[La chiesa di San Costantino in territorio di Isola]
Al tempo del vescovo Annibale Caracciolo le sette
abbazie di S. Maria del Patire, di Corazzo, di Forgiano, di S.
Nicola de Maglioli, di S. Leonardo e di S. Stefano avevano grancie
nel territorio della diocesi di Isola1. I loro abati erano tenuti a
comparire davanti al vescovo di Isola per assolvere nel giorno
dell’Assunta. Nel 1566 il vescovo Caracciolo eresse il seminario ed
in quello stesso anno stabilì che al mantenimento si provvedesse
anche con i censi che le abbazie, che possedevano beni nella sua
diocesi, gli versavano ogni 15 agosto2.
L’abbazia di S. Maria del Patir
Il monastero greco di Santa Maria della Nuova Odigitria, detta Santa
Maria del Patir, fu fondato secondo alcuni in diocesi di Rossano nei
primi decenni dell’occupazione normanna da Bartolomeo da Simeri con
l’aiuto dell’ammiraglio Cristodulo3 . Esso fu dotato ed arricchito
di molte terre e privilegi dai regnanti normanni e dai fedeli. Le
proprietà del monastero si espansero anche fuori della diocesi di
Rossano ed in Sila. Tra i possessi ci fu anche la grancia di Isola,
la cui formazione risale all’inizio della dominazione normanna.
Tra i primi privilegi del monastero spicca quello concesso dal duca
di Calabria Roberto il Guiscardo (1059-1085), il quale concedeva il
libero pascolo per gli animali del monastero presso Isola e nelle
pertinenze di Crotone. La presenza dei monaci del Patir diverrà più
consistente dopo la donazione fatta nel 1128 da Giovanni, vescovo di
Isola, all’abate del Patire Luca della chiesa di San Costantino, o
Costanzio, con tutte le sue pertinenze e privilegi. Nel mese di
maggio 1130 nella città di Messina il re Ruggero II confermava allo
stesso abate Luca del monastero “Novae Hodegetriae Patris” i
privilegi e le donazioni di coloni, terre ed altri beni in
precedenza fatte al monastero e situate in Valle di Crati. Tra le
molte terre, casali ecc. vi era anche l’obbedienza, che il monastero
aveva in agro di Crotone, cioè “sanctum Costantium Asylorum cum
omnibus suis instrumentis, sigillis et possessionibus, et cum
omnibus pascuis et iumentis, ut iis sine impedimento fruantur”4. Due
anni dopo, nel febbraio 1132, Mabilia, figlia di Roberto il
Guiscardo, investita nuovamente della contea di Crotone dal re
Ruggero II, per la salvezza della sua anima e di quella del padre
Roberto confermava all’abate Luca, che era accompagnato
dall’arcivescovo di S. Severina Romano, il privilegio a suo tempo
concesso dal padre di libero pascolo, cioè senza impedimento e senza
ostacoli eccetto la decima, per gli animali del monastero, cioè
bufali, buoi, pecore, porci ed altri animali, presso Isola e nelle
pertinenze di Crotone sia in primavera che d’estate e la donazione
fatta dal vescovo di Isola Giovanni della chiesa di San Costantino
con i suoi diritti e pertinenze e con il mulino situato nel torrente
Ceramida, che fece Monachus. Inoltre per la salvezza delle anime di
suo padre, dei suoi antenati e sua aggiunse alcune terre in
territorio di Isola presso la chiesa di S. Costantino così
confinate: “ A fine montis de Brucomen sicut descendit via usque ad
vadum Theodosii pro pendentia et manco vadum à dextris, etdescendit
à sinistris ad Olicham magnam, quae est juxta vallatum, et ascendit
Serra vallati, et Olichae et ferit ad rivum, qui descendit de campo
longo, et pertransit eundem rivum usque ad caput ejusdem Campi
longi, et inde descendit hujusmodi Serra, et ferit ad lapides
firmos, in terminum terras Episcopi Insularum, et fere recte
inferius in montem, et reflectitur angulariter in ipsum et
pertransit ad extremitatem loci, et ascendit Rachonus, et extremitas
montis, et descendit ad rivum Ceramidem, et exinde ascendit et vadit
confinis, et feritunde incepit… et ferit intra terminum Sancti
Constantini”. A queste aggiunse anche una “piscina piscatoria”
situata in località Campolongo così limitata: “ à Coriolan. Sicut
ascendit à Sancto Nicolao à termino terrarum Episcopatus Insularum,
et ferit recte usque ad terminum terrae Domini Rogerii filii
beatissimi Domini Boni, et descendit extremitas montis Fella, et
ferit ad Cacorialem, et concluditur”5.
