[La chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Strongoli da Cattedrale a Collegiata]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 8-10/1998)
Secondo alcuni storici dove sorgeva l’antica
Petelia si sviluppò Strongylos - Paleocastro , città che prima del
Mille diviene una delle diocesi della nuova metropolia di Santa
Severina1. Nel periodo normanno con i nomi di Giropolen2 ,
Strongylon, Strombulo e Strongulo3 la ritroviamo tra le diocesi di
Santa Severina. Il piccolo vescovato, incluso da confini che
misuravano 16 mila passi e comprendente la sola città di Strongoli,
confinava a oriente con il mare Jonio, a mezzogiorno con la diocesi
di Crotone, dalla quale la separava il fiume Neto, a occidente con
la diocesi di Santa Severina ed a settentrione con quella di
Umbriatico. Ignoriamo quando la sua popolazione si convertì al
cristianesimo. Secondo una tradizione popolare, che però non ha
alcuna base certa, ciò avvenne prima del terzo secolo, quando la
fede vi fu propagata dal pontefice San Antero. E’ certo che al tempo
che la città fu insignita della cattedra vescovile, vi si celebrava
in rito greco. Non sappiamo in quale secolo essa sia passata al rito
latino, ma possiamo ipotizzare che avvenne in età normanno - sveva,
né abbiamo notizie sull’anno di fondazione della cattedrale e delle
trasformazioni che essa subì prima del Viceregno. Dalla mole
possiamo considerare l’importanza che conservò fino al saccheggio
turco della fine del Cinquecento, evento che assieme al ritorno
della peste ed all’imperversare della malaria segnò l’inizio di una
lunga decadenza. Il vescovo di Strongoli non godeva particolari
privilegi né prerogative mentre era suo compito, tramite le rendite
della mensa, fornirla di paramenti sacri, luminarie ed altri
oggetti, egli doveva anche ripararne le strutture murarie ed il
vicino campanile e fornirla di organo e di campane.
La storia dell’episcopato di Strongoli è segnata dalle lunghe
vertenze che opposero i vescovi della città con il potere secolare.
Già in età sveva il vescovato di Strongoli era stato una delle tante
occasioni di contesa tra il papa Gregorio IX e l’imperatore Federico
II il quale il 10 ottobre 1239, essendo la sede vacante, vi aveva
posto un baiulo4. All’inizio del Trecento il papa doveva intervenire
a favore del vescovo Ruggero che era stato privato di alcuni beni,
tra i quali il pascolo sul corso di Santo Basilio, e di diritti dal
feudatario Guglielmo de Ebulo5, il quale aveva costretto il presule
ad abbandonare la sede6.
Sempre dei primi anni dell’occupazione angioina è un ordine di re
Carlo I d’Angiò dal quale si apprende che il vescovo di Strongoli
doveva concorrere alle spese per riparare il castello di Crotone7.
Durante la guerra del Vespro quando nel 1284 l’esercito di Pietro
d’Aragona invase la Calabria e Matteo Fortunato con duemila
Almugaveri devastò i paesi della vallata del Neto, le proprietà
della chiesa di Strongoli furono particolarmente saccheggiate perché
il suo vescovo, al pari di quello di Umbriatico e dell’arcivescovo
di Santa Severina, si era opposto con le armi agli Aragonesi. Per
l’attaccamento alla causa angioina e per i danni subiti, il papa
Nicolò IV, tramite il legato nel Regno di Sicilia, lo reintegrò con
altri benefici ecclesiastici8.
Altre liti riguardarono il diritto di spoglio, cioè l’obbligo che
aveva la chiesa suffraganea di Strongoli, in segno del
riconoscimento della superiorità e della autorità del metropolita di
Santa Severina, di mandare all’arcivescovo le cose personali di ogni
suo vescovo defunto. Esse riguardavano il cavallo o la mula, tutte
le vesti che il vescovo era solito indossare, compreso il rocchetto,
l’anello d’oro che era solito mostrare, il letto nel quale dormiva e
tra i libri, il pontificale, il messale ed il breviario9
Dedicata ai SS. Pietro e Paolo la cattedrale compare con il suo
titolo già all’inizio del Quattrocento10. Unica parrocchia della
città esercitava tutti i doveri parrocchiali. In essa erano
conservate le ostie, l’olio sacro, la fonte battesimale ed in essa
si amministravano tutti i sacramenti. Era usanza, osservata ancora
in età moderna, che nel giorno della festa dei due apostoli tutti
gli abitanti della diocesi in segno di obbedienza vi si recassero a
baciare la mano del vescovo prima dell’inizio della messa
pontificale11.
