[La cattedrale di San Donato, vescovo e martire, ad Umbriatico]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 35-37/1998)
La città di Euria (Euraton, Euriatensis) compare
in età bizantina tra le primitive diocesi suffraganee della nuova
metropolia di Santa Severina, istituita verso la metà del nono
secolo.
Essa è presente nel Synecdemus (Euraton) e nella Notizia III della
Diatiposi (Euriatensis)1.
All’ultimo periodo bizantino e precisamente alla prima metà
dell’Undicesimo secolo è attribuita la costruzione della nuova
cattedrale, edificata su quella detta ora Cripta, che doveva essere
secondo alcuni la primitiva chiesa del Decimo secolo. Il
rinvenimento di un mattone, affiorato durante i lavori di restauro,
effettuati nel 1959, ricorda che (questo) tempio fu costruito da
Teodoro vescovo (di Umbriatico)2.
La diocesi nel Medioevo
All’arrivo dei Normanni “Ebriaticum” è sempre vescovato e
compare anche il titolo della sua cattedrale : la “matris ecclesie
S. Donati”, come si ricava da un atto del giugno 1115, sottoscritto
da “Johannes, Ebriatice sedis indignus episcopus”, riguardante una
cospicua donazione di beni, siti nell’attuale territorio cirotano,
fatta da Riccardo Senescalco, figlio del conte Drogone e nipote del
Guiscardo, all’abate Raymundus ed ai monaci della chiesa di S.
Salvatore di Monte Tabor, i quali volevano aprire “aliquam mansionem
vel receptaculum” per i pellegrini 3. In questi anni un suo vescovo,
Roberto, confermava 1° dicembre 1164 al monastero di S. Stefano,
costruito e dotato dai re Ruggero II e Guglielmo I, per i monaci
greci di Santa Maria del Patire, quanto già in precedenza concesso
dal predecessore Ebras, con le condizioni che l’abate il 7 agosto di
ogni anno, festa di San Donato, al quale è dedicata la cattedrale,
presentasse al vescovo tre candele ed un’anfora d’olio, ricevendo in
cambio dell’olio santo4.
Sempre in età normanna i privilegi della chiesa furono rinnovati ed
ampliati e la diocesi passò dal rito greco a quello latino, pur
rimanendovi clero greco per lungo tempo. Dipendente dall’arcivescovo
di Santa Severina, Embriacen compare nella bolla di Lucio III del
11835 ed il vescovo Embriacensem nel “provinciale Vetus” di Albino,
che è della fine del dodicesimo secolo6.
Nel Medioevo la diocesi di Umbriatico confinava con le diocesi di
Strongoli, Santa Severina, Cerenzia e Rossano (in seguito anche con
Cariati). Essa comprendeva le terre di Casabona, Ypsigrò (Cirò),
Cruculi, Melissa ed altri abitati come Alichia, Tigano, Santa
Marina, San Nicola dell’Alto, Maratea, ecc. che per varie cause
spopolarono. La chiesa di Umbriatico era composta dal vescovo ,
dalle cinque dignità (decano, arcidiacono, cantore tesoriere ed
arciprete) e da numerosi canonici e chierici7.
Privilegi vescovili
Tra le prerogative dei suoi vescovi, oltre a quella goduta anche
dai vescovi vicini, di riscuotere le decime sulle pecore e le capre
forestiere che sarebbero andate a pascolare nei territori della
diocesi, vi era il mero e misto imperio sulle baronie di S. Marina,
S. Nicola dell’Alto e Maratea, che erano feudi della chiesa8.
L’arcivescovo di Santa Severina aveva invece il diritto di spoglio
sul vescovo di Umbriatico, cioè alla morte del vescovo dovevano
essergli consegnati il cavallo o mula, tutte le vesti che era solito
indossare in vita, compresi cappelli e barrette, rocchetti, cappe
pontificali, compresa la cappa magna, l’anello d’oro pontificale, la
trabacca o letto sul quale dormiva, il pontificale, il messale, il
breviario9 .
La chiesa di Umbriatico, come si ricava dalla riconferma dei
privilegi fatta al vescovo Alfano dal re Carlo I d’Angiò poco dopo
la conquista del Regno, esigeva le decime sulla bagliva di Tigano,
Alichia, Umbriatico e Melissa. Sempre lo stesso sovrano concesse al
vescovo di tenere mercato a San Nicola dell’Alto e nella chiesa di
Santa Marina10. Quest’ultimo doveva versare alla Santa Sede 4 once
d’oro all’anno11.
Devastazioni e spopolamento
La diocesi cominciò a decadere verso la fine del Duecento quando
fu particolarmente devastata dalla guerra del Vespro.
Scoppiata infatti l’insurrezione in Sicilia (31 marzo 1282) e datasi
l’isola agli Aragonesi, l’esercito di Pietro III d’Aragona invadeva
la Calabria. Matteo Fortunato, capitano di duemila Almugaveri12,
distruggeva i paesi dell’interno e, dopo aver incendiato il
monastero di S. Giovanni in Fiore13, saccheggiava i casali di Santa
Marina, San Nicola de Alto e Marathia14.