La “Grancia dell’Isola”
In poco tempo si venne così a costituire una realtà economica, detta
la grancia di Isola, che in una platea del 1661 è così descritta: “
In primis tiene e possiede nel territorio di detta città una gabella
detta di S.o Antonino; confina da una parte colla gabella della
venerabile abbazia di S.a Maria del Carrà, detta S. Anastasi e
dall’altra parte con le vigne del Signor Barone di detta città, e
dall’altra parte confina con li comuni di detta città detti
Ceramidio e confina coll’altra gabella di detta abazia detta di
Cerzitello piccolo e grande = Possiede dippiù in detto luogo, e
territorio un’altra gabella detta di Cerzitello grande e piccolo
confina con la gabella di S. Antonino e dall’altra parte di sotto
confina con la gabella detta del Ponte, e con la gabella di S.
Costantino = Possiede medesimamente la detta abazia in detto luogo e
territorio un'’ltra gabella detta la Calcarella, confine la gabella
S. Antonino, la gabella S. Costantino e la gabella de'’Ritani della
mensa vescovile di detta città = Medesimamente la detta abazia
possiede in detto territorio una gabella detta lo Ponte, confina la
gabella del Cerzitello e la gabella di S. Costantino = Possiede
dippiù la detta abazia in detto territorio un'’ltra gabella detta di
S. Costantino, confina la gabella del Frasso seu passo di Giuseppe
di Maida e la gabella del Signor Barone di detta città, detta la
Croce, dentro la quale gabella di S. Costantino vi è un segno di
fabbrica e chiesa diruta detta di S. Costantino = La detta
venerabile abazia possiede in detto territorio un'’ltra gabella
detta del frasso seu il passo di Giuseppe de Maida, confina la
gabella della Croce, la gabella dell'’nziti e la gabella di S.
Costantino = E più la detta venerabile abazia possiede in detto
territorio un’altra gabella detta dell’Inziti, confina l gabella
detta la Monacaria del signor Barone de detta città con lo giardino
di detto Signor Barone e con li Comuni di detta città detta
Ceramidio = La detta venerabile Abazia esige dalla Baronal Corte di
detta città ducati 16 per transazione fatta per il jus pasculandi in
detta gabella conforme l’ha testificato Giov. Francese Bruno Erario
e procuratore del Signor D. Aloisio Catalano Barone al presente di
detta città = Esige dippiù anno quolibet da RR Canonici D. Giovan
Domenico Zancale e D. Giovan Domenico di Napoli per le terre della
Costa di Lavorata, confina lo giardino di Martino Carnovale, e la
via pubblica, annui carlini 7 conforme ha testificato il detto D.
Giovan Domenico Zancale”6.
Monaci greci e benedettini
Dalla lettura del “Privilegio dello Sacro Episcopato della città
dell’Isula”, concesso dal re Ruggero II nel’ottobre 1144 (6653) al
vescovo di Isola Luca e tradotto dal greco in latino nella prima
metà del Trecento, nella descrizione dei confini delle terre
appartenenti alla chiesa così si esprime; “….deinde descendit via
quae vadit ad vadum Lupi usq. Ad vallonem eiusdem vadi, et confines
serrar. Santi Juliani ex parte meridiei similiter sunt terrae Santi
Juliani et descendit per rettitudinem praedittam..”7.
In un privilegio concesso in Palermo il 26 aprile 6680 (1172) da
Gugliemo II re di Sicilia al monastero della “S.ta Trinità delo
tenimento de magliola” il sovrano confermava la grancia di San
Stefano che si trovava “nell’Asila nelli tenimenti de Cotroni”, che
il monastero possedeva fin dal tempo del re Ruggero II. Nel
descriverne i confini si legge : “… va a dare ala plac o chianon
allo confini de S.to Cons.tio, grancia delo monastero del Patre o
Patiri et della descende a Cacoriaci o mal vallone et passa a lo
vado de mar.sti con.sti et va a dare a petra bianca et scende lo
vallone o via insino a campolongo…”8. La presenza di grance di altri
monasteri confinanti tra loro ben presto determineranno liti e
vertenze.
