[La chiesa parrocchiale di S. Giovanni di Pallagorio]
di Andrea PESAVENTO
(pubblicato su La Provincia KR nr. 13-14/2002)
Il vescovo di Umbriatico Pietro Bastone (1611 -
1621) nella sua relazione in data 2 dicembre 1618 per la prima volta
riferisce la formazione del nuovo casale di San Giovanni de
Palagorio: Nel territorio di questa città di Umbriatico nel luogo
che si chiama San Gioanne de Palagorio ci sono alcuni uomini, che si
sono riuniti di recente, sia latini che Albanesi; qui hanno
costruito venti tuguri e vi abitano con tutta la loro famiglia.
Situato in diocesi di Umbriatico e soggetto “in spiritualibus” al
suo vescovo, al quale l’arciprete del luogo ancora nel Settecento
dovrà versare annualmente per quarta parrocchiale quindici tomoli di
grano, il casale tuttavia mantenne sempre una certa autonomia
religiosa, in quanto spetterà all’università presentare il candidato
a parroco arciprete, il quale una volta ottenuta l’approvazione del
vescovo di Umbriatico, sarà poi mantenuto a spese dei Pallagoresi.
Per tale motivo il parroco sarà quasi sempre del paese o comunque
facente parte della comunità albanese.
Il rito greco
Fin dall’inizio gli abitanti, la cui residenza era
particolarmente mutabile, in quanto di continuo si spostavano da uno
all’altro luogo, ed oltre alle poche cose di uso quotidiano che
riuscivano a possedere, lavorando nelle terre degli altri, niente
altro avevano, nemmeno il luogo dove abitare ma solo trovavano
riparo in case fatte di paglia, si ribellarono all’imposizione del
rito latino e reclamarono un parroco greco: “… la parte maggiore
degli Albanesi, che pur nati da genitori seguenti ed osservanti il
rito greco, per più anni ha seguito il latino, ugualmente
giornalmente e di frequente ci disturba e, minacciando spargimento
di sangue, reclama un prete greco e vuole ritornare al rito greco.
Per tale motivo abbiamo curato di erigere di nuovo e fabbricare a
nostre spese un diruto sacello, che si trovava sul luogo”. Il
vescovo concludeva chiedendo ai suoi superiori, come doveva
comportarsi con questi predetti figli di Albanesi, che vogliono
ritornare al rito greco e che chiedono un sacerdote greco1.
Allora Umbriatico era feudo del principe di Cariati e duca di
Seminara Scipione Spinelli ( 1615 – 1659), feudatario di molte altre
terre e casali. E’ da attribuire ad una decisione dello Spinelli la
nascita del nuovo villaggio rurale2, come conferma una relazione del
vescovo di Umbriatico Benedetto Vaez (1622 – 1631). “Da ultimo
(Palagorio), il quale nuovamente fu fondato in territorio di
Umbriatico dal Principe di Cariati e dal mio predecessore fu lì
eretta una chiesa sotto il titolo di S. Giovanni de Palagorio e per
qualche tempo gli abitanti vissero secondo il costume latino ed i
vicini preti della città di Umbriatico si recavano per amministrare
ad essi i sacramenti; ora in verità vi si trova un prete greco e
sposato e si pratica il rito greco”3.
L’introduzione e la permanenza del rito greco nel casale non
potevano non suscitare una continua ostilità e contrasto da parte
della gerarchia ecclesiastica cattolica. Lo stesso Vaez evidenziava
ciò che particolarmente differenziava i parroci greci dai latini; i
primi “Parochi antequam perveniant ad ordines sacros ducunt uxorem
unicam et virginem et effecti sacerdotes illam detinent. Conficiunt
SS. Eucharestiae Sacramentum in pane fermentatu et peragunt alia
sacramentalia et cerimonias iuxta ecc.ae orientalis ritum et
institutionem”4.