All’inizio del Cinquecento il vescovo Gaspare de Murgiis, cittadino
di Strongoli, eletto da papa Giulio II a quella sede, vi fece
costruire il trono episcopale12 . Nella cattedrale vi erano alcuni
altari tra i quali quello di S. Hieronimo e la cappellania del SS.mo
Salvatore13. Alcuni anni dopo fu abbellita e resa più sicura dal
vescovo Timoteo Giustiniani (1568 - 1571)14.
Alla fine del Cinquecento ha sei dignità (arcidiaconato, decanato,
arcipresbiterato, cantorato, tesorerato e primiceriato), nove
canonicati, che ben presto scenderanno a sei, ed è sede già da molti
anni della confraternita del SS.mo Corpo di Cristo, eretta per
disposizioni apostoliche. Il vescovo Claudio Vico (1590 - 1600)
sostenne numerose liti con gli ufficiali laici per salvaguardare
l’immunità e la giurisdizione ecclesiastica e con il denaro della
mensa, restaurò la sacristia, il palazzo vescovile e completò una
torre utile per trovare rifugio e per difendere i beni della chiesa
dalle incursioni dei Turchi, come accadde nel 1594. La torre, che
sorgeva presso il palazzo vescovile, era stata iniziata dai suoi
predecessori ma era rimasta imperfetta15 . Ai paramenti sacri, di
cui era sufficientemente fornita, tra i quali alcuni vasi d’argento
e una capsula nella quale erano conservate alcune reliquie di santi,
che a seconda delle necessità venivano portate in processione per la
città, egli aggiunse una navicella e due calici d’argento indorati.
Lo stesso vescovo nel 1597 fece restaurare le ali della cattedrale
che minacciavano di rovinare. Durante il suo vescovato e
precisamente sulla fine dell’estate del 1594 la città subì il
saccheggio dei Turchi ; essa alla fine del secolo si presentava in
gran parte “diruta” e spopolata16. In pochi anni la sua popolazione
era scesa dai 460 fuochi del 1578 ai circa 300 del 1594, ai 178 del
1595 per contarne appena 180 nel 1612. Al Vico seguì il vescovo
Sebastiano Ghislieri (1601 -1626), il quale non essendoci il
seminario, istituì una “scholastria” per istruire quattro ragazzi
chierici poveri17, dotandola dei proventi delle due cappellanie,
esistenti in cattedrale e rimaste vacanti, della S. Croce e del SS.
Salvatore18. Lo stesso vescovo nel 1624 fa, più che restaurare,
ricostruire il tetto della cattedrale che era tutto lesionato
spendendovi 330 monete d’oro (un terzo delle quali donate
dall’università). La cattedrale, unica parrocchia della città, è
antichissima e molto grande ; divisa in tre ali separate da archi
gotici, ha tre porte rivolte ad occidente ; dietro l’altare
maggiore, posto ad oriente, c’è il coro ed a destra si apre l’ampia
sacrestia. Vicino all’ingresso c’è il battistero e unito alle pareti
della chiesa nella parte anteriore si innalza il campanile con
quattro campane (la maggiore delle quali convoca il popolo per le
funzioni sia civili che religiose, la mediana serve per orologio,
entrambe sono state comprate a spese dei cittadini e l’università
paga una persona addetta all’esercizio)19. Al tempo del vescovo
Bernardo Piccolo (1627 - 1636) la cattedrale ha bisogno di essere
riparata sia nella struttura che nelle fondamenta. Il vescovo
nonostante che le rendite della mensa non superino i mille ducati e
sia gravata da una pensione di 100 ducati, la fornisce di un
magnifico organo e incomincia a migliorare la sacrestia20. Nella
cattedrale servono 22 sacerdoti, 2 suddiaconi e 30 chierici.