Un’aspra contesa oppose l’abbazia greca del Patire con la latina di
San Giuliano di Rocca Falluca. Quest’ultima, già presente al tempo
dei re normanni, come evidenziano i privilegi confermati dal
pontefice Innocenzo III il 9 giugno 1202 dai quali risulta che era
in possesso della chiesa di Sant’Angelo de Cheramida, “quae
consistit in tenimento Insulae in territorio Cotroni cum casali et
pertinentiis suis”9. La lite si accese quando subito dopo la
conquista sveva Crotone perse lo stato demaniale. Divenne dapprima
conte di Crotone Raynerio Marchisorto ed alla sua morte seguì il
figlio Stefano. Stefano, figlio di Raynerio e di Teodora, fu conte
di Crotone e giustiziere di Calabria. Crociato, egli è ricordato per
aver favorito in molte occasione i monasteri latini. Protetti dal
conte, i monaci di San Giuliano si impadronirono di un tenimento
situato in Insula Cutroni, che apparteneva al Patire. I monaci greci
si lamentarono di essere stati ingiustamente privati del possesso.
Per mandato apostolico fu incaricato a dirimere la questione
l’arcivescovo di Cosenza Luca il quale convocò le parti. Non
essendosi presentato l’abbate di San Giuliano, né avendo mandato una
persona idonea, a causa della sua assenza il tenimento fu assegnato
all’archimandrita, il quale tuttavia non osò impadronirsi, né di
utilizzarlo, per timore del conte Stefano Marchisorto. Era infatti
noto a tutti che il conte di Crotone voleva difendere il monastero
di San Giuliano in quel possesso. Tuttavia quando Federico II revocò
nel 1222 la città di Crotone in demanio imperiale e per mezzo del
camerario di Calabria Michele di Rossano il monastero del Patire
recuperò sia il tenimento in contesa , sia tutte le terre che
avevano sottratto il conte Raynerio Marchisorto ed il figlio
Stefano, i monaci greci non si fermarono a ciò che era stato a loro
tolto ingiustamente. Essi andarono oltre. Con violenza invasero le
terre appartenenti al monastero di San Giuliano; cacciarono via gli
abitanti e distrussero la chiesa e gli edifici, che vi erano
costruiti10.
Gli Abati commendatari
Fin dal periodo aragonese l’abbazia del Patir fu data in commenda.
Di solito ne beneficiarono abati e cardinali i quali tramite i loro
agenti, o procuratori, davano in fitto la grangia. Ben presto la
chiesa e gli edifici spopolarono e decaddero, mentre iniziavano i
tentativi di usurpazione. E’ il caso del corso di San Costantino e
della gabella dell’Inziti, dei quali il feudatario di Isola cercò di
impadronirsi. Nel 1581 Antonio Ricca dichiarava nel relevio che il
corso di San Costantino e la gabella dell’Inziti facevano parte dei
suoi beni feudali. Affermava inoltre che li aveva dati in fitto per
ducati 200, ma da questi egli doveva levare tomoli 96 di grano, che
dovevano essere pagati alla abbazia per il fitto della gabella, ed
altri ducati 16 erano dovuti per il censo sul corso. L’operazione
tuttavia non andò in porto e pochi anni dopo il successore, il
fratello Gaspare, faceva presente che il corso di San Costantino e
la gabella dell’Inziti erano stati erroneamente inseriti tra i beni
feudali di Isola ed aggiungeva che egli li aveva solamente in fitto,
in quanto appartenevano all’abbazia del Patir. Anche in seguito i
feudatari di Isola prenderanno in fitto la gabella di San
Costantino, grancia dell’abbazia del Patir, come risulta da un
contratto stipulato nel settembre 1630 tra il barone Antonio Ricca
ed il procuratore dell’abbate commendatario Paolo Emilio Silvestri
(1589-1644). La grancia veniva affittata al feudatario per tre anni
per il pagamento di ducati 130 all’anno11. A sua volta il feudatario
la subaffittava a terzi assieme al feudo di Isola. Dopo essere
passata in commenda a Maffeo Barberini (1644-1653), l’abbazia passò
a Carlo Barberini (1653- 1706). Fu allora che, nel 1661, si fece una
platea con tutte le formalità prescritte dalle leggi del tempo,
descrivendo minuziosamente tutti i beni della abbazia esistenti in
territorio di Isola, che costituivano la “Grancia dell’Isola”, con i
loro confini. Si trattava delle gabelle di S. Antonino, Cersitello
grande e piccolo, Calcarella, lo Ponte, S. Costantino, Frasso e
Inzito12.
