[La chiesa di Carfizzi dalla fondazione al Settecento]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 14-15/2002)
L’antico e piccolo casale di “Sancta Venere” è
documentato già all’inizio della dominazione angioina. Popolato da
circa 150 abitanti, esso fa parte del Giustizierato di Valle di
Crati e Terra Giordana1 e fu concesso a diversi feudatari assieme al
vicino casale di Lu Trivio. Dapprima nel 1284 ,al tempo di Carlo I
d’Angiò, lo ebbe in feudo al cavaliere Petro de Fouilleuse, o
Folioso, alla sua morte ricadde in Regia Curia2 e quindi ne fu
investito il milite Andrea de Pratis3. In seguito nel 1331 Roberto
de Pratis godette della concessione annua di 12 once sui due casali
di Lutrivio e S. Venere.
Origine di Carfizzi
Situato vicino a Melissa ed a Ipsigrò, il feudo nel Quattrocento
appartenne dapprima a Gioannotto e poi ad Enrico Morano. Sul finire
di quel secolo avvenne un ripopolamento con gente albanese.
All’inizio del Cinquecento, nel 1507, il feudo di Sancta Venere
veniva confermato dal re Cattolico a Luca Antonio Morano di
Catanzaro, il quale lo possedeva con i territori di Trivio, Carfide
e Crisma4. Da allora Carfide o Salfice, detto anche Crisma Scalfizzi
o Scalfize, comparirà sempre nelle numerazioni dei fuochi. Anche se
dalle tassazioni esso nella prima metà del Cinquecento risulterà
abitato da una ottantina di Albanesi e del doppio nella seconda
metà, tuttavia la popolazione, che viveva in "pagliari", era
senz’altro di molto superiore. Sappiamo che all’avvicinarsi dei
contatori regi gli Albanesi disfacevano parte delle loro povere
abitazioni di paglia, per sfuggire al fisco regio. Avvenuta la
numerazione, essi di nuovo le ricostruivano5.
I feudatari
Per tutto il Cinquecento e fino quasi alla metà del Seicento il
feudo di Carfidi rimase in potere dei Morano, baroni di Cotronei.
Morto Lucantonio Morano, passò al figlio Giovanfrancesco il quale
nel 1563 lo cedette a G. Filippo Badolato da Cosenza. Per poco,
Fabrizio Morano nel 1576 ne rientrava in possesso, rivendicandolo da
Francesco Badolato, e lo manteneva fino alla morte avvenuta nel
1585. Seguì la sorella Aurea Morano (1588 –1630) che sposò il barone
di Sellia Orazio Sersale. Seguì il duca di Belcastro Orazio Sersale
juniore, il quale nel 1648 alienò Scarfizzi a Valerio de Filippis.
Seguì il figlio Gio. Nicola Giuseppe de Filippis che sposò
l'aristocratica crotonese Antonia Suriano6, figlia di Diego,
feudatario di Apriglianello. La figlia Innocenza de Filippis,
sposata con Antonio Sambiasi, nel 1687 fu costretta a causa dei
debiti ad alienare il feudo di Carfizzi per 31000 ducati a Scipione
Pisciotta juniore. Il feudo di Carfizzi passò poi al duca di
Belcastro Fabio Caracciolo, che lo tenne un solo anno (1696),e
quindi al patrizio napoletano Scipione Moccia, che nel 1697 acquistò
Carfizzi dal Caracciolo per ducati 31800. Scipione Moccia fu duca di
Carfizzi e marchese di Casabona. Seguì il figlio Domenico Moccia
(1708 –1719) e poi il fratello Pietro Moccia. Antonia Moccia,
sorella di Pietro, sposò uno di casa Crispano; il figlio Carlo
Crispano nel 1760 si intestò la terra di Carfizzi e nel 1766 la
alienò per ducati 52000 a Nicola Malena, al quale seguì il figlio
Nilo7. I Malena col titolo di marchesi di Carfizzi ottenuto nel
1768, lo mantennero fino all’eversione della feudalità.