I danni furono particolarmente rilevanti per la resistenza che gli
invasori incontrarono da parte dei fratelli Stafanizia, Ruggero,
arcivescovo di Santa Severina, e Lucifero, vescovo di Umbriatico, i
quali si opposero ma dovettero poi esulare, mentre i loro beni
furono particolarmente saccheggiati. Per il loro attaccamento alla
causa angioina e per i danni patiti, essi furono dal papa Nicolò IV,
tramite il legato nel Regno di Sicilia, reintegrati con altri
benefici ecclesiastici15.
I successivi tentativi di rinascita e di ripopolamento non daranno i
frutti sperati, anche se il re Carlo II d’Angiò, accogliendo la
richiesta del vescovo, nel 1306 ordinava ai giustizieri e agli altri
pubblici ufficiali di esentare dalle tasse per il legname delle
galere e da altri oneri tutti coloro che sarebbero andati a
ripopolare i casali vescovili16. La stessa città di Umbriatico sia
per le distruzioni subite a causa della guerra che per la crudele
tirannia del feudatario, andò deserta tanto che il papa Giovanni
XXII, il 19 agosto 1317, incaricò l’arcivescovo di Santa Severina di
trasferire la sede vescovile in un altro luogo insigne della stessa
diocesi, e inviò l’arcivescovo di Napoli, Umberto di Montauro, a
giudicare alcune questioni riguardanti beni ecclesiastici che erano
occupati da certi nobili17. Fu così che Ypsicrò divenne la sede
abituale dei vescovi di Umbriatico mentre vani risulteranno i
tentativi di risollevare la città fatti dal feudatario Cantono de
Messina, che otterrà l’esenzione dal pagamento delle tasse regie per
la durata di dieci anni a favore di coloro che sarebbero andati ad
abitarci18.
La breve rinascita cinquecentesca
Dopo un breve periodo di rinascita durante la prima metà del
Cinquecento, attestato anche dallo abbellimento di una cappella
fatta eseguire dal vescovo Giovan Cesare Foggia (1545 - 1566), che
fece trasportare da Roma alcuni marmi, come evidenzia un breve di
Giulio III del 155319, iniziò, similmente alle altre città vicine,
la lunga fase della decadenza20, accresciuta dal fatto che i vescovi
potevano e preferivano, quando erano in diocesi, risiedere
abitualmente con la loro famiglia e curia a Cirò. Al tempo del
vescovo Alessandro Filaretto Lucullo (1592 -1606) la città ha circa
700 abitanti e la cattedrale di San Donato si presenta a tre navate
e con tabernacolo e fonte battesimale decentemente ornati. Vi è la
sacristia ed il campanile con tre campane e conserva alcune reliquie
tra le quali quelle di papa Gregorio, del martire Laurentio, di S.
Stefano Protomartire, di Petronilla, alcune strisce delle vesti di
Cristo e della Vergine ed un pezzetto della mandibola del titolare
della chiesa San Donato. Essa ha bisogno di ripari per una spesa di
oltre mille ducati e per la povertà la carica di arcidiacono è
vacante da 35 anni e sono mancanti anche il decano ed il cantore. Il
vescovo per aumentare il culto divino, arricchisce la chiesa di un
nuovo organo, che nel 1602 viene collocato nel lato sinistro in un
luogo adatto ed eminente. Esso ha scolpito da una parte le immagini
dei Santi Pietro e Paolo e dall’altra quelle dei patroni e titolari
e cioè di Sant’Andrea Apostolo e di San Donato. Viene anche
accomodato il coro con i suoi 17 sedili ; situato dietro l’altare
maggiore e del SS.mo Sacramento, vi si recitano le ore canoniche sia
di giorno che di notte. Prima mentre si celebravano le messe e si
svolgevano gli uffici divini, i preti ed i chierici, con grande
indecenza, dovevano stare sul lato sinistro dell’altare al cospetto
del popolo21 .
Alcuni interventi seicenteschi
Dopo il breve ma significativo vescovato del rossanese Paolo
Emilio San Marco (1609 -1611), dell’opera del quale testimonia
l’iscrizione “ P.S AEM.S SAMARCUS ROSSAN.S/ EP.S UMB.S ANNO D. MDCX”
sull’architrave del portale laterale della cattedrale, è la volta di
Pietro Bastone (1611- 1621) il quale interviene rifacendo i tetti
della sacristia e di parte della navata sinistra, che erano del
tutto mancanti. Fa costruire un nuovo sedile episcopale ampio di
pietra quadrata e compera travi e materiale per rifare il tetto del
campanile. Nella chiesa che ha fonte battesimale, coro e organo,
sono erette tre confraternite : del SS.mo Sacramento, del SS.mo
Rosario ed una fondata di recente per la dottrina cristiana22.
