[La cattedrale di Santa Severina dedicata a Santa Anastasia Romana dal Quattrocento al Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 45-47/1998)
Alla metà del Quattrocento la cattedrale si
trovava in “total rovina”. Di tale stato ne dà testimonianza un atto
del settembre 1454 ; con esso l’arcivescovo Simone Biondo concedeva
alla famiglia Abenabile la facoltà di poter costruire una cappella
gentilizia, dedicata agli apostoli Simone e Giuda, nella parte
sinistra della chiesa, previo il pagamento di un’oncia d’oro da
destinarsi al rifacimento della chiesa1.
Assenteismo arcivescovile e decadenza
Lo stato materiale non migliorò, anche per l’assenteismo dei
presuli. Nel febbraio 1468 al tempo dell’arcivescovo Antonio de
Cantelmo alcuni rappresentanti dei De Sindico chiesero una “cappella
antica tutta diruta, dicata a S. Basilio, quale per essere stata
derelitta, et destituta dal governo spirituale, e temporale, s’era
resa luogo di immondezze, et sporcitie”. Il loro intento era di
restaurarla e trasformarla per dedicarla a S. Francesco d’Assisi.
Essi si obbligarono sia a dotarla ed arredarla, sia a versare 12
ducati “Pro Reparatione Ecclesiae”. Accettarono inoltre la
condizione di edificare a loro spese “una scala nuova del campanile,
et il suo altaraco, et restaurare un arco della chiesa avanti la
porta della detta cappella”2.
Interventi e mutamenti sono segnalati anche sul finire di quel
secolo. Nel maggio 1487 su concessione dell’arcivescovo Errico delo
Moyo fu spostata la cappella di Sant’Andrea della famiglia
Stafanizzi3 mentre l’arcivescovo Alessandro della Marra restaurò
l’edificio4 e concesse gratuitamente nel giugno 1492 la cappella di
Santa Lucia al castellese Antonio de Cicho5.
Durante il periodo aragonese i privilegi della chiesa metropolitana,
a suo tempo concessi dal duca Ruggero, da Riccardo Senescalco e da
altri regnanti e cavalieri normanni e poi confermati nel 1183 da
papa Lucio III, furono più volte confermati. I re Alfonso d’Aragona
e Ferdinando sovente intervennero in suo favore, specie quando
l’arcivescovo trovava difficoltà nell’esigere le decime o nel far
valere le prerogative sulle sue vaste tenute feudali. Così all’atto
della resa della città, al tempo della fallita rivolta del marchese
di Crotone Antonio Centelles, re Alfonso il 29 novembre 14446 aveva
reso validi tutti i privilegi della chiesa di Santa Anastasia. Tra
essi vi era il riconoscimento del diritto di decima sulle saline di
Neto, la bagliva di Santa Severina, il possesso del feudo di Santo
Stefano e del corso di Casalenovo7. Anche il re successore
Ferdinando confermerà i privilegi della chiesa di Santa Severina nel
1460 e nel 14668.
Ribellione, assedio e rovina della città
Con l’arrivo degli Spagnoli i diritti della chiesa furono
rinnovati. Re Ferdinando il Cattolico anzi concesse nel 1507 che,
nel giorno della festa della Dedicazione della metropolitana,
l’arcivescovo potesse alzare la bandiera di S. Anastasia ed eleggere
per mastro giurato uno dei canonici. Costui avrebbe avuto il potere
di esercitare la giurisdizione regia per gli otto giorni della
durata della fiera, che iniziava la 3° domenica di maggio. Durante
tale periodo il mastro giurato avrebbe potuto giudicare le cause,
tanto civili che criminali, esercitando pienamente le funzioni di
giudice, di arbitro e di patrono.9.
La situazione della cattedrale all’inizio del Cinquecento non era
delle migliori. Essa rispecchiava l’aspetto di una città che si era
difesa per più di sei anni dai tentativi del conte Andrea Carrafa di
impossessarsene anche usando la violenza e l’inganno. Avendola
comprata dal re Federico d’Aragona nell’ottobre 1496, egli riuscirà
ad entrarvi solamente con l’aiuto degli Spagnoli nel 1503, per
l’intervento di Consalvo Ferrante gran Capitano e Duca di Terranova.