La chiesa di S. Venere
Le prime notizie sulla sua chiesa ce le fornisce il vescovo di
Umbriatico Alessandro Filaretto Lucullo (1592 –1606), il quale in
una relazione del 1598 afferma: "Per quanto riguarda i curati dei
Greci o Albanesi, come ci è stato ingiunto e comandato da voi
reverendissimi padri che non permettessimo per l'avvenire un
amovibile, abbiamo provveduto per editto che gli stessi Albanesi
laici fondassero un beneficio a favore dei curati, affinché non ci
fossero più stipendiati annuali come per il passato, come erano gli
stipendiati "ad libitum", che erano soggetti alla possibilità di
essere confermati o cacciati. L'abitazione di questa gente nella
nostra diocesi è particolarmente mutabile, in quanto si
trasferiscono spesso da una località all'altra. Eccetto i beni
mobili che a volte possiedono, lavorando nelle terre degli altri,
niente altro hanno, nemmeno le abitazioni, in quanto vivono in case
fatte di paglia. Solo la cappella, dove ricevono i sacramenti ed
ascoltano le funzioni religiose è costruita con pareti di fabbrica.
Per tale motivo non hanno potuto costituire qualcosa di duraturo per
la dote della stessa cappella, ma solamente tutti assieme hanno
offerto come dotazione una determinata quantità di frumento e di
orzo, sufficiente a condurre una vita decente, per il mantenimento
del sacerdote curato. In tal modo i curati istituiti con spedizione
di bolle non possono essere rimossi o mandati via. Poiché nei casali
dei Greci, o Albanesi, vi abitavano alcuni latini, i quali
presumibilmente non seguivano né il rito latino né quella greco, fui
costretto ad inibire a costoro la permanenza e la residenza oltre
gli otto giorni"8. Due anni dopo lo stesso vescovo così descrive il
casale: “ E’ abitato da Albanesi, i quali seguono il rito greco. Vi
è un prete greco coniugato con il suo coadiutore pure coniugato. Ha
la chiesa sotto l’invocazione di S. Venere, che non gode rendite
certe ma solamente decime personali. Vi abitano circa 400 abitanti.
Il sindaco e gli eletti dell'università hanno convenuto di
corrispondere al prete greco curato un certo stipendio. Ma questo
stipendio non è permesso, in quanto si aspetta una decisione da
Roma"9.
Da alcuni documenti sappiamo che la questione relativa al fatto di
istituire parroci curati perpetui con una dotazione sufficiente e
certa fu risolta con un accordo tra il vescovo di Umbriatico e
l'università di Carfizzi. Quest'ultima avrebbe presentato il
candidato che il vescovo avrebbe consacrato. Per tale motivo
eserciteranno di solito la carica di parroco greco, preti dello
stesso casale, previa autorizzazione del vescovo di Umbriatico ed
assenso papale. Infatti nell’aprile 1612 Paolo V convalidava la
concessione della cappellania di S. Venere del casale di “Carfici
Graecorum”, alla quale era assegnata la cura delle anime nella
chiesa parrocchiale, solita ad essere retta da un cappellano
perpetuo, il cui frutto era di 24 ducati, rimasta vacante per morte
di Demetrio Transaza (?), avvenuta nell’agosto 1610, a Francesco
Musca, prete greco del luogo ed economo della stessa chiesa,
approvato dall’autorità del vescovo10. Seguiranno i parroci Quinto
Varizza, il successore Gio. Francesco Mezza (1626 –1658) e Luca
Antonio Birchi (1659 - ?)11.
Il rito greco
La chiesa parrocchiale di S. Venere rimase sotto la cura di
preti greci per tutta la prima metà del Seicento.