Alla morte del Barberini la commenda fu concessa al cardinale
Tommaso Ruffo (1706 –1753)13, il quale ebbe in commenda anche la
grangia dell’abbazia del Carrà, detta anche di Santa Anastasi, in
diocesi di Isola. Fu così che le grangie delle due abbazie furono
amministrate da uno stesso agente. La situazione non mutò con il
commendatario successivo: il cardinale Giuseppe Spinelli ( 1754
-1763 ). Morto lo Spinelli l’abbadia del Patir fu in quello stesso
anno 1763 riconosciuta di regio patronato e le due grangie furono
nuovamente separate. La grangia o badia di S. Maria del Carrà o di
Nastasi fu dapprima data in commenda a Filippo Maria Pirelli ( 1763-
1771) e poi al cardinale Francesco Carafa ( 1771- ?). Quella del
Patir fu concessa a Ferdinando Spinelli ( 1763 - ?). Nella divisione
alcune terre, che facevano parte della grangia del Patir, forse
approfittando che l’abbazia del Patir andava soggetta al regio
patronato, risultarono aggregate a quella del Carrà. Per tale motivo
il nuovo commendatario del Patir, il cardinale Ferdinando Spinelli
juniore dei marchesi di Fuscaldo, tentò di rivendicarle. E’
dell’ottobre 1789 una dichiarazione di alcuni massari e fatigatori
di campagna che dichiaravano che il territorio chiamato il Patire
apparteneva alla badia del Patire e non a quella del Carrà detta
Nastasi: “quantunque entrambe le possiede uno stesso Padrone, che è
l’abbate commendatario”14.
Usurpazioni
Per tale motivo la grancia dell’Isola, con la possibilità di
rivendicare le terre usurpate, fu concessa in enfiteusi al
napoletano Angelo Masci, il quale associò Orazio di Paola, che
assunse a suo carico un canone di annui ducati 2020. Avvalendosi
della facoltà di rivendica, nel giugno 1796 i due citarono nella
Curia del Cappellano Maggiore l’abate commendatario dell’abbazia di
Carrà, il cardinale Francesco Carafa. Furono perciò interrogati
molti testimoni e presentati svariati documenti, dall’esame dei
quali risultò evidente che le terre in contesa erano state sempre
dell’abbazia del Patir. Tuttavia “per le vicende del tempo” il
giudizio restò sospeso, senza che venisse pronunziato il decreto
definitivo. Il 16 marzo 1801 veniva emanato l’ultimo decreto che
intimava alle parti di comparire davanti al commissario nel primo
giorno giuridico per presentare le loro istanze, per procedere alla
definizione della causa. Poi il tutto rimase sospeso anche perché
l’abbadia del Patire era stata conferita al cardinale Caracciolo, il
quale, ritenendo svantaggioso il contratto di enfiteusi a suo tempo
stipulato tra lo Spinelli ed il Masci, nel giugno 1801 chiese alla
Curia del Cappellano Maggiore di annullarlo. Le due parti tuttavia
si accordarono ed il 20 agosto 1803 si arrivò ad una transazione. La
questione si complicò ulteriormente con la ripartizione dei demani
durante il Decennio francese. L’8 marzo 1811 un rapporto dell’agente
distrettuale Camillo Sarlo faceva presente che le terre delle badie
di Nastasi e del Patire erano tutte “ingombre di colonie”,
appartenenti agli abitanti di Isola. Sempre nello stesso mese si
procedeva alla verifica15. Il 26 marzo 1811 in Catanzaro Angelo
Masci, commissario del re per la ripartizione dei demani nella
Calabria Ulteriore emanava un’ordinanza con la quale prendeva atto
che tutte le terre della badia del Carrà e del Patire erano aperte
in tutti i mesi dell’anno. Decideva che tutte le colonie situate in
detti demani dovevano restare salve e non entrassero in
ripartizione, ma i coloni dovevano pagare ai rispettivi proprietari
delle terre il decimo dei prodotti della principale coltura annuale,
esclusi i legumi. Essendo le terre della badia del Carrà e quelle
del Patire in regio demanio esse dovevano essere divise in dodici
parti, dandosi al comune di Isola quattro parti e mezza, mentre il
rimanente restava ai possessori. Ordinando la divisione delle sole
parti non occupate da colonie, stabiliva che tutte le porzioni di
terreno situate all’interno di detti demani, che erano coperte con
alberi da frutto, restavano ai possessori senza alcun obbligo di
compenso. Il 27 marzo 1811 sempre il Sarlo in Isola emanava un bando
in cui invitava tutti i cittadini a presentarsi per individuare il
nome ed il luogo dove la colonia era posta per procedersi alla
verifica16. Tuttavia in seguito, nonostante tali ordinanze e bandi,
risultò che dagli atti relativi alla divisione delle terre demaniali
del comune di Isola non si rilevava con precisione quale parte ne
ebbero il comune ed i coloni e quale rimase all’abbazia del Patire.