Dal rito greco al latino
Si inserisce in tale ambito il fatto che, venuto il nuovo
vescovo di Umbriatico Antonio Ricciulli (1632 – 1638), la chiesa
parrocchiale di Pallagorio risulta aver assunto un nuovo titolo,
risultando dedicata al SS.mo Salvatore. Essa aveva la fonte
battesimale, un parroco, due chierici e due diaconi serventi. La
popolazione ascendeva a 387 abitanti, che seguivano tutti il rito
greco. Il vescovo trovò che erravano in diverse cose, soprattutto
per quanto riguardava il SS.mo sacramento dell’eucarestia, poiché al
popolo veniva amministrato in maniera diversa5. I tentativi della
transizione dal rito greco al latino diverranno evidenti durante il
vescovato di Bartolomeo Criscono (1639 –1647), il quale poco dopo la
sua nomina così si esprimeva: “Ci sono nella mia diocesi tre casali
albanesi, che vivono secondo il rito greco, tuttavia i loro
sacerdoti sono a tal punto ignoranti che non sanno né il loro rito
né le funzioni nell’amministrazione dei sacramenti. Vi trovai anche
alcuni latini che vivevano promiscuamente; affidai a sacerdoti
secolari che ai detti latini si amministrasse secondo il rito della
chiesa latina. In futuro curerò che i preti greci apprendano il loro
rito ed anche che gli Albanesi seguano il rito latino”6. Risultato
evidente di questa politica di costante pressione e repressione sarà
la nomina a parroco di Pallagorio di Antonello Sisca, prete di rito
greco della diocesi di Umbriatico. Il Sisca, superato il concorso
per accedere alla chiesa parrocchiale del SS.mo Salvatore di
Pallagorio, lascerà la sua unica moglie e nel novembre 1644 otterrà
da Innocenzo X il permesso di passare al rito latino7.
La situazione alla metà del Seicento è così descritta dal vescovo
Tommaso Tomassoni (1652-1654): “Ci sono tre casali abitati da gente
albanese, parte di rito latino parte di rito greco, ed in ognuno di
essi ci sono due sacerdoti, uno latino e uno greco, che hanno cura
delle anime secondo il proprio rito e ovunque preparano detti
Albanesi ad abbracciare non per forza ma spontaneamente il rito
latino”8.
La repressione
Con l’arrivo sul seggio vescovile di Umbriatico del catanzarese
Vitaliano Marescano (1661-1667) il rito greco non sarà ufficialmente
più tollerato. Il Marescano infatti celebrò un sinodo diocesano nel
quale tra l’altro stabilì l’abolizione del rito greco praticato
dagli Albanesi. Furono espulse definitivamente dalla chiesa
parrocchiale le cerimonie e le funzioni greche, le quali tuttavia
continueranno ad essere praticate dalla popolazione, anche se in
maniera semiclandestina. Il rito e le feste greche troveranno modo
di esprimersi pubblicamente soprattutto nella chiesa rurale di Santa
Maria de Gradia, chiesa poco fuori dell’abitato, sulla strada tra
Pallagorio e Zinga, oggi conosciuta col titolo di S. Antonio. S.
Giovanni in Palagorio….in territorio di Umbriatico, situato in luogo
ameno e con aria salubre, costruito e popolato sia da greci albanesi
che da italiani vaganti, è dominato da un feudatario che vanta il
titolo di principe ed è sotto un parroco latino di rito latino, ha
seicento abitanti di cui quattrocento quaranta possono essere
ammessi al sacramento. Nel suo territorio vi è una chiesa rurale
meta di grande devozione popolare, dove lo stesso vescovo trovò che
persisteva il rito greco9.
Durante questo periodo la chiesa di Pallagorio può annoverare un
parroco arciprete, un altro sacerdote semplice, un diacono e due
chierici10 e tra il 1666 ed il 1669 verrà costruita con pie
elemosine una nuova chiesa sotto il titolo di Santa Maria de Monte
Carmelo11.
Durante il vescovato di Agostino De Angelis (1667 –1681) anche se in
apparenza il rito greco non è più praticato, in realtà esso
sopravvive nelle molte espressioni della vita quotidiana, tanto che
il vescovo spesso deve intervenire comminando pene severissime. Lo
stesso presule tentò nuovamente di mutare il titolo della chiesa
matrice dapprima da San Giovanni Battista in quello del SS.mo
Salvatore, ma ben presto fu costretto a ritornare sui suoi passi ed
a dedicarla all’Ascensione del Signore ed a S. Giovanni Battista.