Il vescovo Pietro Bastone (1611- 1621) nella relazione del 1618
richiamava l'attenzione sul fatto che nella sua diocesi vi erano due
villaggi albanesi, cioè S. Nicola dell'Alto e Carfizzi, i quali con
i loro preti seguivano il rito greco. Faceva però presente che tra
loro abitavano anche alcuni latini e diversi altri. Costoro, sia
perché avevano abbandonato luoghi nei quali si seguiva il rito
latino e dove essi a lungo avevano vissuto, sia perché erano nati da
genitori che conservavano il rito greco, attualmente si trovavano
domiciliati in questi luoghi e non seguivano né il rito latino né
quello greco12.
Il successore Benedetto Vaez (1622-1631) osservava che i parroci
greci prima di accedere agli ordini sacri prendevano con sé una
moglie, unica e vergine, e divenuti sacerdoti la mantenevano.
Preparavano il sacramento della SS. Eucarestia con pane fermentato e
compievano le altre funzioni e cerimonie religiose secondo il rito
orientale13.
Durante il vescovato di Antonio Ricciulli (1632 – 1638) il rito
greco era ancora vitale. Il vescovo, richiamato a Napoli nel maggio
1633 per esercitare l'ufficio di ministro generale della
inquisizione, cercò di regolare i rapporti tra i suoi diocesani di
rito greco e di rito latino, che promiscuamente vivevano nella sua
diocesi. La chiesa aveva fonte battesimale, un solo parroco, un
chierico e due diaconi. La popolazione ascendeva a circa 320
abitanti14.
Dal rito greco al latino
Il cambiamento di rito ed il tentativo di latinizzare il nome
della parrocchiale avverranno durante il vescovato del catanzarese
Vitaliano Marescano (1661- 1667): Il villaggio di Carfizzi è abitato
similmente da Greci aventi un proprio principe ed un proprio parroco
arciprete latino, che presiede all’unica chiesa matrice e
parrocchiale sotto il titolo di S. Veneranda. Enumera cinquecento
anime, che osservano il rito latino. Ci sono due preti semplici,
quattro chierici ed alcuni fanciulli alquanto digiuni di lettere,
che abitano presso l’arciprete per apprendere la dottrina15. Il
seguente Agostino de Angelis (1667 – 1681) affermava che gli
abitanti, originari dell’Albania, ormai seguivano tutti il rito
latino, avendo abbandonato completamente il greco. Nel paese c'erano
due chiese: la parrocchiale di S. Venere e quella di S. Antonio da
Padova e due preti e due chierici. Era feudatario il barone Valerio
de Filippis, uomo pio, giusto e generoso16. Lo stesso vescovo, nella
relazione del 1672, aggiungeva che due anni prima nella chiesa
matrice di S. Veneranda era stata introdotta la recita del SS.
Rosario, in un proprio altare edificato e curato da Pietro Bisulca,
un devoto che abitava nel casale, ed era stata anche costruita di
recente una nuova chiesa dedicata a S. Antonio da Padova a spese di
Giovanni Maria Basta17. Tra il 1672 ed il 1678 alle due chiese,
quella parrocchiale, che il vescovo ha ora intitolato a S. Domenica
Vergine, e l’altra di S. Antonio da Padova, se ne aggiunge una terza
sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, costruita a spese di un
pio cittadino18. La parrocchiale manterrà il suo nuovo titolo anche
all’inizio del vescovato di Gio. Battista Ponzo (1682 –1689), quando
nel casale ci sono tre o quattro preti ed altrettanti chierici19.
Il Settecento
All’inizio del Settecento in “Terra Carfitium” le tre chiese,
sia la parrocchiale di S. Veneranda, nella quale si conserva il
SS.mo Sacramento e vi è la fonte battesimale ed il sacrario, sia le
due chiesette dedicate a S. Antonio da Padova ed alla SS.
Concezione, sono elegantemente ornate20. All’aumento della
popolazione, che in pochi anni passa dai 19 fuochi della fine del
Seicento agli 80 del 173221, fa riscontro quello dei sacerdoti, che
da due salgono a cinque22; essi tuttavia, come anche la popolazione,
vivono in condizione di grande povertà23.