I Sanseverinesi non si rassegnarono alla perdita dello stato
demaniale e nell’aprile 1512, sparsasi falsamente la notizia della
morte del conte nella battaglia di Ravenna, si ribellarono. La città
fu assediata lungamente e poi devastata dalle truppe regie. I
cittadini ribelli al feudatario dovettero subire le atroci
rappresaglie. Le costituzioni della città concesse in precedenza dal
feudatario vennero subito revocate. Dovranno passare quasi undici
lunghi anni prima che il conte, poco prima di morire, le riconceda.
Tra le prime richieste dell’università confermate, o di nuovo
concesse alla città nel marzo 1525 dal conte Andrea Carrafa, vi era
quella di tenere in particolare considerazione la cattedrale e le
chiese parrocchiali e di impegnarsi a dare disposizioni ai suoi
ufficiali, affinché fossero riparate “le loro evidenti rovine”,
favorendo anche gli ecclesiastici nei loro affari, in modo da
permettere loro di convertire le rendite nelle riparazioni
occorrenti10.
E’ in questi anni che il nobile Cesare Zurlo, per concessione
dell’arcivescovo Stefano Cantelmo, ottiene il permesso di costruire
per sé ed i suoi eredi nell’ala destra della chiesa una cappella con
sepolcro, dedicata a Sant’Antonio da Padova. Nel luglio 1525 lo
stesso Zurlo ha il permesso dall’arcivescovo successivo Giovan
Matteo Sertorio (1508 - 1531) di rompere un muro per ampliare la
cappella11.
Primi segni di rinascita
Se durante i primi decenni del Cinquecento non si nota un
particolare interessamento per lo stato della cattedrale, le cose
mutarono dopo il Concilio di Trento. Ne sono primi segni le due
nuove cappelle, edificate nell’ala sinistra al tempo del presulato
di Giulio Antonio Santoro, detto “il Cardinale di Santa Severina”
(1566 - 1573): una della famiglia Infosino, dedicata al SS.mo
Salvatore, e fondata e dotata nel 156812 e l’altra di San Leone
Confessore, dotata ed istituita dallo stesso arcivescovo, a ricordo
del vescovato soppresso di S. Leone (1571)13. Sempre il “Cardinale
di Santa Severina” fornì la cattedrale di organo e fece porre in una
teca d’argento dorata il braccio di Santa Anastasia. La reliquia
secondo la tradizione era stata donata da Roberto il Guiscardo e
godeva di grande “devotione de popoli convicini”, tanto che la santa
da patrona della città era divenuta anche protettrice di tutta la
provincia ecclesiastica. Egli fece custodire tutte le reliquie in un
reliquario, che fu posto in una sacrestia o tesoro, che fece
costruire a sue spese per mettere al sicuro le numerose cose
preziose della chiesa. Per salvaguardare i beni ed i diritti
ecclesiastici, istituì l’archivio, contiguo alla chiesa e al palazzo
vescovile, recuperando con gran fatica e spesa i documenti, gli
inventari e le platee di tutte le chiese ed i luoghi pii della
diocesi. Giulio Antonio Santoro ed il fratello e successore
Francesco Antonio Santoro (1573 - 1586), essendo la cattedrale quasi
priva, la fornirono di molti paramenti ed oggetti sacri14. Si deve
ai due fratelli Santoro quell’opera di rivendica di cui si trova
traccia in una platea del 1576, dove vengono annotati i vari
privilegi, che da tempo antico godeva la chiesa di Santa Severina.
Tra questi vi era il diritto di spoglio, che prevedeva che alla
morte di ogni vescovo suffraganeo dovevano essergli consegnate
alcuni averi del defunto e cioè il cavallo o mula, tutte le vesti
che era solito indossare in vita, compresi cappelli e barrette,
rocchetti, cappe pontificali, compresa la cappa magna, l’anello
d’oro pontificale, la trabacca o letto sul quale dormiva, il
pontificale, il messale, il breviario. L’arcivescovo inoltre
incamerava la quarta parte di tutti i beni mobili di coloro che
morivano “ab intestato” in tutta la diocesi ed anche dai diocesani
che morivano fuori di essa. Altri privilegi erano quelli che, nel
giorno della festa della Dedicazione della Cattedrale domenica infra
ottava dell’Ascensione, durante la celebrazione della messa solenne
dovevano convenire per prestare obbedienza ed ad assolvere al
“cathedraticum” tutti i vescovi suffraganei, gli abati, i parroci ed
i beneficiati della diocesi e che, per privilegio concesso da Lucio
III, il 22 marzo 1183, l’arcivescovo poteva usare il pallio ed
esigere la decima da ogni animale sia di diocesani che di forestieri
che pascolavano nella diocesi. Questi antichi privilegi, anche se
contestati, saranno validi per molto tempo15.