Prestano inoltre la loro opera per il servizio della chiesa e della
curia otto servienti detti anche diaconi selvaggi che godono
l’esenzione delle imposizioni fiscali e sono soggetti solo al foro
ecclesiastico. Nel 1642 il vescovo Carlo Diotallevi ( 1639 + 1652)
concede la facoltà al principe Francesco Campitelli e alla
università di erigere all’interno della cattedrale una nuova
cappella di jurepatronato laicale sotto il titolo di S. Maria de
Jesu che viene dotata di 500 ducati con lo scopo di permettere entro
breve tempo di erigere il seminario21 . Spesso il clero specie
d’inverno non partecipa alle funzioni sacre a causa del freddo e
dell’umidità che penetra nell’edificio. Facendo presente questa
precaria condizione il vescovo ottiene nell’agosto 1641 dal papa
Urbano VIII il permesso di utilizzare i soldi delle pene dei
malefici (poenas maleficiorum) per riparare la chiesa, il palazzo
vescovile e le case appartenenti alla sua mensa22. Ma nonostante i
buoni propositi la situazione non era mutata all’inizio del
vescovato di Biagio Mazzella (1655 - 1663) come si rileva da una
lettera inviata dal capitolo di Strongoli al papa in cui viene
presentata la triste situazione in cui si trova la città e la
diocesi23. La cattedrale ha altare maggiore e 12 altri minori (ai
quali sono annessi otto benefici, tre di libera collazione e gli
altri di jurepatronato laicale), ci sono : la cappella del SS.mo
Sacramento, spettante alla confraternita, la sacrestia, l’organo, il
campanile con quattro campane e a sinistra il cimitero per i poveri
circondato da mura24. L’edificio è umido e freddo, la pioggia vi
penetra da ogni parte del tetto, il coro è lesionato e pericolante e
la sacrestia manca di ogni suppellettile sacra25. Lo stesso vescovo
dopo aver ricevuto per ben due volte l’estrema unzione, sta lontano
dalla diocesi a Napoli per curarsi26
La situazione era divenuta così precaria che, per il pericolo e
l’umidità, non si celebravano più le funzioni sacre27 ; il vescovo
Antonio Maria Camalda (1663 -1690) nonostante che la mensa vescovile
fosse gravata da una pensione annua di 200 scudi a favore del
cardinale Lelio Piccolomini, all’atto della sua elezione si impegnò
a riparare la cattedrale ed il palazzo vescovile28 . Dalle sue
relazioni si apprende che egli aveva intenzione di riedificare il
coro, riparare il tetto e togliere l’umidità, anche perché
l’edificio sacro era così deteriorato che era pericoloso celebrarvi,
ma egli non possedeva i 500 ducati e più che vi occorrevano, in
quanto la cattedrale era di grande mole e le rendite della sua mensa
anno dopo anno si stavano sempre più riducendo per il continuo
fallimento dei raccolti, per lo spopolamento e per la mancanza di
greggi e di coloni29 . Egli era assillato perché doveva provvedere
la chiesa del necessario, cioè di paramenti, di candele, di vino per
le messe ed inoltre fare gli interventi più urgenti. Travagliato
dalla malaria e dalla povertà, in una diocesi devastata e quasi in
estinzione per la grave carestia e pestilenza, che l’aveva duramente
colpita tra il 1670 e il 167430, il presule tuttavia riesce a
fornire la chiesa di alcuni paramenti e di libri sacri (un parato di
color violaceo, due cappe, quattro pianete, tre calici con coppe
d’argento, tre messali, un martirologio, alcuni libri di canto
gregoriano, un salterio, un antifonario ed un graduale) ed a
rinnovare i calici, riparandoli ed indorandoli. Egli inoltre più
volte deve intervenire a difesa della immunità ecclesiastica, messa
a repentaglio dai comportamenti dei diaconi selvaggi, entrando così
in lite con i ministri regi31. Nonostante tutte queste sue buone
intenzioni gli interventi che egli doveva compiere, per impegno
preso all’atto dell’insediamento, dopo quasi trent’anni non sono
ancora stati fatti e l’edificio, che è stato oggetto solo di piccoli
ritocchi , si trova in stato pietoso32.
Verso la fine del suo vescovato finalmente, passata la grave crisi
economica, il vescovo interviene : la campana maggiore, incrinata e
stonata, viene rifatta33 e sono risistemati il tetto ed il soffitto
in legno quest’ultimo è anche decorato34.