Le rendite sono così tenui che il vescovo riduce all'arciprete la
quarta parrocchiale da quindici a dieci tomoli di grano, in
considerazione "d'essere tenuissime l'offerte della chiesa per
l'arciprete"24.
Nonostante che la popolazione abbia già da molti anni formalmente
abbandonato il rito greco, tuttavia persiste l'attaccamento alle
antiche reliquie; soprattutto alle icone. Di tale religiosità
popolare ne è testimonianza un fatto accaduto al giovane duca di
Verzino Nicolò Cortese, il quale tentò di asportare dal paese
un'immagine sacra, suscitando una sommossa popolare. Rifugiatosi
nella casa della famiglia Basta, il duca dovette ben presto cedere
in quanto gli abitanti la circondarono con fascine, minacciando di
darla alle fiamme. La protesta cessò quando il duca uscì,
consegnando l'icona25.
Così descrive Carfizzi il vescovo Zaccaria Coccopalmeri (1779
-1784): "E' costruito sopra un monte. Ha la chiesa parrocchiale
sovrastante il luogo e situata in un arioso piano con le case degli
abitanti intorno ai lati. Si estende da questo luogo verso una valle
inaccessibile, molto estesa e non breve, ai cui lati, di qua e di là
, in longitudine sono costruite le case degli abitanti, in modo tale
che chi vi abita, da qui non può passare, ma deve ritornare al
pianoro di sopra, cioè davanti alla chiesa. E' bello vedere, non una
ma una triplice città sotto il dominio del regio consigliere Nilo
Malena, il cui fratello Vincenzo esercita l'amministrazione
immediata e proficua degli abitanti. La chiesa matrice, ossia
battesimale, è consacrata a Santa Veneranda Vergine e Martire,
patrona del luogo. Essa non è di brutta struttura; è simmetrica con
una nave divisa in tre parti e con gli altari convenientemente
disposti ed ornati. Nell'altare maggiore è conservato il SS.
Sacramento. Per quanto riguarda l'amministrazione temporale essa è
gestita dal procuratore laico nominato dai cittadini. Ottenni dal
suo zelo e dalla sua religiosità che il coro fosse restaurato in
forma migliore e che fosse riparato il sottotetto della nave
sinistra e mi fu promesso che similmente sarebbe stata ornata e
riparata quella di destra. Trovai l'insigne reliquia della martire
conservata dentro un ostensorio, rifinito d'oro e che mostra una
certa eleganza. Vidi tuttavia che il luogo, dove era conservato, non
era decente. Chiesi ed ottenni da un sacerdote del luogo che fosse
costruito un piccolo e grazioso armadio di legno, dipinto con vari
colori. Esso fu posto sul piano dell'altare della Patrona e mi
adoperai affinché fosse ben munito. In esso riposi l'insigne e sacra
reliquia della santa, chiusa con serrature a due chiavi, che furono
consegnate in custodia una all'arciprete e l'altra al sindaco del
luogo. Per accrescere il culto e la gloria della santa patrona
stabilii nei decreti della prima visita che la sacra reliquia fosse
esposta e poi riposta alla venerazione dei fedeli dall'arciprete,
vestito con la stola bianca e che il clero dovesse assistere con i
ceri accesi e recitando sacre preghiere alla Vergine e Martire" . Lo
stesso vescovo Coccopalmeri notò un certo distacco di parte della
popolazione dalle funzioni religiose. Le donne partecipavano
numerose ma gli uomini se ne stavano oziosi nella piazza. Egli
introdusse il culto di S. Panfilo, vescovo e patrono di Sulmona,