Oltre alle 5 dignità ha i 3 canonicati di San Nicola, Santa Venere e
di Santa Maria de Frigiti23 e dalle stesse dignità e canonici è
esercitata la cura delle anime. La diocesi è costituita dalla città
di Umbriatico, situata sopra una rupe in mezzo ai monti e circondata
da orrendi precipizi, dalle terre di Cirò, Cruculi, Casabona e
Melissa , dal castrum di Zinga e dai casali abitati da Albanesi di
Carfizzi, San Nicola dell’Alto e San Gioanne de Palagorio,
quest’ultimo eretto da poco dal principe di Cariati24. Lo spagnolo
Benedetto Vaaz (1622 - 1631) descrive la cattedrale come un edificio
molto vecchio e di antica struttura, che aveva bisogno in ogni parte
di ripari. Egli fece accomodare il tetto e la sacrestia, che
minacciavano rovina. Nell’altare maggiore dentro ad un tabernacolo
in oro e argento era conservato il sacramento dell’Eucarestia, e vi
si trovava eretta la confraternita omonima. Vi era poi il sacrario
con modica suppellettile, che egli curò di aumentare, l’organo, il
campanile con le campane ed il cimitero. Continuava l’antica usanza
che ogni anno nel giorno della festa del patrono, vi convenivano non
solo le dignità ed i sacerdoti della cattedrale ma tutti i parroci
ed i beneficiati di tutta la diocesi per prestare la debita
obbedienza al vescovo, in segno della quale offrivano il cosiddetto
“cattedratico”.
Vescovi e feudatari
Le rendite della mensa vescovile ascendevano ad oltre 2500
ducati e provenivano dalle decime degli agnelli, dagli erbaggi dei
territori, dai quarti dei benefici, da censi su case, da locazioni
ecc. Molte proprietà si erano perse nel corso dei secoli, come ad
esempio il feudo di Santa Marina, altre erano contese. A ricordo dei
privilegi che godeva la chiesa di San Donato nel Medioevo, vi era il
fondo su cui sorgeva il casale di San Nicola dell’Alto. Gli
Albanesi, che l’avevano ripopolato, pagavano alla chiesa per lo “ius
soli” un tari ed una gallina per ciascun pagliaio, ed inoltre la
decima degli animali minuti, un carlino a vitello, un ducato per
ogni tomolata di terreno concesso per piantare le vigne e la decima
di tutti i frutti della terra coltivata. Il potere temporale del
vescovo era però contrastato dal marchese di Casabona, il quale
cercava di impedire la semina e l’aratura. La lite accesasi fin dal
tempo del marchese Scipione Pisciotta ed del vescovo Pietro
Bastone25, vedrà fronteggiarsi per tutto il Seicento ed oltre i
baroni di Casabona ed i vescovi di Umbriatico26.
Il roglianese Antonio Ricciulli (1632 -1638), dapprima tardò a
visitare la diocesi, prendendo a pretesto i consigli dei medici, poi
dopo una breve permanenza fu chiamato a Napoli per ricoprire
l’ufficio di ministro generale dell’inquisizione. Delegò quindi
l’amministrazione ad un vicario. In una sua particolareggiata
relazione egli evidenzia la struttura della cattedrale. Distinta in
tre navate, la mediana contiene nell’abside il coro, poi c’è
l’altare maggiore ed il presbiterio, dove è posto il sedile
vescovile. Vicino c’è l’organo al cui cospetto si eleva il pulpito,
dove si tengono le prediche in tempo di quaresima. Nelle navate
laterali vi sono otto altari, quattro per parte. Essi sono nella
maggior parte di iuspatronato laicale. A destra del presbiterio si
apre la sacristia ed alla fine della navata sinistra c’è il
campanile con tre campane, che è adiacente al cimitero. Sotto alla
chiesa c’è una struttura a volte che è sostenuta da dodici piccole
colonne. Ad essa si accede per due scale di pietra e vi sono due
altari nei quali si celebra. Vicino alla cattedrale ci sono le case
del vescovo costituite da sei distinte abitazioni alle quali
sottostanno altrettante che sono congiunte ad un giardino. Oltre a
questa abitazione i vescovi di Umbriatico possiedono il palazzo di
Cirò dove abitualmente risiedono, specie dall’autunno all’inizio
della primavera. Entrambe le abitazioni erano tuttavia prossime a
rovinare. Il Ricciulli reintrodusse la festa della consacrazione
della chiesa, che cadeva il XXV aprile e che col tempo era caduta in
oblio. Sulla mensa vescovile gravava una pensione annua di ducati
700 a favore di tre persone ed inoltre essa si era impoverita per
alcune liti tra le quali una opponeva da trenta anni il vescovo di
Umbriatico al marchese di Casabona per il territorio e la
giurisdizione sul casale di San Nicola dell’Alto; un’altra antica
contesa era aperta con la comunità di Campana i cui abitanti non
volevano pagare le decime degli agnelli, quando pascolavano in
territorio di Umbriatico. Inoltre la comunità di Melissa aveva da
poco fatto due difese, includendovi territori spettanti alla
mensa27. Il breve ma intenso episcopato di Bartolomeo Criscono (1639
- 1647) fu caratterizzato dalla difesa dei diritti della chiesa.