In questi anni di grande carestia, Domenico Pignatelli fa erigere
nel 1687 la cappella gentilizia sotto il titolo di Santa Maria del
Rosario e S. Domenico ed una cappella dedicata alla Santa Maria del
Capo, il cui culto, a causa della siccità si era esteso da Crotone a
tutto il vicino territorio35
Alla fine del Seicento il clero di Strongoli, città di circa 1500
anime, posta sulla cresta di un alto colle e circondata da rupi a
circa tre miglia dal mare, sorta sulle rovine dell’antica Petelia,
come attestano le monete e le antiche iscrizioni che quasi
quotidianamente vengono alla luce36 , è composto da sei dignità, sei
canonici, 18 preti detti anche cappellani e da una ventina di
chierici. La città, che d’estate è abbandonata dai vescovi a causa
della malaria causata dalle acque stagnanti del vicino torrente
Brausio, e d’inverno è molestata dai venti freddi e dalle febbri
micidiali, si presenta in uno stato decadente. Essa era famosa non
solo in antichità per l’origine e per i fatti storici che la videro
protagonista, ma anche in tempi più recenti, quando vi fiorivano le
industrie e le ricchezze ed abbondava di nobili casate, come ancora
si evidenzia per la moltitudine delle famiglie estinte e per i
ruderi delle abitazioni. A causa dell’incuria dei suoi predecessori
il vescovo Giovan Battista Carrone (1692 - 1706) trovò la chiesa
malridotta e con il tetto che da più parti lasciava passare la
pioggia, una delle quattro campane del campanile era spezzata e
l’organo scordato e fuori uso37. Egli si mise subito all’opera
iniziando a far ripristinare l’organo, a riparare il tetto, a
rifondere una nuova campana ed a munire la chiesa di oggetti
sacri38. In pochi anni, prima della fine del secolo, egli nonostante
la povertà della mensa e la cattiva salute, che quasi sempre lo
teneva inchiodato a letto, aveva già speso più di 300 ducati per i
paramenti e continuava nei lavori di ristoro della cattedrale. Aveva
completato le campane, provveduto la sacrestia con molte preziose
suppellettili (pianete, tunicelle, pluviali, messali, calici, un
turibolo ed un aspersorio d’argento, un pastorale d’argento ecc.) e
l’organo ripristinato con un ottimo organista, stipendiato dal
vescovo, accompagnava con il suo suono nelle festività le messe
conventuali ed i vespri39. I lavori andarono avanti anche nei primi
anni del Settecento ed il vescovo vi spese in poco tempo più di 500
monete d’oro, ma l’opera non finiva mai in quanto l’edificio era
molto vasto e malmesso mentre le entrate della mensa, tra annate
fertili ed infertili, non superavano gli ottocento ducati40. Anzi
con il passare del tempo la situazione peggiorava e si aggiungevano
nuove spese. Così mentre il vescovo ha appena rimpiazzato la campana
rotta, per incuria del sacrestano si spezza quella maggiore. La
costruzione di questa spettava fin dall’inizio all’università ma ora
sia per la povertà della comunità sia perché non si trova un abile
artigiano capace di rifonderla, rimane spezzata41.
Il vescovo Tomaso Oliverio (1706 - 1719) la trovò ridotta come una
spelonca e dall’aspetto che assomigliava ad un magazzino, a causa
della grande umidità puzzava. Le porte erano distrutte, il tetto
cadente, le pareti sporche ed il pavimento ancora più lurido.