Fu certo però che le terre occupate dai coloni, sulle quali essi
potevano vantare dei diritti, erano assai meno dei tomoli 6100
coltivabili e 700 sterili, quanto era l’estensione intera, secondo
il rapporto del delegato Sarlo del 15 giugno 1811, diretto al
commissario regio, che l’approvò.
Tentativi di rivendica
Morto Angelo Masci il dominio sui beni dell’abbazia passò al
fratello Paolo Masci, il quale nel luglio 1830 citò nel tribunale
civile di Catanzaro gli eredi di Antonio Ippolito ed Antonio
Lucifero, quest’ultimo in quanto aggiudicatario dei beni componenti
la eredità del medesimo, perché fossero condannati a rilasciare dei
fondi usurpati all’abbazia del Patire ed al pagamento dei frutti
percepiti. Il giudizio però rimase sospeso, né vi fu alcuna
pronuncia del magistrato. Anzi le cose si ingarbugliarono con il
passare del tempo sempre più, in quanto i terreni in contesa
passavano velocemente di mano e sorgevano sempre nuove questioni.
“La procedura di espropriazione non fu portata a termine ed il 3
giugno 1830 fu proclamata l’aggiudicazione condizionale a favore dei
creditori dei corsi per mancanza di oblatori volontari e fra gli
altri mobili anzidetti vi furono compresi i seguenti fondi della
badia del Patir: Patire in contrada Inziti dell’estensione di moggia
191, S. Costantino di moggia 3 4/8, Patire Inchiuso in contrada
Ponte di moggia 44, Cerzitello di moggia 180 e Tesorieri in contrada
Anastasi di moggia 67. Nel 31 marzo del 1831 fu pubblicata la nota
di graduazione fra i creditori concorrenti; non però ebbe luogo il
partaggio, perché niun di essi curò, che si eseguisse. Ma con
istrumento del 15 febbraio 1835, stipulato per gli atti di D. Luigi
Demeo di Cotrone si effettuò una convenzione, mercè la quale il
Barone D. Pietro Berlingieri, uno degli aggiudicatarii necessarii,
si prese fra gli altri gli indicati fondi espropriati, ed assunse
l’obbligo di pagarne la valuta agli altri creditori, e si ha
notizia, che Berlingieri ne fece posteriormente cessione al Barone
Barracco. Fra gli atti avvenuti nel corso del giudizio di
espropriazione a danno dell’eredità d’Ippolito, vi fu istanza perché
le offerte di prezzo fossero diminuite in proporzione del dritto di
colonia, che importava la prestazione del decimo sul prodotto della
principal coltura a favore dell’amministrazione diocesana di
Cotrone. E sebbene con decisione della Gran Corte Civile di
Catanzaro del 6 aprile 1832 si rigettò la dimanda di diminuzione di
prezzo, si ritenne pertanto che i fondi erano soggetti a tale
prestazione”.