Egli pose fine al lungo contrasto col marchese di Casabona. Il
vescovo esercitava sul casale di San Nicola dell’Alto la
giurisdizione religiosa e quella temporale, previo l’assenso
apostolico, quest’ultima fu concessa in enfiteusi per 29 anni al
marchese per 150 ducati annui28. La mensa aveva lo “ius arandi et
serendi” in alcuni territori di Umbriatico, ma la comunità li
affittava “ad usum pascendi.. pro clausura ad tempus”, così la mensa
non percepiva nulla. Per difendere le prerogative della chiesa, il
presule citò perciò i governanti presso il procuratore fiscale. In
un altro territorio detto “lo Pescaldo” la mensa aveva lo ius arandi
ma gli ufficiali del feudatario, il principe di Cariati, molestavano
i coloni della chiesa che disboscavano per poter coltivare. Essi
furono perciò colpiti dalle censure ecclesiastiche e smisero di
perseguitare29.
L’ abbandono
Seguirono i brevissimi vescovati di Ottavio Pudorici (1647
-1648), Domenico Blandizio (1650 - 1651), Tommaso Tomassoni (1652
-1654), Giuseppe de Rossi (1655 -1658) e di Antonio Ricciulli (1659
- 1660) durante i quali si accelerò la decadenza della città e della
diocesi. Situata in provincia di Calabria Citeriore, suffraganea di
Santa Severina e confinante verso settentrione ed oriente con il
mare Ionio, verso mezzogiorno dalla parte del mare con la diocesi di
Strongoli e verso le montagne con Santa Severina e Cerenzia e verso
occidente dalla parte delle montagne con Rossano e verso la marina
con Cariati. La diocesi si estende all’interno di un circuito di
circa 45 miglia, mentre la città di Umbriatico è ormai ridotta a
circa 350 abitanti30.
Il catanzarese Vitaliano Marescano (1661- 1667) così la descrive: la
chiesa è molto cadente nella parte inferiore c’è una catacomba,
costruita con colonne di pietra che sorreggono il soffitto con
volte. Essa è dedicata al vescovo e martire Donato il cui officio è
recitato con l’ottava per indulto apostolico. Ci sono delle reliquie
non insigni, mediocri suppellettili, due congregazioni di laici,
alcuni altari e l’organo, malmesso per la vecchiaia. Per antica
tradizione i canonici usano il cappuccio con almuzio rosso nelle
feste e violaceo negli altri giorni. E’ onere della mensa vescovile
fornire la cattedrale di paramenti, olio e delle altre cose
necessarie e ripararla. Oltre alla messa conventuale, che
quotidianamente vi si celebra, la mensa vescovile deve anche far
celebrare altre quattro messe settimanali per cagione di legati. Le
rendite che prima ascendevano a 2500 ducati si sono ridotte ad
appena 1600 ducati, con i quali bisogna soddisfare anche alcuni
oneri ed annue pensioni, tra le quali una di ben 500 ducati al
cardinale Ginnetti31.
Durante il vescovato di Agostino De Angelis (1667 - 1682) non furono
fatti lavori di particolare importanza. Fu restaurata la porta della
chiesa, che era disfatta, e risanate le immagini di San Donato e di
altri santi, che erano malridotte per la muffa ed i tarli32. Due
volte all’anno, cioè nella settimana santa e nella festività di San
Donato, il vescovo lasciava il suo palazzo di Cirò per incontrare
tutto il clero della diocesi nella cattedrale dove “si ragiona
dell’occorrenze di quella, e di corregere qualunque eccesso che vi
fusse occorso, che è quasi lo stesso che congregare sinodo”. Durante
il suo episcopato la popolazione della diocesi a causa delle
pestilenze diminuì da circa 12000 abitanti ad 8000 e le entrate
della mensa ne seguirono il verso, passando dagli usuali ducati 1700
a soli 140033.
Il rossanese Giovanni Battista Ponzio (1682 - 1688), pressato dalle
continue proteste degli Umbriaticesi, iniziò a compiere alcuni
urgenti ripari sia alla chiesa che al vicino episcopio, che erano in
abbandono da tempo immemorabile. Una volta terminati i lavori, egli
aveva intenzione di passarvi qualche tempo dell’anno, anche se con
grande incomodo e vivendo da esiliato. L’immagine che tratteggia non
lascia dubbi sulla sua volontà di starne per quanto possibile
lontano. Umbriatico, situata sulla cima di una rupe di giro circa un
miglio, distante dodici miglia dal mare, è circondata da monti
impervi, orridi fiumi e boschi selvaggi perciò è quasi
irraggiungibile. Illuminata dal sole per poche ore, è perennemente
avvolta dalle nebbie. Manca di ogni cosa necessaria al vivere ed è
spopolata, contando nemmeno 350 abitanti34. La cattedrale oltre
all’altare maggiore ha altri dodici altari. Essa è sufficientemente
fornita ma l’organo non funziona perché le canne maggiori sono state
rubate. Oltre alle sei dignità (arcidiacono, decano, cantore,
tesoriere, arciprete, con cura delle anime, e primicerio), ci sono
sette canonicati (S. Francesco di Paola, S. Maria de Frigiti, S.
