[La cattedrale rovinata di San Teodoro a Cerenzia Vecchia]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 21-23/1998)
La diocesi di Akerentias
Verso la metà del sec. IX, come si rileva dal Synecdemus,
Acherentia è uno dei quattro vescovati suffraganei della metropolia
di Santa Severina1. Esso compare col nome “Acerentinus” nella
Notizia III della Diatiposi che è databile poco prima dell’anno
Mille2. Nella bolla con la quale Lucio III conferma nel 1183 i
privilegi della chiesa di Santa Severina all'arcivescovo Meleto,
Girentinen è una delle diocesi suffraganee3, cosa ribadita anche dal
Provinciale Vetus di Albino, compilato circa nel 1190, in cui
compare il vescovo Gerentinum4.
Durante il Medioevo il vescovato rimase suffraganeo di Santa
Severina. La diocesi di Cerenzia confinava con quelle di Santa
Severina, Umbriatico, Rossano e Cosenza e comprendeva oltre alla
città di Cerenzia i casali di Verzino e di Lucrò ed il castrum di
Caccuri5. Essa, anche quando sarà dipendente dalla Santa Sede,
conserverà per lungo tempo la lingua ed il rito greco6.
Nel periodo normanno - svevo la sua chiesa ebbe una certa
importanza, ne sono testimonianza le donazioni che fecero alcuni
vescovi. Polycronio, col consenso dell’arcivescovo di Santa Severina
Costantino, sul finire dell’Undicesimo secolo ripristinò l’abbazia
greca Calabro- Maria di Altilia7 ; Gilberto, Bernardo e Nicola
arricchirono il monastero florense, concedendo abbazie, chiese,
terreni e vigne8. Per questa sua floridezza il vescovato fu
occasione di liti. Famosa fu quella che ebbe per protagonista il
conte di Crotone Stefano Marchisorto. Il conte voleva imporre sul
seggio vescovile di Cerenzia il suo cappellano Madio contro
Guglielmo, opponendosi alla volontà del capitolo di Cerenzia e
dell’arcivescovo di Santa Severina. Dovrà intervenire Innocenzo III
per allontanare l’intruso che già aveva cominciato a dilapidare i
beni della chiesa9.
Vescovi e feudatari
Con l’arrivo degli Angioini iniziò la decadenza10. Violenti liti
opposero i vescovi ai nuovi feudatari. Lo stesso vescovo “cum
clericis et malandrinis” scacciò all’inizio del Trecento il
feudatario Francesco de Riso, impedendogli di esercitare la
giurisdizione feudale11. Sempre pertinente alla condotta del vescovo
di Cerenzia è un breve papale diretto all’arcivescovo di Santa
Severina, col quale si ordina di inquisirlo e punirlo secondo le
sanzioni canoniche per le molte malefatte; in primo luogo per aver
fatto bastonare crudelmente una donna su richiesta della sua
concubina12. Nonostante le distruzioni causate dalla guerra del
Vespro, all’inizio del Trecento la chiesa di Cerenzia conservava
ancora una certa vitalità, come si nota dai versamenti delle
collette per la Santa Sede. Negli anni 1324 e 1325 compaiono il
vescovo, il decano, il cantore, il tesoriere e quasi una ventina di
preti e chierici, alcuni “greci”13. La decadenza diverrà manifesta
dopo la metà del Trecento. Allora per le pestilenze, la malaria e
l’oppressione fiscale regia e baronale i suoi casali spopoleranno ed
alcuni scompariranno (Bordò, Belvedere)14. La posizione dell’abitato
su una fragile collina, esposta alle frane ed al terremoto, la
vicinanza del pantanoso Lese e la scarsezza di acqua potabile
diverranno col tempo cause impellenti di povertà ed abbandono15.