“Intanto la Badia di S.a Maria del Patir fu conferita
all’Eccelentissimo Monsignor D. Celestino Maria Cocle, arcivescovo
di Patrasso, il quale ebbe occasione di rilevare che, sia per
mancanza di Regio Assenso alle primitive concessioni, sia per
alienazione de’ fondi enfiteutici, fatti specialmente a favore del
barone Compagna, avrebbe potuto promuoversi l’azione di nullità e di
devoluzione, ma gli enfiteuti chiesero, e ottennero una transazione
e si stipulò a 7 dicembre 1842 istrumento, col quale gli enfiteuti
Compagna e Masci fecero cessione alla Badia di tutte le loro ragioni
sui beni della Grancia dell’Isola, e quindi il dritto di
revindicarsi contro gli usurpatori. Infatti ad istanza dell’Abate
Commendatario e del Procuratore del Re nell’interesse del Regio
Patronato fu ripreso quel giudizio istituito nel 1830 da D. Paolo
Masci per la revindica de’ beni usurpati a danno della Badia, e
furono ripetute le citazioni con atti de’ 4 e 7 marzo 1843. Non vi è
stata alcuna replica per parte de’convenuti, ma il cantore Lucifero,
denunziò la citazione al Barone Berlingieri, e questi chiamò in
garentia gli eredi Ippolito, e si costituì Patrocinatore di Lui D.
Giacinto Nicolazzi, che riserbò proporre le sue eccezioni dopo la
comunicazione de’ documenti. Si ebbi quindi l’occasione di osservare
che i convenuti con le citazioni di luglio 1830 e marzo 1843 non
erano più in possesso de’ fondi usurpati alla Badia del Patire, e si
ebbe cura di conoscere non solo gli attuali possessori, ma di
raccogliere tutte le altre notizie necessarie al buon risultamento
della causa. E dapprima si osservò che la citazione del 1830
intimata ad istanza di D. Paolo Masci, erede di D. Angelo, fu
regolare perché la cessione de’ dritti sui beni della Grancia
dell’Isola, fatta da costui all’abate commendatario, con istrumento
de’ 20 agosto 1803 rimase ne’ limiti di un semplice progetto per la
mancanza del Regio Assenso, e per cui non poteva riprendersi
un’istanza dall’abate medesimo quel giudizio prima della transazione
del 1842. Si vede inoltre, che ogni eccezione di prescrizione veniva
respinta dagli atti interruttivi, e dalla qualità de’ fondi, onde è
controversia, perché trattasi di beni di una badia di Regio
Patronato, che non si potevano alienare senza espresso Regio
Assenso, e poiché ogni possesso per qualunque titolo mancante di
tale assenso, si oppone ai dritti di Regalia, che sono
imprescrittibili. Si osservò inoltre, che i beni della Grancia
dell’Isola fecero parte della divisione delle terre demaniali, e che
vi era argomento a credere, che i fondi che D. Paolo Masci diceva
usurpati da D. Antonio Ippolito siano quelli attribuiti ai coloni
perpetui, da’ quali Ippolito ne fece l’acquisto, perché rilevasi da
un notamento, che si ebbe occasione di vedere, ove erano indicate
l’epoche degli acquisti dal 1811 in poi, ed anche una in data
precedente del 20 gennaio 1807 e dalla enunciata decisione della
Gran Corte Civile del 6 aprile 1832, che ritenne i fondi gravati
della prestazione del decimo.
Alcune Considerazioni
L’estensore della “Memoria” nel 1847 così concludeva: “Non si è
potuto conoscere, e destinguere quali degli attuali possessori
abbiano causa dagli antichi coloni, e quali siano quelli, che
abbiano usurpato le terre, che non si vedono ripartite ai coloni. Si
ebbe però notizia, che i beni della Grancia dell’Isola, notati nella
Platea del 1661 erano attualmente posseduti dal barone D. Luigi
Barracco, D. Pietro Berlingieri, gli eredi del fu Onofrio
Castelliti, D. Giuseppe Aspro, i fratelli Rodio, Domenico Pullano ed
Antonio Mancuso e gli eredi di D. Domenico Pollinzi; quindi dietro
superiore approvazione si è rianimato il giudizio di revindica, e
con atti del 4 e 6 dicembre 1843 sono stati citati gli attuali
possessori al rilascio de’ fondi, per giudicare dalle loro eccezioni
se siano usurpatori ed obbligati a rilasciare i fondi, ovvero siano
succeduti a coloni perpetui, ed in tale qualità obbligati soltanto a
corrispondere il decimo de’ prodotti della principale coltura. E le
citazioni furono pure intimate ai signori D. Francesco e D. Angelo
Masci juniore, eredi del fu D. Angelo Masci, il quale fin dal 1812,
era succeduto nei dritti di D. Orazio di Paola, acciocchè ne
avessero scienza legale e che in pendenza del Regio Assenso al
divisato Istrumento de’ 7 dicembre 1842 intervenissero, se loro
piacesse nel giudizio del quale si tratta. E simili atti dovranno
intimarsi a D. Giuseppe e D. Nicola Masci ed ai coniugi D. Camillo
Doras e D.a Teresa Masci. Sinora niuna eccezione si è proposta da’
convenuti, e solo per parte del Barone Barracco si è domandata la
comunicazione de’ documenti con l’atto di costituzione di
patrocinatore nella persona dell’anzidetto D. Giacinto Nicolazzi”17.