Pietro, S. Maria de Strongoli, SS. Annunciata, S. Maria delle Grazie
e S. Opolo). Di questi cinque sono vacanti da anni, sia perché
nessuno vuol risiedere, sia perché le prebende sono povere. Inoltre
in città non ci sono ecclesiastici idonei ed in numero sufficiente.
Vi risiedono infatti solo otto sacerdoti e tre chierici e poiché non
vi sono laici che vogliono o possono assumere la prima tonsura,
morti questi, la cattedrale rimarrà senza clero e capitolo35.
L’operato di Bartolomeo Oliverio
Il cutrese Bartolomeo Oliverio (1696 -1708)36 la trovò quasi
cadente. All’inizio del suo episcopato, sfidando il pericolo, per la
malaria che imperversava nella città, e vivendo più che la
condizione di vescovo, quella di colui che è stato posto al bando ed
esiliato dalla società civile, vi risiedette anche se continuamente
in preda alle febbri che lo portarono quasi alla morte.
Ristabilitosi miracolosamente, riparò sufficientemente il palazzo
vescovile e soprattutto la cattedrale. Quest’ultima non solo la
risanò ma la rese di forma migliore e più nobile con grande
dispendio di denaro. Situata in mezzo alla città in un luogo
preminente, divisa in tre navate, delle quali la maggiore, cioè la
centrale era lunga 130 palmi e larga 36, mentre le laterali erano
ugualmente lunghe ma larghe la metà, essa ha cinque archi, da una
parte e dall’altra, che sostengono tutto l’edificio. L’edificio era
abbastanza basso e senza luce, eccetto quella che filtrava dalle
porte. Egli lo elevò tutto attorno fino a più di dodici palmi,
aprendovi di qua e di là cinque finestre ed un rosone sopra la porta
maggiore, decorandola con battenti di vetro e provvedendola di ogni
cosa necessaria. L’Oliverio così la descrive. Si elevano dopo un
primo ripiano cinque gradini per i quali si ascende ad un altro
piano, dove si accede al coro, davanti al quale, al cospetto della
porta principale, si eleva l’altare maggiore, dove si conserva in un
ligneo ciborio dorato il SS.mo Sacramento dell’Eucarestia. Dietro
detto altare c’è il coro, nel mezzo del quale troneggia il sedile
vescovile con disposti attorno gli stalli dei canonici. Davanti e
presso l’altare maggiore, dalla parte del corno dell’Evangelo, c’è
un altro sedile per il vescovo celebrante in pubblico. La fonte
battesimale è situata sul lato sinistro, presso l’ingresso della
chiesa, con il suo sacrario. I sacri oli nei loro piccoli vasi sono
conservati in un luogo adatto. Sui lati si osservano altri otto
altari, parte costruiti a spese della stessa chiesa e parte dei
cittadini. C’è poi il campanile, ornato con tre campane. Davanti ai
predetti gradini da entrambe le parti delle navate laterali si
accede alla celebre cripta, dico meglio all’altra chiesa, quella
sotterranea, che è sostenuta da molte colonne in pietra e si trova
sotto il coro e l’altare maggiore. Qui sono eretti tre altari.
Quello situato in mezzo è il maggiore e come appare da una bolla
pontificia, è in perpetuo e tutti i giorni dell’anno privilegiato
per i defunti. Esso è sotto il titolo di San Donato. Dalla parte del
corno dell’Evangelo c’è un altare sotto il titolo del SS.mo Rosario.
Qui ha sede una congregazione di laici che tre volte alla settimana
si alternano a recitare il rosario. Da ultimo dalla parte
dell’Epistola, vi è l’altare dedicato a S. Biagio martire, che è
provvisto di ogni cosa necessaria. In cattedrale oltre alla
congregazione del Rosario vi è anche quella del SS.mo Sacramento,
che al pari interviene con vesti grossolane, fatte a sacco, nelle
processioni37.
Tentativi di rinascita
Passata la grave crisi seicentesca, Umbriatico si ripopolava e
le rendite del vescovo aumentavano. Tutto questo però non era
sufficiente per mutare la condizione di degrado ed abbandono di cui
soffriva la chiesa di Umbriatico, che aveva radici lontane nel
tempo.