L’arcivescovo Pisani ricostruisce la cattedrale
All’inizio dell’arcivescovato di Alfonso Pisani (1587 -1623) la
cattedrale ha campanile con quattro campane “bellissime”, due grandi
e due piccole, il coro, un grande organo, un alto crocifisso in
mezzo alla chiesa, un pulpito per predicare e nella parte sinistra
c’è la nuova fonte battesimale in marmo con una conca di rame. Essa
è fornita moltissimi arredi, suppellettili ed oggetti sacri : tra
questi il braccio tutto d’argento di Santa Anastasia, due bacoli,
due d’argento ed uno d’avorio, un tabernacolo con croce ed un
incensiere con navetta d’argento, numerose croci e crocette
d’argento, due calici d’argento, di cui uno indorato, cinque anelli,
di cui uno d’oro con uno smeraldo, una collana di velluto nero
guarnita di perle, un pettorale e poi mitre, sandali, corporali,
dalmatiche, piviali, baldacchini, pianete, cuscini, candelieri,
messali ecc. In essa vi sono numerose cappelle, tra le quali quelle
di San Leone, della Beata Vergine e del SS.mo Sacramento16. Vi si
celebrano due feste principali : una alla terza domenica di maggio,
dedicata alla consacrazione, e l’altra il 29 ottobre a Santa
Anastasia Romana17. Il suo capitolo è composto oltre che dalle sei
dignità (arcidiacono, decano, cantore, tesoriere, primicerio e
arciprete), da 18 canonici e come “chiesa collettiva” per
antichissima consuetudine riceve al suo servizio gli altri preti
della città, i quali non sono obbligati ad altra chiesa18.
Ma l’edificio è di “mezzana grandezza, di forma antiqua et assai
impedito d’ale, et cappelle”19. L’arcivescovo cerca dapprima di
“sgombrarli” e di rendere l’edificio sacro in forma migliore e più
moderna, “ma perché s’è conosciuto che la detta chiesa non può
ricevere riparatione per esser le mura piccole, vecchie et fabricate
di creta, sta tuttavia con animo di riedificarla dalli fondamenti”.
In essa vi hanno sede le due confraternite delle Cinque Piaghe,
presso l’altare maggiore, e del SS.mo Sacramento. Quest’ultima, che
è aggregata alla chiesa di S. Maria sopra Minerva di Roma, è nella
cappella omonima che è bene ornata di pitture e sculture.
Per un miglior decoro il Pisani la fornisce di due sacrestie. In una
vi sono custoditi un reliquiario munito “d’inferriate et catenacci”,
posto sopra un altare20, e vari oggetti sacri, tra i quali molte
vecchie piccole mitre di tela, a testimonianza che anticamente i
canonici erano mitrati. Nell’altra, fatta decorare da un valente
pittore, “con una bellissima intempiatura lavorata delicatamente e
dipinta con tutti i misteri della passione e con l’immagine
dell’Ultima Cena, sono conservati i paramenti di uso quotidiano
degli ecclesiastici.
L’entrata della chiesa è decorata da due fonti per l’acqua
benedetta. Essi sono di “di porfido mischio ornatamente et
delicatamente lavorati con piedi grandi di porfido negro”. Sempre in
questi anni l’arcivescovo fa arrivare da Napoli tre vetrate per le
finestre vicine all’altare maggiore21.
Durante il suo lungo arcivescovato la cattedrale fu quasi
completamente rifatta, con nuove fabbriche e più ampia. Con
scrupolosità ed ingente spesa e “con pensiero e diligenza grande”
egli vi attese fino agli ultimi anni della sua vita, quando fu
costruita la cupola maggiore22. Fu sepolto nella cappella di Santa
Maria degli Angeli, da lui stesso, assieme al fratello Giulio
Cesare, costruita e dotata nel 161123.
Lavori di completamento ed abbellimento
Appena insediato, il nuovo arcivescovo Fausto Caffarelli (1624 -
1651) proseguì i lavori. Il nuovo ed ampio edificio, decorato e
portato a termine dal suo predecessore, fu elevato ad un aspetto
ancor più maestoso e reso al massimo del suo splendore. In poco
tempo egli rese perfette in fabbrica elegante quattro importanti
cappelle dedicate a Santa Maria degli Angeli, al SS. Corpo di
Cristo, a Sant’Anastasia Vergine e Martire ed a San Leone
Pontefice24.Continuò il completamento della fabbrica del tempio ed
in pochi anni, sopportando grandi spese, portò a termine la
copertura. Stava per intraprendere e completare altri lavori ma ne
fu impedito da una improvvisa lite sorta sui diritti della chiesa25.
