[La parrocchiale di S. Nicola dell'Alto]
Dell'esistenza del casale di S. Nicola dell'Alto
e della sua chiesa, entrambi patrimonio e soggetti alla
giurisdizione sia temporale che spirituale del vescovo di
Umbriatico, in quanto edificati in un territorio appartenente alla
detta chiesa cattedrale, abbiamo notizie fin dal Medioevo. Già
all'inizio della dominazione angioina il re Carlo I d'Angiò
concedeva al vescovo Alfano (1271- 1276) il privilegio di tenere
mercato nel luogo detto "Sanctus Nicolaus de Alto" e nella chiesa di
Santa Marina1. Il figlio Carlo II d'Angiò, accogliendo il primo
giugno 1306 la supplica del vescovo Guglielmo, esentava sia gli
abitanti dei casali di Santa Marina, San Nicola dell'Alto e Maratea
che coloro che in seguito vi sarebbero andati ad abitare, purché non
provenissero da terre demaniali, da ogni gravame di legname per le
galee e dalle altre imposizioni. Tale concessione era stata
richiesta per ripopolare i luoghi, in quanto essi avevano subito le
distruzioni che durante la guerra del Vespro vi avevano fatto gli
Almugaveri2. Il tenimento, o feudo, rimase in potere dei vescovi di
Umbriatico, anche se il luogo spopolò e rimasto feudo rustico i suoi
confini furono oggetto spesso di controversie con i vicini feudatari
di Casabona. Dagli atti di una di queste liti risulta che nel 1474
esisteva la chiesa di S. Nicola dell'Alto3. I vescovi, che vi
avevano il titolo di baroni, di solito davano in fitto le sue terre.
Successivamente sul luogo sorgerà un casale che assumerà il nome
dell'antica chiesa.
Gli Albanesi
Dalle relazioni dei vescovi di Umbriatico possiamo trarre alcune
informazioni sul ripopolamento avvenuto sul finire del Quattrocento.
Il vescovo Giovanni Battista Ponzio afferma che il casale di San
Nicola dell'Alto è abitato da Albanesi che prima risiedevano nella
provincia dell'Epiro e che vennero a spargersi nel regno delle Due
Sicilie nell'anno 14804. Il vescovo Zaccaria Coccopalmeri aggiunge
che la formazione di questo abitato avvenne nella gabella detta
volgarmente dell'Arango, che apparteneva alla mensa vescovile di
Umbriatico5.
Essendo stato fondato sulle terre di un feudo rustico della chiesa
di Umbriatico, per molti anni i vescovi vi esercitarono oltre alla
giurisdizione religiosa anche quella civile. La particolare
posizione dell'abitato, costruito certamente sulle terre della
chiesa di Umbriatico ma casale nelle pertinenze della terra di
Casabona, darà oggetto a ripetute liti tra i vescovi di Umbriatico
ed i feudatari di Casabona. La prepotenza baronale e
l'arrendevolezza, o peggio, dei vescovi faranno sì che alla chiesa
di Umbriatico rimarrà solo il titolo baronale.
Al tempo del ripopolamento il vescovo esigeva, per aver concesso ai
nuovi venuti il suolo per costruire i loro pagliai ed i terreni da
coltivare, alcuni censi ed il diritto di casalinaggio. Gli abitanti
dovevano pagare ogni anno un tari ed una gallina per ciascun
pagliaio, la decima degli animali minuti, un carlino a vitello, un
ducato per ogni tomolata di terreno dove avevano piantato vigne, la
decima di tutti i frutti della terra messa a coltura. A queste
rendite si aggiungevano i cosiddetti diritti spirituali che erano
"li mortorii, quarta ab intestato, decime di agnelli, vitelli,
porci, api e capretti".
Il Cinquecento
In un foculario del Regno di Napoli del 1521 tra i fuochi degli
Schiavoni, Greci et Albanesi di Calabria Citra risulta che "Sancto
Nycola delalto" è tassato per 9 fuochi6. Il casale verrà tassato per
47 nel 1545 e per 55 nel 1561. Queste tassazioni tuttavia vanno
prese per difetto, in quanto era facile per gli abitanti disfare i
pagliai all'arrivo dei contatori regi, per poi ricostruirli, una
volta che questi se ne erano andati. Per avere un'idea di questo
fenomeno basta considerare che nel 1595 gli abitanti del casale
erano circa 330, mentre i fuochi rilevati saranno solo 267. La
popolazione, che seguiva il rito greco, era costituita da Albanesi.