Tuttavia riuscì, tra il 1675 ed 1678, ad introdurre in un proprio
altare la recita in tre giorni alla settimana del SS.mo Rosario da
parte degli Albanesi, che osservavano il rito latino12. Il casale
favorito dalla speranza di esenzioni e di benefici, promessi
dall’arrivo di un nuovo feudatario, in pochi anni quasi raddoppiò la
sua popolazione. Ma venute meno le condizioni favorevoli ritornò
nella condizione primitiva. Infatti, ridotto dalla peste a soli 600
abitanti nel 1662, passò a 700 nel 1666. Nel 1682, Carlo Antonio
Spinelli vendeva il feudo di S. Giovanni di Pallagorio a Giovanni
Giuseppe Rovegno, il quale nel 1696 assumerà il titolo di principe
di Pallagorio13. Due anni dopo, nel 1684, la popolazione è salita a
circa 1000 abitanti (con sei sacerdoti e quattro chierici); per
poco, nel 1688 ritorna a 700 abitanti e ne conterà circa 800 alla
fine del Seicento14.
All’inizio del Settecento Pallagorio è un luogo abitato da
greco-latini, volgarmente detti Albanesi, che da circa ottanta anni
praticano il rito latino. Gli abitanti continuano ad essere malvisti
dai vescovi di Umbriatico, che li descrivono come “gens haec genus
hominum subdolum, et infidum universim”15, gli uomini sono di
temperamento “agreste et vindex” e le donne “mulierculae.. variis
infectae sunt superstitionibus”. Quest’ultime quando vedono il
vescovo credono che San Pietro camminasse vestito con le stesse
vesti e subito cadono in ginocchio per baciarne i piedi16. La chiesa
parrocchiale ha la fonte battesimale ed il sacrario. Alle due
piccole chiese già esistenti, di Santa Maria di Monte Carmelo e di
Santa Maria di Gradia, si aggiunge la nuova chiesetta rurale
dedicata a S. Cristoforo17, costruita fuori l’abitato sulla via che
conduce ad Umbriatico. La popolazione è in gran parte costituita da
poveri braccianti e coloni, proprietari nei casi più fortunati di
una vigna, che prendono in fitto le terre ed in prestito il grano
per coltivarle, obbligandosi con i proprietari terrieri. Tra questi
ultimi sono ricordati Gio. Battista e Domenico Cosimo di Pallagorio,
proprietari di alcune terre in località Gradia e fornitori di grano
ai mercanti crotonesi18, il reverendo Leonardo Antonio Macrì ed il
fratello Filippo, il magnifico Domenico Andropoli ecc.
Alla fine del Settecento Pallagorio, terra in diocesi di Umbriatico
e d’aria mediocre, ha circa cinquecento abitanti19. Situato tra il
paesello di Zinga, da cui dista sei miglia, ed Umbriatico, da cui lo
separano quattro miglia, l’abitato, caduto in grande miseria, è
costruito sul pianoro di un monte ed i suoi abitanti conservano
ancora la lingua ed i costumi Albanesi. Essi custodiscono
gelosamente i diritti e le tradizioni. Vani sono ancora i tentativi
dei vescovi di Umbriatico di imporre arcipreti non locali ed
estranei alla loro cultura. Così lo descrive il vescovo Zaccaria
Coccopalmeri (1779 – 1784), il quale aveva tentato di imporre
arcipreti a lui graditi: Fin dall’inizio del mio presulato questo
luogo fu per me oggetto di continua vigilanza ed occasione di grande
dispiacere. Quanto alla mia prima visita fui contento di vedere la
sua parrocchiale, sotto invocazione di S. Giovanni Battista, così
ben formata dai tre membri posti in maniera simmetrica ed
all’interno abbellita da discrete immagini di santi poste sopra gli
altari ed abbondante di ogni prezioso suppellettile, tanto fui
afflitto per quanto riguardava le cose spirituali. Trovai un solo
economo, non di questa diocesi, un prete del paese, oppresso dalla
tarda età e dalla imbecillità, ed un suddiacono. Ad essi erano
affidate tutta la cura delle anime e l’amministrazione della chiesa.