Tuttavia a dieci anni dal suo insediamento e prima di partire come
nunzio per la Savoia, dove rimarrà per quasi sette anni, aveva
portato a termine il soffitto a cassettoni ed il nuovo coro.
Entrambi erano stati levigati e scolpiti in maniera molto elegante
da un valente artefice germanico. Anche la sacrestia era stata
completata e fornita di ogni genere di suppellettile sacra d’argento
e la porta principale della chiesa ,rifatta in noce26. Alla fine del
suo arcivescovato aveva resa più decente la cappella dove si
conservava il braccio della patrona, fornendolo di drappi e di una
lampada sempre ardente. Il coro ed il soffitto a cassettoni erano
stati completati. Aveva rifatto il pavimento, restaurato i sepolcri,
costruita la sede pontificale ed eretto in marmo il pulpito per le
prediche27.
Peste e desolazione
Dopo più di due anni di sede vacante fu consacrato arcivescovo
Giovanni Antonio Paravicino (1654 -1659). Decimata dalla peste, che
nel 1656 aveva ucciso lo stesso duca Carlo Sculco28, la città si
presentava spopolata ed in rovina. I Sanseverinesi, tra i più poveri
della Calabria, in poco tempo si erano dimezzati, raggiungendo
appena il migliaio. Essi si aggiravano tra le case vuote e cadenti.
Fra tanta miseria e desolazione faceva eccezione la cattedrale che
per la sua eleganza, forma e maestosità poteva annoverarsi tra le
migliori della regione. Ad essa mancavano solo le campane al
campanile ed alcune suppellettili29. Ma sempre in quell’anno 1656,
il papa Alessandro VII aveva concesso all’arcivescovo di utilizzare
le pene pecuniarie esatte dalla sua curia per la riparazione del
palazzo arcivescovile e per l’acquisto di paramenti sacri30.
L’arcivescovo Francesco Falabella (1660 - 1670) trovò la cattedrale
situata in un luogo eminente e ben costruita dai suoi predecessori.
Divisa in tre navate ed a forma di croce latina, aveva quattro
cappelle di cui due particolarmente venerate : una, quella di S.
Anastasia, situata sul lato sinistro dell’altare maggiore, aveva
l’immagine della santa ed il suo braccio, l’altra la cappella del
SS.mo Corpo del Signore era posta a destra dell’altare maggiore ed
in essa ardevano di continuo quattro lampade. Mancava completamente
il campanile31 e l’edificio era buio ed esposto al vento ed alla
pioggia che penetravano dai venti finestroni che erano chiusi con
tela cerata. L’arcivescovo perciò lo protesse e lo rese più luminoso
fornendolo di vetrate. Progettò anche di costruire il campanile che
non andò in opera32.
Seguirono i brevi arcivescovati di Giuseppe Palermo (1670 - 1673) e
del crotonese Mutio Suriano (1674 -1679). Quest’ultimo riparò il
tetto della chiesa e ripristinò l’organo che da anni era in
abbandono perché mancante della maggior parte delle canne. Per
renderlo di nuovo funzionante vi spese ben 65 ducati !33.
L’operosità di Carlo Berlingieri
All’inizio dell’arcivescovato di Carlo Berlingieri (1679 - 1719)
la cattedrale era composta da 18 canonici, 6 dignità, 14 preti
semplici, 1 suddiacono, 1 diacono e 20 chierici. Essa era a “tre
navi, con intempiatura nella nave di mezzo, con li quadri sfondati,
a rose intagliate con cinque archi di fabrica, e le navi piccole
coperte a tetti. Vi sono in detta chiesa cinque cappelle, parte
coperte a lamia e due a modo di cupola, due di esse sono ornate di
marmo fino e due altre sono ornate con colonne di verde d’ordine
dorico, e sono quella della Madonna degli Angeli e quella di S.
Anastasia, sopra del quale ornamento vi sta conservato il braccio di
S. Anastasia. Vi è l’altare maggiore con baldacchino sopra, dietro
del quale vi è il coro coperto con cupola ed in testa vi è il trono
dell’arcivescovo. Dentro la nave grande vi è il pulpito di marmo
pardiglio con due colonne di cipollazzo d’ordine jonico, e
dall’altra vi è l’organo”34.