Ottenuta la possibilità di utilizzare le entrate della mensa
vescovile, che a causa della sede vacante avrebbero dovuto andare in
beneficio della Camera Apostolica, fece elevare le pareti della nave
centrale della chiesa di dodici palmi e aprì da una parte e
dall’altra cinque finestre, rifece anche i soffitti a cassettoni,
riparò in più parti il tetto ; ripulì ed intonacò le pareti. Così
tolse l’umidità, diede più luce alla chiesa che ridotta in forma
migliore assunse l’immagine della casa del Signore42 . Egli inoltre
la ornò più decentemente con suppellettili di cui era carente43. Per
tramandare ai posteri l’aiuto avuto da papa Clemente XI, curò di
erigere dentro la chiesa, sopra la porta principale, l’immagine
gloriosa del benefattore con un’iscrizione esprimente lodi alla sua
munificenza. Finito il denaro concesso, i lavori non procedettero
oltre, anche a causa di una lite che oppose il vescovo al feudatario
del luogo, Geronimo Pignatelli duca di Tolve, accusato di essersi
appropriato della giurisdizione temporale e spirituale della città,
impossessandosi anche di alcuni beni della chiesa44. L’edificio
lungo 120 piedi, largo 90 e alto 60, non compresi né il coro che è
situato dietro l’altare maggiore, né le cappelle che si aprono e si
estendono lateralmente, dopo pochi anni si trovava quasi cadente. Il
vescovo Domenico Marzano (1719 - 1735) lo trovò puntellato con pali
e sostegni ed in ogni sua parte rustico. Egli lo cominciò ad ornare
con colonne, archi, corone modellate ecc. L’opera però per essere
portata a termine richiedeva a parere del vescovo almeno 2000 ducati
d’argento che egli non possedeva e un lavoro di molti anni. Comunque
egli iniziò, sperando nell’aiuto di Dio e del papa. Prima del suo
arrivo per entrare in cattedrale bisognava scendere otto gradini e
anche per questo motivo l’edificio era umido e oscuro. Egli fece
togliere la terra, rimuovere la rupe e declinare ed allargare la
piazza dalla parte della cattedrale. Dopo questi lavori e portati in
avanti i battenti delle porte e ristrutturata la piazza, si entra in
chiesa per il piano. Curò anche di riparare la sacrestia che mancava
di soffitto e di sacre suppellettili. Egli inoltre per meglio
conservare gli oggetti di culto la fornì di armadi abilmente ornati.
Comandò di fornire la cappella del SS.mo Sacramento di molte cose
sacre. Questo altare era seguito per dignità e culto da quello della
Beata Vergine Maria detta del Capo, cappella che pur essendo
scarsamente provvista di rendite, era largamente aiutata dai fedeli
e godeva di grande devozione popolare. Egli cominciò a rendere
decorosi gli altari cominciando dai due più importanti, quelli del
SS. Sacramento e della Vergine del Capo, che furono ricoperti con
mosaici in pietre plastiche, opera di due eccellenti artisti, venuti
da lontano e pagati molto bene45. Il vescovo pensava di procedere
poi ad abbellire anche gli altri sei altari che godevano meno
rendite ed erano di patronato laicale, ed a proseguire nei lavori
ovvero nella ricostruzione della cattedrale che non era ancora
completamente decorata, anzi lo era solo da un lato fino quasi alla
corona, ma gli avvenimenti non andarono secondo le sue speranze e
l’opera che per l’esecuzione richiedeva uno sforzo finanziario che
egli non poteva sopportare, fu ben presto interrotta sia per il
ripetersi di raccolti sterili sia per le liti che sorsero con i
cittadini ed il feudatario che non riconoscevano ed usurpavano i
diritti della chiesa, soprattutto quello di esigere le decime sul
pascolo. Tuttavia anche l’altare maggiore venne ornato con pietre
plastiche, con candelabri e tabelle e quasi tutto venne rinnovato o
rifatto e l’organo indorato46
Nonostante i lavori fatti compiere dal Marzano, la cattedrale si
presenta spoglia tanto che all’inizio del vescovato di Gaetano de
Arco (1735 - 1741) essa non aveva alcun quadro, nemmeno quello dei
titolari e l’altare maggiore era privo di tutti gli apparati
necessari. A dire del vescovo per rendere il tempio decente
occorrevano, secondo una stima fatta da periti, oltre 5000 ducati47.
Il vescovo nel 1737 istituì la prebenda teologale unendo alla stessa
i quattro benefici vacanti di lira collazione sotto il titolo della
SS.ma Annunciazione, S. Francesco di Paola, S. Giovanni e SS.
Salvatore48.
Il vescovo Ferdinando Mandarani (1741 - 1748), pur essendo la mensa
gravata di un’annua pensione di 150 scudi romani e di ducati 50 per
la tassa imposta dagli amministratori della città in virtù della
formazione del catasto, curò di renderla decente, ornandola e non
facendoci mancare le sacre suppellettili. La sacrestia che era
incompleta, oscura, umida e dall’aspetto rustico la riedificò in un
luogo più adatto ed in forma più elegante. Egli inoltre comandò di
costruire degli armadi per conservare la sacra suppellettile ed i
vasi sacri49.