Essi abitavano in "pagliari"; faceva eccezione la cappella dedicata
a S. Nicola, che era l'unica costruzione in fabbrica. Vi era un
prete greco curato e sposato, col quale il sindaco e gli eletti
dell'università del casale avevano convenuto il pagamento di uno
stipendio, che consisteva nella fornitura di 36 tomoli di grano
annui, una quantità sufficiente per un mantenimento decoroso. Questa
prassi tuttavia era in controversia, in quanto il vescovo non
permetteva che venisse applicata, perché condizionava il
comportamento del curato, e si aspettava su ciò una decisione da
Roma8. La chiesa parrocchiale di S. Nicola con fonte battesimale
rimarrà sotto la cura di preti di rito greco fino alla metà del
Seicento.
Lite secolare tra vescovi e feudatari
Sempre in questi decenni le dispute divamparono e, nonostante i
tentativi di rivendica, veniva meno il potere temporale del vescovo
di Umbriatico sul casale.
Il vescovo Benedetto Vaez (1622-1631) notava che il tenimento su cui
era stato fondato il villaggio rendeva ogni anno ducati duecento e
la chiesa vi esercitava il pieno diritto ed aggiungeva che il
marchese di Casabona Eleonora Pisciotta non cessava di perturbare il
possesso9. Il successore Antonio Ricciulli (1632 -1638), poco dopo
la sua elezione, informava che una lite verteva tra la mensa
vescovile ed il marchese di Casabona. Essa aveva per oggetto il
territorio e la giurisdizione del casale, che era abitato da greci.
La lite iniziata trenta anni prima non cessava. Secondo il vescovo
la mensa vescovile si trovava nel quasi pieno possesso del
territorio, mentre il marchese pretendeva di trovarsi nel quasi
pieno possesso della giurisdizione civile e criminale. La questione
era in discussione amichevole tra le parti; nel frattempo però la
mensa si difendeva nel quasi possesso del territorio e si cercavano
le scritture che potessero aiutarla sulla giurisdizione10.
Ben presto la contesa si inasprì anche perché il Ricciulli fin dal
maggio 1633 era stato chiamato a Napoli per esercitare l'ufficio di
Ministro Generale per la Santissima Inquisizione e lo scontro
divampò dentro e fuori i tribunali. I fatti sono così descritti dal
vescovo: Il marchese di Casabona Scipione Pisciotta, meditando di
usurpare il casale e le decime degli agnelli, che la mensa vescovile
esigeva sui territori di Bufalarizzo, Serangelo e Militino, aveva
ottenuto già nel 1604 dal Regio Consiglio un regio presidio. Secondo
il vescovo questi funzionari di consueto giudicavano contro gli
ecclesiastici, favorendo il laico. Questo organismo fu
successivamente rinnovato nel 1614 e nel 1625. In vigore di ciò,
mentre cresceva la perfidia e l'ingordigia del marchese, i diritti
della chiesa andavano inesorabilmente scomparendo. Per porre un
freno alle usurpazioni del feudatario, il vescovo fu costretto ad
intraprendere una dura lotta contro il marchese, ammonendolo a non
osare la violenza contro la chiesa, ma, se pretendeva qualcosa, di
far valere i diritti davanti ad un giudice competente, in caso
contrario avrebbe proceduto contro di lui. La lite non trovò
soluzione in quanto uno si appellava al tribunale ecclesiastico,
l'altro a quelli laici. Il feudatario, confidando nella forza delle
decisioni regie, proseguì nel suo comportamento, ma fu ben presto
scomunicato. Il Ricciulli ottenne anche che fossero revocati i
presidi regi. Irato per questa decisione, il marchese si accanì nel
molestare i diritti della chiesa. Per allargare i suoi interessi,
inviò da Napoli il fratello uterino Roderico Sotomaiore e Vincenzo
dell'Armi, uomini che il vescovo ritenne malvagi e disonesti, in
quanto spacciandosi per commissari del Regio Consiglio, cominciarono
ad infierire contro alcuni abitanti del casale ed a commettere molti
attentati all'immunità ecclesiastica. Informato dei fatti che
stavano accadendo dal suo vicario, il Ricciulli li dichiarò
scomunicati ed inoltre ottenne dal Regio Consiglio, che fosse