Il vescovo manteneva ancora le sue vaste tenute. Sui fondi di
Maratea, Santa Marina e Motta godeva del titolo di barone,
esercitando la giurisdizione civile e mista, ed eccettuati i tre
casi previsti dalle regie prammatiche, anche la criminale, su coloro
che li avessero abitati per coltivarli. Ma da molto tempo essi non
erano più feudi nobili e popolosi e la chiesa li possedeva ormai in
allodio e senza alcun onere feudale. La mensa vescovile esigeva
ancora dai luoghi soggetti le decime dai terreni coltivati e dalle
greggi e nei luoghi marittimi, cioè a Cirò, Crucoli e Melissa, anche
dalla pesca. Vantava inoltre diritti sui mulini, su coloro che
morivano ab intestato, la quarta di ogni funerale ecc.
Da tutte queste rendite il vescovo poteva ricavare annualmente oltre
4000 ducati, anche se ne dichiarava la metà ed anche meno. Molto
denaro andava speso per il mantenimento della cattedrale, dei
palazzi, per le pensioni e per le continue liti con i feudatari e le
università. Soprattutto continuavano i dissidi con il marchese di
Casabona ed una violentissima ed asperrima lite era accesa con i
feudatari di Crucoli. Quest’ultima aveva visto fronteggiarsi già fin
dalla metà del Seicento il vescovo Vitaliano Marescano ed il
marchese Domenico Amalfitano. Quest’ultimo rifiutava di versare le
decime degli agnelli e dei latticini. La vertenza trascese
determinando la scomunica del feudatario e dei suoi seguaci e
scontri tra le opposte fazioni. Essa fu a parere di molti sia la
causa della morte per avvelenamento del presule che dell’accordo,
lesivo per la mensa, tra il successore ed impaurito Agostino De
Angelis ed il feroce feudatario38.
Il vescovo Francesco Maria Loyero (1720 - 1731) trovò una cattedrale
di mediocre struttura ma adatta ad una città come Umbriatico di
ottocento abitanti. Vi si conservavano alcune ossa del patrono
dentro una statua lignea dorata. Egli fece rifare l’altare maggiore
in forma migliore ed il 24 maggio 1725 lo consacrò assieme alla
cattedrale con solenne rito39. Rivendicò alcuni diritti della
chiesa, usurpati dai secolari, riuscendo a recuperarli , aumentando
così le entrate. Ma la sua mensa, a suo dire, rimaneva misera. Dei
circa 1800 ducati annui, tolte le pensioni, i sussidi, le spese di
culto ecc. non rimanevano per il mantenimento suo e della sua
famiglia che poco più di 700 ducati, con i quali avrebbe dovuto
anche riparare la cattedrale e soprattutto il campanile, che era
prossimo a rovinare40.
Il lungo vescovato di Domenico Peronacci
Dopo il brevissimo episcopato di Filippo Amato (1731), si
insediò Domenico Peronacci (1732 - 1775). Appena arrivato in
diocesi, il nuovo presule supplicò il papa Clemente XII di
lasciargli le rendite maturate durante la sede vacante, in modo da
investirle nel risanamento della cattedrale e dell’episcopio41.
Durante il suo lungo episcopato egli restaurò la cattedrale. Riparò
dapprima la parte laterale destra dove rinnovò tre altari in
fabbrica plastica modellata con maestria, poi iniziò a riportare
alla stessa forma quella sinistra. Acconciò il tetto delle navate
disponendo meglio le tegole e le canalette. Costruì alte finestre
munite tutte di vetrate. Rifece l’altare maggiore in forma più
nobile e bella con marmi preziosi, abbellì in opera plastica
l’altare del SS.mo Sacramento. Fornì la chiesa di quadri di ottima
fattura, di candelabri, fiori, croce, di un turibolo con una
navicula d’argento e di molte sacre e preziose suppellettili
(pianete, piviali ecc.). La statua del Santo Protettore fu rifatta
in argento ed in alcune parti dorata e la sua festa a causa
dell’aria insalubre, che in estate opprime la città, fu trasferita
dal 7 agosto al 7 maggio42. Fornì inoltre una croce processionale
d’argento e altri vasi dello stesso metallo. Fece restaurare
l’organo ed il pulpito, che era corroso per la vecchiaia43. Egli
mise mano con grossa spesa anche alle due residenze di Umbriatico e
di Cirò. Quest’ultima, usuale sua dimora, fu trasformata da molte
piccole case in un organico e razionale palazzo44.
Da cattedrale a collegiata insigne
Seguirono i brevi vescovati di Tommaso Maria Francone (1775-
1777)45, Nicola de Notariis (1777 - 1778) e Zaccaria Coccopalmeri
(1779 - 1784). Dalle descrizioni sullo stato della cattedrale della
fine del Settecento risulta un quadro contrastante e poco
edificante. L’edificio è carente sia all’interno che all’esterno di
alcune parti che costituiscono il tempio. Non ha infatti né il
portico con colonne e archi né l’ambone. E’ diviso in tre navate,
una maggiore e due laterali che hanno soffitti lignei a cassettoni,
costruiti decentemente. Davanti all’altare maggiore al lato del
presbiterio c’è la cattedra vescovile, ornata con veli e ricoperta
di seta. Presso l’entrata è eretta la fonte battesimale. Nella
navata maggiore, di fronte alla cattedra vescovile, c’è l’organo.