Il vescovato di Cerenzia e Cariati
Nel 1437 a preghiera di Covella Ruffo, principessa di Rossano,
la chiesa di San Pietro di Cariati, che era una cappella di
iuspatronato dei Ruffo, fu elevata da papa Eugenio IV alla dignità
vescovile ed unita alla cattedrale di Cerenzia. Così il vescovo di
Cerenzia unì anche il titolo di vescovo di Cariati16 ed ebbe due
cattedrali e due palazzi vescovili.
Questa sarà una ulteriore causa di decadenza della chiesa di
Cerenzia, poichè i vescovi, quando dopo il Concilio di Trento
saranno costretti alla residenza, privilegeranno Cariati e la sua
cattedrale. Invano i cittadini di Cerenzia tenteranno di costringere
il presule a risiedere anche nella loro città. I vescovi
preferiranno la città sul mare, anche se esposta al pericolo
turco17, piuttosto che un luogo isolato e malarico.
La peste del 1528
La città di Cerenzia, secondo le testimonianze dei suoi vescovi,
era all’inizio del Cinquecento popolosa e florida, ma fu distrutta
al tempo della peste nel 1528. In quel frangente molte scritture
della chiesa furono bruciate ed altre, furtivamente sottratte,
andarono perdute. I superstiti fuggirono dalla città18, numerose
case rovinarono e cadde anche il campanile della cattedrale19. La
città allora era divisa nelle cinque parrocchie di S. Martino, S.
Maria de Plateis, S. Marina, S. Domenica e S. Nicolò. A causa dello
spopolamento e della povertà si cercò dapprima di unirne le
rendite20, poi le chiese vennero abbandonate e decaddero.
I parrocchiani “per familias” di ognuna delle chiese curate furono
assegnati alle quattro dignità della cattedrale (decanato,
arcidiaconato, cantorato e tesorerato) ed ad un canonico. Così il
decanato ebbe annessa la cura delle anime della chiesa parrocchiale
di San Martino21, il tesorerato quelle di San Nicola22, il
canonicato quelle di Santa Maria de Plateis e l’arcidiacono ed il
cantore quelle di Santa Marina e Santa Domenica. Ad essi furono
anche assegnate le rispettive rendite. L’anno, in cui avvenne questa
riorganizzazione, rimane sconosciuto, in quanto “non vi è archivio
né scrittura alcuna”23, ma certamente l’evento è collocabile verso
la metà del Cinquecento.
La decadenza della città
Alla fine di quel secolo il vescovo Propertio Presta trovò la
cattedrale in un luogo solitario, “eminente et mal seguro per i
banditi et ladri”. Essa era “tutta per cascar et ritrovato il muro
avanti la chiesa tutto per terra et il Santissimo Sacramento come in
una campagnia”. Perciò vi fece compiere alcuni lavori, per renderla
sicura, edificandovi anche una piccola stanza. Mancava ancora il
campanile, che “da sessanta anni cascò.. senza esser mai refabricato
ne è memoria che niuno vescovo v’abbia posto una pietra”. Le campane
erano riposte in chiesa, mentre nella piccolissima e povera
sacrestia erano conservate alcune reliquie di incerta attribuzione e
dei paramenti, forniti a suo tempo dal vescovo e poi cardinale, il
milanese Alessandro Crivelli (1561- 1568 ?). Il palazzo vescovile,
nel quale i vescovi da decenni, se non da secoli, non risiedevano,
era formato da due piccole e povere stanze terrane, “fabricate di
creta, recetto di sorci et formiche senza comodità di acqua ne di
cosa alcuna”.
