[Chiesa e società a Cirò]
Il vescovo di Umbriatico Agostino de Angelis
(1667 -1682) in una sua relazione così descrive Cirò: " La prima e
più importante città è Cirò, prima detta Crimissa poi Ipsicrò e
quindi al presente Cirò. E' tradizione che gli abitanti di questa
città, che anticamente si dice che fosse situata presso il mare nel
promontorio Alecio, abbiano ricevuto la fede cristiana dal principe
degli apostoli San Pietro, nel suo passaggio dalla Grecia in Italia,
diretto a Napoli. Oggi, dove era la città di Crimissa, volgarmente
si dice il "Burgo di S. Pietro". Poiché il luogo è ricoperto da
cespugli selvatici e pieni di spini ed abbonda di serpenti, che
dicono siano velenosi, c'è dentro le mura di Cirò una chiesa
dedicata ai SS. Pietro e Paolo nel vico, che è chiamato volgarmente
"Girifalco". I fedeli, che abitano nelle vicinanze di questa chiesa,
dimostrano grandissima devozione verso questi santissimi apostoli.
Per questo motivo, poiché questa chiesa si trova in grande povertà e
priva di rendite, quando mi sarà possibile incomincerò ad ornarla ed
a portarla in forma migliore. Proseguendo, il vescovo aggiungeva che
quando Cirò era Crimissa godeva del titolo di chiesa matrice la
chiesa di S. Giovanni Battista1. Il vescovo successivo Giovanni
Battista Ponzio (1682 - 1688) riprendeva, ampliandoli, i temi
trattati dal De Angelis. Egli affermava che la città di Cirò
ottocento anni prima era situata nel promontorio Alicinio e si
chiamava Paterno. Paterno era una città vescovile ed un suo vescovo,
Abundantius, era intervenuto nell'anno 680 al sinodo di
Costantinopoli. Poiché la città era continuamente esposta alle
incursioni dei saraceni, gli stessi cittadini la diedero alle
fiamme, da cui derivò il nome di Cremissa, e quindi si spostarono
nel monte che ha il nome di Ypsigrò, che è il colle più alto e
dominante i due laterali. Il vescovo, per dare un riparo più sicuro
alle cose sacre e religiose, preferì ritirarsi nel luogo più remoto
ed inaccessibile di Umbriatico. Lo stesso vescovo aggiungeva che
dove sorgeva l'antica città ora si estendevano giardini, ricchi di
ogni genere di piante da frutto, che le acque del ruscello, "qui è
Tabor montis calce (sic dicti a templo Deiparae sub tali titulo in
eius culmine positi)", rendeva più fertili 2. Rifacendosi a quanto
tramandato da una vecchia cronaca manoscritta, il Pugliese
aggiungeva che una volta abbandonata sul finire del decimo secolo
Paterno gli abitanti si rifugiarono nei villaggi vicini. Il più
importante era Ypsicron, gli altri erano "Maddalena sotto la
Pagliarella ed Attiva, S. Stefano sul Cozzo dell'arenacchio con
chiesetta dedicata a S. Elia3, S. Maria del Casale, ove ora è S.
Maria delle Grazie, con chiesa di S. Sofia. Altro Maddalena e
Frigiti nelle montagne. Sempre secondo il Pugliese Ypsicron col
tempo si ampliò. Esso " consisteva in quel tratto bislungo ed
estremo che dicesi attualmente portello, anticamente Girifalco, fino
alla chiesa di S. Gio,. Battista. E siccome la parte orientale del
monte era folto bosco, così i primi unitisi continuando a porvi le
loro abitazioni si estesero fino all'attuale piazza grande,
edificando a preferenza la chiesa di S. Maria de Plateis, e
proseguirono sempre dal lato meridionale verso la porta detta
Cacovia, e così mano mano rimuovendo il bosco costituirono l'attuale
Cirò"4.
Primi documenti
Da queste ricostruzioni, in gran parte leggendarie, sull'origine di
Cirò, possiamo trarre alcune certezze, che sono similari ad altre
realtà: l'abbandono e la distruzione degli abitati presso la marina
a causa delle incursioni saracene del nono e decimo secolo, la
scomparsa di molti villaggi agricoli e l'emergere di poche città
fortificate in luoghi dominanti e strategici per il controllo della
navigazione e della viabilità.
I documenti medievali segnalano la presenza di numerosi villaggi in
territorio cirotano. Molti di essi per vari motivi sono poi
scomparsi. Il Castrum di Licia, il Castellum di Psichrò e la chiesa
di S. Andrea Apostolo sono richiamati in una donazione del periodo
normanno. Nel giugno 1115, Riccardo Senescalco, figlio del conte
Drogone e nipote di Roberto il Guiscardo, donava all'abate Raymondo
ed ai monaci di S. Salvatore di Monte Tabor, poi detti ospedaliere o
dell'ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, alcune terre in diocesi
di Umbriatico, in quanto desideravano costruire una "mansionem vel
receptaculum" per accogliere i pellegrini. Tra i possedimenti
concessi vi era "montem totum, in quo situm fuit castrum Licie", con
la possibilità di ripopolarlo; una cultura situata "inter Liciam et
Castellum, quod dicitur Psichro" ed un pezzo di terreno "circa
ecclesiam S. Andreae Apostoli"5. Si deve probabilmente ai cavalieri
gerosolimitani la costruzione della chiesa dedicata a S. Giovanni
Battista, indicata dai primi documenti e dal vescovo De Angelis come
la primitiva matrice di Cirò. Tra i canonicati della cattedrale di
Umbriatico a ricordo di chiese scomparse sono richiamati quelli di
S. Nicola, di Santa Venere e di Santa Maria de Frigiti6. Risale al
periodo svevo e precisamente al tempo di Federico II la fondazione
sul capo dell'abitato di Alichia , che poi scomparve nel Trecento7.
Allora Psichrò o Ypsicrò era una terra florida e tale permaneva
all'inizio del Trecento, quando, a causa delle distruzioni causate
dalla guerra del Vespro e la tirannia del feudatario, Umbriatico era
talmente decaduto e spopolato che Giovanni XXII il 19 agosto 1317
incaricava l'arcivescovo di Santa Severina Paulus di trasferire la
sede vescovile di Umbriatico in un altro luogo insigne della
diocesi8, cioè a Cirò. Ypsicrò allora annoverava un folto clero, che
in parte seguiva ancora il rito greco, composto dal prothopapa o
arciprete di "S. Iohannis de Ipsicro"9 Rogerius e da numerosi
chierici10. Anche se ciò non avverrà, possiamo affermare che da
allora Cirò divenne il luogo più importante della diocesi e di fatto
la sede del vescovo o di chi per lui curava gli interessi della
diocesi. L'importanza strategica del luogo è confermata sempre nel
Trecento da una bolla papale che permetteva ai francescani di
potervi fondare un convento. Il 23 agosto 1363 Urbano V concedeva al
ministro provinciale ed ai frati dell'ordine dei minori della
provincia di Calabria di aprire tre monasteri, tra i quali uno a
Ipsigro, per combattere le eresie che i fraticelli ed i greci
avevano sparso contro la fede cattolica11 . Ogni monastero doveva
avere la chiesa, il cimitero, il campanile, la campana e doveva
essere formato da dodici frati, i quali dovevano rispettare i
diritti ed i privilegi che godevano le chiese parrocchiali del
luogo12.