facendo erigere nella chiesa un altare con l'immagine del santo
protettore. A tale scopo utilizzò le elemosine dei cittadini che
parte raccolse personalmente e parte fece raccogliere dai sacerdoti
del luogo. L'icona del santo fu poi benedetta solennemente in
presenza del popolo, che egli fece congregare in chiesa. Durante la
cerimonia fu esposta alla venerazione dei fedeli la reliquia del
santo, che il vescovo portava sempre con sé. Per incrementare il
culto diede la facoltà ai fedeli di celebrare solennemente ogni anno
la festa di S. Panfilo, come prescritta dal romano martyrologio nel
giorno del 28 aprile. Il culto così si propagò non solo a Carfizzi
ma in tutta la diocesi. Sempre sul finire del Settecento la cura
delle anime è retta dall'arciprete, al quale a titolo di congrua
sono versate le decime frumentarie dai laici. Vi erano al servizio
della chiesa cinque sacerdoti del luogo e un chierico. Fuori del
paese c'era la chiesa della SS. Concezione, decentemente costruita
ed ornata. Essa era carente di entrate e si reggeva sulla pietà dei
cittadini. Vi si celebrava solennemente ogni anno nel giorno otto
dicembre festa della Vergine con grande concorso popolare. Ai piedi
del paese vi era la chiesa dedicata a Sant'Antonio da Padova, che
godeva anch'essa di poche entrate. Era retta ed amministrata dal
magnifico Sabbatino Macrì, cittadino sub giudice laico. Per il
iuspatronato di tale chiesa era sorta una lite tra due famiglie del
luogo. Il sacerdote Vincenzo Macri aveva l'onere di far celebrare
ogni anno da un procuratore cinquanta messe. Il 13 giugno, giorno
della festa il clero vi celebrava solennemente. La chiesa e la
sacrestia erano mediocremente provvedute26.
Alla fine del Settecento Carfizzi, terra in diocesi d'Umbriatico,
marchesato di casa Malena, d'aria buona27, conservava ancora le tre
chiese la parrocchiale di Santa Veneranda e le due chiese rurali
della Concezione e di S. Antonio da Padova, che erano decentemente
ornate. Il parroco che prima viveva con le decime, ora viveva con il
contributo del patrimonio comune. Gli abitanti erano circa
settecento28.
Note
1. Nel 1276 Lucrivium (Lutrivium) cum Sancta Venere è tassato
per once 3, tari 20 e grana 8, Minieri Riccio C., Notizie storiche
cit., p. 215.
2. Nel 1291 Carlo II d’Angiò concedeva a Giovanni Vigerio, sposato
con Beatrice, figlia di Giordano di Santo Felice, per i servizi resi
al padre ed a lui, una annua provvigione di 32 once d’oro sui beni
che il defunto milite Petro Folioso aveva ottenuto dalla Curia. I
feudi consistevano nei casali di Torlocio, San Leone, Lutrivio e
Sancta Venere, Reg. Ang. Vol. XL (1291-1292), pp. 23-24.
3. Nel 1292 i casali di Lutrivio e di Sancta Venere sono concessi al
milite Andrea de Pratis, per i servizi da lui resi al re Carlo I,
Reg. Ang. Vol. XXXIX, p. 54.
4. Zangari D., Le colonie Italo Albanesi di Calabria, Napoli 1940,
pp. 135- 141.
5. Carfizzi risulta tassato per 23 fuochi nel 1521, per 20 nel 1539,
per 23 nel 1540, per 21 nel 1543, per 40 nel 1574, Pedio T., Un
foculario del Regno di Napoli cit., p. 263; Maone P., Gli Albanesi a
Cotronei, Historica n. 4 /1972, p. 195.
6. La dote che Antonia Suriano portò a Gio. Nicola Giuseppe De
Filippis fu di 4000 ducati, Cons. Coll. Provv. Vol. 220, f56, ASN.