Le usurpazioni baronali
Le rendite della mensa si erano notevolmente ridotte. Esse
provenivano principalmente dalle decime sul pascolo delle greggi e
dai terraggi. Molti beni e diritti erano stati tuttavia occupati ed
usurpati dalle università e dai feudatari. Alcuni corsi, sui quali
il vescovo aveva il diritto di decimare, erano stati anche
recintati, divenendo camere chiuse. I feudatari a poco a poco se ne
erano appropriati, come nel caso di Malapezza. La stessa Regia Corte
sfruttava una salina, che era situata dentro un fondo della chiesa,
senza versare nulla. Il vescovo non desiderava arricchire, ma “solo
vivere con quella sobrietà che conviene con la sua famiglia con
havere victu et vestito in parcamento”. Oltre a mantenere due chiese
cattedrali di olio, cera, fabbriche, candelabri, pagare i sacrestani
e lavare le tovaglie egli doveva versare ogni anno pensioni per 320
ducati, di cui una di ben 200 di moneta romana a Girolamo Parisetto
24. Quest’ultima era stata imposta da papa Sisto V (1585 -1590) e fu
ben presto aspramente contestata, in quanto il vescovo vivrebbe “non
come vescovo ma come povero prete”. Il presule aveva poi a che fare
con quattro baroni ed un principe “senza timor d’Iddio e dille
censure ecclesiastiche”. Essi, usando vari artifizi, continuavano ad
evadere le decime sul pascolo. Per far ciò introducevano nei pascoli
animali non decimabili come vacche e giumente, oppure acquistavano
greggi e, col pretesto che erano cittadini, le facevano pascolare
nei corsi e nelle terre comuni, nei quali appunto i cittadini erano
franchi di decima, mentre avrebbero dovuto pagare i forestieri. Cosa
che tuttavia non avveniva in quanto, avendo essi grandi greggi, non
solo toglievano l’erba ai cittadini ma anche ai forestieri.
Quest’ultimi perciò non affittavano il pascolo e quindi non
versavano. Oppure per non far pagare i forestieri, usavano il
pretesto della comunanza, che prevede che i vassalli di uno stesso
feudatario possano godere acqua e pascolo comune nei feudi. Le liti
si protraevano per decenni con grandissime spese e spesso
trascendevano in scontri armati, con scorrerie nei territori
contestati e con percosse e ferimenti anche di ecclesiastici. Il
clero si era ridotto, a causa della povertà, alle quattro dignità, a
cinque preti e a due chierici25.
Vani tentativi di rinascita
Il vescovo Filippo Gesualdo (1602 - 1619), appena insediato, tra
il 1602 ed il 1605, rifece il campanile e vi mise le campane, che
erano conservate in chiesa. Egli descrive la cattedrale come un
luogo abbastanza decente mentre la vicina casa terranea del vescovo
era cadente. Quest’ultima era piena di sorci, di formiche, di serpi
e di ranocchie, ottime ragioni per non abitarci. Era pur vero che la
sacrestia aveva bisogno di ripari e di paramenti, ma egli non poteva
farci niente in quanto, a suo dire, le entrate della sua mensa oltre
a non superare i 1000 ducati ed erano anche gravate da molti oneri.
Doveva pagare le pensioni e nello stesso tempo mantenere le due
cattedrali, le sacrestie, far la Candelora nelle due città, munire
le due chiese di luminarie per gli uffici divini e l’altare
maggiore, provvedere ai restauri e pagare sacrestani, notai,
procuratori ecc. Così se ne andava una grossa parte della sua mensa.
Le entrate erano molto incerte e, oltre a variare di anno in anno a
seconda dei raccolti, dipendevano dal comportamento dei baroni, i
quali continuavano ad usurpare e danneggiare le proprietà della
chiesa. Il vescovo per la indigenza, che non gli permetteva di
intraprendere lunghe e costose liti giudiziarie, era divenuto
impotente di fronte alla protervia baronale. Così dopo una visita
frettolosa, poiché la città era pericolosa per la presenza dei
banditi, scarsa di acqua e “senza medico, senza medicine, senza
barbieri, senza comodità di vitto”, egli se ne tornava subito a
Cariati 26.