Carlo Berlingieri innalzò, utilizzando legno di noce finemente
lavorato, il trono arcivescovile che era basso e dimesso, rendendolo
degno. Ornò parimenti l’altro sedile arcivescovile che era situato
nel coro, completando lo stesso coro. Riparò quindi la cupola, che
trovò quasi fatiscente e che lasciava passare la pioggia da ogni
parte35. Nonostante l’ingente furto subito dalla metropolitana nel
novembre 1696, che l’aveva privata di denaro e preziosi36,
accumulato del denaro, poiché la chiesa si presentava tenebrosa e
con il tetto umile e basso, con grandi spese, lo innalzò, lo decorò
con un elegante soffitto basicale e diede all’interno molta più luce
con nuove finestre37. Con grandi spese e dopo anni di lavoro rese
elegante ed fine la facciata della chiesa, utilizzando pietra
policastrense, simile al tiburtino. Essa fu completata nel 1705 come
risulta dalla grande scritta lasciata a ricordo nella corona
superiore della facciata38 L’altare maggiore, rivestito di diversi
marmi, ed il sacello di Santa Anastasia furono ornati con croci
d’argento, candelabri, vasi ecc.39. Incrementò il culto di Santa
Anastasia ponendo la chiesa sotto la protezione del suo braccio,
come denota l’iscrizione sul portale “BRACHIO SANCTO SUO DEFENDET.
SAP.S”. Prima di morire fornì la chiesa di molte preziose sacre
suppellettili40. Durante l’arcivescovado di Nicolò Pisanelli (1719 -
1731), la cattedrale, distinta in tre ali, che oltre all’altare
maggiore ha quelli del SS. Corpo del Signore, della Madonna degli
Angeli, di S. Anastasia, dell’Apostolo Tommaso, del SS. Crocifisso e
di S. Leone Confessore, minacciava di rovinare. Le basi, costruite
con pietra policastrense simile al tiburtino, mostrarono
improvvisamente segnali di cedimento per il peso dell’edificio, con
il pericolo evidente di far precipitare sia il tetto che le mura. Fu
chiamato perciò un bravissimo architetto, proveniente da altra
provincia, e dopo aver speso parecchio denaro e con il lavoro di più
mesi, fu tolto il pericolo41. Poco dopo tuttavia, all’inizio di
giugno 1726, essa subì dei danni a causa di un fortunale che rovinò
soprattutto la cupola del coro e la cappella di S. Anastasia42.
A metà settecento la diocesi di Santa Severina confinava con quelle
di Crotone, Catanzaro, Belcastro, Cosenza, Cerenzia e Strongoli e
l’arcivescovo esercitava la giurisdizione oltre che sulla città di
Santa Severina anche su Cutro, Policastro, Mesoraca, Roccabernarda,
Rocca di Neto, Scandale, San Mauro, Marcedusa, Arietta, Petronà,
Altilia e Cotronei.
La trasformazione settecentesca
L’arcivescovo Niccolò Carminio Falcone (1743 - 1759) fece rifare
il vetusto ed indecente altare del SS. Sacramento, facendolo ornare
e decorare con varie pitture e rifece il pavimento della sacrestia
con uno in mattoni in cotto43. All’inizio dell’arcivescovato di
Antonio Ganini (1763 -1795) la cattedrale si presentava molto
capiente, rispetto ai pochi abitanti della città. Essa era divisa in
tre navate, con la mediana più alta e larga ed ornata con molte
vetrate e con un soffitto dipinto finemente e dorato, mentre le
piccole navate laterali mancavano della soffittatura, per costruire
le quali l’arcivescovo si premurò di contattare subito degli
artigiani, dando loro la caparra. La porta principale guardava a
occidente sull’unica ampia piazza della città di fronte al castello.
Dietro l’altare maggiore, posto ad oriente e che, essendo costruito
in semplice pietra locale, fu subito rifatto in forma più ampia ed
elegante con marmi pregiati multicolori dall’arcivescovo, che a tale
scopò impiegò ben 600 ducati d’oro44, c’è il coro con in mezzo il
sedile arcivescovile e davanti dalla parte dell’Evangelio la
cattedra Arcivescovile che ha di fronte il pulpito con le sue
colonne in marmo. A destra ci sono gli altari del SS.mo Corpo di
Cristo, che è ornato con marmi e chiuso con ferree aste, di S.