inviato un commissario ad indagare sul loro operato. Accertati i
misfatti, mentre il Sotomaiore fu citato e, non essendosi
presentato, fu condannato in contumacia , il suo complice fu colpito
da ordine di arresto, che tuttavia non potette essere eseguito, in
quanto Vincenzo dell'Armi era già morto avvelenato. Il Sotomaiore,
nonostante che il Dell'Armi fosse morto in stato di scomunica,
riuscì con la violenza a farlo seppellire nella chiesa del monastero
di S. Francesco degli osservanti di Casabona. Il vescovo, venuto a
conoscenza del fatto, comandò che il cadavere fosse riesumato e che
fosse gettato lontano dalla chiesa in un letamaio, dando ordini
rigorosi che da lì non fosse mai rimosso. Quasi nello stesso tempo
morì anche il nipote del marchese, Antonio Pisciotta, il quale era
pubblico concubinario e per tre anni non si era comunicato, in
quanto scomunicato perché più volte ammonito a restituire al
legittimo marito la donna con cui conviveva. Egli morì colpito da
una scure al capo e fu dal vescovo privato della sepoltura
ecclesiastica. I suoi parenti ricorsero al metropolitano di Santa
Severina Fausto Caffarelli, il quale accolse le loro suppliche e
decretò diversamente. Il vescovo tuttavia non cedette e ricorse alla
Sacra Congregazione, ottenendo la sospensione del decreto
arcivescovile.
Mentre succedevano questi fatti, S. Nicola dell'Alto era abitato di
circa 400 abitanti con quattro chierici ed altrettanti diaconi
selvatici ed al vescovo di Umbriatico era rimasto solo il diritto di
esigere il casalinaggio. Tutto il resto era in lite. S. Nicola
dell'Alto, pur costruito sulle terre appartenenti alla chiesa, era
casale della terra di Casabona e come tale fin dalla fine del
Quattrocento sarà soggetto ai feudatari di questa terra11. Per porre
fine alla lunga ed aspra controversia il nuovo vescovo Bartolomeo
Criscono (1639 -1647), ottenuto il 20 dicembre 1641 l'assenso di
papa Urbano VIII, il 30 giugno 1642 cedeva in fitto ad annuo canone
per 29 anni la giurisdizione temporale sul casale a Pompeo
Campitello ed alla moglie Eleonora Pisciotta, marchesa di Casabona,
trattenendosi solo i diritti spirituali ed ottenendo il pagamento di
una annua pensione di ducati 15012. Con questo accordo i censi, i
diritti di casalinaggio ed il diritto delle decime del grano, che si
seminava nel territorio dell'Arango, passarono in potere del
feudatario13. Questa cessione in enfiteusi, che doveva placare la
lite, si rileverà invece occasione per riaccenderla ad ogni
scadenza.
Dal rito greco al latino
Durante il vescovato di Vitaliano Marescano (1661 -1667) il rito
latino è ormai dominante: "Da alcuni anni è amministrato da un
parroco di rito latino. Ci sono circa 400 abitanti . Solo alcuni, in
verità pochi, seguivano il rito greco a riguardo del digiuno e
dell'astinenza, ma lo abbandonarono ed abbracciarono il latino dopo
le paterne ammonizioni vescovili. Vi sono inoltre un altro sacerdote
e quattro chierici, ma sia per la povertà, sia per la loro natura di
contadini, non intraprendono alcun studio delle lettere14. La chiesa
matrice e parrocchiale è dedicata a S. Nicola Vescovo15.
Dalla crisi alla ripresa
Frattanto i 29 anni previsti dal contratto locazione del casale
scadevano ed il nuovo vescovo Agostino de Angelis (1667 - 1681) ,
nonostante che alla prima concessione non era previsto il rinnovo,
fin dall'inizio del suo insediamento si era impegnato a rinnovarlo.
Egli otteneva l'otto novembre 1670 l'assenso del papa Clemente X per
altri 29 anni, con le condizioni e pensioni annue stabilite ed
approvate da Urbano VIII16 ed il 13 aprile 1671 stipulava a favore
del marchese di Casabona Scipione Pisciotta. Vi erano allora nel
casale due sacerdoti, cioè il curato o arciprete ed il suo
coadiutore ed alcuni diaconi detti selvatici. Mancavano
completamente i chierici17. Lo stesso vescovo, poco dopo il suo
insediamento, essendo la popolazione del casale aumentata, si
impegnò nella ricostruzione della chiesa matrice dedicata a S.