Cerenzia, che dopo la peste si era andata pian piano ripopolando27,
a causa dell’aria malsana e delle nuove pestilenze ben presto
divenne nuovamente una città “destrutta et dove erano case in hora
sono campi”. Secondo il vescovo Maurizio Ricci (1619 - 1626) in poco
tempo si era ridotta da alcune migliaia a solo 300 anime e poiché i
migliori fondi della chiesa si trovavano in diocesi di Cerenzia, a
causa dei pochi abitanti essi rimanevano non arati e incolti. Avendo
il vescovo su di essi lo “ius arandi” non intascava niente, anche
perchè il barone facilitava il pascolo avendo lo “ius pascendi”. La
cattedrale, che prima era dentro la città, in abbandono e senza
organo era ormai isolata dall’abitato e le case terrane del vescovo
si erano deteriorate28. Perciò, per alleviare questo stato di
abbandono, suggerì di chiudere il monastero agostiniano, situato tra
Belvedere e Montespinello, per utilizzarne le rendite, circa 60
ducati annui, come aiuto alla cattedrale29.
Facendo presente questa situazione, il vescovo Laurentio Fei (1627 -
1633) ottenne nel gennaio 1628 dal papa Urbano VIII di poter
trattenere per un triennio del denaro per la riparazione delle sue
chiese, del palazzo vescovile, per acquistare suppellettili sacre e
per mantenere il seminario30. Abbattuta la vecchia abitazione
vescovile, che era piccola, modesta ed inabitabile, egli ne costruì
una nuova dalle fondamenta, più ampia e degna. Attaccata alla
cattedrale, i prelati ora avrebbero potuto risiedervi, con non poco
beneficio per il servizio della chiesa e delle anime. Nonostante
queste iniziative alla fine del suo vescovato la situazione della
cattedrale non era mutata. Essa custodiva alcune reliquie, non
particolarmente degne di nota, tranne tre frammenti di legno, che
secondo un’antichissima tradizione, confortata da alcuni documenti,
provenivano dalla Santa Croce, ma le quattro campane di cui era
munito il campanile, poiché questo era divenuto inadatto a
sostenerle, anzi si doveva rifarlo, erano state collocate in
chiesa31 e tre di esse battevano appese ad una trave32.
Banditismo, terremoti e malaria
A tre anni dalla suo insediamento il vescovo Francesco Gonzaga
(1633 - 1658) dovette far fronte alla furia e alla ferocia dei
ladroni, che divelte le porte, ruppero dapprima il sacro
tabernacolo, nel quale era conservato il SS.mo Sacramento
dell’Eucarestia, asportarono due pissidi, una grande ed una piccola,
ed una sfera d’argento. Poi infransero la porta dove erano
conservate le cose sacre e sottrassero due croci, un turibolo, una
navicella, due calici ed alcune patene, tutti d’argento. Il vescovo
cercò, per quanto poteva, di riparare al danno, fornendo una nuova
croce, due altre pissidi e due calici e con ogni cura si mise sulle
tracce dei colpevoli dell’atto sacrilego, ma senza effetto33.
Si deve al Gonzaga il risanamento dell’edificio della cattedrale.
Fatta abbattere la parete sul lato sinistro, che minacciava rovina
per quindici passi, incomincia a ricostruirla dalle fondamenta in
fabbrica migliore. Fa togliere poi la parte sopra l’altare maggiore,
che era pericolante, e la sostituisce con una nuova con grande
spesa. Il palazzo vescovile, di cui esistevano solo le nude pareti,
lo intonaca, ci fa i pavimenti, lo arreda e lo munisce di robuste
porte per proteggerlo34.
Anche se scossa e quasi distrutta, sia per la vecchiaia che per il
terremoto del 1638, il vescovo continuò a rinnovarla, con gran
dispendio della sue mensa ed utilizzando pubbliche elemosine35. Così
due anni dopo il sisma essa appariva restaurata e rifatta in forma
migliore e, pur non avendo ancora l’organo, mostrava una decente
fonte battesimale e un nuovo luogo, adatto a custodire gli oli
sacri36. Anche il palazzo vescovile era stato completato. Ora
finalmente era un luogo comodo e decoroso, degna dimora per un
vescovo.
Il presule era riuscito a fare tutto ciò, nonostante vedesse
assottigliarsi ,giorno dopo giorno, le rendite per lo spopolamento e
la mancata coltura dei campi. Mancava ancora il campanile: era stato
così colpito dalle scosse, che di esso non era rimasta traccia.