Oltre all’altare maggiore, costruito in marmo con maestria ed
eleganza al centro del presbiterio, vi sono altri altari posti con
simmetria di iuspatronato dei laici che sono decentemente ornati.
Nella parte superiore della navata laterale destra rifulge la
cappella del Protettore San Donato, con la sua immagine dipinta e la
sua statua d’argento dorata. Davanti all’altare ci sono delle
lampade di ottone, comperate dal vescovo Coccopalmeri, che ardono
sempre. Nella parte superiore della navata sinistra c’è la cappella
del SS.mo Sacramento, con una immagine molto preziosa rappresentante
il mistero completo di tutte le figure. In esso si venera e si adora
il SS. Corpo di Cristo. Vi è poi una congregazione di laici la quale
ebbe il permesso dal vescovo Peronaci di radunarsi nella cripta
della cattedrale. In questo oratorio ci sono dodici colonne marmoree
che circondano l’altare.46
Dal pavimento al tetto essa non solo non esprime il decoro che deve
avere la casa di Dio ma il suo aspetto tiene lontani dal suo
ingresso i fedeli. Dappertutto regna lo squallore. Le pareti sono
cadenti, gli altari e le sacre immagini trascurati, l’interno stesso
puzza, infatti le sepolture non sono chiuse con lastre di pietra ma
di legno.
Lo stato della chiesa si rispecchiava in quello del vicino episcopio
che mancava di porte e finestre. Su tutto aleggiavano il
disinteresse e l’avidità vescovili che si estrinsecavano nei
continui lamenti per le poche rendite a fronte degli innumerevoli
oneri che gravavano la mensa. Quest’ultimi venivano puntigliosamente
elencati : ricche e numerose pensioni, esose tasse annuali statali
per il riassetto delle strade, cera, olio ed altro per uso della
chiesa, spese ingenti per riparare di continuo la malridotta
cattedrale e per rifornire di suppellettili la sacrestia, interventi
costosi per rendere e mantenere confortevoli i tre palazzi vescovili
di Cirò, Umbriatico e quello residenziale alla marina, continue
provvigioni per avvocati e procuratori presso i tribunali di Napoli
e di Cosenza ed inoltre stipendi per il vicario generale, il
cancelliere, i familiari, i servitori ecc. Completavano ed
intristivano ancor più la situazione le frequenti annate disastrose
come quella recente del 1781, quando le spighe ed i frutti, floridi
ed abbondanti, erano stati improvvisamente distrutti dall’opera
nefasta di locuste e bruchi47. Dopo gli ultimi piccoli interventi
fatti compiere da Vincenzo Maria Castro (1791 -1797), che mise in
ordine gli altari, chiuse i sepolcri con lapidi e intervenne sulla
chiesa e sull’episcopio48, seguì il breve vescovato di Isidoro
Leggio (1797 -1801)
Quindi la diocesi fu amministrata da alcuni vicari capitolari,
Saverio Giuranna, Gennaro Paladini, Saverio Cosmo e Pietro Martucci,
finché con bolla “De utiliori dominicae vinae procuratione” di Pio
VII del 27 giugno 1818 il titolo cattedrale viene soppresso e la
città di Umbriatico e la sua diocesi sono annessi ed incorporati al
vescovato di Cariati. La chiesa di San Donato diviene collegiata
insigne.
Note
1. Russo F., Storia della chiesa cit., I, pp.202- 203.
2. Russo F., Umbriatico :la diocesi, la cattedrale, i vescovi, in
Calabria Nobilissima n. 43, 1962, pp. 10-11.
3. Il vescovo di Umbriatico Giovanni che sottoscrisse l’atto,
pretese il versamento di un censo annuale di una libbra d’oro in
favore della sua mensa vescovile, Maone P., Contributo alla storia
di Cirò, in Historica n. 2/3, 1965, pp. 96 sgg.
4. Russo F., Umbriatico cit., p.14 ; Fiore G., Della Calabria
Illustrata, II, 342 ; Ughelli F., Italia Sacra, IX, 525 - 526.
5. Lucio III e l’archidiocesi di Santa Severina, in Siberene ,p. 16.
6. Russo F., Regesto, I, (404).
7. Russo F., Regesto, I, (5074 sgg.)
8. Ughelli F., cit., IX, 527.
9. Rel. Lim. S. Severina., 1603.
10. Reg. Ang.VII, 297 ; “Mandatum pro Episcopo Umbriaticensi de
mercato celebrando in diocesi sua in loco qd Sanctus Nicolaus de
Alto et in eccles. Sante Marine”, Reg. Ang. XIV (1275 -1277), 254.
Nel 1300 anche “Joannes Gentilis cum vassallis suis terrae Cruculi”
si obbligò al pagamento delle decime al vescovo di Umbriatico, Reg.
Ang. (1299-1300), D., f. 105. Pellicano Castagna M., Storia dei
feudi cit., II, p.204.