Nicola di Bari, rendendola più ampia e spaziosa, facendovi anche
erigere un altare dedicato al SS.mo Rosario, dove solo nei giorni
festivi, in quanto negli altri giorni gli abitanti sono occupati a
coltivare i campi, venivano recitate le consuete preghiere,
alternandosi il coro degli uomini a quello delle donne. Sempre in
questi anni è costruita a spese ed elemosine di alcuni fedeli una
nuova chiesa sul monte che sovrasta l'abitato. Il nuovo edificio
sacro è intitolato a San Michele Arcangelo, al cui culto è dedicato
tutto il monte, che infatti si chiama monte S. Angelo e dove
anticamente sorgeva un monastero di monaci18. Tra il 1675 ed il 1678
un'altra chiesa è fondata all'interno del paese. Essa è edificata a
spese del devoto cittadino Domenico Simeone19 ed è dedicata a S.
Domenico Confessore20.
Così in pochi anni le chiese presenti nel casale salirono a tre.
Dopo l'alta mortalità, che all'inizio degli anni settanta aveva
ridotto di un terzo la popolazione della diocesi di Umbriatico21, le
grandi epidemie erano finite e la popolazione, nonostante le
difficoltà naturali e fiscali22, aumentava. Tassato nel 1648 per 78
fuochi, dopo la peste il casale era sceso nel 1669 a 36 fuochi ma
nel 1680 aveva circa 50 fuochi e nel 1684 quasi 800 abitanti23, che
all'inizio del Settecento diverranno circa 100024. Nel 1732 il
casale conterà 145 fuochi25.
Così descrive il casale il vescovo Bartolomeo Oliverio (1696 -1708):
"Il primo tra i casali, o villaggi, è quello di S. Nicola dell'Alto
i cui abitanti, di origine albanese, osservano il rito latino. Vi
sono cinque sacerdoti e sette chierici. In tutto gli abitanti sono
circa mille. E' sotto il potere temporale del vescovo di Umbriatico,
il quale, per far cessare le liti, mosse in passato dai marchesi di
Casabona per il predetto casale, con il consenso apostolico diede in
locazione per 29 anni dietro corresponsione di ducati 150. I quali
ora finiti, ugualmente per sedare le liti fu rinnovata col consenso
apostolico e con le stesse clausole per altri 29 anni dietro
corresponsione di ducati 200 annui. Oltre alla chiesa parrocchiale
dove è conservato il SS. Sacramento e vi sono la fonte battesimale
ed il sacrario, ci sono altre due chiese, che appaiono decentemente
ornate. I misteri del SS. Rosario sono recitati nella matrice tre
volte alla settimana e nelle domeniche e nei giorni festivi26. Il 14
aprile 1701 l'Oliverio rinnovava l'affitto per altri 29 anni a
partire dal primo settembre 1699 al feudatario di Casabona Scipione
Moccia27. Questa nuova locazione non poteva non suscitare i malumori
dei vescovi successivi. Il vescovo Francesco Maria Loyero (1720
-1731) si lamentò in quanto i diritti, sia spirituali che temporali,
della Chiesa sul casale erano evidenti perché concessi da privilegi
di re, tra essi uno del 1307 ed uno del 1320, e la mensa vescovile
deteneva questo antico possesso in allodio ed esente da alcun onere
feudale. I vescovi di Umbriatico vi avevano sempre esercitato la
giurisdizione civile , mista ed , eccetto i tre casi previsti dalle
regie prammatiche, anche quella criminale. Nonostante tutto ciò il
vescovo Oliverio aveva rilasciata la concessione, corroborata
dall'assenso apostolico, dopo la relazione fatta dal vescovo isolano
Francesco Marino, al quale era stata ordinata dalla Sacra
Congregazione. Questa concessione in favore del marchese di Casabona
apportava un notevole danno alla chiesa di Umbriatico, in quanto da
questa terra essa poteva percepire circa ducati 500 mentre ne
riceveva dal marchese di Casabona solo 200. Era evidente che il
delegato incaricato dalla Sacra Congregazione, cioè il vescovo
Marino, era stato tratto in inganno da testimoni corrotti! Al tempo
del vescovo Loyero vi erano 1270 abitanti, di cui nove sacerdoti e
due chierici. La chiesa arcipretale era dedicata a S. Nicola vescovo
che era anche il patrono. Le rendite del parroco, arciprete, erano
sufficienti. Oltre alla chiesa curata vi erano altre tre chiese,
quella delle Anime del Purgatorio, di recente costruita con le
elemosine dei fedeli, la chiesa di S. Domenico e la chiesa di S.