Dapprima le campane furono poste su fondamenta di legno, poi il
vescovo Agazio de Somma (1659 - 1664 ), nonostante che all’atto di
nomina si fosse impegnato a costruire nella città di Cerenzia il
seminario ed il monte di Pietà ed a versare ogni anno una pensione
di 300 scudi al cardinale Antonio Bichi37, a sue spese, diede subito
opera alla costruzione del campanile. Già nel novembre 1659, a pochi
mesi dal suo insediamento, egli aveva completato la prima volta e
quanto prima sperava di raggiungere la cima38.
La diocesi che all’inizio del Seicento aveva due terre, Verzino e
Caccuri, e due casali, Montespinello e Belvedere39, quest’ultimi
ripopolati, nei primi decenni del Cinquecento, con Albanesi e
schiavoni nei primi decenni del Cinquecento40, alla metà del
Seicento comprendeva anche il nuovo abitato di Savelli41 e
all’inizio del Settecento aggiungerà il nuovo villaggio di Casino.
Il vescovato di Geronimo Barzellino
All’inizio del vescovato di Geronimo Barzellino (1664 - 1688) la
chiesa risulta completamente trascurata ed in abbandono. Essa ha
bisogno di grandi interventi, tanto che non vi è parte, che non ne
necessiti. Solo con l’aiuto di Dio vi si potrà provvedervi, in
quanto le rendite della mensa, per ricorrenti carestie e pestilenze,
si riducono sempre più. I frutti, le rendite ed i proventi, di cui
il vescovo dispone, consistono in quantità di frumento che
provengono dai terraggi, nei quali la mensa vescovile ha lo “jus
arandi”. Ma a causa della crisi e per la mancanza di coloni essa è
scesa dagli usuali ducati 1000 a solo 80042. Il presule, come quelli
che lo hanno preceduto, non vi celebra e dapprima la fornisce di
quelle poche cose, che sono tra le più necessarie al culto43. Poi
procede ad alcuni ripari che risulteranno inutili. Infatti nella
notte del 25 febbraio 1674 un terremoto la rovina assieme al
campanile ed al palazzo vescovile. Il Barzellino applicò i suoi
denari per riparare dapprima la cattedrale, tralasciando il
campanile ed il palazzo44. Finita la ricostruzione della chiesa,
egli si dedicò a rifare il campanile, che riuscì a completare, e
provvide la cattedrale di ornamenti. Essa, come anche tutta la
città, mancava di sacerdoti. Come cento anni prima oltre alle
quattro dignità e ai cinque canonici non c’erano che due diocesani e
tre chierici ma quasi tutti, sacerdoti e chierici, erano
incorreggibili e ignoranti. Le messe in suffragio non venivano quasi
mai celebrate e pochissimi erano gli uffici divini, che
quotidianamente vi si svolgevano, solamente alcuni nelle festività.
Nella cattedrale si conservava la sola fonte battesimale della città
e si amministravano i sacramenti ai fedeli45. Nel 1684, dopo dieci
anni dal sisma, finalmente il vescovo, sopportando non poche spese,
riusciva a completare la ricostruzione del piccolo palazzo vescovile
che era attiguo alla cattedrale.
La decadenza
L’edificio, oltre ad essere riparato, fu anche ampliato e
rifatto in forma più razionale, sia per un maggior decoro che per
una migliore comodità46. Tuttavia era piccolo e non sufficiente ad
ospitare il vescovo con la sua numerosa famiglia. Così il vescovo
Sebastiano de Francis (1688 - 1714) nel 1696 lo ampliò, costruendovi
a fianco una abitazione composta da una casa inferiore ed una
superiore ed altre due per uso di stalla dei cavalli, che prima
erano tenuti fuori in luoghi affittati. Così esso poteva servire per
un comodo soggiorno, sia pure di breve durata, perché l’aria era
malsana47. Poiché nella sacrestia non c’era l’arca per conservare le
sacre suppellettili, ma queste si appendevano, egli ne provvide di
una molto capiente ed inoltre la fornì di molte vesti sacre di tutti
i colori, di un turibolo d’argento, di messali, di un graduale e di
un pallio di seta48.