Ad Antonia Suriano baronessa di Carfizzi fa riferimento un atto
notarile scritto in Carfizzi il 26 agosto 1676. Nel 1674 a causa di
molte bastonate il mastrogiurato di Carfizzi, Giuseppe Basta, passò
da questa all’altra vita e fu umanamente seppellito. La baronessa
del casale, la aristocratica crotonese Antonia Suriano, ordina
subito di fare delle indagini e viene scoperto il colpevole. Carlo
Puglano è così catturato e gettato in prigione su ordine della corte
baronale di Carfizzi. Dopo più di sette mesi di carcere duro per i
tormenti ed i patimenti subiti, muore ed è seppellito nella chiesa
matrice di Santa Venere.La madre del Puglano protesta e fa istanza
alla Regia Udienza di Cosenza, accusando della morte del figlio la
baronessa ed alcuni suoi vassalli, parenti alcuni del mastrogiurato
(Fabrizio e Gio. Maria Basta e Pietro Bisulca).Per l’insistenza e le
dichiarazioni della accusatrice si aprì allora un’inchiesta ma la
baronessa corse subito ai ripari. Essa fece convocare davanti al
capitano di Carfizzi Federico Maria Zaccaro la madre dell’ucciso.
Lucrezia Barci ben presto fu costretta a ritrattare ed a scagionare
sia la baronessa che i suoi aiutanti, affermando che, essendosi
informata da persone degne di fede, non solo essi sono innocenti,
anzi innocentissimi, ma anche ogni altra persona, perché veramente
la morte del figlio era avvenuta a causa di una “infermità e come
così a Dio piacque”, ANC. 333, 1676, 34, A.S.CZ.
7. Maone P., Casabona feudale, Historica n. 5/6, 1964, pp. 202 sgg.;
Pellicano Castagna M., Storia dei feudi cit., pp. 6-7, 181-182.
8. Rel. Lim. Umbriaticen., 1598.
9. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
10. Russo F., Regesto (27046).
11. Russo F., Regesto , (29452), (38657).
12. Rel. Lim. Umbriaticen., 1618.
13. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
14. Nei decreti emanati dal vescovo Ricciulli era prescritto che
"Nelle chiese de Greci, non celebri nessuno sacerdote latino, se non
in caso di necessità, et in quel caso deve celebrare in pane azimo
et non fermentato. I latini, che si trovano ad habitare tra Greci,
vadano a confessarsi e communicarsi nella loro Parocchiale latina
più prossima. Il sacerdote greco, non consacri in pane azimo ma in
fermentato e nel medesimo fermentato communichi quelli, che vi sono
nel rito greco. La moglie latina osservi il suo rito, ancorchè il
marito sia greco. La moglie greca segua il rito suo, ancorchè del
marito, o almeno ogn'uno di loro osservi il suo rito. Gli figli, che
nascono da Padre greco e madre latina ad libitum d'essi figliuoli.
Quelli che una volta tantum hanno seguitato il rito latino, non
puotono passare al greco, ma sono tenuti per sempre a seguire il
rito latino. Ma quelli che hanno osservato il rito greco, potrà con
licenza passare al rito latino". Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
15. Rel. Lim. Umbriaticen., 1662, 1666.
16. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
17. Rel. Lim. Umbriaticen., 1672.
18. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
19. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684, 1688.
20. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700.
21. Barbagallo De Divitiis M. R., Una fonte cit., p. 53.
22. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700. 1724.
23. I vassalli del duca di Carfizzi Scipione Moccia sono accusati di
furto. Il duca tramite i suoi erari raccoglieva il grano dalle sue
terre di Carfizzi, Casabona e S. Nicola e lo faceva condurre nei
suoi magazzini di Crotone, da dove poi lo esportava a Napoli.
Secondo la testimonianza di alcuni "conduttori di grano" i vassalli
non potevano portar via il grano mentre veniva caricato per portarlo
dalle aie a Crotone in quanto vigilavano le guardie del barricello.
Quel poco che riuscivano a prendere, lo rubavano furtivamente di
notte, Not. A. Varano, 2.XII, 1700, f. 11r.
24. Catasto Onciario Melissa, 1742, f. 331, ASN.
25. Maone P., I Cortese, feudatari di Verzino e casale di Savelli,
Historica, n. 5, 1959, p. 152.
26. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
27. Alfano G.M. Istorica descrizione cit., p.79.
28. Rel. Lim. Umbriaticen., 1796.