Il Quattrocento
Il Fiore riporta la fondazione di un altro convento di frati minori
osservanti. Tale convento, edificato con bolla di papa Eugenio IV,
nell'anno 1440 dal cittadino del luogo Bonaccursio Caposacco13, sarà
ancora attivo all'inizio del Cinquecento e avrà la chiesa sotto il
titolo dell'Annunciazione. La presenza di un consistente clero è
segnalata anche in periodo aragonese. L'otto novembre 1444 al tempo
della fallita ribellione del Centelles, quando la città era
costretta ad arrendersi alle truppe di Alfonso d'Aragona, i chierici
di Ypsigrò, "perchi so persuni spirituali", chiesero di essere
esentati dalle tasse, che riscuotevano i funzionari per conto del
re, e di poter essere ed andare franchi per tutta la diocesi. Essi
ottennero dal re l'immunità dalle imposizioni per la durata di dieci
anni. (Con lo stesso privilegio il re confermerà anche i privilegi
che godeva la giudecca di Cirò)14. Risale a questi anni il primo
documento che attesta la presenza della chiesa di S. Maria de
Ypsigrò. Dal documento si ricava che la chiesa era stata concessa
dal vescovo di Umbriatico Nicolaus (1447) a Mattia de Sarecino.
Rimasta vacante per morte del Sarecino il 13 aprile 1457 il papa
Callisto III concedeva la metà delle sue rendite a Ludovico15.
Sempre sul finire del Quattrocento è segnalata la presenza in
territorio di Cirò delle chiese o cappelle di "Santo Biasi" e di
"Santa Sufia"16. I nomi di molte chiese con cura o senza cura delle
anime, sparse per la città ed il territorio, cominceranno ad
affiorare dai documenti dell'inizio del Cinquecento. Da essi risulta
che le rendite di cui erano dotate, aggregate o divise, costituivano
numerosi benefici, che godevano ecclesiastici spesso non residenti,
i quali avevano nominato dei rettori o economi del luogo per
amministrarle. Gli stessi benefici erano entrati a far parte, come
un qualsiasi capitale, di un vasto mercato finanziario di compra-
vendita, rinunzia e cessione previo compenso, pensioni, transazioni,
scambi, interessi, liti ecc. Il fatto che il titolare del beneficio,
curato o semplice, non amministrava più direttamente la chiesa e che
questa passava in breve tempo di mano, determinerà in breve la
decadenza di molti edifici ed il depauperamento delle loro
proprietà. Tale fenomeno colpirà soprattutto quelle chiese situate
fuori mura e lontane dall'abitato e quelle vicino al litorale,
particolarmente soggette alle incombenti razzie turche.
Il Cinquecento
L'otto novembre 1505 Giulio II concedeva ad Isolda de Ypsigrò di
cambiare la volontà testamentaria di Antonello Papagraci il quale
aveva lasciato una somma per costruire un altare nella cappella
della chiesa dell'Annunciazione degli osservanti e di utilizzarla
invece per costruire un altare in una chiesa di Cirò retta da preti
secolari17. L'anno dopo lo stesso papa ordinava di rimuovere
Giovanni Susanna, che non aveva alcun titolo di canonico ma che
occupava alcuni benefici, i quali venivano concessi a Cesare
Piccolo. Si trattava di metà porzione delle rendite della chiesa
parrocchiale di S. Giovanni Battista, che di solito era amministrata
da due rettori, e una delle tre porzioni delle rendite della chiesa
parrocchiale di S. Maria de Plateis, che di solito era amministrata
da tre rettori18.Nell'agosto 1533 Clemente VII concedeva al suo
familiare Melchiore de Murgis una delle tre porzioni della chiesa
parrocchiale di S. Maria e le rendite delle chiese senza cura di S.
Nicola, che era dentro le mura, e di S. Venere e S. Bartolomeo, che
erano fuori mura. Tali chiese erano rimasti vacanti per morte di
Alessandro Golia19. Nel maggio 1534 Petro Raniero otteneva dal papa
una delle tre porzioni della chiesa parrocchiale di S. Maria de
Plateis e le chiese senza cura di S. Venera e S. Bartolomeo, resisi
vacanti per rinunzia fatta dal cavaliere gerosolimitano Camillo
Moscetula20. L'anno dopo è la volta del chierico di Nola Gio.
Vincenzo Acquaviva il quale rinuncia in favore dell'arcidiacono di
Rossano Cesare Foggia la terza porzione della chiesa parrocchiale di
S. Maria de Plateis e del semplice beneficio della SS. Annunziata e
delle cappelle fuori mura di S. Pietro e S. Biase21 ecc.
Da queste concessioni e da altre possiamo trarre i nomi di alcune
chiese esistenti nella prima metà del Cinquecento a Cirò. Vengono
citate le parrocchiali di S. Maria de Plateis, di S. Giovanni
Battista e di S. Oppuli, le chiese dell'Annunziata, di S. Cataldo,
di S. Lorenzo, di S. Bartolomeo, di S. Martino, S. Pietro, S.
Venere, S. Biase, S. Nicola e S. Maria de Ciurleo.
Cirò per la sua posizione più accessibile e sicura fu domicilio
abituale dei vescovi, soprattutto durante il periodo dell'anno in
cui la città non era esposta al pericolo turco. Questo fatto diverrà
evidente soprattutto dopo il Concilio di Trento, che stabilì
l'obbligo della residenza. I vescovi di Umbriatico fin
dall'antichità godevano rendite e diritti in territorio in Cirò.