Michele Arcangelo. Vi era una confraternita di laici e si progettava
anche la fondazione di un convento di frati riformati28.
Particolarmente attivo il questi anni è l'arciprete del casale Gio.
Berardino Bisceglie, il quale in qualità di procuratore cura gli
interessi del feudatario di Casabona e si interessa ad incettare,
ammassare e commercializzare il grano29.
Alla fine del Settecento
Nonostante i tentativi di rivendica vescovili alla metà del
Settecento le rendite che la mensa vescovile di Umbriatico esigeva
annualmente sul casale erano costituite dai ducati 200 del
feudatario di Casabona, da circa ducati 8 provenienti dalla "decima
di vitelli, porcelli e crapetti" e dai 24 tomoli di grano
dell'arciprete a titolo di quarta parrocchiale30.
Nella descrizione che ne fa il vescovo Zaccaria Coccopalmeri la
terra di S. Nicola dell'Alto appare costruita di fronte alla terra
di Casabona dalla parte di settentrione sulla sommità di un monte
non molto alto. I suoi cittadini sono Albanesi. La giurisdizione
temporale per molto tempo e fino a tempo recente fu dei vescovi di
Umbriatico, in quanto l'abitato fu fondato nella gabella volgarmente
detta dell'Arango, appartenente a quella cattedrale, in quanto
padrona del fondo rustico in cui la gabella è situata. Questo
terreno però appartenne anche al diritto territoriale di Casabona,
in quanto si dice che sia suo casale. Così il marchese di Casabona
Pietro Moccia mosse una lite presso il Regio Sacro Consiglio nel
1728 contro il mio predecessore, e durante il vescovato di Filippo
de Amato (1731 -1732) la giurisdizione temporale fu aggiudicata allo
stesso marchese con l'onere di corrispondere annualmente duecento
ducati alla mensa vescovile e con la riserva del titolo baronale al
vescovo. Si accrebbe frattanto questo abitato fino a mille e
cinquecento abitanti. Ha una chiesa parrocchiale dedicata a S.
Nicola Vescovo con alcuni altari sacri di pertinenza dei laici; essi
sono graziosamente disposti ed ornati con motivi artistici
biancheggianti in gesso. Tuttavia la chiesa, eretta con le pie
offerte dei cittadini, è incompleta nella volta e nel pavimento. Al
suo completamento niente si è omesso con efficaci richiami e
disposizioni nei decreti delle sante visite e nelle varie prediche e
suppliche private e pubbliche. Nonostante l'impegno però c'è poca
speranza che possa essere portata a compimento. La chiesa è retta
nella cura delle anime da un arciprete ci sono cinque preti e nessun
chierico; né c'è speranza di averne in futuro in quanto gli abitanti
non possiedono terreni. Per le cose temporali è amministrata e si
provvede da un procuratore laico eletto dall'università, che
dovrebbe interessarsi all'arcipretale ed agli edifici sacri. Le
decime frumentarie delle anime sono pagate al rettore da tutti i
cittadini con unanime consenso31. Alcuni anni dopo S. Nicola , terra
in diocesi di Umbriatico, feudo di casa Capecelatro, d'aria buona,
fa di popolazione 170032 . La sua chiesa parrocchiale è dedicata a
S. Nicola da Bari ed il suo parroco33 al posto delle decime riceve
una congrua dagli amministratori dell'università34.
Note
1. Reg. Ang. XIV (1275-1277), p. 254.
2. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 527.
3. "Da parti levante confina la via che viene dalla terra di Melisa
alla ecclesia di Santo Nicola dell'Alto che va per capo della
Serra..", Maone P., Casabona feudale, Historica n. 5/6, 1964, p.
206.
4. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684.
5. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
6. Pedio T., Un foculario del Regno di Napoli del 1521 cit., p. 263.
7. Maone P., Casabona cit., p. 206.
8. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
9. Rel. Lim. Umbriaticen., 1630.
10. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
11. Rel. Lim. Umbriaticen., 1638.
12. Il 31 gennaio 1642 il vescovo Crisconio otteneva dal papa anche
la licenza di locare al feudatario per 29 anni dietro il pagamento
di 25 ducati annui anche le decime, erbaggi ecc. di Bufalarizzo,
Militino e Serangelo, Russo F., Regesto, VII, (33977), (33990); Rel.