Leone, privilegiato in perpetuo e di S. Tommaso Apostolo, che è dei
Faraldi. A sinistra quelli di S. Maria degli Angeli, con la nuova
icone fatta fare dal Ganini, di S. Anastasia, dove si conserva il
sacro braccio e quello del SS. Crocifisso. Presso e adiacente alla
navata destra si trova la chiesa parrocchiale di S. Giovanni
Battista, che fu unita in passato a quella di S. Nicola e perciò la
sua fonte battesimale è utilizzata da entrambi i parroci. Tra
l’altare di S. Leone e la chiesa di S. Giovanni Battista è situata
la sacristia che è formata da due stanze. Non manca l’organo ed il
campanile con quattro campane, tra la porta piccola laterale della
chiesa e la porta del palazzo arcivescovile. Due ingressi poi
collegano il palazzo arcivescovile con la chiesa, uno attraverso la
cappella del SS. Crocifisso e l’altro per la cappella di S. Leone45.
L’arcivescovo utilizzò le pietre del vecchio altare per riformare
l’abaco ed il cospetto della cattedra arcivescovile, ornò gli altari
con candelabri e fiori di ottone. Elevò di un gradino il pavimento
del presbiterio, decorandolo e munendolo attorno di stalli fissi.
Così separò i canonici dai laici, specie dalle donne, e diede
maggiore risalto e decoro alle funzioni sacre, anche se dovette
sostenere una lite con il duca della città che fin dai suoi antenati
vantava un sedile non fisso vicino al corno dell’epistola46.
L’arcivescovo proseguì nei lavori, così dopo quasi venti anni di
permanenza a Santa Severina egli aveva rifatto l’altare maggiore,
elevato e circondato il presbiterio, ornato gli altari, fatto fare
la soffittatura alle navate laterali, facendole anche dipingere,
munito la chiesa di nuovi confessionali munito di un nuovo soffitto
la sacrestia e rinnovato due campane spezzate del campanile. Egli
aveva inoltre fornito la chiesa di molte e preziose suppellettili
sacre, spendendo per tal motivo ben 1500 ducati, ed aveva rifatto le
finestre vitree ed intonacato l’edificio47. In seguito dopo il
terremoto del 1783 fece erigere dalla fondamenta il campanile48 e
poiché tutti gli argenti delle chiese e dei conventi furono
incamerati dalla corte reale, l’arcivescovo con proprio denaro
provvide nuovamente la sacrestia di moltissime suppellettili e di
preziose argenterie e fece rifare la statua d’argento della
tutelare49.
Note
1. Le cappelle di patronato della Metropolitana, in Siberene,
p.186.
2. Le cappelle cit., pp. 150, 156.
3. Le cappelle cit., p.123.
4. Ughelli F., cit., IX, 285.
5. Le cappelle cit., p.162.
6. Di vari privilegi per la sede di Santaseverina, in Siberene, pp.
230.
7. L.ra Alfonsi Regis directa Camerario Regni Siciliae citra farum
et officialibus Camerae Summariae, et aliis, super observatione
privilegiorum concessionum, et gratiarum Ecclesiae S. Severinae et
signanter decimarum suar. iuribus et introtionibus gabellae
baiulationis praedictae civitatis S. Severinae et casalium ipsius et
salinarum Naethi dictae Ecclesiae competentium. Datum in suis
castris felicibus prope civitatem Cotron. die decimo nono mensis
decembris octava inditione cum parvo sigillo Regio et eius
suscriptione.In eod. 22 Item alia L.ra eiusdem Regis paulo post
directa Capitaneo Civitatis S.tae Severinae, ut prestit auxilium et
favorem Vicario Archiep.i in iuribus Eccl.ae et signanter in
exacione decimarum..., Di Vari privilegi cit. , Siberene p.238.
8. Un prezioso documento del secolo XV, in Siberene pp. 161 sgg.
Secondo la tradizione i numerosi privilegi vennero dati alla chiesa
di Santa Severina da re Ferdinando, perché essendo andato il
Centelles il giorno delle Palme nella cattedrale, fu attirato dal
vicario nella sacrestia dove “si trovaro cinquanta armati, ch’l
pigliaro, e nel medesimo tempo gli altri congiurati gridando nella
chiesa e per tutta la Città viva il Re, fero pigliare a tutti
l’arme, e il di seguente lo consegnaro al Capitano della guardia del
re, che venne a pigliarlo”, Costanzo A.,Istoria del Regno di Napoli,
Milano 1805,III, 194.
9. Rel. Lim. S. Severina., 1725. Passati gli otto giorni il
“magister nundinarum Sanctae Anastasiae” doveva consegnare al
tesoriere della cattedrale il vessillo e la verga della giustizia
che aveva avuto in consegna, Un antico bando per la fiera, Siberene,
p.75.