Ancora alla metà del Settecento essi erano consistenti, comprendendo
due palazzi con le loro botteghe, sedici censi enfiteutici su case,
terreni e beni e sei fondi (Lo Mendoleto, Salvogari, Musesa, Il
Marinetto, Aridonniche, Il Palazzo, Li Cotri). Parte di quest'ultimi
saranno valorizzati con la costruzione di una residenza vescovile
presso la marina, con case per i coloni, con oliveti e alberi da
frutto. Tuttavia la maggior parte delle rendite, più del 70%,
proveniva annualmente al vescovo dalle decime prediali di agnelli,
latticini e bestiame che pascolava nei corsi della città (38%) e
dalla quarta parrocchiale, che ogni parroco doveva versare in
denaro, grano e orzo (34%)22. Questo insieme di privilegi, possessi
ed interessi, saranno spesso occasione di interminabili liti con i
feudatari di Cirò. Infatti i due grandi proprietari di Cirò tenevano
in città domicilio, corte e tribunale. Durante il Viceregno
l'offensiva vescovile, sorretta da buona parte del clero locale, si
scontrerà con il feudatario e l'università. Oggetto del contendere
sarà soprattutto il pagamento della decima da parte dei cittadini,
che pascolavano i loro greggi sui corsi. Sempre in tale periodo la
chiesa matrice di Santa Maria de Plateis assumerà quasi la funzione
di cattedrale, avendovi i vescovi il loro trono e molti il
sepolcro23. Già il feudatario Pietrantonio Abenante prima della metà
del Cinquecento aveva dovuto fare i conti col vescovo Giacomo
Antonio Lucifero (1531 -1548) e con il clero locale. Accusato di
disturbare le funzioni religiose e di attentare ai beni della
chiesa, fu arrestato ed inquisito per eresia ed il suo feudo
sequestrato24. Con la Controriforma, tra la fine del Cinquecento ed
i primi anni del Seicento, Cirò si arricchirà di molti istituti
ecclesiastici.
Durante il papato di Pio V (1566 - 1572) erano approvati i privilegi
e le indulgenze della confraternita del SS. Sacramento che aveva
sede nella chiesa matrice di Cirò25.
Il 13 agosto 1577 il papa Gregorio XIII concedeva l'indulgenza alla
chiesa dell'ospedale nella quale era stata istituita una
confraternita di laici26. Due anni dopo la chiesa dedicata alla SS.
Annunciazione, situata fuori le mura della città e che era stata
degli osservanti, era concessa dal vescovo di Umbriatico, ai minimi
di S. Francesco di Paola, dietro il pagamento annuo di tre libre di
cera per la concessione del luogo27. Lo stesso papa il 28 agosto
1584 confermava l'erezione del convento dei minimi di S. Francesco
di Paola28. La breve parentesi del saccheggio operato nel settembre
1594 dal Cicala, che spoglia l'abitato, non fermerà l'avanzata del
potere del clero sulla società cirotana. In quell'occasione "I sacri
e preziosi arredi delle chiese e monasteri, le campane, i quadri di
tele furon loro preda. Spezzarono le statue de' santi, e deturparono
gli altari". Soffrirono danni particolarmente rilevanti l'episcopio,
il monte di Pietà, il castello e la matrice 29.
Il Seicento
Il vescovo Alessandro Filareto Lucullo (1592 - 1606) alla fine del
Cinquecento estirpò, proibendoli per editto, alcuni abusi che aveva
osservato nella terra di Cirò. Essi riguardavano il fatto che gli
ecclesiastici si mescolavano pubblicamente di frequente con i laici
sia nelle piazze che negli altri luoghi ed inoltre si lavavano alla
marina, senza prestare alcun rispetto per la dignità ecclesiastica.
Vigeva anche l'abitudine che, mentre nei giorni domenicali e festivi
si celebravano gli uffici divini, tutto il popolo si radunava presso
la chiesa, colloquiando ad alta voce. Per tale motivo le funzioni
sacre erano disturbate dai rumori ed anche dai clamori di coloro che
cavalcavano ed incitavano i cavalli. Da ultimo vigeva l'abuso che il
primo giorno solenne di Pentecoste di ogni anno il popolo era solito
portare il vessillo prima delle solennità delle messe. In tale
occasione il vessillo era accompagnato da quasi tutto il popolo
armato ed il divino ufficio era impedito dal rumore degli spari e
dalle grida. Quello che dava più fastidio al vescovo era il fatto
che il mastro giurato era solito amministrare la giustizia, sia
civile che criminale, per tutta l'ottava, nonché nei tre giorni
solenni di Pentecoste30. Lo stesso vescovo indicava in Giuseppe
Spinelli, feudatario di Cirò, uno dei baroni più malvagi della sua
diocesi. Lo Spinelli vessava in modo esagerato i vassalli, imponendo
oneri insopportabili, tormentandoli di continuo ed inventando nuove
gabelle ed imposizioni. Si era appropriato con la violenza dei beni
comuni e non mostrava alcun rispetto né verso Dio, né verso la
giustizia. Le paterne ammonizioni vescovili erano cadute nel vuoto,
anzi il barone disdegnava qualsiasi richiamo, perciò il vescovo
aveva dovuto far ricorso alle censure ecclesiastiche.
Cirò all'inizio del Seicento contava trenta sacerdoti ed aveva
quattro chiese parrocchiali: la matrice, nella quale erano
conservati tutti i sacramenti, che era dedicata a Santa Maria del
Plateis31, San Giovanni Battista, Santa Menna e Santa Margarita. La
matrice godeva di uno dei due benefici curati più importanti dal
punto di vista delle rendite della diocesi di Umbriatico32. In essa
avevano sede la confraternita del SS. Sacramento e quella della
Dottrina Cristiana, di recente fondazione. Essa sola conservava
tutti i sacramenti: in modo molto decente il Sacramento della SS.
Eucarestia e la fonte battesimale. Per tale motivo l'arciprete e
rettore e gli altri curati della terra dovevano qui convenire sia
per battezzare i bambini, che per amministrare gli altri sacramenti
ai loro parrocchiani. C'era poi un ospedale per accogliere i poveri
ed i pellegrini ed una confraternita detta della Morte33. Fuori mura
sorgevano i due monasteri dei conventuali di S. Francesco d'Assisi e
dei minimi di S. Francesco di Paola. Un altro, dedicato a S.
Leonardo, era in costruzione per opera del marchese di Cirò e
principe di Tarsia Vespasiano Spinelli, il quale lo doveva
utilizzare per propria cappella e doveva ospitare i riformati di S.
Francesco34.
