Rel. Lim. Cariaten.
Geruntinen. 1637.
11. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1643.
12. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1646.
13. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1649.
14. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1654.
15. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1666.
16. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1667.
17. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1673.
18. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1679.
19. Epigrafe in un angolo della facciata del palazzo vescovile: “
SUMMO INCREATO/ UT REATUS IN POSTERUM OBLIVIONIS/ ABSIT/ EP. ORUM
MANSIONE A. MDCLXXXV PERACTA/ SUBROGATO DISPENDIO/ AB ANTHISTITE
PARTENOPAEO CARIAT. ET GERUNT./ HIERONYMO BARZELLINO/ MEMORIA EST
HIC SITA”, in Liguori R. e F., Cariati nella storia, Cirò Marina
1981, p. 68.
20. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen. 1682.
21. Nel 1704 per aumentare le rendite il vescovo De Francis piantò
un oliveto alla marina, Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1705.
22. D.O .M/ SIBI. ET. SUCCESSORIBUS/ PRO. MAIORI. HONORIFICENTIA/
IOANNES. ANDREAS. TRIA/ EPISCOPUS. CARIAT. ET. GERUNDINUS/ SACRA.
PRAEDECESSORUM. OSSA/ HUC. TRANSFERENDA/ ET. LAPIDEM. QUI.
INSPICITUR/ PONENDUM. CURAVIT/ SOSPES. NIMIRUM/ UT. VIVENS. MORTIS.
MEMOR/ MORTUUS. VIVENTIUM. MONITOR/ FORET/ ANNO. SALUTIS. MDCCXXII,
Capialbi V., La continuazione cit., Arch. Stor. Cal. III, 1915,
p.196.
23. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1725.
24. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1738, 1762.
25. Rel. Lim. Cariaten. Geruntinen., 1769.
26. La ricostruzione avvenne su progetto dell’architetto napoletano
Dentice, mentre i lavori furono eseguiti sotto la guida del maestro
d’arte Carmine Rugiero da Mandatoriccio, Liguori R. e F., cit., pp
228 sgg.
27. Rel. Lim. Cariaten., 1852.
28. Liguori R. e F., cit., pp. 233-234.