11. Russo F., Regesto, I, p.174.
12. Bartolomeo di Neocastro, Istoria Siciliana (1250 - 1293), cap.
LXXXII, pp. 56 -59.
13. Russo F., Regesto, I , (1495).
14. Ughelli F., cit., IX, 527.
15. Russo F., La guerra del Vespro in Calabria nei documenti
vaticani, in ASPN, 1961, pp.207 sgg.
16. Ughelli F., cit., IX, 527.
17. Russo F., La guerra cit., pp.216 -217.
18. Maone P., Precisazione sulla storia feudale di Umbriatico e
Briatico, in Historica n. 1/ 1968, pp. 30- 31.
19. Russo F., Umbriatico cit., p.12.
20. Fuochi di Umbriatico nel Cinquecento : 89 (1532), 133 (1545),
160 (1561), 130 (1578), 110 (1595), Fondo Torri e Castelli vol. 35,
ff. 18 - 20, ASN.
21. Rel. Lim. Umbriaticen., 1603.
22. Rel. Lim. Umbriaticen., 1611, 1615.
23. Rel. Lim. Umbriaticen., 1653.
24. Rel. Lim. Umbriaticen., 1618.
25. Maone P., Casabona feudale, Historica n. 5/6, pp.205 sgg.
26. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
27. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
28. Con la locazione il barone poteva esigere “li censi minuti e
casalinaggi che si esigono sopra le case e le vigne” ed “il jus
della decima del grano che si semina” mentre la mensa vescovile
conservava le entrate spirituali e cioè “li mortorij, quarta ab
intestato, decime di agnelli, vitelli, porci, api e capretti, Maone
P., Casabona cit., pp.204- 205.
29. Rel. Lim. Umbriaticen., 1640, 1643, 1647.
30. Rel. Lim. Umbriaticen., 1666.
31. Rel. Lim. Umbriaticen., 1662, 1666.
32. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
33. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
34. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684.
35. Rel. Lim. Umbriaticen., 1688.
36. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700. Bartolomeo Oliverio fu sepolto
nella cattedrale dove ancora oggi c’è la lapide sepolcrale posta dal
nipote Domenico con le armi degli Oliverio e l’iscrizione:
“BARTOLOMEI OLIVERIO/ PATRITII CUTRENSIS/ EPISCOPI HUIUS CATHED./
VOLUNTATEM EXSEQUENS/ V.I.D. DOMINICI OLIV. NEPOS/ HOC SEPULCHRUM
FIERI/ CURAVIT A. D. 1709.
37. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700.
38. Rel. Lim. Umbriaticen. 1666, 1678.
39. D. O. M./ ILL.s. ET. REV.mus. D.nus D. FRANCISCUS. Maria
LOYERUS/ EP.US. ECCLESIAE UMBRIATICENS BARO. TERRAE. S./ NICOLAI DE
ALTO, MARATEAE, S. MARINAE ET MOCTAE/ TEMPLUM HOC ET ALTARE D.
DONATO EP.O. ET. MARTYRI/ DICATUM DIE XXIV. MAIJ ANNI MDCCXXV SUI
PRAESULATUS V./ SOLEMNI RITU CONSECRAVIT ET DIEM IX CUIUSLIBET/
MENSIS FEBR.II PRO ANNIVERSARIJ CELEBRAT. DESTI/NAVIT INDULGENTIASQ.
XXXX. DIER. OMNIBUS XPI FIDE/LIBUS VISITANTIBUS/ CONCESSIT,Russo F.,
Umbriatico cit., p.13 ; Capialbi V., La continuazione all’Italia
Sacra dell’Ughelli per i vescovadi di Calabria. Cariati - Strongoli-
Umbriatico, in Arch. Stor. Cal. III, 1915, p.210.
40. Rel. Lim. Umbriaticen., 1724, 1729.
41. Russo F., Regesto XI, (57898).
42. Il Peronacci a causa dell’aria malsana aveva ottenuto il
permesso di assentarsi dalla diocesi durante l’estate e per buona
parte dell’autunno (fino alla prima domenica dell’Avvento), Rel.
Lim. Umbriaticen., 1745.
43. Rel. Lim. Umbriaticen., 1739, 1753.
44. Il Peronacci costruì il “palazzo di pianta” a Mandorleto presso
il mare, dove morirà. Fece disboscare le due tenute di “Salvogara” e
“Mandorleto” “ch’erano ricovero d’animali selvaggi” e le mise in
coltura con oliveti, agrumeti e case per i coloni. Eresse in Cirò il
seminario ed un monte frumentario, Rel. Lim. Umbriaticen., 1771
45. T.M. Francone cercò di imporre decime cadute in disuso ma il
popolo ne assediò il palazzo e solo per l’intervento di alcuni
benestanti ebbe salva la vita. Comunque ben presto se ne andò,
Capialbi V., cit., p.212.
46. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
47. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
48. Rel. Lim. Umbriaticen., 1796.