Durante il vescovato di Domenico Morelli (1748 - 1792), la
cattedrale fu quasi interamente rifatta. Subito dopo il suo
insediamento il vescovo, nonostante che la mensa sia gravata da una
pensione di 150 ducati da dare al cardinale Puoti e a suo nipote,
l’abbate Costanzio, completa la sacristia, costruita dal suo
predecessore e lasciata imperfetta, e la arricchisce di sacre
suppellettili50. Difensore dei diritti della chiesa egli fa subito
lite col barone Pignatelli che non vuol riconoscere gli antichi
diritti del vescovo di esigere le decime sul pascolo delle pecore e
degli altri animali nei quattro corsi Virga Aurea, San Mauro,
Serpito e Zuccaleo51 .
Sempre in questi primi anni di vescovato consacra l’altare in onore
del SS. Sacramento52 e ordina al suo procuratore di Napoli di far
rifare la grande croce d’argento che il capitolo della cattedrale
era solito portare nelle solenni processioni. Essa assieme a quattro
calici d’argento e a tutte le patene era stata rubata nel 1758 dai
ladri che di notte erano penetrati da una finestra nella
sacrestia53. Verso il 1780 iniziano i grandi lavori di ricostruzione
della cattedrale che si presenta di antica e vecchia struttura e con
le pareti fatiscenti. Essa viene riedificata dalle fondamenta nelle
parti riguardanti il coro, la navata centrale e le due mura esterne
mentre il resto è risanato e si sostituisce al soffitto in tavole
uno in mattoni e fabbrica54. Sempre in questi anni è portata a
termine la costruzione della cappella dedicata ai patroni Pietro e
Paolo, dove egli fece erigere l’avello per sé e per i suoi
successori. La cappella è innalzata dalle fondamenta e abbellita con
marmo e pietre colorate ed il suo altare è consacrato con rito
solenne e con grande concorso di popolo55. Nel maggio 1786 finiscono
i grandi lavori e l’edificio si presenta rifatto in forma migliore e
più elegante. Sempre in questo anno il vescovo stipula un contratto
con alcuni artefici i quali si obbligano entro due anni a costruire
in marmo gli altari ed ad ornarli56. Finiti i grandi lavori
riguardanti la struttura, il vescovo fa così iniziare la costruzione
degli altari, fa costruire il sepolcro dei canonici57 e fa abbellire
l’interno. Nel marzo 1789, dopo dieci anni di continui lavori, la
fabbrica è finita. La cattedrale si presenta completamente
rimodernata ed elegante sia all’interno che all’esterno e con gli
altari di marmo “magnificamente formati”. La spesa complessiva
sostenuta dal vescovo è stata di ben 26 mila ducati58. Alla fine del
Settecento il vescovo Pasquale Petruccelli (1793 - 1798) iniziò a
restaurare il tetto del palazzo vescovile e della chiesa e rifece
quasi nuovamente il campanile che era fatiscente e minacciava
rovina, riedificò la sacrestia in un luogo più adatto e fece fare
degli armadi. Fece riparare le sacre vesti, alcune le fece rifare e
sostituì i vecchi drappi che coprivano il trono vescovile e la
cattedra con nuovi , fatti venire da Napoli59. Ancora pochi anni e
con la nuova distribuzione delle chiese in Calabria fatta da Pio VI,
il 27 giugno 1818 il vescovato di Strongoli è soppresso e
incorporato alla diocesi di Cariati, che rimase l’unica suffraganea
della metropolia di Santa Severina, e la cattedrale è ridotta a
collegiata60. Essa conservava ancora alcuni canonicati61 ed una
rendita di oltre mille ducati62
Note
1. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubettino Ed.
1982, I, pp. 202 sgg.
2. Giropolen risulta tra le suffraganee di Santa Severina nell’atto
di conferma dei privilegi fatto nel 1183 da Lucio III
all’arcivescovo Meleto, Siberene p.16.
3. L’abbazia di Corazzo possedeva fin dal periodo normanno in
tenimento di Strumbulo la chiesa di Santo Mauro con le sue
proprietà, Vat. Lat. 7572, Bibl. Apost. Vat.