10. Costituzioni della città e stato di Santaseverina, in Siberene
p.278.
11. Le cappelle cit., p.143.
12. Le cappelle cit., p. 180.
13. Pesavento A., La cattedrale scomparsa di S. Leone “graecus”, in
La Provincia KR n. 16, 1998.
14. Rel. Lim. S. Severina., 1589.
15. Documenti sul diritto de li Spogli ; Di un antichissimo diritto
dei nostri Metropolitani, in Siberene pp.79,86.
16. Una platea del secolo XVI, in Siberene, p.313 sgg.
17. Visita Apostolica alla diocesi di S. Severina, 1586, Arch. Segr.
Vat.
18. In questi anni furono aumentate le entrate del capitolo unendovi
le rendite delle due chiese di S. Maria di Molerà e di Santa
Caterina, Rel. Lim. S. Severina., 1589.
19. Accanto alla cattedrale vi era la chiesa parrocchiale di San
Giovanni Battista di cui ne era parroco nel 1586 Gio. Batt.a
Gramonte. La chiesa era quasi aderente ad una delle navate laterali.
In seguito alla parrocchiale di San Giovanni Battista verrà unita
quella di San Nicola, Stato della chiesa cit., Rel. Lim. S.
Severina, 1765.
20. La principale reliquia era il braccio di Santa Anastasia “con la
carne, nerve, pelle, et piccoli peli”. Vi erano anche “quattro mitre
pretiose, et una di tela d’oro, et dui di tela bianca sempia.. dui
bacoli pastorali, uno d’avorio, et uno d’argento inorato.. sei
croci, quattro d’argento et una d’avorio et uno di cristallo con
crocifisso d’oro”, Rel. Lim. S. Severina., 1603. Poiché nella
metropolitana non c’era altra reliquia che il braccio di S.
Anastasia Romana il pap Paolo V nel 1613 concede al vescovo di poter
estrarre sacre reliquie da Roma per portarle nella sua diocesi,
Secr. Brev. 490, ff. 23- 24, ASV.
21. Il Pisani che al suo arrivo aveva trovato l’habitatione
dell’arcivescovo se bene antiqua non di meno comoda”, nei primi anni
di presulato vicino alla chiesa fa costruire un nuovo palazzo “per
star l’arcivescovo con molta spesa, massime all’intempiatura et in
far depingere alcune camere di esso di alcune historie del
testamento nuovo et vecchio”, Rel. Lim. S. Severina, 1603.
22. Rel. Lim. S. Severina., 1621.
23. Epigrafe nella cappella di S. Maria degli Angeli : “SACELLUM HOC
DEIPARAE VIRGINI DICATUM ALPHONSUS PISANUS ARCHIEPISCOPUS S.
SEVERINAE, ET IULIUS CAESAR FRATRES PRO SE, SUISQUE HAEREDIBUS
CONSTRUCTIONE, ET DOTATIONE IN JUS PATRONATUS EREXERUNT ANNO DOMINI
MDCXI”, Ughelli F., cit., IX, 489.
24. Rel. Lim. S. Severina., 1624.
25. Rel. Lim. S. Severina., 1628.
26. Il Cafarelli restaurò anche il palazzo arcivescovile,
ampliandolo e completandolo, Rel. Lim. S. Severina., 1633.
27. Aveva anche dovuto riparare due chiese parrocchiali ed il
palazzo arcivescovile, scossi dal terremoto, Rel. Lim. S. Severina.,
1645.
28. Siberene ,p.92.
29. Rel. Lim. S. Severina., 1656.
30. Russo F., Regesto, VII (37815).
31. Rel. Lim. S. Severina., 1666.
32. Il Falabella rifece il palazzo vescovile, facendone decorare i
soffitti con scene sacre, ed ampliò il seminario già iniziato al
tempo di Giulio Antonio Santoro, al quale aggregò la chiesa di Santa
Caterina. Fece costruire a sue spese presso la cattedrale un ampio
oratorio per facilitare la nascita di una confraternita dedicata al
SS.mo Sacramento, che abbellì con l’immagine dell’Ultima Cena e con
porte e finestre in pietre squadrate, Rel. Lim. S. Severina., 1666,
1668.