Sempre in questi anni, nel febbraio 1606, terminava una aspra e
lunga lite tra l'arciprete ed i frati francescani. Il primo aveva
fatto presente alla Sacra Congregazione dei Riti che in Cirò si
usava che i corpi dei defunti, che dovevano essere seppelliti fuori
della chiesa matrice , prima dovessero essere portati nella detta
parrocchiale e matrice, per farsi su loro l'ufficio, e quindi
fossero portati alle altre chiese, dove dovevano essere seppelliti
secondo il desiderio o la volontà dei defunti. Contrastavano
quest'uso i frati, i quali pretendevano che i corpi dei defunti
venissero portati alla loro chiesa o ad altre cappelle, quando
dovevano essere seppelliti in quei luoghi, invece di essere prima
portati alla matrice. In tale comportamento l'arciprete ravvisava un
grave danno per le sue prerogative e le sue rendite e la Sacra
Congregazione raccolse in gran parte la sua istanza e stabilì che
pur ammettendo che i corpi fossero portati nei luoghi religiosi dove
dovevano essere seppelliti, era obbligo che prima fosse pagato
all'arciprete o al curato i diritti e gli emolumenti soliti ad
esigersi per la sepoltura35. Durante il vescovato di Pietro Bastone
(1611-1621) i conventi salirono a quattro. Al convento dei
conventuali ed a quello dei minimi si aggiunsero nel 1614 quello dei
riformati e nel 1618/1619 quello dedicato alla Madonna di
Costantinopoli dei Cappuccini36, che fu edificato fuori le mura in
località S. Stefano in un terreno di Pompeo Benedetti, acquistato da
alcuni fedeli37. I conventi erano situati tutti fuori le mura, in
modo da cingere e coronare l'abitato; da una parte vi erano i
monasteri dei cappuccini e dei conventuali, dall'altra parte quelli
dei minori di S. Francesco di Paola e dei riformati di S. Francesco
d'Assisi, sotto il titolo di S. Leonardo38. Durante la sede
vescovile vacante per la morte di Benedetto Vaez, il 25 dicembre
1631, la chiesa matrice per cause fortuite andò a fuoco. L'incendio
distrusse quasi completamente l'edificio. L'ammontare del danno per
la perdita di numerosi oggetti sacri fu valutato in ben 2500
ducati39.
Così la situazione religiosa è descritta dal vescovo Antonio
Ricciulli (1632- 1638): Il castrum di Cirò spetta a Ferdinando
Spinelli, principe di Tarsia. Ha quattro parrocchiali, cioè S. Maria
de Plateis che è la matrice e la battesimale di tutto il castrum, S.
Giovanni Battista, S. Menna e Santa Margarita. Quest'ultima è posta
fuori le mura e minaccia rovina. Poichè pochi fedeli vi accedono, il
vescovo comandò che i sacramenti, le confessioni e le funzioni
religiose per quei parrocchiani si tenessero nella chiesa di S.
Maria de Plateis. Vi sono le confraternite del SS. Sacramento nella
chiesa matrice, del SS. Rosario nella chiesa di S. Menna e della
SS.ma Concezione nella chiesa del convento dei conventuali. Vi è un
ospedale vicino alla chiesa matrice. Vi sono i quattro monasteri dei
conventuali, dei minimi di S. Francesco di Paola, di S. Francesco
dell'osservanza e dei cappuccini. La popolazione ammonta a circa
4000 abitanti, tra i quali venti preti e trentuno chierici. Vi sono
anche quattro diaconi serventi e il maestro delle feste. C'è poi una
casa palaziata che è stata restaurata con grande spesa e che serve
per la residenza del vescovo. Sempre il Ricciulli raggiunse un
accordo con il feudatario40. Poiché al "Capo della Lice" spesso
convengono per i loro affari pescatori, pastori e contadini e nei
giorni festivi non possono assistere al sacrificio della messa,
essendo il luogo distante quattro miglia dall'abitato, il marchese
spontaneamente si impegnò a far costruire a sue spese una cappella
sul luogo, nella maniera indicata dal vescovo. Per dare la
possibilità di celebrare, la dotò di una rendita di ducati
cinquanta, in modo da pagare un prete secolare, designato dal
vescovo, il quale potesse ascoltare le confessioni e celebrare nei
giorni di domenica e nelle festività41.
La riorganizzazione delle parrocchie
La cura delle anime era esercitata dai quattro parroci. Ad ognuna
delle quattro parrocchiali, fin dalla loro istituzione, era stato
assegnato un certo e stabilito numero di famiglie, alle quali
ciascun parroco doveva amministrare i sacramenti. Il vescovo
Bartolomeo Criscono (1639 -1647) durante la visita pastorale
osservò, che con il passare del tempo, a causa della dispersione e
dello spostamento delle famiglie per tutto l'abitato, i parroci non
riuscivano più a svolgere bene il loro compito; per tale motivo la
popolazione, che era da loro amministrata, pativa molto detrimento
sia "in articulo mortis", che in altri casi. Per togliere tale
confusione, con l'assenso ed il consenso degli stessi parroci e con
il gradimento del popolo stabilì ed assegnò tutto attorno ad ogni
singola chiesa parrocchiale un suo distretto territoriale
parrocchiale. Così ciascun parroco avrebbe avuto in futuro migliore
cura e certezza delle anime, che gli erano state assegnate42.
La divisione dell'abitato in quartieri, dove ogni parrocchia era
limitata da ben definiti confini, verrà definitamente perfezionata
anni dopo dal vescovo Vitaliano Marescano (1661 -1667), al quale si
deve anche l'istituzione di una scuola pia per istruire la
gioventù43.
Il superamento della crisi
Al tempo del vescovo Agostino de Angelis (1667- 1682) Cirò è la
maggiore terra della diocesi, sia per popolazione, contando circa
3000 abitanti, che per la nobiltà delle famiglie, che vi risiedono,
e per la presenza di un clero numeroso, che annovera 37 sacerdoti e
17 chierici, ai quali bisogna aggiungere i regolari dei quattro
conventi. Già da molti anni i vescovi di Umbriatico vi hanno
trasferito la loro residenza, lasciando Umbriatico troppo isolato ed
insicuro. La città, circondata da mura e munita di un forte
castello, reso inespugnabile da molti strumenti bellici, nonostante
la grave crisi che colpisce gli altri paesi vicini, mantiene le
quattro parrocchiali con i quattro parroci. Tra essi, secondo il
vescovo, si distinguevano il parroco di S. Margherita44 e quello di
S. Maria de Plateis; entrambi infatti peccavano nel culto, in quanto
il primo, che era povero, spendeva più del dovuto, l'altro invece,
sebbene fosse molto ricco, non impegnava nemmeno un obolo per la
chiesa. Annoverava poi ancora i quattro conventi, che dovevano
essere in buona salute in quanto erano passati indenni dalla scure
innocenziana; tra questi vi era quello dei minimi dedicato a S.
Francesco di Paola, che era anche il tutelare ed il patrono della
terra. C'erano quattro confraternite di laici, le quali con i loro
abiti fatti a sacco intervenivano alle processioni: quella del SS.
Sacramento aveva sede nella chiesa di S. Maria de Plateis ed godeva
di una rendita annua di circa 400 ducati d'oro; quella Della SS.