Vidi gli altari invasi dalle ragnatele, i sacri vasi dati in
custodia a laici, le sacre suppellettili piene di polvere ed in ogni
parte il segno dell’abbandono. Poiché il diritto di nominare
l’arciprete spettava alla comunità del luogo, ed i cittadini sia
singoli che insieme erano completamente mancanti di mezzi, mi
adoprai con accortezza per assegnare una conveniente congrua
all’economo in modo da convincerlo a diventare arciprete. Così feci
e, previo esame secondo la forma canonica tridentina, questi divenne
arciprete ma, appena ebbe preso possesso della carica, morì. Rimasta
la chiesa senza il suo pastore, comandai la cura delle anime al
prete del paese e come aiuto gli assegnai il suddiacono, già quasi
consacrato prete. Dopo poco che avevo risolto così le cose anche il
prete, oppresso dagli anni e dalla fatica, morì. Invano ho cercato
di richiamare nel paese preti da questa o da altre diocesi; ciò non
è stato possibile sia per la piccola congrua ammontante a circa
settanta ducati, sia per la mancanza di preti. Trovai infine un
prete probo ed esperto della città di Umbriatico, il quale si
impegnò ad assolvere a questo onere ma, dopo pochi mesi che era
stato presentato come arciprete, cessò ogni onere e beneficio da
parte dell’università e così fu costretto a ritornare ad Umbriatico.
Per risolvere momentaneamente la situazione imposi allora all’unico
prete del luogo la cura delle anime e fissai un termine entro il
quale gli amministratori di Pallagorio, a cui spetta di diritto,
devono presentarmi un idoneo arciprete20.
Ultime tracce
Dopo la soppressione nel 1818 del vescovato di Umbriatico,
Pallagorio andò a far parte della diocesi di Cariati21 ed in questa
situazione rimase fino al 1979, quando fu aggregato alla diocesi di
Crotone.
Alla metà dell’Ottocento Pallagorio fa un migliaio di abitanti22 e
conserva la chiesa arcipretale curata di S. Giovanni Battista,
quella del Carmine con eremitorio e la nuova semplice dedicata a S.
Filomena23. Dopo le riparazioni compiute negli anni precedenti e poi
sospese, nel 1858 la chiesa matrice è di nuovo in costruzione. Il
progetto d’arte è già stato approvato ed i lavori sono in corso per
la cifra di ducati 2129, 3924. La popolazione conserva ancora la
lingua , i culti e le sue feste. Il vescovo di Crotone Luigi Maria
Lembo (1860 –1883) il 26 luglio 1882 trovò che vagavano per la città
di Crotone numerosi uomini e donne albanesi, provenienti dai paesi
vicini. Egli interrogò uno di questi, il quale rispose:
“Illustrissimo Signore, dai nostri anziani è stato conosciuto che
l’immagine di Santa Anna, che oggi si osserva nella chiesa rurale di
Isola sotto la vostra giurisdizione, fu venerata nell’antica sacra
edicola posta nel fondo Gradia in territorio di Pallagorio, di
proprietà del barone Giuranda della città di Umbriatico. In quel
luogo erano soliti convenire da molti anni per assolvere i voti e
per santificare il giorno 26 luglio, dedicato alla madre della madre
di Dio, tutti gli albanesi abitanti a San Nicola di Alto, Carfizzi,
Pallagorio, Santa Sofia, Marcedusa, Andali ecc. In seguito, violata
ogni cosa, la sacra immagine della antica edicola di Pallagorio fu
sottratta da mano sacrilega e riferiscono che fu ritrovata nel luogo
nel quale ora si vede la chiesa rurale di Sant’Anna del Bosco.
Conosciute queste cose, la devozione degli Albanesi non diminuì ma
essi diressero il loro cammino alla vigilia della festività, in modo
da santificare e con rito albanese e con canti elevare inni alla
loro santa patrona. Anzi tutti quelli che non possono andarvi,
salgono sulle colline dalle quali si può vedere la chiesa isolana di
Sant’Anna e qui contenti trascorrono il giorno da festeggiare tra
suoni e canti, in cori, in invocazioni e lodi recitati graziosamente
in dialetto25.
Dalla visita del vescovo di Crotone Giuseppe Cavaliere(1883 –1899)
del 1885 sappiamo che sul finire dell’Ottocento continuava ancora la
venerazione degli abitanti dei paesi albanesi. Molti di loro infatti
nel giorno dedicato alla santa ogni anno continuavano a riunirsi
presso la chiesa di S. Anna per festeggiare26.