Lo stato della cattedrale ed il culto peggiorarono durante gli
ultimi anni di vescovato di Sebastiano de Francis. Il De Francis
allora sostenne una lunga lite con il duca di Caccuri Antonio
Cavalcante, il quale non voleva più versare i 110 moggi di frumento
“pro iure arandi”, che la mensa vescovile aveva in alcune terre49.
Il presule, quando dopo lunghi periodi di assenza, ritornava nella
diocesi se ne stava sempre a Cariati. Invano i Cerentinesi cercarono
di obbligarlo a farvi residenza. La Sacra Congregazione del Concilio
nel 1706 lo esentava. Ciò fu ribadito successivamente nel 1708 con
una sentenza, che stabiliva che egli era obbligato a rimanervi solo
in alcuni giorni particolarmente solenni. La situazione peggiorò
anche per la vecchiaia e la cecità del vescovo. Alla sua morte,
avvenuta nel 1714, la sede rimase per lungo tempo vacante,
nonostante che il capitolo della cattedrale e l’università avessero
fatto presente con un memoriale al papa Clemente XI le cure di cui
aveva urgente bisogno la cattedrale50. Dopo quattro anni, nel 1718,
venne eletto il vescovo Bartolomeo Porzio (1718 - 1719), il quale a
malincuore e con ritardo ne prese possesso e passati appena undici
mesi morì. Il nuovo vescovo Giovanni Andrea Tria (1720 - 1726) trovò
la chiesa abbandonata ed il clero privo di ogni dignità e decoro. La
città di Cerenzia si era ridotta ormai a circa 400 anime, che
vivevano miseramente sulla sommità di un monte sassoso, circondato
da ogni parte da scoscese rupi51. Posta accanto al fiume Lese in un
luogo sulfureo, gli abitanti erano travagliati soprattutto in estate
ed in autunno dall’aria insalubre e pestilenziale, perciò il vescovo
se ne stava sempre lontano e raramente si faceva vivo in qualche
solennità. In questi anni era ancora vigente la consuetudine che il
nove novembre di ogni anno, giorno in cui si festeggia San Teodoro
Martire, dovevano convenire in cattedrale, che necessitava di grandi
lavori, tutte le dignità, i canonici e gli ecclesiastici della
diocesi e, per dimostrare ubbidienza al vescovo, o al suo vicario e
delegato, gli baciavano le mani52.
Il lungo vescovato di Carlo Ronchi
Il napoletano Carlo Ronchi (1732 - 1764) trovò che nella
cattedrale erano erette le due confraternite del SS.mo Rosario e dei
Sette Dolori di Maria Vergine. Situata in un promontorio, fuori e
dominante l’abitato, che contava circa 400 abitanti, ad essa era
unito il piccolo palazzo vescovile. Entrambi malmessi e rovinavano
da ogni parte. Egli intervenne con proprio denaro nella cattedrale,
rendendola sicura ed agibile53. Nella sacrestia vi erano alcuni
sacri indumenti del tutto consumati. Perciò egli ordinò al suo
procuratore di provvedere54.
Durante il suo lungo vescovato intervenne a fornirla di sacre
suppellettili, ad ornare i suoi altari con fiori ed a restaurare il
palazzo vescovile che era cadente55. Egli se ne stette quasi sempre
assente in Napoli, avanzando ogni pretesto per star lontano da una
diocesi pericolosa e malarica. Tuttavia, tramite il suo vicario, si
adoperò a ricostruire ed ad ornare la cattedrale di Cariati mentre
trascurò quasi completamente quella di Cerenzia. Sollecitato più
volte per le numerose proteste ad intervenire, nel settembre 1745
assicurava il nunzio di aver dato l’ordine “per gli opportuni
restauri”, ma nello stesso tempo faceva presente che le rendite
della sua mensa non superavano i mille ducati, dei quali ben 400
spettavano al vicario. Aggiungeva che aveva dovuto sostenere
notevoli spese per rifare la cattedrale di Cariati e perciò non
poteva ricostruire anche quella di Cerenzia56.