Concezione nella chiesa dei conventuali,; quella del SS. Rosario
nella chiesa parrocchiale di S. Menna Martire, dove si recitava il
rosario; quella delle Anime del Purgatorio nella stessa
parrocchiale. Vi era poi l'ospedale per i poveri ed i pellegrini,
situato vicino alla matrice, nel quale vi era una cappella, o
oratorio, sotto il titolo della Immacolata Concezione e vi era un
sodalizio di laici, che qui si radunavano ogni domenica e nei giorni
festivi per recitare l'ufficio della Beata Vergine. Questa cappella
fu restaurata nel 1675 e la congregazione, o sodalizio, era chiamata
volgarmente "compuntiva", in quanto ogni venerdì i confrati si
radunavano e volontariamente si flagellavano, in segno di
costrizione per i loro peccati 45. In questi anni Giuseppe Casopero,
uomo pio e ricco, a sue spese costruisce una chiesa dedicata a S.
Maria de Monte Carmelo, Onofrio Piccolo morendo lascia delle terre
per la chiesa "che si sta fabbricando sotto il titolo della Madre
SS.ma della Pietà46 ed a spese del parroco Nicola Francesco Nasca47
vengono fatti alcuni lavori alla chiesa matrice: è riparato il
tetto, in modo da impedire alle acque pluviali di penetrare, e
vengono rifatti i gradini e la porta. Tuttavia l'avarizia del
parroco, che pur godendo di grandi entrate è restio a spendere, non
toglierà alla chiesa il suo aspetto decadente. Presso il giardino
del marchese di Cirò Vincenzo Spinelli, non lontano dal mare, è
situata la chiesa di S. Antonio Abbate, che era diruta, ma che fu
ricostruita e ampliata a spese del marchese poco prima della sua
morte, avvenuta nel 1668. Il vescovo De Angelis nelle vicinanze, in
un possesso della chiesa detto Amendolito fa costruire a sue spese
una casa contadina per i coloni in modo da facilitare l'affitto del
fondo e ripristina un antico giardino, facendovi impiantare molti
alberi da frutto. Inoltre presso la via pubblica nel luogo detto
Salvugari, sempre per lo stesso motivo fa costruire un'altra casa
contadina48.
Il vescovo seguente Gio. Battista Ponzio (1682 -1689) tentò di
porre riparo allo stato di decadenza delle parrocchiali e delle
altre chiese (S. Pietro e Paolo, S. Cataldo, S. Anna ecc.). Preso
atto dello stato lacrimevole in cui si trovava la matrice, egli
nella visita pastorale emanò e obbligò sotto la minaccia di
somministrazione di pene tutti gli interventi, che dovevano essere
fatti49. Egli inoltre si interessò allo stato della chiesa
parrocchiale di S. Margherita. La chiesa era fuori le mura e quindi
di grande scomodità per i parrocchiani ed inoltre entro breve tempo
sarebbe crollata a causa dello stato fatiscente delle pareti.
Essendo da poco rimasta vacante per morte del parroco Berardino
Albuccini50 e poiché nessun sacerdote la aveva richiesta, sia per le
poche rendite che godeva, sia anche per le ingenti spese necessarie
per la spedizione delle bolle da farsi nella cancelleria apostolica,
essendo della mensa papale, il vescovo decise di unirla alla
parrocchia di S. Menna, alla quale era contigua e confinante51. In
conseguenza di tale atto le parrocchiali di Cirò da quattro
divennero tre. Sempre in questi anni il parroco della chiesa di S.
Giovanni Battista, Francesco Pagagianne, compilava una platea dove
erano annotati le proprietà, le rendite ed i privilegi della chiesa
parrocchiale. Il tutto era arricchito da delle "digressioni
storiche" che trattavano l'origine di Cirò "della fondazione, e
dipartimento delle parrocchie; e della sua in particolare, che ha
per Tutelare S. Gio. Battista: e come s'habbia il titolo, e
denominazione d'Idria la Chiesa eretta alle glorie della Vergine
nostra Signora"52.
Tentativi di rinnovamento
All'inizio del Settecento Cirò ha circa tremila abitanti. Tra le
parrocchiali la matrice, o arcipretale, dove vi è la cappella di S.
Silvestro, ha rendite più che sufficienti, quella S. Giovanni
Battista tenui e la terza di S. Menna, alla quale è stata unita
quella di S. Margherita e dove è eretta la cappella della Madonna
della Schiavonia, appena sufficienti. Ha un clero consistente
formato da trenta sacerdoti, venti chierici ed i regolari dei
quattro conventi. Oltre alle parrocchiali ci sono dodici luoghi pii.
Dentro le mura ci sono le chiese dedicate a S. Pietro Apostolo, S.
Anna, S. Cataldo Vescovo e S. Lorenzo. Che sono tutte di
iuspatronato di laici. Ci sono poi le chiese di S. Giuseppe e della
Anime del Purgatorio, che sono state costruite per pia devozione di
fedeli. Vi è inoltre un piccolo sacello dedicato a S. Maria di Monte
Carmelo, che fu fondato da un cittadino ed è senza rendite. Fuori
mura ci sono altre sei chiese: la chiesa di S. Maria de Mercede,
volgarmente detta S. Maria della Catena, situata vicino ad una torre
vecchia presso la riva del mare del promontorio Alicino, che è di
iuspatronato laico, similmente le due chiese di S. Maria de Mirico,
volgarmente detta dell'Idria, ( già commenda della religione
gerosolimitana), e di S. Maria delle Grazie; entrambe hanno annesso
un beneficio ecclesiastico di libera collazione ed hanno una
abitazione per gli eremiti. Ci sono i quattro conventi, tra i quali
quello dei minimi di S. Francesco di Paola, che è il patrono
principale della città ed è soggetto alla giurisdizione del vescovo.
All'inizio del giugno 1707 la città subisce il saccheggio da parte
dei Turchi e dei banditi. Abbandonata dai cittadini per più giorni,
i saccheggiatori "Andarono bensì a d'ar fuoco alla chiesa de'i
minori conv(entua)li, ed a fracassare l'altra de'i PP Cappuccini
pigliandosi q(ua)nto ritrovarono, fuor che le stole, e i manipoli".
Il palazzo del vescovo Bartolomeo Oliverio (1696 -1708) "però non fu
toccato, quantunque la chiesa madre sia stata assassinata in tal
maniera, che se non vi fussero i Param(en)ti de' i Minimi e q(ue)lli
de' i PP. Riformati non vi si potrebbe celebrare in q(ue)sti giorni
della Pentecoste…. Nella chiesa de'i PP. Cappuccini alla
Beatis(si)ma Vergine de'i sette dolori, la quale era di statua,
tagliarono il naso, e l'orecchie e poi tutta fecero in pezzi; han
lasciato però intatto un Ecce Homo, benchè lo levassero dalla
propria nicchia; e ad un'altra di Maria SS.ma in S. Menna fecero
l'ist(ess)o, lasciandovi all'incontro senza offesa un crocifisso"53.