Note
1. Rel. Lim. Insulan., 1600.
2. Da una nota delle entrate del seminario sappiamo che a metà
Seicento l’abbazia si S. Maria di Corazzo contribuiva con ducati 9 e
tari 3, S. Nicolò di Bucisano con ducati 4 e tari 4, S. Maria del
Patire con ducati 11 e tari 1, S: Stefano con ducati 11 e tari 1, S.
Nicolò di forgiano con ducati 6 e tari 2 e l’abbazia di S. Maria del
Carrà con ducati 28, Visita del vescovo Gio. Battista Morra, 1648,
f. 9, Arch. Vesc. Crot.
3. Russo F., Storia della chiesa in Calabria, Rubbettino 1982, pp.
375-376.
4. Trinchera F., Syllabus cit., p. 140.
5. Ughelli F., Italia Sacra, t. IX, 481-482.
6. Copia della Platea di S.a Maria del Patire del 1661, AVC. 140.
7. Processo grosso cit., ff 418v-419r, AVC.
8. Il documento fu presentato nel giugno 1537 in Napoli nella causa
tra il commendatario della chiesa di S. Nicola de Melliotis ed il
conte di S. Severina riguardante il diritto di fida e disfida nel
tenimento detto la gabella di S. Stefano. Il documento era stato
tradotto dal greco in volgare latino da Vittorio Tarantino, che lo
aveva in consegna, Processo grosso cit., f. 67.
9. Pometti F:, Carte delle abbazie di S. Maria di Corazzo cit., p.
284.
10. Ughelli F., Italia Sacra cit., IX, 370-371.
11. Valente G., Isola di Capo Rizzuto cit., pp. 215, 219,222.
12. Memoria della Grancia della Badia del Patire di Isola posseduta
da Monsignor Cocle Arcivescovo di Patrasso, 1847, AVC.
13. Russo F., Regesto, XI, (50728).
14. Valente G., Isola cit., p.36.
15. “Gioacchino Napoleone re delle Due Sicilie etc. Masci regio
Commissario. Bosco, Bugiafaro, Anastasi, Domine Maria. Demani
Ecclesiastici ed Ex feudali della Comune di Isola sono occupate di
coloni perpetui giusto il disposto del Decurionato. Volendo noi
seguire l’articolo 17 e 19 delle regali Istruzioni spiegato dalla
circolare di S. E. il ministro dell’Interno, ordiniamo che si
publichi bando col quale si faccia noto che siffatte terre non
cadono in ripartizione ma divengono nobili. Vale a dire si consolida
la semina col pascolo a favore di coloro che ne sono in possesso.
Talche vi possono piantare, chiudere, ed in qualunque modo
migliorare senza altro obbligo che di corrispondere all’ex
feudatario ed alla chiesa il decimo di prodotto di prima principal
coltura, Isola 15 marzo 1811. Camillo Sarlo”, AVC. 40.
16. “Gioacchino Napoleone re delle Due Sicilie. Masci Regio
Commissario. Perché i pretesi coloni debbono godere del beneficio
della legge la quale loro accorda e concede a lor favore l’erba
colla semina senz’altro obbligo che di pagar l’annuo del principal
prodotto al proprietario in principale bisogna verificare le
condizioni. Sono perciò avvertiti tutti i cittadini di presentarsi
dal Cancelliere del Comune e dal Sig.r Scicchitani delegato per
questo per individuare il nome, ed il luogo, dove la colonia sia
posta per procedersi alla verifica sull’intelligenza, che passando
giorni quattro dalla promulgazione del presente quelli terreni che
non saranno nelli termini della legge riconosciuti per colonie
verranno messi in massa ed indi suddivisi giusta l’istruzioni. Isola
li 27 marzo 1811. L’agente distrettuale. Camillo Sarlo.”
17. Memoria della Grancia cit.