4. Huillard- Breholles J. L. A., Historia diplomatica Friderici
secundi, Parisiis MDCCCLIX, t. V, 438.
5. Russo F, Regesto, I, 258.
6. Nel 1321 Carlo, figlio di Roberto, ordina al Giustiziere di Val
di Crati di accertare i fatti, di punire i colpevoli e di restituire
Ruggero alla sua sede, Russo F., Regesto, I, 259.
7. Il re ordina di riparare alcuni castelli tra i quali quello di
Crotone alle spese devono concorrere alcuni feudatari. Il vescovo di
Strongoli deve riparare la cisterna, Reg. Ang., Vol. VI (1270 -
1271), pp. 109-110.
8. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti
vaticani, in A.S.P.N. 1961, pp.207 sgg.
9. Alla morte del vescovo Matteo Zaccone (1558 - 1566) una lite sul
diritto di spoglio sorse tra l’arcivescovo di Santa Severina, Giulio
Antonio Santoro ed il procuratore fiscale della Camera Apostolica e
della curia del Nunzio, Siberene pp.46 - 47.
10. 12.3.1418. Antonius (Stamingo Ord. Min.) episcopus Bosan. Ad
ecclesiam SS. Petri et Pauli Strungulen. Transfertur vac. Per ob.
Antonii de Molendinis, Russo F. Regesto, II, 156.
11. Rel. Lim. Strongulen. 1729.
12. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 521.
13. Russo F., Regesto, III, 32,41, 439.
14. Il vescovo Giustiniani ricostruì quasi dalle fondamenta il
palazzo vescovile, ornò la cattedrale ed elevò quattro robustissime
torri per rendere sicura la città dalle incursioni turche, Ughelli
F., cit., IX, 522 - 523.
15. Rel. Lim. Strongulen. 1594.
16. Rel. Lim. Strongulen. 1597.
17. Rel. Lim. Strongulen. 1612, 1646.
18. La capellania del SS. Salvatore esisteva già in cattedrale alla
fine del Quattrocento, Russo F., Regesto, III, 32, 41.
19. Rel. Lim. Strongulen. 1684.
20. Rel. Lim. Strongulen. 1630.
21. Rel. Lim. Strongulen. 1643, 1646.
22. Russo F., Regesto, VII, 41.
23. Russo F., Regesto, VII, 285.
24. Rel. Lim. Strongulen 1653.
25. Rel. Lim. Strongulen. 1664.
26. Russo F., Regesto, VII, 469, 493.
27. Rel. Lim. Strongulen. 1666.
28. Russo F., Regesto, VIII, 84.
29. Le rendite della mensa, a dire del vescovo Camalda, dagli usuali
1000 ducati scesero a duc.700 negli anni dal 1664 al 1672, quindi
raggiunsero il minimo secolare di duc. 500 nel 1675, poi oscillarono
tra i 700 ducati del 1678, i 600 del 1681, i 900 del 1684 e i duc.
800 del 1687, Rel. Lim. Strongulen. 1664 -1687.
30. Secondo le relazioni dei vescovi di Strongoli la popolazione che
dal 1640 al 1662 viene data costante intorno ai 4000 abitanti, in
seguito subisce un forte decremento dai 1800 abitanti del 1664 si
passa ai 3000 del 1669, ai 1000 del 1672, per raggiungere il minimo
plurisecolare di circa 700 abitanti nel 1675, per poi aumentare a
1000 abitanti nel 1678, i 1500 nel 1681 ed i 1300 nel 1687, Rel.
Lim. Strongulen. 1640 - 1687.
31. Rel. Lim. Strongulen. 1669, 1672.
32. Rel. Lim. Strongulen. 1675.
33. Rel. Lim. Strongulen. 1681, 1687.
34. Rel. Lim. Strongulen. 1684.
35. Vaccaro A., Fidelis Petilia, p. 126.
36. Rel. Lim. Strongulen. 1690.
37. Rel. Lim. Strongulen. 1694.
38. Rel. Lim. Strongulen. 1696.
39. Facendo presente tutto ciò egli nel 1699 chiedeva al papa di
poter far la visita per un procuratore e di non incorrere nelle pene
e censure previste dalla Bolla di Sisto V, Rel. Lim. Strongulen.
1700.