Il vescovo Francesco Maria Loyero (1720 -1731) all'inizio del suo
vescovato erige un edificio per il seminario tra la matrice ed il
palazzo vescovile ed l'otto maggio 1722 lo inaugura. Esso è dotato
di una rendita annua di 220 ducati e mantiene sei alunni e quindici
convittori, i quali pagano una piccola somma mensile54. Due anni
dopo, il 16 gennaio 1724, lo stesso vescovo accogliendo le preghiere
del parroco di S. Menna , Michele Sirleto con solenne rito
consacrava la chiesa e l'altare maggiore55. L'attività di
valorizzazione della parrocchiale di S. Menna, portata avanti dal
parroco Sirleto, giungerà fino alla richiesta di erigerla in
collegiata56. Tra le opere fatte a Cirò di cui andava orgoglioso il
vescovo seguente Domenico Peronacci (1732 -1775) vi erano quelle di
aver eretto il seminario, per la cui costruzione si era fatta una
"non mediocre spesa", di aver fondato un monte frumentario per
aiutare i poveri coloni, di aver valorizzato i due fondi della
chiesa detti Salvogara e Mandorleto "che erano ricovero d'animali
selvaggi" trasformandoli "in coltura, olivetati, con sue case per i
coloni, e con giardini di agrumi che hanno prezzo" e di aver
costruito al posto delle molte casette, che costituivano la
residenza vescovile, un palazzo dalla nobile struttura57. In esso il
presule, quando faceva residenza, abitava con la sua famiglia e
cancelleria. L'edificio era formato da sette membri superiori con i
rispettivi inferiori ed aveva un giardinello. Attaccato vi era un
altro palazzo del vescovo che confinava con la via pubblica "dove si
dice La Piazza". Quest'ultimo aveva sei bassi, o botteghe, con
l'uscita nella Piazza58. Tra le iniziative che non era riuscito a
realizzare, vi era quella di non aver potuto erigere in collegiata
insigne la chiesa arcipretale di S. Maria de Plateis. Essendo
vacante già da due anni, il vescovo poco dopo la metà del
Settecento, dopo aver consultato e vagliato le richieste del clero
cittadino, aveva deciso di chiederne al papa l'erezione in
collegiata insigne. Soddisfatte le condizioni richieste, stabilita
la dote , composta dai beni della stessa arcipretale e delle due
parrocchiali, che dovevano essere soppresse, spedite le bolle,
incardinati le dignità ed i canonici al numero di tredici, e pagati
i diritti alla Dataria Apostolica, era ormai per raggiungere la
meta. L'opposizione di alcuni sacerdoti che non erano stati
incardinati al collegio, vanificò il tutto. Essi si rivolsero al re
ed impedirono che fosse emanato il regio beneplacito. Così la chiesa
ritornò ad essere retta da un arciprete secondo l'antica forma.
Un'altra questione che angustiò il vescovo fu la lunga ed aspra lite
che lo oppose al feudatario ed ai cittadini per il pagamento delle
decime prediali, che il vescovo voleva esigere sui frutti degli
animali, che pascolavano nei corsi, siano essi dei cittadini, che
dei forestieri, che dello stesso barone59. In questi anni
l'arciprete Matteo Eleonora rifaceva l'altare maggiore della
matrice, dedicandolo all'Assunta60. Alla metà del Settecento la
popolazione di Cirò si caratterizzava ancora per l'alto numero di
ecclesiastici, circa una cinquantina, su una popolazione di circa
tremila abitanti61. Il folto clero, in crisi perché colpito dalla
nuova legislazione anticuriale e dalla diminuzione della rendita
ecclesiastica, diventava sempre più intrigante e facile alle liti,
ed era ormai di casa in molti processi62.
Sempre in questi anni si accelerava il declino delle istituzioni
ecclesiastiche cirotane. Nel 1770, venivano soppressi i quattro
conventi ed il popolo faceva fallire drammaticamente il tentativo
del vescovo Tommaso Maria Francone (1775-1777) di ripristinare
l'istituto delle decime63. Segno che ormai il processo di
secolarizzazione aveva mutato i rapporti di forza all'interno della
città.
Da matrice a ricettizia
Così descrive la situazione religiosa di Cirò il vescovo Zaccaria
Coccopalmeri (1779 -1784): La cura delle anime è esercitata
principalmente dalla chiesa di S. Maria de Plateis, un tempo retta
dall'arciprete Gaetano Juzzolini64, che è a capo di tutti, ed ora
solamente da un economo da me scelto. Infatti la cura è vacante dal
1779 . In un proprio altare è lodevolmente conservato il sacramento
della SS.ma Eucarestia, ed in esso è eretta sotto questo nome una
confraternita. Nel lato destro della chiesa c'è un oratorio con un
altare decentemente ornato, dove i confrati, in stabiliti giorni
dell'anno si riuniscono per esercitare le opere di pietà, secondo
gli statuti da loro presentati e dal re approvati. Tale
congregazione è ricca di rendite ed è retta da laici. Le rimanenti
anime sono sotto la cura dei rispettivi rettori nelle chiese di S.
Giovanni Battista e di S. Menna. Entrambe sono di discreta struttura
e provviste del necessario. Sopravvivono sei chiese filiali dentro e
fuori le mura: delle Anime del Purgatorio, di S. Giuseppe, S.
Cataldo, S. Lorenzo Martire e S. Pietro Apostolo. La maggior parte
ha bisogno di restauri. Nel secondo anno del suo presulato il
vescovo, poiché aveva bisogno di un nuovo palazzo vescovile,
intervenne sul palazzo utilizzato per il seminario, che era una
struttura molto ampia. Con la spesa di trecento ducati riuscì a
restauralo ad uso di palazzo per il vescovo. Tale fatto fu
conseguente alla permuta fatta a suo tempo dal vescovo Tomaso
Francone, il quale aveva ceduto al seminario l'antico palazzo
vescovile65.
Nel 1783 le tre parrocchiali furono soppresse e con le loro rendite
fu eretta la chiesa di S. Maria de Plateis in ricettizia, ed ad essa
furono assegnati quindici sacerdoti, detti partecipanti, ai quali fu
imposto l'onere di assolvere quotidianamente in coro le ore
canoniche e di pagare una stabilita congrua a tre economi curati,
scelti dal vescovo, che avrebbero esercitato la cura delle anime
nelle dette parrocchiali. La istituzione della ricettizia, i cui
statuti saranno approvati con Real dispaccio del 4 luglio 1783,
invece di essere salutare per il funzionamento della chiesa sarà
valutata da molti come dannosa.