Note
1. Rel. Lim. Umbriaticen., 1618.
2. Gli Spinelli fonderanno anche un altro casale in diocesi di
Umbriatico che dal nome del fondatore Carlo Antonio Spinelli (1659 –
1682) prenderà il nome di Carlopoli. Il casale avrà vita breve ed è
così descritto dal vescovo Agostino De Angelis: “..oppidum nuperrime
erectum; Carlopoli, dicitur; unam habet ecclesiam à me consecratam
sub invocatione S. Mariae de Monte Carmelo; cui inservuit unus
sacerdos, et unus clericus. Patet in temporalibus Principi Cariaten
de familia Spinellorum”, Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
3. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
4. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
5. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
6. Rel. Lim. Umbriaticen., 1640.
7. Nel luglio 1655, dopo sei anni dalla morte del Sisca, divenne
parroco della chiesa di S. Giovanni del casale di Pallagorio il
suddiacono di Umbriatico Giuseppe Turiano, Russo F., Regesto,
(34552), (37580).
8. Rel. Lim. Umbriaticen., 1653.
9. “Unus in greco ritu persistere repertus à moderno Ep.o latinium
amplecti monitus admonitioni locum dedit”, Rel. Lim. Umbriaticen.,
1662.
10. Rel. Lim. Umbriaticen., 1666.
11. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669.
12. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
13. Furono feudatari di Pallagorio: Scipione Spinelli
(1614-1659),Carlo Antonio Spinelli ( 1659 –1682), Giovanni Giuseppe
Rovegno ( 1682 –1685), Giovan Francesco Rovegno ( 1685 –1704),
Giuseppe Antonio Rovegno, Giovan Francesco Rovegno, Giuseppe
Francesco Saverio Rovegno (1782 –1820), Maone P., Precisazione sulla
storia feudale di Umbriatico e Briatico, Historica n. 1, 1968, p.14.
14. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684, 1688, 1700; S. Giovanni di
Pallagorio fu tassato per 44 fuochi nel 1669 e per 75 nel 1732.
15. Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
16. Una superstizione aveva particolarmente attratto l’attenzione
del vescovo Agostino de Angelis: Se si ammala qualcuno e se la
malattia progredisce, a tal punto che dai medici si dispera della
sua vita, le femminucce, per prorogare la vita all’infermo, tolgono
dalle pareti della camera, nella quale l’infermo è coricato, tutte
le immagini di Cristo, della Santissima Croce, della Beatissima
Vergine e degli altri santi e le portano via. Quindi apparecchiano
la tavola, la riempiono di portate di cibi, affinché di notte ad
essa convengano gli spiriti fatali, per mangiare le pietanze
preparate. Se apparirà qualche segno anche lieve, che è stata fatto
un assaggio, si persuadono che l’infermo riacquisterà la salute,
altrimenti sta per morire, Rel. Lim. Umbriaticen., 1675.
17. Rel. Lim. Umbriaticen., 1724, 1735.
18. Nell'ottobre 1753 Domenico Cosimo di Pallagorio si impegna a
vendere all'aristocratico crotonese Raffaele Suriano 2650 tomoli di
grano, parte sono nei magazzini di Caraconisa e parte ad Umbriatico,
ANC. 1266, 1754, 8- 9.
19. Alfano G.M. Istorica descrizione cit., p.85.
20. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
21. Al sinodo convocato nel 1823 dal vescovo di Cariati Gelasio
Serao (1819- 1838) partecipò D. Matteo Amoroso, arciprete di
Pallagorio, Liguori F. e R., Cariati nella Storia, Cirò M., 1981, p.
225.
22. Popolazione di Pallagorio: nel 1849 (1093), nel 1852 (1139), nel
1861 (1014), nel 1871 (1054), nel 1881 (1139).
23. La chiesa di S. Filomena fu fondata a spese dei coniugi Bruno
Vitetta ed Anna Mauro. La sua costruzione iniziò nel marzo 1837,
Russano Cotrone A., Alto Crotonese, Gangemi 2001, p. 232.
24. Riola L., Per le sessioni cit., 1858, p. 17.
25. Visita del vescovo Luigi Maria Lembo, 1882,AVC.
26. Visita del vescovo Giuseppe Cavaliere, 1885, AVC.