Da cattedrale a collegiata
Il successore Francesco Maria Trombini (1764 - 1785) nel 1769 si
adoperò a riparare l’angusto palazzo vescovile che era congiunto
alla cattedrale di antica struttura. Anche egli se ne stette lontano
dalla città e come i suoi predecessori ostacolò in ogni modo i
tentativi degli abitanti di costringerlo alla residenza. Perciò la
cattedrale continuava nella sua lunga decadenza ed il clero era
ormai ristretto alle quattro dignità, ai sei canonici57, ad un solo
sacerdote semplice ed a tre chierici58. Con la nuova distribuzione
delle chiese in Calabria, approvata da Pio VI il 27 giugno 1818, la
metropolia di Santa Severina ebbe per suffraganea la sola Cariati59.
La cattedrale di Cerenzia fu ridotta a collegiata insigne e la sua
diocesi, assieme a quelle di Strongoli e Umbriatico, soggetta al
vescovo di Cariati60. Per la mancanza di acqua, per l’aria malsana e
per la precarietà del suolo su cui sorgeva l’abitato, poco dopo la
metà dell’Ottocento gli abitanti si trasferirono nella nuova
Cerenzia, costruita sul fondo “Paparotto”. Qui con l’aiuto dei
cittadini fu edificata una piccola chiesa dedicata a S. Teodoro
Martire. Di essa ne fu primo parroco Don Munzio Quintieri, che
iniziò a redigere i registri parrocchiali nel 186261. A ricordo
dell’antica cattedrale, Paolo Orsi nel giugno 1911così annotava :”
Al centro della spianata sorge sopra un mammellone il così detto
Vescovado, chiesa con un tozzo campanile, quadro al piede, ottagono
nell’alzata superiore ; esso non parmi anteriore, al più al
Cinquecento, ma potrebbe essere riproduzione di un normanno
preesistente. Al piede del campanile in un vano, a pareti
robustissime con portina ogivale, ravviso l’unico avanzo antico,
forse del Quattrocento, dell’intera città. Sulla spianata a levante
della chiesa era il sagrato, ancor pieno di ossa umane. In quella
triste e desolata solitudine s’erge ancora, a ricordo di tante
memorie e vite scomparse, una colonna monolita sormontata da un
capitello con croce in ferro”62.
Note
1. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982,
Vol. I, pp. 201- 204.
2. Siberene, p. 148.
3. Siberene, pp. 4 sgg.
4. Russo F., Regesto, I, 87.
5. Russo F., Regesto, I, 307.
6. Lo si rileva da un atti di donazione fatti in Acherontia,
Trinchera F., Syllabus, cit., pp.231, 280, 326.
7. Ughelli F., Italia Sacra, IX, 476 sgg.
8. Siberene, p.212.
9. Russo F., Regesto, I, 105.
10. Nel 1276 Cerenzia venne tassata per 41 once con una popolazione
presunta di 2050 abitanti, Caccuri per 47 - 16 -16 per 2378
abitanti, Lucrò per 4 - 3 - 12 per 206 abitanti, Verzino per 30 -12
-0 per 1520 abitanti, Pardi G., I registri angioini e la popolazione
calabrese nel 1276, in ASPN a.VII, pp. 39- 40.
11. Maone P., Caccuri monastica e feudale, Portici 1969, p. 14.
12. Dito O., La storia calabrese, Cosenza 1979, Rist., p.139.
13. Russo F., Regesto, I, 307, 340.
14. Nel 1389 Carlo Ruffo concede agli abitanti di Lucrò l’esenzione
dal pagamento del casalinatico se fossero andati ad abitare a
Verzino. La concessione fu poi riconfermata nel 1427 dalla figlia
Covella, Giuranna G., Storia di Umbriatico :Dal Medioevo alla
conquista spagnuola, in Studi Meridionali, Fasc. I, 1971, pp.22- 26.