33. Rel. Lim. S. Severina., 1675.
34. Un apprezzo della città di Santa Severina, in Siberene, p.104.
35. Rel. Lim. S. Severina., 1685.
36. Furono sottratti beni per circa 2500 ducati, dei quali quasi 700
ducati in contanti, alcuni vasi d’argento e oro e gemme che
arricchivano quattro mitre, 2 delle quali erano state donate
dall’arcivescovo Gio. Battista Ursino, Rel. Lim. S. Severina., 1697.
37. Epigrafe murata dietro l’altare maggiore della cattedrale : “AD
DEI HONOREM ET GLOR./ CAROL’ BERLINGERI ARCHIEPIS(CO/ PU)S HUIUS
ECCLESIAE FACIE COMPOSITA/ TECTO ALTIUS SUBLATO
EADEMQ. FENESTRIS CIRCU(M)APERTIS/ AC LAQUEARI AURO PERFUSO/
ILLUSTRIORI REDDITA/
ARAM DEMUM HANC PRINCIPEM/ VARIO MARMORE OBDUXIT/ A.D. MDCCVIII/
ORDINAT. SUAE
XXIX”
38. IN HONOREM S. ANASTASIAE V. ET M. INCLYTAE CAROLUS BERLINGERIUS
ARCHIEP. S. SEVERINAE A.D. MDCCV
39. Rel. Lim. S. Severina., 1709.Epigrafe : ”D. O. M./ TEMPLUM HOC
OLIM DIVO ANDREAE ET S. SEVERINAE MARTYRI/ POSTEA DIVAE ANASTASIAE
POST EIUS BRACHII INVENTIONEM/ CAROLUS EPISCOPUS SIBERINANTENSIS/
POSTQUAM ORNARE COMPLEVIT, DICAVIT, ASSIGNAVITQUE/ DIEM XIII
NOVEMBRIS PRO EIUS ANNIVERSARIA FESTIVITATE”, in Capialbi V., La
continuazione all’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di
Calabria. Santa Severina, in Arch. Stor. Cal. II, 1914, pp. 183 -
184.
40. Carlo Berlingieri fu sepolto nella cappella di San Leone con le
sue armi ed una epigrafe da lui stesso dettata in vita “D.O.M./
CAROLUS BERLINGERIUS/ ARCHIEPISCOPUS HUIUS METROPOLITANAE ECCLESIAE/
SANCTAE SEVERINAE/ HIC JACET IN SINU SUAE DILECTAE SPONSAE”, in
Siberene ,p. 273.
41. Rel. Lim. S. Severina., 1725. Nicolò Pisanelli fu seppellito
nella cappella di Santa Maria degli Angeli, In Capialbi V., cit.,
p.185.
42. Una testimonianza non sospetta, in Siberene pp. 72 - 73.
43. Rel. Lim. S. Severina., 1753.
44. Epigrafe presso l’altare maggiore. “D O M/ AC D. ANASTASIAE
PATR. HONOREM/ ARAM HANC PRINCIPEM/ PATRIO EX LAPIDE OLIM ERECTAM/
VARIO NUNC ET ELEGANTI EX MARMORE/ ANTONINI GANINI ARCHIPRAESULIS/
SOLLICITUDO ET MUNIFICENTIA CONSTRUENDAM/ CURAVIT/ EAMQ. UNA CUM
TOTA BASILICA/ SOLEMNI RITU AC POMPA/ M TOTIUS DIOECESANI CLERI
INTERVENTU/ VI. IDUS IUNII AN. A VIRG. PAR. MDCCLXVI/ SUI
ARCHIPRAESULAT. IV. INCOEPTO/ SACRIS LINIVIT OLEIS ET SACRAVIT/
INDULGENTIAS CONSUETAS IMPERTIIT/ FESTUMQUE DEDICATIONIS ANNUUM/
DIEI POST ASCENSIONEM DOMINICAE/ ADSIGNAVIT”
45. Rel. Lim. S. Severina, 1765.
46. Rel. Lim. S. Severina., 1768.
47. Rel. Lim. S. Severina., 1781.
48. Epigrafe murata all’esterno del campanile. “D. O. M./ URBIS
ADORNATUM TUM METROPOLISQ. DECOREM/ UTQUE AUDIRE SONUM CIVICA TURBA
QUEAT/ COMMODIUS AD CULTUM MAJOREM ATQ. PATRONAE/ MOLEM HANC GANINUS
SUSCITAT ECCE NOVAM/ ANNO A PARTU DEIPARAE/ I.D.CC.LXXX.
ARCHIPRAESULATUS VERO SUI XXIII.”
49. Siberene p.99.