Il vescovo Vincenzo Maria Castro (1791 -1797) oltre a dovere
intervenire per rendere la residenza vescovile più comoda, trovò che
la chiesa di S. Maria era interdetta in quanto aveva bisogno di
grandi riparazioni e poiché i canonici si rifiutavano di
intervenire, per le poche rendite che godevano, si rivolse all'aiuto
del re. Nel frattempo i sacramenti e le altre funzioni erano
celebrate nelle due chiese di S. Giovanni Battista66 e di S.
Menna67, che erano state riparate a spese del vescovo e dei fedeli.
La situazione tuttavia col tempo peggiorò sempre di più. La
ricettizia praticamente non assolveva alcuna funzione ecclesiastica
e le parrocchie erano inesistenti, in quanto non adempivano ai loro
compiti per la mancanza di rendite. Per risolvere la situazione il
vescovo pensava che era meglio ritornare al passato; cioè sopprimere
la ricettizia e ripristinare i tre parroci68. Il Settecento si
chiudeva con un clero invecchiato ed impoverito, che in pochi
decenni si era dimezzato ed era attraversato e ferito da gravi
scandali69.
Note
1. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
2. Rel. Lim. Umbriaticen., 1684.
3. Il monastero di San Stefano, poi casale con chiesa di S. Elia,
sarebbe stato fondato dall'abbazia del Patire, essendo vescovo di
Umbriatico Ebras, che visse al tempo di Ruggero I°, Ughelli F.,
cit., IX, 526; Fiore G., Della Calabria cit., II, 342.
4. Pugliese G. F., Descrizione cit., I, p. 27.
5. Dellaville de Roulx I., Cartulaire General des Hospitaleurs de
Saint-Jean de Jerusalem, Paris 1894, II, pp. 900 -901.
6. Rel. Lim. Umbriaticen., 1653.
7. Reg. Ang. XXIV, pp. 103 -104.
8. Russo F., Regesto, 2448.
9. Russo F., Regesto, 4025.
10. Russo F., Regesto, 5110 sgg.
11. Secondo il Pugliese la fondazione avvenne nel 1362 e dotò e
contribuì alle spese per la costruzione la principessa Iacobella
Ruffo, Pugliese G.F., Descrizione cit., I, 201.
12. Russo F., Regesto, 7705.
13. Fiore G., cit., II, 403.
14. Font. Arag., I, 42.
15. Russo F., Regesto, 11476.
16. Processo Grosso Cit., f473.
17. Russo F., Regesto, 14916.
18. Russo F., Regesto, 14957.
19. Russo F., Regesto, 17231.
20. Russo F., Regesto, 17299.
21. Russo F., Regesto, 17536.
22. Catasto Onciario Melissa, 1742, f. 408 sgg.
23. Vescovi sepolti in S. Maria de Plateis: Emilio Bombino
(18/11/1591), Pietro Bastone (12/11/1621), Ottavio Poderici
(12/11/1648), Domenico Blanditio (1652), Tommaso Tommasoni
(26/10/1654), Giuseppe Rossi (31/10/1658), Agostino de Angelis
(25/4/1682), Giovan Battista Pontio (1688), Michele Cantelmi
(11/8/1696), Antonio Galliano (1715), Filippo Amato (26/12/1731) e
Domenico Peronacci (1775), Pugliese G.F., Descrizione cit., I, 236.
24. Pugliese G.F., Descrizione cit., I, 178-179.
25. I privilegi e le indulgenze della confraternita saranno
confermati il 20 aprile 1629 da Urbano VIII, Russo F., Regesto,
30330.
26. Russo F., Regesto, 22881.
27. Rel. Lim. Umbriaticen., 1600.
28. Russo F. , Regesto, 23688.
29. Il danno complessivo causato dai Turchi fu stimato in 46000
scudi, Pugliese G. F., Descrizione cit., I, p. 139-140.
30. Rel. Lim. Umbriaticen., 1598.
31. Tra gli altari è ricordato quello di S. Stefano Protomartire al
quale il 18 settembre 1610 il papa Paolo V, accogliendo una supplica
del vescovo di Umbriatico Paolo Emilio Sammarco, concesse di essere
privilegiato in perpetuo, Russo F., Regesto, 26823.
32. Rel. Lim. Umbriaticen., 1618.
33. Il 22 settembre 1606 Paolo V concedeva alla confraternita della
Morte l'indulgenza nella commemorazione di tutti i fedeli defunti
sia nella domenica delle Palme che in quelle della Circoncisione,
dell' Assunzione e di S. Caterina, Russo F., Regesto, 26317.
34. Rel. Lim. Umbriaticen., 1611; Fiore G., cit., II, p. 419.
35. Russo F., Regesto, 26225.
36. Fiore G., Della Calabria cit., II 416.
37. Pugliese G.F., Descrizione cit., I, p. 34. Una descrizione
particolareggiata del convento dei cappuccini di Cirò si trova in
Leone da Morano G., I cappuccini, Fasano Cosenza 1986, II, pp. 125
-128.
38. Rel. Lim. Umbriaticen., 1678.
39. Pugliese G.F., cit. , I, 245, (Riporta l'elenco dei danni
subiti).
40. Rel. Lim. Umbriaticen., 1634.
41. Rel. Lim. Umbriaticen., 1638.
42. Rel. Lim. Umbriaticen., 1643.
43. Rel. Lim. Umbriaticen., 1662.
44. Tra i parroci di S. Margherita sono ricordati Leonardo Morello (
?+ 1657), Cosmo de Amato (1658 + 1677), Bernardino Alboccino ( 1677
- ?), Russo F., Regesto cit.
45. Rel. Lim. Umbriaticen., 1669; 1678.
46. Onofrio Piccolo lascia morendo un legato, cioè delle terre di
circa 7 tomolate in località "La Croce". Secondo la volontà del
testatore le terre dovranno essere vendute dalla sorella ed erede
Beatrice, moglie di Bestiano Susanna, ed il ricavato dovrà essere
applicato per completare la costruzione della chiesa. All'inizio del
settembre 1676 le terre sono vendute. La chiesa sotto il titolo
della Pietà era già in costruzione ed il reverendo Lupo Antonio
Pignataro "sta fando in atto il quadro di d.a immagine SS.ma", ANC.
333,1676, 35.
47. Il 19 dicembre 1656 il parroco Nicola Francesco Nasca lasciava
la parrocchiale di S. Giovanni Battista e diventava parroco della
chiesa arcipretale di S. Maria de Plateis, che era rimasta vacante
per morte di Mutio Bisanti, avvenuta nell'aprile di quell'anno,
Russo F., Regesto, 38037.