Lim. Umbriaticen., 1669.
13. Maone P., Casabona cit., pp. 206 sgg.
14. Rel. Lim. Umbriaticen., 1662.
15. Rel. Lim. Umbriaticen., 1666.
16. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669; Russo F., Regesto, VIII, (42123).
17. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669, 1672.
18. Rel. Lim. Umbriaticen., 1675.
19. Ancora oggi è visibile l'epigrafe: "HOC SIBI DOMI/ NICUS
SIMEONE/ STRUERE FECIT/ MONUMENTUM/ HABENS HAERE/ DIBUSQUE SUIS/
1677".
20. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
21. Per il vescovo Agostino de Angelis la popolazione della diocesi
dai 12000 abitanti del 1668 era scesa ad appena 8000 nel 1675, Rel.
Lim. Umbriaticen., 1675.
22. "L'università di Santo Nicola dell'Alto casale della terra di
Casabona in Provincia di Calabria Citra sup.do dice a V. E. come non
havendo la supp.te territorii proprii per poter seminare e
raccogliere le vettovaglie necessarie per il loro vitto hanno soluto
i suoi cittadini seminare nelli territorii di Strongoli e Melissa,
che confinano e sono più vicini all'università supp.te e come che
nel presente anno per causa della siccità, e de bruchi hanno molto
poco raccolta, non sufficiente al vitto di essi cittadini e per la
loro povertà non hanno altro modo da procurarsene in altri luoghi e
standono li poveri cittadini per causa oradetta afflitti et
travagliati l'è sopragionto ordine fattoli dal Governatore di
Strongoli e Melissa precedente provisione di Coll. nella quale
perche sia commessa l'osservanza alla Reg. Aud.a con tutto ciò
l'ordine è stato fatto a cittadini senza saperi il come, che non
debbiano ammovere il grano et altre vettovaglie se prima la terra di
Strongoli e Melissa non sarà provista per tutta l'intiera annata
supplicandosi la d.a provisione che cio s'intende tanto per li
cittadini quanto per li forestieri che hanno seminato in detti
territorii di Strongoli e Melissa quando che le d.te università per
l'ampiezza de loro territorii e del seminar di cittadini hanno il
loro bastante e quando li mancasse hanno altro modo di potersene
provedere che per lo contrario la povera supplican e suoi cittadini
con esserno privati de loro grani e vettovagli sementati e di quello
che con le loro continue fatighe e sudori hanno raccolto non li
resta affatto altro modo come vivere…. che havendo li cittadini
della supp.te posta la semente e fatto tutte le fatighe necessarie e
pagando il debito terragio com'è solito se l'impedisce poter
condurre nelle loro proprie case quello che si riceve per il
sustentamento e vitto loro necessario quando che essendo la
supplente di fuochi 50 in circa" ,Prov. Caut, Vol. 243, f. 167
(1680), ASN.
23. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684.
24. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700.
25. Barbagallo de Divitiis M. R., Una fonte per lo studio cit., p.
53.
26. Rel. Lim. Umbriaticen., 1700.
27. Maone P., Casabona cit. pp. 204 -205.
28. Rel. Lim. Umbriaticen., 1724.
29. Nell'agosto 1719 il mulattiere crotonese Lorenzo Bruno è mandato
dal mercante Domenico De Laurentis in territorio di Strongoli a
caricare del grano per le truppe regie. Passato il Neto con undici
"cavalcature somarine" è catturato dal nipote e da un soldato
dell'arciprete di S. Nicola dell'Alto. Condotto legato assieme agli
animali in S. Nicola, l'arciprete Bisceglie, affermando che vanta
nei suoi confronti un credito, gli sequestra gli animali e lo lascia
andare, ANC. 1719, 83-84.
30. Catasto Onciario Melissa, 1742, f. 406v.
31. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
32. Alfano G.M. Istorica descrizione cit., p.89.
33. Tra i parroci/arcipreti sono ricordati: Francesco Italiano (1658
- ?), Orazio Camiscera ( ?- 1694), Domenico Macri (1694 - ?), Gio.
Berardino Bisceglia (1719), Russo F., Regesto, (38482), (46981),
ANC. 660, 1719, 180.
34. Rel. Lim. Umbriaticen., 1796.