40. Rel. Lim. Strongulen. 1700.
41. Rel. Lim. Strongulen. 1702.
42. Rel. Lim. Strongulen. 1709.
43. Rel. Lim. Strongulen. 1718.
44. Il vescovo impedisce ai regi ministri di carcerare un secolare e
lancia censure contro l’erario della camera baronale, Nunz. Nap.
144, ff. 45, 50, 456.
45. Rel. Lim. Strongulen. 1723.
46. Rel. Lim. Strongulen. 1729.
47. Rel. Lim. Strongulen. 1736.
48. Rel. Lim. Strongulen. 1747.
49. Rel. Lim. Strongulen. 1747.
50. Rel. Lim. Strongulen. 1753, 1759.
51. Il procuratore della mensa vescovile chiede di esigere la decima
sugli agnelli, sul formaggio e sulle ricotte delle pecore che
pascolano sui territori feudali di Serpito e Santo Mauro. Poiché i
capimandria rifiutano egli chiede l’intervento del governatore il
quale invia il mastrogiurato con dieci armati che si prendono 68
agnelli, 87 forme di formaggio e per il loro intervento altri 2
agnelli, 4 forme di formaggio e 24 ricotte, ANC. 1124, 1753, 59 -61.
52. MDCCLV/ DIE XV M. IUNY DOMINICA IV POST PEN. / EGO DOMINICUS
MORELLI EPISCOPUS STRON=/ GULEN CONSECRAVI ALTARE HOC IN HONOREM/
SS.MI SACRAMENTI ET RELIQUIAS SANCTORUM MARTY=/ RUM VINCENTY,
MODESTI ET BONIFACY IN EO INCLUSI / ET SINGULIS CHRISTI FIDELIBUS
HODIE UNUM AN=/ NUM ET IN DIE ANNIVERSARIO CONSECRATIONIS/ HUJUSMODI
IPSUM VISITANTIBUS QUADRAGINTA/ DIES DE VERA INDULGENTIA IN FORMA
ECCLE=/ SIE CONSUETA CONCESSI
53. Rel. Lim. Strongulen. 1759.
54. Rel. Lim. Strongulen. 1783
55. D.O.M./ QUI EPISCOPIUM REFECIT ET VETUSTA=/ TE JAMJAM
COLLABENTES A FUNDA=/ MENTIS SACRAS HASCE AEDES INSTAU=/ RAVIT
ELEGANTIUS AC SS. APOST. PETRI/ ET PAULI NOMINI HOCCE E MARMORE
SACEL=/ LUM DEDICAVIT DOMINICUS MORELLIUS/ STRONGULIENSIS ECCLESIE
HUJUS EPISCOPUS/ IMPOSITAM MORTALIBUS FATI NECESSITA=/ TEM MEDITATUS
MONUMENTUM HEIC SIBI/ VIVENS ADHUC SUISQUE PRO TEMPORE SUC=/
CESSORIBUS STATUENDUM MANDAVIT/ AN. SAL. MDCCLXXXIII ETATIS SUE/
LXVI PRESUL VERO XXXVI
56. Rel. Lim. Strongulen. 1786.
57. VIAM QUI CURRIS HOSPES/ ADSPICE UNIVERSAE CARNIS MORTALES/ NAM
QUE VIVIMUS/ FATI SORTEM ALIQUANDO REDDITURI/ HANC IDCIRCO
NECESSITATEM/ MEDITATI/ SARCOPHAGUM OMNES E CAPITULO/ SIBI VIVENTES
CONDIDERUNT/ ARS MDCCLXXXVII, IN Capialbi V., La continuazione
dell’Italia Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria :
Cariati, Strongoli, Umbriatico, Arch. Stor. Cal., a. II, 1914, pp.
207 - 208.
58. Rel. Lim. Strongulen. 1789.
59. Rel. Lim. Strongulen. 1797.
60. Russo F., Regesto, XIII, 233.
61. All’inizio dell’Ottocento nella cattedrale vi erano i canonicati
di S. Maria della Pietà, dei SS. Tommaso ed Urbano, di S. Maria
delle Grazie dei Prothospatariis, di S. Giuseppe, di S. Nicola e di
Santa Sofia ( ?), Russo F ., Regesto, XIII, 87.
62. Siberene , p. 342.