15. L’università di Cerenzia nel 1491 chiede al re delle concessioni
e delle esenzioni per poter costruire una cisterna, in quanto i suoi
cittadini patiscono per la mancanza di acqua, e di poter riparare le
mura della città, Trinchera F., Codice aragonese, Napoli 1866 -
1868, III, pp. 222- 223.
16. Covella Ruffo per maggior decoro del vescovo e per indulgenza
per sé e per i suoi progenitori concesse al vescovo ed ai suoi
successori una rendita di 10 once d’oro annue sui diritti di
passaggio, dogana e fondaco di Cariati. Per la difficoltà di
esazione il figlio di Covella, Marino Marzano, principe di Rossano,
il 9 settembre 1448, accogliendo la richiesta del vescovo Giovanni
la trasferì sull’entrate del suo corso di Malapezza, posto in
tenimento di Rocca di Neto, Siberene, pp. 376 sgg.
17. Cariati fu distrutta due volte dai Turchi, nel 1544 e nel 1557.
La prima volta fu preso schiavo anche il vescovo Giovanni Carnuto,
Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1605 ; Fiore G., Della Calabria
illustrata, I, 235.
18. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1589.
19. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1589.
20. Il 10.11.1530 il papa concede a Pignerio Protopapa, rettore
della parrocchia di S. Maria de Plateis di Cerenzia, di assumere
anche la carica di rettore della parrocchiale di S. Domenica, Russo
F., Regesto, III, 395.
21. Russo F., Regesto, VIII, 58.
22. Russo F., Regesto, VII, 490.
23. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1621.
24. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1589.
25. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1589, 1605.
26. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1616.
27. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1605.
28. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1621.
29. Il vescovo chiese di allontanare il frate in modo da togliere lo
scandalo “per il passaggio che hanno le donne per detto monastero”,
Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1625.
30. Russo F., Regesto, VI, 181.
31. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1631.
32. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1633.
33. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin.,1637.
34. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1637.
35. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1640, 1654.
36. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1643.
37. Russo F., Regesto, VII, 451.
38. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1659.
39. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1616.
40. Maone P., Notizie storiche su Belvedere Spinello, in ASCL.,
1962, Fasc. I-II, p. 28
41. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1659.
42. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1666.
43. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1667.
44. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1678.
45. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1679, 1682.
46. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin., 1685, 1687.
47. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1705.
48. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1698, 1701.
49. Il vescovo aveva lo ius arandi su alcune terre nelle difese di
Fontana e Basilico. Dopo lunga lite fu raggiunto un accordo ed il
duca invece di dare ogni anno 110 moggi di grano si impegnò a pagare
63 ducati, Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1701.
50. Nunz. Nap. 352, f. 55.
51. Cerenzia era stata tassata per 84 fuochi nel 1669 e per 97
fuochi nel 1732, Barbagallo De Divitiis M.R., Una fonte per lo
studio della popolazione del Regno di Napoli : La numerazione dei
fuochi del 1732, Roma 1977, p.50.
52. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1725, 1733.
53. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1738.
54. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1733.
55. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1753.
56. Nunz. Nap. 218, f.54.
57. Tra i canonicati oltre a quello curato di Santa Maria de
Plateis, ricordiamo quelli di S. Stefano, S. Maria della Scala e di
S. Andrea, Russo F., Regesto, XII, 66 ; XIII, 314.
58. Rel. Lim. Cariaten. et Geruntin. 1769.
59. Russo F., Regesto, XIII, 233.
60. Siberene, p.279.
61. La nuova chiesa madre pur prevista e tracciata rimase per oltre
un secolo incompleta e fu terminata solo alla fine del 1969, Aragona
G., Cerenzia, Crotone 1989, pp.314 -315.
62. Orsi P., Le chiese basiliane della Calabria, Firenze 1929, p.
232.