48. Rel. Lim. Umbriaticen., 1675.
49. Così il tavolario Giambattista Manni descrive nel 1696 in un
apprezzo la matrice: "Si entra con scala a tre lati, e consiste in
due navi coperte a lamia all'uso de' Goti. Nell'altare maggiore vi è
la cupola, e a destra ed a sinistra vi sono altre due cupolette con
stucco e pitture, quali formano croce, ed in testa vi è il coro
coperto a lamia, ed a destra di detta chiesa vi sono tre cappelle
sfondate coperte a lamia, acqua santa, fonte battesimale, e sotto la
seconda nave a sinistra vi sono quattro cappelle ed un'altra
cappella sfondata coverta a lamia, e tutte le suddette cappelle sono
jus patropnato de' sacerdoti, e famiglie di detta terra", Pugliese
G. F., Descrizione cit., I, 245.
50. Bernardino Alboccino era stato nominato parroco di S. Margherita
nell'aprile 1677 per morte di Cosmo de Amato, avvenuta nel febbraio
dello stesso anno, Russo F., Regesto, 43806.
51. Rel. Lim. Umbriaticen., 1688.
52. Marino F., Lettere familiari, Rossano 1989, p. 97.
53. Nunz. Nap., Vol. 137 (1707), ff. 300-301.
54. 25 ducati erano della scuola pia, 20 ducati dell'ospedale che
era quasi diruto, 40 ducati provenivano dalla mensa vescovile ed il
rimanente da alcuni benefici, per un totale di 220 ducati, Rel. Lim.
Umbriaticen., 1724.
55. D.O.M./ ILL.MUS . AC . REV.MUS . DOMINUS/ FRANCISCUS . MARIA .
LOYERIUS/ EPISCOPUS . UMBRIATICEN/ ECCLESIAM . HANC . ET . ALTARE .
MAIUS/ IN . HONOREM . S. MENNAE/ DIE . XVI . MENSIS . IANUARII .
NDCCXXIV/ AD . PRECES/ REV . PAROCHI . D. MICHAELIS . SERLETO/
SOLEMNI . RITU . CONSECRAVIT/ AC . ILLAM . VISITANTIBUS/ QUOLIBET .
DIE . II . MENSIS . FEBRUARII/ PER . OCTAVAM . QUAM/ PRO .
ANNIVERSARIO . PERPETUO . DESTINAVIT/ XL . DIES . DE . VERA .
INDULGENTIA/ IN . FORMA . ECCLESIAE/ CONCESSIT", in Capialbi V., La
continuazione all'Italia Sacra dell'Ughelli, ASC, III, 1915, p. 210.
56. Il 25 maggio 1752 Benedetto XIV accoglieva la petizione fatta
dal clero, dal popolo e dal rettore di S. Menna Angelo Sirleto e,
previo il consenso dell'arciprete della chiesa parrocchiale di S.
Maria de Plateis e degli altri rettori di Cirò, permetteva che la
chiesa fosse eretta in collegiata, Russo F., Regesto, 62918.
57. Rel. Lim. Umbriaticen., 1735.
58. Catasto Onciario Melissa, f. 408.
59. Rel. Lim. Umbriticen., 1753, 1759.
60. D.O.M./ HOC OPUS/ DEI PARAE/ COELI PETENTI/ IN SUAE/ MONUM.M
CHARITATIS/ ARCH.R ELEONORA/ DICAVIT, in Pugliese G.F, Descrizione
cit.
61. I fuochi di Cirò erano passati da 327 della rilevazione del 1669
ai 529 della accurata rilevazione del 1732, per poi tornare ai 311
nel catasto del 1754, Barbagallo de Divitiis M.R., Una fonte per lo
studio della popolazione cit., p.50; Pugliese G. F., Descrizione
cit., p. 5.
62. Tra le molte cause civili ricordiamo quella che vide di fronte
da una parte il clero secolare di S. Maria de Plateis e dall'altra
Alessio Casopero e gli eredi di Francesca Caparra. Quest'ultimi
nominati eredi in un testamento fatto da Lucrezia di Amico, si
videro poi estromessi "per l'importunità d'alcuni preti", i quali
approfittarono dello stato di salute fisica e mentale della Di Amico
e le fecero rifare il testamento, annullando il precedente. Col
nuovo atto il clero secolare di S. Maria de Plateis diveniva erede
universale e particolare di tutti i beni posseduti dalla testatrice
in territorio di Cirò col peso di dover celebrare alcune messe in
suffragio. Niente invece andava al Casopero ed a Francesca Caparra,
Mesiani R., Ragioni a pro del clero secolare della città di Cirò
sotto il titolo di S. Maria de Plateis, Cosenza 1758.
63. L'arciprete ed i parroci esigevano le decime prediali e
sacramentali, delle quali dovevano la quarta al vescovo. Soppressa
questa tassa per ordine del re, nel 1776 il vescovo Francone ordinò
ai parroci di ripristinarla e di versargli la quarta. Il tentativo
fallì. Una sommossa popolare sfociata con il tentativo di incendio
del palazzo vescovile, dove si era rinchiuso il vescovo, pose fine
ad ogni sua velleità, Pugliese G. F., Descrizione cit., I, 247 -248.
64. Tra gli arcipreti ricordiamo: Mutio Bisanti ( ?+ 1656), Nicola
Francesco Nasca (1656 - ?), Petro Giovanni Pelusio ( ? + 1658),
Mario Rizzo ( 1659 - ?), Carlo Casopero, Matteo Eleonora (? +1759) ,
Gaetano Iuzzolino ( 1759 - ?), Russo F., Regesto, cit.
65. Rel. Lim. Umbriaticen., 1783.
66. Tra i parroci di S. Giovanni Battista sono ricordati Pompilio
Colucci ( ?+1627), Alfonso Caravetta (1628 - 1645), Nicola Francesco
Nasca ( ? - 1656), Francesco Pepero ( 1658 - ?), Francesco
Pagagianne, Russo F. Regesto, cit.; Marino F., Lettere familiari,
Rossano 1989, p. 97.
67. Alcuni parroci di S. Menna: Michelangelo Sirleto ( ?+1761), Vito
Benincasa (1762 +1764), Nicodemo Risitani (1764 - ?), Russo F.,
Regesto, cit.
68. Rel. Lim. Umbriaticen., 1796.Gli statuti della ricettizia
saranno riformati con l'assenso del vescovo di Cariati Gelasio Serao
nel 1824, Pugliese G. F., Descrizione cit., I, 249 -250.
69. Il vescovo Isidoro Leggio (1797 -1801) aveva dovuto far
carcerare il sacerdote Giambattista Balestrieri, che poi fu
rinchiuso nella Certosa di S. Stefano del Bosco, in quanto abitava
"more uxorio" con due donne. Un altro sacerdote, Francesco Candioti,
conviveva con una donna sposata, Caldora U., Calabria napoleonica,
Cosenza 1985, p. 129.

